Giornalisti ‘tradizionali’ alle prese con i social network e i commenti dei lettori


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Due giorni fa sulla mia bacheca di facebook c'è stato un dibattito sull'amaca di Michele Serra sul tema dei commenti online. Il dibattito è poi diventato un post/dialogo qui su Valigia Blu. Questa mattina l'amaca di Serra è dedicata proprio al post di Valigia Blu. E risponde alle critiche cercando di precisare meglio il suo pensiero sui commenti alle notizie dei giornali online.

Non entro nel merito dell'amaca (sì, purtroppo non sono d'accordo nemmeno stavolta :D), quello che notavo piacevolmente è che Serra pur non frequentando la rete, non 'vivendo' dentro questi socialcosi, a suo modo partecipa e si confronta. In un corto circuito web-carta stampata, per certi aspetti folle e affascinante. Serra non partecipa al dibattito, magari commentando sul sito, ma in ogni caso prende in carico le critiche dei lettori e risponde, utilizzando il suo spazio su carta stampa.

Questo mi ha fatto subito pensare alla mia non felicissima esperienza di ieri con un giornalista de l'Espresso, che invece è su twitter (a differenza di Serra), ma evidentemente usa questi luoghi/ambienti più come broadcast media che come communications media. Io ti calo dall'alto il mio sapere (articolo) e tu lettore devi solo consumare. Provi a fare domande, vuoi partecipare? 'Chiedo scusa, ma non sono un fan delle discussioni da bar'. E sì, questa purtroppo è la risposta che mi sono beccata. Un atteggiamento ben sintetizzato nel titolo dello storify che ho dedicato alla vicenda: 'Compra i giornali e non rompere i coglioni :D'.

Due modi completamente diversi di rapportarsi a queste nuove realtà che hanno stravolto un intero sistema, anche e soprattutto quello dell'informazione. Alle persone (pubblico, lettori) non piace solo consumare, ma piace produrre, partecipare, condividere (cultura partecipativa).

Di fronte a questo cambiamento l'unica strada, secondo me, è valorizzare e curare il lettore/interlocutore.

La questione commenti (qualità, anonimato) è una questione complessa, ricca di spunti, e altrove se ne parla da tempo. Di sicuro uno dei meriti dell'amaca di Serra è porre la questione in termini appunto di confronto, dibattito anche al di fuori della 'Rete'. Il tema c'è e va affrontato.<

Sulla chiusura o meno dei commenti dei lettori consiglio due post di Luca Sofri La chiusura dei commenti online e Ripensare i commenti online (dove si parla del sistema di Gawker per la gestione di commenti). Cito un paio di passaggi in particolare:

La questione della qualità dei commenti investe anche riflessioni sociali e culturali che non riguardano solo la rete, ma i nostri bisogni e comportamenti in genere. E infine riguarda la trasformazione dei giornali e dell’informazione".

"Il sistema di Gawker è un po’ complesso da spiegare: diciamo che è stata fatta saltare la successione cronologica dei commenti per cui ad apparire per primo è il più recente o il più immediato. Come se anche ai commenti si fosse decisa di attribuire una gerarchia, trattandoli più come il contenuto di un giornale o di un sito di news che come quello di un blog. Una serie di criteri automatici e manuali (le risposte che un commento riceve da altri commentatori, la sua pertinenza col tema trattato, l’affidabilità del commentatore) fanno sì che alcuni commenti abbiano maggiore visibilità, mentre altri vengono pubblicati ma persino su una pagina diversa da quella dell’articolo.

Si può decidere di chiudere ai commenti online, ed è una scelta. E ovviamente in un contesto media-tessuto connettivo della società (Clay Shirky) metti in conto le conseguenze di questa scelta. Ma se si decide di aprire ai commenti, allora è necessaria, a mio avviso, una policy, un sistema di moderazione e una cura. Un social media team che si possa occupare anche (solo) di questo aspetto. I giornali online dovrebbero garantire ai propri lettori una discussione civile e rispettosa di tutti i partecipanti (vale la pena segnalare la decisione del Sun-Times di sospendere i commenti all'articolo sulla morte di un collaboratore di Obama, decisione comunicata in questo modo: "EDITOR’S NOTE: Due to the tone and content of many of the comments associated with this story, commenting has been turned off. The Sun-Times encourages readers to make their voices heard, but commenting must maintain a respectful and constructive tone)".

Citando Mario Tedeschini Lalli:

1) Se una testata online apre i commenti su un pezzo, lo fa per scelta e anche questa - come qualunque altra - è una scelta editoriale che va valutata dall'utente: positivamente o negativamente.

2) Io non credo che l'evoluzione dell'universo digitale obblighi puramente e semplicemente tutti a comportarsi allo stesso modo, aprendosi a ogni possibile flusso e influsso. Se una testata digitale - meglio: se una "identità informativa digitale" si apre o non si apre ai commenti e ai contributi esterni e la misura in cui lo fa, sono consapevoli decisioni editoriali. Se lo farà poco, secondo me, ne soffrirà anche perché di fronte ai suoi cittadini/utenti perderà di considerazione. Se lo farà troppo, lasciando che si crei il casino più inverecondo sulle sue pagine, ne soffrirà altrettanto, respingendo altri cittadini/utenti. Dovrà trovare una via di mezzo.

3) Qual è la via di mezzo? Ah, saperlo! Ciascuno dovrà stabilirlo secondo i propri principi e valori. Specialmente, ciascuno dovrà poi aggiustarlo con la pratica. Nel complesso val la pena di stabilire alcune linee guida e fare un "policing" editoriale in base a queste linee guida. Non ci sono regole certe, ma non si può neanche immaginare che qualunque definizione dei termini di un dibattito sia considerato una "censura". Nessuno ha "diritto" a scrivere sulle mie pagine, conviene a me e a tutti noi che sulle mie pagine e sulle pagine di altri sia possibile un dibattito il più aperto e civile possibile.

Per la questione giornalisti-lettori-social network, può valere lo stesso ragionamento. Se un giornalista è su twitter, tanto per fare un esempio, può decidere di non 'interagire' e di non creare una 'relazione' con i suoi lettori/followers, e questo avrà un certo tipo di conseguenze/effetto.

Ma il futuro dell'informazione sta passando anche da qui, da questa scelta.

Questo post 'La relazione con i lettori e il futuro dell’editoria'riportato da 40k, si rivolge agli editori tradizionali, e secondo me vale un po' per tutti giornalisti/testate/autori...

Gli editori tradizionali diventano sempre meno rilevanti e tendono a scomparire, a meno che non riescano a stabilire legami autentici con i lettori. Ciò che la maggior parte delle persone non capisce riguardo l’editoria è che gli editori tradizionali non sono interessati ai lettori e non stabiliscono relazioni con loro. Gli editori fanno accordi con gli autori e prestano attenzione ai distributori. Sui lettori sanno poco e niente. Al contrario, Amazon sa tutto dei suoi clienti che acquistano libri e stabilisce relazioni molto strette con loro, suggerendo i prossimi acquisti, notificando quando un libro del loro autore preferito viene pubblicato e così via. In un’era in cui il consumatore diventa il re, Amazon ha capito questo, gli editori no. E questo traccia il loro destino.

E a proposito di 'cura' dei lettori interessante la scelta di Einaudi che riporta il giudizio (anonimo) di un lettore di Amazon nella quarta di copertina di «Rosa candida»di Audur Ava Ólafsdóttir. Ne parla oggi il Corriere della Sera con un articolo di Filippo La Porta, dal titolo emblematico: Quando il lettore (e non il critico) certifica la qualità del libro.

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Polonia: i movimenti di protesta che sfidano il potere in nome dei diritti e della democrazia


[Tempo di lettura stimato: 8 minuti]

Quando si parla di Polonia il riferimento al populismo nazionalista è immediato sebbene alle ultime elezioni amministrative dello scorso ottobre si sia assistito ad un leggero cambio di tendenza almeno nelle grandi città. In costante crescita economica, il Paese è governato dall'ottobre del 2015 dal partito di estrema destra - Diritto e Giustizia (PiS) - che si oppone alle leggi democratiche europee attentando alla libertà e all'autonomia dei media, del sistema giudiziario e delle donne con le sue molteplici derive autoritarie tenute a freno dall'Unione europea. Ciononostante - o molto più probabilmente proprio per questo - come scrive Christian Davies in un articolo pubblicato sul Guardian, numerose sono le realtà di attivismo polacche che sono fiorite o stanno fiorendo nel paese registrando piccoli, grandi successi rispetto a varie questioni che stanno a cuore ai cittadini: dall'educazione sessuale alla qualità dell'aria e allo stato di diritto, dalle piste ciclabili e gli spazi pubblici alla trasparenza e alla partecipazione ai processi decisionali locali.

«L'ironia è che con Diritto e Giustizia al potere, le persone stanno iniziando ad aprire gli occhi sull'importanza dei diritti e del funzionamento delle istituzioni, capiscono quanto c'è da fare», ha dichiarato Katarzyna Batko-Tołuć, direttrice di Watchdog Polska, una ong di Varsavia che si occupa della tutela al diritto all'informazione. «Dopo l'adesione all'Unione europea, molti dei nostri problemi sono stati risolti e siamo diventati compiacenti e passivi. Ora che le persone vedono che la democrazia è a rischio, si rendono conto di quanto sia preziosa e che si deve fare qualcosa per proteggerla. Sono molto ottimista rispetto a quello che sta accadendo in Polonia».

Anche Patryk Białas, un ambientalista eletto da poco al consiglio comunale della città di Katowice condivide l'opinione di Batko-Tołuć: «Sta succedendo qualcosa, qualcosa è cambiato».

In effetti il quadro che si delinea si compone di più realtà impegnate, sparse sull'intero territorio nazionale, nonostante oggettive difficoltà.

Ambiente ed ecologia sono tra le “cause” che hanno spinto il maggior numero di cittadini ad organizzare manifestazioni di protesta. Tra queste una campagna condotta dagli attivisti locali, nella regione orientale di Podlasie, contro il disboscamento illegale da parte dello Stato di ciò che resta dell'antica foresta vergine di Białowieża che migliaia di anni fa si estendeva in tutta Europa e che è stata inserita nell'elenco dei patrimoni dell'umanità dell'UNESCO. A differenza della parte bielorussa del sito (interamente classificato come patrimonio UNESCO), quella polacca è divisa in un parco naturale - dove l’abbattimento di alberi è vietato - e in una foresta commerciale gestita dal dipartimento forestale nazionale.

L'antica foresta vergine di Białowieża via Greenpeace

Ad aprile dello scorso anno, grazie anche alla pressione dei cittadini che hanno messo in atto varie iniziative, la Corte europea di giustizia ha emesso un parere definitivo secondo cui la Polonia aveva infranto le regole comunitarie consentendo un abbattimento di alberi indiscriminato. Purtroppo, però, l'adozione del provvedimento non ha scongiurato definitivamente il pericolo. Alla fine del mese di gennaio di quest'anno una coalizione di gruppi ambientalisti ha diffuso una dichiarazione congiunta in cui ha portato alla luce e criticato un nuovo tentativo da parte del dipartimento forestale di riavviare il disboscamento commerciale nella foresta. "Questa è una palese infrazione delle decisioni dell'UNESCO che può violare le direttive dell'UE e riaccendere il conflitto sulla nostra foresta. Le ferite inflitte da Jan Szyszko (ex ministro dell'Ambiente) alla foresta di Białowieża non si sono ancora risanate e il dipartimento forestale sta mettendo in atto un nuovo tentativo di disboscamento a fini commerciali", si legge nel comunicato.

Proteste per la tutela della foresta di Białowieża via Greenpeace

Lo scorso anno, in Silesia, i residenti della regione si sono battuti - raggiungendo l'obiettivo lo scorso settembre - per la chiusura di uno stabilimento che si occupava della produzione, altamente tossica, di coke (carbone poroso ottenuto come residuo dalla distillazione secca del carbon fossile) che aveva provocato un peggioramento della qualità dell'aria e l'aumento dell'incidenza di tumori nella zona.

La vittoria è stata ottenuta con una campagna di pressione sostenuta dalla ong ClientEarth che dal 2008 si occupa di diritto ambientale aiutando cittadini e altre ong a intentare cause per la salvaguardia dei territori e della salute degli abitanti.

A Varsavia, un gruppo di genitori sta conducendo una campagna per fare pressione sulle autorità locali per combattere lo smog. Stessa iniziativa a Cracovia dove la qualità dell'aria è una delle peggiori in Europa (tra tutti i paesi dell'Unione europea la Polonia è la nazione con l'aria più inquinata).

Nel periodo invernale, col freddo, le città polacche soffrono di livelli di smog che arrivano a competere con luoghi notoriamente inquinati come Pechino. Nel rapporto pubblicato lo scorso anno dall'Agenzia europea dell'ambiente si legge che ogni anno oltre 45.000 polacchi muoiono prematuramente a causa della scarsa qualità dell'aria. Nessun'area si salva, neanche le zone di montagna. Il problema è in gran parte dovuto alla produzione di carbone: sono circa 19 milioni le persone che lo utilizzano per il riscaldamento. Per rendersi conto della portata del problema basti pensare che l'80 percento delle abitazioni private che usano il carbone negli stati appartenenti all'Unione Europea si trovano in Polonia. Comunemente indicato come "oro nero", il carbone è l'alternativa “casalinga” autonoma al gas russo ed è parte integrante della vita quotidiana del paese.

Quando lo scorso dicembre rappresentanti di tutto il mondo si sono riuniti a Katowice (a un'ora di viaggio da Cracovia dove il 19 dicembre 2017 è stata inaugurata la più grande unità di produzione a carbone d'Europa) per partecipare alla Conferenza mondiale sul clima delle Nazioni Unite la questione che più di tutte rimbalzava nei corridoi e nelle sale conferenze era la ricerca di una soluzione per diminuire gradualmente l'uso del carbone in Polonia fino ad arrivare alla sua completa eliminazione.

Sette anni fa, proprio a Cracovia, Andrzej Guła ed alcuni amici hanno fondato l'associazione Krakow Smog Alert per informare i cittadini sul problema dello smog in città.

Secondo quanto riportato da Guła il governo polacco non si preoccupa di allertare la cittadinanza quando viene superato il limite di sicurezza consentito e probabilmente non lo farà fino a quando l'inquinamento non violerà le leggi internazionali. Gula - ironizzando con amarezza - pensa che probabilmente il governo ritiene che i polacchi siano “speciali”. «Abbiamo polmoni d'acciaio», dice intervistato da PRI. «Siamo progettati appositamente per sopportare questo livello di smog».

Per coordinare le proprie attività coinvolgendo gli utenti e per pubblicare dati sulla qualità dell'aria e sui livelli emessi di materiale particolato - uno dei componenti più nocivi dello smog - Krakow Smog Alert ha creato una pagina Facebook seguita da più di 52.000 persone. Grazie alla pressione esercitata nel 2013 la città di Cracovia ha approvato una legge che vieta l'uso dei combustibili solidi come il carbone e sovvenziona i residenti che decidono di sostituire le vecchie caldaie. Il divieto dovrebbe entrare in vigore quest'anno.

Cracovia Omar Marques/SOPA Images/LightRocket

Di diversa natura l'impegno dei cittadini della città di Poznań che si sono attivati organizzando una campagna per far conoscere all'opinione pubblica le accuse di pedofilia mosse contro la chiesa cattolica polacca.

A Varsavia Jan Lawrynowicz e Piotr Przytula hanno creato un gruppo di attivisti locali che ha scoperto l'esistenza di una serie di falsi account utilizzati per sostenere le scelte politiche dei funzionari locali. «Abbiamo scoperto a livello locale il tipo di meccanismo politico che si sta sviluppando in tutto il mondo», afferma Lawrynowicz. «È davvero spaventoso quanto sia facile manipolare le persone usando questi stratagemmi».

A Danzica, invece, prima che fosse brutalmente ucciso lo scorso 14 gennaio, il sindaco Pawel Adamowicz aveva promosso e presieduto numerose iniziative civiche. Nel 2016, la città ha istituito il primo "gruppo civico" della Polonia per sviluppare politiche sulla prevenzione degli allagamenti composto da 63 cittadini residenti scelti casualmente tra quelli inclusi nel registro elettorale locale per “aumentare il livello di impegno civico nelle aree più difficili della città”. Il comune di Danzica, inoltre, gestisce anche un “programma open data" attraverso il quale pubblica quotidianamente le spese sostenute.

Pawel Adamowicz WOJCIECH STROZYK/REPORTER

«La società civile non riguarda l'assolutismo illuminato imposto dall'alto», aveva dichiarato Adamowicz in un'intervista rilasciata a New Eastern Europe nel 2016. «Si realizza attraverso l'attivismo di imprenditori e di persone che svolgono diverse professioni e hanno varie idee e mediante discussioni e confronti pubblici. È così che si crea la società civile. In Polonia discutiamo molto sui modi per far rispettare questo processo. Abbiamo progetti per raggiungere questo obiettivo, tra cui un bilancio dei cittadini, open data e consultazioni sui social. Certamente Internet e social come Twitter e Facebook hanno contribuito a creare un contatto diretto con i cittadini, nonostante aspetti negativi come l'hate speech. Nonostante questo, continuo a ritenere che il loro impatto sia maggiormente positivo che negativo».

L'ascesa di questi movimenti - secondo Davies - minaccia di rimodellare la politica del paese. Nelle aree urbane, per esempio, si è assistito a un aumento di movimenti cittadini e di reti di attivisti che sfidano i partiti politici tradizionali su questioni di governance, corruzione, pianificazione e ambiente. Alcune autorità locali hanno risposto a questa esigenza di trasparenza introducendo nuovi meccanismi di consultazione innovativi formando dei gruppi in cui volontari e cittadini, selezionati a caso, partecipano al processo decisionale della città e ai bilanci partecipativi.

Questo risveglio civico non si è sviluppato esclusivamente nelle roccaforti dell'opposizione liberale delle grandi città polacche e trova le sue radici in luoghi come Lubartów, una piccola città di poco più di 20.000 abitanti considerata il cuore pulsante del partito Diritto e Giustizia, dove nel 2011 (un anno dopo che la proposta del consiglio comunale di vendere la piazza del paese a privati era stata sonoramente bocciata) Elżbieta Wąs e Anna Gryta (promotrici del movimento contrario alla vendita della piazza) hanno organizzato un sondaggio di opinione a livello cittadino che ha costretto le autorità ad abbandonare un piano per costruire un impianto di trattamento dei rifiuti in una zona residenziale nei pressi del centro della città.

Ben presto, però, Wąs e Gryta hanno capito che protestare contro le singole decisioni, volta per volta, era insufficiente. Se però da un lato le autorità assumevano decisioni sbagliate senza consultare i residenti, dall'altro non era facile coinvolgere cittadini delusi e disillusi nella partecipazione al processo decisionale nel corso di incontri pubblici.

«Ci siamo rese conto che la colpa non è esclusivamente delle autorità», spiega Wąs. «Se la società non lo richiede, se non partecipa al processo di consultazione, se non è presente quando viene assunta la decisione, per le autorità non esistono motivi per avviare consultazioni». Per Wąs la difficoltà risiede anche nel fatto che molte persone non sono consapevoli del proprio diritto di chiedere informazioni mentre quelle che lo sanno hanno spesso paura di esporsi perché temono che le autorità lo percepiscano come un attacco. Il rapporto tra cittadini e autorità in molte zone della Polonia resta imprigionato in una cultura di segretezza e sospetto reciproco, con decisioni importanti prese a livello locale spesso fatte con poca, se non nessuna, consultazione pubblica.

«Quando non conosci i tuoi diritti, preferisci aspettare gli ordini di qualcun altro e pensi di non poter fare concretamente qualcosa», ha detto al Guardian Batko-Tołuć. «Le persone in Polonia sono libere, ma non sanno di essere libere, non si rendono conto di avere il potere di plasmare il proprio futuro. Nella mia esperienza, quando le persone iniziano a conoscere i propri diritti, cominciano ad essere molto sicure di sé».
Con l'esplosione dell'economia, la creazione di posti di lavoro, il rientro di numerosi cittadini polacchi in patria dopo esperienze di lavoro nei paesi dell'Europa occidentale, le aspettative nei confronti delle istituzioni pubbliche nell'offrire standard di vita adeguati sono cresciute. La prova evidente di questo cambiamento di mentalità è stato testimoniato dalle massicce proteste ambientali che si sono tenute lo scorso anno a Mielec, una città di 60.000 abitanti circondata da fabbriche che sono state accusate di inquinamento atmosferico e di aver scaricato sostanze tossiche nei corsi d'acqua.

«La città è stata in grado di crescere economicamente, ma sembrava che fosse sempre la stessa cerchia ristretta di persone esponenti dell'economia e della politica a dominare il Consiglio", racconta Mikolaj Skrzypiec rientrato a Mielec nel 2010 dopo 10 anni trascorsi a Londra. «Ci siamo resi conto che quello che stava accadendo non era giusto e che le autorità non stavano facendo nulla, così abbiamo iniziato a scattare foto e a raccogliere campioni da far analizzare a uno scienziato a Cracovia per far sì che le prove fossero ammissibili in tribunale. Una delle sostanze cancerogene presenti in uno dei campioni che abbiamo consegnato era un milione di volte - intendo letteralmente un milione di volte - superiore al livello previsto dalla legge».

La rabbia è esplosa a marzo dello scorso anno e 15.000 persone - un quarto degli abitanti della città - sono scese in piazza partecipando alla più grande protesta ambientale in Polonia svoltasi dopo il disastro di Chernobyl.

la protesta a Mielec via youtube.com/Damian Gąsiewski

«È stata spontanea, organizzata dal basso sui social media da persone senza esperienze precedenti in campagne. Ero assolutamente sconvolto, davvero felice e orgoglioso del numero di persone presenti» spiega Skrzypiec. «C'erano operai, persone della classe media, persone di sinistra, persone di destra, tifosi di calcio, famiglie, persino impiegati della fabbrica contro cui protestavamo. Non lo dimenticherò mai».

Venerdì 15 febbraio anche in Polonia si è manifestato per il clima, come avviene in molti Stati europei e non solo.

"I manifestanti vogliono sensibilizzare l'opinione pubblica sull'imminente disastro climatico e fare pressioni su governo e multinazionali affinché si intervenga con urgenza per salvare l'umanità", si legge negli eventi Facebook creati per le manifestazioni organizzate a Bialystok, Cracovia, Lublino, Opole, Varsavia.

«Nel complesso tutto quello che sta accadendo è positivo», confida l'attivista Lawrynowicz. «Non vinceremo tutte le battaglie, ma stiamo facendo progressi. Le persone stanno diventando più consapevoli, stanno iniziando a combattere. Alla fine cambieremo questo paese».

Foto in anteprima ANSA via tgcom24

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Regno Unito, migliaia di studenti in piazza per salvare il pianeta


[Tempo di lettura stimato: 4 minuti]

È toccato oggi agli studenti del Regno Unito svuotare le classi e scendere in piazza per unirsi al movimento internazionale di protesta per il cambiamento climatico, in costante ascesa in Europa e nel mondo.

Ispirati da Greta Thunberg, l'attivista 16enne svedese giunta alla 26esima settimana di protesta per il clima (con oggi 6 mesi) all'esterno del parlamento a Stoccolma, giovani attivisti di 40 città - tra cui Belfast, Birmingham, Cambridge, Liverpool, Londra, Manchester, Oxford - hanno abbandonato scuole, college e università nella mattinata di oggi per marciare e manifestare preoccupazione per l'assenza di provvedimenti seri a difesa dell'ambiente affiancandosi ai coetanei di Belgio, Germania, Paesi Bassi, Svezia, Svizzera e a quelli australiani che per primi, a novembre dello scorso anno, hanno aderito allo sciopero scolastico.

Anna Taylor, 17 anni, co-fondatrice del movimento degli studenti britannici per il clima e organizzatrice dello sciopero odierno, in un'intervista al New York Times ha dichiarato: «Sono sempre stata affascinata dai temi riguardanti l'ambiente e informata su questioni come il cambiamento climatico e vita sostenibile, ma vedere migliaia di ragazzi scioperare in tutto il mondo mi ha ispirato a fare qualcosa in prima persona».

Leggi anche >> La storia di Greta, 16 anni, che ogni venerdì protesta davanti al Parlamento svedese contro il cambiamento climatico

Per il Regno Unito si tratta della prima protesta per il clima coordinata a livello nazionale. Gli studenti chiedono al governo di dichiarare lo stato di emergenza, di informare l'opinione pubblica della minaccia incombente e di inserire il cambiamento climatico come priorità nell'agenda politica nazionale.

«Sull'argomento, a scuola, ci viene insegnato qualcosa ma non abbastanza, e la gravità della situazione non è presa in considerazione", ha proseguito Taylor.

L'iniziativa di oggi ha suscitato reazioni diverse negli istituti scolastici: alcuni dirigenti e professori hanno incoraggiato i propri studenti ad unirsi alle proteste, altri hanno minacciato di punirli.

https://twitter.com/clairefrwordley/status/1096377934032576513

A Christiane Amanpour che l'ha intervistata mercoledì scorso Taylor ha spiegato: «Non vogliamo scioperare per saltare la scuola. Lo facciamo perché è l'unico modo per farci ascoltare».

Bonnie Morely, giovane attivista di 16 anni che ha partecipato alle proteste con otto compagni di scuola, ha raccontato che il suo dirigente scolastico ha eliminato i manifesti affissi negli spazi previsti che pubblicizzavano l'evento.

«Ci stanno trattando come se facessimo qualcosa di veramente sbagliato. Il futuro del nostro pianeta sembra davvero cupo e tutti i politici sembrano essersi addormentati. Dobbiamo svegliarli. Migliaia di ragazzi nelle strade hanno fatto proprio questo».

Leggi anche >> Cambiamento climatico: siamo l’ultima generazione che potrà combattere l’imminente crisi globale

In una lettera indirizzata al dirigente scolastico di una scuola che non ha autorizzato gli studenti a partecipare all'iniziativa di oggi, il papà di un'alunna oltre a comunicare la partecipazione della figlia all'evento pone una serie di domande alla luce del fallimento delle azioni intraprese finora (appelli firmati, lettere ignorate) e a una serie di eventi che hanno caratterizzato gli ultimi anni che non lasciano presagire nulla di positivo per le prossime generazioni.

“L'educazione che stai impartendo ai nostri figli - chiede il papà - include un insegnamento adeguato sulle conseguenze negative del cambiamento climatico? Il piano di studi prevede l'insegnamento ai tuoi studenti di come fronteggiare gli scenari peggiori? Stai insegnando come vivere uno stile di vita a bassa emissione di carbonio? Stai cambiando il sistema scolastico per ridurre l'impatto ambientale della scuola? La scuola ha fermato gli investimenti in combustibili fossili? Se non stai informando i tuoi studenti sulla crisi climatica, gli stai almeno insegnando come adattarsi a vivere in un mondo in cui la temperatura sarà di 4-8 gradi superiore rispetto a quella attuale?”.

L'iniziativa di oggi ha ricevuto alcune critiche dai negazionisti del cambiamento climatico che sostengono - nel Regno Unito come altrove - che gli attivisti sono manipolati da politici e organizzazioni ambientaliste.

Lo scorso mercoledì 224 accademici, tra cui 100 professori, hanno espresso il proprio sostegno allo sciopero di oggi con una lettera aperta pubblicata dal Guardian dove si legge che "i fatti tragici e disperati" dovuti al cambiamento del clima - e la mancanza di un'azione significativa da parte dei politici - lasciano ai giovani poche possibilità se non quella di prendere in mano la situazione.

“Come molti di noi e altri colleghi accademici hanno già spiegato su questo giornale [lo scorso 26 ottobre 2018] le prove scientifiche del cambiamento climatico sono chiare. Ad esempio, l'ufficio meteorologico ha confermato che l'estate del 2018 è stata la più calda mai registrata in Gran Bretagna. L'ondata di caldo ha colpito le colture in tutta Europa, con raccolti di frumento e patate ridotti di un quarto, incidendo sui prezzi dei prodotti alimentari. Allo stesso modo, l'Australia sta vivendo eventi meteorologici più "caldi". Come i cittadini in tutto il mondo potranno sapere e testimoniare, molti sono gli esempi ugualmente inquietanti che possono essere fatti. Non possiamo crescere i nostri figli senza la natura”, si legge nella lettera.

«Le voci dei giovani sono troppo spesso lasciate fuori dalla discussione quando si parla di cambiamento climatico», ha dichiarato Jake Woodier, membro della Youth Climate Coalition del Regno Unito, un'organizzazione giovanile senza scopo di lucro che lavora per organizzare azioni positive sul cambiamento climatico.

«Il nostro attuale percorso è completamente incompatibile con un ambiente pulito e sicuro non solo per noi stessi, ma anche per le generazioni future".

Un secondo sciopero è previsto il 15 marzo e sarà incluso in un evento di portata mondiale che vedrà la partecipazione di tutti gli studenti che vorranno aderire.

Foto in anteprima via Jake Woodier

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Perché l’accordo sulla direttiva Copyright è pessimo


[Tempo di lettura stimato: 7 minuti]

Dopo oltre due anni di dialoghi abbiamo finalmente il testo della direttiva Copyright (qui il comunicato stampa) che sarà sottoposto al vaglio del Parlamento europeo per l’approvazione finale.

Il 18 gennaio scorso il Consiglio dell’Unione europea aveva respinto il mandato negoziale per la fase finale, a seguito dell’opposizione di ben 11 paesi. L’agenda dei negoziati venne, infatti, sospesa temporaneamente e il meeting del 21 gennaio cancellato.

Leggi anche >> La battaglia sul copyright alle battute finali: le forze in campo e i diritti dei cittadini da salvaguardare

Poi, nonostante permanga l’opposizione di ben sette di quei paesi, Francia e Germania hanno negoziato un accordo tra loro che sblocca la situazione. La Francia era contraria all'introduzione di un’esenzione per le piccole e micro imprese, con riferimento all'articolo 13, mentre la Germania insisteva sui tale punto (leggi articolo della parlamentare Julia Reda). Alla fine raggiungono un accordo che riavvia le negoziazioni, le quali si chiudono il 13 febbraio con la finalizzazione del testo.

Cosa prevede il testo

Articolo 11 (diritti accessori per gli editori)

L’articolo 11 crea un nuovo diritto a favore degli editori (leggi Europa, una tassa sui link a favore degli editori. Perché è sbagliata) in base al quale essi dovranno autorizzare espressamente ogni ripubblicazione delle notizie. Il testo finale ricalca da vicino una legge approvata tempo fa in Germania, che non ha portato nemmeno un euro in più nelle casse dell’industria editoriale o di qualche giornalista. Prevede che la riproduzione di articoli di notizie dovrà essere soggetta ad una licenza, tranne nei casi in cui si tratti di “singole parole o estratti brevi”. Non vi è alcuna eccezione per organizzazioni no profit o blog, e comunque il testo apre a notevole incertezza giuridica perché non c’è alcuna definizione di “brevi estratti”. In sostanza anche un titolo con un link sarà quasi certamente soggetto alla norma. I termini saranno precisati dalle normative nazionali col rischio di 28 sistemi diversi e quindi di una frammentazione del nuovo diritto.

La norma in questione non tutela affatto gli autori, ma mira palesemente a proteggere gli investimenti economici, così “coprendo” qualsiasi contenuto indipendentemente da una loro “originalità”.

Una norma simile è stata approvata in Spagna, con la conseguenza di concentrare il traffico nelle mani dei grandi editori, a svantaggio dei piccoli editori e dei siti di news minori. Google ha già precisato che non firmerà accordi con tutti gli editori, ma valuterà caso per caso. Questo perché per il gigante di Mountain View già il traffico che direziona verso il sito dell’editore ha un valore economico. Nel caso di rifiuto, l’editore potrà decidere tra fornire gratis i contenuti oppure non comparire sui servizi di Google. È probabile che ci perderanno i “piccoli” editori.

Articolo 13 (filtri di caricamento)

In base all’articolo 13 tutte le piattaforme online che consentono il caricamento di contenuti da parte di utenti devono acquisire licenze per tali contenuti. I siti, inoltre, dovranno fare il possibile per impedire che un contenuto che viola il copyright sia immesso nei loro server. Non è prevista un’eccezione generale per le PMI (piccole medie imprese), ma una serie di criteri di esenzione per le imprese che:

  • Sono disponibili al pubblico da meno di 3 anni.
  • Hanno un fatturato annuo inferiore ai 10 milioni.
  • Hanno meno di 5 milioni di visitatori unici al mese.

Le conseguenze sono ovvie. Innanzitutto è impossibile per una piattaforma acquisire le licenze per tutti i contenuti possibili ed immaginabili (visto che la licenza dovrà essere acquisita prima del caricamento). E sicuramente si tratta di un compito improponibile per le piccole aziende. Inoltre, l’obbligo di fare il possibile per impedire il caricamento di contenuti in violazione del copyright potrà essere ottemperato solo con l’utilizzo di strumenti di filtraggio dei contenuti immessi dagli utenti. Andranno filtrati tutti i contenuti, quindi testo, musica, audio, immagini, mappe, diagrammi, foto, video, film, software, modelli 3D ecc…, per alcuni dei quali semplicemente non esistono sistemi di filtraggio. Il costo di tali sistemi costituirà una barriera all’ingresso del mercato per le piccole aziende.


Teniamo presente che i sistemi di filtraggio, oltre che essere costosi, sono imprecisi e ampiamente soggetti ad abusi. Oggi siamo al punto che vengono utilizzati a fini di estorsione. Un “piccolo” artista, ad esempio, che guadagna pubblicando sue opere su YouTube, viene bersagliato da false dichiarazioni di violazione del copyright. Poiché se tali reclami si susseguono il sistema prevede la cancellazione dell’account dell’utente, è possibile che all'artista venga richiesto di pagare per evitare che il suo account sia cancellato (così perdendo la sua fonte di guadagno). Le grandi aziende del copyright hanno accessi privilegiati e quindi possono rimettere online i loro contenuti senza problemi, i “piccoli” no, e quindi rischiano. In breve il sistema “disincentiva” a fare da soli senza intermediari (la grande industria).

Infine, se un tribunale dovesse verificare che le attività poste in essere dalla piattaforma non sono sufficienti, questa diverrà direttamente responsabile per i contenuti immessi dagli utenti. L’ovvia conseguenza è che le piattaforme applicheranno i sistemi di filtraggio in maniera molto restrittiva per evitare di doverne rispondere, con evidenti ricadute sulla libertà di espressione e limitazioni per i diritti dei cittadini in rete.

Ovviamente si potrebbe rispondere che l’esenzione sia stata prevista proprio per ovviare al problema, purtroppo è configurata in modo da non essere applicabile nella maggioranza dei casi, coprendo solo quelle realtà che sono talmente piccole da non impensierire minimamente la grandi piattaforme del web. Ad esempio, le classiche piattaforme che aiutano proprio gli artisti e i creatori non rientrano nell’eccezione. Come Patreon, una piattaforma molto utilizzata da produttori video, artisti web, scrittori e musicisti che preferiscono rivolgersi direttamente ai loro utenti senza intermediazioni della grande industria. A significare che la riforma non è studiata affatto per tutelare gli artisti bensì le grandi aziende.

L’Europa sta promuovendo il Digital Single Market, il mercato unico digitale al fine di alimentare l’economia europea e creare posti di lavoro. Questa direttiva, invece, scoraggerà proprio quelle aziende che nascono nell’ambiente digitale, e quelle già nate saranno scoraggiate dal crescere per non incappare in obblighi piuttosto pesanti. Il segnale inviato alle imprese è ovvio: andate altrove.

Il testo, inoltre, prevede un’eccezione per i contenuti costituenti satira, parodia, citazione, critica. La norma stabilisce che gli Stati devono assicurare la tutela delle esistenti eccezioni in tale materia, peccato che tali eccezioni non siano previste in tutti gli Stati, con notevoli problemi nell’applicazione pratica. Oltretutto rimane sempre il problema principale che i contenuti sono “valutati” automaticamente dal sistema di filtraggio, quando è notorio che un software del genere è assolutamente incapace di stabilire se ad un contenuto sia applicabile un’eccezione.

Articolo 3 (Text and Data Mining)

L’eccezione per il Text and Data Mining è stata ostacolata al punto che i titolari dei diritti possono impedire che i loro lavori siano documentati e utilizzati da terzi, tranne se si tratta di organizzazioni di ricerca.

Perché è un pessimo testo

L’attuale testo della direttiva appare confuso, mal scritto e privo di effettive definizioni, per cui molto dipenderà dall’attuazione dei singoli Stati. Si presenta come il risultato di un compromesso tra i desiderata dell’industria dei contenuti, alleata con la grande editoria, e le esigenze delle grandi piattaforme del web. Entrambe, infatti, dietro le quinte si sono mosse con persistenti attività di lobbying. Il testo, nella sua progressione, è stato più volte modificato concentrando su di sé una quantità crescente di critiche, non solo da parte dei cittadini, ma anche di interi settori della stessa industria che inizialmente spingeva per l’adozione della riforma. Nonostante ciò, il legislatore si è mostrato del tutto impermeabile, andando avanti senza curarsi delle voci contrarie, neanche se provenienti da esperti di tutto rispetto.

La situazione è tale che alcuni commentatori si sono spinti fino a chiedersi se il legislatore sapesse di cosa sta parlando. E tale dubbio è stato alimentato anche da “incidenti” piuttosto sintomatici, come l’emendamento sugli eventi sportivi approvato in commissione JURI senza che se ne accorgessero (“Someone amended this. No one had been aware of this”). Poi rimosso.

È, però, piuttosto difficile credere che a fronte di una petizione di oltre 4 milioni di cittadini e così tante critiche, il legislatore non sappia esattamente cosa sta facendo. In realtà, almeno nei suoi principi, il risultato è esattamente quello voluto da chi ha portato avanti la riforma. Per questo si è arrivati a nascondere gli effetti delle norme, a minimizzare e perfino a mentire su alcuni punti, pur di portare avanti questo testo. Basta leggere il Q&A sulla riforma, un esempio di vera e propria disinformazione e “propaganda” istituzionale.

Lì, ad esempio, si legge che la riforma non creerebbe nuovi diritti a favore di giornalisti e creativi, nascondendo che la riforma crea, invece, un nuovo diritto a favore degli editori, un qualcosa che prima semplicemente non esisteva. Lì si legge che la riforma non è indirizzata all’utente finale, nascondendo però che l’impatto sul cittadino-utente finale sarà molto pesante.

Soprattutto, lì si legge che le grandi piattaforme online e gli aggregatori di news saranno motivate a stipulare accordi con le aziende dei contenuti, e saranno incentivate perché, altrimenti, risponderanno di eventuali violazioni del copyright. L’obiettivo, nemmeno tanto velato, è quello di costringere le grandi piattaforme del web a pagare l’industria del copyright. Il resto, i diritti dei cittadini, gli artisti, le piccole aziende, le start-up, sono solo meri accidenti sul percorso. L’industria tecnologica, l’industria emergente (se ancora la si può ritenere tale) “deve” pagare l’industria dei contenuti e l’editoria, l’industria più vecchia ed incapace di adattarsi all’ambiente digitale, se vuole continuare a fare il suo business. E come contentino, si introducono degli obblighi talmente stringenti che finiscono per porre delle barriere all’ingresso del mercato delle piattaforme del web, che potranno consolidare la loro posizione semi monopolistica. Il cerchio si chiude.

È sintomatico che nel Q&A le telefonate e le mail inviate dai cittadini preoccupati ai parlamentari, invece di essere salutate come esempio di partecipazione al dibattito pubblico, addirittura sono tacciate di campagna lobbistica, laddove non c’è menzione, di contro, della massiccia campagna lobbistica portata avanti dalla grande industria, sia tecnologica che del copyright e editoriale (leggi: Copyright Directive: how competing big business lobbies drowned out critical voices), quest’ultima responsabile dell’80% dell’attività di lobbying in materia. Oltre a quelle poche, anzi pochissime (praticamente una sola, visto che ContentId di YouTube di fatto è basato sulle licenza di Audible Magic), aziende che vendono i sistemi di filtraggio (qui thread su Twitter). Quella, evidentemente, va bene.

The voices of civil society organisations, small platforms, libraries, academics, citizens and even the UN Special Rapporteur on Freedom of Opinion and Expression were the collateral damage of the dispute between competing big business lobbies. Lobbyists and groups with a vested interest dominated the debate, while citizens’ opinions and interests were crowded out of the discussion (dal rapporto di Corporate Europe Observatory)

Le principali voci critiche

Lettera di Sir Tim Berners-Lee e 70 esperti inviata al Parlamento europeo, per la soppressione dell’articolo 13.

Lettera di oltre 50 ONG a tutela dei diritti umani inviata al Parlamento europeo per la soppressione dell’articolo 13.

Lettera degli accademici di 25 centri di ricerca sulla proprietà intellettuale per la soppressione dell’articolo 13.

Raccomandazione di 56 studiosi sulla incompatibilità dell’articolo 13 con la normativa comunitaria.

Gli editori di media innovativi esprimono la loro preoccupazione sull’articolo 13.

Allied for startup spiega che il filtraggio dei contenuti ridurrà la competizione e l’innovazione in UE.

Oltre 110 MEP criticano l’articolo 11.

Parere del relatore speciale dell’ONU sulla libertà di espressione contro l’articolo 13.

Lettera della coalizione Innovative Media Publishers, insieme a 37 associazioni di editori di piccole e medie dimensioni contro l’articolo 11.

E adesso?

Il testo passa al Parlamento europeo che potrà comunque apportare delle modifiche, oppure decidere di approvarlo o rigettarlo. Il voto in plenaria potrà avvenire a fine marzo (25) o agli inizi di aprile (4).

Leggi anche >> I danni che la direttiva sul copyright farà alle nostre libertà e cosa possiamo fare per contrastarla (Perché una riforma del copyright serve ma non questa riforma)

Su SaveYoutInternet puoi controllare come hanno votato i parlamentari europei.

Puoi ancora firmare la petizione.

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Imprenditori che non trovano manodopera. Le vere domande da porsi


[Tempo di lettura stimato: 6 minuti]

Ancora due storie derubricate alla voce “offro lavoro ben pagato ma nessuno che vuole lavorare” provenienti dal Veneto. Ancora una volta è Il Gazzettino a farsi carico dell’allarme lanciato da due imprenditori che hanno lamentato le loro ricerche infruttuose di personale.

A Reschigliano di Campodarsego, in provincia di Padova – più o meno dove si trova la Antonio Carraro, l’azienda produttrice di trattori che poco più di un anno fa aveva detto a Il Gazzettino di “non riuscire a trovare 70 dipendenti nonostante si offrisse un contratto di tutto rispetto”, salvo poi ricevere più di 5mila curriculum in pochi giorni dopo l’articolo pubblicato sul quotidiano veneto – Stefano Brigato gestisce insieme al cognato Guglielmo Peruzzo lo storico panificio del paese, rilevato 35 anni fa. Da tempo, dice a Il Gazzettino in un articolo pubblicato lo scorso 11 febbraio, cerca un apprendista ma senza successo. Sulla vetrina del suo negozio è esposto il cartello “Cercasi apprendista panettiere”, da assumere a tempo pieno con contratto regolare. Brigato propone uno stipendio che arriva fino a 1400 euro al mese, «un ottimo stipendio considerando anche che in tanti settori si lavora di più per una retribuzione minore», ma nonostante i tanti curriculum arrivati, i colloqui fatti e i periodi di prova iniziati, la ricerca continua.

Il motivo? Secondo Brigato la particolare tipologia del lavoro: «Condizione necessaria per svolgere la professione è il lavoro notturno, che viene retribuito con una maggiorazione del 50%. (...) Si inizia alle 2 di notte e si stacca alle 9 di mattina ma rispetto a un tempo l’attività è meno faticosa. Le impastatrici automatiche, la lievitazione programmabile e i forni a gas computerizzati hanno alleggerito molto il peso della produzione». Qui, spiega il titolare del panificio, nasce il problema: «Sempre meno giovani sono disposti ad affrontare i faticosi orari tipici di questo lavoro. Preferiscono lo sballo e il divertimento anziché il sacrificio».

In un'intervista a Il Fatto Quotidiano, Brigato aggiunge che c'è anche un problema di mancato incontro tra esigenze degli imprenditori e mondo della formazione: ​«La nostra associazione dovrebbe collaborare di più con le scuole alberghiere per attivare ad esempio corsi di panificazione. Dobbiamo far capire ai giovani che questo mestiere resiste sempre alla crisi. Già perché, che sia una michetta o un ricercatissimo sfilatino farcito di olive, il pane sulla tavola non manca mai».

L’articolo de Il Gazzettino viene rilanciato da altre testate, anche nazionali, fino a essere ripreso dal TgR Veneto e dal Tg1 che, in un servizio del 12 febbraio, presenta la vicenda del panificatore che non trova apprendisti come “un problema diffuso in Veneto”.

Il giorno dopo l’intervista al quotidiano veneto cominciano, però, ad arrivare le candidature da tutta Italia. «Abbiamo dovuto staccare dal lavoro per rispondere a tutti», dichiara Brigato al Corriere della Sera. E, dopo tanti colloqui, alla fine della giornata, un ragazzo è stato assunto in prova per 45 giorni, al termine dei quali, “se avrà dimostrato il suo valore e la sua attitudine al lavoro di panettiere potrà frequentare un corso professionale a Padova”.

Sempre in quei giorni, Il Gazzettino racconta le difficoltà di Mirco Beraldo, titolare dei Cantieri Nautici Beraldo a Ca’ Noghera a Venezia, a reperire tre figure professionali: un fabbro, un meccanico e un geometra. Anche in questo caso, spiega il quotidiano, sono offerti un contratto regolare, un buono stipendio e formazione interna in caso di candidati non professionalmente qualificati. «Non sappiamo più da che parte girarci», spiega il titolare dell’azienda al Corriere del Veneto, che aveva ripreso la notizia. «Quando diciamo che si dovrà lavorare il sabato e la domenica, la maggior parte rinuncia. C’è chi mi ha detto che no, non poteva, perché lui nel fine settimana deve andare con la moglie al centro commerciale». Oppure, prosegue Beraldo, c’è chi in sede di colloquio è interessato esclusivamente all’ammontare dello stipendio e al periodo di ferie.

L’azienda, prosegue il Corriere del Veneto, propone una contratto nazionale da metalmeccanico, inizialmente a tempo determinato per un periodo di un anno, con una retribuzione di base a partire da 1250 euro al mese fino a 1600 a seconda delle qualifiche presentate. Gli orari di lavoro cambiano a seconda della stagione: «Generalmente, in inverno, si parla di 6 o 7 ore al giorno, ma se piove e non ho bisogno degli operai mando a casa quelli in più pagando comunque la giornata. Il lavoro aumenta nel fine settimana perché è soprattutto in quei giorni che i nostri clienti usano la barca», spiega Beraldo che, di fronte alle difficoltà di trovare dipendenti, si chiede «se veramente in Italia c’è bisogno di lavorare».

Posta così la questione, sembrerebbe di trovarsi di fronte a un nuovo annuncio mascherato da notizia, come già accaduto nel recente passato. «Se le cose stanno effettivamente come dice, adesso che ha reso pubblica questa difficoltà credo verrà sommerso dai curricula», ha commentato a caldo sempre sul Corriere del Veneto il segretario generale della Fiom Cgil metropolitana di Venezia Antonio Silvestri.

Abbiamo contattato Beraldo e la questione è un po’ più complessa. Innanzitutto, l'imprenditore ha detto a Valigia Blu che dopo l'uscita dell'articolo sono arrivate candidature da tutta Italia e ha aggiunto che sta cercando le tre figure professionali richieste da più di due anni senza porre distinzioni d’età («dai 25 agli oltre 50 anni») o provenienza («li cerco da tutta Italia, non è importante dove risiedono») proponendo, come già riportato da altre testate, «una paga base a partire da 1250 euro netti come previsto dal contratto nazionale metalmeccanici, un mese di ferie e due giorni di riposo compensativo a settimana». A differenza di altri lavori, l’azienda chiede di lavorare il sabato e la domenica e il mese di agosto quando i cantieri nautici sono a pieno regime. Quando abbiamo chiesto come mai in due anni non sia riuscito a trovare nessuno, Beraldo ci ha risposto che alcune persone hanno iniziato a lavorare ma dopo alcune settimane o un mese hanno rinunciato e sono andate via. 

Ci troviamo di fronte a una situazione diversa, dunque, dal “cerco dipendenti ma non si presenta nessuno”, visto che, in alcune occasioni, le figure professionali richieste sono state trovate ma poi sono andate via. Al centro c'è la questione del mancato incrocio tra domanda e offerta di lavoro che il format dell’“offro lavoro ma nessuno vuole lavorare” tende a nascondere puntando invece l’attenzione su chi, spesso giovani, preferirebbe una vita agiata al sacrificio richiesto dal doversi alzare ogni mattina e andare a lavorare.

A Beraldo abbiamo chiesto le criticità e i motivi di questo mancato incontro tra domanda e offerta di lavoro: è una questione di canali di reclutamento che non funzionano più? Di formazione tra scuola, impresa e università? Ma il titolare dell’azienda di cantieri nautici ci ha risposto che, secondo il suo punto di vista, il grosso ostacolo è legato al dover lavorare nei giorni festivi e nei mesi estivi.

Secondo il segretario generale della Fiom Cgil metropolitana di Venezia, Antonio Silvestri, le vicende del panificatore di Campodarsego e dell’imprenditore di Ca’ Noghera, richiedono un approccio diverso alle questioni che sollevano: «Mi dà fastidio far passare la narrazione dei fannulloni che non vogliono lavorare e che dovrebbero accettare tutto quello che viene loro proposto. Il lavoro è tale se è dignitoso altrimenti andrebbe chiamato in un altro modo. Si parla tanto dei giovani che rifiutano tutto, ma a me sembra che questa generazione invece si stia abituando a condizioni lavorative molto più precarie di quelle delle generazioni passate».

«Prima di spiegare il perché una persona non si presenti a un colloquio o rinunci a un lavoro come una questione di mancata volontà», dice Silvestri a Valigia Blu, «si dovrebbe indagare cosa si fa nelle aziende: quali sono le condizioni lavorative? Si lavora in condizioni di sicurezza? Sono garantiti i diritti dei lavoratori?».

Prima di parlare di «schizzinosi che non accettano le offerte di lavoro», prosegue Silvestri, bisognerebbe «verificare qual è la gestione dei turni di lavoro, quante ore si lavora, qual è la busta paga e se sono garantiti riposo compensativo e straordinari in caso di impiego nei giorni festivi. Sono queste le domande che andrebbero fatte quando si scrivono articoli su queste storie, anche perché noi non viviamo in un paese dove c’è la cultura del turn over e uno decide di rinunciare a un lavoro per provare altro. Da noi una persona rinuncia a un lavoro per due motivi: o ha trovato di meglio o non si è trovato bene dove lavorava. E allora chiediamoci cosa accadeva nel luogo di lavoro, raccogliamo tutti i punti di vista».

La questione è, dunque, più generale, va oltre il caso specifico dei cantieri Beraldo e riguarda come dovrebbero essere raccontate queste storie per cominciare a dare la giusta rilevanza alle criticità che sollevano da tutti i punti di vista, quello degli imprenditori e quello dei lavoratori (la formazione, il mancato incontro tra domanda e offerta, le condizioni di lavoro, il bilanciamento tra vita e lavoro), uscendo dalla narrazione ingiusta dei "fannulloni che non vogliono sacrificarsi" e indagando e approfondendo il tutto da una prospettiva di sistema.

Su questo tema leggi anche:

Cosa non torna nella storia dell’imprenditore che non trova 30 operai a 2mila euro al mese

“Il lavoro c’è ma i giovani non vogliono lavorare”. Articoli scorretti e disonesti

Ancora un annuncio mascherato da ‘notizia’? Tutti i dubbi sull’azienda che cerca 70 dipendenti e nessuno risponde

Expo, Manpower, Corriere: la retorica dei giovani che non vogliono lavorare ha rotto il cazzo

Cercasi giovani laureati. Ma nessuno si presenta. Una storia che non convince

‘I giovani non vogliono fare i lavori manuali (poi però si lamentano)’

Il laureato precario, i panettieri a 2mila euro al mese e Gramellini

Io, Gramellini e quel pane quotidiano

Foto in anteprima via Il Gazzettino

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Sanremo, Mahmood e il delirio complottista élite vs popolo


[Tempo di lettura stimato: 5 minuti]

L'edizione 2019 di Sanremo è stata vinta da Mahmood con la canzone Soldi. Mahmood, al secolo Alessandro Mahmoud, ha vinto in particolare grazie al voto della giura d'onore e della stampa, che insieme contavano il 50% - il restante 50% era assegnato al televoto.

La vittoria ha scatenato una specie di marea nazional-complottista, riassumibile in: la casta dei radical chic ha ribaltato il "voto popolare", facendo vincere uno "straniero" (perché, se hai un genitore non bianco, in Italia tendi a essere considerato un po' straniero, pure se sei nato e cresciuto nel bel paese). Una sagra delle ossessioni personali proiettate su Sanremo che ha avuto numerosi interpreti d'eccezione e un basso dosaggio di tranquillanti. Questa marea la si sarebbe potuta guardare anche sorridendo, se non fosse che è stata abbracciata in pieno da media e politici, che a un certo punto hanno proprio iniziato a surfarci sopra.

Tra i primi, già nella notte, Maria Giovanna Maglie. Mentre era in casa a guardare il Festival, evidentemente alla Maglie è squillato a più non posso il rilevatore di Piano Kalergi, appena Mahmood è stato proclamato vincitore. Tanto le è bastato per gridare al "meticciato".

Poco importa che il "ramadan" e il "narghilé", nella canzone, connotino il padre del cantante, egiziano, e che il verso "beve champagne sotto ramadan" voglia contestare il rapporto ipocrita dell'uomo con la religione islamica. Ma il razzismo, in questo caso, per la Maglie è nell'occhio di chi sa interpretare i testi:

Domenica non mancano altre voci autorevoli, come quella di Francesco Facchinetti, lo Steve Jobs italiano mancato che insulta i giornalisti perché uno ha detto "merde" alla notizia della mancata vittoria del Volo. Come se la cosa dovesse suggerire chissà quale turpe animosità dell'intera sala stampa, e chissà quale malevole intenzione sul loro operato complessivo.

Ma c'è soprattutto, Ultimo, che nella conferenza di chiusura del Festival ha messo in scena il primo atto di un personalissimo psicodramma: il rosicamento del favorito che non vince. Ultimo ha infatti tuonato contro i giornalisti ("voi avete questa settimana per sentirvi importanti e dovete sempre rompere il cazzo"), specificando che lui mica ce l'aveva col "ragazzo Mahmood" - "ragazzo" che in realtà è più grande di lui. In seguito ha rifiutato di presentarsi a Domenica In e ha affidato a una serie di storie Instagram la propria trasfigurazione in Masaniello del televoto, perché insomma, lui sarebbe il campione della "Gente". Come se, insomma, il regolamento fosse stato utilizzato da giornalisti e giuria per ribaltare il voto. Di questo passo per venerdì lo troveremo sul cornicione di un grattacielo che urla "ridatemi il primo premioooo, giornalisti infamiiiiii", chissà.

Naturalmente in un paese in cui l'agenda politica si basa ormai sul guardare cosa è trending topic su Twitter, potevano mancare Salvini e Di Maio? Il secondo ha dedicato persino un lungo status sulla vittoria di Mahmood, all'insegna della contrapposizione tra popolo e "sensibilità dei radical chic", auspicando per la prossima edizione un regolamento basato solo sul televoto. Il che darebbe da pensare, specie considerando che ad oggi è l'ultimo status su Facebook di Di Maio, sparito dai radar social dopo la batosta elettorale presa dal Movimento 5 Stelle in Abruzzo. Forse sta in silenzio per eccesso di rispetto nei confronti del popolo, e non vuole correre il rischio di passare per élite commentando le regionali?

Salvini, invece, punta a stare nel ciclo della notizia, consapevole che tanto figuriamoci se i media mainstream non gli citano tweet e post su qualunque cosa. Poco importa se per farlo deve farsi trollare dalla ex o pigliarsi quintali di sfottò su Twitter. Per cui possiamo dare il valore di attention whoring alle sue insinuazioni sulla giuria di "8 radical chic", alla corte di Bruno Vespa. Lunedì, del resto, in televisione non ha tenuto banco l'analisi della psicosi complotto su Sanremo, ma la psicosi del dibattito su eventuali complotti radical chic. Si vede che dietro le quinte è uscito testa invece di croce, altrimenti avrebbe optato per una tirata sull'italianità di Ultimo e del Volo.

A Otto e mezzo abbiamo invece Lilli Gruber che declina le elezioni in Abruzzo come "un voto importante quanto il voto di Sanremo da un punto di vista politico". Per la Gruber, del resto, Mahmood è definibile come "non un italiano puro", senza nemmeno rendersi conto di sdoganare una visione razziale dell'anagrafe. Le fa eco Beppe Severgnini, membro della giuria d'onore chiamato a difendersi dall'accusa di complotto, che sottolinea come Mahmood sia "un ragazzo con un nome non italiano" - non si capisce se si sia scordato che l'artista di nome fa Alessandro, o se si richiami a qualche regolamentazione filo-patriottica per i nomi d'arte.

Ma il piatto forte della serata televisiva ce lo regala Quarta repubblica, che apre la puntata con un eloquente sottopancia: Sanremo - i radical chic contro il voto del popolo. A dibattere la Sottosegretaria alla Cultura Lucia Borgonzoni della Lega, Mauro Giordano, Giampiero Mughini, Francesca Barra e Paolo Giordano. Farebbe strano vedere una leghista tuonare contro il furto di soldi (50 centesimi a sms) ai danni dei votanti, avendo il suo partito 49 milioni di problemi a riguardo, ma ciò non accade nella cornice della trasmissione, perché tutto è preso molto sul serio. Giordano, al solito infervorato come un grillo parlante cui hanno bruciato Pinocchio, parla del "pregiudizio positivo" della giuria verso una vittoria che avrebbe favorito "l'integrazione". Addirittura assistiamo al servizio in esterna dove si vanno a intervistare degli "islamici" per dire cosa ne pensano della vittoria di Mahmood - perché è uno di loro, no?

Si potrebbe obiettare che tutto questo dibattito non ha semplicemente senso, perché il televoto non è una platea di elettori, e che anzi, il meccanismo delle giurie è stato introdotto proprio per evitare manipolazioni del podio a botte di sms comprati da chi ha interessi in gara. O si potrebbe obiettare, come fatto da Mauro Pagani, che lo stesso Ultimo, l'anno scorso, aveva vinto nella categoria Nuove proposte col medesimo regolamento. O far notare che, se Mahmood oggi festeggia il successo sulle piattaforme di streaming, siamo di fronte alla prima volta che un complotto radical chic funziona. O, ancora, che di "non italiani puri" vincitori di Sanremo ce ne sono già stati in passato - come Lola Ponce nel 2008 o Ermal Meta nell'edizione dell'anno scorso. Ma in verità, a questo punto ci sfiora più che altro un dubbio, forse per eccessiva esposizione alle teorie del complotto. Come mai, nello tsunami complottaro non è saltato fuori, chessò, un Francesco Borgonovo a far presente che dietro il successo di Mahmood c'è Charlie Charles, lo stesso che a suo tempò lancio Sfera Ebbasta? Ossia colui che dopo la Strage di Corinaldo è diventato il Charles Manson della scena trap. È un po' come se i complottisti avessero sbagliato un rigore a porta vuota.

Immagine in anteprima: Ettore Ferrari/Ansa via Agopress

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Tutte le criticità del cosiddetto “reddito di cittadinanza”


[Tempo di lettura stimato: 24 minuti]

Chiariamo subito. Quello del governo M5S-Lega non è un vero reddito di cittadinanza o di base (cioè incondizionato), perché le due misure hanno differenze radicali negli obiettivi, prospettive, visioni del welfare e risorse impiegate. Il decreto legge dell'esecutivo Conte, approvato dal Consiglio dei ministri lo scorso 17 gennaio e pubblicato in gazzetta ufficiale undici giorni dopo, è infatti un reddito minimo (fortemente) condizionato alla formazione e al reinserimento lavorativo, come d'altronde ha anche specificato più volte Pasquale Tridico, consulente del Ministero del Lavoro e tra i padri del provvedimento.

Leggi anche >> La misura del M5S è un tradimento del reddito di cittadinanza

Quando il Movimento 5 Stelle, fondato da Beppe Grillo e Gianroberto Casaleggio, si è presentato alle elezioni politiche del 2013, questa misura era stata inserita al primo punto tra i venti dell'allora programma per "per uscire dal buio". Sei anni fa i 5 stelle avevano presentato un primo disegno di legge per l'introduzione in Italia di un "reddito minimo garantito", una misura che all'epoca non era presente in soli due paesi europei, cioè Italia e Grecia (poi però Atene ha colmato il gap e anche Roma, due anni fa, con l'approvazione del Reddito di inclusione (REI) da parte del governo Gentiloni, come si può leggere nello studio Minimum Income Policies in EU Member States (2017) del Parlamento europeo).

Quel disegno di legge presentato dal M5S al Senato nel 2013 si differenziava da quello approvato nel 2019 per la platea dei possibili beneficiari e il costo. All'epoca, infatti, la platea delle possibili persone coinvolte era stato calcolato dall'Istat in poco più di 8 milioni di persone, con un costo ipotizzato per le casse dello Stato in circa 15 miliardi di euro (altri entri ed economisti avevano fornito cifre nettamente maggiori, utilizzando calcoli e simulazioni differenti). Il decreto approvato quest'anno, che punta a integrare il reddito di un nucleo familiare per portarlo al livello di povertà relativa, ha invece una platea massima intorno ai 5 milioni di persone. Inoltre, le risorse destinate a questa misura – rispetto ai 15 miliardi previsti per la precedente proposta di legge – sono state poco più di 7 miliardi per il 2019, 8 miliardi per l'anno 2020 e 8 miliardi e 317 milioni di euro a decorrere dal 2021.

Questo provvedimento, che ha iniziato il suo percorso parlamentare in Senato per essere convertito in legge, attiva inoltre un articolato meccanismo che coinvolge sul territorio Inps, Centri per l'impiego, Comuni e Caf. Per questo motivo, in una prima parte spieghiamo come funziona nel dettaglio la misura, in una seconda quanti sono e quali sono i beneficiari secondo le stime di diversi istituti. In una terza parte infine affrontiamo le criticità, i problemi, i rischi espressi da tutti gli enti (ma anche da altre associazioni) coinvolti sull'effettiva possibilità di realizzare e concretizzare gli obiettivi che il provvedimento si prefigge.

Cosa prevede e le osservazioni del Servizio Studi del Senato

Ma quanti saranno i beneficiari del reddito?

Tutte le critiche e le osservazioni di enti, associazioni, sindacati ed esperti

 

Cosa prevede e le osservazioni del Servizio Studi del Senato

L’erogazione del sussidio partirà dal prossimo aprile. Il provvedimento viene descritto come una “misura fondamentale di politica attiva del lavoro a garanzia del diritto al lavoro, di contrasto alla povertà, alla disuguaglianza e all'esclusione sociale (...)” e diretto “al sostegno economico e all'inserimento sociale dei soggetti a rischio di emarginazione nella società e nel mondo del lavoro”.

  • Chi ne potrà beneficiare e chi no

Il reddito verrà riconosciuto a quei nuclei familiari (che possono essere composti anche da una sola persona) che sono in possesso cumulativamente, a partire da quando presentano la domanda e fino alla fine dell’erogazione, di questi requisiti:

Cittadinanza, residenza e soggiorno

Chi richiede il beneficio deve essere cittadino italiano o di uno dei 28 Paesi dell'Unione europea, o avere il permesso di soggiorno, o essere un cittadino di Paesi terzi in possesso del permesso di soggiorno UE per soggiornanti di lungo periodo. Quest’ultimo documento si ottiene dopo aver soggiornato legalmente e ininterrottamente per cinque anni nel territorio di uno Stato membro dell’Unione europea. I tecnici del Senato specificano anche che questo permesso di soggiorno “è rilasciato anche agli stranieri titolari dello status di protezione internazionale”.

Inoltre, per accedere alla misura si deve essere residente in Italia per almeno dieci anni, di cui gli ultimi due in modo continuativo.

I rischi di incostituzionalità del requisito di 10 anni di residenza

Su questo requisito e relativo lasso di tempo di residenza richiesto, il dossier del Senato evidenzia però rischi di incostituzionalità. I tecnici di Palazzo Madama spiegano infatti che la giurisprudenza costituzionale ha evidenziato (ad esempio con la sentenza n.106 del 2018) come lo status di cittadino non sia di per sé sufficiente al legislatore per stabilire nei suoi confronti "erogazioni privilegiate di servizi sociali rispetto allo straniero legalmente residente da lungo periodo”:

La Corte in diverse occasioni ha infatti rilevato che le politiche sociali ben possono richiedere un radicamento territoriale continuativo e ulteriore rispetto alla sola residenza ma ciò sempreché un tale più incisivo radicamento territoriale, richiesto ai cittadini di paesi terzi ai fini dell'accesso alle prestazioni in questione, sia contenuto entro limiti non arbitrari e irragionevoli.

In passate sentenze, i giudici della Corte Corte Costituzionale hanno così ritenuto non ragionevoli le disposizioni che richiedono una permanenza in Italia maggiore di cinque anni come requisito necessario per ottenere delle erogazioni privilegiate.

Il servizio studi del Senato, inoltre, richiama anche la giurisprudenza della Corte costituzionale in base alla quale “nei casi in cui si versi in tema di provvidenze destinate a fronteggiare esigenze di sostentamento della persona, qualsiasi discriminazione tra cittadini e stranieri regolarmente soggiornanti nel territorio dello Stato, fondata su requisiti diversi dalle condizioni soggettive per essere ammessi, «finirebbe per risultare in contrasto con il principio sancito dall’art. 14 della Convenzione europea dei diritti dell’uomo», per come in più occasioni interpretato dalla Corte di Strasburgo”.

Reddito e patrimonio

Il nucleo familiare (composto anche da una sola persona) deve avere:

Un ISEE (Indicatore della Situazione Economica Equivalente) non superiore a 9.360 euro.

Un patrimonio immobiliare diverso dalla casa di abitazione e inferiore a 30mila euro.

Un patrimonio mobiliare non superiore a 6mila euro. A questo limite si possono sommare 2 mila euro per ogni componente successivo al primo, fino a raggiungere un massimo 10 mila euro, “incrementato di ulteriori euro mille euro per ogni figlio successivo al secondo”. Inoltre, a questi massimali si possano aggiungere 5 mila euro per ogni componente del nucleo con disabilità.

Un reddito familiare inferiore a 6mila euro annui, che può arrivare fino a 12.600 euro per i nuclei familiari più numerosi.

  • Chi non ha diritto al reddito

Per ottenere il reddito previsto dal governo, nessun componente del nucleo familiare deve avere intestato (o averne piena disponibilità) auto immatricolate per la prima volta sei mesi della richiesta del beneficio, o macchine che superano la cilindrata 1600 cc e moto superiori a 250 cc e immatricolate nei due anni precedenti. Inoltre, non potrà ottenere il reddito, il nucleo familiare in cui uno dei componenti ha intestato (o ne ha piena disponibilità) navi e imbarcazioni da diporto.

Vengono esclusi anche quei nuclei familiari che hanno all’interno componenti che si sono dimessi dal lavoro, nei dodici mesi successivi alla data delle dimissioni, fatte salve le dimissioni per giusta causa.

Infine, il beneficio è compatibile con la Naspi (Nuova prestazione di Assicurazione Sociale per l'Impiego), cioè un sostegno al reddito istituito nel 2015 dal governo Renzi e riconosciuto a una serie di lavoratori dipendenti che hanno perso involontariamente la propria occupazione e che presentano una serie di requisiti.  

  • Come si compone il beneficio e qual è la sua durata

Il reddito viene erogato in dodici mensilità, attraverso una carta di pagamento elettronico (chiamata ‘Carta RdC’), la cui gestione è stata affidata a Poste Italiane. L’importo varia a seconda della numerosità del nucleo familiare e del reddito.

Il beneficio si articola in due integrazioni:

Una prima integrazione del reddito familiare per raggiungere la soglia di 6mila euro annui per un singolo. Il beneficio, in base a una scala di equivalenza, viene poi riparametrato in modo differente per ogni componente del nucleo familiare. Questo parametro non tiene conto delle persone del nucleo familiare che si trovano “in stato detentivo” e di quelle “ricoverate in istituti di cura di lunga degenza o altre strutture residenziali”.

Una seconda integrazione riguarda il reddito dei nuclei familiari che vivono in affitto in un appartamento e che può raggiungere il massimo di 3360 euro all’anno. Il beneficio si abbassa alla soglia massima di 1800 euro al nucleo familiare che vive in una casa per cui sta pagando il mutuo.  

In totale, quindi, il beneficio del reddito – su cui non si pagherà l’Irpef – non può superare i 9360 euro annui (che corrisponde a un massimo di 780 euro al mese) e non può essere inferiore a 480 all’anno.

Il beneficio viene erogato per il periodo in cui il richiedente rientra in una delle condizioni viste, ma la durata continuativa non può superare l’anno e mezzo (cioè 18 mesi). Il reddito può essere comunque rinnovato, con una sospensione di un mese dell’erogazione prima di ciascun rinnovo. I tecnici del Senato segnalano però che il decreto non chiarisce la durata del reddito in caso di rinnovo e se esistono limiti nel numero dei rinnovi possibili.

Il decreto, inoltre, stabilisce che il beneficio mensile deve essere speso entro il mese. Se questo non accade, sono previste delle penalizzazioni: nella mensilità successiva a quella in cui il beneficio non è stato interamente speso, viene sottratta la parte del reddito non spesa o non prelevata (comunque nei limiti del 20% del beneficio erogato); dopo una verifica effettuata ogni semestre viene tolto il totale del beneficio non speso o non prelevato. Nel provvedimento però non vengono definite le modalità con cui si verificherà la fruizione del beneficio e le possibili eccezioni. Questo aspetto viene infatti demandato a un successivo e apposito decreto del Ministero del Lavoro.  

Inoltre, il beneficio non sarà sempre erogato con la stessa cifra, ma potrà subire delle variazioni a seconda dei cambi di condizione occupazionale di uno o più componenti del nucleo familiare.

  • Come funzionano le offerte di lavoro

Chi riceve il beneficio dovrà dare l’immediata disponibilità da parte dei componenti maggiorenni (ma sono previste delle eccezioni: tipo se sono già occupati o se hanno una disabilità grave) del nucleo familiare a lavorare, a sottoscrivere un "Patto per il lavoro" o un "Patto per l'inclusione sociale" che prevedono un percorso personalizzato di accompagnamento all'inserimento lavorativo e all'inclusione sociale, attività al servizio della comunità, di riqualificazione professionale, di completamento degli studi, e altri impegni finalizzati all'inserimento nel mercato del lavoro e all'inclusione sociale.

In base a quanto previsto, poi, entro un mese dal riconoscimento del beneficio, chi ha richiesto il reddito (o anche un componente del nucleo familiare con determinati requisiti su occupazione, mercato del lavoro, ammortizzatori sociali o età anagrafica) sarà convocato dai centri per l'impiego. Passati 30 giorni da questo primo incontro, la disponibilità sarà resa da tutte le altre persone idonee che compongono il nucleo familiare. Chi non rientra in queste ipotesi, sarà convocato invece dai servizi comunali competenti per il contrasto della povertà.

Queste persone, tra i vari obblighi previsti dalla legge, dovranno accettare almeno “una di tre offerte di lavoro congrue” che saranno presentate dal Centro per l’Impiego (CPI). In caso di rinnovo del beneficio, comunque, il beneficiario non avrà più scelta e dovrà essere accettata la prima offerta che riceverà.

Come abbiamo visto il periodo massimo dell’erogazione del reddito è di un anno e mezzo. All’interno di questo periodo il beneficiario può rifiutare più offerte di lavoro, ma di volta in volta la distanza del luogo di lavoro dalla propria abitazione aumenterà. Il provvedimento stabilisce infatti che, nel primo anno del reddito, è ritenuta “congrua” un’offerta che riguarda un posto di lavoro entro 100 km o comunque raggiungibile con i mezzi pubblici in circa un’ora e mezzo. Se la prima offerta viene rifiutata, la seconda diventa "congrua" a una distanza di 250 km. Infine, per la terza offerta non sono previsti limiti, ma varrà in qualsiasi parte d'Italia. Passato il primo anno, inoltre, diventa "congrua" una prima offerta di un posto di lavoro a una distanza di 250 km da dove si abita. Nel caso si accetti un’offerta a oltre 250 km di distanza dalla propria abitazione chi beneficia del reddito potrà continuare a farlo nei tre mesi successivi all’inizio del nuovo impiego. Se all’interno del nucleo familiare ci sono persone con disabilità o minori, i mesi diventano dodici.

Infine, il beneficiario del reddito è anche tenuto a offrire la propria disponibilità per la partecipazione a progetti utili alla collettività, in ambito culturale, sociale, artistico, ambientale, formativo e di tutela dei beni comuni da svolgere nel proprio Comune e mettendo a disposizione un numero di ore settimanali, non superiori a otto, compatibili con le altre sue attività. Per questo motivo, i Comuni dovranno organizzare questi progetti, comunicare le informazioni al riguardo al Ministero del Lavoro, e attestare la presenza dei beneficiari coinvolti.

  • Le modalità di richiesta, riconoscimento ed erogazione del reddito

Il reddito può essere richiesto il 6 di ogni mese presso gli uffici postali, i Centri di assistenza fiscale (CAF) e tramite modalità telematiche. Entro dieci giorni, tutte queste domande vengono poi comunicate all’INPS.

Entro cinque giorni lavorativi, poi, l’INPS dovrà verificare se chi ha fatto richiesta del reddito abbia i requisiti previsti. Il riconoscimento all’erogazione del beneficio deve comunque avvenire entro la fine del mese successivo alla trasmissione della domanda. I tecnici del Senato evidenziano l'opportunità di chiarire in che modo operi il silenzio-assenso e il silenzio-rifiuto nel caso in cui i tempi previsti non vengono rispettati dall'Inps. Invece, la verifica dei requisiti di residenza e di soggiorno richiesti spetterà ai Comuni che dovranno poi comunicare gli esiti all’Istituto nazionale di previdenza sociale.

Una volta arrivata la risposta positiva, il beneficio sarà erogato attraverso la “Carta RDC”. Con questa carta si potranno fare acquisti, prelievi di contante entro un limite mensile non superiore a 100 euro per un individuo singolo, effettuare un bonifico mensile per pagare l’affitto o il mutuo. Sarà invece vietato utilizzare questo denaro per giochi che prevedono vincite in denaro o altre utilità. I tecnici del Senato evidenziano però che il decreto non prevede “procedure di verifica né sanzioni relative”.

  • La creazione delle piattaforme digitali per condividere informazioni tra amministrazioni centrali e territorio

Vengono poi istituite due piattaforme digitali presso l’ANPAL (Agenzia Nazionale Politiche attive lavoro) e il Ministero del Lavoro per attivare e gestire i patti per il lavoro e per l’inclusione sociale e per effettuare analisi, monitoraggi, valutazioni e controlli. In queste due piattaforme sono condivise tra le amministrazioni centrali e i servizi territoriali, come i centri per l’impiego, informazioni riguardanti lavoro e servizi sociali.

  • Le sanzioni previste

Il decreto prevede varie sanzioni a seconda del mancato rispetto degli obblighi stabiliti una volta ricevuto il beneficio.

Chi per ottenere il reddito utilizza dichiarazioni o documenti falsi, o omette informazioni che erano dovute, rischia la reclusione da due a sei anni di carcere. I tecnici del Senato fanno notare però che questa pena è più elevata rispetto a quelle previste per i pubblici ufficiali e che quindi si potrebbe rivalutare, “considerato che le ipotesi di falso commesse da privati sono ordinariamente oggetto di sanzioni meno gravi rispetto alle corrispondenti ipotesi di falso commesse da pubblici ufficiali”.

Chi invece omette di comunicare la variazione del suo reddito (o del patrimonio) o altre informazione dovute e rilevanti “ai fini della revoca o della riduzione del beneficio” rischia la reclusione da uno a tre anni.

Per questi due casi, in caso di una condanna definitiva o di un patteggiamento, il decreto stabilisce che nei confronti del condannato scatti la revoca del reddito con efficacia retroattiva, con la restituzione delle somme percepite fino a quel momento. Inoltre, il beneficio può essere richiesto di nuovo da quella stessa persona solo dopo che siano passati dieci anni dalla condanna.

La decadenza del beneficio (senza efficacia retroattiva) è invece prevista nei casi in cui uno dei membri del nucleo familiare, ad esempio, non si dichiari immediatamente disponibile a lavorare; non partecipi, senza una giustificazione, alle iniziative di carattere formativo stabilite; non aderisca ai progetti di inserimento lavorativo e inclusione sociale; rifiuti tre offerte di lavoro congrue o non accetti un’offerta dopo il rinnovo del beneficio; sia trovato, dopo un’ispezione, a lavorare senza averlo comunicato.

Nel caso in cui invece uno dei membri della famiglia non si presenti per almeno due volte alle convocazioni richieste nei centri per l’impiego o presso i servizi del Comuni, sono previste delle riduzioni (in misura crescente) del beneficio. L’interruzione del reddito scatta al terzo caso di mancata presentazione.

Compito dell’INPS sarà quello di infliggere queste sanzioni (escluse quelle penali) e recuperare le somme nei casi di riduzione, decadenza e revoca del beneficio.

  • Come funzionano gli incentivi per assumere i beneficiari del reddito

Il decreto prevede degli incentivi per i datori di lavoro che assumono, a tempo pieno e indeterminato, chi beneficia del reddito, per gli enti di formazione accreditati – che hanno stipulato nei centri per l’impiego un patto di formazione – nel caso in cui concorrono all’assunzione di queste persone e anche per chi, tra chi ha ottenuto il beneficio, avvia, entro un anno, un’attività lavorativa autonoma, di impresa individuale o una società cooperativa. In quest’ultimo caso al beneficiario viene corrisposto in un’unica soluzione un ulteriore beneficio corrispondente a sei mensilità di reddito.

Per quanto riguarda le imprese, l’incentivo funziona in questo modo. Se i datori di lavoro, dopo aver comunicato le disponibilità dei posti vacanti nella propria azienda alla Piattaforma digitale dedicata e istituita presso l’Anpal, assumono con contratti indeterminati, possono usufruire di un esonero nel versamento dei contributi previdenziali e assistenziali previsti per legge, pari all’importo mensile che il lavoratore riceve nel momento in cui viene assunto. Questo incentivo non deve comunque superare i 780 euro mensili.

Nel caso di un licenziamento ingiustificato del lavoratore assunto, sono previste delle sanzioni per il datore di lavoro. Quest’ultimo, in caso, dovrà infatti restituire l’incentivo ricevuto ma anche, ulteriore soldi, per i casi di mancato o ritardato pagamento di contributi o premi.

  • Il ruolo dei “Navigator” e le risorse previste per attuare il reddito

Il decreto prevede infine di stanziare 500 milioni di euro da qui al 2021 (200 milioni per il 2019, 250 milioni per il 2020 e 50 milioni per il 2021) per il ruolo del cosiddetto “Navigator”, persone che saranno formate e lavoreranno per conto dell’ANPAL. Queste figure professionali, che saranno assunte con un contratto di collaborazione tramite “procedure concorsuali riservate per titoli ed esami”, avranno il compito di seguire personalmente il beneficiario del reddito di cittadinanza nella ricerca del lavoro nella formazione e nel reinserimento professionale. Secondo quanto appreso dai media questa selezione dovrebbe avvenire con un test a risposta multipla. Inoltre, un “navigator” dovrebbe guadagnare all’anno 30mila euro lordi (1600/1700 euro netti al mese) e ognuno di loro dovrebbe seguire circa 10-20 beneficiari del reddito.

Viene poi creato un “Fondo per il reddito di cittadinanza” che per l'erogazione del beneficio economico del Reddito, per quella del Reddito di inclusione per coloro che ne ancora diritto, e per gli incentivi previsti, prevede limiti di spesa di 5 miliardi e 894 milioni di euro per il 2019, di 7 miliardi e 131 milioni nel 2020, di 7 miliardi e 355 milioni per il 2021 e di 7 miliardi e 210 milioni a partire del 2022. Infine, parte di queste risorse – fino a un 1 miliardo annuo per il biennio 2019-2020 – devono essere impegnate per il potenziamento dei centri per l’impiego.  

Ma quanti saranno i beneficiari del reddito?

Secondo l’ultima rilevazione dell’Istat, nel 2017, erano in condizione di povertà assoluta 1 milione e 778 mila famiglie (il 6,9% delle di quelle residenti), nelle quali vivono 5 milioni e 58 mila individui (l’8,4% dell’intera popolazione). Si tratta, ha specificato l’Istituto di statistica, del dato più alto dal 2005 in termini sia di famiglie sia di singoli individui. L’incidenza della povertà assoluta è particolarmente elevata tra i minori e nel Mezzogiorno. Oltre il 46% dei poveri vive al Sud (2 milioni e 359 mila, pari al 11,4% della popolazione) e, nel complesso del Paese, uno su quattro è minorenne (1 milione 208 mila, il 12,1% dei minori).

Fonte: Istat, via Ansa Centimetri

Tra le persone più vulnerabili ci sono gli stranieri: uno su tre risulta povero (pari a 1 milione e 609 mila individui) mentre è povero un italiano ogni 16 (6,2% dei cittadini italiani pari a 3 milioni e 449 mila individui). I livelli di povertà assoluta si mantengono elevati per le famiglie numerose, ossia quelle con cinque o più componenti (17,8%). Nel lungo periodo la crescita della povertà assoluta è, infatti, più marcata tra questo tipo di famiglie: per quelle con 4 componenti l’incidenza passa da 2,2% del 2005 a 10,2% del 2017; per quelle con almeno 5 componenti da 6,3% (del 2005) a 17,8%.

Ad aver determinato un profondo cambiamento nelle mappa della povertà, in particolare in termini generazionali, è stata la crisi economica: “Se l’incidenza della povertà tra i minori è triplicata tra il 2005 e il 2017 (passando dal 3,9 al 12,1%), quella tra le persone con più di 65 anni è rimasta sostanzialmente stabile intorno al 4,5%. D’altro canto si è attenuata la concentrazione della povertà nel Mezzogiorno anche e soprattutto per l’effetto della presenza degli stranieri al Nord”.

Detto questo, su quanti nuclei familiari e persone saranno coinvolte nel beneficio sono stati forniti numeri differenti da governo, Istat e Inps e altri istituti di ricerca e associazioni.

Stime di platea e costo annuo della misura, via lavoce.info.

Lo scorso 26 settembre il ministro del Lavoro e dello Sviluppo Economico scriveva in un post su Facebook che con la “manovra del popolo” per la prima volta nella storia dell’Italia era stata cancellata la povertà grazie al “Reddito di Cittadinanza”, specificando che la misura avrebbe restituito un futuro a “6 milioni e mezzo di persone”. Pochi giorni fa, però, dopo l’approvazione in consiglio dei ministri della misura, Pasquale Tridico, consulente del Ministro del Lavoro e dello Sviluppo Economico, ha spiegato che ​"la platea dei beneficiari del reddito di cittadinanza così come scritto nella relazione tecnica bollinata dalla Ragioneria dello Stato riguarda una stima di adesioni all'85%  per circa 1.3 milioni di famiglie (e circa 4 milioni di persone interessate)”, mentre “la stima dei nuclei potenziali (ndr cioè coloro che rientrano nella possibilità di chiedere e ottenere il reddito) è invece di circa 1.7 milioni di nuclei per 4.9 milioni di cittadini potenzialmente beneficiari”.

Durante un’audizione in Senato dello scorso 4 febbraio, l’Istat – secondo un modello che si basa sull’ipotesi di un tasso di utilizzo del provvedimento dell’85% del totale teorico delle famiglie beneficiarie – ha stimato che i nuclei familiari beneficiari saranno 1 milione e 308 mila famiglie, con 2 milioni e 708 mila individui coinvolti. Le stime dell'Istituto nazionale della previdenza sociale sono leggermente inferiori rispetto a quelle dell’Istat: 1,2 milioni di nuclei familiari e 2,4 milioni di persone coinvolte. Quindi, in base alle stime dei due istituti, la misura raggiungerebbe circa la metà delle 5 milioni di persone che in Italia vivono in povertà assoluta. 

Questa discrepanza tra i dati sulle persone raggiunte – quelli del governo da una parte e dei due enti dall’altra – la si deve ai diversi modelli di calcolo utilizzati. Sempre Tridico, ad esempio, nella stessa nota vista sopra, afferma che le stime dell’Inps “si basano su un database meno affidabile rispetto a quello usato presso il Ministero del lavoro”. Ad oggi, però, come spiega il sito di fact-checking Pagella Politica non è possibile stabilire quali stime siano corrette e quali imprecise e che questo lo si saprà quando la misura, con tutti gli enti e le amministrazioni coinvolte, entrerà a tutti gli effetti a pieno regime.

E a chi andrà il beneficio?

Istat, Inps, governo e altre istituti e associazioni, nelle proprie audizioni, hanno fornito anche un ritratto delle persone a cui andrà il reddito. In tutte queste previsioni, i nuclei composti da una singola persona sembrano quelli maggiormente coinvolti dalla misura. 

Ripartizione delle famiglie beneficiarie per numero componenti, via lavoce.info

Nel dettaglio, l'Istat scrive innanzitutto che il “beneficio medio” per nucleo familiare sarebbe di poco superiore a 5 mila euro e corrisponderebbe al 66,7% del reddito familiare, per una spesa complessiva di 6,6 miliardi di euro su base annua.

La misura, inoltre, non sarà uniforme sull’intero territorio italiano. L’Istat infatti calcola che “tra le famiglie beneficiarie, 752 mila (9%) vivono nel Mezzogiorno, 333 mila (4,1%) al Nord e 222 mila al Centro (2,7%)”. Queste tre quote riflettono “solo parzialmente, e con un’intensità diversa riconducibile in parte al disegno del provvedimento, quelle stimate per la povertà assoluta: nel 2017 l’incidenza della povertà assoluta tra le famiglie era pari al 10,3% nel Mezzogiorno, 5,4% al Nord e 5,1% al Centro”.

Analizzando invece nel dettaglio le famiglie interessate dalla misura, si vede che le tipologie sarebbero due: quelle con un solo componente, in quando hanno una soglia di accesso al beneficio relativamente più alta e quelle con redditi più bassi.

Inoltre, fra i destinatari del reddito, i nuclei familiari composti da soli cittadini italiani sono 1 milione 56 mila, circa l’81% del totale delle famiglie beneficiarie, mentre quelli formati da soli stranieri, cittadini dell’UE ed extra-comunitari, sono 150 mila (l’11,5%). Di queste ultime, quelle di soli cittadini extra-comunitari sono 95 mila (il 7,3%). Le famiglie miste di italiani e stranieri sono 102 mila (il 7,8%). Riguardo agli individui, l’Istat, certifica che beneficerebbero della misura poco meno di 3 milioni di persone: l’87,6% italiani e il 12,3% stranieri (di cui l’8,4% extra-comunitari).

Tutte le critiche e le osservazioni di enti, associazioni, sindacati ed esperti

Al Senato, in vista della conversione in legge del decreto approvato il 28 gennaio, sono stati auditi i soggetti che avranno un ruolo di primo piano nel concretizzare sul territorio la misura del reddito, ma anche quelli che ogni giorno si confrontano e costruiscono in prima persona reti locali per affrontare le problematiche di disagio sociale create dalla situazioni di povertà e quelli che lavorano nei settori su cui il provvedimento interviene.

Di seguito gli interventi degli interlocutori che rappresentano le categorie e posizioni più importanti nel confronto sulla misura. In tutte queste audizioni è stato sottolineato come il reddito voluto dal governo rappresenti una importante novità rispetto al passato, con l’utilizzo di risorse non compatibili con le misure di precedenti governi. Ma ognuno di questi soggetti ha elencato anche critiche, perplessità e problemi che il decreto contiene. Vediamole in dettaglio.  

  • I rischi secondo Confindustria e sindacati

Durante un’audizione in Senato, l’associazione degli industriali ha sottolineato come il provvedimento preveda un intervento molto articolato e complesso che, per funzionare,  prevede “un eccezionale contributo” da parte del sistema pubblico dei Centri per l’Impiego. Questo sistema però, denuncia Confindustria, “non riesce a intermediare una parte significativa delle assunzioni”, come anche documentato da inchieste giornalistiche e Istat, e ha problemi organizzativi nei territori “in cui l’intervento dello strumento del RdC è lecito immaginarsi sarà molto più importante e significativo”, come le Regioni meridionali.

via Il Sole 24 Ore

La domanda che viene posta è, nonostante il personale in aggiunta previsto nel provvedimento da inserire nei CPI, quale sia la probabilità che un beneficiario riceva effettivamente tre offerte di lavoro congrue nell’arco dei 18 mesi previsti. Per Confindustria è alto il rischio che la misura “non riesca ad essere uno strumento bivalente (politiche attive e contrasto alla povertà) ma si riduca ad essere uno strumento ‘sostanzialmente passivo’ di politica sociale, dato che la messa a regime dell’insieme degli interventi necessari, realisticamente e ragionevolmente, non avverrà in tempi brevi e, comunque, non nei tempi previsti dal decreto legge”. A ciò si aggiunge anche un’altra questione e cioè che a detta degli stessi assessori al lavoro di alcune Regioni del Sud in quei territori a mancare è il lavoro: «Per questo non credo sarà possibile riuscire a offrire in tempi relativamente brevi almeno tre proposte di lavoro a ogni persona».

Ancora, al di là della complessità della misura, secondo gli industriali ci sarebbe il serio rischio che il reddito “possa finire per attenuare la spinta a cercare lavoro invece che aumentarla, come si proporrebbe di fare”. Uno dei motivi presentati è che i 780 euro, che una persona arriverebbe a ricevere mensilmente, potrebbero avere il risultato di scoraggiare la ricerca di un impiego, “considerando che in Italia lo stipendio mediano dei giovani under 30, al primo impiego, si attesta sugli 830 euro netti al mese”.

Gli industriali sottolineano anche le criticità degli incentivi alle imprese previsti nel provvedimento. In totale gli sgravi infatti sarebbero, nella migliore delle ipotesi, troppo bassi (intorno ai 12.500 euro) e per questo poco incentivanti. Inoltre, le condizioni previste per il datore di lavoro, una volta assunta la persona, sarebbero troppo costrittive. Per questi motivi “l’incentivo così delineato avrà scarse probabilità di incidere effettivamente sull’incremento dell’occupazione”.

I sindacati CIGL, CISL, UIL, in un documento unitario, dal loro punto di vista, hanno sottolineato altre criticità. La nuova misura, rispetto al REI, “amplia la platea dei beneficiari (...) ma prevede l’esclusione dei nuclei in cui sia presente un componente disoccupato in seguito a dimissioni volontarie” non tenendo conto dei motivi che hanno portato a questa decisione.

Anche i sindacati sottolineano “le condizioni non proprio eccellenti dei centri per l’impiego”. Nel documento viene anche espressa una preoccupazione riguardo al fatto che la misura non riesca a garantire il sostegno delle persone in povertà assoluta: “Infatti il RDC è una misura che viene finanziata fino a un esaurimento delle risorse stanziate per l’anno di competenza. (...) Qualore le domande superino la disponibilità delle risorse stanziate per l’anno in corso scatta la tagliola e viene ristabilita la compatibilità attraverso la rimodulazione del sussidio o la sua riduzione in modo da coprire tutti i beneficiari in regola con i requisiti”.

Sulla questione – sollevata da più parti, tra cui da Confindustria – che questa misura disincetiverebbe a cercare un lavoro con uno stipendio vicino al beneficio fornito dallo Stato, la rete Basic Income Network (BIN) Italia, nella propria audizione in Senato, risponde che questa possibilità è in realtà “un obiettivo specifico delle misure di reddito minimo, che dovrebbero restituire (sia pure in parte) alle persone la possibilità di rifiutare lavori indecenti, magari per proseguire negli studi o trovare occasioni più coerenti con i propri piani di vita”.

BIN Italia però elenca anche diverse criticità del provvedimento del governo Conte. Ad esempio, proprio partendo da quest’ultimo aspetto, appare contraddittoria per l’associazione di studiosi, “rispetto alle finalità generali del provvedimento”, la previsione per cui i nuclei familiari non hanno diritto al beneficio nel caso in cui anche uno solo dei membri abbia rassegnato le dimissioni volontarie da un precedente lavoro (escluse quelle per giusta causa). Per BIN infatti è necessario riconoscere che le dimissioni “possono essere rassegnate, spesso, per ragioni meritevoli, quali la volontà di seguire corsi di formazione, o di ricollocarsi lavorativamente in modo più consono alle proprie esigenze e/o aspirazioni. Alcuni impieghi possono essere poi addirittura sconvenienti dal punto di vista economico, perché mal pagati oppure soggetti a ‘chiamate’ per poche ore del corso della settimana, magari in luoghi molto distanti dall’abitazione o molto distanti tra di loro”.

Inoltre, riguardo al collegamento tra politiche di garanzia del reddito e politiche occupazionali, BIN Italia specifica che “ogni forma di condizionamento o di obbligo (ad esempio la frequentazione di corsi di formazione) non deve mortificare la dignità dei soggetti e deve essere finalizzata a rafforzare gli spazi di autodeterminazione individuale e non a raggiungere a tutti i conti risultati occupazionali”.

L’associazione si concentra anche sulle sanzioni previste nel provvedimento che possono portare al blocco dell’erogazione del beneficio per i nuclei familiari, definendole troppo “minuziose, severe e sproporzionate”, anche per via del fatto che la loro entità non ha eguali in nessun’altra misura del welfare in Italia.

  • I limiti nel contrasto alla marginalità secondo Caritas, Sant’Egidio e Alleanza contro la povertà in Italia

La Caritas denuncia, come prima cosa, che per elaborare la misura non sono stati coinvolti proprio i soggetti sociali e quelli del Terzo settore impegnati ogni giorno in prima persona nella solidarietà e nella costruzione di un rete di supporto intorno alle condizioni di vulnerabilità. Questo mancato coinvolgimento è previsto anche nella fase attuativa della misura. Le preoccupazione è che ciò rischierebbe di frammentare il sistema del welfare locale, consolidatosi faticosamente nel tempo.

Riguardo al contrasto alla povertà, l’ente ecclesiastico evidenzia una criticità rilevante legata alla selezione delle persone aventi diritto alla misura che si basa “esclusivamente sul pronostico di occupabilità dei componenti maggiorenni del nucleo familiare (...)”. Questa modalità non terrebbe in considerazione le condizioni soggettive di fragilità o la presenza di minori all’interno del nucleo familiare. Caritas spiega infatti che, in base a un proprio continuo monitoraggio del REI nei diversi territori dell’Italia, “solo l’8% dei 197.332 poveri incontrati nel corso del 2017 nei 1982 centri di ascolto in rete presentava un solo problema legato all’assenza di lavoro. Il 40% presentava da 3 o più problemi contestualmente (...)”. Questo significa, conclude l’ente, che la povertà è un fenomeno non riconducibile esclusivamente alla mancanza di lavoro – si riscontra infatti una multidimensionalità del fenomeno che include aspetti di salute, psicologici, abitativi, relazionali – e “richiede interventi intensivi e costanti su più livelli per poter essere affrontata adeguatamente”.

Proprio sull’aspetto della povertà minorile, la Fondazione l’Albero della vita (che si occupa attivamente da più di 10 anni di bambini e ragazzi in difficoltà) ha ricordato che in Italia i bambini che che si trovano in povertà assoluta sono 1 milione e 208mila, cioè il 12,1% dei minorenni italiani e che questa condizione nega loro di godere dei propri diritti, di realizzare a pieno le proprie potenzialità e di partecipare a pieno titolo alla vita della società. La fondazione avverte che per questo è necessario che il Parlamento, nella conversione in legge del decreto, lavori sulla scala di equivalenza adottata per il calcolo del beneficio, perché “oggi non favorisce le famiglie con persone in età minore e in nuclei familiari numerosi (...)”. Inoltre, l’Albero della Vita segnala che “il requisito della residenza da almeno 10 anni di cui almeno 2 in via continuativa escluderà dall’accesso al beneficio molte famiglie di origine straniera in cui la presenza di minori è molto elevata”. Un’esclusione che andrebbe contro la Convenzione ONU sui diritti dell’infanzia e dell’adolescenza che l’Italia ha ratificato nel 1991.

La Comunità di Sant’Egidio, che si occupa da tempo delle situazioni di marginalità, denuncia anche che il requisito di residenza per almeno dieci anni, di cui gli ultimi due in modo continuativo, esclude la fascia dei senza fissa dimora (al cui interno ci sono anche persone che hanno perso il lavoro o che si sono separate dal proprio coniuge), perché la loro condizione precaria non si concilia con il criterio di residenza fissa e stabile (problematica sollevava anche dalla Federazione italiana organismi per le persone senza fissa dimora). Inoltre, la composizione del beneficio, formato da un contributo al reddito familiare e da uno per affitto affitto o mutuo, “produce un’evidente distorsione poiché finisce per penalizzare chi non ha casa, cioè proprio coloro che versano in condizione di povertà estrema. La persona senza fissa dimora riceverebbe meno di chi comunque gode di un’abitazione, che sia di proprietà o in affitto”.

Altra questione sollevata riguarda gli obblighi di spesa previsti nel beneficio ottenuto. L’ordine degli assistenti sociali sottolinea infatti che la spesa deve tener conto della peculiarità di ogni singola situazione familiare: “Il fatto che una persona decide di non utilizzare del tutto il plafond di un mese perché quello successivo deve affrontare una spesa medica o scolastica straordinaria perché essere visto come una trasgressione?”. Per gli assistenti sociali bisognerebbe pertanto puntare a favorire la costruzione di un bilancio familiare, perché la funzione educativa deve prevalere su quella del consumo immediato e personale.

Infine, Alleanza contro la povertà in Italia, nella propria audizione ribadisce alcuni dei punti sollevati dalle altre associazioni, e aggiunge anche che questa misura viene introdotta con troppa fretta e per questo rischia di creare caos nella presentazione delle domande e nei controlli da effettuare. “Più in generale – spiega l'associazione – si dimentica un punto noto a chi lavora con le persone in difficoltà: la costruzione di risposte in grado di sostenerle al meglio richiede tempo” e “i danni causati dalla fretta ricadranno sul funzionamento del reddito – e quindi sui poveri – più a lungo di quanto oggi non si pensi”.

  • INPS, Regioni e Comuni: le problematiche nel realizzare la misura

In Senato sono stati auditi anche i soggetti che dovranno attuare, ognuno con le proprie responsabilità, la misura del governo Conte in concreto o avranno comunque un ruolo di gestione: INPS, Regioni (che hanno la competenza esclusiva sull’attività dei Centri per l’Impiego) e Comuni.

Il presidente dell’Istituto Nazionale della previdenza sociale, Tito Boeri, ha sottolineato che all’Inps spettano “compiti molto rilevanti”. Per lui le principali criticità rispetto al ruolo dell’Istituto riguardano i controlli sul patrimonio mobiliare dei richiedenti del beneficio. L’Inps spiega così che “sarebbe opportuno accelerare il più possibile l’avvio dell’ISEE precompliato” (che in base al decreto “milleproroghe” del governo M5s-Lega partirà da settembre 2019) e rinviare l’avvio operativo della misura in attesa della piena operatività dell’ISEE precompilato, perché “in assenza di controlli ex-ante sulla veridicità delle autodichiarazioni patrimoniali da parte dei richiedenti il reddito, si rischia di dover poi, in sede di verifica ex-post, recuperare somme ingenti da famiglie che non soddisfano i requisiti patrimoniali della misura”.

Le Regioni, invece, iniziano denunciando che il confronto “su una misura così nevralgica” è avvenuto quando il provvedimento era già stato completamente definito dal governo, “senza possibilità per gli attori del territorio di poter offrire un contributo per una costruzione del dispositivo basato sulla loro esperienza”. Il risultato è che senza una reale concertazione sul testo “si rischia di rendere una larga parte delle misure inattuabili e dover far subire, di conseguenza, alle persone inevitabili rallentamenti amministrativi e situazioni di incertezza procedurale”, come già sottolineato anche da Alleanza per la povertà. Riguardo ai centri per l’impiego, le Regioni affermano che è indispensabile un loro rafforzamento, anche a prescindere dal misura del governo, e che “se le risorse professionali non saranno adeguatamente potenziate e formate e le infrastrutture fisiche e tecnologiche garantite”, l’operatività di questo sistema potrebbe essere travolta dall’onda d’urto delle domande.

Le Regioni poi si mostrano preoccupate sul ruolo dei circa 6mila “navigator” “contrattualizzati con forme di lavoro precario da parte di ANPAL Servizi, che dovrebbero andare a seguire e supportare i beneficiari (...), affiancando e sovrapponendosi, di fatto, agli operatori dei CPI e svolgendo funzioni in materia di politiche attive che sono, incontestabilmente, di competenza regionale”. Al riguardo viene denunciata la poca chiarezza circa le regole e le modalità di interazione con i servizi territoriali, la responsabilità giuridica e gestionale, nonché la collocazione fisica di questo personale aggiuntivo. Per questo motivo si avverte che il rapporto professionale di queste nuove figure “non può essere condiviso, in quanto presenta profili di invasività delle competenze costituzionali delle Regioni, restando del tutto avulso rispetto al contesto organizzativo e operativo dei servizi pubblici per l’impiego (...)”.

L’Anci (Associazione nazionale dei Comuni italiani), infine, specifica che la misura non riconosce loro il ruolo di regia territoriale, ma nonostante questo i compiti affidati e gli oneri amministrativi relativi “risultano nondimeno gravosi”. Ad esempio, avvertono i Comuni, la verifica del requisito dei dieci anni di residenza, di cui gli ultimi due continuativi, “richiede tempi molto lunghi, l’impiego di risorse umane dedicate e grandi difficoltà di interlocuzione con gli uffici anagrafici di altri Comuni, in caso di spostamento di residenza”. Per questo motivo viene espressa preoccupazione per l’adeguatezza delle risorse destinate.

Inoltre, per quanto riguarda i progetti di pubblica utilità previsti per beneficiari all’interno dei Comuni, l’Anci teme che, se le amministrazioni comunali non saranno messe nelle condizioni di attivarli, “questa opportunità si trasformi in un punto di vulnerabilità e fragilità per l’intera misura”.

  • Reddito e privacy: le osservazioni del Garante

Il provvedimento ha anche impatto su questioni legate alla privacy. Il Garante per la protezione dei dati personali spiega infatti che il meccanismo di riconoscimento, erogazione e gestione del beneficio “comporta trattamenti su larga scala di dati personali” a cui deve essere riconosciuta “la massima tutela in ragione della loro attinenza alla sfera più intima della persona o perché suscettibili di esporre l’interessato a discriminazioni”.

Per il garante le diverse attività di trattamento previste nel decreto presentano però “rilevanti criticità”. Il trattamento dei dati personali deve rispettare i principi del Regolamento europeo sulla protezione dei dati, ma in questo caso i requisiti richiesti non vengono rispettati. Il decreto legge approvato dal governo contiene, infatti, previsioni di portata generale che risultano non idonee “a definire con sufficiente chiarezza le modalità di svolgimento delle procedure di consultazione e verifica delle varie banche dati” che verranno raccolti da diversi enti e amministrazioni che dovranno rendere operativa la misura.

Ad esempio vengono espresse perplessità e critiche alla disciplina prevista per il “monitoraggio” sull’utilizzo della carta fornita da Poste. Per il Garante “le legittime esigenze di verifica di eventuali abusi e comportamenti fraudolenti, si traducono in una sorveglianza su larga scala, continua e capillare sugli utilizzatori della carta, determinando un’intrusione sproporzionata e ingiustificata su ogni aspetto della vita privata degli interessati”.

Viene inoltre analizzato anche il sito internet dedicato a fornire, per ora, spiegazioni sulla misura e presentato ufficialmente dal ministro del Lavoro la scorsa settimana. Secondo il garante “il sito rivela, già nel suo attuale stato di sviluppo, alcune carenze, in particolare, nell’informativa sul trattamento dei dati e nelle modalità tecniche della sua implementazione”.

Foto in anteprima via Ansa

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Finlandia, cosa dicono davvero i primi risultati sul reddito di base


[Tempo di lettura stimato: 4 minuti]

Non aumenta i livelli di occupazione nell'immediato ma migliora la propria sensazione di sicurezza sociale ed economica che si traduce in meno stress, maggiore concentrazione, maggiore fiducia nel futuro e più convinzione nelle proprie capacità e nella possibilità di incidere sulla propria condizione professionale e di vita.

Ieri sono stati presentati i risultati del monitoraggio del primo anno di sperimentazione del reddito di base in Finlandia. Dal gennaio 2017 il governo finlandese ha avviato un progetto pilota di reddito di base che prevedeva il pagamento di 560 euro al mese a 2000 persone di età compresa tra i 25 e i 58 anni che già ricevevano un sussidio di disoccupazione, selezionati nel dicembre 2016 da un campione casuale. I cittadini finlandesi prescelti avrebbero ricevuto il denaro “in maniera automatica, senza ostacoli burocratici né penalità se avessero guadagnato altri soldi” e non avrebbero dovuto rendere conto di come avrebbero speso i 560 euro mensili. In altre parole si trattava della sperimentazione di un vero e proprio reddito di base incondizionato (misura diversa da quella approvata in Italia dal governo Conte).

Per l’esperimento il governo aveva predisposto una spesa di 20 milioni di euro con l’obiettivo di: creare i presupposti perché i cittadini finlandesi non accettassero condizioni di lavoro sfavorevoli o stipendi troppo bassi, provare a semplificare il complesso sistema di welfare finlandese (che prevedeva diverse tipologie di sussidio a seconda dello status di ciascun cittadino), capire se la distribuzione di denaro favorisse la creazione di nuovi posti di lavoro, visto che i partecipanti al progetto avrebbero continuato a beneficiare dell’erogazione del denaro anche in caso di impieghi part-time, cosa non prevista con il sussidio di disoccupazione.

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Tuttavia, lo scorso anno il governo finlandese ha deciso a sorpresa di sospendere il progetto dopo soli due anni, orientandosi verso altre tipologie di riforma del welfare e senza attendere nemmeno l’analisi dei risultati del primo biennio, e di non avviare la seconda fase di sperimentazione che prevedeva di coinvolgere non solo i disoccupati ma anche persone con redditi bassi e giovani anche al di sotto dei 25 anni. Il direttore scientifico dell’esperimento, Olli Kangas, aveva duramente criticato questa decisione spiegando che il governo aveva respinto la richiesta di un ulteriore finanziamento di 40-70 milioni di euro per estendere la sperimentazione a un gruppo di finlandesi attualmente occupati in modo tale da avere più dati a disposizione per valutare l’efficacia del progetto e che, senza l’inclusione di queste figure, non c’erano elementi sufficienti a disposizione per valutare l’effettivo impatto del reddito di base, se incentiva i beneficiari a trovare un nuovo lavoro, a migliorare la propria posizione lavorativa o a iniziare un percorso di formazione.

Cosa dicono i dati

I responsabili del progetto hanno studiato gli effetti della sperimentazione sullo stato di occupazione, reddito e benessere dei partecipanti. Si tratta, tuttavia, di dati ancora preliminari, relativi al solo primo anno dell’esperimento, il 2017. Analisi più approfondite, si legge sul sito del progetto, saranno presentate in primavera mentre per i risultati definitivi sull’intero ciclo progettuale bisognerà attendere i primi mesi del 2020. Solo con i dati definitivi, spiegano i ricercatori del Kela, l’agenzia governativa finlandese che ha curato il progetto, potranno essere fatte valutazioni attendibili sui possibili effetti dell’introduzione di un reddito di base in Finlandia.

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Per quanto riguarda l’occupazione, il pagamento di 560 euro mensili non ha aiutato a trovare un lavoro. Dopo un anno di sperimentazione, non è stata riscontrata alcuna differenza nelle possibilità di trovare un impiego tra chi ha partecipato al progetto e chi invece ne è stato escluso. La situazione tra beneficiari del reddito di base e cittadini che si trovavano in una condizione di “mercato aperto” è stata praticamente identica.

Chi aveva percepito nel 2017 un reddito di base ha lavorato in media 0,5 giorni in più rispetto a chi non faceva parte del campione selezionato e ha guadagnato in media 21 euro in meno in un anno.

via Kela

Tuttavia, proseguono i responsabili del progetto, i beneficiari del reddito di base, contattati attraverso un sondaggio telefonico alla conclusione della sperimentazione, hanno mostrato di avere minori sintomi da stress, minore difficoltà di concentrazione e minori problemi di salute rispetto al campione di cittadini che esclusi dalla sperimentazione. In sintesi, ricevere un reddito di base sembra ridurre la sensazione di insicurezza.

Secondo i dati, il 55% dei beneficiari del reddito di base ha dichiarato di stare meglio dopo un anno di sperimentazione (nel campione di chi non ha partecipato al progetto, il 46% ha risposto di percepire il proprio stato di salute come buono o molto buono) e solo il 17% (il 25% tra gli esclusi dal progetto) ha manifestato un livello elevato o molto alto di stress.

via Kela

Inoltre, chi ha percepito il reddito di base ha dichiarato di essere più fiducioso nella possibilità di trovare un impiego perché riteneva di dover fronteggiare meno burocrazia, di poter beneficiare di una maggiore sicurezza sociale e di sentirsi in condizioni di maggiore serenità nel valutare se accettare o meno un’offerta di lavoro o prendere in considerazione di avviare un’impresa. Nello specifico, il 56% dei percettori del reddito pensava di trovare un impiego entro l'anno successivo (il 45% nel campione selezionato tra gli esclusi del progetto). Si tratta, si legge nel rapporto presentato dal Kela, di un dato statistico significativo che testimonia che i beneficiari del reddito di base hanno una maggiore fiducia nelle loro possibilità di trovare lavoro rispetto agli altri. 

Non si può parlare, dunque, di un flop o di una misura inutile che non incoraggia a trovare un nuovo lavoro, come riportato da alcune testate giornalistiche. «È fuorviante parlare di fallimento o successo. Sono dati di fatto che ci forniscono nuove informazioni che non avevamo prima di questo esperimento», ha spiegato alla BBC Miska Simanainen, uno dei ricercatori del Kela.

Più in generale, spiegano i responsabili del progetto, i beneficiari del reddito di base hanno enfatizzato nelle loro risposte la natura emancipatoria della misura. Questa percezione emerge in maniera statisticamente significativa nella valutazione della propria condizione economica. Chi percepisce un reddito di base ha sentito di trovarsi in una situazione economicamente più confortevole con effetti benefici sulle proprie condizioni di salute. Si ritiene, si legge nel rapporto, che la prevedibilità del reddito di base riduca il livello di stress grazie a una minore burocrazia da fronteggiare e alla percezione di un guadagno più sicuro.

via Kela

«I risultati degli effetti del reddito di base sulla possibilità di trovare un impiego e quelli sulla percezione del proprio benessere non sono in contraddizione, anche se può sembrare il contrario», ha concluso Minna Ylikännö, capo ricercatore del Kela. «Il reddito di base può avere un effetto positivo sul benessere del beneficiario, anche se a breve termine non migliora le prospettive di occupazione».

In ogni caso i dati di quest'esperimento non confermano quello che sostengono molti critici della misura e cioè che chi percepisce il reddito di base tende a lavorare meno. 

Foto in anteprima: Kimmo Brandt via New Europe

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Ultracattolici ed estrema destra al potere: chi c’è dietro la guerra alle donne e ai diritti


[Tempo di lettura stimato: 11 minuti]

«Giù le mani dalle donne». Le attiviste del movimento femminista Non Una di Meno lo gridano a gran voce nell’aula del consiglio del primo Municipio di Roma dove è in corso il convegno “Famiglia e natalità” organizzato dal gruppo della Lega. L’ospite principale della conferenza è il senatore leghista Simone Pillon, autore del ddl che porta il suo nome su divorzio e affido condiviso.

Del disegno di legge si è tornati a parlare negli ultimi giorni dopo l’inchiesta di Giulia Bosetti andata in onda su Presa Diretta, che ha mostrato ancora una volta gli aspetti critici e i grossi rischi per la tutela dei diritti dei minori o delle donne, specialmente in situazioni di abusi e violenza domestica.

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Ed è proprio contro il ddl – contestato sin dalla sua presentazione – che giovedì 31 gennaio Non Una di Meno insieme ad altre realtà femministe come la Casa Internazionale delle Donne e le reti di centri antiviolenza Di.Re e Differenza Donna ha organizzato la protesta al Municipio I.

Quando le donne entrano nell’aula dove si sta tenendo la conferenza intonando cori e alzando cartelli e striscioni, Pillon urla che la «famiglia è fatta da un uomo e da una donna che si vogliono bene», che c’è il rischio di una “sostituzione etnica”, che le «femministe hanno tradito la loro missione» e taccia le manifestanti di non sapere «cosa sia la democrazia». Nel frattempo le donne vengono ripetutamente insultate dai partecipanti all’incontro: «C’avete dieci amanti a testa, zoccole andatevene».

Maria Brighi della Casa Internazionale delle donne è in prima fila e scandisce insieme alle altre presenti le stesse parole che si trovano sullo striscione che sta reggendo: “Giù le mani dalle donne”. Dal tavolo si alza un uomo, la spintona, le dice che ha «rotto il cazzo» e le strappa dalle mani lo striscione. Altre donne si avvicinano, e vengono spintonate anche loro.

L’autore dell’aggressione è uno degli organizzatori della conferenza, Alessandro Vallocchia, figura della destra di strada romana: tra i suoi trascorsi l’organizzazione di ronde e la cosiddetta “operazione mazzaferrata” contro esercizi commerciali gestiti dai cinesi come portavoce del Comitato di Difesa Esquilino-Monti. Hanno appartenenze analoghe anche altri promotori dell’evento e ferventi difensori della famiglia naturale, così come ricostruito da DinamoPress.

Pillon, come si vede da numerosi video, assiste alla scena senza dire una parola. Neanche a conferenza finita condanna l’episodio, e risponde alle domande dei giornalisti dicendo di non sapere cosa sia successo e di non aver visto nulla. Poi, sulla sua bacheca Facebook, accenna soltanto a “10 minuti di interruzione da parte delle nazi-femministe cirinnanti”.

L’episodio di giovedì scorso è solo l’ultima espressione della guerra alle donne e ai diritti in atto nel nostro paese dietro il paravento della “difesa della famiglia tradizionale” – una guerra condotta congiuntamente da movimenti ultracattolici e di estrema destra, che ha acquistato linfa e copertura istituzionale con il nuovo governo.

L’attacco all’aborto

Simone Pillon non ha mai fatto mistero della sua contrarietà all’aborto. In una delle prime interviste dopo la sua elezione ha detto a La Stampa che bisogna «convincere la donna a tenere il suo bambino», se vuole abortire «le offriamo somme ingentissime per non farlo». E se vuole ancora? «Glielo impediamo».

Del resto il senatore si è subito espresso a favore della mozione approvata dal consiglio comunale di Verona lo scorso ottobre con l’obiettivo di finanziare e sostenere associazioni cattoliche che promuovono iniziative contro l’aborto. «A norma di legge dovrebbero farlo tutti i Comuni», aveva detto Pillon.

La mozione – che ha contestualmente dichiarato Verona prima “città della vita” in Italia - era stata proposta da Alberto Zelger, consigliere leghista di lungo corso con una storia in gruppi ultracattolici (è stato presidente del Movimento Europeo per la Difesa della Vita) e autore di affermazioni come «l’aborto è un abominevole delitto», «la legge 194 non dovrebbe esistere» e «i gay sono una sciagura per la riproduzione e la conservazione della specie». Il sindaco di Verona Federico Sboarina, dichiaratamente cattolico e “no gender”, eletto con una lista civica, sostenuto da Salvini e legato all’estrema destra locale, aveva dato il suo appoggio al documento.

Anche in quell’occasione le donne di Non Una di Meno avevano protestato, assistendo alla discussione della mozione vestite come le ancelle di Handsmaid’s Tale. Per tutta risposta, Andrea Bacciga, consigliere eletto con la lista del sindaco e legato a gruppi di estrema destra come il recente Fortezza Europa, nonché promotore del concerto nazi-rock dedicato a Jan Palach lo scorso 19 gennaio, si era rivolto a loro facendo il saluto romano.

Dopo l’approvazione movimenti e associazioni femministe avevano subito espresso la preoccupazione che quello del consiglio comunale di Verona potesse essere solo un primo passo, un laboratorio per politiche repressive dei diritti a più ampio raggio. Non avevano torto: in effetti mozioni praticamente identiche a quella veronese sono state presentate (ma non approvate) a pochi giorni di distanza in circa una decina di comuni italiani. Alcuni di questi documenti «erano praticamente un copia-incolla», spiega Eva, che fa parte di Non Una di Meno Verona. Questo fatto è secondo lei «esemplare» di come certe dinamiche cittadine si stiano diffondendo a livello nazionale.

Da Verona, infatti, è partita una vera e propria offensiva contro la libertà di scelta delle donne sul proprio corpo, che trova una diretta corrispondenza nelle aule parlamentari (dove è stato creato un intergruppo “Vita, Famiglia e Libertà” fondato da Pillon e composto da 150 parlamentari sulla linea del Family Day) e all’interno della compagine leghista dell’esecutivo. Ad esempio in uno dei ministeri chiave per l’agenda pro-vita: quello della Famiglia, affidato al veronese Lorenzo Fontana.

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Così come Pillon, anche Fontana ha difeso la mozione contro l’aborto, e con il senatore condivide anche le posizioni ultracattoliche: entrambi avevano partecipato all’ultima "Marcia per la vita", lo scorso maggio, il più grosso appuntamento pro-life in Italia, quest’anno dedicata alla guerra all’aborto nel quarantennale della legge che nel 1978 ha legalizzato le interruzioni di gravidanza. Fontana è iscritto a un piccolo gruppo, il “Comitato no 194”, che vorrebbe abolire con un referendum la legge 194/78, e sostituirla con una normativa che punisca donne e medici che ricorrono all’aborto con una pena detentiva. Il ministro, inoltre, non riconosce le famiglie omosessuali, combatte “l’ideologia del gender” e si oppone all’immigrazione per il pericolo di una “sostituzione etnica” (tutte posizioni esplicitate e ribadite nel libro che ha pubblicato).

Pro-life ed estrema destra

I movimenti pro-vita e no-gender in Italia (e anche in Europa) agiscono oramai come una vera e propria lobby. Quando Fontana è stato nominato ministro della Famiglia hanno festeggiato: uno dei loro aveva ottenuto una posizione chiave per portare avanti la loro agenda.

Prima della formazione del nuovo governo, Fontana era capo della delegazione della Lega al Parlamento Europeo. La sua militanza nella Lega è lunga un ventennio: dal 2002 è stato vice coordinatore federale del Movimento Giovani Padani, la sezione giovanile della Lega Nord, e poi nel 2016 è diventato vicesegretario federale del partito. Nel 2017, quando Sboarina è diventato sindaco di Verona, Fontana ha assunto la carica di vicesindaco.

Il ministro è stato, come europarlamentare, tra i promotori della prima Marcia per la vita che si è tenuta nel 2011 a Desenzano del Garda, e figura come relatore in eventi e convegni organizzati da diverse associazioni pro-life e no-gender sia a livello locale a Verona, che a livello nazionale. I suoi legami con l’estrema destra di strada veronese e i gruppi tradizionalisti cattolici sono piuttosto noti. Nel 2015 ha partecipato al “Family Pride” di Verona, un evento organizzato da Forza Nuova e dal circolo Christus Rex (legato a FN). Assieme a lui in una foto figurano anche il futuro sindaco di Verona Federico Sboarina e militanti di Forza Nuova legati alla curva dell’Hellas – nota per essere una specie di vivaio dell’estrema destra locale.

Del resto, le strade dei movimenti pro-life e dell’estrema destra si incrociano e confondono spesso.

Una delle principali organizzazioni ultra-cattoliche in Italia è ProVita Onlus, tra le promotrici di Family Day e Marcia per la Vita, che nel 2018 ha aperto un quartier generale a Roma. È l’organizzazione dietro gli enormi manifesti contro l’aborto apparsi a Roma lo scorso aprile, a ridosso dell’anniversario della legge 194.

ProVita ha forti legami con Forza Nuova, ben documentati da Yàdad de Guerre, autore del blog d’inchiesta "Playing the Gender Card". Per cominciare, il portavoce di ProVita si chiama Alessandro Fiore, figlio del leader di FN, Roberto. Il presidente di ProVita, Toni Brandi, ha sempre negato legami con l’estrema destra. Al Corriere della Sera ha detto che «tra Pro Vita e Forza Nuova non vi sono rapporti, vi è solamente uno storico rapporto di amicizia tra me e Roberto Fiore».

Ci sono però altre circostanze. Come riportato da Ferruccio Pinotti ed Elena Tebano, ad esempio, “a distribuire nella fase di avvio il notiziario di Pro Vita è Rapida Vis srl”, la cui sede legale “era a Roma, in via Cadlolo 90” allo stesso indirizzo della sede di Forza Nuova. Il libro di ProVita risulta pubblicato dall’Alliance for Peace and Freedom, una coalizione di partiti di estrema destra al Parlamento europeo presieduta da Roberto Fiore - che ne ha scritto l’introduzione. Brandi e Fiore, inoltre, compaiono entrambi in un documentario di propaganda russa anti-Lgbti.

Una delle iniziative pro-life più evidenti in Italia nel 2017 è stato il tour del bus arancione “anti gender”, promosso da Generazione Famiglia e da CitizenGO Italia. La prima è la branca italiana della Manif Pour Tous, il principale movimento pro-vita francese, lanciata nel 2013 con una manifestazione a Roma e presieduta da Jacopo Coghe.

CitizenGO Italia è una derivazione nostrana di una piattaforma per petizioni presente in diversi paesi e nata come fondazione per mano di HazteOir, un’associazione spagnola fondata e presieduta da Ignacio Arsuaga.

Come scrive Lara Whyte in un’inchiesta su openDemocracy 50.50, un team di investigatori spagnoli aveva tracciato dei collegamenti tra HatzeOir ed El Yunque, una società segreta messicana di estrema destra con l’obiettivo di “difendere la religione cattolica e combattere le forze di Satana, anche tramite la violenza o l’omicidio”. Il gruppo di ricerca americano Political Research Associates ritiene che questo non sia l’unico legame di CitizenGO con gruppi di destra ultracattolici. Ci sono infatti “connessioni di lungo corso con organizzazioni cristiane di destra anti abortiste e ‘pro-famiglia’, innanzitutto attraverso i membri del board”.

Brandi, Coghe e il direttore campagne di CitizenGO Italia Filippo Savarese fanno parte anche del Comitato Difendiamo i Nostri Figli, organizzatore dei Family Day del 2015 e 2016 a Roma. Anche il senatore Pillon risulta tra i soci fondatori, seppur autosospeso.

Secondo il Southern Poverty Law Center (SPLC), CitizenGO è l’organizzazione attraverso cui si sta muovendo “gran parte dell’attività anti-Lgbti americana”, grazie anche alla presenza nel board internazionale di Brian Brown, “uno dei più influenti attivisti americani anti-Lgbti nel mondo. Conosciuto per l’opposizione al matrimonio egualitario in California, Brown ha influenzato la legislazione che impedisce l'adozione da parte delle coppie omosessuali straniere in Russia e ha legami con numerosi leader anti-Lgbti di ispirazione autoritaria in Europa, in particolare il Primo Ministro ungherese Viktor Orbán”.

Il Congresso Mondiale delle Famiglie a Verona

Brown è presidente dell’International Organization for the Family (IOF), nonché leader del Congresso Mondiale delle Famiglie (World Congress of Families – WCF), il più importante meeting internazionale di gruppi e movimenti pro-life e anti-Lgbti, che si terrà dal 29 al 31 marzo a Verona, a meno di sei mesi dall’ultima edizione di settembre in Moldavia.

Il rappresentate in Russia del WCF è Alexey Komov (anche lui nel board di CitizenGo). È spesso invitato a parlare a conferenze organizzate dal ProVita, talvolta anche insieme a Fontana. Tra i suoi viaggi in Italia c’è stata anche la partecipazione nel 2013 al Congresso della Lega Nord a Torino. Per il SPLC Komov è “la chiave per il riallineamento del WCF a fianco dell'estrema destra europea”.

Della piattaforma del WCF fanno parte ProVita onlus, Generazione Famiglia, Comitato Difendiamo i Nostri Figli e Novæ Terræ, una fondazione che fa capo all’ex parlamentare italiano Luca Volonté – e della quale dal 2015 al 2018 ha fatto parte anche Pillon. Un’inchiesta di Francesca Sironi su L’Espresso dello scorso novembre ha analizzato i movimenti finanziari della fondazione, rivelando come Novæ Terræ abbia intercettato negli anni finanziamenti russi per organizzare in tutto il mondo campagne contro l’aborto e le unioni omosessuali.

Nato nel 1997 negli Stati Uniti, il WCF è stato catalogato dal SPLC come come “hate group”. Secondo un report del gruppo Political Research Associates, il WCF usa “questa “retorica ‘pro-famiglia’” per “promuovere nuove leggi che giustificano la criminalizzazione delle persone Lgbti e dell’aborto, scatenando effettivamente in giro per il mondo una valanga di legislazioni anti aborto e anti-Lgbti, persecuzioni e violenze che alla fine danneggiano – e cercano di smantellare – tutte le ‘famiglie non tradizionali’”.

I “Congressi” che il WCF tiene una volta l’anno fungono da “luoghi chiave per lo sviluppo e la diffusione della strategia di destra. Questi eventi in genere attirano migliaia di partecipanti e costruiscono l'influenza internazionale del WCF riunendo politici compiacenti, leader religiosi, scienziati, studiosi e società civile di tutto il mondo. I relatori principali sono in genere leader di spicco della destra cristiana americana che rappresentano organizzazioni più grandi e con migliori risorse che aderiscono come partner al WCF”.

All’edizione di Verona, oltre al ministro della Famiglia Fontana e all’omologo ungherese ed altri, è atteso come speaker anche Matteo Salvini. Alla scorsa edizione in Moldavia il ministro dell’Interno aveva partecipato inviando una lettera, in cui definiva lo sforzo del WCF “di difendere la famiglia naturale un elemento vitale per la sopravvivenza dell’umanità”.

Lo scorso ottobre Salvini ha incontrato a Verona il sindaco Sboarina, Brian Brown e le associazioni promotrici del Family Day (successivamente ricevuti anche da Lorenzo Fontana). Il ministro dell’Interno si è detto orgoglioso «di ospitare le famiglie del mondo a Verona, questa è l’Europa che ci piace». I leader di ProVita Onlus, Comitato Difendiamo i Nostri Figli e Generazione Famiglia presenti all’incontro hanno detto che «da Verona sarebbe iniziata la contro-rivoluzione del buon senso e della ragione».

Secondo la giornalista del Post Giulia Siviero, che vive a Verona, «a posteriori si può dire che la mozione anti aborto e altri e episodi che si sono verificati negli ultimi tempi abbiano preparato il terreno per il Congresso delle famiglie».

Quando a febbraio 2018 il Bus anti gender di CitizenGO e Generazione Famiglia è arrivato a Verona ha trovato ad accoglierlo il sindaco Sboarina e l’allora vicesindaco, Lorenzo Fontana. Nello stesso mese in città si è tenuto il primo “Festival Per la Vita”, organizzato tra gli altri da ProVita Onlus e Comitato Difendiamo i Nostri Figli e sponsorizzato dal World Congress of Families. Sia Sboarina che Fontana erano presenti come speaker dell’evento, che si è tenuto nello storico palazzo della Gran Guardia. Nel frattempo, i gruppi di estrema destra di strada moltiplicavano le loro iniziative, supportati dall'amministrazione.

«Sono stati fatti una serie di passi – aggiunge Siviero – in una città che non reagisce abbastanza, perché comunque c’è un terreno fertile per questi mondi e l’amministrazione non li ostacola, anzi. Per questo penso che organizzare il Congresso a Verona sia fortemente simbolico».

Verona è in effetti un passaggio chiave per capire cosa si sta muovendo a livello nazionale. La città ha una lunga storia di legami tra ambienti del tradizionalismo cattolico, estrema destra di strada e amministrazioni locali. Paola Bonatelli, attivista del circolo Lgbti Pink di Verona e a lungo corrispondente del Manifesto, afferma che c’è sempre stato una sorta di «filo nero», sin dai tempi della Repubblica di Salò e poi negli anni ‘70 con il terrorismo nero. Quando nel 1994 neofascisti entrarono nel primo governo Berlusconi, la stessa cosa accadde a Verona: Bonatelli ricorda che dal 1994 al 2002 l’amministrazione di Forza Italia aveva tre membri provenienti dall’estrema destra. Risalgono a quegli anni le prime mozioni omofobe proposte in consiglio comunale.

Poi, dopo 5 anni di governo di un sindaco cattolico di centro-sinistra, è iniziata l’amministrazione guidata dal leghista Flavio Tosi (dal 2007 al 2017), dove è diventata ancora più esplicita la relazione con tradizionalisti cattolici e militanti di estrema destra, spesso posizionati in ruoli di vertice di municipalizzate e istituzioni. Sono gli anni di decine di aggressioni neofasciste documentate dai movimenti antifascisti e dell’omicidio del ventinovenne Nicola Tommasoli, pestato a morte in strada da cinque neonazisti.

«Verona è stata da sempre un un punto di riferimento per diverse associazioni cattoliche tradizionaliste che hanno avuto stretti legami con le frange della destra più radicale e che hanno influenzato la politica locale», spiega Emanuele Del Medico, attivista e studioso dell’ex centro culturale di documentazione anarchica di Verona “La Pecora Nera” e autore del libro "All’estrema destra del padre. Tradizionalismo cattolico e destra radicale. Ultracattolici ed estrema destra", aggiunge, «hanno un obiettivo comune: ripristinare un ordine del passato andato perduto».

Questo intreccio di connessioni tra fondamentalisti cattolici, destra di strada ed istituzioni con la Lega al governo si è spostato a livello nazionale. Del Medico chiama questo processo una «veronesizzazione della politica italiana»: «Fontana è riuscito a portare le tematiche che da una vita raccontano la politica veronese dominante fino al livello nazionale». È un modello, aggiunge, «assolutamente replicabile su un piano europeo».

In città e a livello nazionale si sta compattando una resistenza costruita attorno al movimento femminista Non Una di Meno, che è riuscito a tenere insieme le istanze di donne, migranti, persone Lgbti, minoranze e tutti i soggetti che sono i bersagli dei “difensori della famiglia naturale”. Siviero spiega che questa cosa è avvenuta perché come sempre «il corpo delle donne è il campo di battaglia delle politiche repressive».

Immagine in anteprima via Fanpage

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Il giornalista che usa i social per denunciare le violenze della polizia contro i gilet gialli


[Tempo di lettura stimato: 8 minuti]

di Filippo Ortona (sui social "Filippesi Lanzardo")

(Avvertenza: alcune delle immagini contenute nelle pagine a cui rimandano i link qui citati, possono urtare la sensibilità del lettore)

Secondo il dizionario inglese Merriam-Webster, una tweetstorm (“tempesta di tweet”) può definirsi come un “turbinìo di attività su Twitter a proposito di un tema particolare, spesso consolidato da un unico hashtag”.

Quella scatenata da David Dufresne è probabilmente la più incredibile tempesta nel suo genere, ma non sono gli hashtag a unificare il messaggio dei suoi tweet, bensì la menzione costante di una piazza parigina, place Beauvau, dove ha sede il ministero degli Interni francese, la cui handle su Twitter è per l’appunto @Place_Beauvau.

Il tweet “numero 1” dal profilo di Dufresne, in cui viene ritwittato un video di una manifestazione dei gilet gialli a Bordeaux. “CRS (polizia antisommossa francese, nda) spara alla testa di una liceale a Bordeaux.” Attenzione, immagini forti.)

Dufresne è un giornalista (Libération, Mediapart), documentarista (France2, Arte) ed esperto del maintien de l’ordre in Francia (la dottrina relativa alla gestione dell’ordine pubblico). Sin dall’inizio del movimento dei gilet gialli, lo scorso novembre, ha censito sul suo profilo i feriti gravi e gli incidenti provocati dall’utilizzo di flashballs e granate di dispersione, armi in teoria non letali in dotazione alla polizia antisommossa francese impegnata nelle manifestazioni dei gilet gialli.

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Secondo numerosi osservatori e associazioni, tra le quali Amnesty International, questi congegni sono in realtà molto pericolosi, in particolare in contesti come quelli delle manifestazioni di piazza. Sebbene i media francesi ne parlassero molto raramente fino a oggi, flashballs e granate hanno prodotto centinaia tra amputazioni, perdite di occhi, mascelle spaccate e lesioni gravi nel corso degli anni. C'è chi ci ha anche rimesso la vita, come Remi Fraisse, giovane ecologista morto a causa di una di queste granate nel 2014. Già nel 2013 il défenseur des droits francese, sorta di difensore civico istituzionale, ne sconsigliava l’utilizzo nelle operazioni antisommossa.

A ragion veduta, si direbbe, visto che a due mesi dall’inizio del movimento dei gilet gialli, si contano ormai quattro persone con una mano amputata, almeno 17 (ma forse di più) manifestanti o passanti che hanno perso un occhio, 159 feriti alla testa e 138 in altre parti del corpo. Tra le vittime, vi sono anche 39 giornalisti e 25 minori. Varie decine hanno avuto la mascella fracassata e in migliaia hanno subito lesioni di vario tipo. Numeri recensiti da David Dufresne e da Mediapart, in questa infografica in costante aggiornamento.

I post di Dufresne sono strutturati tutti nello stesso modo: “Allo, Place Beauveau? È per una segnalazione”. Segue la segnalazione dell’uso improprio delle armi da parte della polizia, il luogo, la data, il contesto, e la prova video/foto.

“‘Ferita dovuta a una flashball o a una granata di dispersione: inchiesta in corso.’ 32 punti di sutura di cui 12 sottocutanei. Parigi, museo d’Orsay, 16h10, AttoVIII. Fonte: mail.”

“William, #LBD40 (il modello di fucile che lancia le flashballs, nda), tiratore a meno di 10 metri. Poliziotto della BAC (brigata anti criminalità, nda), secondo fonti dell’ispettorato nazionale. Atto IX, Parigi. Arcata sopracciliare fratturata, asportazione della carne fino all’osso sopra al sopracciglio, occhio risparmiato. Fonte: madre della vittima, mail”.

Come ha dichiarato lui stesso, ogni segnalazione si basa su prove documentali, “ovvero foto, video, certificati medici, verbali di polizia.” Materiale quindi verificabile da Dufresne stesso, che posta su Twitter dopo averne comprovato l’autenticità. Sono tutti elementi che riceve dagli utenti dei social, dai manifestanti e spesso dagli stessi feriti.

“Uomo, 51 anni. Colpito da un lancio di flashball nell’inguine, a una distanza di una decina di metri al massimo. Atto 3, Parigi. Fonte: mail.” Allegata al tweet, la mail della persona che ha segnalato l’episodio a Dufresne, in cui descrive brevemente il contesto in cui si trovava al momento dei fatti. La foto della ferita, specifica l’utente in questione, è stata scattata due giorni dopo l’incidente.

Dufresne ha recensito in questo modo più di 300 casi di abuso di potere da parte della polizia nei confronti dei manifestanti, e il suo profilo è ormai divenuto un punto di riferimento anche per i giornalisti. Dall’inizio di gennaio, è ospite nei programmi televisivi, le radio più seguite lo vogliono a tutti i dibattiti, i grandi giornali gli dedicano ampi ritratti. Anche il New York Times lo ha citato in un pezzo sulla violenta repressione delle manifestazioni, ed è stato addirittura invitato dal talk show più seguito del paese, Balance ton post, una delle più popolari trasmissioni trash della TV francese.

“La trasmissione Balance Ton Post mi propone di andare a dibattere domani venerdì. Ci vado? Non ci vado? Qual è il vostro parere?” Come si evince dal sondaggio, alla fine non ci è andato.

Il fatto che un giornalista come Dufresne venga portato in palmo di mano dagli editorialisti più importanti del paese rappresenta un capovolgimento retorico piuttosto spettacolare, se si pensa a come i media avevano trattato fino a oggi il problema. Ancora fino a un mese fa, la redazione di Libération, rispondendo a un lettore che chiedeva come mai un recente rapporto di Amnesty International molto critico verso l’utilizzo delle flashballs nelle manifestazioni dei gilet gialli non fosse stato ripreso dai giornali, ha ammesso che “questo rapporto… è stato effettivamente molto poco citato dai media […] Non possiamo rispondere […] della scelta editoriale dell’insieme delle redazioni [francesi]”.

Dire che i rischi correlati all’utilizzo delle armi “non letali” fossero ignorati dalla stampa è un eufemismo. Quando è esploso la scorsa estate lo scandalo legato ad Alexandre Benalla, sorta di ambigua guardia del corpo molto vicino al presidente della Repubblica, ripreso a malmenare degli studenti durante la manifestazione dello scorso primo maggio a Parigi, nessuno rimase stupito dalla violenza delle forze dell’ordine, che pure avevano fatto ampio ricorso a flashballs e granate anti-sommossa.

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Lo scandalo, all’epoca, cioè appena qualche mese fa, era che tale violenza venisse esercitata senza autorizzazione, in via del tutto ufficiosa, da parte del bodyguard di Macron – non che venissero utilizzate armi ritenute estremamente pericolose da decine di organizzazioni ed esperti.

Il punto è che in quel momento, come ha fatto notare Usul, un editorialista di Mediapart, “c’era un contesto […], qualche eccesso da parte dei manifestanti che giustificavano gli eccessi delle forze dell’ordine. La violenza della polizia era un non-tema, un soggetto molto meno interessante [per i media] rispetto alla violenza dei casseurs”.

La situazione si è ormai ribaltata, e questo anche grazie all’attivismo di Dufresne e altri come lui: la redazione di Le Monde, giornale politicamente moderato e vicino alle posizioni liberali del presidente in carica, in un editoriale del 25 gennaio scorso ha scritto che il ministro degli Interni “dovrebbe accettare un’inchiesta trasparente e circostanziata sul numero dei feriti gravi a causa delle flashballs”. TF1, il canale televisivo privato più seguito del paese, nel corso di uno dei programmi più visti del palinsesto (Le Quotidien), ha mandato in onda vari servizi che mettono sotto accusa non solo l’operato della polizia, ma addirittura le dichiarazioni del ministero degli Interni. Una famosa giornalista di Europe1, una delle radio commerciali più ascoltate in Francia, ha aperto un seguitissimo talk-show dicendo che “bisogna seriamente interrogarsi” sull’utilizzo delle flashballs e delle granate anti-sommossa. Benjamin Griveaux, portavoce del governo e fedele alfiere del macronismo, nel corso della stessa trasmissione, ha ammesso che “non si può chiedere a dei manifestanti di comportarsi in modo esemplare, se non ci si comporta in modo esemplare a propria volta”. Inoltre, anche alcuni sindacati di polizia hanno protestato contro l'utilizzo sproporzionato e pericoloso di tali armi, come il sindacato France-Police in questo comunicato, in cui si legge, tra l'altro, che "queste mutilazioni permanenti sembrano essere state causate da flashballs e granate esplosive. Non era mai successo che durante la V Repubblica facessimo un uso cosi massiccio di armi del genere contro la folla".

Questo improvviso interesse non ha mancato di sollevare qualche interrogativo tra i numerosi attivisti che si battono da anni su questi problemi, in particolare nei quartieri popolari alle periferie delle metropoli francesi.

“Avviso ai giornalisti, siccome sembra che vi stiate d’improvviso interessando alle violenze della polizia. Sappiate che esattamente un anno fa, un giovane che si chiamava Gaye Camara è stato abbattuto dalla polizia a Epinay (periferia di Parigi, nda) con una pallottola nel cranio”.

I motivi di questo disinteresse vanno ricercati nel fatto che “c’è sempre stato una specie di pregiudizio negativo, cioè che i feriti [dalle flashballs] dovessero essere degli hooligans, o dei giovanotti delle periferie, o dei cattivi sinistroidi. La maggior parte delle persone credeva che se uno veniva ferito era in un certo senso colpa sua” perché evidentemente “si era messo in una situazione in cui non avrebbe dovuto essere,” dice Ian, membro del collettivo “Desarmons-Les” (“Disarmiamoli”), che dal 2012 milita per fornire assistenza legale ai feriti e documentando i casi di violenza, che Valigia Blu ha intervistato via telefono. Ma nel caso dei gilet gialli “ci sono stati talmente tanti casi di feriti gravi, gente dai profili molto diversi tra loro, in particolare giovani e soprattutto, tante donne,” mentre fino ad oggi i feriti erano per lo più uomini, che è divenuto difficile fare finta di niente. Inoltre, il fatto che “venti persone perdano un occhio in due mesi, è davvero qualcosa di mai visto... non era più possibile continuare a dire che i feriti erano persone che in fondo se l’erano cercata”.

I gilet gialli, secondo Ian, hanno sviluppato un rapporto inedito coi social network. Quando durante una manifestazione qualcuno viene ferito da un’arma non-letale usata dalla polizia, quasi immediatamente le immagini dell’episodio - e delle ferite - vengono postate sui social, a volte dal ferito stesso. “Non era mai successo prima… e quasi tutti i gilet gialli feriti” hanno fatto ricorso a questa pratica, inondando le timeline di foto di visi martoriati, occhi cavati, crani sanguinanti e lividi. “C’è un fenomeno del tutto nuovo legato alla comunicazione immediata via social, che ha fatto sì che i media tradizionali, nel mese di gennaio, non potessero più ignorare la questione.” Anche se, avverte, “è un’arma a doppio taglio,” giacché è possibile che tali immagini vengano utilizzate contro chi le ha prodotte in sede giudiziaria.

Come ha detto David Dufresne a Mediapart, “il diniego mediatico ha iniziato a creparsi (...) davanti alla valanga di immagini” franata sui social. Ormai, “ciò che succede sui social network non è per niente marginale,” perché è sui social che si informa “una percentuale estremamente elevata della popolazione… E se le persone vivono delle cose e non le vedono poi trattate al TG, guarderanno sempre meno il TG”.

“Certo, i social network sono dei vettori notevoli di false notizie”, ha dichiarato Dufresne in un’altra intervista, “ma senza Facebook o Twitter, siamo certi che il silenzio dei media e dei politici sarebbe stato spezzato in questo modo?”. Il movimento dei gilet gialli, secondo lui, ha questa capacità “straordinaria di interrogare tutta la società – compresa la società dei media”. Che per ora, sembra aver almeno riconosciuto che la domanda è stata posta, dal basso.

I politici, invece sembrano ancora in ritardo. Proprio oggi, primo febbraio, il ministro degli Interni Christophe Castaner, durante una conferenza stampa al ministero, ha risposto alle critiche dicendo: “se la legge venisse rispettata, molto semplicemente, non ci sarebbero feriti”. La conferenza era trasmessa in diretta da BFMTV, un canale all news 7/24, molto criticato dai gilet gialli per il modo in cui rappresenta il movimento. Nell’angolo in basso a destra dello schermo, una scritta pubblicizzava un’inchiesta della redazione, in onda più tardi sul canale, intitolata “L’Enigma Benalla.” Sopra, in un piccolo rettangolo blu, campeggiava il volto di Alexandre Benalla, il collaboratore di Macron sorpreso a picchiare gli studenti lo scorso primo maggio. Intanto, venerdì scorso, il Consiglio di Stato della Francia ha stabilito che le forze di polizia hanno il diritto di utilizzare le flashballs durante manifestazioni e proteste.

Foto anteprima via France24

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Caso Diciotti, perché Salvini è l’unico indagato e cosa dicono le carte del Tribunale dei Ministri


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di Angelo Romano e Andrea Zitelli

Come si è arrivati alla richiesta di autorizzazione a procedere nei confronti di Salvini

Tutto nasce dall’intervento di soccorso e salvataggio nei confronti di 190 migranti partiti dalla Libia, avvenuto il 16 agosto scorso, da parte della nave della Guardia Costiera ‘U. Diciotti’ nella zona SAR (Search and Rescue) maltese. Il 20 agosto, Catania viene indicata dal Ministro dei Trasporti, Danilo Toninelli, come porto sicuro dove attraccare. Per cinque giorni però, fino al 25 agosto, 177 persone delle 190 salvate rimangono bloccate sulla Diciotti ormeggiata perché non viene concesso loro di scendere sulla terra ferma, anche se, bisogna specificare, essendo su una nave militare italiana i migranti erano già su territorio nazionale. Fonti del Viminale fanno sapere infatti ai giornali che il Ministero dell’Interno “non ha dato né darà alcuna autorizzazione all’attracco di nave Diciotti, finché non avrà certezza che i migranti a bordo andranno altrove”. Quella che si attende dal Viminale è “una risposta dall’Europa sulla ripartizione degli immigrati tra vari paesi”. Posizioni ribadite anche da Salvini in interviste e in dirette video sui social.

La procura di Agrigento apre un fascicolo inizialmente contri ignoti per sequestro di persona e arresto illegale sul trattenimento a bordo della nave Diciotti dei 177 migranti. Su questa notizia arriva il commento del Ministro dell’Interno

In una diretta Facebook, Salvini afferma inoltre che “se bloccare una, due, tre, quattro, cinque navi, mi comporta accuse e processi, ci sono. Non sono un ignoto” e attacca l’Europa che sulla vicenda è stata “vigliacca” e rimasta “zitta”. Pochi giorni dopo, la Procura di Agrigento iscrive nel registro degli indagati Matteo Salvini. Essendo Salvini un ministro di questo governo, il fascicolo viene trasmesso dalla procura di Agrigento al Tribunale dei ministri competente. Come spiega Il Post, questo tribunale “esiste in ogni distretto di Corte d’appello ed è composto da tre magistrati sorteggiati ogni due anni. Il tribunale dei ministri ha poteri di indagine, può ascoltare testimoni e ha 90 giorni di tempo per svolgere le sue indagini, prolungabili di altri 60. Al termine delle indagini, il tribunale dei ministri ha due scelte: archiviare il procedimento, una decisione definitiva e non appellabile, oppure trasmettere gli atti alla camera di appartenenza dell’indagato per chiedere un’autorizzazione a procedere contro di lui”.

Il fascicolo – tramite la Procura di Palermo che modifica i reati contestati e li riduce a uno, cioè il sequestro di persona aggravato – passa così al Tribunale dei ministri di Palermo che, a metà ottobre, stabilisce la non sussistenza di condotte penalmente rilevanti nei confronti del ministro fino all’arrivo della nave della guardia costiera a Catania e dichiara la propria incompetenza territoriale per i fatti accaduti a partire dall’attracco nel porto della città siciliana, rimettendo così gli atti al Procuratore della Repubblica di Catania, Carmelo Zuccaro, per le sue valutazioni di competenza.

Zuccaro, a fine ottobre, chiede al Tribunale dei Ministri di Catania di archiviare il procedimento nei confronti del Ministro dell’Interno per infondatezza del reato contestato. Per il Procuratore di Catania, infatti, il ritardo nello sbarco dei migranti della Diciotti è «giustificato dalla scelta politica, non sindacabile dal giudice penale per la separazione dei poteri, di chiedere in sede Europea la distribuzione dei migranti (e il 24 agosto si è riunita la Commissione europea) in un caso in cui secondo la convenzione Sar sarebbe toccato a Malta indicare il porto sicuro».

Il Tribunale dei ministri di Catania però non archivia e chiede l’autorizzazione a procedere nei confronti di Salvini. Nel corso di questo iter, il ministro dell'Interno ha cambiato idea sul farsi processare. Questa estate infatti Salvini era stato intervistato da Libero. Il giornalista aveva chiesto: «Se il Tribunale dei Ministri decidesse di accusarla, sarà il Senato a dover votare la sua processabilità. Cercherà voti “amici” per sfangarla?». Il ministro dell'Interno aveva risposto: «Assolutamente no! Se il Tribunale dirà che devo essere processato andrò davanti ai magistrati a spiegare che non sono un sequestratore. Voglio proprio vedere come va a finire...». Circa cinque mesi dopo Salvini ha inviato una lettera al Corriere della Sera in cui, invece, afferma: «Dopo aver riflettuto a lungo su tutta la vicenda, ritengo che l'autorizzazione a procedere debba essere negata». 

Cosa ha richiesto il Tribunale dei Ministri di Catania

In un’intervista al Corriere della Sera, Mario Giarrusso, membro del Movimento 5 Stelle della Giunta per le autorizzazioni al Senato, ha spiegato che il M5S avrebbe scelto se votare a favore o contro la richiesta di autorizzazione a procedere nei confronti del ministro dell’Interno, Matteo Salvini, solo dopo aver valutato bene la richiesta presentata dal Tribunale dei Ministri.

Giarrusso ha poi precisato: «Il primo punto è capire cosa stiamo votando. Non si tratta di una immunità parlamentare disciplinata dall'articolo 68 della Carta, ma di un altro tipo di guarentigia prevista dall'articolo 96 e che riguarda l'attività del governo». Per questo motivo, ha aggiunto il parlamentare dei 5 Stelle, i senatori sono chiamati a «rispondere al quesito che il Tribunale dei ministri ha posto al Senato. Il quesito è: il ministro dell'Interno ha agito a tutela di un interesse dello Stato costituzionalmente rilevante, cioè per il perseguimento di un preminente interesse pubblico? Oppure no? È un caso senza precedenti. Non stiamo parlando di singoli, gruppi o partiti. Stiamo valutando l'azione di governo, non quella di Salvini».

In realtà le cose non stanno esattamente come presentate da Giarrusso. È vero che i senatori non sono chiamati a votare sull’immunità dei parlamentari (disciplinata dall’articolo 68), ma su eventuali reati commessi dal Presidente del Consiglio e dai ministri commessi nell’esercizio delle loro funzioni (disciplinati dall’articolo 96) ma leggendo il testo della “Domanda di autorizzazione a procedere in giudizio (...) nei confronti del senatore Matteo Salvini nella sua qualità di ministro dell’Interno pro tempore si può osservare che la richiesta del Tribunale dei Ministri non riguarda l’attività del governo ma esclusivamente quella del ministro dell’Interno, a differenza di quanto sostenuto da Giarrusso. Il Tribunale dei Ministri chiede, infatti, di decidere se concedere o meno l’autorizzazione a procedere nei confronti di Matteo Salvini in relazione al reato di sequestro di persona aggravato a lui contestato nella sua attività di ministro dell’Interno nella vicenda Diciotti. 

Che dietro la decisione del Dipartimento per le Libertà Civili e per l’Immigrazione di non indicare tempestivamente un porto sicuro su richiesta dell’MRCC di Roma, “vi sia stata la precisa volontà del ministero dell’Interno – scrive il Tribunale dei Ministri – risulta desumibile con certezza, oltre che dalle numerose esternazioni del ministro stesso agli organi di stampa nei giorni antecedenti e susseguenti all’ormeggio della nave ‘Diciotti’ nel porto di Catania, anche dalle dichiarazioni rese dai massimi vertici amministrativi preposti al comando delle strutture del ministero dell’Interno investite della questione (p. 25).

In altre parole, sia attraverso le dichiarazioni rilasciate sui media dal ministro stesso sia attraverso quanto affermato in quei giorni dai prefetti Gerarda Pantalone e Bruno Corda, rispettivamente capo e vice-capo del Dipartimento per le Libertà Civili e per l’Immigrazione, si evince la consapevolezza e la volontà da parte di Salvini di impedire lo sbarco attraverso le proprie direttive. Inoltre, Pantalone e Corda, sentiti il 25 settembre, confermavano al Tribunale dei Ministri che “l’intera procedura per l’indicazione del porto sicuro era stata bloccata per espressa volontà del ministro” (p.27).

A Salvini il Tribunale dei Ministri contesta, infatti, il reato di sequestro di persona pluriaggravato (articolo 605, commi primo, secondo, numero 2, e terzo, del codice penale) per aver abusato dei suoi poteri nel suo ruolo di ministro dell’Interno privando così della libertà personale 177 migranti di varie nazionalità giunti il 20 agosto 2018 al porto di Catania a bordo della nave della Guardia Costiera Italiana “Diciotti”. Il reato è aggravato, si legge nel documento, “dall’essere stato commesso da un pubblico ufficiale e con abuso dei poteri inerenti alle funzioni esercitate, nonché per essere stato commesso anche in danno di soggetti minori di età”.

Dopo aver ricostruito analiticamente le tappe principali della vicenda della nave “Diciotti”, il Tribunale dei Ministri spiega che Matteo Salvini, nella sua veste di ministro dell’Interno, ha abusato delle funzioni amministrative a lui attribuite nella procedura che porta alla determinazione di un porto sicuro (POS), ponendo, tramite il competente Dipartimento per le Libertà Civili e per l’Immigrazione, il proprio veto in modo arbitrario all’indicazione del POS e “così determinando la forzosa permanenza dei migranti a bordo dell’unità navale “U. Diciotti”, con conseguente illegittima privazione della loro libertà personale per un arco temporale giuridicamente apprezzabile ed al di fuori dei casi consentiti dalla legge” (p. 15).

La questione di fondo, spiegano Stefano Zirulia e Francesca Cancellaro su Penale Contemporaneo, riguarda “la tensione tra la rivendicazione politica della necessità di ‘difendere le frontiere’ attraverso misure coercitive, e la necessità che queste ultime si mantengano all’interno dei binari dello Stato di diritto, onde non sconfinare nell’arbitrarietà e nella sovversione dei valori fondamentali dell’ordinamento costituzionale e sovranazionale”.

Ricostruendo tutta la disciplina internazionale e interna sui soccorsi in mare e le operazioni di sbarco e quali sono gli iter procedurali da seguire, il Tribunale Collegio giunge alla conclusione che “il coordinamento dell’operazione di ricerca e salvataggio in mare era stato correttamente assunto dall’Italia, in quanto Stato di ‘primo contatto’, che a tal fine aveva inviato le proprie unità navali, con conseguente insorgenza dell’obbligo di concludere la procedura con il trasferimento dei migranti in un luogo sicuro”. A quel punto, in quanto responsabile dell’intera operazione di salvataggio, toccava al governo italiano individuare un porto sicuro di attracco. Invece, il ritardo con cui, attraverso le direttive del ministro, è stato indicato un porto sicuro ed è stato reso materialmente possibile lo sbarco al porto di Catania (avvenuto il 25 agosto, 5 giorni dopo l’attracco della nave sulle coste siciliane), “ha fatto scaturire una situazione di illegittima compressione della libertà personale di movimento delle persone a bordo della Diciotti”.

Inoltre, non c’erano pericolosi terroristi a bordo o figure che mettessero in pericolo il mantenimento dell’ordine pubblico. Il Tribunale dei Ministri osserva come “lo sbarco di 177 cittadini stranieri non regolari non potesse costituire un problema cogente di ordine pubblico, per diverse ragioni, ed in particolare: a) in concomitanza con il “caso Diciotti”, si era assistito ad altri numerosi sbarchi dove i migranti soccorsi non avevano ricevuto lo stesso trattamento; b) nessuno dei soggetti ascoltati da questo Tribunale ha riferito (come avvenuto invece per altri sbarchi) di informazioni sulla possibile presenza, tra i soggetti soccorsi, di “persone pericolose” per la sicurezza e l’ordine pubblico nazionale” (p. 40).

Il Tribunale ritiene, dunque, che “la decisione del Ministro non è stata adottata per problemi di ordine pubblico in senso stretto, bensì per la volontà meramente politica […] di affrontare il problema della gestione dei flussi migratori invocando, in base ad un principio di solidarietà, la ripartizione dei migranti a livello europeo tra tutti gli Stati membri” (p.40). Seguendo queste finalità, la decisione del ministro Salvini ha finito, secondo quanto si legge nel documento, per “travalicare precisi limiti di ordine costituzionale e sovranazionale che dovrebbero invece informare l’agire delle istituzioni”. In particolare, nel testo si fa riferimento alla sentenza della  della Corte Costituzionale n. 105 del 2001, che pur prendendo atto dei molteplici interessi pubblici coinvolti nella gestione dei flussi migratori, ha ribadito l’inviolabilità della libertà personale prevista dall’art. 13 della Costituzione, spettante ai singoli in quanto essere umani, e dunque a prescindere dalla loro eventuale condizione di migranti irregolari. Sul punto viene richiamata, inoltre, la sentenza del 2016 della Grande Camera della Corte europea dei diritti dell’uomo riguardante il “caso Khlaifia ed altri contro l’Italia” (quando i migranti, appena sbarcati erano stati arbitrariamente trattenuti anche a bordo delle navi), che aveva portato alla condanna del nostro paese per la violazione dell’art. 5 della Convenzione.

La decisione di Salvini, conclude il Tribunale dei Ministri, è stata un atto amministrativo adottato per “ragioni politiche”. Il Tribunale, infatti, si è interrogato per capire se la mancata autorizzazione dello sbarco fosse un “atto politico” (“afferisce a questioni di carattere generale che non presentino un’immediata e diretta capacità lesiva nei confronti delle sfere soggettive individuali”), oppure fosse un atto amministrativo adottato, come detto, per “ragioni politiche”, “dal quale possono derivare anche responsabilità penali, a condizione che il Parlamento conceda l’autorizzazione a procedere prevista dall’art. 96 Cost. per i reati commessi dai Ministri nell’esercizio delle funzioni” (p. 46).

La designazione di un porto sicuro, spiega il Tribunale, costituisce un atto dovuto privo di discrezionalità. Invece, alla luce di quanto appurato, le direttive impartite dal Ministro Salvini al Dipartimento per le Libertà Civili e per l’Immigrazione non possono essere qualificate come atti politici in senso stretto ma come un atto amministrativo (illegittimo) motivato da “ragioni politiche”, e per questo può costituire oggetto di procedimento penale nel caso in cui venga concessa l’autorizzazione a procedere.

Su cosa si voterà e quali sono le prossime tappe

In Senato, mercoledì 30 gennaio, si è riunita la Giunta delle elezioni e delle immunità parlamentari (composta da 23 membri: 7 M5S, 4 Lega, 4 Pd, 4 Forza Italia, 2 Gruppo misto, 1 autonomia, 1 Fratelli d’Italia) per dare il via all’iter della richiesta di autorizzazione a procedere dal Tribunale dei ministri di Catania nei confronti del senatore e ministro dell’Interno Matteo Salvini. Alla giunta, ha spiegato il presidente Maurizio Gasparri, spetta infatti la valutazione “se rilasciare ai sensi dell'articolo 96 della Costituzione l'autorizzazione a procedere”.

L’articolo 96 della Costituzione afferma che:

Il Presidente del Consiglio dei Ministri ed i Ministri, anche se cessati dalla carica, sono sottoposti, per i reati commessi nell'esercizio delle loro funzioni, alla giurisdizione ordinaria, previa autorizzazione del Senato della Repubblica o della Camera dei deputati, secondo le norme stabilite con legge costituzionale.

La valutazione della Giunta, ha specificato ancora il presidente, “dovrà limitarsi ad accertare se sussista o meno” una delle due cause di giustificazione previste dalla legge costituzionale n. 1 del 1989 che evidenziano i motivi che rendono inopportuna la prosecuzione del procedimento penale: se l’inquisito “ha agito per la tutela di un interesse dello Stato costituzionalmente rilevante” o “per il perseguimento di un preminente interesse pubblico nell’esercizio della funzione di Governo”. Nella lettera al Corriere della Sera, Salvini rivendica di aver agito per un preminente interesse pubblico, contrastando l'immigrazione irregolare. Ai senatori in giunta, invece, non spetterà stabilire l’insussistenza del reato contestato. Questo compito infatti è affidato ai giudici.

Nella prima riunione, i senatori in Giunta hanno invitato il ministro dell’Interno Matteo Salvini a fornire di persona i chiarimenti ritenuti opportuni e/o a produrre eventuali documenti o memorie scritte entro sette giorni. Una volta terminata e acquisiti questi elementi la giunta si è riservata di formulare la propria proposta conclusiva. Mario Michele Giarrusso, uno dei sette senatori del M5s presenti in giunta, ha comunicato che agli altri colleghi arriverà anche una memoria firmata dal presidente del consiglio, Giuseppe Conte, dal vice presidente Luigi Di Maio e dal ministro dei Trasporti, Danilo Toninelli, in cui verrà spiegato che sul caso Diciotti c’è “stata una decisione che coinvolge tutto il Governo, con responsabilità anche di altri ministri e del Presidente Consiglio stesso”. Su questo documento, però, Gasparri ha spiegato che l’unico interlocutore della Giunta “è e resta il ministro Salvini" e che "se il governo avrà cose da dire sarà lo stesso Salvini a riferircele, arricchendo la sua relazione. Altre persone non sono previste nelle procedure”. Sul voto che esprimerà il M5S, sempre Giarrusso ha inoltre specificato che i senatori cinque stelle si studieranno "bene le carte e poi il Movimento, i senatori della Giunta e Luigi Di Maio decideranno“.

In base all’articolo 135 bis del Regolamento del Senato per l'autorizzazione a procedere per i reati in riferimento all'articolo 96 della Costituzione, entra trenta giorni dalla data da cui ha ricevuti gli atti, la Giunta presenta così la relazione scritta per l'Assemblea. In questo vicenda, la decisione dovrebbe arrivare entro il prossimo 23 febbraio. Nel caso in cui i 23 senatori decidano che all’aula del Senato non spetti deliberare sulla richiesta di autorizzazione a procedere, la Giunta propone che gli atti siano restituiti all'autorità giudiziaria affinché il procedimento prosegua nelle forme ordinarie. Al di fuori di questa ipotesi, invece, la Giunta stabilisce di concedere o negare l’autorizzazione a procedere.

Una volta presentata la relazione, l'Aula si riunisce per votare non oltre sessanta giorni dalla data in cui sono pervenuti gli atti al Presidente del Senato. Il voto in aula dovrebbe avvenire, quindi, entro il prossimo 23 marzo. Le proposte della giunta di negare l’autorizzazione a procedere vengono respinte nel caso in cui non si raggiunge la maggioranza assoluta del Senato. Infine, solo in un caso l’Aula non è tenuta a votare, cioè quando la Giunta propone la concessione dell'autorizzazione e non vengono formulate “proposte intese a negarla”, perché si intendono “senz'altro approvate le conclusioni della Giunta”.

Gasparri ha inoltre affermato che non ci saranno voti segreti né in giunta né eventualmente in aula.

Immagine via il Fatto Quotidiano

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