Giornalisti ‘tradizionali’ alle prese con i social network e i commenti dei lettori


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Due giorni fa sulla mia bacheca di facebook c'è stato un dibattito sull'amaca di Michele Serra sul tema dei commenti online. Il dibattito è poi diventato un post/dialogo qui su Valigia Blu. Questa mattina l'amaca di Serra è dedicata proprio al post di Valigia Blu. E risponde alle critiche cercando di precisare meglio il suo pensiero sui commenti alle notizie dei giornali online.

Non entro nel merito dell'amaca (sì, purtroppo non sono d'accordo nemmeno stavolta :D), quello che notavo piacevolmente è che Serra pur non frequentando la rete, non 'vivendo' dentro questi socialcosi, a suo modo partecipa e si confronta. In un corto circuito web-carta stampata, per certi aspetti folle e affascinante. Serra non partecipa al dibattito, magari commentando sul sito, ma in ogni caso prende in carico le critiche dei lettori e risponde, utilizzando il suo spazio su carta stampa.

Questo mi ha fatto subito pensare alla mia non felicissima esperienza di ieri con un giornalista de l'Espresso, che invece è su twitter (a differenza di Serra), ma evidentemente usa questi luoghi/ambienti più come broadcast media che come communications media. Io ti calo dall'alto il mio sapere (articolo) e tu lettore devi solo consumare. Provi a fare domande, vuoi partecipare? 'Chiedo scusa, ma non sono un fan delle discussioni da bar'. E sì, questa purtroppo è la risposta che mi sono beccata. Un atteggiamento ben sintetizzato nel titolo dello storify che ho dedicato alla vicenda: 'Compra i giornali e non rompere i coglioni :D'.

Due modi completamente diversi di rapportarsi a queste nuove realtà che hanno stravolto un intero sistema, anche e soprattutto quello dell'informazione. Alle persone (pubblico, lettori) non piace solo consumare, ma piace produrre, partecipare, condividere (cultura partecipativa).

Di fronte a questo cambiamento l'unica strada, secondo me, è valorizzare e curare il lettore/interlocutore.

La questione commenti (qualità, anonimato) è una questione complessa, ricca di spunti, e altrove se ne parla da tempo. Di sicuro uno dei meriti dell'amaca di Serra è porre la questione in termini appunto di confronto, dibattito anche al di fuori della 'Rete'. Il tema c'è e va affrontato.<

Sulla chiusura o meno dei commenti dei lettori consiglio due post di Luca Sofri La chiusura dei commenti online e Ripensare i commenti online (dove si parla del sistema di Gawker per la gestione di commenti). Cito un paio di passaggi in particolare:

La questione della qualità dei commenti investe anche riflessioni sociali e culturali che non riguardano solo la rete, ma i nostri bisogni e comportamenti in genere. E infine riguarda la trasformazione dei giornali e dell’informazione".

"Il sistema di Gawker è un po’ complesso da spiegare: diciamo che è stata fatta saltare la successione cronologica dei commenti per cui ad apparire per primo è il più recente o il più immediato. Come se anche ai commenti si fosse decisa di attribuire una gerarchia, trattandoli più come il contenuto di un giornale o di un sito di news che come quello di un blog. Una serie di criteri automatici e manuali (le risposte che un commento riceve da altri commentatori, la sua pertinenza col tema trattato, l’affidabilità del commentatore) fanno sì che alcuni commenti abbiano maggiore visibilità, mentre altri vengono pubblicati ma persino su una pagina diversa da quella dell’articolo.

Si può decidere di chiudere ai commenti online, ed è una scelta. E ovviamente in un contesto media-tessuto connettivo della società (Clay Shirky) metti in conto le conseguenze di questa scelta. Ma se si decide di aprire ai commenti, allora è necessaria, a mio avviso, una policy, un sistema di moderazione e una cura. Un social media team che si possa occupare anche (solo) di questo aspetto. I giornali online dovrebbero garantire ai propri lettori una discussione civile e rispettosa di tutti i partecipanti (vale la pena segnalare la decisione del Sun-Times di sospendere i commenti all'articolo sulla morte di un collaboratore di Obama, decisione comunicata in questo modo: "EDITOR’S NOTE: Due to the tone and content of many of the comments associated with this story, commenting has been turned off. The Sun-Times encourages readers to make their voices heard, but commenting must maintain a respectful and constructive tone)".

Citando Mario Tedeschini Lalli:

1) Se una testata online apre i commenti su un pezzo, lo fa per scelta e anche questa - come qualunque altra - è una scelta editoriale che va valutata dall'utente: positivamente o negativamente.

2) Io non credo che l'evoluzione dell'universo digitale obblighi puramente e semplicemente tutti a comportarsi allo stesso modo, aprendosi a ogni possibile flusso e influsso. Se una testata digitale - meglio: se una "identità informativa digitale" si apre o non si apre ai commenti e ai contributi esterni e la misura in cui lo fa, sono consapevoli decisioni editoriali. Se lo farà poco, secondo me, ne soffrirà anche perché di fronte ai suoi cittadini/utenti perderà di considerazione. Se lo farà troppo, lasciando che si crei il casino più inverecondo sulle sue pagine, ne soffrirà altrettanto, respingendo altri cittadini/utenti. Dovrà trovare una via di mezzo.

3) Qual è la via di mezzo? Ah, saperlo! Ciascuno dovrà stabilirlo secondo i propri principi e valori. Specialmente, ciascuno dovrà poi aggiustarlo con la pratica. Nel complesso val la pena di stabilire alcune linee guida e fare un "policing" editoriale in base a queste linee guida. Non ci sono regole certe, ma non si può neanche immaginare che qualunque definizione dei termini di un dibattito sia considerato una "censura". Nessuno ha "diritto" a scrivere sulle mie pagine, conviene a me e a tutti noi che sulle mie pagine e sulle pagine di altri sia possibile un dibattito il più aperto e civile possibile.

Per la questione giornalisti-lettori-social network, può valere lo stesso ragionamento. Se un giornalista è su twitter, tanto per fare un esempio, può decidere di non 'interagire' e di non creare una 'relazione' con i suoi lettori/followers, e questo avrà un certo tipo di conseguenze/effetto.

Ma il futuro dell'informazione sta passando anche da qui, da questa scelta.

Questo post 'La relazione con i lettori e il futuro dell’editoria'riportato da 40k, si rivolge agli editori tradizionali, e secondo me vale un po' per tutti giornalisti/testate/autori...

Gli editori tradizionali diventano sempre meno rilevanti e tendono a scomparire, a meno che non riescano a stabilire legami autentici con i lettori. Ciò che la maggior parte delle persone non capisce riguardo l’editoria è che gli editori tradizionali non sono interessati ai lettori e non stabiliscono relazioni con loro. Gli editori fanno accordi con gli autori e prestano attenzione ai distributori. Sui lettori sanno poco e niente. Al contrario, Amazon sa tutto dei suoi clienti che acquistano libri e stabilisce relazioni molto strette con loro, suggerendo i prossimi acquisti, notificando quando un libro del loro autore preferito viene pubblicato e così via. In un’era in cui il consumatore diventa il re, Amazon ha capito questo, gli editori no. E questo traccia il loro destino.

E a proposito di 'cura' dei lettori interessante la scelta di Einaudi che riporta il giudizio (anonimo) di un lettore di Amazon nella quarta di copertina di «Rosa candida»di Audur Ava Ólafsdóttir. Ne parla oggi il Corriere della Sera con un articolo di Filippo La Porta, dal titolo emblematico: Quando il lettore (e non il critico) certifica la qualità del libro.

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Le donò una bici quando a 5 anni viveva in un campo profughi in Olanda. Dopo 24 anni e 3mila retweet riesce a rintracciarlo


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20 ore, 3.000 retweet, 3 articoli di giornale e un video. Così la 29enne Mevan Babakar, ex rifugiata in Olanda negli anni '90, ha rintracciato l'uomo che 24 anni fa le ha regalato una bicicletta "facendole esplodere il cuore di gioia" mentre si trovava con la famiglia in un campo profughi nei pressi di Zwolle, nel nord-est del Paese.

Tre giorni fa, lunedì 12 agosto, Babakar ha iniziato la ricerca dello sconosciuto donatore della bici pubblicando sul suo account Twitter la foto di un uomo che lavorava nel campo profughi dove lei e i suoi genitori, di nazionalità curda, si erano rifugiati dopo essere fuggiti dall'Iraq durante la prima guerra del Golfo, viaggiando attraverso la Turchia, l'Azerbaigian e la Russia prima di arrivare in Olanda e trascorrervi un anno tra il 1994 e il 1995.

Al momento della pubblicazione del tweet Babakar si trovava da qualche giorno a Zwolle, dopo che la madre l'aveva chiamata da Londra, dove attualmente la famiglia risiede e la donna dirige Full Fact, un'organizzazione che si occupa di fact checking, fornendole ulteriori informazioni: il campo profughi dove si erano rifugiati ventiquattro anni fa si trovava appena fuori la città, nei pressi di una clinica di riabilitazione, per cui il centro era raggiungibile in poco tempo. Non era chiaro quale fosse l'occupazione dell'ignoto donatore, se fosse un manager o un tuttofare, ma aveva un soprannome, tutti lo chiamavano "aap", che significa scimmia.

L'uomo, il cui vero nome è rimasto sconosciuto fino a qualche ora fa, non solo le aveva comprato e regalato “una bicicletta rosso fiammante”, in un periodo in cui scambiarsi regali era inimmaginabile, ma ne aveva donata una anche alla mamma e aveva invitato tutta la famiglia a trascorrere il Natale con la sua.

Immediatamente dopo la pubblicazione il tweet è diventato virale. Nell'arco di mezz'ora è stato retwittato 100 volte.

https://twitter.com/MeAndVan/status/1160937931680428032

Dopo due ore e 500 retweet, Babakar è stata contattata da De Stentor, un quotidiano di Zwolle, per un'intervista in cui la donna ha espresso il desiderio di conoscere almeno il nome del benefattore.

Al giornale Babakar racconta che esisteva un legame speciale tra Mevan, sua madre e l'operatore umanitario. «È stato così generoso da parte sua offrirmi in dono una bellissima bici rossa. È stata la cosa più gentile che mi è capitata in quel momento difficile. Ecco perché voglio ringraziarlo. Mi ha insegnato che la gentilezza può esistere ovunque, non importa quanto terribile la realtà possa sembrare» .

Per farsi aiutare nella ricerca, la donna ha elencato le poche informazioni di cui era a conoscenza: l'uomo si chiamava probabilmente Ab, all'epoca aveva cinquanta o sessanta anni, viveva nei pressi di Zwolle in una fattoria con un grande serra, era sposato e aveva due figli che non vivevano con lui.

Babakar ha anche pubblicato una foto di quando si trovava al campo con la speranza che qualcuno la riconoscesse.

Quattro ore dopo la pubblicazione del tweet la sua storia è pubblicata da BBC News.

https://twitter.com/MeAndVan/status/1160998712098918400

Mentre i retweet degli utenti si moltiplicano.

https://twitter.com/scoop_reardon/status/1161171540022632448

Dopo neanche 24 ore dalla pubblicazione della richiesta di aiuto Babakar ha scoperto l'identità del suo benefattore, grazie alla segnalazione di Arjen van der Zee, un ex collega di lavoro dell'uomo che lo ha riconosciuto su Twitter. Ed è così riuscita ad incontrarlo.

https://twitter.com/MeAndVan/status/1161211783861952512

https://twitter.com/MeAndVan/status/1161211789247426560

Durante il viaggio che ha portato Babakar al confine con la Germania per incontrare l'uomo che poi avrebbe scoperto chiamarsi Egbert, la giovane donna ha raccontato su Twitter l'importanza dei gesti e delle attenzioni nei confronti dei bambini, soprattutto verso quelli che si trovano in difficoltà.

“I bambini rifugiati hanno bisogno di pazienza, amore, rassicurazione sul fatto che sono al sicuro e che hanno l'opportunità di crescere superando ciò che hanno passato. Sinceramente, qual è il bambino che non ne ha bisogno? Dovremmo sforzarci di dare questo a tutti i bambini”, scrive.

Rispondendo a un tweet in cui viene espresso il bisogno di leggere storie come la sua, Babakar dice : “Vi garantisco che esistono milioni di storie come questa, principalmente di persone che conducono una vita tranquilla e umile, che cercano di cavarsela. Io non sono un'eccezione. Questa storia non è unica. Per ogni storia terribile di rifugiati che si sente ce ne sono migliaia positive”.

Rivolgendosi, poi, a un'altra persona rifugiata commenta così l'importanza dell'accoglienza: “Quanto spesso ti capita di sentire che anche un campo profughi può suscitare bei ricordi? Certo, può essere pieno di orrori, ma per me è stato anche il primo posto sicuro, il primo posto dove potevo davvero essere solo una bambina”.

Dopo abbracci calorosi e grandi sorrisi, Babakar presenta su Twitter Egbert che aiuta i rifugiati dagli anni '90, felice di incontrarla e orgoglioso della donna forte e coraggiosa che è diventata. Attualmente l'uomo coltiva orchidee.

Per Egbert - racconta Babakar - una bici regalata è un gesto troppo piccolo per creare uno scompiglio tanto grande ma è davvero contento che sia stato il motivo per avere l'opportunità di incontrare di nuovo la piccola Mevan.

Al termine dell'avventura Babakar ha ringraziato tutti coloro che l'hanno sostenuta nel suo “folle viaggio” durato 36 ore. Si dice stupita dall'amore che ha ricevuto online e di aver capito che “Internet è ciò che creiamo”.

Le piccole azioni possono avere grandi conseguenze. La gentilezza che Egbert e la sua famiglia le hanno mostrato l'accompagnerà per tutta la vita e continuerà a formarla come persona.

“Questa è la magia della gentilezza, non costa nulla e cambia il mondo una persona alla volta”.

(e questo è il biglietto che Mevan ha regalato a Egbert)

https://twitter.com/MeAndVan/status/1161274572437630977

Foto in anteprima via Mevan Babakar

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Il taglio dei parlamentari voluto dai 5 Stelle, fino a oggi contrastato dal Pd e che Renzi ora vorrebbe approvare


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Mancherebbe un ultimo voto, alla Camera, e poi un eventuale referendum confermativo per rendere effettivo il disegno di legge costituzionale sostenuto dal Movimento 5 Stelle che punta a ridurre 345 seggi tra Camera e Senato. Lo scorso 11 luglio a Palazzo Madama la riforma era stata approvata, in terza lettura, dalla maggioranza di governo (M5s e Lega), più l’adesione di Fratelli d’Italia. Il Partito democratico e gli altri partiti di centro sinistra avevano invece votato contro, mentre Forza Italia non aveva partecipato al voto. L’esame finale in aula è previsto per settembre, ma la crisi del governo Conte sembra aver interrotto la sua approvazione.

Dopo l’annuncio di Salvini dell’8 agosto di rompere l’alleanza e l’esperienza di governo con i Cinque stelle, il capo politico del M5S, Luigi Di Maio, ha proposto di votare anticipatamente questa riforma e poi di ridare «la parola agli italiani»: «Il mio è un appello a tutte le forze politiche in Parlamento (...)». A questa possibilità, Salvini ha però risposto negativamente perché se «se passa questa legge non si va più a votare» in breve tempo.

Pochi giorni dopo, però, lo stesso Salvini ha cambiato idea, annunciando che la Lega è pronta a votare il “il taglio di 345 parlamentari” e poi andare “subito alle elezioni”

Il voto favorevole a questa riforma coincide anche con uno dei tre elementi della proposta avanzata alle forze politiche, in un’intervista al Corriere della Sera, dal senatore del Partito democratico, Matteo Renzi: non andare subito al voto, ma creare «un governo istituzionale che eviti l’aumento dell’Iva, che gestisca le elezioni senza strumentalizzazioni» e che appunto «permetta agli italiani di votare il referendum sulla riduzione dei parlamentari», dopo la sua definitiva approvazione in Parlamento. Per Renzi, la riforma «è incompleta e demagogica» ma, afferma, «hanno ragione loro (ndr il M5s) quando dicono che sarebbe un assurdo fermarsi adesso, a un passo dal traguardo. Si voti in Aula in quarta lettura e si vada al referendum: siano gli italiani a decidere».

La proposta di Renzi ha creato però una crisi all’interno dello stesso Pd. Il segretario nazionale, Nicola Zingaretti, in un post sull’Huffington Post dal titolo “Con franchezza dico no”, ricorda prima di tutto che “il Partito Democratico in questi lunghi mesi ha escluso con toni diversi qualsiasi ipotesi di accordo con il Movimento 5 stelle”, e poi respinge l’ipotesi di un “governo istituzionale”.

Abbiamo così ricostruito cosa prevede nel dettaglio questa riforma di riduzione dei seggi parlamentari e quali sono i suoi possibili effetti, con un breve confronto anche con altri simili progetti di legge di governi passati.

La riforma di legge costituzionale, cosa prevede

Come spiega un dossier del Centro Studi della Camera dei deputati, il testo del disegno di legge –"risultante dall’unificazione di alcuni disegni di legge costituzionale d'iniziativa parlamentare" – prevede la riduzione del numero dei deputati da 630 a 400 e quella del numero dei senatori da 315 a 200 (qui è possibile vedere come a livello territoriale cambierà il numero dei parlamentari eletti).

Per modificare il numero dei seggi del Parlamento bisogna intervenire sulla Costituzione perché "In Italia, il numero dei parlamentari, dopo la revisione costituzionale del 1963", è determinato dagli articoli 56, 57 e 59 in numero fisso, "mentre in precedenza era determinato in rapporto alla popolazione" per far in modo "che il numero dei parlamentari potesse mutare con il variare della popolazione".

Il Ddl è composto da quattro articoli:

L'articolo 1 interviene sull’articolo 56 della Costituzione in cui si stabilisce che il numero dei deputati è 630, 12 dei quali eletti nella circoscrizione Estero. La modifica invece abbassa il numero complessivo a 400, con 8 deputati (anziché 12) eletti nella circoscrizione Estero.

L'articolo 2 modifica invece l'articolo 57, riducendo i seggi in Senato da 315 a 200. I senatori da eleggere nella circoscrizione Estero al Senato passano da 6 a 4.

L'articolo 3 si concentra sull’articolo 59 della Costituzione, stabilendo che "il numero complessivo dei senatori in carica nominati dal Presidente della Repubblica non può in alcun caso essere superiore a cinque". Questa modifica, si legge nel dossier del Centro Studi della Camera, "è finalizzata a sciogliere il nodo interpretativo postosi per i senatori a vita riguardo al vigente articolo 59 della Costituzione, cioè se il numero di cinque senatori di nomina presidenziale sia un 'numero chiuso' (quindi non possano esservi nel complesso più di 5 senatori di nomina presidenziale) oppure se ciascun Presidente della Repubblica possa nominarne cinque".

L'articolo 4, infine, prevede che la riduzione di deputati e senatori parta "dalla data del primo scioglimento o della prima cessazione delle Camere successiva alla data di entrata in vigore della legge costituzionale e, comunque, non prima che siano decorsi da essa sessanta giorni" (termine stabilito per consentire l’adozione del decreto legislativo in materia di determinazione dei collegi elettorali).

via Servizio Studi Parlamento

 

via Servizio Studi Parlamento

È necessario ricordare però che l'articolo 138 della Carta stabilisce che "le leggi di revisione della Costituzione e le altre leggi costituzionali sono adottate da ciascuna Camera con due successive deliberazioni ad intervallo non minore di tre mesi, e sono approvate a maggioranza assoluta dei componenti di ciascuna Camera nella seconda votazione". Queste riforme, poi, "sono sottoposte a referendum popolare quando, entro tre mesi dalla loro pubblicazione, ne facciano domanda un quinto dei membri di una Camera o cinquecentomila elettori o cinque Consigli regionali". Se nel referendum confermativo, la legge ottiene il voto favorevole della maggioranza dei votanti (non esiste un quorum da raggiungere), allora viene promulgata. Non può essere richiesto un referendum, invece, se la legge "è stata approvata nella seconda votazione da ciascuna delle Camere a maggioranza di due terzi dei suoi componenti", cioè a maggioranza qualificata. Ma non è questo il caso, perché la riforma nell'ultima votazione Senato non ha ottenuto i due terzi dei voti parlamentari.

Quanto si risparmia dal taglio dei seggi in Parlamento?

Secondo il Movimento 5 stelle la riforma, una volta approvata in via definitiva, porterebbe a un "risparmio" di 500 milioni di euro a legislatura (quindi ogni cinque anni). Secondo però i calcoli effettuati dal sito di fact-checking Pagella politica sui bilanci di previsione dei due rami del Parlamento per il triennio 2018-2020, le risorse risparmiate (esclusi i risparmi indiretti su lungo termine che attualmente risultano difficili da stimare) sarebbero inferiori: "(...) Complessivamente, Camera e Senato, con 345 parlamentari in meno, risparmierebbero ogni anno circa 82 milioni di euro per un totale di circa 408 milioni di euro ogni cinque anni di legislatura".

Il Parlamento sarà davvero più efficiente?

Sempre secondo i Cinque stelle la riduzione del numero dei parlamentari porterà maggiore efficienza e velocità al Parlamento.

Nel corso dell'iter parlamentare del progetto di riforma sono stati ascoltati diversi esperti. Durante le audizioni sono emerse differenti aspetti di valutazione degli obiettivi e delle finalità del progetto di legge.

Carlo Fusaro, ad esempio, professore di Diritto Elettorale e Parlamentare presso l’Università di Firenze, ha dichiarato che si tratta di una riforma limitata alla riduzione del numero dei parlamentari, "con mantenimento – per il resto – di tutte le caratteristiche del bicameralismo indifferenziato instauratosi con la Costituzione del ’48, in particolare dopo la revisione costituzionale del 1963". Ma per quanto riguarda una possibile maggiore efficenza, il professore esprime parere positivo: "La drastica riduzione del numero dei componenti è destinata a produrre non solo risparmi ma – a mio avviso, e diversamente da preoccupazioni avanzate da altri, (...) una generale maggiore efficienza e dunque, potenzialmente, maggiore prestigio dei due rami del Parlamento e un ruolo rafforzato di quest’ultimo". "Naturalmente – continua il professore – si porrebbe la questione di come eventualmente adeguare i due regolamenti (per esempio riducendo il numero attuale delle Commissioni, specie al Senato; valutando se ridurre ulteriormente il numero minimo dei componenti per la formazione di un Gruppo). Ma nel complesso la funzionalità delle due Camere e del Parlamento nel suo complesso ne dovrebbe comunque guadagnare".

Per Fusaro, invece, un aspetto da non sottovalutare è il rapporto fra deputati e popolazione e fra senatori e popolazione che si "modificherebbe drasticamente": "Quanto alla rappresentatività, in media ogni deputato rappresenterebbe oltre 150.000 abitanti e ogni senatore oltre 300.000: accanto alla crescita indiretta di responsabilità e di prestigio, vanno però anche valutate le conseguenze sulla capacità effettiva di presenza sul territorio (cioè di esercizio reale della funzione rappresentativa), nonché gli effetti sulle campagne elettorali (a partire dai costi); quanto alla rappresentanza, va considerato che – anche al di là delle ricadute sulla vigente formula elettorale (caratterizzata da seggi uninominali e seggi proporzionali: i primi, in particolare, – ove proporzionalmente ridotti sarebbero espressi da un numero ancor più alto di elettori in collegi ben più grandi di quelli, già grandi, attuali) – vi potrebbe essere indirettamente una ricaduta in termini di implicito sbarramento alla rappresentanza (ciò può non essere un male e dipenderebbe dalla formula: ma si tratta di esserne avvertiti)".

Questo effetto, inoltre, sottolinea il professore Paolo Carrozza della Scuola superiore Sant'Anna, farebbe diventare l'Italia, in confronto agli altri paesi europei con simili dimensioni di popolazioni, il paese con il rapporto maggiore tra numero di elettori e parlamentari Inoltre, in base a quanto riferito da Gianluca Passarelli, docente di Scienza Politica e Politica Comparata alla Sapienza di Roma, intervenire sul numero di deputati e senatori, lasciando invariato il sistema elettorale "genererebbe una grande distorsione nel rapporto elettori-eletti, una probabile crescita del costo delle campagne elettorali nonché una selezione di candidature ed eletti da queste derivanti".

Per Carrozza, poi, la riduzione dei parlamentari avrebbe come possibile conseguenza una semplificazione del sistema politico, "ma non anche una maggiore governabilità o chiarezza nella determinazione della maggioranza, poiché la natura bipolare o frammentata del sistema non è governata solo dal numero dei parlamentari, ma anche da altri meccanismi affidati alla legislazione elettorale (...) o addirittura ai regolamenti parlamentari". L'effetto, invece, sarebbe quello di "rafforzare le segreterie (o organismi dirigenti) centrali dei partiti, a scapito del peso delle rispettive rappresentanze territoriali" questo perché "aumentare il rapporto tra numero di eletti ed elettori significa anche aumentare la loro 'reciproca' distanza, allontanare sempre di più dal territorio, dalla 'base', gli eletti". Un esito che non è sarebbe "né un bene né un male in sé", ma che "andrebbe valutato e commisurato in relazione alla situazione generale del paese".

Quali sono le tempistiche delle elezioni se la riforma viene votata?

Come abbiamo visto, il leader della Lega, che punta ad andare a votare il prima possibile, ha dichiarato che «se passa questa legge non si va più a votare». Secondo quanto ricostruito dall'agenzia stampa Adnkronos, ad esempio, una volta approvata, questa legge "potrebbe avviare una serie di procedure in grado di far slittare le eventuali elezioni anticipate di vari mesi. Potrebbe infatti risultare difficile che il Presidente della Repubblica, Sergio Mattarella, sciolga le Camere senza che si sia esaurito l'iter della riforma", compreso cioè lo svolgimento di un eventuale referendum confermativo. Quali saranno comunque le tempistiche e le modalità per arrivare al voto, dopo la possibile approvazione della riduzione dei parlamentari, non sono ancora chiare e definite. Il Post spiega infatti che "non ci sono precedenti e ci sarebbero probabilmente grossi dibattiti tra costituzionalisti. Dipenderebbe in ultima istanza dalla volontà delle principali forze parlamentari e da quella del presidente della Repubblica".

Salvini ha cambiato idea sul voto della riforma, dichiarando di essere disponibile a votarla e poi andare subito al voto. Il ministro dell'Interno ha citato l’articolo 4 della riforma costituzionale che “dice che se nel frattempo vengono sciolte le Camere” quella legge “entra in vigore nella legislaturasuccessiva”. Tradotto, spiega il Fatto quotidiano, "si può andare al voto subito, anche se viene approvato il taglio. Non entrerà in vigore ora, ma alla fine della prossima legislatura (teoricamente anche fra 5 anni)".

Sui giornali, però, diversi quirinalisti raccontano della “sorpresa” del Quirinale di questa mossa politica perché, scrivono su Repubblica Concetto Vecchio e Lavinia Rivara, il Presidente avrebbe già fatto conoscere il suo pensiero ai partiti di maggioranza e cioè che si “dovesse approvare definitivamente la riforma costituzionale che taglia il numero dei parlamentari sarebbe impossibile sciogliere le Camere prima di sei, sette mesi” e quindi andare subito al voto. I due giornalisti riportano che non varrebbe neanche il precedente suggerito da Roberto Calderoli e cioè la riforma costituzionale approvata il 16 novembre del 2005, "sulla quale si tenne un referendum confermativo alla fine del giugno del 2006 (che la bocciò). In mezzo, nell'aprile del 2006, ci furono le elezioni politiche, dunque si era passati ad un'altra legislatura. Ma intanto i parlamentari avevano avuto a disposizione i tre mesi di tempo per chiedere la consultazione".

Marzio Breda sul Corriere della Sera aggiunge che per il Capo dello Stato “la sola idea che si voglia portare la sfida politica su una legge costituzionale che modifica in profondità le regole del Parlamento, ritenendo di poter procrastinarne l'entrata in vigore secondo i propri calcoli di convenienza, è semplicemente inammissibile. E non solo perché non fa i conti con l' articolo 138 della Carta, laddove si prevedono certi margini di attesa per eventuali richieste di referendum, dopo un simile voto. Quanto perché la provocazione configura, di fatto, l'ennesima frattura di un sistema che ormai si pretenderebbe di mettere sbrigativamente in liquidazione”.

I tentativi precedenti di riforma del numero dei parlamentari

Il Centro Studi della Camera ripercorre anche le varie proposte di modifica del numero di deputati e senatori pensate e avanzate nel corso del tempo. Negli anni '80, "emerge che una riduzione del numero dei parlamentari fu discussa già entro la Commissione parlamentare bicamerale istituita ad hoc nella IX legislatura". Il dibattito però non portò alla formulazione di una proposta. Nel decennio successivo, la Commissione bicamerale per le riforme istituzionali (conosciuta anche come "Commissione D'Alema") esaminò un progetto di legge che prevedeva tra 400 e 500 deputati e 200 senatori elettivi. Nel 2006, dopo che il Parlamento aveva approvato in via definitiva un disegno di legge costituzionale in cui era prevista una Camera di 518 deputati (elettivi) e un Senato di 252 senatori, un referendum confermativo, svoltosi il 25-26 giugno, non approvò la riforma. Altri simili progetti di legge furono analizzati anche negli anni successivi.

Tre anni fa, infine, fu approvato dal Parlamento, durante il governo guidato da Matteo Renzi, il testo di riforma costituzionale che tra le altre cose, prevedeva una Camera inalterata nella sua composizione di 630 deputati e un Senato di 95 senatori, rappresentativi delle istituzioni territoriali (Regioni e Comuni), eletti con un'elezione di secondo grado: dovevano cioè essere eletti dai Consigli regionali e da quelli delle province autonome di Trento e di Bolzano, con metodo proporzionale, tra i propri componenti e, nella misura di uno per ciascuno, tra i sindaci dei Comuni dei rispettivi territori. Questo progetto di riforma, però, non ottenne la maggioranza nel referendum confermativo del 4 dicembre 2016 e fu respinto. Un risultato che portò alle dimissioni di Renzi e alla fine del suo governo.

Foto in anteprima via Ansa

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Come la multinazionale Monsanto ha preso di mira e screditato giornalisti e attivisti


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Aggiornamento 12 agosto 2019, ore 13:30

Il documentario “SEEDING FEAR - The Story of Michael White vs Monsanto” prodotto da Neil Young racconta la storia di un agricoltore denunciato dalla Monsanto e non che aveva denunciato l'azienda vincendo la causa, come erroneamente riportato inizialmente.

Un vero e proprio "centro di intelligence" per monitorare e screditare giornalisti e attivisti organizzato dalla Monsanto, la multinazionale statunitense di biotecnologie agrarie, acquistata lo scorso anno dalla società farmaceutica tedesca Bayer. Questo è quanto emerso dalla lettura di documenti di comunicazione interna consultati dal Guardian, per la maggior parte risalenti a un periodo che va dal 2015 al 2017, depositati in Tribunale nell'ambito di una battaglia giudiziaria in corso sui rischi per la salute causati dal diserbante Roundup prodotto dall'azienda.

Leggi anche >> Glifosato e cancro: il dibattito scientifico sull'erbicida più usato al mondo

Il sistema, gestito all'interno dell'impresa, serviva a raccogliere informazioni su chiunque denunciasse quelli che riteneva tragici effetti derivanti dall'uso di glifosato e su quanti si schierassero contro le attività della Monsanto, per organizzare successivamente delle azioni di contrasto diffamatorie.

Il contenuto dei documenti conferma le tesi sostenute in tribunale secondo cui la Monsanto ha "intimidito" critici e scienziati e si è impegnata a nascondere i pericoli derivanti dall'utilizzo del glifosato, l'erbicida più usato al mondo, elemento principale del prodotto Roundup.

Nell'ultimo anno, due corti statunitensi hanno dichiarato che l'uso di Roundup è stata la causa del linfoma non Hodgkin (NHL), un tumore del sangue, del querelante, condannando la società a pagare somme significative. Bayer ha comunque continuato ad affermare che il glifosato è sicuro.

Ad oggi sono più di 18.400 le persone che hanno intentato una causa contro la Monsanto perché ritengono di essere affette da NHL a causa dell'utilizzo dell'erbicida Roundup.

Dewayne “Lee” Johnson, il primo malato di cancro a vincere in tribunale contro la Monsanto JOSH EDELSON/AFP/Getty Images

Ma il principale bersaglio dell'attività di intelligence è stata Carey Gillam, per 17 anni giornalista della Reuters e autrice di “Whitewash: The Story of a Weed Killer, Cancer and the Curruption of Science”, un libro (vincitore del premio Rachel Carson Book Award della Society of Environmental Journalists e di altri due premi letterari) pubblicato nel 2017, fortemente critico nei confronti delle attività della Monsanto. Attraverso varie inchieste, infatti, Gillam ha potuto appurare i legami esistenti tra l'uso di diserbante e il cancro.

Carrey Gillam Fanny Dollberg/Reporterre

Oltre a Gillam la società aveva preso di mira il cantautore Neil Young e la ONG US Right to Know (USRTK), una associazione senza scopo di lucro che si occupa di ricerca alimentare.

Dai documenti consultati dal Guardian e pubblicati da USRTK risulta che la Monsanto abbia pianificato di attaccare il libro di Gillam prima della sua uscita con una serie di 20 "azioni", contenute nel file "Carey Gillam Book", tra cui una lista di "argomenti di discussione" che terzi potessero utilizzare per criticarlo e l'invito a clienti del settore e ad agricoltori a postare recensioni negative su Amazon.

Infatti, subito dopo la pubblicazione del libro, decine di "recensori" hanno pubblicato commenti utilizzando contenuti e linguaggio sospettosamente simili tanto da ritenerli falsi o impropri ed essere per questo cancellati da Amazon.

Il file “Carey Gillam Book” era incluso in una operazione più ampia il "Project Spruce" che è il nome in codice utilizzato all'interno dell'azienda per le azioni organizzate dalla Monsanto mirate a difendere la propria attività inerente al glifosato e agli erbicidi Roundup da qualsiasi “minaccia” esterna, incluse quelle provenienti da scienziati e giornalisti.

Per danneggiare Gillam la Monsanto ha inoltre pagato Google per promuovere contenuti critici sul lavoro della giornalista risultanti dalla ricerca “Monsanto Glyphosate Carey Gillam”.

Oltre a questo lo staff delle pubbliche relazioni della Monsanto si era anche premunito di discutere di come esercitare “in ogni modo possibile” pressioni forti e costanti sugli editori della Reuters auspicando "che [Gillam] fosse trasferita".

I funzionari che si occupavano del "centro di intelligence" della Monsanto avevano inoltre redatto un lungo e dettagliato rapporto sulla posizione anti-Monsanto del cantautore Neil Young monitorandone l'impatto sui social e non escludendo di intraprendere eventuali "azioni legali".

Nel 2015 Young aveva pubblicato un album chiamato “The Monsanto Years” e prodotto un documentario in cui viene raccontata la storia di un agricoltore che era stato denunciato dall'azienda dopo essere stato accusato di aver riprodotto senza autorizzazione semi di soia geneticamente modificati di produzione della multinazionale.

Come riportato dal Guardian, nel materiale prodotto dalla Monsanto su Young, ci sono grafici dettagliati sulla sua attività su Twitter. Il centro ha inoltre analizzato i testi dell'album "The Monsanto Years" per sviluppare un elenco di più di 20 possibili argomenti che il cantautore avrebbe potuto affrontare e creando contenuti utili da utilizzare per eventuali risposte, secondo quanto scritto da un funzionario della Monsanto nel 2015 che ha aggiunto che in quel periodo si stavano monitorando scrupolosamente le discussioni riguardanti un concerto che Young avrebbe tenuto insieme a Willie Nelson, John Mellencamp e Dave Matthews.

Dalla documentazione emersa si evince poi che la Monsanto fosse molto preoccupata per la diffusione di documenti che avrebbero potuto provare rapporti finanziari intercorsi con alcuni scienziati. Una simile scoperta avrebbe confermato che alcune “analisi poco lusinghiere” sui prodotti dell'azienda fossero tenute nascoste.

Nel 2016, infatti, un funzionario della società aveva espresso la propria frustrazione dichiarando che la vera questione non era che gli esperti fossero stati retribuiti ma che potessero essere debitamente ricompensati, considerato che nessuno lavora gratuitamente, per il tempo dedicato alla redazione di risposte da fornire all'esterno.

Christopher Loder, portavoce della casa farmaceutica Bayer, ha rifiutato di rilasciare commenti sui documenti consultati dal Guardian o sull'attività del “centro di intelligence” ma ha rilasciato una dichiarazione in cui sostiene che le informazioni mostrano che «le attività della Monsanto fossero intese ad assicurare che ci fosse un dialogo onesto, accurato e basato su dati scientifici riguardanti l'azienda e i suoi prodotti in risposta a numerose informazioni distorte, inclusi i passaggi relativi alle risposte a seguito della pubblicazione di un libro scritto da una persona che critica frequentemente pesticidi e OGM». Loder ha poi proseguito affermando che i documenti sono stati «scelti con cura dagli avvocati dei querelanti e dai loro sostituti" e che non hanno contraddetto le posizioni della scienza a sostegno dell'uso del glifosato. «Prendiamo molto sul serio la sicurezza dei nostri prodotti e la nostra reputazione e lavoriamo per garantire che tutti... abbiano informazioni accurate ed equilibrate», ha concluso.

Nell'ultimo articolo di Gillam pubblicato dal Guardian la donna - nonostante i 30 anni di esperienza acquisiti sulle tattiche utilizzate dalle aziende americane che esercitano pressioni per avere una copertura positiva sui giornali e per limitare i commenti negativi - racconta di aver avuto una reazione di grande stupore a seguito della lettura delle 50 pagine del documento di comunicazione interna della Monsanto in cui era stava evidentemente presa di mira.

Per la giornalista, però, i documenti emersi sono una piccola parte delle oltre 10.000 pagine in cui viene citata ma che sono secretate.

Per Gillam, che attualmente collabora con Guardian e Huffington Post e che ricopre la carica di direttrice di ricerca della ONG USRTK, quella documentazione è “solo un ennesimo esempio di come una azienda lavori dietro le quinte per cercare di manipolare ciò che l'opinione pubblica sa sui suoi prodotti e sulle sue attività”.

Pur sapendo di non riscuotere le simpatie della Monsanto, per aver pubblicato nell'arco di 21 anni - principalmente per Reuters - inchieste sull'industria agrochimica e articoli sui semi geneticamente modificati e per aver creato un crescente disagio nella comunità scientifica, contribuendo a far luce sul collegamento tra gli erbicidi Monsanto e i problemi relativi alla salute e all'ambiente, la giornalista ha dichiarato che non avrebbe mai immaginato di essere diventata oggetto di un vero e proprio piano di azione.

La strategia della Monsanto, infatti, puntava ad etichettare Gillam e altri critici della multinazionale come "attivisti anti-glifosato e organizzazioni capitaliste favorevoli al biologico”.

Per il raggiungimento di questo obiettivo nei documenti si legge che la Monsanto aveva arruolato alcuni consulenti della FTI Consulting (una società indipendente di consulenza aziendale globale che si occupa di aiutare le organizzazioni a gestire i cambiamenti, mitigare i rischi e risolvere le controversie). A marzo scorso proprio la FTI Consulting è salita alla ribalta dopo che una sua dipendente si era accreditata come giornalista della BBC ad un'udienza, svoltasi a San Francisco, di un processo relativo ad un caso (Hardeman contro Monsanto) di una persona ammalatasi di cancro a seguito dell'utilizzo di Roundup. Si trattava di una messa in scena per avere la possibilità di avvicinare i giornalisti che si occupavano del processo e avere l'opportunità di parlare positivamente della Monsanto.

Ed è stata sempre la FTI Consulting, secondo quanto raccontato da Gillam, ad occuparsi dell'invio di un'email, datata settembre 2017, ai dipendenti della Monsanto contenente un elenco di attività da svolgere prima del lancio del suo libro (previsto ad ottobre 2017), tra cui lo sviluppo di una serie di argomenti per attaccare il libro, e il link alla pagina di Amazon per l'acquisto del testo dove le persone avrebbero potuto pubblicare recensioni negative.

Secondo Dave Mass, ricercatore investigativo alla Electronic Frontier Foundation, i centri di intelligence governativi hanno sollevato problemi di privacy sulla modalità con cui le forze dell'ordine raccolgono dati, sorvegliano i cittadini e condividono informazioni. Se da un parte è comprensibile che le aziende private possano usare le stesse modalità per difendersi, per esempio, da attacchi informatici, dall'altra «diventa preoccupante quando utilizzano i propri soldi per indagare su persone impegnate a difendere i diritti garantiti dal primo emendamento».

Michael Baum, uno degli avvocati coinvolti nei processi intentati per i danni provocati dall'uso del diserbante Roundup, ha dichiarato al Guardian che le informazioni che sono venute alla luce rappresentano ulteriori "prove del disprezzo riprovevole e consapevole esercitato nei confronti dei diritti e della sicurezza delle persone" ma che comunque sarebbero state utili per sostenere le ragioni di coloro che si sono ammalati di cancro.

«Tutto questo mostra un abuso del loro potere che si sono guadagnati attraverso vendite elevate», ha aggiunto. «Hanno talmente tanti soldi e sono talmente tante le cose che stanno cercando di proteggere».

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Tra gli obiettivi della Monsanto, racconta Gillam, c'era anche screditare l'Agenzia internazionale per la ricerca sul cancro (IARC) dopo che nel marzo 2015 aveva classificato il glifosato, ingrediente chiave di Roundup, come probabile sostanza cancerogena.

I malumori della multinazionale nei confronti di Gillam - spiega la giornalista - sono iniziati molto prima della pubblicazione del libro. In un'e-mail, il responsabile delle relazioni con i media della Monsanto Sam Murphey discuteva di come lui e i suoi colleghi "potessero gestire collettivamente il problema Carey" a seguito della pubblicazione, a settembre 2015, di una inchiesta pubblicata da Reuters, che raccontava come il cancro potesse essere provocato dall'erbicida, che aveva attirato l'attenzione sul numero crescente di cause legali intentate contro la Monsanto da malati di tumore.

"Continuiamo a mettere pressione con forza sui suoi editori tutte le volte che ne abbiamo l'opportunità", aveva scritto Murphey. "E speriamo che un giorno verrà trasferita".

Neanche la fine della collaborazione con la Reuters, ad ottobre 2015, ha diminuito la pressione che la Monsanto esercitava nei confronti della giornalista. Dopo essere entrata a far parte di USRTK ed aver iniziato a scrivere il suo libro a gennaio 2016 in un'e-mail, datata maggio 2016, veniva definita da Monsanto "una rompiballe”.

«Sono solo una persona, solo una giornalista che lavora in una casa nel Midwest, destreggiandosi tra tre bambini e scadenze improvvise di articoli. Per cui la consapevolezza che un'azienda multimiliardaria abbia speso così tanto tempo e attenzione nel tentativo di capire come contrastarmi è terrificante», scrive.

«La verità e la trasparenza sono beni preziosi, le basi per la conoscenza di cui tutti abbiamo bisogno e che meritiamo nel mondo in cui viviamo. Senza verità non possiamo sapere quali sono i rischi che dobbiamo affrontare e di quali protezioni abbiamo bisogno per le nostre famiglie e il nostro futuro», aggiunge Gillam.

«Quando il potere delle aziende è così fortemente impegnato a mettere a tacere con l'obiettivo di manipolare documenti e opinione pubblica, la verità viene soffocata. E tutti dovremmo avere paura».

Foto in anteprima MIKE MOZART/VIA FLICKR CREATIVE COMMONS, CC BY-SA 2.0 via Philly Voice

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I like di Facebook e il trattamento dei dati. Chi è “responsabile” secondo la Corte di Giustizia europea


[Tempo di lettura stimato: 8 minuti]

La recente decisione della Corte di Giustizia europea sul caso Fashion ID (case 40-17) porta a numerosi interrogativi su come conformarsi alle norme vigenti in materia di protezione dei dati personali.

In breve, Fashion ID è un rivenditore di abbigliamento tedesco che incorpora (embed) sul suo sito un plugin di Facebook (Like). Ciò comporta che quando il visitatore visualizza (sul suo browser) la pagina contenente il plugin di Facebook, il browser del visitatore avvia una comunicazione con i server della terza parte (Facebook Ireland) per poter visualizzare correttamente il plugin stesso. Quindi già alla visita del sito (anche senza cliccare sul plugin) i server di Facebook ricevono una serie di informazioni sul visitatore che possono essere utilizzate per finalità che sono del tutto indipendenti dallo scopo del visitatore (es. acquisto del prodotto) e dello stesso sito visitato (vendita del prodotto).

L’associazione dei consumatori Verbraucherzentrale NRW porta in giudizio Fashion ID sostenendo che vi è una violazione dei diritti dei visitatori del sito perché non vi era una richiesta di consenso né un’informativa che spiegava che i dati sono comunicati a Facebook.

Nel procedimento giudiziario vengono parzialmente accolte le richieste dell’associazione dei consumatori. Fashion ID impugna il provvedimento sostenendo che il tribunale erra nel ritenere Fashion ID titolare del trattamento in quanto Fashion ID non ha alcuna influenza sul trattamento dei dati da parte di Facebook e non ha nemmeno informazioni su quale tipo di trattamento opera Facebook su quei dati.
La corte tedesca decide di inviare gli atti alla Corte di Giustizia europea.

La decisione della CJEU

Occorre premettere che il caso è del 2017, quando non era ancora entrato in applicazione il regolamento europeo (GDPR). Per cui si applica la direttiva precedente, anche se non vi sono particolari differenze normative.

Innanzitutto la Corte sostiene (qui il provvedimento in inglese – non risulta tradotto in italiano –) che, se da un lato la direttiva del ‘95 non obbliga gli Stati a prevedere delle norme interne che consentano alle associazioni dei consumatori di tutelare i diritti dei cittadini in procedimenti legali, questo non comporta che neghi tale possibilità. Anzi, una normativa interna che consenta alle associazioni dei consumatori di avviare un procedimento legale contro chi viola i diritti di cittadini aumenta la tutela dei cittadini stessi, e quindi deve ritenersi del tutto compatibile con la direttiva.

Di seguito la Corte afferma che il titolare del trattamento (data controller) è definito in maniera ampia nella direttiva, e quindi non è soltanto colui il quale decide delle finalità e dei mezzi del trattamento, ma anche chi decide solo parzialmente di finalità e mezzi. Inoltre, precisa la Corte, anche un caso di titolarità congiunta (joint controller) non implica una ripartizione di responsabilità uguale e in particolare non implica che tutti i titolari abbiano accesso a tutti i dati. Al contrario, i titolari congiunti possono essere coinvolti in differenti stadi di trattamento, con la conseguenza che le loro responsabilità devono essere valutate in base alle sole parti del trattamento che li riguarda.

Per capirci, il gestore del sito (nei provvedimenti talvolta lo trovate anche indicato come “publisher”) si comporta da titolare del trattamento con riferimento ai trattamenti di “raccolta” e “comunicazione” dei dati ("collection and disclosure by transmission of the data") alla terza parte (Facebook Ireland), per cui la sua responsabilità è limitata a questi due trattamenti. Ovviamente Facebook Ireland è responsabile quale titolare dei trattamenti che afferiscono alle sue attività. In tal senso entrambe le parti sono titolari, congiunti nello specifico perché i trattamenti sono interconnessi (senza la raccolta e comunicazione non potrebbero avvenire i trattamenti da parte di Facebook). Fashion ID, infatti, per fini commerciali (l’uso del plugin consente di aumentare la pubblicità dei suoi prodotti) incorpora i plugin di Facebook permettendo a quest’ultima di operare trattamenti propri, compreso quello di inviare pubblicità personalizzata sulla base del comportamento dei visitatori dei sito web, e compreso il comportamento sul sito di Fashion ID.

La Corte rimarca il fatto che tramite il sito vengono raccolti e comunicati dati che possono anche non riguardare soggetti iscritti a Facebook, così in tal modo il sito web collabora ad allargare la quantità delle persone che Facebook “traccia”. In questo senso la responsabilità di Fashion ID è maggiore (sempre con riferimento ai suoi trattamenti).

...a website, such as that of Fashion ID, is visited both by those who are members of the social network Facebook, and who therefore have an account on that social network, and by those who do not have one. In that latter case, the responsibility of the operator of a website, such as Fashion ID, for the processing of the personal data of those persons appears to be even greater, as the mere consultation of such a website featuring the Facebook ‘Like’ button appears to trigger the processing of their personal data by Facebook Ireland

Ulteriormente la Corte precisa che nel caso specifico non è utilizzabile come base giuridica il legittimo interesse del titolare, in quanto i dati comunicati a Facebook non si limitano ad informazioni conservate nel dispositivo (computer) e quindi, ai sensi dell’art. 5(3) della direttiva, andava chiesto il consenso. Non si tratta di cookie tecnici, se vogliamo dirla diversamente.

La Corte rimarca, inoltre, che entrambi i titolari congiunti avrebbero dovuto avere un legittimo interesse. Cosa che comunque risulterebbe difficile per Facebook, in special modo visto che i dati riguardano anche persone non iscritte a Facebook e che quindi non hanno alcun collegamento con l’azienda.

In ultimo la Corte si occupa della questione del consenso. È indubitabile che dal fatto che il gestore del sito assume il ruolo dei titolare del trattamento, con riferimento alle sole operazione per le quali stabilisce (insieme a Facebook) le finalità e i mezzi, ne discende che è il gestore del sito a dover raccogliere il consenso. Ovviamente tale consenso sarà relativo alle sole operazioni che il gestore del sito pone in essere, e cioè la raccolta e la comunicazione alla terza parte. Collegato a questo obbligo vi è l’ulteriore onere di informare correttamente il visitatore prima che venga raccolto il consenso. Anche l’informazione è correlata alle sole operazioni che pone in essere il gestore del sito.

Alcune considerazioni

Appare abbastanza ovvio che la Corte di Giustizia allarghi il concetto di titolare del trattamento, di per sé già definito in maniera ampia. Il caso è diverso rispetto al caso Wirtschaftsakademie dove la Corte giungeva alla conclusione che il gestore di una pagina fan su Facebook è titolare (congiunto) del trattamento perché sostanzialmente può vedere i dati. Tutte le decisioni sono prese da Facebook, compreso i mezzi, ma l’amministratore della pagina ha la possibilità di vedere le statistiche sugli utenti. In tal modo ha un effetto sull'elaborazione operata da Facebook e contribuisce alla determinazione degli scopi e dei mezzi.

Leggi anche >> Chi amministra le pagine fan di Facebook è responsabile del trattamento dei dati dei visitatori?

Invece, con questa sentenza, qualsiasi soggetto che può influenzare in qualche modo un trattamento (lo rende possibile) finisce per esserne titolare e quindi responsabile (nel senso che ne risponde giuridicamente, da non confondere col “responsabile” del trattamento).

Il problema principale sta nel fatto che nell’economia digitale non è facile attribuire correttamente i ruoli, a differenza dell’economia reale dove la distinzione è immediata. Un normale business non digitale, infatti, distingue chiaramente tra titolare, colui che decide le operazioni, e gli altri soggetti che operano elaborazioni congiuntamente al titolare o in autonomia. Nell’ambiente digitale, invece, specialmente con la nascita e lo sviluppo di piattaforme di elaborazione in cloud, le relazioni tra i soggetti sono molto più complesse. È abbastanza normale, infatti, che il titolare si serva di piattaforme esterne per ridurre i costi, ma che la piattaforma, una volta ottenuti i dati, operi elaborazioni del tutto separate rispetto al titolare, per alimentare il suo proprio business. È che utilizzi altri fornitori a sua volta. È chiaro che qui andiamo ben oltre la figura del “processor” (responsabile del trattamento in Italia), il quale invece è vincolato alle istruzioni (e quindi anche alle finalità) del titolare.

Ormai la quasi totalità dei servizi software comporta da un lato una centralizzazione delle operazioni su piattaforme esterne, dall’altro la decentralizzazione delle decisioni, perché appunto le finalità (e i mezzi) non sono più decise dal titolare, ma più soggetti cooperano alla decisione, oppure stabiliscono finalità del tutto indipendenti gli uni dagli altri. Molti di questi flussi, inoltre, non sono affatto trasparenti, e il tutto appare in ovvia torsione col principio di trasparenza del GDPR.

Sotto questo profilo sembrerebbe che il regolamento europeo sia per lo più un’evoluzione della precedente direttiva, e che non mirasse espressamente a regolamentare i rapporti tra soggetti dell'ambiente digitale, quanto piuttosto il legislatore avesse in mente il modello di gestione dell’ambiente non digitale. Non vi sono, infatti, criteri chiari per distinguere i ruoli nella complessità dell’ambiente digitale, con servizi e decisioni che si soprappongono senza alcun continuità.

Le decisioni sui “mezzi” (es. quale software, quale hardware...) sono sempre più spesso delegate ad un terzo. Il titolare si limita a firmare un contratto di fornitura di servizi. In questi casi decisioni essenziali sono prese direttamente dal fornitore del servizio, come ad esempio la selezione dei dati da raccogliere e trattare (anche dati che al titolare non servono), i tempi di conservazione, il luogo di conservazione (i dati di un servizio cloud potrebbero essere spostati al di fuori dello spazio SEE anche se il titolare non ne è conoscenza), ecc...

La giurisprudenza della Corte europea ci dice che stabilire se un soggetto è titolare del trattamento deve essere deciso nel concreto, analizzando effettivamente ciò che fa, e che nel complesso del trattamenti può anche accadere che alcune decisioni siano delegate a terze parti. La ripartizione delle decisioni non deve necessariamente essere equa, per cui può ben accadere che un soggetto si limiti a decidere solo con riferimento ad uno dei tanti trattamenti operati. In tal senso quel soggetto può assumere il ruolo di titolare (autonomo o congiunto a seconda dei casi) con riferimento al singolo trattamento, indipendentemente dal fatto che sia un singolo privato a confronto con una grande azienda multinazionale. È ovvio, però, che le sue responsabilità saranno limitate ai soli trattamenti per i quali decide mezzi e/o finalità. Anche il fatto che poi il soggetto non abbia accesso ai dati non inficia in alcun modo il suo ruolo di titolare di quel trattamento.

Le parti sono libere di stabilire contrattualmente le rispettive responsabilità, fermo restando che le norme assegnano all’interessato il diritto di rivolgersi a qualsiasi delle parti in causa, indipendentemente dalla ripartizione contrattuale.

Certamente si pone un problema nel momento in cui uno dei soggetti ha una forza contrattuale maggiore dell’altra. È piuttosto difficile che un privato che utilizzi un plugin Facebook possa imporre una sua ripartizione delle responsabilità a Facebook. Accadrà, invece, che avremo degli accordi di ripartizione fissati dalla grande azienda e non negoziabili. Si dirà che il gestore del sito può sempre scegliere di non utilizzare lo strumento della grande azienda. Ma tale scelta non appare veramente libera dato che alcune grandi aziende si trovano in una situazione di semimonopolio. Cioè, se qualcuno vuole fare business e quindi vuole essere trovato online, giocoforza deve accettare gli accordi proposti dalla grande azienda a pena di scomparire del tutto.

Cosa accade, quindi, se il contitolare non coopera, e non si riesce a raggiungere un accordo? Non esistono criteri per risolvere una situazione del genere, come del resto non esistono criteri nemmeno per stabilire la ripartizione delle responsabilità tra i contitolari. Non sono identificate le responsabilità minime da rispettare. Vi è un generale criterio di “responsabilità solidale” che potrebbe andare a vantaggio della multinazionale del web. La Corte europea sostiene in maniera anche piuttosto chiara che il gestore di un sito può essere multato per il semplice fatto di aver utilizzato dei sistemi che non risultano conformi alle norme (ribadiamo che qui stiamo parlando di titolarità congiunta e non di designazione di responsabili esterni).

L’avvocato generale nel suo parere puntualizzava che assegnando una responsabilità agli attori economici più piccoli, questo potrebbe portare a una presa di coscienza e quindi a richiedere ai grandi attori economici una maggiore protezione dei dati, così determinando una catena positiva di conformità alle norme. Nella pratica c'è il rischio che si avrà l’effetto opposto, e cioè che i grandi attori riusciranno più facilmente a scaricare sulle spalle dei piccoli parte delle loro responsabilità.

Le conseguenze pratiche

La decisione si limita alla valutazione sulla ripartizione dei ruoli e del consenso. Difficile estrapolare altro. Ciò che si può dire è che la responsabilità è limitata alle fasi per le quali i titolari condividono scopi e/o mezzi e quindi per il gestore del sito va limitata a dette fasi soltanto.

Il gestore del sito dovrà, quindi, oltre a gestire i cookie correttamente, chiedendo il consenso preventivo, informare che i dati saranno raccolti e comunicati a Facebook Ireland. Anche l'informazione sarà limitata ai trattamenti operati dal gestore del sito.

Per quanto riguarda le responsabilità è ovvio che nel confronto col gigante dei social il privato avrebbe delle sanzioni minime, ma il gestore del sito può essere multato per aver utilizzato i plugin di Facebook senza una corretta informazione o gestione.

Infine, occorre considerare che il medesimo criterio di ripartizione potrebbe doversi applicare in tutti i casi in cui un sito utilizzi servizi di terze parti e relativi cookie, quando il terzo stabilisce proprie finalità e/o mezzi.

Conclusioni

L’incertezza normativa che regnava in materia con la precedente direttiva non pare affatto scalfita dall’ingresso del GDPR. Inoltre, nonostante parecchia enfasi, non sembra che il GDPR sia stato realmente concepito avendo in mente le problematiche delle nuove tecnologie, quanto piuttosto appare una elaborazione della vecchia normativa con limitate modifiche adeguative alle nuove realtà. Ciò che occorrerebbe è una ripartizione sostanziale delle responsabilità nei casi di titolarità congiunta e definizioni più chiare in modo che sia più semplice identificare i ruoli in Internet, dove i sistemi e le piattaforme si intrecciano tra loro creando dei flussi di dati opachi e difficili da inquadrare correttamente nei vari ruoli.

Immagine in anteprima via PixaBay

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Le stragi dei suprematisti bianchi, l’uso della Rete e le parole di odio dei leader politici


[Tempo di lettura stimato: 12 minuti]

Tra sabato e domenica, nell’arco di 24 ore, negli Stati Uniti sono morte più di 30 persone uccise in sparatorie di massa. I due episodi sono indipendenti tra di loro, e presentano degli elementi diversi. Quello che li accomuna è il profilo della persona che ha sparato: un giovane maschio bianco.

La prima sparatoria è avvenuta la mattina del 3 agosto a El Paso, in Texas, al confine con il Messico. Poco prima delle 11, il ventunenne texano Patrick Crusius, di Dallas, a circa 600 miglia da El Paso, ha aperto il fuoco con il fucile all’interno di un supermercato Walmart – posto molto frequentato anche da famiglie di cittadini messicani - causando almeno 22 vittime e 27 feriti. La polizia è intervenuta sul luogo, arrestando l’attentatore. Secondo gli agenti, il ventunenne non ha mostrato alcun segno di pentimento.

Prima di iniziare a sparare, Crusius aveva postato online sul sito 8chan un manifesto suprematista bianco di quattro pagine, in cui diceva che l’attacco era una risposta alla “invasione ispanica” del Texas, e di difendere il paese “da una sostituzione etnica e culturale causata da un’invasione”. Le autorità federali hanno fatto sapere che il caso verrà trattato come “terrorismo domestico”.

Qualche ora dopo, intorno all’una della notte tra sabato e domenica, a Dayton, in Ohio, Connor Betts, 24 anni, ha iniziato a sparare sulla gente che si trovava per strada e nei locali della zona, causando 9 vittime – tra cui anche sua sorella - e 27 feriti. Anche l’attentatore è morto, in uno scontro a fuoco con la polizia. Betts era armato con un fucile d’assalto, un giubbotto antiproiettile e circa cento munizioni. Ha sparato 41 colpi in meno di 30 secondi. Il capo della polizia di Dayton, Richard Biehl, ha dichiarato che «non c’era nulla nella storia di questa persona che avrebbe potuto precludergli l’acquisto di quell’arma». Un’altra pistola è stata poi rinvenuta nell’auto parcheggiata lì vicino. A differenza del caso di El Paso, le motivazioni della sparatoria di Dayton non sono ancora chiare, anche se alcuni elementi sul profilo di Betts iniziano a emergere. Ad esempio, un certo interesse per violenza e sparatorie di massa e un’attitudine alla misoginia, compresa la compilazione di liste di “ragazze da stuprare” a scuola.

Le due stragi ravvicinate hanno acceso la discussione negli Stati Uniti sulle questioni dell’accesso alle armi e del terrorismo suprematista bianco. Secondo il Gun Violence Archive finora nel 2019 ci sono state oltre 250 sparatorie di massa (intese come eventi in cui 4 o più persone sono state raggiunte da colpi di pistola nella stessa area e lasso di tempo) negli Stati Uniti. Il direttore dell’FBI Christopher Wray ha dichiarato che sono stati conteggiati circa 100 casi di arresti per terrorismo domestico nel 2019, la maggior parte dei quali hanno legami con il suprematismo bianco.

Solo la scorsa settimana, il 28 luglio, Santino William Legan, di diciannove anni, ha aperto il fuoco al Girloy Galrlic Festival, in California. I morti in quel caso sono stati quattro - compreso l’attentatore, colpito dalla polizia. Anche in questo caso l’FBI ha aperto un’indagine per terrorismo domestico: secondo gli investigatori Legan avrebbe avuto una “lista di obiettivi” da colpire, inclusi edifici religiosi e federali.

La strage di El Paso, i precedenti e l’uso della Rete

Poco meno di un’ora prima di entrare da Walmart e uccidere più di 20 persone, intorno alle 10 e 15, Patrick Crusius aveva annunciato la sua impresa sul board /pol/ di 8chan, una bacheca anonima con un policy estremamente permissiva, nota per la pubblicazione di contenuti violenti. Crusius ha postato anche un manifesto intriso di suprematismo bianco in cui spiegava il suo piano di fare una sparatoria di massa contro il popolo latino, colpevole di “invadere” gli Stati Uniti. Il messaggio conteneva un monito: “Fate la vostra parte e diffondetelo fratelli!”

Come ricostruito da Slate, qualcuno deve aver ricevuto la richiesta dell’autore: poco dopo essere stato pubblicato su 8chan, il manifesto è stato trovato su 4chan – un’altra bacheca con scarse regole sui contenuti che è possibile pubblicare – e poi ha iniziato a girare come immagine su Twitter e Facebook.

Non è la prima volta che il sito 8chan risulta coinvolto in episodi come quello di El Paso. Lo scorso marzo, prima di uccidere 50 persone in una moschea a Christchurch, in Nuova Zelanda, il 28enne Brenton Tarrant aveva postato su 8chan un manifesto che contiene tutti gli elementi del suprematismo bianco intitolato “The great replacement” (La grande sostituzione). È proprio a lui che, nel suo testo, Crusius sostiene di essersi ispirato.

Insieme al manifesto, Tarrant aveva postato anche un link a una diretta Facebook del massacro e istruzioni per condividerla. Il video è stato rimosso circa 45 minuti dopo l’inizio, il tempo necessario per diffondersi: nelle 24 ore che hanno seguito l’attentato è stato postato su Facebook circa 1,5 milioni di volte.

Un mese dopo la sparatoria in Nuova Zelanda, il diciannovenne John Earnest è entrato in una sinagoga di Poway, in California, uccidendo una persona. Due ore prima, aveva postato un manifesto antisemita su 8chan, inserendo anche istruzioni per diffonderlo. Sia Tarrant che Earnest, peraltro, sembra si fossero radicalizzati sulla piattaforma.

“Ognuna di queste sparatorie sembra essere progettata per diventare virale: un atto orrendo cattura l’attenzione mondiale, e un manifesto aggiunge il carico d’odio”, si legge su Slate. 

8chan esiste dal 2013, quando è stata fondata da Fredrick Brennan, all’epoca 19enne e programmatore a New York. È nata per aggirare – le già blande – restrizioni di bacheche come 4chan. Nella sua tag-line si definisce “l’anfratto più oscuro” online, e come spiega un articolo pubblicato su Vox, la piattaforma è diventata un luogo popolato da nazionalisti bianchi, neonazisti e alt-right: “Il tono della conversazione è quello dell'umorismo nero e inquietante in cui abbondano retorica odiosa sul popolo ebraico, musulmani, donne e altri gruppi. Gran parte delle discussioni vengono definite come semi-serie e ‘per il lulz’ (variante dell'espressione LOL). Ma le conseguenze nel mondo reale non sono certo uno scherzo”.

Il pezzo su Slate spiega come 8chan non sia “solo un posto dove le persone trovano una community per il loro odio, ma è anche dove vanno quando vogliono annunciare omicidi di massa a un esercito online che può aiutarli a diffondere il loro messaggio. E quando i proprietari di 8chan si sentono obbligati a intervenire” quell’esercito “si è già messo al lavoro. Il manifesto è stato ripostato ancora e ancora”.

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Secondo un pezzo di Robert Evans su Bellingcat, comunque, oltre alla consacrazione di 8chan come luogo di radicalizzazione di stragisti, c’è un altro aspetto che la sparatoria di El Paso ha portato alla luce: l’atto di massacrare innocenti si è gamificato – ossia ha assunto le sembianze di un videogame. Evans ha trovato diversi commenti online successivi alla sparatoria relativi al conteggio dei corpi delle vittime. Già dopo l’attentato a Christchurch, utenti di 8chan commentavano regolarmente sull’elevato numero di morti causati di Tarrant, esprimendo il desiderio di “battere il suo alto punteggio”.

“Quello che vediamo qui è l’evidenza dell’unica reale innovazione che 8chan ha portato al terrorismo globale: la gamification della violenza di massa”, scrive Evans, sottolineando come questo sia visibile “nel modo in cui la sparatoria di Christchurch è stata compiuta. Brenton Tarrant ha trasmesso live il suo massacro da una videocamera posizionata sulla sua testa, in modo che la sparatoria sembrasse esattamente come un videogioco in prima persona. È stata una scelta consapevole, così come la decisione di scegliere una colonna sonora che avrebbe intrattenuto e ispirato i suoi spettatori”.

Gli episodi di Christchurch o della sinagoga in California e in ultimo quello di El Paso hanno acceso la polemica attorno a 8chan, e al suo ruolo nelle sparatorie di massa e in atti violenti. Il sito è stato offline per diverse ore, dopo l’abbandono da parte di società che ne garantivano il funzionamento. Il suo stesso creatore, Brennan, ha chiesto che il sito venga chiuso: «Se potessi tornare indietro e non creare 8chan, probabilmente lo farei».

Come fa notare Buzzfeed, però, non esiste una soluzione semplice, ed “è improbabile che chiudere il sito sradichi questa nuova cultura estremista, perché 8chan è ovunque. Stacca la spina, apparirà da qualche altra parte, in qualunque luogo lo ospiterà. Perché non c’è nulla di particolarmente speciale in 8chan”: “L’unica cosa che radicalizza gli utenti di 8chan sono gli utenti di 8chan”. C’è un problema molto più profondo, e va ben oltre le bacheche anonime.

La catena del terrorismo suprematista

Gli attentatori di Christchurch, Poway o El Paso hanno in comune il fatto di credere che le persone bianche stiano subendo una “sostituzione” a causa dell’immigrazione, o addirittura che sia in atto un “genocidio dei bianchi”. Secondo questa teoria del complotto – della quale Leonardo Bianchi su VICE ha ripercorso le origini e l'evoluzione – “i grandi cambiamenti demografici e sociali che interessano gli Stati Uniti e molti altri paesi - come l’immigrazione, i matrimoni misti, il multiculturalismo, il liberalismo e il femminismo, solo per citarne alcuni - fanno in realtà parte di un piano segreto per annientare la razza bianca”.

Cynthia Miller-Idriss, senior fellow al Centre for Analysis of the Radical Right, ha spiegato al Guardian che per coloro che credono nelle teorie del complotto del suprematismo bianco, il cambiamento demografico costituisce «una minaccia esistenziale per le persone bianche», e l’idea della “sostituzione” è centrale – come dimostra il coro “You will not replace us!” (Non ci sostituirete!) intonato da suprematisti bianchi e neonazisti alla marcia di Charlottesville.

Crusius a El Paso così come Tarrant in Nuova Zelanda citano il “genocidio bianco” nei loro manifesti. Tarrant, così come Anders Breivik, autore delle stragi del 2011 a Oslo e Utøya, in Norvegia, vedevano nei musulmani invasori che minacciano la civiltà bianca. Robert Bowers, attentatore alla sinagoga di Pittsburgh nel 2018, e John Earnest, che ha ucciso una persona ad aprile in una sinagoga di Poway, vedevano la minaccia nel popolo ebraico. Come ha analizzato Michael Davis, Research Fellow al Middle Eeast Media Research Institute, tutti questi stragisti “hanno affermato di aver agito con un senso di urgenza e autodifesa. Vedevano loro stessi come tra i pochi difensori di una razza bianca in pericolo. Guidati da questa certezza, tutti e quattro hanno cercato di pubblicare manifesti che presentassero quelli che credevano fossero argomenti razionali, informando della loro scelta di agire”. Crusius, Earnest e Tarrant, tra l’altro, “hanno citato altri suprematisti bianchi come loro ispirazione, esprimendo un senso di cameratismo con una comunità online che condivide la loro ideologia, e l’hanno invitata a continuare la lotta”.

La pubblicazione dei manifesti è un tentativo di fare in modo che altri seguano la scia. «Stanno anche provando a ispirare altri sull’urgenza del momento», ha spiegato Heidi Beirich, direttrice del Southern Poverty Law Center’s Intelligence Project, secondo cui in particolare con i casi della Nuova Zelanda, Poway ed El Paso si è visto come queste idee si siano sviluppate l’una sull’altra. «Non c’è dubbio che queste persone si stiano alimentando a vicenda, perché fanno riferimento a manifesti precedenti. Sia nel caso di Poway che di di El Paso viene menzionato Christchurch».

Secondo il giornalista esperto di estrema destra americana David Neiwert, questi ultimi attacchi consolidano uno schema “che potrebbe segnare una nuova era del terrorismo – quella in cui il terrorismo a catena, in cui un atto di violenza ne ispira un altro che segue, esattamente come è destinato a fare, è una realtà manifesta”.

Le stragi di Anders Breivik nel 2011 a Oslo e Utøya, in Norvegia sono state parzialmente ispirata dall’attentato commesso da Timothy McVeigh a Oklahoma City nel 1995. Dylann Roof ha ucciso nove persone nere a Charleston nel 2015 perché era convinto di teorie simili riguardo il genocidio bianco. Ispirato dal manifesto di Roof, John Russell Houser ha aperto il fuoco dentro un cinema in Lousiana nel 2016. Il killer di Christchurch nel suo manifesto cita esplicitamente Breivik e Roof tra i suoi ispiratori.

Con le sue 1500 pagine contro “l’islamizzazione dell’Europa”, Breivik è stato il primo a inaugurare il trend dei manifesti dei terroristi di estrema destra. Åsne Seierstad, autrice di un libro che ripercorre la storia degli attentati del 2011 in Norvegia, ha scritto sul New York Times che nei forum di estrema destra “il termine ‘going Breivik’ significa un pieno impegno per la causa”.

Come riporta il New Yorker, sabato poco dopo la sparatoria utenti di 8chan hanno fatto girare un Google spreadsheet contenente una lista con alcune di queste sparatorie, indicando data, luogo e numero di morti. Anders Breivik – la cui figura è iconica nell’estremismo di destra – e Dylann Roof , “comunemente indicati su 8chan come ‘martiri’”, erano in cima alla lista. L’attentatore di El Paso era alla fine.

I numerosi link tra questi episodi mostrano come la definizione di “lupi solitari”, che si radicalizzano e agiscono autonomamente, non sia la più appropriata. In realtà non si tratta mai di individui davvero isolati, ma di persone che hanno connessioni e interazioni con una sorta di comunità, dove trovano appartenenza e uno scopo. «Questi attacchi sono sintomatici di un movimento globale molto potente, che non viene adeguatamente inquadrato descrivendo queste persone come lupi solitari», ha sottolineato Vidhya Ramalingam, del Moonshot CVE, che sviluppa programmi e software contro l'estremismo. «Anche considerarli semplicemente minacce di terrorismo domestico sarebbe una sottovalutazione».

Quello che infatti emerge è che il movimento suprematista bianco si è globalizzato. Sia Breivik che Tarrant fanno riferimenti e menzionano concetti e riferimenti nati in altri contesti e paesi, presentandosi come difensori della civiltà bianca europea globale. Il suprematismo bianco, scrive Bianchi su VICE, è “ormai in grado di avere lo stesso linguaggio, le stesse parole d’ordine e le stesse modalità. È esattamente per questo, tra l’altro, che l’attentatore di Christchurch ha citato Luca Traini nel manifesto e sul caricatore: l’ha riconosciuto come uno di loro”.

Per questa ragione, come spiega l'analisi su Bellingcat, "finché le forze dell'ordine e i media tratteranno questi episodi come parte di un movimento non meno organizzato o mortifero dell'ISIS o di Al Qaeda, la violenza continuerà".

La retorica dell'invasione e le parole di Trump

Dopo una generica condanna, i primi commenti del presidente degli Stati Uniti Donald Trump dopo la sparatoria di El Paso sono stati due tweet: uno in cui sosteneva che il Congresso avrebbe dovuto occuparsi dei controlli sui precedenti per l’acquisto di armi legandolo a nuove norme sull’immigrazione; e un altro in cui se la prendeva con i media, colpevoli di aver contribuito alla rabbia cresciuta nel paese.

Nel frattempo, diversi esponenti repubblicani davano pubblicamente la colpa delle sparatorie di El Paso e Dayton ai videogame. Come si legge su Vox, “il comune denominatore sembra fare tutto il possibile per evitare di parlare di suprematismo bianco e armi”.

Lunedì pomeriggio Trump ha tenuto una conferenza stampa parlando delle due stragi, condannando finalmente «razzismo, intolleranza e suprematismo bianco». Al momento di proporre delle soluzioni, però, il presidente USA si è ben guardato dal nominare le armi e si è concentrato sul ruolo di Internet e dei social media – che dovrebbero individuare gli stragisti prima che colpiscano –, sulla regolamentazione di videogiochi violenti, su una veloce espansione della pena di morte in caso di crimini d’odio o di omicidi di massa e sulla malattia mentale. Anzi, quest’ultima «e l’odio hanno premuto il grilletto, non la pistola».

Il candidato democratico Beto O’Rourke ha accusato la retorica razzista di Trump di avere un ruolo nella crescita dei crimini d’odio e del suprematismo bianco.

È la riflessione che stanno facendo anche molti media americani in queste ore – tra cui un lungo pezzo del New York Times – confrontando i termini utilizzati nel manifesto dell’attentatore di El Paso con le parole d’ordine che hanno accompagnato la presidenza Trump sin dalla campagna elettorale.

A partire da “invasione”. In un evento per le elezioni di metà mandato dell’anno scorso il presidente USA ha più volte avvertito la folla che l’America era sotto attacco da parte di immigrati provenienti dall’America Centrale diretti verso il confine: “Guardate cosa sta arrivando, è un’invasione!”. Il termine è stato utilizzato decine di volte negli ultimi mesi.

La parola “invasione” si ritrova nell’ultimo messaggio lasciato online dall’attentatore della sinagoga di Pittsburgh; nel manifesto scritto da Tarrant prima della strage nella moschea in Nuova Zelanda; nel caso della sinagoga di Poway in California; e nel documento dello stragista di El Paso: “questo attacco è una risposta all’invasione ispanica del Texas”.

Le idee suprematiste bianche non sono certo una novità in America, ma Trump “ha portato nel mainstream idee e personaggi polarizzanti che un tempo erano relegati ai margini della società americana”, scrive il NY Times. Nel pezzo vengono sentiti diversi esperti di comunicazione politica, secondo cui i leader nazionali possono modellare l’ambiente con le loro parole e azioni e hanno una responsabilità particolare nell'infiammare o meno individui o gruppi, anche involontariamente.

Secondo Nathan P. Kalmoe, assistant professor alla Louisiana State University, le persone che compiono questi attacchi sono già violente e piene di odio, «ma leader politici di primo piano e figure mediatiche incoraggiano l’estremismo quando approvano idee suprematiste bianche e giocano con un linguaggio violento. Avere la persona più potente della terra che fa eco alle loro idee di odio può dare agli estremisti un senso di impunità».

David Livingstone Smith, professore di filosofia all’University of New England, ritiene che Trump abbia incoraggiato americani le cui idee erano ritenute inaccettabili fino a poco tempo fa.

Per anni Trump ha abbracciato teorie cospirazioniste razziste. Ad esempio, è stato fra i maggiori portatori della bugia secondo cui l’ex presidente Barack Obama non era nato negli USA. “E sin dalla campagna presidenziale, Trump ha portato queste idee al centro della politica americana”, scrive il NY Times, ricordando come il presidente abbia definito i membri della banda di immigrati come “animali”, si sia lamentato dei migranti  che “infestano” gli Stati Uniti, abbia chiamato l’immigrazione clandestina una “mostruosità”, abbia usato la parola “alieni” per definire gli immigrati e abbia chiesto che le donne americane nere del Congresso “tornino nei loro paesi d'origine”.

Ha chiamato gli immigrati messicani “stupratori”, ha accusato gli oppositori di tradimento una ventina di volte, Lo scorso anno ha inviato i militari al confine dicendo che avrebbe ordinato alle truppe di aprire il fuoco sui migranti che lanciavano pietre.

«Come fermare queste persone?», ha chiesto alla folla parlando di migranti che attraversavano il confine. Dal pubblico è arrivato un grido: «Sparandogli!». La folla è scoppiata in una risata e Trump ha sorriso.

Neiwert ritiene che il fenomeno a cui siamo di fronte è quello che i sociologi chiamano scripted violence: se un leader molto popolare sostiene fondamentalmente che un gruppo di persone sta cospirando contro il bene comune, e lo sostiene per molto tempo, è solo una questione di tempo prima che quelle persone vengano uccise.

Recentemente il Southern Poverty Law Center ha rilevato il più alto numero di gruppi d’odio operanti in America di tutti i tempi – 1020 – la maggior parte dei quali attribuibili all’influenza di Donald Trump.

Secondo i dati dell’FBI, i crimini d’odio sono aumentati del 17% durante il primo anno di presidenza di Trump. Un’analisi del Washington Post ha evidenziato un incremento del 226% nelle contee che hanno ospitato un raduno del presidente nel 2016.

Per l’Anti-Defamation League, gli omicidi ad opera di suprematisti “sono più che duplicati nel 2017”, con gruppi di estrema destra e suprematisti bianchi responsabili per il 59% di tutte le morti legate a estremisti negli USA nel 2017.

Ovviamente anche i media conservatori hanno giocato un ruolo nella diffusione di certe idee – persino dopo la sparatoria. Secondo Heidi Berich del SPLC, il concetto di sostituzione demografica «sicuramente emerge dai media conservatori» come i programmi di Fox News di Tucker Carlson e Laura Ingraham, «che sebbene non usino lo stesso linguaggio», trasmettono la stessa narrazione di base della sostituzione.

Come si legge su Vox, il fatto che la “retorica dell’invasione” sia diventata così normalizzata su Fox News è un esempio di quanto radicata sia diventata la retorica anti-immigrati nel Partito Repubblicano di Trump: “Lo show preferito del presidente non ha avuto nessuna remora nel difendere il manifesto dell’attentatore di El Paso”, sostanzialmente trasmettendo il suo messaggio a milioni di spettatori.

Il giornalista Mehdi Hasan ha scritto su The Intercept che Trump “potrà non premere il grilletto o piazzare la bomba, ma sta abilitando gran parte dell’odio dietro quegli atti. Sta dando aiuto e conforto a uomini bianchi arrabbiati, offrendo loro obiettivi chiari – e non riuscendo poi a condannare completamente la loro violenza”.

Foto via Insider

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Hong Kong: la protesta degli elmetti gialli. Medici, giornalisti, funzionari pubblici contro le violenze della polizia


[Tempo di lettura stimato: 6 minuti]

Per il nono fine settimana consecutivo i cittadini di Hong Kong sono scesi in piazza partecipando a una serie di manifestazioni anti-governative organizzate da giovedì a domenica in vista dello sciopero di oggi che bloccherà la città intera.

Leggi anche >> Hong Kong, le proteste per la difesa della democrazia e la strategia del caos coordinato

Sono quelli degli elmetti bianchi e gialli - non più degli ombrelli, che contraddistinsero le proteste pacifiche del 2014 per ottenere il suffragio universale - copricapi che hanno non solo uno scopo pratico ma anche un valore simbolico perché proteggono la testa in situazioni pericolose ma allo stesso tempo inviano un messaggio di forte determinazione.

Se ne vedono in tutta la città, come racconta Quartz, perché le persone li indossano mentre svolgono le rispettive attività quotidiane, come forma di protesta silenziosa. Gli studenti di medicina li hanno messi per andare in classe, un impiegato di una nota azienda di abbigliamento ne ha indossato uno mentre lavorava alla cassa, alcuni li hanno usati scrivendovi messaggi.

Li hanno messi anche i giornalisti durante la conferenza stampa della polizia, in segno di protesta contro l'uso eccessivo della forza.

Un elmetto è stato messo perfino sul capo della Dea della Democrazia, una statua esposta all'università cinese di Hong Kong.

Sono stati in molti ad indossarli anche nel corso di questo lungo weekend di proteste, iniziato giovedì con un flash mob organizzato dagli operatori del settore finanziario. Venerdì sera, invece, è stata la volta di migliaia di dipendenti pubblici che hanno manifestato contro il governo al termine della giornata lavorativa, inviando un messaggio di forte malcontento nonostante fossero stati avvertiti che l'adesione avrebbe violato il codice di buona condotta che prevede neutralità politica.

“I funzionari pubblici sono al servizio del capo dell'esecutivo e del governo in carica con totale lealtà e al meglio delle loro capacità, indipendentemente dalle proprie convinzioni politiche", aveva precisato in una dichiarazione il governo.

2 agosto 2019, la protesta dei dipendenti pubblici Lam Yik Fei per The New York Times

Non è dello stesso avviso Joseph Wong, funzionario del governo in pensione, in passato alla guida dell'amministrazione pubblica, che ha detto: «Il codice dell'amministrazione pubblica non riguarda solo la neutralità politica. La prima frase, che ho scritto io, intende salvaguardare lo Stato di diritto. Lo Stato di diritto è superiore alla nostra lealtà verso qualsiasi funzionario, qualsiasi capo dell'esecutivo. Nessuno è al di sopra di esso».

Come racconta il New York Times, alcuni dipendenti hanno dichiarato di aver aderito alla contestazione a causa del ritardo con cui la polizia è intervenuta durante i pestaggi subiti dai dimostranti, lo scorso 21 luglio, da parte di alcune persone non identificate in una stazione ferroviaria, in contrapposizione agli arresti immediati dei manifestanti antigovernativi.

Gli organizzatori hanno stimato la partecipazione di oltre 40.000 persone venerdì, inclusi i manifestanti non impiegati nel settore pubblico. Secondo la polizia erano presenti circa 13.000 persone.

«Sono arrabbiata perché il governo ci sta trascurando», ha dichiarato Maggie Cheng, dipendente del dipartimento per gli Affari interni di Hong Kong, aggiungendo di essere rammaricata poiché la polizia è diventata uno strumento politico nelle mani del governo.

Sempre nella giornata di venerdì sono scesi in piazza anche gli operatori del settore medico per condannare la violenza della polizia contro manifestanti, medici, giornalisti e astanti. Arisina Ma, presidente dell'Associazione dei medici di Hong Kong, ha affermato che gli arresti di manifestanti all'interno degli ospedali hanno dissuaso le persone dal cercare cure e ha anche criticato l'uso eccessivo di gas lacrimogeni contro i manifestanti e contro i civili non coinvolti nelle proteste.

Nella notte tra venerdì e sabato, in una città rurale nell'area nord-est di Hong Kong, sono scoppiati disordini con la polizia che ha usato spray al pepe contro una folla riunitasi all'esterno di una stazione di polizia dove un attivista politico locale, Andy Chan, e altri manifestanti erano stati arrestati.

Anche sabato, al termine di una marcia pacifica, i manifestanti si sono scontrati, fino a notte inoltrata, con la polizia in diverse località di Kowloon. La polizia, in tenuta antisommossa, ha lanciato gas lacrimogeni e spray al pepe sulla folla che occupava le strade principali e le aree esterne alle stazioni di polizia.

Urlando lo slogan “Riappropriamoci di Hong Kong, la rivoluzione dei nostri tempi” i dimostranti hanno occupato entrambe le corsie di Nathan Road, un'arteria principale, costruendo barricate improvvisate e disegnando graffiti antigovernativi sui divisori stradali.

3 agosto 2019, Nathan Road May James/HKFP

La polizia ha poi riferito che in relazione ai disordini di sabato sono state arrestate 20 persone con le accuse di partecipazione a manifestazione non autorizzata e violenze.

Migliaia sono stati dimostranti che hanno marciato domenica a Tseung Kwan O.

In mattinata i residenti avevano distribuito ai partecipanti alla protesta buoni pasto, cibo e scorte di vario genere.

La manifestazione pacifica a Tseung Kwan O ha minacciato di diventare violenta quando un gruppo di dimostranti ha lanciato mattoni contro una stazione di polizia, utilizzando fionde improvvisate, e rompendone le finestre. Altri hanno lanciato uova e illuminato l'edificio con laser, hanno bloccato le strade e smantellato ringhiere per costruire barricate.

Nel corso della serata i manifestanti hanno cercato di sfuggire alla polizia antisommossa organizzando dei flash mob, sparpagliandosi e fuggendo all'ultimo minuto prima che arrivassero gli agenti.

I dimostranti, che hanno rinunciato a partecipare a una manifestazione che avrebbe dovuto aver luogo nel distretto occidentale di Hong Kong perché la polizia si era preparata a difendere l'ufficio di collegamento della Cina, obiettivo di precedenti disordini, si sono spostati ad est, verso Causeway Bay, un importante quartiere commerciale dove hanno occupato le strade principali e interrotto il traffico. La polizia ha sparato diversi colpi di gas lacrimogeno contro i manifestanti che però si sono spostati velocemente.

«Sono venuto per sostenere Hong Kong. Stiamo mostrando al governo di avere coraggio», ha raccontato al Guardian Peter Tsang, 32 anni, che ha preso parte alla marcia a Tseung Kwan O.

«Hanno partecipato molte persone e aumenteranno sempre di più finché Carrie Lam non uscirà dal suo nascondiglio». Sono trascorse due settimane, infatti, dall'ultima apparizione pubblica del capo dell'esecutivo di Hong Kong.

I manifestanti hanno mostrato cartelli con scritto "Polizia, vergogna" e hanno srotolato striscioni che chiedono il ritiro della legge sull'estradizione che ha dato il via, a partire dallo scorso mese di giugno, alle proteste e che sebbene, come dichiarato da Lam, sia "morto", non è stato mai ritirato definitivamente. Alla richiesta del ritiro del provvedimento si sono progressivamente aggiunte altre istanze: dimissioni di Lam, nuove elezioni, dietrofront da parte del governo nel definire “rivolte” le manifestazioni del 12 giugno, rilascio incondizionato di tutti i manifestanti arrestati e inchiesta indipendente sulle violenze della polizia contro i partecipanti alle proteste.

Nell'arco della giornata di domenica i giornali di stato hanno pubblicato vari articoli per condannare i manifestanti che hanno gettato in mare una bandiera cinese. In un editoriale dell'agenzia di stampa Xinhua si legge: "Chiunque distrugga 'un paese, due sistemi' avrà una responsabilità storica. Il governo centrale non rimarrà a guardare lasciando che questa situazione prosegua".

inmedia.net via HKFP

Nella notte di domenica, in un parco a Wan Chai, lanci di pietre e graffiti hanno preso di mira la statua d'oro a forma di Bauhinia Blakeana, donata dal governo centrale l'1 luglio 1997 quando Hong Kong è ritornata sotto il dominio cinese.

Molti manifestanti presenti alle marce hanno urlato "lunedì sciopero", per ricordare ai cittadini di unirsi alle proteste previste oggi in tutta la città.

Manifestazioni simultanee si terranno in sette dei 18 distretti di Hong Kong. Caffetterie e negozi hanno apposto cartelli per informare la clientela che gli esercizi sarebbero stati chiusi, mentre i lavoratori del settore dei trasporti hanno scelto di rimanere a casa.

Mercoledì scorso 31 luglio, in occasione di un ricevimento per celebrare il 92esimo anniversario dell'Esercito popolare di liberazione (PLA) di Hong Kong, è stato diffuso un video in cui sono state mostrate forza e abilità dell'esercito cinese. Durante i festeggiamenti Chen Daoxiang, capo delle forze armate cinesi a Hong Kong, ha affermato che i disordini stanno seriamente minacciando la vita e la sicurezza della popolazione e non dovrebbero essere tollerati, sottolineando di essere "determinato a proteggere la sovranità nazionale, la sicurezza, la stabilità e la prosperità di Hong Kong".

Il comandante del PLA ha anche ribadito il suo "fermo" sostegno al capo dell'esecutivo di Hong Kong, Carrie Lam, nonché alle forze di polizia di Hong Kong per "applicare rigorosamente la legge".

L'intervento di Chen Daoxiang ha fatto seguito a quello di Tung Chee-hwa, primo capo dell'esecutivo di Hong Kong in carica dal 1997 al 2005, che ha accusato gli Stati Uniti e Taiwan di aver orchestrato le proteste che stanno scuotendo l'ex colonia britannica.

Tung ha infatti dichiarato che "politici stranieri e forze anti-cinesi per vari motivi" stanno lavorando "per infondere paura tra la gente e minare il rapporto tra la terraferma e Hong Kong", mettendo in guardia i cittadini affinché non siano "usati".

In una dichiarazione rilasciata nelle prime ore di oggi, a seguito di quanto accaduto negli ultimi quattro giorni ed in vista dello sciopero odierno, il governo di Hong Kong ha affermato che "il deteriorarsi della situazione" ha mostrato che le proteste "si stanno diffondendo e stanno spingendo Hong Kong sull'orlo di una situazione molto pericolosa".

Foto in anteprima AP Photo/Vincent Yu via Quartz

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Mosca, da settimane migliaia di cittadini in piazza per chiedere libere elezioni


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Più di 600 persone arrestate a Mosca nel corso di una manifestazione non autorizzata

Aggiornamento 4 agosto 2019, ore 13:00

Più di 600 persone, secondo gli ultimi dati forniti dalla polizia, sono state arrestate ieri nel corso di una manifestazione non autorizzata a Mosca.

Dopo che era stata vietata qualsiasi tipo di protesta i dimostranti si sono radunati nella capitale russa dandosi appuntamento per una "passeggiata" per esprimere, ancora una volta, il proprio dissenso contro l'esclusione dalle liste elettorali di una serie di candidati dell'opposizione alle prossime elezioni locali dell'8 settembre.

L'attivista e avvocato Lyubov Sobol, nell'elenco dei candidati esclusi, è stata arrestata mentre si trovava in taxi per raggiungere la manifestazione a cui hanno partecipato circa 1.500 persone. Sobol è al 21esimo giorno di sciopero della fame.

Alcune ore dopo il suo arresto, come riportato da BBC News, Sobol ha twittato da una stazione di polizia raccontando di aver girato "per tutta Mosca" tre ore in un furgone, vigilata da una dozzina di agenti col volto coperto.

Le autorità hanno dichiarato che la donna è stata arrestata per aver violato le norme che regolano le manifestazioni di piazza. Nelle ore successive Sobol è stata rilasciata dietro il pagamento di una cauzione di 300.000 rubli.

Poco prima di essere fermata, parlando con l'emittente indipendente Dozhd, Sobol aveva dichiarato che le autorità "stanno facendo tutto il possibile per tentare di intimidire l'opposizione".

«Ecco perché è importante andare in piazza oggi per dimostrare che i moscoviti non hanno paura delle provocazioni e sono pronti a continuare a difendere i propri diritti», aveva aggiunto.

Alcuni filmati trasmessi dalla televisione russa e altrettanti video condivisi sui social hanno mostrato agenti della polizia bloccare alcune persone a terra, dare calci e fare uso di manganelli contro i manifestanti.

Inizialmente i funzionari russi avevano dichiarato che le persone fermate fossero solo 30.

Mentre si trovava all'interno di un'auto della polizia Alburov, della ong FBK fondata dal leader dell'opposizione Alexei Navalny che si occupa di anticorruzione, ha twittato di essere stato arrestato.

Poco dopo, i funzionari russi hanno annunciato di aver aperto un'indagine su FBK per presunto riciclaggio di un miliardo di rubli. Navalny e i suoi alleati sostengono che l'associazione, che ha pubblicato una serie di informazioni compromettenti su funzionari governativi, è finanziata in modo trasparente con donazioni pubbliche.

 

Da settimane si protesta a Mosca per poter votare liberamente alle prossime elezioni comunali dell'8 settembre. Chi scende in piazza non si lascia intimorire dagli arresti e dalle repressioni della polizia. Migliaia di manifestanti, nel corso dei vari appuntamenti che si sono susseguiti a luglio, hanno sollecitato la Commissione elettorale affinché siano inseriti nelle liste i candidati indipendenti esclusi dalla corsa per la conquista di uno dei 45 seggi del consiglio comunale della capitale. Alto è, infatti, il rischio per Russia Unita, il partito del presidente russo Vladimir Putin, di vedere i posti - attualmente occupati dai propri esponenti che gestiscono i fondi della città per un ammontare di 43 miliardi di dollari - conquistati dai principali candidati dell'opposizione.

«Stanno rubando queste elezioni, stanno rubando il nostro futuro», ha dichiarato a Deutsche Welle Lyubov Sobol una dei candidati esclusi, arrestata nel corso della prima manifestazione di domenica 14 luglio (e poi arrestata di nuovo e rilasciata altre due volte), quando circa 2.000 persone si sono date appuntamento e hanno urlato slogan anti-governativi, la maggior parte dei quali indirizzati a Putin. Nel corso di quello stesso corteo la polizia è intervenuta arrestando decine di cittadini, nonostante inizialmente avesse deciso di non bloccare le proteste.

Lyubov Sobol REUTERS/Tatyana Makeyeva

La situazione aveva già cominciato a suscitare forti malumori quando non era stato ancora reso pubblico l'elenco dei candidati, poiché la commissione elettorale si era premunita di far sapere che molti di quelli che avevano presentato le candidature non erano riusciti a raccogliere le 5.000 adesioni necessarie per partecipare alle elezioni locali e regionali. Molte firme, infatti, non sono state convalidate perché risulterebbero non chiare o perché gli indirizzi forniti non sarebbero completi.

A complicare una raccolta di per sé non facile c'è un ulteriore ostacolo, poiché la firma a sostegno di un candidato implica la diffusione di dati personali che vengono raccolti nel database del governo in cui si viene schedati come sostenitori di un partito di opposizione, come raccontato dall'attivista democratico Vladimir Kara-Murza in un articolo pubblicato su Washington Post.

Sabato 20 luglio si è svolta una seconda manifestazione che ha visto la partecipazione di almeno 12.000 persone secondo i dati forniti dalla polizia, più di 21.000 per gli organizzatori. Si era appreso, intanto, che risultano essere 30 i candidati (16 dell'opposizione) estromessi dalla competizione elettorale. Gli esclusi hanno dichiarato di aver raccolto e presentato il numero richiesto di firme valide e di essere stati eliminati perché valutati da un organo fedele al presidente Putin.

La protesta del 20 luglio si è svolta con l'autorizzazione delle autorità locali e non sono stati segnalati arresti. I manifestanti, guidati da Alexei Navalny, il più noto oppositore del Cremlino, hanno ribadito la richiesta alle autorità di consentire ai candidati esclusi di poter partecipare alle elezioni dell'8 settembre che vedranno la presenza alle urne di 7.200.000 elettori.

Alexei Navalny durante la manifestazione del 20 luglio Pavel Golovkin AP

«Gli mostreremo che è un gioco pericoloso», ha tuonato Navalny dal palco della manifestazione, dando appuntamento ai dimostranti il 27 luglio, alle 14.00, nei pressi del municipio, con un post su Instagram: "Se i truffatori di Russia Unita non iscrivono i candidati indipendenti e sputano sulle opinioni dei cittadini, allora tutti noi... andremo all'ufficio del sindaco, a Tverskaya 13".

Il corteo del 20 luglio per la richiesta di libere elezioni è stato il più partecipato in Russia dalle proteste del 2011 e del 2012 contro il ritorno di Putin al Cremlino, candidatosi a un terzo mandato da presidente.

Con l'approssimarsi della manifestazione del 27 luglio le autorità russe, intanto, hanno deciso di incontrare il 23 luglio i candidati dell'opposizione per ascoltare le ragioni delle loro proteste, tra cui il rifiuto dei funzionari elettorali di Mosca di riceverli. Durante il colloquio Ella Pamfilova, capo della Commissione elettorale centrale russa (CEC), ha promesso di prendere in considerazione le denunce dei candidati estromessi, avvertendoli però che il CEC non ha alcuna autorità per ribaltare le decisioni assunte dalla Commissione elettorale di Mosca, poiché la legge garantisce alle commissioni elettorali locali un'autonomia tale da impedire a Mosca di esercitare qualsiasi influenza.

Pamfilova ha inoltre invitato i candidati a non partecipare alle proteste poiché "l'influenza delle manifestazioni di piazza sul CEC è pari a zero".

Interpretando le dichiarazioni di Pamfilova come una sfida, Alexei Navalny le ha così commentate in un post su Twitter: "Per due ore e mezza, il capo della CEC Ella Pamfilova ha incontrato i candidati le cui firme raccolte sono state ritenute false. Riassumendo l'incontro con parole semplici Ella Pamfilova sta prendendo tempo e la decisione sull'ammissione dei candidati sarà presa in base alla partecipazione alla manifestazione [del 27 luglio] presso il municipio".

Qualche ora dopo l'incontro di Pamfilova con i candidati esclusi, la polizia di Mosca ha arrestato Navalny, all'esterno della sua abitazione, mentre stava andando a correre. Il portavoce dell'attivista ha poi dichiarato che il leader dell'opposizione è stato condannato a 30 giorni di prigione per aver invitato a partecipare a una protesta non autorizzata.

Lo stesso giorno, il Comitato investigativo russo ha annunciato l'apertura di un procedimento penale nei confronti di "membri di un movimento" che avevano tentato di esercitare pressioni su funzionari elettorali di Mosca nell'esercizio delle loro funzioni organizzando manifestazioni all'esterno dei loro uffici.

Sabato 27 luglio, durante la manifestazione non autorizzata, la polizia di Mosca ha arrestato più di 1.000 persone (1.074 secondo i dati della polizia, 1.127 per alcuni osservatori), in una delle azioni repressive più dure degli ultimi anni. I dimostranti sono stati trascinati via dalle forze di sicurezza in tenuta antisommossa che hanno usato manganelli contro la folla per allontanarla dalle barriere che circondavano il municipio.

Il sindaco di Mosca, Sergei Sobyanin, ha definito la manifestazione “una minaccia alla sicurezza" e ha promesso di mantenere l'ordine pubblico.

Tra le persone arrestate Olga Misik, la ragazza diciassettenne che ha espresso il suo dissenso leggendo, seduta a terra, la costituzione russa di fronte agli agenti della polizia.

«Volevo solo ricordare che la nostra protesta è pacifica e senza armi, mentre loro ce le hanno (...) Mi sono seduta a terra e ho iniziato a leggere i nostri diritti, specificando che quello che sta accadendo qui [l'arresto dei manifestanti] è illegale», ha dichiarato al sito lettone Meduza, come riportato da Independent. 

Non è chiaro quante persone abbiano partecipato ma il numero sembra essere nettamente calato rispetto alla settimana precedente. Secondo la polizia sarebbero scese in piazza circa 3.500 persone, di cui circa 700 giornalisti.

Alla vigilia della manifestazione la polizia aveva fatto irruzione nelle abitazioni di diversi politici dell'opposizione, convocandoli per essere interrogati.

Il candidato alle elezioni e leader dell'opposizione Dmitry Gudkov ha twittato che la Commissione è "morta sotto Putin". "L'ultima illusione di avere la possibilità di partecipare regolarmente alla vita politica è scomparsa", ha scritto.

Alcuni giornali hanno commentato duramente le incursioni nelle case. Novaya Gazeta ha titolato in prima pagina “Terrore a Mosca, venerdì”, mentre su Vedomosti si legge che le autorità hanno usato la forza per reprimere la protesta "non riuscendo a contrastarla con strumenti politici".

https://twitter.com/AFP/status/1155216791074770944?s=20

Il quotidiano del governo russo Rossiyskaya Gazeta, invece, ha accusato l'opposizione di "ricatto" e di assumere "un atteggiamento inaccettabile nei confronti della legge".

Giovedì scorso, 1 agosto, l'avvocato di Alexei Navalny ha informato con un post sui social che il suo assistito ha contattato il Comitato investigativo per chiedere di avviare un'indagine su una violenta reazione allergica cutanea manifestatasi domenica scorsa, all'indomani della manifestazione del 27 luglio, probabilmente dovuta a avvelenamento, a causa della quale l'uomo è stato trasferito d'urgenza in ospedale.

Il team legale che assiste Navalny ha chiesto l'identificazione dell'agente che avrebbe lasciato in cella Navalny in preda a una reazione allergica cutanea e di esaminare le riprese delle telecamere a circuito chiuso nella sua cella.

Mercoledì 31 luglio l'istituto di tossicologia russo Sklifosovsky ha dichiarato che non sono state trovate sostanze avvelenanti nei campioni esaminati di Navalny. Questa dichiarazione è stata ritenuta dal medico personale di Navalny, Anastasia Vasilyeva, "completamente assurda" anche in considerazione del fatto che lenzuola ed abiti non siano stati analizzati.

Come riferito dal Comitato investigativo, la Russia ha aperto un procedimento penale sulle proteste del 27 luglio a Mosca in base a tre articoli del codice: organizzazione di disordini di massa, reato che prevede una pena detentiva fino a 15 anni di prigione, partecipazione ai disordini, punibile con un massimo di otto anni di carcere e invito alla partecipazione ai disordini, per il quale è previsto un periodo massimo di detenzione di due anni.

Gli investigatori russi hanno dichiarato di aver arrestato cinque delle dieci persone identificate come organizzatrici della manifestazione di sabato 27 luglio con l'accusa di istigazione ai "disordini di massa".

"L'indagine ha stabilito che prima di una manifestazione non autorizzata, un gruppo di persone ha ripetutamente pubblicato messaggi su Internet in cui chiedeva alle persone di prenderne parte, sapendo benissimo che queste azioni possono provocare disordini di massa", ha affermato il Comitato investigativo che ha inoltre dichiarato di stare indagando sulla violenza perpetrata ai danni della polizia, dei membri della Guardia nazionale russa e di altri funzionari.

Tra le persone arrestate c'è Alexey Minyaylo, attivista e collaboratore di Lyubov Sobol che ha nel frattempo iniziato uno sciopero della fame per protestare contro la sua esclusione dalle elezioni.

«Non si risolverà fino a quando non capiranno che le persone chiedono una rappresentanza politica che tenga conto delle loro opinioni e volontà, che queste persone non molleranno e che il Paese e Mosca sono cambiati. Non è più possibile ignorare le persone», ha detto Sobol all'agenzia di stampa Reuters.

«La cosa principale adesso è che ci siano proteste di massa regolari ma pacifiche... e non arrendersi», ha proseguito la giovane donna 31enne, mamma di una bimba di 5 anni.

Sobol, al ventesimo giorno di sciopero della fame, ha dichiarato che le proteste continueranno ogni settimana fino a quando le autorità non consentiranno elezioni libere.

«Le persone sono disposte a continuare. Ho intenzione di manifestare ogni fine settimana per le strade della città. Non ho paura del carcere, delle percosse o di procedimenti penali», ha detto.

Nonostante il giro di vite del 27 luglio, infatti, gli attivisti stanno organizzando la quarta manifestazione di protesta prevista per oggi 3 agosto.

Foto in anteprima Srbija Evropa

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ProVita, 5 Stelle, leghisti e CasaPound: lo sciacallaggio politico sul caso di Bibbiano


[Tempo di lettura stimato: 17 minuti]

di Marco Nurra e Angelo Romano

Nelle ultime settimane come Valigia Blu abbiamo coperto il “caso Bibbiano”, ossia l’inchiesta “Angeli e Demoni” della Procura di Reggio Emilia riguardante casi di affidi familiari ad opera dei servizi sociali della provincia. Nell’articolo “Caso affidi di Bibbiano: cosa sappiamo dell’inchiesta della Procura di Reggio Emilia” abbiamo ricostruito tutto quello che si sa sull'inchiesta ancora in corso, a partire dall'ordinanza che ha confermato gli arresti.

Nel nostro secondo articolo “Abusi sui minori, affidi, ruolo degli psicologi. Come funziona in Italia e quali sono le criticità” siamo andati oltre la questione giudiziaria per riflettere sulle criticità del sistema di protezione dei minori da abbandoni, abusi e violenze. Abbiamo spiegato come funziona il meccanismo delle segnalazioni, quali sono i diversi approcci terapeutici e cosa prevede la legge sugli affidi.

Questo è il terzo pezzo che pubblichiamo su questa vicenda, una storia estremamente delicata che riguarda i diritti dei minori e che pone delle questioni rilevanti dal punto di vista etico e giornalistico. È una storia che è stata cavalcata dal sensazionalismo più becero e dalla propaganda politica, a volte creando caos informativo o diffondendo informazioni sbagliate. Come fa presente Flavia Perina su Linkiesta: “Quando un tema così delicato diventa questione di schieramento, un conflitto culturale e tra partiti, non c’è mai da aspettarsi niente di buono”. E a farne le spese sono proprio i minori. Per questo motivo, nel presente articolo analizziamo come il “caso Bibbiano” abbia rappresentato un’opportunità di propaganda e sciacallaggio politico per alcuni partiti e movimenti e come questa strumentalizzazione sia stata funzionale all’agenda politico-mediatica e agli interessi di questi soggetti.

Bibbiano, propaganda, M5S, Lega, CasaPound, ProLife, social

Come è possibile vedere dal grafico del volume di menzioni ed engagement sui social, le conversazioni online su questa vicenda attraversano due momenti chiave: tra il 27 giugno e l’1 luglio, quando i giornali pubblicano per la prima volta la notizia, e poi a partire del 17 luglio, con le proteste dell'estrema destra e la fiaccolata di solidarietà per le famiglie di Bibbiano.

Nel primo caso è soprattutto il Movimento 5 Stelle a costruire una "propaganda criminale", come scriveva Arianna Ciccone su Facebook, perché generalizza in modo scorretto il coinvolgimento dei sindaco PD di Bibbiano – al quale «viene contestato di aver violato le norme sull’affidamento dei locali dove si svolgevano le sedute terapeutiche, ma non è coinvolto nei crimini contro i minori», ha precisato il capo della Procura di Reggio Emilia Marco Mescolini – per definire tutto il PD "il partito di Bibbiano, il partito che toglie i bambini alle famiglie con l’elettroshock, per venderseli”, nonostante l’inchiesta non parli mai di elettroshock e, sempre il procuratore capo Mescolini abbia detto in conferenza stampa che «non si tratta minimamente di questo» e di non credere che «ci sia stata una copertura» politica. «Sotto inchiesta non c’è il sistema dei servizi: sotto inchiesta ci sono delle persone», ha aggiunto invitando a non generalizzare.

Nel secondo caso sono CasaPound, prima, con lo slogan "Parlateci di Bibbiano", e poi la Lega e i movimenti ultracattolici per la famiglia a utilizzare la vicenda per la propria propaganda.

La notizia sui media e il caos informativo

I primi giorni sono i più convulsi. La notizia degli "orrori di Bibbiano" rimbalza sui media in tutti i suoi aspetti più drammatici e morbosi sugli indagati, gli arresti, le ipotesi di reato, le tecniche utilizzate dai psicoterapeuti nei confronti dei bambini, le storie di bambini e famiglie. E per quanto le informazioni fossero ancora in stato embrionale e poco precise, trovano rapida diffusione in tutta la loro forza anche per la particolarità dei soggetti coinvolti: i bambini.

Il primo a lanciare la notizia il 27 giugno alle 10,19 è il sito 24Emilia che pubblica un articolo dal titolo “‘Affari con bimbi tolti ai genitori’: arrestato il sindaco di Bibbiano, 20 misure cautelari”.

Pochi minuti dopo esce Il Fatto Quotidiano. Nell’articolo si parla di 16 persone destinatarie dell’ordinanza di custodia cautelare, 26 indagati e 6 agli arresti domiciliari. Tra loro, il sindaco PD di Bibbiano, Andrea Carletti, una responsabile  e una coordinatrice del servizio sociale, una assistente sociale e due psicoterapeuti della onlus Hansel & Gretel di Moncalieri (Torino). Tra i reati contestati, la frode processuale, il depistaggio, l’abuso d’ufficio, il maltrattamento su minori, lesioni gravissime, falso in atto pubblico, violenza privata, tentata estorsione, peculato d’uso.

Subito dopo, l’edizione bolognese di Repubblica parla della notizia collegandola al podcast/documentario ospitato sul sito “Veleno” di Pablo Trincia che ricostruisce come “sedici bambini tra i comuni di Massa Finalese e Mirandola furono allontanati per sempre dalle loro famiglie, accusate di far parte di una setta di satanisti pedofili”. 

L’articolo di Repubblica viene rilanciato dai social della casa editrice Einaudi (che ha pubblicato il libro di Trincia) per sottolineare che “una storia incredibile come quella che racconta Pablo Trincia in #Veleno non potrebbe succedere più oggi. E invece. Per fortuna però il libro esiste e sembra che gli inquirenti ne abbiano fatto buon uso”. Nei giorni immediatamente successivi, Einaudi tornerà sulla vicenda con altri tweet:

Nel giro di nemmeno un’ora dal primo lancio di 24Emilia, escono il Tgr Rai, Tg2, Il Resto del Carlino, il Corriere della Sera, la Gazzetta di Modena e La Stampa che puntano nei titoli e nei contenuti dei loro pezzi sul “lavaggio del cervello nei confronti dei bambini per strapparli alle loro famiglie” e sul ricorso all’elettroshock o alle scosse elettriche. La notizia inizia a entrare anche nel circuito dell’estrema destra, rilanciata dal sito "sovranista italiano" Primato Nazionale, legato al movimento neofascista CasaPound.

Nel loro insieme e nei termini fin qui descritti, gli articoli pubblicati contribuiscono a definire le coordinate entro cui si svolge poi la discussione sui social nelle ore immediatamente seguenti.

La propaganda del Movimento 5 Stelle

Su tutto questo si innesta uno status propagandistico su Facebook del vicepremier e ministro dello Sviluppo Economico, Luigi Di Maio, che pubblica una card raffigurante il sindaco PD di Bibbiano, Carletti (autosospesosi dal partito), con la scritta “arrestato” e sotto “affari con i bimbi tolti ai genitori”.

Di Maio introduce un’ulteriore narrazione e cioè quella del Partito Democratico (qui rappresentato dal sindaco Carletti) che lucrerebbe sui minori. «Un altro business, orribile, sui minori. (...) Quello che viene spacciato per un modello nazionale a cui ispirarsi sul tema della tutela dei minori abusati, il modello “Emilia” proposto dal PD, si rivela oggi come un sistema da incubo: bambini ”selezionati” e sottratti illegittimamente alle famiglie, per poi venire consegnati in una sorta di “affido horror” a personaggi discutibili, tra i quali titolari di sexy shop, pedofili, gente con problemi mentali». 

Nel post Di Maio parla di un «vero e proprio “sistema”», che coinvolge «autorevoli rappresentanti delle istituzioni. Medici, psicoterapeuti, servizi sociali, onlus autorizzate e politici a coprire tutto» e di «un giro di soldi, come sempre c’è in questi casi. Come accadde ai tempi del Forteto: un inferno per bambini che il potere dell’epoca agevolava considerandolo un “moderno” esperimento e contro cui il MoVimento 5 Stelle ha condotto tante battaglie e che io stesso ho commissariato, firmando l’atto nei confronti della cooperativa». 

Forteto era una comunità fondata nel 1977 da Rodolfo Fiesoli e Luigi Goffredi. In base a quanto emerso dal processo e da quelle di tre commissioni di inchiesta regionale e nazionale, all'interno della struttura sono stati commessi abusi psicologici e sessuali nei confronti di minori e disabili dati in affidamento dal Tribunale dei minori alla comunità. Fiesoli è stato condannato dalla Corte di Appello di Firenze a 14 anni e 10 mesi e la cooperativa che gestiva le attività della comunità, operante nel comune di Vicchio, nella provincia di Firenze, è stata commissariata dal governo nel 2018.

La card pubblicata da Di Maio stava già circolando in ambiente M5S prima della pubblicazione del suo post su Facebook, come mostrano, ad esempio, i tweet delle euro-parlamentari Pignedoli e D’Amato. 

Poco dopo il blog delle stelle rilancia lo status di Di Maio in un post sul suo sito

seguito nel giro di pochi minuti dal sottosegretario dei Cinque Stelle alle Infrastrutture e Trasporti, Michele Dell’Orco

mentre inizia a essere rilanciata anche la correlazione tra Forteto e Bibbiano

La contrapposizione tra #Bibbiano e #RestiamoUmani

L’altro vicepremier e ministro dell’Interno Matteo Salvini arriva solo in un secondo momento sulla storia di Bibbiano, twittando un articolo del Tempo e proponendo l’attivazione di una commissione d’inchiesta sulle case famiglia in Italia. Proposta nei giorni successivi rilanciata dalla parlamentare di FDI Maria Teresa Bellucci e dal ministro della Famiglia, il leghista Lorenzo Fontana.

In quei giorni l’attenzione dell’opinione pubblica era concentrata sul salvataggio dei naufraghi nel Mediterraneo da parte della Sea Watch 3 e dello sbarco a Lampedusa “forzato” dalla capitana della nave Carola Rackete dopo 16 giorni ferma in mare in attesa che fosse autorizzato l’approdo in Italia. Sulla nave erano accorsi anche i parlamentari Orfini, Del Rio (PD) e Fratoianni (LeU).

In questa situazione, il riferimento di Di Maio al business dei minori da parte del PD, le responsabilità del sindaco di Bibbiano, Carletti, la presenza dei tre parlamentari di centro-sinistra sulla Sea Watch 3, l’attenzione mediatica da parte di giornalisti e intellettuali sulle sorti dei migranti vengono sovrapposti: l’hashtag #bibbiano viene contrapposto a #restiamoumani.

“Perché il PD invece che a Lampedusa non va a Bibbiano?”, 

è la domanda rivolta a Orfini,

Del Rio 

e Zingaretti

Anche Salvini in quei giorni era impegnato a twittare sulla vicenda della Sea Watch. E così alcuni utenti su Twitter iniziano a ritwittare i suoi tweet facendo riferimento a Bibbiano per sottolineare le responsabilità del Partito Democratico:

La narrazione del business sui minori e del silenzio dei media

Dal giorno dopo, il 28 giugno, e per tre giorni di seguito, la discussione sui social si avvita intorno a tre nuclei tematici: il business dei minori da parte del PD insinuato da Di Maio con il suo post su Facebook, la figura dell’assistente sociale Federica Anghinolfi (responsabile del servizio sociale dell’Unione della Val d’Enza e ritenuta dalla Procura una delle figure chiavi dell’indagine), indicata come “paladina delle famiglie arcobaleno” e responsabile dell'affidamento di un minore a due donne e, pertanto, la prova della "ideologia gender dietro la vicenda di Bibbiano", il presunto silenzio di intellettuali e media su Bibbiano perché troppo impegnati a parlare dello sbarco dei migranti a Lampedusa e della capitana di Sea Watch 3, Carola Rackete. Bibbiano diventa in pochi giorni – nota Leonardo Bianchi su Vice – “il simbolo di qualsiasi nefandezza, anche di cose che non c’entrano nulla”. 

L’attuale coordinatore nazionale di Fratelli d’Italia, Guido Crosetto, twitta “C’è gente che fa finta di interessarsi ai poveri, ai derelitti, al volontariato e poi si vende i bambini…”, facendo implicito riferimento al PD, mentre il senatore leghista Alberto Bagnai rievoca le insinuazioni sulle “Ong taxi del mare” e il cosiddetto "business dei migranti", sollevato due anni fa in occasione dei salvataggi delle Ong in mare e delle inchieste – che ad oggi non hanno portato a nulla – del procuratore di Catania, Carmelo Zuccaro:

Su questo ha insistito anche il conduttore di Quarta Repubblica Mario Giordano

Sull’accostamento tra business dei migranti e dei minori ha fatto leva Il Giornale in un articolo del 28 giugno, secondo il quale una delle persone arrestate, l’assistente sociale Federica Anghinolfi, inneggiava su Facebook a favore della capitana di Sea Watch, Carola Rackete. Pezzo prontamente rilanciato dai social di Salvini

E proprio su Anghinolfi — prosegue ancora Bianchi nella sua ricostruzione su Vice — “si è concentrato il massimo della morbosità, in un crescendo di congetture che sono arrivate a delineare un complotto gender contro la ‘famiglia naturale’. L’assistente sociale è stata indicata come una “nota attivista del mondo LGBT” e “paladina delle famiglie arcobaleno” ed è responsabile “di aver indebitamente affidato una bambina a una coppia di due donne, a loro volta indagate per maltrattamenti”.

Tutto questo, nel suo insieme, ha dato la stura a commenti violenti, rilanciati da hashtag come #PDofili o da vignette come queste:

In questa cornice, i media mainstream e gli intellettuali – ritenuti vicini alla sinistra – sono stati criticati per aver deliberatamente taciuto su Bibbiano

seguendo una strategia del PD che avrebbe utilizzato la vicenda della Sea Watch per insabbiare quanto avvenuto a Bibbiano

In risposta a un tweet di Roberto Saviano sulla decisione di Carola Rackete di approdare al porto di Lampedusa, viene twittata una card che mostra Luciana Litizzetto, Laura Boldrini, Fabio Volo e lo stesso Saviano con una mano sulla bocca, a voler sottolineare il silenzio su Bibbiano, nonostante giornali e televisioni ne abbiano dato ampiamente conto.

"Parlateci Di Bibbiano": lo slogan creato da CasaPound che conquista partiti e movimenti di destra

Il 17 luglio fa irruzione sui social lo slogan “Parlateci di Bibbiano”, come parte di una campagna organizzata da CasaPound. Luca Marsella, consigliere di CasaPound di Ostia, è il primo a pubblicare su Facebook, alle 8,15 del mattino, la foto di uno striscione con la scritta “Parlateci di Bibbiano” nel quale le lettere “P” e “D” riprendono i colori del logo del Partito Democratico.

Avrete sentito in questi giorni parlare di un'inchiesta aberrante. In realtà sui giornali e nei tg se n’è parlato...

Pubblicato da Luca Marsella su Martedì 16 luglio 2019

La foto è accompagnata da uno status carico di retorica che accusa i media di aver oscurato e nascosto questa notizia. Nelle ore successive lo slogan viene utilizzato anche su Twitter sotto forma di hashtag e appaiono nuove foto di striscioni simili scattate durante la notte.

Smettete di nascondere, insabbiare, negare, accusare di strumentalizzare ciò che è successo a Bibbiano.In questi...

Pubblicato da Pier Paolo Mora su Mercoledì 17 luglio 2019

Da un’analisi realizzata dal Centro LaRiCA (Laboratorio di Ricerca sulla Comunicazione Avanzata) Università di Urbino Carlo Bo, utilizzando CrowdTangle come strumento di monitoraggio, emerge come tra i primi 20 post pubblici che appaiono nelle tre ore successive la maggior parte sia riconducibile direttamente a CasaPound, tra pagine ufficiali e pagine di membri del movimento.

Assieme a CasaPound ci sono anche le pagine di alcuni siti di notizie locali, una sezione di Fratelli d’Italia e gruppi NO-VAX come “I VACCINI -Gestire la salute a nostra insaputa” e “Denunciamo Giulia Grillo”. Quest’ultimo è uno dei molti gruppi dell’attivo no-vaxxer Mida Riva, anche noto come “Gente Sveglia”, e che già il 30 giugno 2019 aveva creato il gruppo “Liberi subito!!! Facciamo tornare a casa i bambini rapiti dallo stato”.

Prima ancora dell’esplosione del caso Bibbiano il tema dei bambini “rapiti dallo stato” era già centrale per alcuni gruppi Facebook italiani, come “BAMBINI SOTTRATTI DALL' INGIUSTIZIA” (creato il primo febbraio 2011), “GIU' LE MANI DAI BAMBINI!” (creato il 3 febbraio 2014) o “Rari e Rapiti” (creazione 20 aprile 2016) di Paolo Roat, aderente a Scientology.

I gruppi su questa tematica avevano promosso già prima del 17 luglio iniziative in solidarietà dei bambini “strappati” e dei genitori “violentati dalle istituzioni”, con messaggi contro lo stato e contro il sistema di affidi o in difesa delle vittime. Con lo slogan “Parlateci di Bibbiano” l’orientamento dei post si allinea immediatamente alla campagna lanciata da CasaPound e appaiono messaggi di denuncia carichi di panico morale su come la verità stia venendo insabbiata dai media con la complicità del PD e della sinistra.

Sempre grazie al lavoro del Centro LaRiCA dell'Università di Urbino, siamo in grado di osservare la distribuzione dei messaggi della campagna “Parlateci di Bibbiano” tra diverse tipologie di pagine: al primo posto sono situate pagine di partiti, sezioni locali o esponenti politici (38,7%); seguite da pagine/gruppi di “tipo politico” (30,6%), come “GIÙ LE MANI DA SALVINI” o “MATTEO RENZI INSIEME AL PD”, pagine/gruppi di cosiddetta controinformazione o informazione alternativa (11,5%), testate giornalistiche (10,3%), pagine personali di giornalisti o influencer (3,1%), gruppi complottisti (2,6%) e altri gruppi o pagine (3,2%).

È interessante vedere come “Parlateci di Bibbiano” sia stato velocemente utilizzato anche da altri partiti, che se ne sono appropriati sia in senso positivo che negativo. Il 55% delle conversazioni online che utilizzano lo slogan “Parlate di Bibbiano” avviene in pagine e gruppi con una specifica appartenenza a partiti politici, così distribuite:

  • Lega 35,8%;
  • CasaPound 17,2%;
  • Fratelli d’Italia 15,5%;
  • Movimento 5 Stelle 12,4%;
  • Partito Democratico 9,3%;
  • Popolo della Famiglia 8,8%;
  • Altri partiti o movimenti di destra 0,8%.

Partiti e movimenti, soprattutto a destra, hanno fatto proprio lo slogan lanciato da CasaPound, amplificandone la risonanza e utilizzandolo secondo i propri fini propagandistici. Nel grafico sottostante possiamo vedere l’evoluzione della campagna online e il volume dei messaggi secondo affiliazione politica nei 10 giorni successivi al suo inizio (sono presi in considerazione tutti i post che utilizzano l’espressione “Parlateci di Bibbiano”, anche sotto forma di hashtag #parlatecidibibbiano).

Grafico: Centro LaRiCA

Sono evidenti tre picchi nel grafico, il primo è quello riconducibile a CasaPound, nel giorno in cui viene lanciata la campagna degli striscioni, il secondo, dal 21 al 22 luglio, segna un’appropriazione dello slogan da parte della Lega con una presenza maggiore anche del Movimento 5 Stelle, mentre il 23 luglio si può distinguere bene come il Popolo della Famiglia sia quello che lo utilizza maggiormente. Sono quelli i giorni della discussione della legge contro l'omofobia in Emilia Romagna, quando Fratelli d'Italia presenta un’interpellanza per chiedere di qualificare i genitori affidatari in base all’orientamento sessuale, in pratica – commentava sempre Leonardo Bianchi in un'altro articolo su Bibbiano su Vice – per schedare le famiglie arcobaleno, e della discussione in commissione Giustizia del Senato del Ddl Pillon sull'affido condiviso dei figli e il loro mantenimento, conclusasi con il rinvio a una nuova data, sempre con relatore il senatore leghista "che dovrà riscrivere il testo del provvedimento mediando tra le diverse proposte".

Durante questo periodo la presenza di messaggi riconducibili a Fratelli d’Italia si mantiene pressoché costante registrando il proprio picco personale il 24 luglio. Il Partito Democratico, con messaggi critici verso la campagna di panico morale portata avanti dalle destre, mantiene una presenza di fondo.

L’intreccio giornaliero tra propaganda e agenda mediatica

Abbiamo visto come diversi partiti e movimenti abbiano strumentalizzato la vicenda di Bibbiano, piegandola ai propri interessi. Per avere un quadro completo delle ragioni e delle modalità con cui avviene quest'operazione di propaganda, è utile ricapitolare assieme quali erano i temi di dibattito pubblico di quei giorni e quali di questi si sono sovrapposti alle conversazioni pubbliche sull'inchiesta della Procura di Reggio Emilia.

Nella prima parte di questo articolo, abbiamo visto che la connotazione iniziale delle conversazioni sull’operazione “Angeli e Demoni”, a partire dal 27 giugno, si nutre delle informazioni false o confuse pubblicate dei media con toni complottistici - “l’elettroshock” o “rubano i bambini per darli ai gay” -, è caratterizzata dall’attacco costante al PD (anche con l’hashtag #PDofili) ed è spesso messa in relazione con le notizie di quei giorni sulla Sea-Watch 3 e sulla sua capitana Carola Rackete. La prima ondata di messaggi online accusa (anacronisticamente e contro ogni logica fattuale) la sinistra di aver creato il caso Rackete per insabbiare i fatti di Bibbiano. Il primo partito politico a cavalcare il caso in chiave propagandistica è Movimento 5 Stelle. Successivamente, in un’intervista al Corriere della Sera, Luigi Di Maio conierà addirittura il nomignolo “il partito di Bibbiano” per riferirsi al Partito Democratico. Salvini in quei giorni twitta una notizia del Giornale che metteva in relazione i fatti di Bibbiano con Rackete. Il caso Rackete è ancora troppo “fresco” per non continuare a strumentalizzarlo.

E sebbene i giornalisti abbiano coperto e continuino a occuparsi dell’inchiesta sin dal primo giorno, assistiamo paradossalmente a trasmissioni televisive che denunciano l'inesistente cortina di fumo su Bibbiano: il caso più emblematico è forse quello di Mario Giordano che, in prima serata su Rete 4, condanna il silenzio dei media e interpreta una sorta di performance indignata seguita dagli applausi del pubblico che lo accompagnano mentre, "addolorato", si accascia al suolo.

Con l’azione di CasaPound del 17 luglio, pochi giorni prima della fiaccolata di protesta del 20 luglio, invece, la conversazione online mantiene la spinta “anti-sinistra” iniziale ma sfuma il riferimento alla Sea Watch 3: i messaggi sono più incisivi e ci si concentra sulla presunta censura operata dai media e dalle “sinistre” al grido di “Parlateci di Bibbiano”. Anche Laura Pausini, il 18 luglio, e Nek, il 20 luglio, si lamentano della mancanza di copertura mediatica data alla vicenda e contribuiscono ad alimentare le lamentele sugli inesistenti insabbiamenti. Entrambi sono elogiati da Salvini: "Nel silenzio di tanti giornali e tg, la vergogna dei bimbi strappati alle famiglie urla vendetta. Onore a Nek e a Laura Pausini, chi tace su Bibbiano è complice!"

Sono giorni difficili per il segretario della Lega. Dopo l’ubriacatura mediatica sul caso Sea Watch 3, Matteo Salvini è alle prese con le notizie su Savoini e sulla trattativa per i fondi russi alla Lega. Sono i giorni in cui Conte riferisce in Parlamento sul caso Savoini.

Salvini ha mentito sul caso Russia >Salvini ha mentito. A sbugiardare il ministro dell'Interno e le sue versioni su...

Pubblicato da Valigia Blu su Mercoledì 24 luglio 2019

Ma alla vigilia della seduta di Conte, Salvini invece di andare in Parlamento a riferire sul caso Russia, decide di recarsi a Bibbiano per concedersi un bagno di folla. Tiene un comizio in piazza del Municipio durante il quale ripete di essere lì in veste di "papà" e di "ministro" e fa sapere che non avrà pace "finché l'ultimo bambino non sarà a casa". E esorta i tribunali dei minori ad andare nei campi rom invece di prendere di mira le famiglie italiane. Poi annuncia in tempi brevi una commissione d'inchiesta.

In quei giorni, come abbiamo visto prima, è la Lega a dominare la conversazione online su questo tema. Salvini si è appropriato in maniera decisa del messaggio "Parlateci di Bibbiano". Sempre in quei giorni, la Regione Piemonte, guidata dal centro-destra, espone lo striscione "Verità per Bibbiano" accanto a quello "Verità per Giulio Regeni". Tra i messaggi diffusi sui social in questi giorni spiccano gli appelli a condividere informazioni per combattere l'insabbiamento dei media.

In realtà, come abbiamo già scritto, di Bibbiano si sta parlando eccome sui media, tant’è che la protesta online raggiunge vette di surrealismo quando in molti, tra cui Jacopo Coghe, portavoce di ProVita & Famiglia e vicepresidente del Congresso Mondiale delle Famiglie, condividono un servizio del Tg2 su Bibbiano, accompagnando il video della televisione pubblica nazionale con frasi come “Queste immagini non le vedrete da nessuna parte” o “Condividi per rompere la cortina di silenzio”.

L’insistenza sul presunto silenzio dei media (che in realtà non c’è mai stato) è strumentale alla narrazione dei gruppi pro-life secondo i quali casi come quelli di Bibbiano sono emblematici di come sia in atto una distruzione della famiglia come cellula comunitaria per lasciare il campo a relazioni atomizzate. Da questo punto di vista gli articoli intorno alla figura dell’assistenza sociale Anghinolfi, indicata – come detto – quale “nota attivista LGBT” e responsabile dell’affidamento di una bambina a una coppia di due donne, e i riferimenti al presunto business del PD sui minori, hanno consentito di far quadrare il cerchio. 

È Diego Fusaro a rendere esplicita questa narrazione in un video pubblicato su Twitter ancora da Coghe. «Il silenzio su Bibbiano da parte di intellettuali e media non è che la conseguenza del nuovo ordine erotico che disgrega la famiglia per sostituirla con relazioni mercantili. Parlarne dovrebbe far emergere la realtà di distruzione della famiglia». 

Parole, quelle di Fusaro, che trovano eco in altre pronunciate nei giorni precedenti per esempio dal deputato di Forza Italia Galeazzo Bignami che aveva dichiarato che «nessuno mi toglie dalla testa che in fondo, dietro a tutto questo, ci sia la teoria gender. Vogliono i bambini senza famiglie, senza identità, come corpi eterei».

ProVita aveva approfittato dell’inchiesta per criticare la norma contro l’omofobia che la Regione Emilia Romagna ha votato il 27 luglio dopo 39 ore di discussione. Secondo la onlus cattolica, con il provvedimento contro le discriminazioni e le violenze determinate dall’orientamento sessuale o dall’identità di genere, “dopo lo scandalo sugli affidi di minori di Bibbiano chi proverà a denunciare anomalie o illeciti compiuti da una coppia omosessuale sarà accusato di omofobia”.

«In Emilia Romagna è stata approvata la Scalfarotto 2.0, una legge ideologica, che con il pretesto della lotta alle "discriminazioni", prevede corsie preferenziali per le persone LGBT nel mondo del lavoro, dello sport, la diffusione del gender nelle scuole e il controllo dei contenuti diffusi dai media. Il tutto nella regione di Bibbiano e dello scandalo affidi», ha dichiarato Pillon associando ancora una volta i fatti di Bibbiano ai diritti LGBT.

Come dicevamo all'inizio se veramente si hanno a cuore i diritti dei bambini è assolutamente necessario sottrarre il tema alla propaganda che manipola, inganna, distorce. Per dirla con Flavia Perina, "trasformare Bibbiano nello spartiacque tra un 'prima' che colpevolizzava falsamente le famiglie per favorire affidatari senza scrupoli e un 'dopo' nel quale la famiglia recupera un suo potere esclusivo sui bambini è un’operazione che danneggerà gli interessi e le vite di molti soggetti deboli, per i quali l’unica speranza contro le botte e la paura è appunto 'l’interferenza' di un soggetto pubblico, che sappia guardare e intervenire".

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Abusi sui minori, affidi, ruolo degli psicologi. Come funziona in Italia e quali sono le criticità


[Tempo di lettura stimato: 17 minuti]

di Claudia Torrisi e Andrea Zitelli

Il caso della vicenda di Bibbiano, al di là della questione giudiziaria che sarà decisa nel processo, può essere un'occasione per riflettere sulle criticità e per migliorare il sistema di protezione dei minori da abbandoni, abusi o violenze.

In questo approfondimento abbiamo cercato di capire come funziona il meccanismo delle segnalazioni, quali sono i diversi approcci terapeutici, cosa prevede la legge sugli affidi.

Il sistema così come è strutturato oggi presenta infatti alcune criticità, come la mancanza di numeri chiari sui minori dati in affido e su quanti istituti di accoglienza ci sono in Italia. Altre problematiche si riscontrano nel monitoraggio, nella vigilanza e nel controllo da parte delle autorità, ma anche sul ruolo dei servizi sociali nell'iter degli affidi o sull'allontanamento dalla propria famiglia per motivi economici (anche se la legge lo vieta).

Il ruolo degli psicologi nei casi di sospetto abuso su minori

La legge sugli affidi dei minori, come funziona in Italia

La situazione degli affidi e quali sono le criticità

Il ruolo degli psicologi nei casi di sospetto abuso su minori

Per capire come sia possibile arrivare a storture come quelle che sembrano essersi verificate nei servizi sociali della Val D’Enza, nel reggiano, è utile ripercorrere qual è il ruolo degli psicoterapeuti nel sistema degli affidi e quali sono le linee guida alle quali devono attenersi nel lavoro con minori che si sospetta siano stati vittime di abusi.

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Innanzitutto va fatto un distinguo: da un lato, infatti, c’è il contesto clinico, e dall’altro quello forense.

Quando ad esempio un insegnante o un parente notano qualcosa di strano riguardante un bambino e il suo contesto familiare, solitamente fanno una prima segnalazione ai servizi sociali. Così inizia un percorso di psicoterapia con i servizi sociali o convenzionati. In questo caso siamo nell’ambito clinico. Per intenderci: è qui che si svolgevano le sedute gestite dal Centro Studi Hansel e Gretel di cui si parla nell’ordinanza della procura di Reggio Emilia.

Quando la segnalazione arriva in procura, invece, si sta segnalando un possibile reato e il contesto è quello in cui operano psicologi forensi, in supporto all’autorità giudiziaria.

Lo psicologo Corrado Lo Priore, docente a contratto in Psicodiagnostica Forense all’Università degli Studi di Padova, spiega a Valigia Blu come questa distinzione sia fondamentale per capire quali sono i problemi del sistema.

Ad esempio: esistono delle linee guida che gli psicoterapeuti devono seguire? Sui giornali si è parlato molto della Carta di Noto, un documento che raccoglie le linee guida per l’indagine e l’esame psicologico dei minori, nato da un convegno tenutosi nella città siciliana nel 1996 e poi negli anni più volte aggiornato. L’obiettivo è quello di evitare al massimo i condizionamenti del minore.

Nell’ordinanza del gip di Reggio Emilia sono citate le dichiarazioni di assistenti sociali della Val D’Enza che denigrano pesantemente il documento, mentre è presente in rete un commento del direttore del Centro Studi Hansel e Gretel Claudio Foti – tra gli indagati – che lo definisce un “vangelo apocrifo”.

«La Carta di Noto vale solamente nel momento in cui scatta la segnalazione giudiziaria. Si rivolge agli psicologi che si occupano della fase giudiziaria, del sostegno delle indagini, delle audizioni, delle perizie sull’idoneità testimoniale», afferma Lo Priore, secondo cui la bontà del documento «è fuori discussione. Il problema è che non si applica agli psicoterapeuti in ambito clinico i quali in realtà fanno e disfano quello che vogliono. Il codice deontologico degli psicologi non ha mai affrontato questa situazione molto particolare delle terapie sul sospetto di abuso, non sull’abuso accertato».

La quantità di approcci è innumerevole. Il dottore chiarisce che ci sono tantissime scuole di psicoterapia infantile, «tutte accreditate e con orientamenti molto diversi».

Gli psicologi di cui si parla nell’inchiesta di Bibbiano, spiega Lo Priore, «sono traumatologi estremisti – una scuola in crescita in questo momento – cioè convinti che la gran parte dei sintomi che si vedono nelle persone – dall’essere iperattivi ai disturbi del comportamento, dell’apprendimento, dell’alimentazione o addirittura il ritardo mentale – siano statisticamente dovute a gravi abusi, spesso sessuali». A supporto di questa teoria, aggiunge il dottore, ci sono dati falsati: «L’abuso sessuale è un fenomeno ridotto, loro invece parlano di 1 bambino su 5, il 20%. Quando uno psicoterapeuta ha in testa una sola causa per un disturbo, la va a cercare a tutti i costi. E questo è un problema di cultura diagnostica di chi lavora in questi servizi: quando dai per scontato l’abuso vanno a cercarlo, anche in buona fede». Per Lo Priore mancano in questa fase delle linee guida che obblighino gli psicoterapeuti a prendere in considerazione altre cause, e a considerare percentuali e dati ufficiali.

Un altro problema è che non esiste un obbligo di far firmare un “consenso informato rafforzato” quando vengono messe in atto metodologie innovative, sperimentali o potenzialmente rischiose. Il docente spiega che, ad esempio, nel caso di Bibbiano è stata applicata la cosiddetta “terapia della memoria repressa”, «cioè l’idea che anche se il bambino non lo dice o non lo ricorda, molto probabilmente l’abuso c’è stato». È stato utilizzato il metodo EMDR – inizialmente confuso dalla stampa con l’elettroshock – che lo psicologo definisce «abbastanza controverso in letteratura internazionale anche se molto interessante», ma che è più che altro un metodo anti-trauma quando questo è sicuro, conclamato. E invece in questo caso è stato usato su bambini che il trauma non l’avevano neppure raccontato. Veniva quindi presa in considerazione una terapia off-label, ossia per uno scopo diverso rispetto a quello originariamente previsto, senza darne informazione.

Né nel contesto clinico, né tanto meno in quello forense, comunque, lo psicologo ha un ruolo “investigativo”. Come spiega su PsicologiaGiuridica.eu lo psicoterapeuta e criminologo Marco Pingitore, in ambito clinico “non possono essere accertati fatti giudiziari. Lo psicologo-psicoterapeuta o il medico-psicoterapeuta non valuta la veridicità dei fatti, la loro credibilità, ma lavora clinicamente sui vissuti del bambino eventualmente legati a quei fatti. Ma che quei fatti siano veri o falsi, non lo decide lo psicologo”. L’ambito clinico “non è un contesto giudiziario e non può rappresentare lo spazio in cui indagare o accertare presunti abusi sessuali”.

Lo psicologo clinico, dice Lo Priore, «ha doveri di cura. Il punto è che se tu non conosci la causa, non riesci a intervenire. Nella sede clinica però non c’è una ricerca di colpe, ma della causa della sofferenza».

Per quanto riguarda lo psicologo forense, invece, questo viene nominato d’ufficio quando parte la segnalazione all’autorità giudiziaria. Può avere due ruoli: come consulente durante l’audizione, condotta dal giudice, «per garantire che questa sia svolta secondo dei metodi di colloquio che servono a massimizzare le informazioni e minimizzare le possibili fonti di inquinamento», spiega il docente. Il secondo è come perito, per valutare l’idoneità del minore a rendere la testimonianza.

Anche in questi casi, ricorda sempre Pingitore, “non può in nessun modo esprimersi sulla veridicità dei fatti, la loro compatibilità con presunti stati di disagio psicologico, la credibilità delle dichiarazioni”. L’Autorità Giudiziaria “è l’unica preposta a stabilire se un abuso sessuale si è verificato o meno. Inoltre, lo psicologo-psicoterapeuta non può indagare o accertare presunti abusi sessuali non solo perché il contesto clinico e forense non glielo permettono, ma per un’altra semplice ragione: non ne ha le competenze”. Lo psicologo, sia in ambito clinico sia in ambito forense, insomma, “non può assumere il ruolo di investigatore né può ricevere una delega esplicita/implicita dall’Autorità Giudiziaria di validare le dichiarazioni dei bambini sui presunti fatti oggetto d’indagine”.

Sul versante della psicologia forense, secondo Lo Priore, sono state fatte molte battaglie, e la situazione «è molto migliorata rispetto a 20 anni fa, ad esempio al caso Veleno, dove anche gli psicologi forensi fecero un pessimo lavoro».

La discussione è iniziata già dopo gli anni ‘70 in America, come ricorda su Vanity Fair Giuliana Mazzoni, professoressa ordinaria di Psicologia all’Università la Sapienza di Roma con esperienza di docenza negli Stati Uniti e in Gran Bretagna, dopo «casi simili di accuse di pedofilia a gruppi estesi, come il Caso McMartin, nati proprio per il modo sbagliato di ‘ascoltare’ i bambini, la comunità scientifica internazionale ha preso posizione per seguire linee guida specifiche che adottano i principi del colloquio investigativo, per evitare di indurre i minori a ricordare cose non vere. La Carta di Noto ne è la versione italiana».

Nella premessa all’aggiornamento del 2017 del documento, ad esempio, si legge che “gli effetti dei processi di costruzione della memoria autobiografica assumono una particolare rilevanza nei bambini, a causa della loro maggiore suggestionabilità, della loro dipendenza dal contesto ambientale e dalla difficoltà nel corretto monitoraggio della fonte di informazioni (esperienza vissuta, assistita o narrata)”. I bambini “sono sempre da considerarsi testimoni fragili” perché “educati a non contraddire gli adulti e non sempre consapevoli delle conseguenze delle loro dichiarazioni e, pertanto, propensi a confermare una domanda a contenuto implicito. Richiesti da un adulto, i bambini possono mostrarsi compiacenti e persino suggestionabili”.

Parallelamente, come spiegato dalla dottoressa Maria Grazia Calzolari su Questione Giustizia, “le Linee Guida SINPIA (Società italiana di neuropsichiatria dell’infanzia e dell’adolescenza) e le Linee guida nazionali per l’ascolto del minore testimone (frutto del lavoro interdisciplinare di sei società scientifiche), coerentemente con i principi della Carta di Noto, riprendono e puntualizzano le buone prassi alle quali gli esperti dovrebbero attenersi nell’affrontare casi di sospetto abuso e pregiudizio ai danni di minori; nasce il Protocollo di Venezia per guidare gli accertamenti tecnici nei casi di sospetto abuso sessuale collettivo su minori”.

Calzolari nota come la corretta applicazione delle linee guida non sia però “sempre sufficiente per garantire un lavoro di qualità, se non è accompagnata da un’appropriata competenza clinica”. Lo psicologo quando lavora in ambito psicoforense non può “mancare di adeguata abilità clinica. Una diagnosi corretta, accompagnata da una chiara conoscenza delle implicazioni comportamentali, relazionali e sintomatologiche del soggetto, consente di determinare ‘cosa genera cosa’ nel processo di falsificazione delle ipotesi che lo psicologo forense dovrebbe applicare. La modesta competenza clinica di alcuni periti e consulenti determina, ad esempio, il proliferare di errate diagnosi di Disturbo post-traumatico da stress (PTSD); o pone l’accento su comportamenti sessualizzati (sintomatologia aspecifica) quali indici suggestivi di esperienze sessuali subite”.

Periti e consulenti, secondo la psicologa, “dovrebbero quindi vantare esperienza e formazione psicoforense specifica”, considerata “la delicatezza della materia, e le importanti ripercussioni che le rivelazioni di un minore possono avere sulla vita di tutti gli attori coinvolti − presunta vittima, indagato/imputato, familiari”.

Sul punto, ad esempio, la Carta di Noto prevede che sia “necessario che gli esperti (psicologi, psichiatri e neuropsichiatri infantili) e le altre figure professionali (magistrati, avvocati, Polizia Giudiziaria) coinvolte nella raccolta della testimonianza dei minori possiedano specifiche competenze legate ad una aggiornata formazione in psicologia forense e della testimonianza”.

Lo Priore definisce la Carta di Noto una «porta tagliafuoco che sta tra i servizi sociosanitari e il tribunale. Infatti quella trentina di segnalazioni che arrivarono alla procura di Reggio Emilia per abusi sessuali, poi sono state archiviate perché si vede che in procura avevano un buon consulente, e la porta tagliafuoco funziona discretamente. Nel frattempo, però, il bambino è stato condizionato, sta male, viene allontanato dalla famiglia e soprattutto si costruisce una personalità su quella storia».

Il problema principale, dunque, sta in quello che succede prima che scatti la segnalazione all’autorità giudiziaria. E talvolta anche durante: nell’ordinanza sul "caso Bibbiano" si legge come le sedute di psicoterapia avvenissero anche in parallelo alle audizioni dei minori davanti al Tribunale per i Minorenni o alle audizioni protette da parte del Pm o del Gip, dando luogo a “significative induzioni, suggestioni, contaminazioni e, in alcuni casi, una vera e propria attività preparatoria in vista di ‘ascolti’ in sede giudiziaria che interferiscono, quindi, con le diverse attività investigative/giudiziarie e che rischiano fortemente di contribuire alla costruzione di falsi ricordi”. Com’è possibile che sia accaduto questo?

Lo Priore spiega che dopo la segnalazione all’autorità giudiziaria si scontrano due principi: «Da un lato il diritto alla salute garantito dall’articolo 32 della Costituzione, nel momento in cui c’è sintomo dei bambini e stanno male c’è il riconoscimento insuperabile che possa accedere a dei trattamenti. Il problema è se sia possibile fare una psicoterapia che funzioni, nel caso di un abuso o no. Dall’altro lato la Carta di Noto dice che nel momento in cui il caso diventa una segnalazione giudiziaria dovrebbe prevalere quest’ultima, e quindi l’attività di assistenza psicologica dovrebbe avvenire dopo la testimonianza in incidente probatorio, salvo casi gravi».

Questa indicazione però, secondo lo psicologo, è debole rispetto all’articolo 32 della Costituzione, anche perché spesso l’audizione arriva due, tre anni dopo la segnalazione. «Prevale il diritto del bambino a ricevere il trattamento e degli psicoterapeuti ad agire. Per questo bisognerebbe costringerli a dichiarare che tipo di psicoterapia stanno facendo e se ci sono dei rischi se poi venisse fuori che il bambino non è stato abusato. Perché potrebbe avere dei danni permanenti».

La legge sugli affidi dei minori, come funziona in Italia

In Italia l’affidamento di un minore è regolato da norme e leggi di carattere civile e penale. Come si legge nel documento conclusivo dell’indagine conoscitiva svolta dalla Commissione Parlamentare per l’Infanzia e l’adolescenza (pubblicata nel 2018), “il codice civile (...)  reca disposizioni in materia di responsabilità genitoriale e dei diritti e doveri del figlio, prevedendo una serie di norme atte a tutelare i minori da comportamenti dei genitori considerati pregiudizievoli nei confronti dei figli (art. 330), idonei a determinare nei casi più gravi (ndr come maltrattamenti o abusi) la decadenza dalla responsabilità genitoriale e l'allontanamento dalla casa familiare”. 

L’articolo 403 del codice civile regola invece l’allontanamento del minore dalla propria famiglia di origine in determinati casi di urgenza: quando un minore è moralmente o materialmente abbandonato; quando è cresciuto in locali insalubri o pericolosi; se viene allevato da persone incapaci – per negligenza, immoralità, ignoranza o altri motivi – di provvedere alla sua educazione. In questi casi, "la pubblica autorità, a mezzo degli organi di protezione dell'infanzia, lo colloca in un luogo sicuro, sino a quando si possa provvedere in modo definitivo alla sua protezione”.

Il più delle volte “la pubblica autorità” è quella dei servizi sociali, ma possono intervenire anche altri soggetti come le autorità di pubblica sicurezza. In base al documento "Linee guida per la regolazione dei processi di sostegno e allontanamento del minore" (redatto nel 2010 dal Consiglio Nazionale degli assistenti sociali. Linee guida ampliate e aggiornate cinque anni dopo) “il ricorso all’art. 403 del Codice Civile deve avvenire solo quando sia esclusa la possibilità di altre soluzioni e sia accertata la condizione di assoluta urgenza e di grave rischio per il minore, che richieda un intervento immediato di protezione”. La Procura Minorile deve essere informata tempestivamente dell’allontanamento avvenuto per prendere poi le “iniziative del caso”. Inoltre, le linee guida specificano che l’obiettivo degli interventi di allontanamento “è rappresentato dal recupero della capacità genitoriale della famiglia di origine e dalla rimozione delle cause che impediscono l’esercizio della sua funzione educativa e di cura” perché “il fine è garantire il rientro del minore in famiglia, in tempi il più possibile brevi, nel rispetto del principio di continuità dei rapporti familiari/parentali”. 

Ci sono poi diverse norme in ambito penale – violazione degli obblighi di assistenza (art. 570), nell'abuso di mezzi di correzione o di disciplina (art. 571), o in maltrattamenti contro familiari e conviventi –, che hanno come conseguenza, oltre alle pene previste, anche “l'eventuale misura di allontanamento del minore dalla casa familiare”.

Infine, c’è poi la legge 4 maggio 1983, n. 184 – “Disciplina dell'adozione e dell'affidamento dei minori” – , riformata e modificata dalla legge n. 149 del 2001 – “Del diritto del minore a una famiglia”, che contiene i principi fondamentali sull’adozione, delineando “un sistema di misure di tutela dell'interesse primario del minore a crescere e a essere educato nel proprio nucleo familiare”.

Le legge, infatti, all’articolo 1 chiarisce che “il  minore ha diritto di crescere ed essere educato nell'ambito della propria famiglia” e che “le  condizioni di indigenza dei genitori o del genitore esercente la potestà genitoriale non possono essere di ostacolo all'esercizio del diritto del minore alla propria famiglia”. Per questo motivo vengono previsti una serie di interventi di sostegno e aiuto, all’interno delle proprie competenze, da parte dello Stato, delle Regioni e degli Enti locali. Nel caso in cui, però, la famiglia non sia in grado di provvedere alla crescita e all’educazione del minore, allora si applica l’affidamento (temporaneo) e l’adozione (definitiva).

Per quanto riguarda l’istituto dell’affidamento (che non deve superare i 2 anni, un periodo di tempo prorogabile da parte del Tribunale dei minorenni nel caso in cui la sospensione “rechi pregiudizio al minore”) è regolato dagli articoli 2, 3, 4 e 5 della legge n.149/2001 e prevede che “il minore temporaneamente privo di un ambiente familiare idoneo, nonostante gli interventi di sostegno e aiuto disposti (...), sia affidato ad una famiglia, preferibilmente con figli minori, o ad una persona singola, in grado di assicurargli il mantenimento, l'educazione, l'istruzione e le relazioni affettive di cui egli ha bisogno”. Nel caso in cui non sia possibile l’affidamento familiare, allora “è consentito l'inserimento del  minore in una comunità di tipo familiare (ndr casa-famiglia) o, in mancanza, in un istituto di assistenza pubblico o privato, che abbia sede preferibilmente nel luogo più vicino a quello in cui stabilmente risiede il nucleo familiare di provenienza”. Per i bambini sotto i sei anni l’inserimento può avvenire solo in una comunità di tipo familiare.

A definire gli standard minimi che devono essere forniti dalle comunità famiglia e dagli altri istituti e a verificare periodicamente il loro rispetto, devono essere le Regioni, nell'ambito delle proprie competenze. 

L’articolo 4 predispone poi che l'affidamento del minore possa essere consensuale o non. Il primo viene “disposto dal servizio sociale locale, previo consenso manifestato dai genitori o dal genitore esercente la potestà”, oppure dal tutore, “sentito il minore che ha compiuto gli anni 12 e anche il minore di età inferiore, in considerazione della sua capacità di discernimento”. In questi casi a rendere esecutivo il provvedimento è il giudice tutelare del luogo dove si trova il minore. Nel secondo caso, invece, quando non c’è l'assenso dei genitori o di chi esercita la potestà, interviene il Tribunale per i minorenni, con l’applicazione dell’articolo 330 (“Decadenza dalla responsabilità genitoriale sui figli”) e seguenti del codice civile. 

In linea generale, spiega ancora la Commissione Parlamentare per l’Infanzia e l’adolescenza, la procedura di allontanamento è successiva a una segnalazione – che la legge prevede possa essere fatta da “chiunque” in caso di situazioni di abbandono di minori – “da parte dei servizi sociali locali, che presentano apposita relazione al pubblico ministero presso la Procura della Repubblica, che poi trasmette la segnalazione al Tribunale per i minorenni. Quest'ultima reca la richiesta del provvedimento di tutela oppure, a seconda della gravità, la sospensione della responsabilità genitoriale oppure, quale extrema ratio, l'allontanamento dalla famiglia di origine”. 

Durante l’affidamento, che sia consensuale o no, è d’obbligo specificare il servizio sociale locale a cui è attribuita la responsabilità del programma di assistenza e di vigilanza e di tenere informati in maniera costante il giudice tutelare o il tribunale per i minorenni. Il servizio sociale locale deve riferire così ogni evento di particolare rilevanza e presentare ogni sei mesi una relazione sull'andamento del programma di assistenza, sulla sua presumibile ulteriore durata e sull'evoluzione delle condizioni di difficoltà del nucleo familiare di provenienza. 

L’affidamento familiare termina con un provvedimento della stessa autorità che lo ha disposto, “valutato l'interesse del minore, quando sia venuta meno la situazione di difficoltà temporanea della famiglia d'origine che lo ha determinato”, o “nel caso in cui la prosecuzione di esso rechi pregiudizio al minore”. Il giudice tutelare, trascorso il periodo di durata previsto dalla legge, “sentiti il servizio sociale locale interessato ed il minore che ha compiuto gli anni dodici e anche il minore di età inferiore, in considerazione della sua capacità di discernimento, richiede, se necessario, al competente tribunale per i minorenni l'adozione di ulteriori provvedimenti nell'interesse del minore”.

La situazione degli affidi e quali sono le criticità

Nella quarta Relazione sullo stato di attuazione della Legge n.149 del 2001 – pubblicata nel gennaio 2018 ed elaborata dal Ministero del Lavoro e delle Politiche Sociali e dal Ministero della Giustizia e con la collaborazione dei rappresentanti della Conferenza unificata e degli esperti del Centro nazionale di documentazione e analisi per l'infanzia e l'adolescenza – si può trovare un quadro dell’affido dei minori in Italia.

In base agli ultimi dati disponibili (aggiornati al 2014), sono 26.420 i bambini e gli adolescenti – al netto dei minori stranieri non accompagnati – allontanati temporaneamente dalla propria famiglia e "accolti in affidamento familiare e nei servizi residenziali per minorenni in Italia, pari al 2,6 per mille della popolazione minorile residente”. 

Ma è necessario sottolineare che la debolezza di alcuni monitoraggi regionali comporta una mancanza di dati certi per inquadrare in maniera dettagliata e univoca il fenomeno. Inoltre, dall’indagine della Commissione parlamentare per l’Infanzia e l’adolescenza sono emerse ulteriori criticità “determinate dall'ampio intervallo temporale tra l'evento registrato e la disponibilità del dato, e dalle differenze nella rilevazione dei dati”, che in alcuni casi hanno reso le informazioni non comparabili nel tempo. In Italia, infatti, ci sono più fonti che monitorano la questione  – Ministero del Lavoro e Istat –, ma producono numeri differenti e non omogenei perché le rilevazioni fanno riferimento a periodi temporali e quesiti diversi. 

L'analisi resta complicata anche per la classificazione e il numero delle strutture di accoglienza per minori presenti in Italia. L’indagine conoscitiva spiega infatti che, come rilevato dall'Autorità garante per l'infanzia e l'adolescenza, vi è sul territorio nazionale la presenza di un variegato e non univoco panorama classificatorio di tali strutture che rende difficile sia il confronto dei dati esistenti, sia un attento monitoraggio del complessivo fenomeno dei minori fuori famiglia. Non a caso tutti i soggetti ascoltati dalla Commissione parlamentare per l’Infanzia e l’adolescenza hanno affermato che sarebbe auspicabile l'adozione di una classificazione univoca delle strutture di accoglienza per minorenni, che consenta un maggiore livello di monitoraggio, di vigilanza e controllo. In questa situazione, infatti, ci sono stati anche “casi di strutture abusive nelle quali venivano perpetrati reati di vario tipo ai danni dei minorenni ospitati”. Secondo comunque un'analisi realizzata dall'Autorità garante per l'infanzia e l'adolescenza si può desumere che nel 2014 il numero complessivo di strutture residenziali riservate ai minorenni erano 3192, con il numero medio di ospiti per struttura pari a 6,7, mentre nel 2015 erano oltre 3300 e 6,9 ospiti medi.

La relazione sullo stato di attuazione della Legge 149 del 2001 fa anche un confronto del quadro italiano con quelli di altri paesi europei, paragonabili sia per dimensione demografica che per sviluppo e cultura dei sistemi di tutela e protezione dei bambini e degli adolescenti. Anche qui però deve essere precisato che, vista “l’assenza di una puntuale e metodica comparazione delle normative sugli ambienti di cura alternativi presenti nelle varie realtà”, bisogna utilizzare con prudenza interpretativa questi dati.

Si afferma, così, che “l’Italia risulta il Paese con il minor numero di collocamenti temporanei al di fuori dal proprio nucleo familiare e, in ragione della popolazione minorile residente il Paese, con il più basso tasso di allontanamenti”. All’interno di questo scenario si inseriscono diverse criticità. Ad esempio, la gran parte dei bambini in affidamento familiare, lo sono da oltre due anni, cioè oltre i termini di legge previsti. Alla fine di questo periodo, inoltre, “il rientro in famiglia risulta la modalità a maggiore frequenza per 12 delle 14 Regioni, con valori che oscillano dal valore massimo del Veneto (57%) al valore minimo della Campania (19%)”. Secondo la relazione però “sarebbe interessante poter verificare quanti di questi rientri in famiglia siano motivati dal superamento delle difficoltà familiari che avevano portato all’allontanamento e quale sia il peso dei ragazzi che terminano il proprio percorso di accoglienza al raggiungimento della maggiore età”. 

La relazione fornisce anche le osservazioni dei Tribunali per i minorenni e delle Procure minorili su diversi aspetti dell’applicazione della legge n.184/1983. modificata nel 2001. 

Sempre riguardo agli affidamenti, i 29 tribunali per i minorenni in tutta Italia (in riferimento al biennio 2014-2015) spiegano che nell’allontanamento di un minore dalla propria famiglia, “oltre a essere privilegiata la scelta del collocamento del minore nella famiglia allargata o comunque in un contesto familiare e, solo quale ultima ratio, in una casa famiglia, la scelta del tipo di collocamento viene effettuata direttamente dal tribunale”. Risultano però frequenti i collocamenti al di fuori del distretto di competenza, per via della carenza o dell’inadeguatezza delle risorse presenti nel territorio: “Si tratta di una criticità diffusa in tutto il paese, che dovrebbe essere oggetto di seria riflessione”. Un’altra problematica emersa riguarda le relazioni semestrali dei servizi territoriali nelle situazioni di allontanamento dalla famiglia che “sono un elemento imprescindibile di valutazione da parte del giudice per decidere i successivi interventi a tutela del minore”, ma che per 17 tribunali su 29, “sono insoddisfacenti, non contenendo le informazioni necessarie”. 

Le procure minorili inoltre denunciano di non ricevere da fonti ufficiali l’elenco delle strutture dove sono collocati i minori: “Solo cinque procure ricevono gli elenchi dalle rispettive Regioni. Le altre procure reperiscono i dati autonomamente, ad esempio tramite comunicazioni da parte dei Comuni, oppure attraverso la partecipazione alla rete dei servizi sociali, o anche consultando siti internet”. La conseguenza è che, in assenza di dati ufficiali, diventa “difficile per le procure individuare le tipologie di comunità e assicurare la completezza delle verifiche”. 

Altre problematiche sono poi emerse nel corso delle audizioni di esperti, enti, associazioni e magistrati davanti alla Commissione Parlamentare per l’Infanzia. Come abbiamo visto, sono le Regioni che per legge devono stabilire gli standard minimi che devono essere forniti dalle comunità famiglia e dagli altri istituti coinvolte nelle procedure di affido minorile. Ma, si legge nell’indagine, una mancata riforma del Titolo V della Costituzione (sulle competenze Stato-Regioni) ha “determinato il persistere della situazione di diversificazione presente nelle regioni italiane rispetto agli standard minimi da rispettare, ai costi per singolo minore ospitato e ad altri aspetti (....)”. 

In base poi a uno studio prodotto dall’Associazione per la tutela dei minori e della persona vittima di violenza, la maggior parte di bambini che si trovano negli istituti, dopo l'allontanamento dalla propria famiglia, avrebbe un problema di indigenza economica, abitativa e lavorativa dei genitori. Per questo motivo, l’indagine della Commissione parlamentare rileva l’opportunità di interrogarsi a livello istituzionale su cosa significhi per una famiglia vedersi togliere i figli, nella maggior parte dei casi, per motivi economici, anche se la legge lo vieta: “Le famiglie coinvolte in tali procedure entrano in una sorta di inferno dantesco, dove vi sono operatori spesso oberati di lavoro, che devono occuparsi di minori, di anziani in difficoltà, di disabili. Senza generalizzare, in alcuni casi si trovano operatori bravi e preparati, seppure troppo pochi numericamente rispetto ai casi da seguire, mentre in altri, piuttosto frequenti, capita che l'assistente sociale che deve relazionare al tribunale non sia competente o abbia delle presunzioni del tutto personali del concetto, assolutamente non codificato, di capacità genitoriale. Peraltro, la mancata definizione di tale concetto implica una molteplicità di interpretazioni circa il suo effettivo significato”.

Infine, Francesco Morcavallo, avvocato ed ex giudice del Tribunale per i minorenni di Bologna dal 2009 al 2013, ha affermato, sempre in audizione, che riguardo all’allontanamento dalla famiglia di origine “il problema è evitare che il rimedio diventi più dannoso del male, cioè che per garantire protezione a queste situazioni di margine, si crei un sistema monstrum che sostanzialmente fa poi dell'allontanamento del bambino o del ragazzo dalla famiglia l'intervento normale e più frequente”. 

Rispetto a questa serie di problematicità e criticità, l'Autorità Garante per l'Infanzia e l'Adolescenza ha presentato il 30 luglio una serie di raccomandazioni a Parlamento, Governo, Regioni, Comuni, magistratura, avvocati, assistenti sociali, piscologi e giornalisti in cui sottolinea la necessità di un sistema informativo unitario che fornisca il numero esatto dei minori in affidamento famiglia, delle strutture di accoglienza e degli affidatari, di linee di indirizzo che definiscano definire un tariffario nazionale con i costi dei servizi offerti dalle strutture di accoglienza e per i rimborsi alle famiglie affidatarie e risorse umane e finanziarie necessarie per far lavorare al meglio tutti i soggetti coinvolti nel sistema degli affidi.

«Da tempo chiediamo al legislatore un intervento strutturale per colmare le criticità del sistema. Ci associamo quindi alle sollecitazioni venute dalla Garante e sproniamo le istituzioni a recepire le raccomandazioni, che sottoscriviamo in pieno: si tratta di richieste che le organizzazioni che accolgono in affido familiare o in comunità bambini e ragazzi temporaneamente allontanati dalla propria famiglia d’origine avanzano da anni, ma che finora sono rimaste inascoltate». Con queste parole, la rete “#5buoneragioni” che rappresenta numerose strutture d’accoglienza in Italia, hanno commentato le raccomandazione del Garante, riporta Vita. Lo scorso 9 luglio, in Senato è stato presentato da parte della senatrice di Forza Italia, Licia Ronzulli, un disegno di legge che, tra le altre cose,  prevede che per l'allontanamento d'urgenza sia vincolante l'intervento del Pubblico ministero, l’istituzione di un Osservatorio ad hoc per controllare le case famiglia ed elaborare un tariffario nazionale dei costi per il mantenimento dei minori e del funzionamento delle strutture di accoglienza, la creazione di un registro degli affidamenti con cui assicurare un controllo della condizione di ogni minore allontanato dal proprio nucleo familiare.

Foto in anteprima via Ansa

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Un giorno di ordinaria follia mediatico-politica


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Sono le 8.59 di venerdì quando l'ANSA batte una notizia terribile: un carabiniere, il vicebrigadiere Mario Rega Cerciello, sarebbe stato ucciso a Roma, accoltellato in via Pietro Cossa, nel quartiere Prati. "Dalle prime informazioni", si legge, "sembra sia stato colpito da un uomo, probabilmente nordafricano, bloccato insieme a un altro perché ritenuti responsabili di furto ed estorsione".

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Non si sa da dove provengano, queste "prime informazioni" che "sembrano" dirci qualcosa sull'omicidio. Sappiamo però che ciò che interessa, fin da subito, è mettere in chiaro un particolare: la nazionalità del presunto omicida.

Sarà il leit motiv della giornata. L'agenzia seguente, 10 minuti più tardi, ribadisce: "È caccia a due uomini, probabilmente africani". In seguito appare anche la fonte del possibile identikit: il collega del carabiniere ucciso, che – scrive Adnkronos – "poteva morire anche lui, e si è salvato per caso e perché ha reagito alla violenza dell'altro magrebino".

Sua è la ricostruzione a caldo, "immediatamente dopo l'aggressione": all'origine del fatto criminale ci sarebbe stato "un borseggio a piazza Mastai", racconta il sopravvissuto a colleghi e superiori, "la vittima viene derubata di borsello e cellulare, denuncia il furto ai carabinieri dopo aver chiamato il suo cellulare rubato da due magrebini. Al telefono i ladri gli avevano dato appuntamento vicino a piazza Cavour per la restituzione in cambio di una somma di denaro".

Comincia a circolare anche qualche dettaglio dei ricercati. "Secondo le prime ricostruzioni", scrive Repubblica, si tratterebbe di due uomini alti circa 1 metro e ottanta. Uno dei due è biondo, ha le meches, indossa un paio di jeans e una camicia a scacchi; l'altro ha un vistoso tatuaggio sul braccio destro". Uno dei due avrebbe un "accento straniero, probabilmente nordafricano", aggiunge il Corriere della Sera.

Un magrebino "biondo"? Neanche il tempo di farsi la domanda, che media e politica cominciano a dire la loro sull'accaduto. "Se venisse confermata la cittadinanza nordafricana o l'assenza di documenti per soggiornare in Italia", detta alle agenzie il vicepresidente della Camera e deputato di Fratelli d'Italia, Fabio Rampelli, "chiediamo l'espulsione immediata dal suolo italiano e lo sconto della pena nel proprio paese d'origine". Sullo stesso tono il capo politico dei Cinque Stelle e vicepremier, Luigi Di Maio: "So che si stanno cercando due stranieri, se gli assassini dovessero essere effettivamente non italiani spero che il carcere se lo facciano a casa loro, se sono irregolari non devono stare qui".

Matteo Salvini usa parole durissime e poco istituzionali ("è stato ammazzato da due stronzi, spero che li prendano il prima possibile e finiscano in galera ai lavori forzati a vita"), non connotate dalla nazionalità dei presunti assassini ma collegate a un articolo del Messaggero che titola: "Caccia a due nordafricani".

Ma è Giorgia Meloni a far sparire i condizionali: il carabiniere è stato "ammazzato da 2 magrebini ancora latitanti", si legge in un'agenzia in mattinata; ma, prosegue, "l'Italia non può più essere il punto di approdo di queste bestie", "questi animali" che devono essere "presi subito e marcire in galera".

I toni sono gli stessi che animano i siti delle principali testate di destra. Che, pur nella confusione dei dettagli ancora ignoti e appena abbozzati, hanno già trovato il colpevole: un "balordo straniero" (il Giornale, per cui poi diventano due), una "belva nordafricana" (Libero).

A Libero, in particolare, questo è il tono della cronaca, che impone l'iterazione sui "ladri nordafricani":

Che cosa si intenda per "straniero" dalle parti del Giornale, poi, è presto detto: un nordafricano, appunto. Nei commenti all'articolo si individua immediatamente anche una sorta di mandante morale del crimine: la sinistra. O meglio: i "comunisti", i "buonisti" che "predicano accoglienza", le "zecche" e le "toghe" rosse.

Insomma, una "morte annunciata", un "ennesimo agente ucciso da un clandestino" (l'equazione implicita è chiara, nordafricano = clandestino = criminale). Poco importa che la versione del giornale (così come del Tg2) contempli, in quel momento, una vittima "donna", che sarebbe stata derubata dai "due nordafricani" - e che in realtà è non solo un uomo, ma uno spacciatore, come si apprenderà in seguito: "servono rastrellamenti con l'esercito", scrive un lettore, non moderato dalla redazione.

Tutto intorno, sempre sul sito del Giornale, fioriscono articoli che danno notizia di altre aggressioni di nordafricani alle forze dell'ordine:

Del resto, a parte Repubblica che non menziona mai nei titoli - e non lo farà nemmeno nel corso della giornata - la nazionalità dei ricercati, la caccia più che all'assassino sembra proprio alla nazionalità dell'assassino, brandita a destra e a manca senza troppi dubbi, nonostante di ufficiale ci sia ancora poco o nulla.

Le versioni mutano (erano "incappucciati?"; o "comunque con il volto coperto", come scrive il Corriere Roma?), ma non la sostanza:

Tweet poi cancellato senza dare alcuna spiegazione ai cittadini o agli utenti

E invece è proprio la sostanza a mutare, nella confusione generale. Mentre sui social media sovranisti è partito il tiro all'immigrato,

tanto che il Segretario Generale Siap Giuseppe Tiani si vede costretto a chiedere di evitare strumentalizzazioni a fini politici (le forze dell'ordine garantiscono la sicurezza pubblica "nel rispetto della democrazia e per la salvaguardia dei valori che accomunano ogni persona senza distinzione di razza, colore o religione"), le agenzie cominciano a complicare lo scenario.

Alle 13.54, dopo una serie di telegiornali che non si fanno problemi a identificare i colpevoli come "nordafricani", Adnkronos scrive che i sospetti degli inquirenti si starebbero concentrando su "due cittadini americani". In un primo momento si precisa: sono studenti della John Cabot University. In serata giungerà la smentita del presidente dell'istituto: "Stiamo facendo tutte le verifiche del caso. Al momento non risulta". Le agenzie allora si affrettano a precisare che "su questo aspetto non arrivano conferme dai carabinieri".

Per ANSA e AGI però le persone ascoltate in caserma - al momento non in stato di fermo - sarebbero quattro.

Per Il Tempo si tratta di una "svolta nelle indagini", e sì i quattro sarebbero invece in stato di fermo.

Il quotidiano romano ne indica iniziali e date di nascita, e sostiene che si tratterebbe di tre marocchini e di un francese di origine algerina. Prelevati da un hotel di Prati, poi, ci sarebbero un italiano e un albanese (sono in realtà i due americani su cui poi convergeranno i sospetti).

Si rivelerà poi essere falso. Ecco che resta ora, di conseguenza, dell'articolo del Tempo:

E la confusione aumenta, inesorabile. Open lancia come "esclusiva" che "i due ragazzi ascoltati sarebbero in realtà un italiano e un albanese e uno dei due ha i capelli mesciati, come nella descrizione. Tra le persone ascoltate, tuttavia, ci sarebbero almeno altri due nord africani", precisava poi l'articolo, "e non è escluso che altre persone possano essere sentite nel corso della giornata". Si noti come i "capelli mesciati" fossero stati inizialmente attribuiti a uno dei "due nordafricani".

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Il lancio dell'esclusiva di Open

Successivamente, quando emerge che a essere fermati sono stati due ragazzi americani, titolo e contenuti vengono modificati, tanto è vero che l'url del vecchio articolo ("esclusivo-un-italiano-e-un-albanese-ascoltati-per-lomicidio-del-carabiniere-a-roma-foto-e-video/") punta ora a un pezzo che titola e parla della confessione del ragazzo americano.

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L'url del vecchio articolo di Open che ora rimanda a un pezzo diverso

Nel frattempo un'altra agenzia spiega che l'iniziale descrizione fatta dal collega del carabiniere ucciso, che vedrebbe protagonisti "due magrebini di 20-25 anni" ha già fatto "il giro delle pattuglie del 112 delle volanti del 113 e nelle chat interne dei carabinieri". I canali "interni" sembrano del resto – scrive Wired – avere avuto un ruolo sostanziale nella diffusione della notizia, falsa ma circolata in rete, che i responsabili dell'omicidio sarebbero stati "3 cittadini di origini marocchine e uno di origine algerina". Le loro foto segnaletiche, pur se a occhi coperti, avevano circolato, si legge nell'articolo di Simone Fontana, su una pagina Facebook "agganciata al sito della Polizia e dunque utilizzata dalle forze dell'ordine", e "amministrata da due carabinieri attualmente in servizio". Da lì, poi, altre pagine di giustizieri da tastiera avevano contribuito a migliaia di condivisioni.

Il tutto mentre il Questore della Camera dei Deputati di Fratelli d'Italia, Edmondo Cirielli, mette agli atti che "se davvero, come sembra dalle prime informazioni, gli assassini del carabiniere sono di origine nordafricana la responsabilità non è solo loro, ma anche dei governi del Pd che in questi anni hanno trasformato l'Italia in un campo profughi per delinquenti".

E poi, perché tutto questo? Cosa è accaduto davvero? Quale il movente? "Nelle vicinanze, secondo quanto si apprende, c'erano altre due pattuglie di carabinieri pronte a intervenire in caso di emergenza", batte AGI. Per cosa?

Per bloccare quello che in gergo viene chiamato "cavallo di ritorno", pare: "soldi in cambio della restituzione di qualcosa che è stato rubato", spiega Repubblica.

Secondo la ricostruzione più recente Cerciello Rega e il collega che era con lui sono stati assaliti appena arrivati all'appuntamento con due giovani americani. A condurli in via Pietro Cossa, in Prati, era stato un uomo che li aveva allertati dicendo di essere stato derubato a Trastevere e di aver ricevuto una richiesta di denaro in cambio del borsello che gli era stato portato via.

Ma nel tardo pomeriggio le agenzie rivelano che gli inquirenti avanzano "non poche perplessità" anche su questo. "La vicenda potrebbe anche essere più complessa di quello che si pensava all'inizio". A distanza di giorni, i dubbi si moltiplicano al punto da far parlare i principali quotidiani italiani di domenica di "troppe ombre" e di "tutto quello che non torna".

Eppure ormai, dal primo pomeriggio di venerdì, le indagini sembrano puntare sempre più decise sulle responsabilità dei due americani. Anche qui, non senza contraddizioni su aspetti cruciali: per AGI "i due, secondo quanto si apprende da fonti investigative, avrebbero avuto un ruolo sia nel furto del borsello sia nell'omicidio del vicebrigadiere"; secondo l'ANSA, alle 20.28 "non è ancora chiaro se abbiano un ruolo nel furto o nell'omicidio del vicebrigadiere".

Non tutti, a destra, accettano la svolta. Francesco Storace per esempio twitta indignato: "C'è chi brinda perché sono stati fermati due americani. Sono più preoccupati per l'identità di chi ammazza che per la morte di un povero carabiniere". Eppure finché i sospetti parlavano di assassini nordafricani la nazionalità sembrava interessare anche all'ex leader de La Destra.

Giorgia Meloni passa con disinvoltura dal denunciare gli sbarchi di "bestie" e "animali" assassini a parlare di un "porto franco": quello che l'Italia non può consentire a chiunque violi la legge. C'è una richiesta di "massima severità nei confronti di questa carogna". Non ci sono invece, come in nessuno dei casi elencati, le scuse per il granchio preso in precedenza.

Daniele Capezzone riesce invece ad accusare chi non parla di assassini nordafricani: "i giornaloni", scrive, "non ve lo fanno sapere".

Stessi tesi accreditata dal giornale sovranista Primato Nazionale in una tirata contro il "bardo cosmopolita" Roberto Saviano, colpevole di avere compreso da subito che a destra la strumentalizzazione contro le "belve africane" sarebbe stata la regola, non l'eccezione. "Vietato parlare della correlazione tra immigrazione clandestina e morte del carabiniere accoltellato da due marocchini", attacca il pezzo che però, col procedere delle ore, diventa involontariamente comico, dato che di quella correlazione, nel caso in esame, non arrivano che smentite. Il Primato Nazionale allora ci mette una pezza, "per onestà giornalistica": l'ipotesi, ammette, "in queste ore è vacillata", anche se "la possibilità resta".

Sempre "per onestà giornalistica", al momento in cui scrivo il pezzo resta online invariato, anche se la "possibilità" ormai non "resta".

E non resta perché, nella tarda serata di venerdì, uno dei due ragazzi americani confessa di avere ucciso lui il carabiniere. Sarebbe proprio "l'americano con i capelli mesciati", un ragazzo "molto facoltoso" che avrebbe "pagato il conto dell'hotel di lusso anche all'amico" – quello che nella sera di sabato sarebbe finito bendato e ammanettato a capo chino in caserma in una foto pubblicata da La Stampa, scatenando un'ulteriore e inevitabile ondata di polemiche e accuse.

Quello che inizialmente era stato raccontato come uno scippo da parte di due nordafricani finito in tragedia per evitare un "cavallo di ritorno", diventa ora tutt'altro: una storia di due ragazzi americani benestanti vogliosi di una notte di eccessi a Roma, finita in tragedia. Prima della mezzanotte, le agenzie battono finalmente quella che sembra una ricostruzione più plausibile dell'accaduto. "Volevano comprare droga da un pusher a piazza Mastai ma hanno rubato il borsello dello spacciatore per riavere i soldi dopo essersi accorti che lo spacciatore gli aveva dato semplice aspirina", riassume AdnKronos. "Sarebbe stato lo stesso pusher a contattare i carabinieri dopo che i due americani gli hanno rubato il borsello dicendo di aver preso appuntamento con i due statunitensi per la restituzione della borsa". È a quel punto che intervengono i due carabinieri, in borghese, e – per ragioni e con modalità ancora non del tutto note – avviene la reazione scomposta e violenta di uno dei due, che infligge otto coltellate mortali a Cerciello.

Ma molti restano i dettagli da chiarire, ancora oggi. Il Corriere di domenica 28 luglio, per esempio, scrive che "la versione di una chiamata al 112" da parte del pusher (o intermediario del pusher) "non trova conferme nel decreto di fermo", per esempio, "e resta in piedi l'ipotesi che l'uomo si sia rivolto di persona a una pattuglia in zona. Senza contare che, in un altro articolo, sempre il Corriere aveva dato conto del diffondersi di una "voce" per cui "il borsello derubato contenga droga e soldi oltre al cellulare sul quale i due autori del furto sarebbero stati rintracciati e minacciati dagli stessi pusher così da convincersi ad accettare l'incontro per la restituzione. Sarebbero stati cioè loro", non lo spacciatore, "a chiamare i carabinieri temendo la vendetta degli spacciatori".

Sempre il 28 luglio è invece emerso un audio da cui si apprende che è lo spacciatore a chiamare i carabinieri per denunciare un furto, mentre il fatto che inizialmente si sia parlato di una vittima "donna" potrebbe dipendere dal fatto che la chiamata è introdotta da una voce femminile, quella che avrebbe risposto secondo Repubblica di lunedì 29 luglio al Numero unico di emergenza composto dal pusher scippato. Il che solleva ulteriori questioni: con quale telefono ha chiamato i due americani, che poi lo avrebbero ricattato?

Ancora, né nell'audio della prima né in quello della seconda telefonata del pusher (ora dal telefono di un ragazzo, si evince) ai carabinieri si fa menzione di "nordafricani" o "magrebini". Perché nel resoconto iniziale invece se ne parla? E chi lo ha fatto: il carabiniere sopravvissuto, come raccontano le prime agenzie, lo spacciatore, come racconta Repubblica domenica, o entrambi?

E da ultimo, il collega del carabiniere ucciso "afferma che lui e il collega si sono subito identificati come carabinieri, gli indagati negano". In ogni caso, come mai si è fatto ricorso a due agenti in borghese? C'entra forse che, come scrive Repubblica, lo spacciatore "sarebbe una fonte confidenziale dei carabinieri"? Per questo vengono mandati i due agenti in borghese incontrati per strada a Trastevere? È "un intervento di favore al confidente, senza avvertire i superiori"?

Sono solo alcune delle domande ancora senza risposta. Domande che non interessano minimamente ai tanti che, lo abbiamo visto, prima dei fatti cercano le strumentalizzazioni: a sfondo di odio razziale, finché le "voci" ne danno il pretesto; su qualunque altra cosa, non appena possibile. Non è un caso che il ministro Salvini abbia immediatamente cercato di virare il focus del dibattito sul contrasto, che a destra si vorrebbe essere sempre e invariabilmente più severo, alla droga, e sul confronto con la pena di morte ancora vigente in America. O che il profilo ufficiale della Lega giunga perfino a chiedere su Twitter – seguito poi da Salvini, che ha rincarato la dose togliendo i punti di domanda - se quella del ragazzo americano bendato e ammanettato sia davvero una "foto choc", come sostengono "alcuni giornali". L'evento diviene funzionale alla propria narrazione politica, non all'accertamento dei fatti o al rispetto delle istituzioni.

Restano poi altre domande, sul sistema dell'informazione e come si interfacci all'attualità e alla politica in casi estremamente delicati come questo. Per i giornali e i canali di news: come è possibile dire tutto e il contrario di tutto, fomentando odio e caos, senza nemmeno premurarsi di far conoscere, in modo chiaro e trasparente, le correzioni ai lettori e agli spettatori, e facendo invece semplicemente sparire titoli e articoli scorretti? Come è possibile pezzi come quelli di Libero, ampiamente smentiti dai fatti, siano ancora reperibili come nulla fosse, senza alcun aggiornamento? Non vi rendete conto delle conseguenze di ciò che scrivete?

Alla politica anche si debbono chiedere delle cose: a chi ha strumentalizzato questa vicenda per parlare di migranti, di clandestini, di questioni di pelle e colore va chiesto se sia rimasto un briciolo di dignità e vergogna. A chi ha da subito sottolineato la nazionalità dei presunti colpevoli, come perfino l'ex presidente del Consiglio Paolo Gentiloni, forse pure. A chiunque ricopra una carica istituzionale poi, si potrebbe domandare: ma è davvero necessario commentare sempre tutto in tempo reale? Davvero necessario esprimersi a insulti ("bastardi", "animali"), in termini da far west ("caccia all'uomo") più che da democrazia compiuta? Non vi rendete conto delle conseguenze di ciò che dite?

Foto in anteprima: il luogo dove è stato ucciso il carabiniere Mario Cerciello Rega – ANSA via tgcom24

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