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Lo smalto sulle unghie di Josefa e la ripugnante propaganda razzista

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In seguito alla sua ultima operazione di salvataggio nel Mediterraneo, durante la quale sono stati trovati i resti di un'imbarcazione con due cadaveri e una donna ancora viva a 80 miglia dalle coste libiche, la ONG Proactiva Open Arms ha denunciato un'omissione di soccorso da parte della Guardia costiera libica. L'ipotesi è che la Guardia costiera libica abbia lasciato volutamente alcune persone in mare perché non volevano ritornare in Libia. Il ministro dell'Interno, Matteo Salvini, ha definito questa ricostruzione una "fake news" e ha promesso che avrebbe fornito le prove della sua falsità. Al momento, però, queste prove non sono state ancora esibite.

Salvini ha inoltre insinuato che la decisione della ONG di fare rotta verso la Spagna dopo il salvataggio di Josefa, la camerunese sopravvissuta al naufragio, sarebbe sospetta. "Non sarà che hanno qualcosa da nascondere???", ha scritto su Facebook mercoledì scorso.

Nonostante la nostra disponibilità di porti siciliani, la nave Ong va in Spagna, con donna ferita e due morti...Non sarà che hanno qualcosa da nascondere???

Pubblicato da Matteo Salvini su Mercoledì 18 luglio 2018

Questa posizione apertamente cospirazionista ha trovato terreno fertile tra i sostenitori della Lega ed è stata amplificata online da complottisti e razzisti, fino a evolvere nell'ennesima bufala razzista sui migranti. Per cui, secondo molti, la decisione della ONG di andare in Spagna sarebbe la prova che si è trattato solamente di una messa in scena. Nessun naufragio, nessuna omissione di soccorso, sarebbe stata proprio Proactiva Open Arms a organizzare tutto. E, sempre secondo le fantasie complottistiche, Josefa non sarebbe altro che un'attrice reclutata dall'ONG per inscenare il salvataggio.

Un altro "tassello" a conferma di questa teoria è arrivato questo fine settimana sotto forma di "prova definitiva": un video e una foto di Getty Images posteriori di qualche giorno al salvataggio nei quali si vede Josefa con lo smalto sulle unghie.

Lo smalto sulle unghie dimostrerebbe che si tratta di "un'attrice" e non di una "vera" migrante, inoltre sarebbe la prova che non c'è stato nessun naufragio perché lo smalto è "intatto dopo 48 ore in acqua". Altri invece sposano una versione contraddittoria secondo la quale il fatto che Josefa si sia fatta lo smalto sulle unghie dopo il naufragio proverebbe che non ha vissuto l'esperienza traumatica "come vogliono farci credere". E quindi si ritorna al punto di partenza, all'ABC del complottismo: "è stata tutta una messa in scena", "la solita fake news dei buonisti".

Sarebbe bastato guardare le foto scattate al momento del salvataggio per vedere che la donna non aveva smalto sulle unghie e le sue mani presentavano segni evidenti di essere state in acqua per molto tempo.

Marc Gasol, campione della NBA e volontario sulla Open Arms: “È inumano, criminale. Queste persone devono essere...

Pubblicato da Valigia Blu su Mercoledì 18 luglio 2018

La spiegazione del perché Josefa appaia con le unghie smaltate in quelle immagini è molto semplice, come scrive su Twitter Annalisa Camilli, giornalista di Internazionale che al momento del salvataggio si trovava a bordo dell'Astral, l'imbarcazione di Open Arms: "Josefa ha le unghie laccate perché nei quattro giorni di navigazione per raggiungere la Spagna le volontarie di Open Arms le hanno messo lo smalto per distrarla e farla parlare. Non aveva smalto quando è stata soccorsa. Serve dirlo?"

Eppure, si sa, il razzismo non conosce ragioni. Ecco una raccolta di alcuni dei commenti razzisti più ripugnanti sull'argomento:

(Foto: Reuters / Getty Images)

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Secondo il Viminale la versione di Open Arms è una “fake news”, ma ad oggi non ha fornito le prove

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[ha collaborato Andrea Zitelli]

Pochi giorni fa, a circa 80 miglia dalle coste libiche l'associazione non governativa Proactiva Open Arms ha trovato i resti di un'imbarcazione con due cadaveri e una donna ancora viva. L'ipotesi e poi l'accusa della ONG è che la "Guardia costiera libica", nel corso di un'operazione di salvataggio, abbia lasciato volutamente alcune persone in mare perché non volevano ritornare in Libia. Il ministro dell'Interno, Matteo Salvini, ha definito questa ricostruzione una "fake news" e ha promesso che avrebbe fornito le prove della sua falsità. Al momento, però, queste prove non sono state ancora esibite.

Abbiamo ripercorso quello che sappiamo finora su quanto accaduto in quel tratto di mare a metà luglio.

La scoperta dei due corpi in mare e della sopravvissuta

La mattina del 17 luglio, intorno alle 7 e 30, la nave Open Arms ha avvistato un gommone distrutto a 80 miglia dalla Libia. In mezzo ai resti dell’imbarcazione c'erano i cadaveri di un bambino molto piccolo e di una donna. Un’altra persona si trovava riversa a pancia in giù attaccata a una tavola del fondo del gommone: era ancora in vita, ma in grave stato di ipotermia. Si chiama Josefa, ha 40 anni ed è originaria del Camerun.

Annalisa Camilli, giornalista di Internazionale che si trovava a bordo della nave della ONG, ha raccontato le fasi del soccorso. Josefa, scrive, “ha aspettato per due giorni che arrivassero i soccorsi, con i vestiti bagnati attaccati alla pelle”, prima di essere salvata da Javier Filgueira, volontario spagnolo di Open Arms, che appena l’ha vista si è tuffato in acqua e “l’ha raggiunta a nuoto tra i detriti sperando che non fosse uno sforzo inutile”.

Una volta portata a bordo della nave, i medici hanno constatato che la temperatura del corpo della donna era bassissima: “Se i soccorsi avessero tardato ancora non ce l’avrebbe fatta. Come non ce l’ha fatta un bambino di circa cinque anni che è morto per ipotermia a fianco di una donna, presumibilmente sua madre. Anche lei è stata trovata morta ricurva su una tavola, la pelle delle braccia bruciata dal gasolio fuoriuscito dalle taniche del gommone su cui viaggiavano”, scrive Camilli, che riporta che, secondo la dottoressa di bordo, “la donna era morta da diverse ore mentre il bimbo era deceduto da poco”. I due corpi sono stati portati sulla Open Arms, avvolti in due sacchi bianchi.

Cosa sappiamo di quello che è successo

Intervistato da Internazionale a poche ore dal salvataggio, Riccardo Gatti, portavoce dell’ONG Proactiva Open Arms, ha espresso molti dubbi rispetto al ritrovamento dei due cadaveri e di Josepha in mezzo ai resti del gommone: «Quello che ipotizziamo è che i libici siano intervenuti, ma non riusciamo a spiegarci cosa sia successo perché abbiamo trovato i resti di un gommone affondato, due morti e solo un sopravvissuto. Non sappiamo che pensare: chi ha distrutto i gommoni in questo modo? E perché queste persone sono state lasciate morire di freddo attaccate a una tavola?».

Gatti ricorda che il 16 luglio, il giorno prima del ritrovamento del relitto, mentre si trovava al timone di Astral, una delle due navi della ONG insieme alla Open Arms nel Canale di Sicilia, ha ascoltato per tutto il giorno insieme agli altri volontari una conversazione radio tra il mercantile Triades e la guardia costiera libica. La conversazione riguardava due gommoni in difficoltà a circa 80/84 miglia dalla Libia.

“Il mercantile Triades diceva di essere stato allertato dalla guardia costiera italiana e chiamava la guardia costiera libica per intervenire in soccorso dei gommoni. Le imbarcazioni con i migranti a bordo sembravano partite da Khoms, una città a est di Tripoli. La conversazione tra il mercantile Triades, diretto a Misurata, e la guardia costiera libica è andata avanti per molte ore”, scrive Camilli. In serata, però, la Guardia costiera libica aveva detto “al mercantile di ripartire perché sarebbero intervenute le motovedette libiche”.

https://twitter.com/openarms_fund/status/1019179541053542400

Il fondatore di Proactiva Open Arms, Oscar Camps, invece, sin da subito ha individuato la responsabilità di quanto successo nella Guardia costiera libica, denunciando una “omissione di soccorso”. “La Guardia costiera libica ha annunciato di aver intercettato una barca con 158 persone a bordo e di aver fornito assistenza medica e umanitaria. Quello che non ha detto è che hanno lasciato due donne e un bambino in mare e hanno affondato la nave perché le donne non volevano salire sulle motovedette”, ha scritto in un tweet nella tarda mattinata del 17 luglio. E poi ha aggiunto: “Quando siamo arrivati, abbiamo trovato una delle donne ancora in vita, non abbiamo potuto fare nulla per salvare l'altra donna e il bambino che a quanto pare è morto poche ore prima che li trovassimo. Per quanto tempo ancora avremo a che fare con gli assassini arruolati dal governo italiano per uccidere?”

Nel frattempo, nella serata del 17 luglio la Guardia costiera libica ha pubblicato su Facebook la sua versione della storia, con una nota ufficiale firmata dal portavoce della Marina militare di Tripoli, Ayoub Qasem che “nega le accuse della ONG spagnola Proactiva Open Arms a proposito degli ultimi eventi". La guardia costiera libica spiega di aver salvato “165 migranti”, conducendo l’operazione “con grande professionalità e nel rispetto dei protocolli internazionali riguardo il salvataggio di persone in mare (…) Non è nostra abitudine lasciare vite umane in mezzo al mare, la nostra religione ce lo proibisce. Tutto ciò che è successo e succede, i disastri in mare sono causati dai trafficanti, interessati solo al guadagno, e dalla presenza di ONG irresponsabili come questa”.

La nota aggiunge anche che a bordo della motovedetta al momento dell’operazione c’era anche una “giornalista tedesca, testimone di ciò che è accaduto, che ha preparato un servizio sulla questione per il canale N-Tv”. La giornalista in questione si chiama Nadja Kriewald.

Qasem ha ribadito la sua posizione anche in un'intervista con l'agenzia Nova: «Nessun migrante è rimasto in mare. Probabilmente alcuni migranti, tra cui donne e bambini, sono annegati prima dell’arrivo delle motovedette». Il portavoce ha poi elogiato la posizione dell'Italia contraria alle attività di salvataggio in mare svolte dalle ONG nell'area di ricerca e soccorso di competenza della Libia che «ostacolano l'attività della Guardia costiera libica».

Poco dopo la diffusione della nota della guardia costiera libica, Udo Gümpel, collega di Kriewald e corrispondente in Italia per N-tv, ha pubblicato un post su Facebook, in cui riferisce una testimonianza della giornalista.

Il racconto di un testimone oculare a bordo di una nave della Guardia Costiera Libica.Aggiornamento importante sul...

Pubblicato da Udo Gümpel su Martedì 17 luglio 2018

Secondo le parole riportate da Gümpel, intorno alle 22:00 del 16 luglio, Kriewald si trovava a bordo della barca della guardia costiera libica assieme a un suo operatore tv, quando la motovedetta ha incrociato “un gommone con a bordo 165 persone, delle quali 119 uomini, 34 donne e 12 bambini. Purtroppo uno dei bambini era già morto al momento del nostro arrivo”.

“I profughi mi hanno raccontato che il gommone era già da tre giorni in viaggio – prosegue il racconto - le persone a bordo erano molto dispiaciute che non erano arrivati in Italia, ma dato lo stato di salute loro, da tre giorni senza mangiare né bere, erano quasi in fin di vita e secondo quello che ho visto io si sono fatti salvare tutti – nessuno si è rifiutato di salire a bordo”.

Secondo Gümpel, “quello che Nadja non può confermare certamente, data la situazione notturna, che dopo quell'ora che il trasbordo dal gommone a bordo della nave della guardia è durato fino alle 23:00 del 167, non ci fosse rimasto nessuno a bordo. Questo non lo si può affermare con certezza”. E, aggiunge, “non si può neanche sapere se c'era, nelle medesime acque, un altro gommone simile, con sempre a bordo ca 160 persone, come racconta la sopravvissuta Josephine a bordo della Open Arms. È un tipo di gommone molto comune. Comunque dopo il salvataggio delle persone a bordo, i soldati della Marina libica hanno distrutto il gommone visto dalla mia collega. Questo è il racconto di una testimone oculare a bordo di una nave della Guardia Costiera”.

Il giorno successivo Kriewald è stata intervistata dal Messaggero insieme a Emad Matoug, freelance libico, anch’egli a bordo della motovedetta la sera del 16 luglio. «Ne siamo sicuri, quando siamo andati via non c’era più nessuno in acqua», hanno spiegato i due cronisti.

Matoug ha riferito che «dopo la chiamata i guardiacoste hanno perlustrato l’area per oltre un’ora per cercare il gommone alla deriva». Arrivati sul posto la scena era tragica: «Tre donne erano in condizioni difficili, a due è stata praticata la rianimazione, l’altra è stata portata, una volta arrivati in porto, direttamente in ospedale». Secondo i giornalisti, non c’erano altre navi in zona, solo quel gommone ormai quasi affondato del tutto. Nel corso dei salvataggi, hanno raccontato ancora i due cronisti, i migranti hanno chiesto se la nave di salvataggio fosse libica o italiana: «Quando gli hanno risposto che non si trattava di una ONG sono scoppiati in lacrime». Kriewald, infine, precisa: «Lo so che le mie parole potranno essere strumentalizzate, ma ciò che ho visto io è che i libici hanno fatto un ottimo lavoro e dimostrato tanta umanità».

Questa versione è stata subito contrastata dal deputato di Liberi e Uguali Erasmo Palazzotto, che si trova a bordo della nave della ONG, secondo cui in quelle ore in mare si sarebbero tenute due distinte operazioni: “Mentre una motovedetta girava la scena del salvataggio perfetto con una TV tedesca, un’altra lasciava in mezzo al mare 2 donne ed un bambino. Sono due interventi diversi, uno ad 80 miglia davanti a Khoms e l’altro davanti a Tripoli. Maldestro tentativo di depistaggio,” ha scritto su Twitter.

Intervistato dalla trasmissione di La7 “L’aria che tira”, Palazzotto ha ripercorso le fasi del salvataggio di Josepha e quanto accaduto nelle ore precedenti. «Io sono testimone diretto di tutti i fatti. Sono stato sul ponte di comando della Open Arms quando abbiamo intercettato la prima conversazione tra il mercantile Triades e la Guardia costiera libica che segnalava la presenza di un gommone con a bordo più di 100 migranti. La Guardia costiera libica per ben 10 ore non ha dato indicazioni al mercantile che le chiedeva. Poi, a tarda serata, verso le 10, ha detto che poteva andare via il mercantile perché sarebbe intervenuta una motovedetta», ha raccontato. A quel punto la Open Arms si è diretta nella zona dell’ultimo rilevamento comunicato dal mercantile. «Esattamente lì dove doveva esserci quel gommone – ha proseguito Palazzotto - abbiamo trovato i resti e abbiamo visto questa scena agghiacciante di un gommone totalmente distrutto (…) e sul relitto, aggrappati alle tavole, c’erano i corpi di questa donna, di questo bambino e quello di Josepha, che pensavamo fosse un terzo corpo e invece era ancora viva».

Secondo il deputato «non c’erano tracce per miglia di un naufragio o di cadaveri, non c’era niente. Eppure era da qualche ora che il naufragio era avvenuto. (…) Noi abbiamo tutti gli elementi, le prove le registrazioni delle conversazioni con la guardia costiera libica. Io ho visto con i miei occhi le condizioni in cui era il relitto. Su quel gommone c’erano 158 persone come ha dichiarato la Guardia Costiera libica di mattina, prima di sapere che c’erano dei testimoni sulla barbarie che avevano commesso».

La tesi delle due distinte operazioni della guardia costiera libica è stata poi ripresa dalla stessa Kriewald che, in un articolo  su N-tv, ha detto che, per quella che è la sua esperienza, la Guardia costiera libica "ha fatto davvero un buon lavoro" ma ha ammesso di non poter commentare le accuse di Proactiva Open Arms perché le era stato detto dal capitano della motovedetta che diverse ore prima c’era stato un altro intervento diverso rispetto a quello della motovedetta su cui si trovava con il suo operatore.

Nel pezzo è stato insierito un video servizio di Kriewald che racconta il salvataggio a cui ha assistito, durante il quale sono stati soccorsi 165 migranti. La giornalista ha raccontato di aver preso in braccio una bambina, accorgendosi però subito che era morta. La madre, anche lei tra i salvati, le ha raccontato di averla tenuta in braccio senza dire agli altri che era morta perché temeva che l'avrebbero gettata in mare.

Il video è stato successivamente citato in un articolo pubblicato sul Giornale come "smentita della versione di Open Arms", omettendo, però, le dichiarazioni in cui  Kriewald parla delle due diverse operazioni di salvataggio.

La presenza di due barche in difficoltà la giornalista l'ha ripetuta anche all’Ansa. «A bordo della nave libica sono state 165 le persone salvate: 119 uomini, 34 donne e 12 bambini», ha spiegato la giornalista, sottolineando che «tutti i soldati e i componenti della nave si sono presi cura dei migranti».

Kriewald ha precisato di non poter escludere del tutto che qualcuno sia caduto in acqua, essendo la nave «di 27 metri, se uno è a prua non sa cosa succede a poppa e viceversa». La giornalista ha anche ribadito l'episodio della bambina morta in braccio alla madre: «Una bambina della Costa d'Avorio è morta, ma lo si è scoperto solo a bordo della nave libica, perché la mamma l'ha tenuta per tutto il tempo tra le braccia in gommone senza dire che fosse morta. Probabilmente temeva che se lo avesse detto, avrebbero buttato il suo corpo in mare».

«Io non credo che qualcuno sia rimasto sul gommone – ha aggiunto – e anche i soldati della marina libica mi hanno detto che non c'era rimasto più nessuno. Ma il capitano libico della nostra imbarcazione mi ha riferito che un paio d'ore prima, nella stessa area, c'era stata un'altra missione da parte di un'altra imbarcazione della guardia costiera libica». Posizione ribadita anche in un'intervista a Quotidiano.net.

Kriewald ha affermato di non aver sentito nessuno rifiutarsi di essere salvato, anche se «erano tutti delusi di essere stati presi dalla marina libica, ma felici di essere sopravvissuti. Ho parlato con un ragazzo del Mali, visto che a bordo ero l'unica a parlare francese, e mi ha detto che non era a conoscenza di morti a bordo. Inoltre nessuno mi ha detto che mancava all'appello qualcuno».

Gümpel, sentito da Euronews, ipotizza che il naufragio del gommone di Josefa sia avvenuto 32 ore prima del salvataggio a cui ha assistito Kriewald, in una località diversa, «pur essendo circa 75-80 miglia lontani dalla costa, una davanti a Khoms, un'altra a Tripoli. Sulla barca filmata da Nadja non c'era nessuno che si rifiutava, erano in mare da tre giorni, molte persone in fin di vita, una bambina morta. L'ipotesi che concilia i due eventi è: erano due gommoni, in due località diverse, a distanza di 32 ore l'uno dall'altro».

Il 20 luglio è stata pubblicata su La Stampa un'intervista di Francesca Paci al colonnello della Guardia Costiera di Misurata Tofag Scare (sulla sua identità c'erano dei dubbi, pare però sia una traslitterazione errata dall'arabo di Tawfik Skeeb, come si spiega nei commenti a questo post). Il pezzo contiene alcune imprecisioni: oltre al nome, non sono chiare alcune indicazioni date dall'intervistato, come la bandiera del cargo e le coordinate dell'intervento di salvataggio.

Il colonnello dà una versione dei fatti parzialmente diversa da quella fornita precedentemente dalla Marina di Tripoli: «Lunedì 16 luglio all’ora di pranzo abbiamo ricevuto una chiamata dal mercantile spagnolo Triades» [il cargo risulta però battere bandiera di Panama ndr] «che ci segnalava un’imbarcazione di migranti in difficoltà tra Khoms e Tripoli e ci siamo mossi per intervenire, ne abbiamo tirati a bordo 165, maschi e femmine, tutti».

In mare, secondo il colonnello, sarebbero stati lasciati «solo i due corpi senza vita di una donna e un bambino dopo aver provato invano a rianimarli: erano morti e portarli a terra non aveva alcun senso, ma oltre loro non c’era nessun altro in acqua». È la prima volta che autorità libiche parlano di due cadaveri lasciati in mare.

Dopo la chiamata, «il mercantile Triades è rimasto lì ad attenderci, ma nel frattempo non ha neppure dato da mangiare e da bere a quella gente, ha detto che non era il suo lavoro e che non poteva fare nulla». Il colonnello ha fornito il verbale della conversazione tra la Guardia Costiera e la Triades con la posizione dell’intervento fatto che, secondo Paci, "grossomodo, coincide con quella indicata dalla Open Arms" (anche se, come fa notare il giornalista Francesco Floris, le coordinate riportate da Paci indicano una località dell'entroterra siculo). Pure la motovedetta Ras al Jade "pare essere la stessa", aggiunge la giornalista, che si domanda: "Possibile che quella notte ci sia stato più di un salvataggio? Che i cadaveri di cui si parla siano diversi?"

Tra l'altro, come aveva spiegato a Internazionale la dottoressa Giovanna Scaccabarozzi dell'equipe medica a bordo della Open Arms, il bambino sarebbe morto poco prima - probabilmente un'ora - dell'arrivo della ONG, nella prime ore del mattino.

Quasi in contemporanea con l'intervista al colonnello della Guardia Costiera di Misurata, Fabrizio D'Esposito e Antonio Massari hanno pubblicato sul Fatto Quotidiano un pezzo che, citando "più fonti militari" alle quali è stato promesso l'anonimato, riferisce di una "prassi disumana, che s’è ripetuta in parecchi salvataggi": "Barconi affondati mentre i migranti sono ancora a bordo. È questo che accade nelle acque del Mediterraneo quando la Guardia costiera libica interviene per i soccorsi". Il motivo, secondo le fonti, è che "quando le motovedette libiche si avvicinano ai barconi, i migranti, che non vogliono essere riportati in Libia, rifiutano di essere trasportati sulle imbarcazioni della Guardia costiera. E a quel punto, per convincerli ad accettare il soccorso, è ormai prassi che i militari libici inizino le operazioni per affondare la barca".

Gli stessi giornalisti hanno poi pubblicato una conversazione protetta da anonimato con un ufficiale della Guardia costiera libica, secondo cui è possibile che, durante il salvataggio, non ci si sia accorti che Josefa era in acqua ancora viva. «Accade spesso che sulle motovedette libiche non vi siano medici a bordo», ha detto la fonte. Con riferimento al naufragio del 16 luglio e ai cadaveri della donna e del bambino rinvenuti da Open Arms ha aggiunto: «Non siamo attrezzati per un primo soccorso medico e inoltre, se troviamo un cadavere in mare, lo lasciamo in acqua, non possiamo portarlo a terra dove potrebbe restare per giorni e giorni». Secondo il militare, hanno spiegato i giornalisti, "al momento del salvataggio erano già morti, che qualcuno abbia provato a verificare se fossero vivi, ma sia per la donna sia per il bambino non c’era più nulla da fare". E Josefa? «Era buio deve essere sfuggita alla vista dell’equipaggio della motovedetta», ha affermato la fonte.

Come notato da Annalisa Camilli in un’intervista con Askanews, per capire esattamente cosa sia successo la notte del 16 luglio bisognerà aspettare la ricostruzione di Josefa, unica sopravvissuta. Per il momento, la donna si sta riprendendo dal forte stato di shock e non ricorda molto, e non sa dire da dove è partito il gommone, né che fine hanno fatto i suoi compagni di viaggio. Le poche parole che ha detto a Camilli sono state: «Siamo stati in mare due giorni e due notti. Sono arrivati i poliziotti libici. E hanno cominciato a picchiarci».

Cosa ha risposto il ministero dell’Interno

Sempre il 17 luglio, il ministro dell’Interno, Matteo Salvini, attraverso i propri canali social, ha affermato che la ricostruzione di Open Arms contiene "bugie e insulti".

Secondo un lancio dell'Ansa, pubblicato poco dopo le dichiarazioni di Salvini, la versione diffusa dalla ONG secondo la quale vi sarebbe stata un'omissione di soccorso da parte dei libici sarebbe per "fonti del Viminale" una "fake news". Inoltre, scrive ancora l’agenzia di stampa, le stesse fonti sottolineano che "nelle prossime ore" verrà resa pubblica "la versione di osservatori terzi che smentiscono la notizia secondo cui i libici non avrebbero fornito assistenza".

Nel pomeriggio del 18 luglio, nel corso di una conferenza stampa alla Camera dei Deputati il ministro dell’Interno ha dichiarato che «c’era una giornalista tedesca a bordo dell’imbarcazione della guardia costiera libica». «Mi sembra - ha aggiunto - che abbia documentato e documenterà il fatto che non c’era nessuno in mare (...). A me risulta che la guardia costiera libica lavori per salvare vite non per lasciare affogare nessuno».

Dopo che la giornalista tedesca ha dichiarato di non voler commentare le accuse dell’ONG spagnola (e che l'intervento della “Guardia Costiera libica” a cui ha assistito potrebbe non essere quello denunciato da Open Arms), Antonio Massari del Fatto Quotidiano ha chiesto a Salvini, “attraverso lo staff che si occupa della sua comunicazione, se le notizie fornite dai giornalisti tedeschi rappresentino ancora (...) la prova che la ONG stia mentendo. O se invece non abbia cambiato idea” ma non ha ricevuto risposta.

Il deputato Palazzotto ha inoltre chiesto al governo Conte di pubblicare i tracciati delle motovedette libiche e delle imbarcazioni presenti nel tratto di mare dove è avvenuto il salvataggio della ONG.

Perché la Open Arms non ha attraccato in Italia

Dopo tre giorni di navigazione le navi Open Arms e Astral di Proactiva Open Arms sono arrivate al porto di Maiorca. Sui social, mentre ancora si dirigeva verso la Spagna, la ONG ha dichiarato il motivo per cui ha chiesto al Centro di coordinamento marittimo spagnolo di assumere il coordinamento delle operazioni di salvataggio (con l’approdo in Spagna), dopo che l’Italia, la notte del 17 luglio, aveva concesso l’attracco della nave.

Open Arms ha spiegato che la richiesta alla Spagna è dovuta al fatto che “lo sbarco in un porto italiano (...) presenta molti fattori critici”: “Il primo è rappresentato dalle dichiarazioni dello stesso ministro dell'Interno italiano, Matteo Salvini, che ha definito ‘bugie e insulti’ la documentazione che offriamo (...)”. Inoltre, si legge ancora nel comunicato, è incomprensibile che la disponibilità per l’approdo in un porto italiano sia stata data per la donna, ma non per gli altri due corpi trovati. Infine, “l'annuncio di una specie di contro inchiesta”  sugli eventi inequivocabili accaduti lunedì sera “documentati da noi, induce a temere per la protezione della donna sopravvissuta e la sua completa libertà di testimoniare in condizioni di tranquillità e sicurezza”. Questi motivi sono stati ribaditi anche in un’intervista audio che Riccardo Gatti di Open Arms ha rilasciato a Repubblica.

Gatti in una seconda intervista al quotidiano ha poi aggiunto ulteriori considerazioni sul perché hanno deciso di non approdare a Catania: «Guarda caso ci avevano assegnato Catania, insomma la tana del lupo, dove l'inchiesta sarebbe stata condotta dal procuratore Carmelo Zuccaro che ha ingaggiato, con grande approvazione di Salvini, una battaglia personale contro le ONG. Zuccaro è stato il primo ad accusarci di favorire l'immigrazione clandestina e di presunti rapporti - sempre smentiti - con i trafficanti. È lo stesso magistrato che nei mesi scorsi aveva sequestrato la nave di Open Arms accusandoci di associazione a delinquere e favoreggiamento dell'immigrazione clandestina. Accuse che i magistrati di Ragusa hanno smontato, disponendo il dissequestro della nave. In ogni caso avevamo già deciso di non approdare in Italia perché, ripeto, i toni e gli atteggiamenti del governo ci mettevano in una condizione di non tranquillità».

Dopo l'intervista pubblicata da Repubblica è uscita la notizia che “fonti del Viminale” hanno fatto sapere che "l'Italia ha dato disponibilità già ieri (ndr cioè il 17 luglio) per far attraccare la nave a Messina o Catania. Non a Lampedusa proprio perché non ci sono celle frigorifere per i corpi", smentendo quindi la dichiarazione della ONG secondo cui l’Italia non avrebbe accolto i due cadaveri recuperati in mare. Le fonti specificano ancora che "è stata la Open Arms a decidere di andare in Spagna" e che da parte italiana "è stato garantito fin da subito coordinamento medico" anche per le cure necessarie per la donna salvata.

Camps ha risposto ribadendo la sua versione dei fatti: "MRCC Roma e MRCC Malta hanno negato per iscritto lo sbarco dei cadaveri salvati. Alle 22:00 h non c'è stata ancora risposta da Catania, è stato a lungo dopo aver parlato con la Spagna. Quando già sapevano che la Spagna accettava lo sbarco", ha scritto in un tweet.

Open Arms non ha presentato una denuncia contro l'Italia

Arrivati a Maiorca, alcuni rappresentati della ONG sono andati in tribunale a presentare una "denuncia per omissione di soccorso".

Nel corso di una conferenza stampa, Camps ha precisato di aver denunciato il capitano del mercantile Triades per omissione di soccorso e omicidio colposo e di aver intenzione di fare lo stesso con la guardia costiera libica e con «qualsiasi altra persona che ha preso parte ai fatti con azioni o omissione. E in questo caso possiamo nominare anche la guardia costiera italiana che qualcosa avrà da dichiarare riguardo ciò che è avvenuto a 80-90 miglia dalle sue coste».

Camps ha anche detto che Josefa, l'unica sopravvissuta, testimonierà non appena si sarà ripresa. La donna, secondo quanto spiegato dal portavoce Riccardo Gatti, «è stata ricoverata in ospedale e sarà protetta in quanto testimone oculare del naufragio». Josefa, ha aggiunto, «si sta lentamente riprendendo dal punto di vista fisico», mentre non si può quantificare quanto tempo servirà a superare lo shock psicologico. «Ancora non cammina - ha proseguito Gatti - ma ieri [venerdì ndr] ha mangiato per la prima volta da sola, senza che la imboccassimo» e «ha iniziato anche a parlare a voce più alta e a riprendere la mobilità degli arti inferiori», di cui aveva perso la sensibilità a causa dell'ipotermia e dell'inalazione di benzina e di acqua di mare.

La notizia dell'azione legale di Open Arms è stata riportata da numerosi giornali italiani e agenzie come se la ONG avesse effettivamente sporto denuncia contro l'Italia e la sua guardia costiera. La diffusione di questa notizia ha provocato una serie di reazioni a catena del governo e dei guardiacoste.

Fonti del Viminale citate da quotidiani e agenzie hanno commentato l'annuncio dell'azione legale Proactiva Open Arms: "Non meritano risposta le ONG che insinuano, scappano, minacciano denunce ma non svelano con trasparenza finanziatori e attività. La denuncia di Josefa? Qualcuno strumentalizza una vittima per fini politici. Noi denunceremo chi, con bugie e falsità, mette in dubbio l'immensa opera di salvataggio e accoglienza svolta dall'Italia".

"Se la ONG spagnola - proseguono le fonti - ha preferito rifiutare l'approdo in Italia per scappare altrove, è un problema suo. I porti siciliani erano aperti anche per accogliere i cadaveri a bordo, e per questo alla ONG era stata esclusa l’opzione Lampedusa: l’isola è infatti sprovvista di celle frigorifere per i corpi".

Anche il ministro dei Trasporti, Danilo Toninelli, ha criticato l'iniziativa di Proactiva Open Arms.

Dal canto suo la Guardia costiera italiana, interpellata dall'Ansa, ha fatto sapere di non essere "mai stata coinvolta nel soccorso al gommone ritrovato successivamente": "Dopo il ritrovamento è stata data piena disponibilità a trasferire la donna, ancora in vita, in Italia, per ricevere assistenza di carattere sanitario". Ed "è stata data anche la possibilità di raggiungere il porto di Catania, dove sarebbero state effettuate le operazioni di sbarco per tutti i migranti a bordo".

La ONG ha però precisato di non aver presentato "nessuna denuncia" nei confronti "del Governo italiano, né della sua Guardia costiera". Destinatari dell'azione legale sono stati il comandante delle motovedetta libica Ras Al-Jadar e "di evenutali altre imbarcazioni libiche intervenute in quelle stesse ore", il capitano del mercantile Triades, nonché "chiunque abbia responsabilità dirette e indirette o sia stato coinvolto a qualunque titolo nell'aver determinato gli esiti di quell'evento drammatico".

*Si ringrazia Anna Tanda per la traduzione dal tedesco.

 

Foto in anteprima via Il Fatto Quotidiano

 

 

 

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Formaggi e prosciutti come il fumo. La falsa notizia del Sole 24 Ore che ammette l’errore senza rettificare e senza scusarsi

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Il Sole 24 Ore ha pubblicato un articolo dove risponde alle critiche ricevute per il pezzo intitolato Onu, agroalimentare italiano sotto accusa: «Olio e Grana come il fumo». 

Il quotidiano, che cita Valigia Blu, si difende dalle accuse di aver pubblicato una fake news. E ribadisce che i documenti dell'OMS, e le posizioni espresse da alcuni suoi responsabili, confermerebbero quanto scritto nel primo articolo riguardo alla possibilità che alcuni prodotti italiani possano essere danneggiati dalle indicazioni espresse dall'organizzazione internazionale.

Questa volta, Il Sole "allega" all'articolo una serie di link, foto di documenti, tweet, per dimostrare che l'OMS è favorevole a sistemi di etichettature e a disincentivi fiscali per scoraggiare il consumo di alcuni cibi. Il giornale rimanda, per esempio, a questo documento della Pan American Health Organization (PAHO), l'agenzia regionale dell'OMS per il continente americano. Il quotidiano scrive:

Tra le principali richieste agli stati membri, il PAHO include l'uso di etichette fronte pacco con «warning» simili a quelli utilizzati per le sigarette e l'applicazione di tasse su alimenti o bevande considerati non salutari

Ma il documento non cita prodotti italiani. E, di nuovo, non parla di etichette «simili a quelle utilizzate per le sigarette». Ricordiamo che Il Sole aveva scritto che i prodotti italiani «rischiano di fare la fine delle sigarette: tassati, e con tanto di immagini raccapriccianti sulle confezioni». Perciò il giornale economico sembra voler insistere nel ripetere la similitudine come le sigarette facendo riferimento a documenti che non menzionano le sigarette. E che non parlano di prodotti italiani.

Ma è vero dunque che non si parla di prodotti italiani? Per rispondere proprio a questa osservazione, Il Sole pubblica la foto di due prodotti italiani, venduti in Cile, provvisti di bollino nero con scritto "ricchi di sodio". Il ragionamento del Sole è: in Cile si vendono formaggi italiani con bollini neri, l'OMS è favorevole a forme di etichettatura di avvertimento, quindi l'OMS è favorevole ai bollini neri sui formaggi italiani. Non c'è forse qualcosa di un po' azzardato e frettoloso in questa conclusione?

Ma per rafforzarla, Il Sole rimanda anche a un documento pubblicato sul sito della PAHO. Si tratta di una tabella che riporta gli obiettivi di riduzione del contenuto di sodio di diversi cibi. Scrive il quotidiano:

nell’elenco dei prodotti «target» si cita la categoria dei formaggi duri e formaggi grattugiati mentre prodotti tipici italiani come mozzarella e provolone sono espressamente citati.

Ecco la pistola fumante, la prova che l'OMS prende di mira i formaggi italiani. Ma, come si può vedere, quella tabella elenca i cibi di mezzo mondo. Anche categorie generiche, come "pane artigianale" e "prodotti da forno", la carne, i salami. Perché Il Sole non sostiene che l'OMS vuole muovere guerra contro il pane e i salami italiani? In quella tabella sono citati il brie e il camembert (due formaggi francesi), il cheddar, la feta greca e moltissimi altri. Sono citati perfino i dolci, gli snack, le patatine, i popcorn. Non è un mistero, innumerevoli cibi di tutto il mondo sono ricchi di sodio. O di grassi. O di altri nutrienti che da anni le istituzioni sanitarie affermano che dovremmo ridurre nella dieta. La notizia è dunque che l'OMS sostiene che dobbiamo mangiare meno sodio. Non è proprio una notizia.

Lo stesso Ministero della Salute italiano, riferendosi alle indicazioni dell'OMS sul consumo giornaliero di sale, ha intrapreso alcune azioni per la sua riduzione. Come riferisce il Ministero:

Nell’ambito dell’obiettivo di promuovere prodotti sani per scelte sane il Programma Guadagnare salute ha favorito la riduzione del consumo di sale anche attraverso accordi volontari con l’industria alimentare e con le principali associazioni nazionali dei panificatori artigianali per riformulare una ampia gamma di prodotti disponibili sul mercato, a partire dal pane, prima fonte di sale nell’alimentazione degli italiani, ma anche gnocchi confezionati, primi piatti pronti surgelati, zuppe e passati di verdura surgelati.

Vogliamo sostenere che questo sia la prova che l'intera industria alimentare italiana rischia di estinguersi?

E in ogni caso, non si parlava di tasse ed "etichette raccapriccianti" o "come il fumo"? Sembra che ogni cosa che si può ricondurre, direttamente o (molto) indirettamente, all'OMS, sia buona per sostenere la tesi che i cibi italiani sono nel mirino.

«...è ovvio che l’Onu non cita espressamente nei suoi documenti i prodotti italiani nè dice che sono come il fumo», scrive Il Sole.

Ecco. Il problema è che i lettori avevano invece capito proprio questo, leggendo il primo articolo del Sole 24 Ore. 

Perché ciò di cui stiamo discutendo ora non sono le etichette sui formaggi e le politiche dell'OMS a riguardo. Stiamo discutendo di giornalismo.

Il Sole 24 Ore ha attribuito all'OMS una affermazione («Olio e Grana come il fumo») mai scritta in alcun documento. Lo ammette lo stesso giornale, senza però riconoscere l'errore. Quel virgolettato, una volta finito nell'ecosistema informativo e nel ciclo delle notizie, è facilmente (e prevedibilmente) diventato grana dannoso come il fumo. È diventato propaganda politica (si veda l'uscita di Matteo Salvini), si è trasformato in sdegno e scandalo.

Come abbiamo scritto nel post precedente: una pseudo-notizia, che per 24 ore ha generato confusione, polemiche e propaganda politica. È stata forzata la mano, dando un taglio sensazionalistico a una notizia. Il sensazionalismo è la bestia nera del giornalismo.

Se Il Sole avesse voluto offrire al pubblico un approfondimento sulla questione corredato di link, documenti, riferimenti, immagini, allo scopo di sollevare domande anche sensate e legittime sul problema delle etichettature, e sull'impatto che questo potrebbe avere sul mercato alimentare, avrebbe potuto farlo subito. Avrebbe potuto pubblicare un articolo con il necessario contesto di fatti, dati e riferimenti che permettessero ai lettori di farsi una propria opinione. Evitando di pubblicare un pezzo che, al contrario, di quei riferimenti era privo.

Oggi, sarebbe bastato un semplice cari lettori scusate abbiamo sbagliato.

Leggi anche >> L’Onu non ha detto che formaggi e prosciutti italiani sono “come il fumo” e vanno tassati

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La lotta dei rider per il riconoscimento dei diritti, le sentenze della magistratura, le proposte della politica

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Luigi Di Maio li ha definiti “simbolo di una generazione abbandonata dallo Stato”: sono i circa diecimila rider impiegati dalle piattaforme di food delivery in Italia. Il loro lavoro – la consegna in bicicletta o motorino di pasti prenotati tramite app – dovrebbe essere un hobby, un lavoretto: sono infatti un esempio di gig economy, il modello di mercato basato sull’intermediazione tra le esigenze degli utenti e la disponibilità di lavoratori occasionali. Eppure le condizioni di lavoro cui sono sottoposti fanno discutere: a Torino, Milano e Bologna i rider hanno dato vita a forme di sindacalismo sociale auto-organizzato, rivendicando diritti soprattutto in termini di sicurezza sul lavoro e superamento del cottimo.

Le vertenze sono arrivate anche di fronte ai giudici del lavoro, con le prime due sentenze sulla natura giuridica dell’attività dei rider, e hanno portato anche la politica a interrogarsi sul tema, affrontando questioni come la protezione dei terzi in caso di incidenti e il ruolo dell’algoritmo (reputazionale e non) nella gestione del lavoro. Pur nella modernità tecnologica della gestione dell’attività, infatti, la situazione dei rider solleva una questione giuridica già molto dibattuta: i confini della subordinazione nel rapporto di lavoro.

Subordinazione e tutele o autonomia e flessibilità?

Il codice civile italiano distingue nettamente tra autonomia e subordinazione: mentre il contratto d’opera, cioè il contratto tra un professionista autonomo e il suo committente (disciplinato dall’art. 2222 del codice civile) prevede una prestazione prevalentemente personale per compiere un’opera o un servizio “senza vincolo di subordinazione”, tale vincolo è invece essenziale nel rapporto subordinato (art. 2094 c.c.).

La distinzione è piuttosto importante, dal momento che le norme inderogabili di tutela del lavoratore si ricollegano ancora principalmente a chi presta il proprio lavoro alle dipendenze dell’imprenditore: in origine, infatti, gli autonomi erano professionisti (artisti, architetti, avvocati…) che avevano già strumenti commerciali per riequilibrare il rapporto e ottenere, negoziando, un contratto favorevole.

Siccome le tutele sociali sono rimaste principalmente legate alla qualificazione del rapporto di lavoro come subordinato, nel nostro ordinamento vige il principio di indisponibilità del tipo contrattuale: la scelta sul punto non spetta alle parti, ma deve corrispondere alla realtà. Nel verificare la natura del rapporto durante una causa, dunque, il giudice non si limiterà ad approvare quanto dichiarato nel contratto, ma dovrà guardare alla sostanza del rapporto. Per accertare la natura del rapporto, negli anni, la giurisprudenza ha identificato degli indici di subordinazione, di cui tener conto per qualificare il rapporto come dipendente: l’utilizzo di locali aziendali e di strumenti di proprietà del datore di lavoro per lo svolgimento dell’attività, la presenza costante, la necessità di concordare assenze o periodo feriale, il ricevere costantemente ordini e disposizioni (controllati ed eventualmente sanzionati in caso di mancato rispetto).

La sentenza di Torino: i rider di Foodora devono essere considerati autonomi

Questi problemi di qualificazione sono tornati di attualità di fronte al fenomeno della cosiddetta gig economy, ossia quel modello di mercato del lavoro in cui le prestazioni professionali sono on demand, su richiesta, e, quindi, occasionali. Normalmente, i lavoratori che offrono la propria attività sono freelancer, cioè autonomi. L’organizzazione strutturale di questo tipo di mercato è gestita tramite piattaforme digitali, in grado di aggregare domanda e offerta di prestazioni, intermediando le disponibilità dei lavoratori con le esigenze degli utenti finali: da Uber a Deliveroo, Glovo, JustEat, Foodora.

Riguardo a quest’ultimo caso, e ai lavoratori che vi prestano servizio, in Italia si è giunti a una prima pronuncia che ha confermato la qualificazione giuridica contrattuale di lavoro autonomo. Il caso riguardava sei rider che, dopo aver partecipato alle mobilitazioni torinesi del 2016 per migliori condizioni di lavoro, si erano trovati sloggati dalla app di Foodora, la piattaforma per cui consegnavano vivande, subendo di fatto l’interruzione del rapporto di lavoro.

Nel ricorso al tribunale di Torino, i fattorini estromessi chiedevano in via principale la qualificazione del rapporto subordinato, con tutte le conseguenze giuridiche del caso: il giudice torinese ha però rigettato il ricorso, ritenendo che il rapporto tra i sei rider e la piattaforma fosse di tipo autonomo. Prima di affrontare nel merito la questione, la pronuncia premette che oggetto esclusivo della causa è il rapporto tra le parti, specificando che nella “sentenza non verranno quindi prese in considerazione le questioni relative all’adeguatezza del compenso e al presunto sfruttamento dei lavoratori da parte dell’azienda, né tutte le altre complesse problematiche della c.d. Gig Economy”.

Ma quali sono i ragionamenti del giudice per qualificare come autonomo il rapporto? L’argomento cardine è la libertà dei rider di accettare o meno la chiamata per le consegne. “Il rapporto di lavoro intercorso tra le parti – spiega infatti la sentenza – era caratterizzato dal fatto che i ricorrenti non avevano l’obbligo di effettuare la prestazione lavorativa e il datore di lavoro non aveva l’obbligo di riceverla”. Sembra proprio questo il requisito che ha convinto il giudice dell’autonomia del rapporto: “questa caratteristica del rapporto di lavoro intercorso tra le parti può essere considerata di per sé determinante ai fini di escludere la sottoposizione dei ricorrenti al potere direttivo e organizzativo del datore di lavoro perché è evidente che se il datore di lavoro non può pretendere dal lavoratore lo svolgimento della prestazione lavorativa non può neppure esercitare il potere direttivo e organizzativo”.

In questa argomentazione il giudice torinese ricalca (e cita) una pronuncia piuttosto datata della Corte di Cassazione, relativa al caso dei pony-express: i fattorini dell’epoca, qualificati come autonomi, consegnavano plichi senza essere obbligati a priori a rispondere alle richieste di consegna che giungevano loro via radio. Il caso dei rider di Foodora sembra equiparabile a quello dei pony express, con una differenza tecnologica: il ricorso a strumenti digitali che regolano lo svolgimento delle prestazioni lavorative dei moderni fattorini.

Secondo Patrizia Tullini, professoressa dell’Università di Bologna, il giudice torinese avrebbe affrontato il caso “come se trent’anni e oltre di riflessione giuridica e d’intenso interventismo legislativo sulle (nuove) forme di lavoro non avessero lasciato alcuna traccia”. Il giudice che si è espresso sui rider Foodora non sembra infatti aver tenuto conto di quegli orientamenti che considerano la concreta situazione socio-economica del lavoratore come sintomo della subordinazione. Inoltre, ponendo la libertà di accettazione della consegna come centrale per dichiarare l’autonomia del rapporto, non valuta se quella libertà sia piena ed effettiva: davvero la mancata disponibilità del rider non ha conseguenze sul suo rapporto di lavoro?

Anche all’estero il tema è dibattuto: in Gran Bretagna, ad esempio, gli autisti di Uber (che diversamente dai fattorini Foodora sono vincolati all’accettazione della corsa) sono stati riconosciuti come workers (non subordinati quanto gli employees, ma nemmeno pienamente autonomi), con il conseguente riconoscimento dei minimi retributivi e del diritto alle ferie, così come una rider della piattaforma CitySprint. Su Uber, alle stesse conclusioni sono giunte pronunce da BrasileStati Uniti. In Spagna, la sentenza del Juzgado de lo Social di Valencia ha riconosciuto l’autonomia fittizia dei rider di Deliveroo, sulla base di una norma spagnola che ricalca il nostro art. 2094 c.c..

Tornando all’ordinamento italiano, sul fronte opposto rispetto al precedente dei pony-express, che considera determinante la non obbligatorietà della prestazione nella definizione del rapporto come autonomo, c’è la sentenza 30/1996 della Corte Costituzionale: con quella pronuncia, la Consulta definiva la subordinazione sulla base congiunta di due diversi requisiti: “l’alienità (nel senso di destinazione esclusiva ad altri) del risultato per il cui conseguimento la prestazione di lavoro è utilizzata, e l'alienità dell'organizzazione produttiva in cui la prestazione si inserisce”. In altri termini, per essere considerato dipendente il lavoratore non deve né gestire la struttura organizzativa in cui opera (“in una organizzazione produttiva sulla quale il lavoratore non ha alcun potere di controllo”) né deve essere suo il risultato delle prestazioni professionali. La teoria della doppia alienità è però rimasta estremamente minoritaria.

In questo solco sembrava porsi la previsione di uno dei decreti attuativi del Jobs act, (art. 2, co. 1, d.lgs 81/2015), che applica la tutela per il lavoro subordinato anche ai casi di etero-organizzazione, cioè quando vi siano rapporti di “collaborazione che si concretano in prestazioni di lavoro esclusivamente personali, continuative e le cui modalità di esecuzione sono organizzate dal committente anche con riferimento ai tempi e al luogo di lavoro”. Il giudice di Torino, tuttavia, aderendo al filone che considera tale riforma come una norma-apparente, cioè una legge dichiarativa senza efficacia, considera la norma in senso restrittivo, ritenendo che l’inciso “anche con riferimento ai tempi e al luogo di lavoro” riduca il campo di applicazione della norma stessa.

Secondo il giudice torinese, quindi, nel rapporto dei fattorini Foodora non si rileva né subordinazione né collaborazione etero-organizzata: le telefonate di sollecito, le penali in caso di ritardi delle consegne, il controllo GPS non costituiscono i tipici poteri datoriali disciplinare e di vigilanza, ma semplicemente delle necessarie forme di coordinamento alla luce della natura dell’attività di food delivery. E l’esclusione temporanea o definitiva dalla chat aziendale (utilizzata come forma di ritorsione, secondo i rider ricorrenti) non costituirebbe una sanzione, perché la chiamata del rider a fronte della sua disponibilità non sarebbe un diritto del lavoratore, ma un’espressione della libertà tra le parti tipica di un rapporto autonomo.

Nonostante un’altra pronuncia, questa volta del tribunale di Milano (ma talmente recente da non essere ancora motivata né quindi commentabile), confermi la dichiarazione della natura autonoma del rapporto di lavoro dei fattorini, il tema sembra destinato a rimanere aperto: diversi giuslavoristi si stanno infatti interrogando da tempo sulla qualificazione del lavoro nella cosiddetta gig economy, l’economia del lavoretto in cui le prestazioni professionali smettono di essere a tempo pieno per trasformarsi in poco più che un passatempo.

Le proposte politiche per regolare la situazione dei rider

Se la qualificazione giuridica continua a essere dibattuta, il piano politico non è certo meno agitato. Sul piano nazionale, uno dei primi atti di Luigi Di Maio da ministro del Lavoro e dello Sviluppo economico è stato l’incontro con i rider. Anche le piattaforme sono state ricevute e l’affermazione da parte del ministro dell’intenzione di voler regolare il fenomeno (unito alla bozza di legge circolata nei giorni successivi) ha provocato prima assoluta contrarietà, poi la base delle trattative per un contratto collettivo: la norma di legge rappresenterebbe dunque l’extrema ratio qualora le parti non dovessero raggiungere un accordo.

Al momento, il testo del Decreto Dignità non contiene previsioni sulla gig economy, ma in conferenza stampa Di Maio ha annunciato di essere pronto a inserirne per tutelare i lavoratori. Ma qual era la proposta ministeriale? La prima bozza di norme in materia di lavoro tramite piattaforme digitali, applicazioni e algoritmi chiariva già nei primi due commi dell’art. 1 la pressoché automatica natura subordinata del rapporto contrattuale dei fattorini al servizio di piattaforme digitali.

  1. È considerato prestatore di lavoro subordinato, ai sensi dell’art 2094 del codice civile, chiunque si obblighi, mediante retribuzione, a collaborare nell’impresa, prestando il proprio lavoro intellettuale o manuale, alle dipendenze e secondo le direttive, almeno di massima, dell’imprenditore, anche nei casi nei quali non vi sia la predeterminazione di un orario di lavoro e il prestatore sia libero di accettare la singola prestazione richiesta, se vi sia la destinazione al datore di lavoro del risultato della prestazione e se l’organizzazione alla quale viene destinata la prestazione non sia la propria ma del datore di lavoro.
  2. L’organizzazione fa capo al datore di lavoro qualora la prestazione di lavoro avvenga tramite piattaforme digitali, applicazioni e algoritmi elaborati dal datore di lavoro o per suo conto, anche se la prestazione stessa sia svolta in tutto o in parte con strumenti nella disponibilità del prestatore.

Nel testo sembra riecheggiare la sentenza Foodora di Torino, che viene però ribaltata: i profili di autonomia individuati dal giudice vengono considerati eccezioni previste per legge, quindi riconducibili alla subordinazione. Dunque, ad esempio, le direttive datoriali dovrebbero essere “almeno di massima”. O, ancora, né la mancata predeterminazione dell’orario, né la possibilità di sottrarsi a singole prestazioni, né l’utilizzo di strumenti nella disponibilità del lavoratore escluderebbero la subordinazione. La soluzione è quindi netta e conserva la dicotomia tra autonomia e subordinazione: la gig economy rientrerebbe nel sistema binario del codice civile, con l’allargamento per legge della categoria dei lavoratori dipendenti, così ignorando però le peculiarità di flessibilità e residualità delle prestazioni on demand tramite piattaforme.

Nel frattempo, si fanno strada proposte locali: a Milano è stato aperto questa settimana uno sportello di informazione e consulenza dedicato ai rider nei locali del Centro Comunale per l’impiego e la formazione, mentre altrove vengono presentati progetti di disciplina come la Carta dei diritti fondamentali del lavoro digitale nel contesto urbano del Comune di Bologna e la proposta di legge della Regione Lazio.

Il testo di Bologna prevede degli standard minimi di tutela per “tutti i lavoratori e collaboratori, operanti all’interno del territorio della Città metropolitana di Bologna, indipendentemente dalla qualificazione dei rapporti di lavoro”, ossia a prescindere che lavorino con un contratto di tipo subordinato o autonomo. I diritti previsti vanno dai doveri di informazione sul contenuto del contratto agli obblighi in tema di salute e sicurezza, con la stipulazione a carico delle piattaforme di assicurazioni contro infortuni, malattie professionali e sinistri stradali, passando per i divieti di discriminazione e la necessità che l’eventuale recesso sia motivato (e comunque possibile solo per giusta causa o notevole inadempimento contrattuale). Esiste, inoltre, un dovere di trasparenza rispetto ai meccanismi reputazionali: sia i rider sia gli utenti delle piattaforme devono essere informati sugli effetti che il rating può avere sul rapporto di lavoro ed esso deve essere contestabile dal lavoratore con una procedura di accertamento terza e imparziale.

La Carta dei diritti fondamentali del lavoro digitale nel contesto urbano ha il valore di un accordo: a firmare dal lato delle piattaforme è stata però soltanto una società di food delivery locale, la Meal srl, con le app Sgnam e Mymenu. La schiera dei firmatari che rappresentano i lavoratori è invece più nutrita: Cgil, Cisl e Uil e Riders Union Bologna. Quest’ultima realtà rappresenta un interessante esempio di “sindacalismo sociale metropolitano” che, come spiega Martelloni dell’Università di Bologna, ha mutuato dalla IWGB (Independent Workers Union of Great Britain) “strumenti di azione collettiva e forme d’organizzazione e comunicazione adottate nel Regno Unito nel corso delle proteste degli autisti di Uber” e, diversamente dai gruppi autorganizzati di Torino e Milano, ha subito indirizzato le rivendicazioni non verso le piattaforme, ma nei confronti delle istituzioni locali, coinvolgendo il Comune nelle vertenze. E infatti il valore dell’aggregazione dei lavoratori è considerato nella Carta: gli articoli 9 e 10 riconoscono in capo ai lavoratori digitali la libertà di organizzazione sindacale e il diritto al conflitto, che si concretizzano nella possibilità di astensione collettiva dal lavoro (dando legittimità quindi anche allo sciopero di lavoratori autonomi) e di svolgere assemblee (anche durante l’orario di lavoro, nel limite di dieci ore annue). Anche il diritto a un compenso equo e dignitoso viene quantificato con riferimento alla contrattazione collettiva, non potendo essere inferiore “ai minimi tabellari sanciti dai contratti collettivi di settore sottoscritti dalle organizzazioni sindacali comparativamente più rappresentative per prestazioni equivalenti o equiparabili”.

Peraltro, di recente si sono concluse le trattative per la definizione della figura dei rider all’interno del contratto collettivo nazionale Logistica, trasporti, merci e spedizioni. L’impatto sulla situazione dei fattorini sembrerebbe però più simbolico che pratico, almeno per ora: innanzitutto, perché i contratti collettivi si riferiscono ai lavoratori subordinati, e, come si è visto, la qualificazione dei rider come dipendenti è una questione dibattuta. Inoltre perché, in Italia, il contratto collettivo non è valido per tutti, ma ha forza di legge solo tra le parti. Alcune previsioni, in particolare quelle relative al compenso minimo, potrebbero comunque essere utilizzate come parametro esterno dai giudici, per adeguare trattamenti economici troppo bassi, dal momento che il lavoratore – recita la Costituzione all’articolo 36 – ha diritto a una retribuzione “proporzionata alla quantità e qualità del suo lavoro e in ogni caso sufficiente ad assicurare a sé e alla famiglia un'esistenza libera e dignitosa” e il contratto collettivo può (ma non necessariamente deve) essere considerato in giudizio come un criterio di confronto tra il dettato costituzionale e l’attualità economica. Restano però vivi tutti i problemi relativi alla qualificazione contrattuale del lavoro dei rider e la necessità dell’intervento di un giudice per garantire, eventualmente, tutele equivalenti ad alcune previsioni del contratto collettivo che altrimenti si applicherebbe solamente ai lavoratori subordinati impiegati presso piattaforme firmatarie del contratto stesso o a esso aderenti.

Tornando alle proposte di disciplina, oltre alla Carta di Bologna, è stato presentato un altro progetto politico, la legge regionale del Lazio in tema di tutela della salute e sicurezza dei lavoratori digitali. Anche in questo caso, le norme si applicano a prescindere dalla qualificazione giuridica del rapporto tra la piattaforma e il rider: per lavoratore digitale si intende infatti una “persona che offre alla piattaforma digitale la disponibilità della propria attività di servizio”. La proposta di legge disciplina alcune questioni presenti anche nella carta bolognese, prevedendo anche delle sanzioni amministrative: le misure in tema di salute e sicurezza dei lavoratori, la tutela assistenziale e previdenziale, i diritti di informazione, pari trattamento e non discriminazione, la trasparenza dei meccanismi di rating reputazionale. Sul compenso, la proposta di legge regionale vieta il ricorso al cottimo e indica i contratti collettivi di lavoro sottoscritti dalle organizzazioni sindacali comparativamente più rappresentative come parametro sia per la misura minima oraria, sia per le eventuali maggiorazioni.

Il testo regionale, peraltro, prevede l’istituzione di un Portale del lavoro digitale (con l’Anagrafe dei lavoratori e un Registro delle piattaforme, entrambi a iscrizione gratuita) e di una Consulta dell’economia e del lavoro digitale come organismo permanente di consultazione in materia.

La differenza sostanziale tra la Carta dei diritti fondamentali del lavoro digitale nel contesto urbano, elaborata dal Comune di Bologna, e la legge regionale, proposta dalla giunta della Regione Lazio, sorge dalla diversa natura dei due documenti: quello bolognese è un accordo, vincolante per i firmatari, quella laziale è invece una legge, valida per tutti, a prescindere dal consenso, entro il territorio regionale.

Se quindi, tramite la negoziazione con le parti sociali, nella Carta di Bologna possono essere previsti interessanti diritti soprattutto in tema sindacale, il progetto della giunta Zingaretti dovrebbe avere invece valore di legge, anche se con un ambito ridotto. La limitazione dell’ambito disciplinato dalla proposta di legge regionale dipende dal rischio di conflitti di attribuzione rispetto alle competenze statali: la Regione Lazio deve infatti rimanere entro la materia di competenza concorrente di tutela e sicurezza sui luoghi di lavoro, come previsto dall’art. 117, co. 3 Cost.

Il rischio di incappare in vizi di costituzionalità non è da trascurare: nel 2003 la Consulta ha dichiarato illegittima la legge regionale del Lazio sul mobbing e, in tema di apprendistato, la Corte ha avuto modo di precisare come le Regioni non possano legiferare sul rapporto di lavoro, imponendo alle parti obblighi che solo la normativa statale potrebbe imporre. Zingaretti ha comunque cercato di spostare la dialettica dal piano giuridico a quello politico, definendo il progetto regionale come un contributo alla legislazione nazionale e chiedendo a Di Maio di non impugnare la legge.

La reazione delle piattaforme: la Carta dei valori del food delivery

Se l’accademia si interroga e la politica si muove, le piattaforme digitali non stanno ferme.

Dopo l’annuncio di Di Maio di voler regolare le condizioni dei rider, Gianluca Cocco, amministratore delegato di Foodora Italia, intervistato dal Corriere della Sera, aveva rilasciato dichiarazioni piuttosto dure: «Se fossero vere le anticipazioni del decreto dignità che il ministro Di Maio ha fornito alle delegazioni di rider incontrate, dovrei concludere che il nuovo governo ha un solo obiettivo: fare in modo che le piattaforme digitali lascino l’Italia».

Il giudizio netto non ha impedito comunque a Foodora di sedersi al tavolo delle trattative con il ministro Di Maio, insieme a delegazioni dei rider, sigle sindacali e altre piattaforme come Deliveroo, Glovo e JustEat. Nel frattempo, però, Foodora, Foodracers, Moovenda e Prestofood, “insieme per garantire le migliori condizioni di lavoro per i rider”, hanno siglato la Carta dei valori del food delivery.

Diversamente dalle proposte viste finora, questo documento rappresenta un atto unilaterale: non è quindi né una proposta di legge, né un accordo negoziato tra parti contrapposte, bensì una dichiarazione di intenti che le piattaforme firmatarie si impegnano a rispettare. A differenza della Carta di Bologna e della proposta regionale del Lazio, la Carta dei valori chiarisce subito la qualificazione autonoma dei fattorini: ai rider sarà infatti “applicata una contrattualizzazione con contratti di collaborazione coordinata e continuativa”, che nelle intenzioni delle aziende dovrebbe contemperare la flessibilità dell’attività con la tutela dei lavoratori, ad esempio attraverso tutele INPS e copertura assicurativa INAIL in caso di infortuni sul lavoro. La Carta dei valori impegna poi le aziende firmatarie a fornire adeguata informazione sulle tematiche di sicurezza sul lavoro, a procurare dispositivi di protezione individuale (casco per ciclisti, luci di posizione, giacca o maglietta ad alta visibilità e zaino termico), a cui si aggiunge l’impegno a stipulare accordi con ciclo-officine per agevolazioni sulla manutenzione dei mezzi che i rider utilizzeranno per svolgere l’attività.

Ulteriore impegno assunto dalle piattaforme firmatarie è la corresponsione di un “compenso equo ed adeguato in parte su base oraria ed in parte legato agli aspetti premiali e motivazionali”: a differenza dell’accordo bolognese o della proposta di legge regionale del Lazio, che fanno riferimento ai contratti collettivi, nella Carta dei valori manca un riferimento ai parametri che dovrebbero garantire l’equità del compenso, come i minimi tabellari. L’assenza del riferimento, accostato alla mancata concessione di diritti sindacali, come la libertà di organizzazione sindacale, di assemblea o di astensione collettiva, non stupisce: quello siglato da Foodora resta un documento aziendale, esteso a diverse piattaforme, in cui la parte datoriale si impegna a concedere determinate tutele. L’iter di formazione dell’atto, così come la sua natura, differiscono quindi da qualunque accordo, contratto collettivo o legge, perché il soggetto obbligato è il medesimo soggetto che ha redatto la Carta.

Tornando al contenuto della Carta dei valori del food delivery, due previsioni ulteriori sono particolarmente interessanti: l’assicurazione per danni a terzi e la dichiarazione di non utilizzo di algoritmi reputazionali.

Si legge che “le aziende firmatarie si impegnano ad attivare un’Assicurazione integrativa, totalmente a loro carico, per la copertura di eventuali danni a terzi che si dovessero verificare nell’ambito dell’attività dei rider”. Il tema della responsabilità e del risarcimento danni è piuttosto complesso e la qualificazione del tipo contrattuale, subordinato o autonomo, finisce per influire anche sul diritto dei terzi che abbiano subito un danno a ottenere risarcimento. L’interesse dei terzi danneggiati è stato tenuto in considerazione in diverse pronunce, e in questo campo le nozioni civilistiche di diritto assicurativo si fondono alle esigenze dei lavoratori: in questo modo, l’esigenza di sicurezza stradale apre la strada alla garanzia delle tutele giuslavoristiche. È il caso della sentenza del 16 ottobre 2014 del Tribunal de Grande Instance di Parigi, poi confermata in appello, che, nel condannare Uber per concorrenza sleale, evidenziava anche problemi di selezione, formazione e responsabilità degli autisti, i cui contratti non sarebbero sufficientemente chiari in merito alle condizioni assicurative necessarie per garantire il risarcimento di eventuali danni ai terzi trasportati. Negli U.S.A., in diverse cause, gli autisti di Uber sono stati riconosciuti employees, quindi lavoratori subordinati, non solo su ricorso degli autisti stessi, ma anche in via incidentale, ad esempio nel caso Erik Search, in cui si è riconosciuta la responsabilità dell’azienda californiana e il risarcimento dei danni alla vittima per il fatto dell’autista, qualificato nella sentenza come lavoratore subordinato.

Anche l’algoritmo reputazionale è stato considerato da diversi giudici un indice di subordinazione, pur essendo un tratto caratteristico delle piattaforme digitali. Nell’attività di intermediazione tra lavoratori e utenti, infatti, il giudizio dei fruitori del servizio, tramite rating sulle app, dovrebbe servire a gestire al meglio il servizio stesso. Il flusso di informazioni ha però dei risvolti giuridici non trascurabili. Alessandra Ingrao, dell’Università degli Studi di Milano, spiega ad esempio che le piattaforme digitali di gig economy, tramite il sistema di feedback e di recensioni della clientela, raccolgono enormi quantità di dati. Questi dati, riferibili a ogni lavoratore, sono poi inseriti in una infrastruttura di calcolo, l’algoritmo, che li aggrega, analizza e rielabora producendo ulteriori informazioni.

La piattaforma, dunque, all’esito della sequenza algoritmica descritta si trova in possesso di un’informazione di tipo inferenziale che disvela il grado di professionalità, abilità e performance riferibile ad ogni singolo prestatore, o, perlomeno, il grado mediamente percepito soggettivamente dal consumatore finale del servizio.

In altre parole, il sistema di raccolta dati sulla soddisfazione degli utenti permette di calcolare asetticamente il grado di efficienza del lavoratore e, nel caso, di prendere i provvedimenti contro i lavoratori non ritenuti idonei rispetto agli standard di qualità della piattaforma.

Guardando la questione sul piano meramente giuslavoristico, dunque, l’algoritmo reputazionale può essere considerato lo strumento di due poteri tipicamente datoriali. Da un lato, può essere usato come meccanismo di controllo pervasivo e costante della prestazione del lavoratore. Dall’altro, qualora a esso si associno sistemi di rating, vi si aggiungerebbe un potere disciplinare: al livello di efficienza (o semplicemente al maggior numero di disponibilità accordate per le corse) potrebbe corrispondere un maggior numero di proposte. Non solo: se invece che sul calcolo dei tempi il ranking si basasse sul gradimento degli utenti, si farebbe anche strada il rischio di discriminazione.

Sono queste alcune delle argomentazioni alla base di pronunce che qualificano gli autisti Uber come lavoratori subordinati: l’esclusione dalla piattaforma in caso di punteggio inferiore a 4.5 su 5 è stata infatti considerata alla stregua di un licenziamento. Nel caso dei rider il potere dell’algoritmo sembra meno stringente, ma nella causa decisa a Torino sui sei fattorini Foodora estromessi dalla piattaforma il giudice sembra non aver tenuto in considerazione gli effetti di riduzione della libertà di proporsi o meno per le prestazioni: è questa l’opinione di De Stefano, professore all’Università di Lovanio, che sostiene come gli elementi del potere direttivo emergano nei momenti di disponibilità del lavoratore: “Non si può sottovalutare come durante i momenti di lavoro, invece, la sottoposizione al potere direttivo della piattaforma sia assolutamente pressante e ancora una volta si tratta innanzitutto di capire se è vero che questa flessibilità sia effettiva”.

Resta infatti da capire se l'algoritmo dell’app sia influenzato dalle risposte dei fattorini, cioè se un rider, qualora non garantisca la disponibilità o non accetti di effettuare le consegne, riceva meno proposte di corse e, quindi, di lavoro. Se questa penalizzazione dovesse essere accertata, si tratterebbe di un indice di subordinazione, rappresentando essa un’espressione del potere disciplinare, per quanto automaticamente azionato. Con la Carta dei valori del food delivery e l’impegno a non utilizzare algoritmi reputazionali, quindi, le piattaforme firmatarie dichiarano di voler tutelare i rider dal potere dei sistemi di rating ma, nel contempo, si pongono al riparo da quanto potrebbe eventualmente sostenere la giurisprudenza in controtendenza rispetto alla sentenza di Torino. In ogni caso, la questione resta aperta, visto che l’algoritmo invece rimane chiuso: la Carta dei valori specifica infatti che ”le aziende si riservano di tutelare la riservatezza dell’algoritmo alla base della piattaforma, elemento di proprietà intellettuale e chiave della competizione tra imprese”.

Foto in anteprima via gruppo Facebook Riders Union Bologna

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L’Onu non ha detto che formaggi e prosciutti italiani sono “come il fumo” e vanno tassati

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Onu, agroalimentare italiano sotto accusa: «Olio e Grana come il fumo»

Quello che avete appena letto è il titolo di un articolo pubblicato su Il Sole 24 Ore il 17 luglio. Il pezzo si apre poi con una denuncia:

Il Parmigiano reggiano, il Prosciutto di Parma, ma anche la pizza, il vino e l’olio d’oliva. Tutti rischiano di fare la fine delle sigarette: tassati, e con tanto di immagini raccapriccianti sulle confezioni per ricordare che «nuocciono gravemente alla salute».

Il quotidiano economico non è però il solo a riportare questa "notizia". Anche Il Giornale titola:

"Il parmigiano come il fumo". L'assurda crociata dell'Oms che penalizza il made in Italy

Anche secondo Il Corriere della Sera, che cita il Sole 24 Ore, il parmigiano sarebbe «nel mirino» dell'Onu.

Di fronte a questi titoli, il lettore non può che trarre una conclusione: l'Onu, attraverso l'Organizzazione Mondiale della Sanità, ha deciso davvero di dichiarare guerra ad alcuni prodotti italiani. Non solo. Da qualche parte, in qualche circostanza, l'Onu avrebbe detto che questi prodotti sono «come il fumo». La similitudine «come il fumo», che Il Sole 24 ore attribuisce all'Onu nel virgolettato riportato nel titolo, è infatti ambigua. Sembra quasi che l'Onu abbia detto che il parmigiano è dannoso tanto quanto il fumo. TGcom24 infatti titola proprio così:

"Il Parmigiano fa male come le sigarette"

La "notizia" che, secondo l'Onu, il Parmigiano Reggiano, il Grana Padano, il Prosciutto di Parma e altri prodotti italiani andrebbero tassati ed etichettati con immagini raccapriccianti e che addirittura, secondo la stessa Onu, il formaggio farebbe male come le sigarette, ha ovviamente generato scalpore, proteste, polemiche.

Matteo Salvini è intervenuto subito sulla vicenda, affidando il proprio sdegno a un tweet:

Cosa (non) ha detto l'Oms

È bene chiarirlo subito: l'Onu e l'Oms non hanno mai detto né scritto che il Parmigiano, il Grana, il Prosciutto di Parma, l'olio, la pizza, o qualsiasi altro prodotto italiano, siano dannosi come il fumo, come affermato da Salvini e da alcuni media. Non ha neanche sostenuto che questi prodotti debbano essere etichettati come lo sono i pacchetti di sigarette, cioè con immagini raccapriccianti. In verità non hanno proprio parlato di formaggi e prosciutti italiani, né di olio né di pizza. Può sembrare esagerato affermare che si tratta di una completa invenzione. Eppure, di fatto, è così.

Il Sole 24 Ore attribuisce all'Oms dichiarazioni, prese di posizione, intenzioni, senza citare e riportare un solo riferimento, una fonte, un link. Nulla. Ma allora da dove prende spunto l'articolo che ha generato la polemica?

Quello che in realtà è successo è che l'Oms, lo scorso giugno, ha pubblicato un rapporto intitolato Time to deliver: report of the WHO Independent High-Level Commission on Noncommunicable Disesaes. Il documento, frutto del lavoro di una commissione istituita nell'ottobre del 2017, affronta il tema delle "malattie non comunicabili" e delle politiche da adottare per il contrasto a queste patologie.

Le "malattie non comunicabili" (NCDs) sono quelle malattie che hanno in comune il fatto di non essere trasmissibili da persona a persona. In questa categoria vengono comprese numerose patologie, come ad esempio quelle cardiovascolari, tumori, malattie croniche respiratorie, il diabete. Secondo i dati dell'Oms, le NCDs sono responsabili della morte, ogni anno, di 41 milioni di persone nel mondo. Il 71% di tutte le morti. Molte di queste malattie sono causate da una combinazione di fattori: genetici, ambientali, comportamentali (come gli stili di vita, anche alimentari). Uno degli obiettivi dell'Agenda 2030 per lo Sviluppo Sostenibile è la riduzione di un terzo delle morti premature causate dalle NCDs, attraverso il trattamento e la prevenzione.

Come spiega il portale Epicentro dell'Istituto Superiore di Sanità, il rapporto Time to deliver dell'Oms elenca sei raccomandazioni, rivolte ai governi e ai decisori politici con l'obiettivo di contrastare le NCDs. Per esempio, la raccomandazione numero 4 ("collaborate and regulate") invita i governi a « collaborare, stabilire accordi e regole con i privati e la società civile» (come sintetizza il portale Epicentro).

Al punto "E" di questa raccomandazione si legge che dovrebbe essere considerata l'introduzione di incentivi e disincentivi fiscali per incoraggiare stili di vita salutari, scoraggiando la commercializzazione, la disponibilità e il consumo dei prodotti non salutari. È un'affermazione abbastanza generica. In ogni caso, anche in questo punto, non si parla né di formaggi né di prosciutti italiani, né si "prende di mira" qualsiasi altro prodotto "Made in Italy".

È vero che in un'altra pagina del documento si parla di "front-of-pack labelling", cioè della etichettatura dei prodotti alimentari (in quel punto viene suggerita allo scopo di scoraggiare il consumo di sale). In alcuni paesi, come il Regno Unito, sono state introdotte etichettature cosiddette "semaforo". Le etichette nutrizionali, che tutti vediamo sui prodotti, indicano il valore energetico e la quantità di carboidrati, proteine, grassi, sali minerali, vitamine contenuti in un alimento.

Le "etichette semaforo" sono chiamate così perché aggiungono un colore alle informazioni nutrizionali. Verde, giallo o rosso, a seconda che la quantità dei nutrienti che è opportuno limitare (come gli zuccheri e il sale) sia bassa, media o alta. In Francia è stato adottato il Nutri-Score, un sistema di etichettatura che utilizza cinque colori, ognuno associato alla lettera A, B, C, D o E. A ogni prodotto vengono assegnati un colore e una lettera, in base a un punteggio che considera la quantità dei diversi nutrienti contenuta in quel prodotto. In Italia di recente si è aperto un dibattito sull'opportunità di introdurre etichettature nutrizionali di questo tipo e sulla loro utilità per i consumatori.

In ogni caso, l'affermazione sull'etichettatura che si legge nel rapporto dell'Oms è generica e senza riferimento ad alcun prodotto specifico, italiano o non italiano.

La "marcia indietro" dell'Oms (che non c'è stata)

Per riassumere: l'Oms non ha mai dichiarato guerra ai prodotti italiani. Se ne è accorto perfino il Consorzio del Parmigiano Reggiano. Che ha fatto una cosa molto semplice, ha letto il rapporto dell'Oms:

Abbiamo letto con attenzione il documento "Time to deliver" e risulta evidente - commenta Riccardo Deserti, direttore Consorzio Parmigiano Reggiano - che l'Oms non ha messo sotto accusa le eccellenze italiane

È il quotidiano Il Messaggero a riportare la dichiarazione del direttore del Consorzio del Parmigiano Reggiano. Lo fa però in un articolo intitolato così:

Onu, marcia indietro sul parmigiano «dannoso come il fumo»: non ci sarà il bollino nero

In sostanza: dopo aver attribuito all'Onu dichiarazioni e intenzioni mai espresse (come appiccicare bollini neri sulle forme di parmigiano reggiano), viene ora attribuita alla stessa organizzazione una "marcia indietro". Che però non è altro che una smentita di quanto era stato scritto dal Sole 24 Ore. Lo stesso Messaggero riporta infatti la dichiarazione di Francesco Branca, direttore del Dipartimento della Nutrizione per la salute e lo sviluppo dell'Oms:

L'Oms non «criminalizza specifici alimenti», ma fornisce indicazioni e raccomandazioni per una dieta sana, ha precisato Francesco Branca, direttore del dipartimento di nutrizione dell'Oms per la salute e lo sviluppo, evidenziando che le notizie di «bollini neri dell'Oms su tale o tale alimento non sono corrette».

Con la presunta "marcia indietro" dell'Oms si chiude il ciclo di una pseudo-notizia, che per 24 ore ha generato confusione, polemiche e propaganda politica.

Foto in anteprima via Pixabay

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“Decreto dignità”: lo scontro Di Maio Boeri sulle stime dell’INPS e gli 8mila contratti in meno in un anno

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Da diversi giorni c'è uno scontro tra alcuni ministri del governo Conte e il presidente dell'INPS, Tito Boeri. Al centro della dibattito, la stima – a cura dell'Istituto nazionale per la previdenza – di possibili effetti negativi sul mercato del lavoro da parte del "decreto dignità" presente all'interno della relazione tecnica della Ragioneria dello Stato che accompagna il provvedimento.

Ecco cosa è successo.

L'approvazione del "Decreto dignità" e le tempistiche della sua entrata in vigore

Lo scorso 2 luglio il consiglio dei ministri approva il cosiddetto "decreto dignità" che punta, tra le altre cose, a limitare l'utilizzo dei contratti a tempo determinato nel mondo del lavoro.

Come spiega il centro studi del Senato, ad esempio, il provvedimento riduce la durata massima del contratto di lavoro a termine da 36 mesi a un massimo di 24 mesi e per quelli che superano il limite di 12 mesi, tramite un rinnovo del contratto a termine, prevede l'obbligo di una "causale" che l'azienda deve fornire per chiarire quali sono i motivi per cui si utilizza un contratto a tempo determinato, invece che indeterminato.  Inoltre, il decreto rende più caro il rinnovo (dello 0,5% del contributo addizionale) del contratto a termine per le aziende.

La firma al testo del decreto da parte del Presidente della Repubblica, Sergio Mattarella – un passaggio necessario per essere pubblicato in Gazzetta ufficiale, entrare in vigore e passare all'esame di Camera e Senato – arriva il 12 luglio (alle 21:35, secondo quanto appreso dall'Ansa), dieci giorni dopo la sua approvazione da parte del governo.

Pochi giorni prima della notizia della firma di Mattarella, diversi media avevano pubblicato dei retroscena sulle cause di queste tempistiche e sul perché non fosse ancora entrato in vigore. Giuseppe Colombo sull'Huffington Post scriveva ad esempio che, in base a quanto riferito da "fonti del governo", "il testo definitivo del decreto non si è ancora visto alla Ragioneria dello Stato, il Dipartimento del ministero dell'Economia e delle Finanze a cui spetta il compito di esaminare ogni disegno di legge o atto del governo che può avere una ripercussione diretta o indiretta sulla gestione economica dello Stato. In pratica la Ragioneria deve dare un visto di conformità e certificare che le leggi abbiano la copertura adeguata, ponendo una bollinatura sulla relazione tecnica che accompagna il testo con le norme del provvedimento". Questo perché, continuava Colombo in base a quanto riferito dalle stesse fonti, "alcune norme hanno modificato leggi esistenti (è il caso, ad esempio, dei contratti a termine) e questo implica un lavoro di armonizzazione con la relazione tecnica (ndr della Ragioneria dello Stato). Lavoro che stanno facendo i tecnici del ministero del Lavoro e quelli degli altri ministeri che vengono toccati, seppure marginalmente, dalle nuove misure".

Alla fine, dopo la firma del Presidente della Repubblica, il decreto è entrato in vigore il 14 luglio e pubblicato in Gazzetta ufficiale.

La notizia degli 8mila contratti in meno calcolati dalla Ragioneria dello Stato e il successivo scontro politico

Il 12 luglio esce la notizia che nella relazione tecnica (preparata dalla Ragioneria dello Stato) che accompagna il decreto del governo viene indicato come "non si vedono all'orizzonte benefici occupazionali ma addirittura il rischio che restino a casa 8mila persone l'anno, con la stretta sui rinnovi dei contratti determinati, in attesa che magari arrivi un incentivo - ventilato dall'esecutivo - per facilitare quella transizione alla stabilità che è l'obiettivo dichiarato del dl Dignità", scrive Repubblica.

Nella relazione tecnica vengono stimati gli effetti sul mercato del lavoro delle modifiche, presenti nel decreto, della disciplina che regola i contratti a tempo determinato e anche quali sarebbero gli effetti finanziari.

In base a un'elaborazione su dati del Ministero del Lavoro ci sarebbero ogni anno 2 milioni di contratti a termine attivati (al netto dei lavoratori stagionali, agricoli e P.A. e compresi i lavoratori somministrati), di cui il 4% (cioè 80mila) superano i 24 mesi e quindi, secondo le nuove norme, sarebbe a rischio. Di questi, poi, la Ragioneria dello Stato stima che il 10% – cioè 8mila – "(il tasso di disoccupazione prevalente oggi in Italia) potrebbe non trovare un’altra occupazione, il che porta a concludere che nel 2019 circa 8 mila soggetti (e 3 mila nello scorcio di mesi prima della fine del 2018) sarebbero interessati da questo provvedimento – un numero che rimarrebbe costante negli anni futuri", spiega LaVoce.info. In base a ciò, specifica ancora LaVoce.info, la perdita di occupazione sarebbe dunque in tutto di ottomila unità su due milioni di contratto a termine, cioè lo 0,4%. Su queste stime, l'economista Pasquale Tridico, a capo della squadra dei consulenti tecnici di Di Maio, intervistato dal Fatto Quotidiano dichiara: «È una ipotesi legittima, ma non è affatto detto che le cose andranno così, un’impresa seria che ha fatto lavorare qualcuno per due anni davvero vorrà perderlo allo scadere del contratto? Se ne ha bisogno lo stabilizzerà o, al massimo, assumerà qualcun altro con un nuovo contratto a termine»

Dopo la pubblicazione della notizia, si accende comunque lo scontro politico tra diversi partiti all'opposizione e maggioranza.

Il segretario del Partito Democratico, Maurizio Martina, twitta

Denunce e critiche arrivano anche da Forza Italia

e Fratelli d'Italia

La replica di Di Maio

Il 14 luglio Luigi Di Maio, ministro del Lavoro e dello Sviluppo Economico, pubblica un video sulla pagina Facebook, in cui affronta anche la questione delle stime fornite dalla Ragioneria dello Stato: «Leggo sui giornali che questo decreto farebbe perdere 80mila posti di lavoro. Mi faccio una risata prima di tutto, perché 80mila non sta da nessuna parte». «Invece c'è un altro numero – prosegue il ministro –: 8mila, che i giornali riportano perché nella relazione che accompagna questo decreto c'è scritto che il provvedimento farà perdere 8mila posti di lavoro in un anno». Per il ministro quel numero «non ha nessuna validità» ed è «apparso nella relazione tecnica la notte prima che si avviasse al presidente della Repubblica».

Di Maio denuncia che quelle stime non sono state inserite dai suoi ministeri e non sono state richieste da altri ministri della Repubblica: «Il tema è: c'è un tot di contratti a tempo determinato. La relazione dice che in Italia su quel tot, per effetto di questo decreto, se ne perderanno 8mila». Il ministro domanda: «Perché nella relazione invece non c'è scritto quanti contratti a tempo indeterminato nasceranno per effetto dello stretta ai contratti a tempo determinati?». Per questo motivo, il ministro del Lavoro e dello Sviluppo Economico si definisce perplesso: «Questo decreto ha contro lobby di tutti i tipi, tanto è vero che c'è voluto un po' per farlo arrivare in porto, al Quirinale (ndr sarebbe quindi questo, per il ministro, il motivo per le tempistiche registrate tra l'approvazione – 2 luglio – e l'entrata in vigore – 14 luglio –)». Di Maio dichiara infine di avere il sospetto che quel numero sia stato un modo per incominciare a indebolire il decreto.

Alle parole di Di Maio, fonti del Ministro dell'Economia specificano all'Ansa che le relazioni tecniche sono presentate insieme ai provvedimenti dalle amministrazioni proponenti – come anche nel caso del decreto dignità, giunto al Mef corredato di relazione con tutti i dati, compreso quello sugli effetti sui contratti di lavoro della stretta anti-precari – aggiungendo che la Ragioneria generale dello Stato prende atto dei dati riportati nella relazione per valutare oneri e coperture.

Lo stesso giorno l'Ansa pubblica la notizia secondo cui fonti qualificate del Movimento 5 Stelle avrebbero annunciato di voler "fare pulizia" nella Ragioneria dello Stato e al ministero dell'Economia, dove cioè sarebbe stata inserita la stima "incriminata".  Il sospetto, per queste fonti citate dall'agenzia, è che ci siano responsabilità di uomini vicini alla squadra dell'ex ministro dell'Economia del Partito Democratico, Pier Carlo Padoan. Quest'ultimo, però, rispondendo a queste indiscrezioni di stampa, respinge queste accuse: «Se insinuano che qualcuno della mia ex squadra si sia comportato scorrettamente, magari perché sobillato, lo respingo sdegnosamente: sarebbero accuse di gravità incredibile».

Le ricostruzioni apparse sui media

Il giorno dopo le dichiarazioni di Di Maio, sui media vengono pubblicate diverse ricostruzioni che, basandosi su retroscena, provano a spiegare quanto è accaduto.

Lorenzo Salvia sul Corriere della Sera scrive che "la relazione tecnica che ieri è diventata l’innesco di uno scontro senza precedenti fra pezzi dello Stato è stata preparata dall’Inps". Difatti, come riportato dall'Ansa, che quelle stime siano state effettuate dall'Istituto nazionale della previdenza sociale, lo si può leggere nella relazione stessa: "Prima della tabella sugli effetti della stretta sui contratti a termine, viene specificato: 'si riportano le stime effettuate dall'Inps in ordine agli effetti sulla finanza pubblica delle disposizioni in esame. Le stime sono state effettuate sulla base dei dati relativi ai nuovi contratti a tempo determinato attivati dal 2014 al primo trimestre 2018 in possesso del Ministero del Lavoro e sulla base delle informazioni desunte dagli archivi dell'Istituto'".

Il giornalista passa poi a raccontare i passaggi che avrebbero portato quel numero all'interno della relazione tecnica:

C’è stata una prima relazione tecnica inviata alla Ragioneria generale dello Stato il 5 luglio. In quel documento non c’è la stima sugli 80 mila posti di lavoro a rischio. Ma la Ragioneria lo considera insufficiente per procedere alla cosiddetta bollinatura, cioè al via libera sulla correttezza delle coperture. In particolare per un passaggio, quello in cui dice che «l’eventuale minore gettito derivante dalla contrazione dei contratti a tempo determinato sia bilanciato» in parte dalle «maggiori entrate derivanti dalla maggiore propensione al consumo dei lavoratori assunti a tempo indeterminato». Troppo vago, soprattutto senza numeri.

A questo punto, continua il Corriere, "la Ragioneria generale dello Stato chiede all’Inps di stimare gli effetti del decreto in modo più approfondito: di quanto potrebbero calare i contratti a termine? E di quanto potrebbero aumentare quelli stabili?". Per questo motivo "i tempi si allungano" ma poi l'11 luglio "arriva la nuova relazione tecnica, quella con il possibile calo di 80 mila posti in dieci anni". il giornalista aggiunge però che secondo l’Inps, invece, il secondo testo è stato mandato due giorni prima, cioè il 9 luglio.

C’è però un altro elemento da considerare, specifica Salvia: "Quando si lavora a documenti così complessi, Ragioneria, Inps e ministeri non si limitano a inviare i testi finali «al buio». Collaborano nella stesura delle bozze successive. E l’Inps, che ha i dati e la competenza tecnica necessaria, è comunque un organo «vigilato», cioè controllato, dal ministero del Lavoro". Per questo motivo, si domanda il giornalista, è "possibile che in quel ministero nessuno sapesse nulla?".

Su Repubblica, Valentina Conte scrive che nella relazione tecnica allegata al provvedimento del testo approvato dal Consiglio dei ministri il 2 luglio si legge che «le modifiche proposte in materia di rapporti di lavoro a termine di cui all'articolo 1 non sono suscettibili di determinare effetti negativi per la finanza pubblica». Dopo dieci giorni, ci sarebbe la sorpresa: "La nuova relazione tecnica, firmata dal Ragioniere generale dello Stato l'11 luglio rivela a sorpresa che la stretta sui contratti a termine non sarà neutra. Ma avrà un impatto sui conti da 60,7 milioni nel 2019 perché brucerà 8 mila posti di lavoro, non più rinnovati né riassorbiti. (...) Non solo. L'emorragia di posti durerà 10 anni al ritmo di 8 mila all'anno".

Ma cos'è successo tra il 2 luglio e l'11? Perché la relazione tecnica cambia?, domanda la giornalista: "Al centro della storia opera un classico triangolo: la Ragioneria, l'Inps e il ministero del Lavoro guidato da Luigi Di Maio. Secondo quanto ricostruiscono più fonti vicine al dossier, il dicastero – come sempre per provvedimenti su lavoro o pensioni – chiede all'Inps un'analisi di impatto della norma. La risposta ufficiale giunge il 5 luglio, tre giorni dopo il cdm che ha approvato un testo in realtà ancora in bozza. Si conferma il contenuto della prima relazione tecnica: nessun impatto né sull'occupazione né sui conti. Gli uffici di via Veneto girano l'analisi alla Ragioneria che nulla eccepisce".

via Repubblica.

La sera dell'11 luglio, alle 20:03, riporta Conte, Luciano Busacca, capo della segreteria tecnica del presidente Inps Tito Boeri, invia una mail alla Ragioneria e all'ufficio legislativo del ministero del Lavoro dove in allegato c'è la seconda relazione tecnica "con la tabella incriminata". Lo staff del ministro del Lavoro a questo punto è rimasto spiazzato, capendo che "la Ragioneria ha chiesto un supplemento di analisi all'Inps senza avvertire il ministro". Il decreto però deve essere firmato da Mattarella e così si "lascia correre".

Il 17 luglio, però, La Stampa fornisce una nuova versione dei fatti, con un articolo a firma di Alessandro Barbera in cui si legge che "ogni procedura è stata rispettata e i collaboratori di Di Maio hanno avuto la stima una settimana prima della pubblicazione del testo del decreto in Gazzetta Ufficiale". Quindi, "una settimana prima, non 24 ore, come apparso in alcune ricostruzioni: La Stampa ha i documenti che lo provano":

Tutto inizia il due luglio, quando l’ufficio legislativo del ministero del Lavoro scrive all’Inps per chiedere di predisporre «con la massima urgenza» la platea dei lavoratori coinvolti «al fine di quantificare il minor gettito contributivo». Detto fatto: quattro giorni dopo, il sei luglio, la segreteria tecnica di Boeri spedisce all’ufficio legislativo del ministero quanto richiesto. Mail certificata e testo non lasciano dubbi: al ministero la scheda che stima impietosamente il calo degli occupati è sul tavolo del ministero sei giorni prima della bollinatura da parte della Ragioneria generale dello Stato, il 12 luglio.

Barbera racconta poi che l'11 luglio la relazione tecnica "verrà ritoccata il giorno prima della pubblicazione in Gazzetta su richiesta della stessa Ragioneria" per ragioni però che non riguardano la stima al centro della polemica politica: "il funzionario della Ragioneria dello Stato, che per mestiere è chiamato a verificare le coperture finanziarie di ogni provvedimento, chiede di quantificare gli effetti del decreto sul sussidio di disoccupazione", cioè la Naspi.

La nota congiunta del MEF e del ministro del Lavoro

Il 15 luglio esce una nota congiunta del Ministero dell'Economia e di quello del Lavoro in cui si legge che "il ministro dello Sviluppo Economico e del Lavoro, Luigi Di Maio, non ha mai accusato né il Ministero dell’Economia e delle Finanze né la Ragioneria Generale dello Stato di alcun intervento nella predisposizione della relazione tecnica al dl dignità". "Certamente, però, – continua il comunicato – bisogna capire da dove provenga quella 'manina' che, si ribadisce, non va ricercata nell’ambito del Mef". Il ministro dell'Economia, Giovanni Tria, precisa anche che "le stime di fonte INPS sugli effetti delle disposizioni relative ai contratti di lavoro contenute nel decreto siano prive di basi scientifiche e in quanto tali discutibili".

Rispetto a questa considerazione di Tria, l'agenzia stampa Reuters scrive che "anziché chiudere, la nota alimenta le polemiche. I cronisti cominciano a chiedere all’ufficio stampa del Tesoro perché la Rgs abbia ‘validato’ una relazione con stime discutibili".

Matteo Salvini, che in passato aveva già criticato il presidente dell'INPS, afferma che se Boeri non è d'accordo su niente delle linee politiche del governo si deve dimettere. Di Maio in serata precisa che per legge il presidente dell'INPS non può essere rimosso subito e specifica: "Quando scadrà terremo conto che è un presidente dell'INPS che non è minimamente in linea con le idee del governo, non perché il presidente dell'INPS la debba pensare come noi, ma perché noi vogliamo fare quota 100, quota 41, la revisione della legge Fornero, l'INPS ci deve fornire i dati, non un'opinione contrastante".

La risposta del presidente dell'INPS

Il presidente dell'INPS, con una nota, risponde lo stesso giorno al comunicato dei due Ministeri: "Le dichiarazioni dei ministri Tria e Di Maio rivolgono un attacco senza precedenti alla credibilità di due istituzioni nevralgiche per la tenuta dei conti pubblici e in grado di offrire supporto informativo alle scelte del Parlamento e dell'opinione pubblica. Nel mirino l'INPS, reo di avere trasmesso una relazione 'priva di basi scientifiche' e , di fatto, anche la Ragioneria Generale dello Stato che ha bollinato una relazione tecnica che riprende in toto le stime dell'Inps".

Riguardo poi al merito, Boeri afferma che "siamo ai limiti del negazionismo economico" e spiega che il decreto "dignità" "comporta un innalzamento del costo del lavoro per i contratti a tempo determinato e un aumento dei costi in caso di interruzione del rapporto di lavoro per i contratti a tempo indeterminato. In presenza di un inasprimento del costo del lavoro complessivo, l’evidenza empirica e la teoria economica prevedono unanimemente un impatto negativo sulla domanda di lavoro. In un’economia con disoccupazione elevata, questo significa riduzione dell’occupazione. È difficile stabilire l’entità di questo impatto, ma il suo segno negativo è fuori discussione".

"La stima dell’INPS – aggiunge ancora il Presidente dell'Istituto nazionale della Previdenza sociale – è relativamente ottimistica. Prevede che il 10% dei contratti a tempo determinato che arrivano a 24 mesi di durata non vengano trasformati in altri contratti, ma diano luogo a flussi verso la disoccupazione riassorbiti al termine della durata della Naspi (ndr, cioè l'indennità mensile di disoccupazione). Non si contemplano aggravi occupazionali legati alle causali. In termini assoluti l’effetto è trascurabile: si tratta dello 0,05% dell’occupazione alle dipendenze in Italia".

Boeri poi tiene a precisare "che l’effetto, contrariamente a quanto riportato da alcuni quotidiani, non è cumulativo" e quindi "il numero totale non eccede mai le 8.000 unità in ogni anno di orizzonte delle stime". Per questo, così, "se l’obiettivo del provvedimento era quello di garantire maggiore stabilità al lavoro e più alta produttività in futuro al prezzo di un piccolo effetto iniziale di riduzione dell’occupazione, queste stime non devono certo spaventare".

Di Maio torna sulla questione

Il ministro del Lavoro e dello Sviluppo Economico il 18 luglio torna sulla questione in Commissioni riunite finanze e lavoro della Camera. Durante l'audizione, Di Maio ribadisce che la previsione fornita dell'INPS non è «assolutamente credibile» e aggiunge, rispetto alla sua prima dichiarazione, dettagli sulla dinamica dell'arrivo di quella stima al suo ministero: «Ci sono due diverse relazioni dell'INPS. Una che ci arriva il cinque luglio e una che, per conoscenza, riceviamo la sera dell'11 luglio alle 20 di sera e che leggiamo la mattina dopo [ndr cioè lo stesso giorno della firma del decreto da parte di Mattarella]». Nella prima relazione, continua il ministro, si individua una previsione per quanto riguarda i contratti a termine a rischio (cioè la stima degli 8mila contratti), ma si non parla, «negli impatti finanziari, di disoccupazione, tanto è vero che non prevedono la NASPI. Nella seconda, che non abbiamo chiesto noi del ministero del Lavoro, c'è scritto invece che per oneri finanziari si prevede anche un impatto sulla NASPI».

Questa ricostruzione fornita dal ministro conferma quindi quanto scritto da Barbera su La Stampa – due relazioni; già nella prima, arrivata al Ministero del Lavoro una settimana prima della firma di Mattarella, era presente la stima dell'INPS contestata; nella seconda, non per richiesta dagli uffici Di Maio, vengono anche quantificati gli effetti del decreto sulla NASPI – e contraddice quanto detto dallo stesso Di Maio in precedenza in un video su Facebook: l'ipotesi degli8mila contratti in meno era «apparsa nella relazione tecnica la notte prima che si avviasse al presidente della Repubblica».

Il ministro aggiunge però una considerazione e spiega che il suo ministero non avevo dato importanza a quella stima contenuta nella prima relazione perché mancava la quantificazione degli oneri per l'indennità di disoccupazione: «Quella previsione, più 8mila o meno 8mila, se non si considerano la congiuntura economica, gli investimenti e interventi economici, non significa niente. A me può star bene: è l'idea dell'INPS, non la condividiamo, il decreto va avanti. Se invece nella seconda relazione dell'INPS si dice che dobbiamo prevedere più oneri per la NASPI, allora chi è attento osservatore afferma (...) "state dicendo che licenziate le persone"». Il 19 luglio Tito Boeri è stato ascoltato in audizione davanti le Commissioni riunite Finanze e Lavoro alla Camera dei Deputati e, nel descrive la dinamica di come e quando quella stima sia arrivata al Ministero del Lavoro, ha confermato la tempistica dichiarata da Di Maio il giorno prima in Parlamento.

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Come fermare le morti in mare. Proposte per una gestione diversa dei flussi migratori

[Tempo di lettura stimato: 23 minuti]

di Claudia Torrisi e Angelo Romano

Ieri mattina intorno alle 7 e 30 la nave Open Arms ha trovato un gommone distrutto a 80 miglia dalla Libia. A bordo c’erano i cadaveri di una donna e di un bambino e una sopravvissuta con gravi sintomi di ipotermia. Come racconta la giornalista di Internazionale Annalisa Camilli, che si trova a bordo della nave della Ong, la donna “ha aspettato per due giorni che arrivassero i soccorsi, con i vestiti bagnati attaccati alla pelle”, prima di essere salvata da Javier Filgueira di Open Arms, che appena l’ha vista si è tuffato in acqua e “l’ha raggiunta a nuoto tra i detriti sperando che non fosse uno sforzo inutile”. Non ce l’ha fatta invece un bambino tra i tre e i cinque anni che è morto per ipotermia poco prima che arrivassero i soccorsi a fianco di una donna, presumibilmente sua madre. Anche lei è stata trovata morta ricurva su una tavola, la pelle delle braccia bruciata dal gasolio fuoriuscito dalle taniche del gommone su cui viaggiavano.

Riccardo Gatti, portavoce di Proactiva Open Arms ha raccontato a Camilli la cronaca di questi ultimi giorni nel Mediterraneo, ricordando come “il 16 luglio, mentre era al timone del veliero Astral, navigando nel canale di Sicilia, per tutto il giorno” avesse ascoltato “alla radio una conversazione tra un mercantile e la guardia costiera libica, parlavano di due gommoni in difficoltà a circa 80/84 miglia dalle coste libiche. Il mercantile Triades diceva di essere stato allertato dalla guardia costiera italiana e chiamava la guardia costiera libica per intervenire in soccorso dei gommoni. Le imbarcazioni con i migranti a bordo sembravano partite da Khoms, una città a est di Tripoli”.

“La conversazione tra il mercantile Triades, diretto a Misurata, e la guardia costiera libica – scrive Camilli – è andata avanti per molte ore”, finché, in serata, “la guardia costiera libica ha detto al mercantile di ripartire perché sarebbero intervenute le motovedette libiche”. Gatti ritiene che «i libici siano intervenuti». Tuttavia, aggiunge, «non riusciamo a spiegarci cosa sia successo - aggiunge - perché abbiamo trovato i resti di un gommone affondato, due morti e solo un sopravvissuto. Non sappiamo che pensare: chi ha distrutto i gommoni in questo modo? E perché queste persone sono state lasciate morire di freddo attaccate a una tavola?».

L’ipotesi dell’equipaggio della Open Arms è che si sia trattato di omissione di soccorso da parte dei libici.

Il 13 giugno scorso il ministro dell’Interno Matteo Salvini aveva detto: «Io voglio che questi bambini non siano messi su un gommone in condizioni di morire come bestie in mezzo al Mar Mediterraneo. Sono stufo dei bambini che muoiono nel Mar Mediterraneo perché qualcuno li illude che in Italia e in Europa ci siano casa e lavoro per tutti! Sono stufo di questi morti di Stato!». Queste parole erano state pronunciate da Salvini introducendo al Senato la sua relazione per ricostruire le vicende che avevano portato a tenere ferma diversi giorni nel mar Mediterraneo, tra Malta e l’Italia, la nave Aquarius con a bordo 630 persone.

Da quel momento in poi, ogni salvataggio e soccorso nel Mediterraneo si è trasformato in una prova di forza tra l’Italia e gli altri paesi europei giocata sulla pelle dei migranti che sono rimasti bloccati in mare: secondo Salvini, fermare le partenze e disincentivare il lavoro delle Ong (che consapevolmente o meno, sarebbero «complici e protagonisti» del traffico di migranti) contribuirebbe a evitare naufragi e morti, azzerare il traffico di esseri umani e porre fine agli ingressi incontrollati di migranti dall’Africa.

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Negli stessi giorni dell’intervento di Salvini al Senato, il documentarista Gabriele Del Grande, che per anni ha raccontato il Mediterraneo e le migrazioni attraverso viaggi lungo i confini dell’Europa sul suo blog Fortress Europe, pubblica su Facebook una lettera al ministro dell’Interno in cui condivide la volontà di chiudere la rotta del Mediterraneo centrale utilizzata dai migranti provenienti dalla Libia per arrivare in Europa e propone un’alternativa alle politiche di chiusura delle frontiere, dei blocchi navali, dei respingimenti nei paesi di origine e dell’apertura dei centri di detenzione in Libia: introduzione dei visti per la ricerca di lavoro, del meccanismo dello sponsor, ricongiungimenti familiari.

Di fronte a una questione reale – la rotta del Mediterraneo centrale è attualmente la più pericolosa al mondo – qual è la soluzione? Chiudere le frontiere risponde a questo problema? È una soluzione che però crea altre problematiche a breve, medio e lungo termine? Ci sono misure alternative per gestire i flussi migratori? E di che natura sono le migrazioni che stanno interessando il mar Mediterraneo: la sola conseguenza di conflitti e guerre o un fenomeno più strutturale e duraturo?

Abbiamo contattato ricercatori ed esperti per capire la natura e le ragioni del fenomeno migratorio, chiedere loro possibili soluzioni per evitare che sempre più migranti rischino la propria vita partendo alla volta dell’Europa, spendendo tanti soldi e affidandosi a reti criminali di trafficanti e individuare proposte di gestione dei flussi migratori.

Chiudere le frontiere è una soluzione adeguata?

La retorica della chiusura dei porti, la mancata indicazione alle navi di un porto dove poter approdare e l’allontanamento delle Ong dal Mediterraneo non sembrano, al momento, aver ottenuto gli effetti sperati: i migranti continuano a partire, ad arrivare e a morire in mare.

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Anzi, scriveva il 3 luglio scorso Annalisa Camilli, da quando le Ong si sono ritirate e la Guardia Costiera libica ha iniziato a coordinare i soccorsi, “ci sono stati tre naufragi che hanno portato il numero complessivo dei morti e dei dispersi nel solo mese di giugno a 679”. Dall’estate del 2017 il numero degli sbarchi sulle nostre coste è sensibilmente diminuito (al 30 giugno di quest’anno gli arrivi sulle nostre coste risultano calati dell’80,22% rispetto al 2017 e del 76,41% rispetto al 2016), ma, al tempo stesso, è aumentato in proporzione il numero delle persone che perdono la vita durante la traversata. Secondo i dati dell’Alto Commissariato delle Nazioni Unite per i Rifugiati (UNHCR), i morti in mare nei primi sei mesi dell’anno, hanno già raggiunto quota mille. Come ha recentemente dichiarato Carlotta Sami, portavoce per il Sud Europa dell'Alto Commissariato delle Nazioni Unite per i Rifugiati (UNHCR), se fino allo scorso anno nel Mediterraneo moriva 1 persona su 39, nei primi sei mesi del 2018 il dato è pressoché raddoppiato (1 morto ogni 19 persone partite) e, nel solo mese di giugno, è morta una persona su 6.

Il numero assoluto di morti e dispersi in mare, scrive su Twitter il ricercatore dell’Istituto per gli Studi di Politica Internazionale (Ispi), Matteo Villa, è tornato ai livelli precedenti al luglio 2017, quando si era cominciata a registrare una drastica riduzione delle partenze dalla Libia.

Villa ha poi corretto (per un errore nel conteggio) il suo primo tweet

Nei primi sei mesi sono diminuiti i migranti che sono riusciti a raggiungere l’Italia (circa la metà rispetto all’86% del 2017), è aumentato il numero delle persone intercettate dalle motovedette libiche (il 44% rispetto al 12% dell’anno scorso) e quello dei morti durante la traversata (il 4,5%, praticamente il doppio dell’anno prima). In altre parole, per usare un’equazione, ci sono meno sbarchi e più morti. Tutto questo, scrive in un altro tweet Villa, è dovuto essenzialmente a tre fattori: “Le Ong (ndr, dalla primavera del 2015 operative in operazioni di soccorso e salvataggio nel Mediterraneo dopo la chiusura dell'operazione militare umanitaria Mare Nostrum, guidata dall'Italia, l'avvio della missione militare finanziata dall'Unione europea Triton e, successivamente, di Sophia), sono coinvolte sempre di meno nei salvataggi, i mercantili non intervengono perché temono di essere bloccati per giorni in attesa di avere indicazioni sul porto di sbarco e la guardia costiera libica non ha né i mezzi né la competenza per occuparsi dei salvataggi”.

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Per poter capire quali politiche di gestione delle migrazioni attuare, spiegano sempre Matteo Villa e il direttore di Ispi, Paolo Magri, è essenziale conoscere la natura del flusso migratorio in modo tale da uscire da una logica emergenziale e avviare una pianificazione.

La natura dei flussi

Analizzando i dati sui flussi migratori verso il nostro paese, scrivono Magri e Villa, si può notare che negli ultimi 10 anni l’immigrazione netta (europea ed extra europea) è rimasta pressoché costante, oscillando tra i 300mila e i 500mila ingressi l’anno.

Questi dati, spiega a Valigia Blu Stefano Torelli, ricercatore dello European Council of Foreign Relations e Associate Research Fellow all’Ispi, dicono che soltanto negli ultimi anni c’è stato un incremento di arrivi in Europa di persone in fuga esplicitamente da situazioni di conflitto: «Dal 2011 in poi, in maniera particolare, una serie di dinamiche destabilizzanti (come le primavere arabe, il caos in Libia, le insurrezioni e i conflitti in Mali e nella fascia saheliana) che hanno interessato il continente africano, i conflitti in Siria e il protrarsi dell’instabilità in paesi come Iraq e Afghanistan hanno provocato un aumento delle partenze».

Tuttavia, prosegue il ricercatore, si tratta di eccezioni. «Il trend, abbastanza costante, è quello di una migrazione legata non soltanto a conflitti veri e propri, ma a situazioni di repressione e a fenomeni sia demografici che economici che fanno pensare che siamo davanti a una migrazione che non è soltanto caratterizzata da crisi congiunturali legate allo scoppio di un conflitto o di una guerra» e che si fermeranno con la fine di quei conflitti.

È, piuttosto, «una migrazione strutturale», legata al boom demografico che «vedrà la popolazione dell’Africa quasi raddoppiare da qui a trent’anni», arrivando secondo le stime delle Nazioni Unite a quasi 2 miliardi di persone, e al progressivo depauperamento delle aree geografiche anche a causa degli effetti del cambiamento climatico. A fronte di una popolazione che cresce a dismisura diminuiscono le risorse: «Penso, ad esempio, alla zona del lago Ciad, dove 30 - 40 milioni di persone dipendevano soltanto dalle attività legate a quel lago che rispetto a 30 anni fa ha perso il 90% del bacino idrico. E quindi persone, che per effetto di questo tipo di cose, dei cambiamenti climatici, non hanno più disponibilità di risorse e dunque tendono a muoversi». Tutti questi trend, afferma Torelli, fanno pensare che molti sceglieranno di emigrare e «saranno quelle persone che noi definiamo migrante economico, come se il migrante economico fosse un’offesa, quasi, come se fosse qualcosa di pericoloso».

A questo va aggiunto che, per quanto si pensi che l’immigrazione dall’Africa sia un fenomeno incontrollabile e destabilizzante per i paesi dell’Unione europea, solo una piccola parte emigra verso l’Europa. La maggior parte delle persone resta nel continente africano. Ad esempio, solo un quarto dei migranti africani registrati nel 2015, scrive Luca Misculin su Il Post, riportando i dati ufficiali delle Nazioni Unite e dell’Unhcr, viveva in un paese europeo. E di tutta la popolazione africana, meno del 3% (32,6 milioni), aveva lasciato l’Africa. Nel mondo, il 3,3% della popolazione globale (244 milioni di persone) vive in un paese diverso da quello in cui è nato.

Il 93,6% dei migranti africani provenienti dall’Africa occidentale (Mali, Senegal, Gambia, Nigeria), prosegue Misculin, non esce dall’Africa e si reca in un altro paese della stessa area, mentre il 40% dei migranti che partono dall’Africa centrale emigra in Africa orientale (Kenya, Tanzania, Etiopia).

via Il Post

Si tratta di un fenomeno generalizzato che, in base ai dati del Migration Report delle Nazioni Unite del 2017, vale anche per altre parti del mondo: il 67% dei migranti europei si sposta in altri paesi dell’Europa, l’86% dei latino-americani resta nelle Americhe.

Anche chi fugge dalle guerre resta nelle aree vicine ai paesi di provenienza. Secondo i dati dell’Unhcr, 40 milioni dei 68,5 milioni di persone in fuga dalla propria terra resta nel proprio continente. Dei restanti 28,5 milioni, molti si sono spostati nelle zone limitrofe: in Turchia ci sono 3,5 milioni di rifugiati provenienti dalla Siria, in Uganda sono arrivati 1,2 milioni di persone in fuga dai conflitti in Sud Sudan, Burundi e Repubblica Democratica del Congo.

Ad esempio, spiega Riccardo Barlaam su Il Sole 24 Ore, riportando i dati del Global report on internal displacement (Grid) del Norwegian Refugee Council, nel 2017, su 10 milioni di migranti fuggiti da diversi paesi africani, appena poco più di 172mila hanno raggiunto l'Europa. Nord Africa e Medio Oriente hanno accolto 4,5 milioni di rifugiati, a cui vanno aggiunti i migranti economici.

Tuttavia, spiegano ancora Magri e Villa dell'ISPI che l'inatteso aumento degli arrivi in Europa e in particolare in Italia dal 2013 "è solo parzialmente attribuibile a shock improvvisi, come la crisi siriana e il crollo degli apparati statuali in Libia. A spingere sull’acceleratore delle migrazioni ci sono, al contrario, tendenze strutturali di ben più lungo respiro”. Quel che è cambiato è il rapporto tra ingressi regolari e irregolari: “se nel 2007 attraverso canali regolari entrava in Italia il 90% degli immigrati, tra il 2014 e il 2017 gli irregolari sono arrivati a contare poco meno del 40% del flusso” e questo è accaduto, proseguono i due studiosi, perché abbiamo ridotto o eliminato del tutto le quote annuali previste nei “decreti flussi” per i migranti economici extracomunitari, fatta eccezione per i lavoratori stagionali.

Cambiare approccio

Il modo in cui è stata affrontata la questione dell’immigrazione in Italia e in Europa negli ultimi anni è un cane che si morde la coda, sostengono gli esperti da noi intervistati: il discorso pubblico è incentrato alla lotta all’immigrazione clandestina e alla chiusura delle frontiere ma, nei fatti, le politiche che sono state messe in atto non hanno fatto altro che favorire i trafficanti di esseri umani, nonché creare nuovi irregolari.

Come scrive su Refugees Deeply Mattia Toaldo, analista e studioso di Medio Oriente e Nord Africa, di fronte alle immagini di sbarchi e gommoni carichi di migranti davanti alle nostre coste, dovremmo ricordarci che è “praticamente impossibile” oggi per “africani o asiatici migrare legalmente nella maggior parte dei paesi europei”, mentre “fino agli anni ‘90, quando sono stati adottati regimi sui visti sempre più restrittivi, i migranti arrivavano in Europa in aereo”.

Questo legame tra legislazioni restrittive sulle migrazioni regolari e l’aumento di trafficanti di esseri umani, però, il più delle volte “viene perso sia nei [discorsi dei] politici che nel pubblico generale”. Ad esempio, continua Toaldo, “i partiti populisti di destra chiedono la chiusura delle frontiere, tralasciando che queste sono già chiuse per i migranti extra UE, e lo sono da molti anni. Le grandi traversate marittime dalla Libia e dal Nord Africa verso l’Italia sono un fenomeno relativamente recente e una diretta conseguenza di legislazione sempre più restrittive, culminate nel divieto per i migranti che non hanno già firmato un contratto di lavoro con la legge Bossi-Fini del 2002”. La normativa – introdotta in modifica del “Testo Unico delle disposizioni concernenti la disciplina dell’immigrazione e norme sulla condizione dello straniero” – prevede infatti che possa entrare in Italia solo chi è già in possesso di un contratto di lavoro che gli consenta il mantenimento economico, e ha reso più difficile ottenere e mantenere il permesso di soggiorno.

Il problema di queste politiche e dell’assenza di vie legali d’ingresso, per Toaldo, non è solo che “impongono sofferenze ai migranti, il cui unico crimine è quello di cercare un lavoro”, ma anche che “falliscono nel raggiungere il loro obiettivo principale”, ossia il contrasto all’immigrazione clandestina.

L’unico risultato delle “frontiere chiuse” è stato semmai quello di aver creato un “circolo virtuoso per i partiti populisti e anti-immigrati: hanno portato a un aumento dell’immigrazione illegale, che a sua volta ha provocato un senso di insicurezza fra gli abitanti dei paesi di destinazione, il quale mette a rischio l’integrazione dei nuovi arrivati. A sua volta, questa sensazione fa la fortuna degli stessi partiti che hanno invocato le frontiere chiuse”, scrive Toaldo, che afferma la necessità di “spezzare il circolo, che sta danneggiando le democrazie europee e fa soffrire moltissimi migranti e rifugiati”.

Come, quindi, cambiare l’approccio e la prospettiva quando si parla di migrazioni?

Secondo Stefano Torelli, la prima cosa da fare è «prendere coscienza del fatto che non siamo di fronte a un’emergenza». E questo per due motivi: «Primo, si tratta di flussi di persone che, per via delle dinamiche demografiche e socio-economiche in corso in Africa, continueranno a muoversi (diventerà un fattore strutturale, dunque, non emergenziale); secondo, se ci fosse la volontà politica di integrare queste persone, i numeri dimostrano che sono gestibili».

Il sociologo Stefano Allievi, autore di numerosi saggi sul tema tra cui l’ultimo “Immigrazione: cambiare tutto” spiega a Valigia Blu che è fondamentale «cambiare scala, assumendo una visione dall’alto». Per comprendere il fenomeno e per gestirlo, non si può «guardare solo un barcone con 100 persone in mezzo al Mediterraneo, senza sapere cosa c’è prima e cosa c’è dopo, cosa spinge queste persone a partire e cosa succederà in futuro». Bisogna quindi «utilizzare uno sguardo notevolmente più ampio, perché se non capiamo le cause, non capiamo gli effetti e, di conseguenza, non riusciamo a gestire quello che sta accadendo».

La questione dei migranti economici

Secondo Allievi, un primo passo è sostenere la necessità dell’apertura di canali legali, considerato che chiuderli non ha di certo fermato le partenze. «Facciamo finta – afferma – che da domani l’Italia dica: ‘Non vogliamo più alcolici stranieri’. Quindi in teoria gli italiani non dovrebbero più bere vodka, champagne o rum ma solo grappa o prosecco. In realtà quello che succederebbe è che si aprirebbe un vastissimo settore di contrabbando. Ecco, è esattamente quello che abbiamo fatto con l’immigrazione: l’Europa, a mano a mano, ha chiuso tutti i canali regolari di ingresso, e così si è creato un grande meccanismo di ingresso irregolare, regalato alle mafie transnazionali».

Una delle proposte contenute nel saggio del sociologo è quella di superare la distinzione tra rifugiati e migranti economici. Per il professore, il termine stesso ‘migrante economico’ è stato oggetto di «uno straordinario rovesciamento e trasformazione della pubblica opinione»: da categoria neutra e normale nelle migrazioni – gli italiani all’estero sono migranti economici, gran parte dei migranti lo sono – a soggetto che non ha diritto di venire in Europa.

«La pressione dei richiedenti asilo l’abbiamo creata noi, ancora una volta non facendo più entrare migranti economici», spiega Allievi. L’aver chiuso i canali legali per questi ultimi, li ha dunque spinti a ripiegare su quelli dell’asilo. «Oggi – afferma – si dice a queste persone ‘siete migranti economici, non vi facciamo entrare’. Il punto è che poi ci provano ugualmente, e una volta in Europa sanno che per non essere rispediti subito indietro devono dichiararsi richiedenti asilo. Così inizieranno tutte le pratiche, staranno qui alcuni mesi, un anno o due, e intanto si arrangeranno e magari a qualcuno verrà riconosciuto rifugiato. Tutto questo processo è ancora una volta figlio dello stesso meccanismo: ci siamo legati le mani da soli, e stiamo anche spingendo le persone a mentire».

Anche per Torelli eliminare questa distinzione rappresenterebbe «un primo approccio costruttivo», dal momento che il migrante economico «è esattamente la persona che ha possibilità di integrarsi nel lungo periodo e molti studi dimostrano anche che il suo peso sullo stato di accoglienza diventerà molto minore di quello del rifugiato».

Una ricerca pubblicata nel 2014 dalla Direzione Generale per le Politiche Interne del Parlamento Europeo – citata da ISPI nel suo fact-checking sulle migrazioni – mostra ad esempio come per molti anni dopo il primo ingresso in Europa, il tasso di occupazione dei migranti arrivati per motivi umanitari resti molto basso, pari al 26% nei primi cinque anni. Per coloro giunti per motivi di lavoro (e che in larga maggioranza hanno già un’offerta al loro arrivo) invece, il dato è del 79% nello stesso periodo. Con il passare del tempo il tasso di occupazione dei rifugiati aumenta, ma occorrono circa 15 anni perché superi il 60%. “Queste differenze – spiega ISPI – non dipendono solo dalle diverse capacità, qualifiche e predisposizioni dei migranti, ma anche dalle politiche pubbliche dei paesi di arrivo (che spesso pongono limiti legali alla possibilità dei richiedenti asilo di cercare lavoro) e dalla propensione dei datori di lavoro nazionali a utilizzare i richiedenti asilo come manodopera”.

Infine, aggiunge Torelli, «dati i trend demografici ed economici dell’Africa, la figura del migrante economico sarà sempre più presente, mentre i rifugiati o richiedenti asilo sono legati a situazioni contingenti di conflitto».

Perché aprire canali legali

Quello su cui concordano gli esperti che abbiamo interpellato è che per gestire la questione immigrazione, combattere i trafficanti ed evitare i viaggi in mare sia necessario aprire canali legali.

«L’Europa dovrebbe investire di più sulle politiche di integrazione che su quelle dell’accoglienza emergenziale, ma al momento il discorso politico maggioritario insiste sull’emergenza, influenzando anche la stessa opinione pubblica che, a sua volta, è disinformata rispetto ai reali numeri dell’immigrazione», afferma Torelli. Il punto è che anche le stesse politiche di integrazione «non potranno essere messe in atto senza un meccanismo di ingresso per vie legali nell’Europa. Ciò avrebbe l’effetto di fermare i traffici illegali, rendere i viaggi più sicuri per i migranti e avere, dal punto di vista europeo, più garanzie circa chi arriva in Europa. Per far ciò occorrono accordi bilaterali con i paesi di origine e politiche volte allo sviluppo di cooperazione nel lungo termine, mentre attualmente i fondi europei destinati ai paesi di transito e origine sono quasi del tutto concentrati sull’aspetto del controllo delle frontiere e sul blocco delle partenze».

Come spiega a Valigia Blu Marco Paggi, avvocato socio dell’Associazione per gli studi giuridici sull’immigrazione (ASGI), «né l’Italia, né l’Unione europea hanno fatto politiche di gestione dei flussi migratori. Sia dal punto di vista dei rapporti con i paesi di provenienza sia dal punto di vista della possibilità di entrare e vivere regolarmente, sia per gli ingressi di tipo economico o per motivi di protezione internazionale».

In Italia esiste il cosiddetto “decreto flussi”, che è l’atto amministrativo con il quale il Governo stabilisce quanti cittadini stranieri non comunitari possono entrare nel nostro paese per motivi lavorativi. Viene approvato ogni anno dal 2001, come previsto dalla legge Turco-Napolitano.

Per il 2018 il decreto ha fissato a 30.850 la quota massima dei lavoratori non comunitari che potranno fare ingresso in Italia. Di questi, 12.850 sono destinati al lavoro subordinato e lavoro autonomo e 18.000 al lavoro subordinato stagionale.

I numeri negli anni sono stati disomogenei: nel 2007 e nel 2008, ad esempio, il decreto era mirato al lavoro subordinato (con tetti di 170.000 e 150.000), nel 2009 prevedeva 80.000 posti solo per stagionali, 35 mila nel 2012, 17.850 del 2013 e 2014.

Nel 2017 la quota stabilita era di 30.850, ma di questa cifra nessuna parte era dedicata a ingressi stabili: 17.000 per stagionali, 13.850 per “conversioni in permessi di soggiorno per lavoro subordinato o autonomo per coloro che sono già sul territorio nazionale con permessi di soggiorno ad altro titolo”.

«Il decreto flussi dovrebbe essere annuale e garantire gli ingressi in Italia per motivi di lavoro di un certo numero di persone. Ma è da 6-7 anni che il decreto flussi non viene fatto. O meglio, formalmente c’è, ma i numeri delle persone autorizzate a entrate sono esattamente corrispondenti al numero dei permessi di soggiorno delle persone che sono qui per esempio a titolo di studio, che possono convertire quel permesso lì in quello di soggiorno. E quel numero va poi in detrazione rispetto alla somma totale delle persone che possono entrare», dice a Valigia Blu Dario Belluccio, avvocato socio di ASGI.

Quello che succede, quindi, è che da anni le quote sono bloccate. «Di fatto – afferma – in Italia sono tanti anni che non ci sono ingressi per motivi di lavoro. Per cui, salvo alcuni casi specifici particolari che non incidono sui numeri concretamente, non c’è la possibilità di entrare regolarmente in Italia».

L’avvocato Paggi precisa che «le quote negli anni sono state utilizzate come una forma di sanatoria da persone che erano già in Italia in condizione irregolare: badanti, operai, tutti stavano già qua, arrivati magari in accordo con un datore di lavoro che proponeva loro un contratto. Poi tornavano ancora in maniera illegale nel paese di provenienza per farsi dare un visto di lavoro e poter partire, perché una eventuale segnalazione nella banca dati Schengen da una delle polizie dello spazio Schengen avrebbe inibito comunque il rilascio del visto». Quello che si è creato, prosegue, è «un sistema diabolico»: «In Italia abbiamo avuto diverse sanatorie, e tutte le volte che c’è stato l’utilizzo delle quote sono state una forma di regolarizzazione di chi era già qui. Questo dimostra che l’incontro a distanza tra domanda e offerta non è così facile. Trovare un modo per canalizzare la pressione migratoria convogliandola in percorsi di formazione che poi prevedano un inserimento lavorativo non è semplice, ma è un lavoro che non è mai stato fatto seriamente».

Se il meccanismo del decreto flussi si è rivelato inefficace, l’unica possibilità che resta ai migranti è quella di affidarsi ai trafficanti e affrontare i viaggi in mare, dal momento che anche le ambasciate non rilasciano visti e non esiste la possibilità di richiederne uno per asilo politico prima della partenza. Per cui, spiega l’avvocato Belluccio, «se io sto dall’altra parte del pianeta, ho un problema e voglio arrivare in Italia, devo per forza affidarmi a un trafficante. Non è rendendo più rigida la gestione dei confini che combatto il traffico di esseri umani, che altro non è che la conseguenza del fatto che non ci sono meccanismi legali di ingresso. Se io devo muovermi e l’unico modo che ho per farlo è illegale, mi muovo. Qualsiasi politica proibizionista non ha eliminato la questione che voleva risolvere, l’ha solo resa illegale».

Per questo motivo, aggiunge, «sarebbe necessario rivedere le politiche sugli ingressi e rendere regolare ciò che comunque ci sarà, perché le migrazioni non possono essere fermate. Sono un fenomeno storico, millenario. Le persone si sono sempre mosse da una terra meno fertile a una più fertile. Se io blocco un certo tratto, non posso fare altro che stimolare l’apertura di una nuova rotta. Le migrazioni sono come l’acqua: sono dei meccanismi relativamente autonomi, in alcuni casi sono forzate, vanno al di là del desiderio di muoversi».

Le riforme legislative sulle politiche d’ingresso sono dunque necessarie per evitare la perdita di vite e anche per combattere l’irregolarità e garantire sicurezza. Secondo Belluccio, infatti, il meccanismo attuale «è folle», perché una persona che non è regolare in Italia «avrà problemi di natura sociale e individuale ed è probabile che ne produca per la collettività perché è invisibile. Cosa che non avviene se le persone hanno un permesso di soggiorno, che hanno tutto l’interesse di voler confermare, e per farlo mantenere una certa condotta».

Una cosa che si potrebbe fare sarebbe emanare un vero decreto flussi, e poi rilasciare visti per lavoro. Anche se, per l’avvocato Belluccio, l’ideale sarebbe abbandonare il «meccanismo desueto» delle quote e dei decreti flussi e permetterne altri di ingresso «che garantiscano l’integrazione delle persone, facendo in modo che possano arrivare indipendentemente da numeri di flussi e quote nel momento in cui vi è la garanzia di integrazione sociale e lavorativa».

Paggi, ad esempio, propone di tornare al sistema dell’ingresso per sponsorizzazione, previsto dalla legge Turco-Napolitano e poi abrogato con la Bossi-Fini: si tratta sostanzialmente di ottenere con una garanzia a favore dello Stato – offerta da un familiare o un altro garante – un visto di ingresso e la possibilità di cercare un lavoro in un determinato periodo di tempo. In questo modo, spiega Paggi, «lo Stato è garantito con un’ampia copertura sia per le spese sanitarie, che di mantenimento e questo motiva entrambe le parti: lo Stato a concedere fiducia e l’interessato a non tradirla. Costerebbe molto meno, perché queste persone in realtà spendono un sacco di soldi per pagare l’intera tratta in mare». Le possibilità, insomma, secondo l’avvocato, «ci sarebbero. Il problema è l’approccio all’immigrazione, considerata appunto come il male».

I corridoi umanitari

Una possibilità di apertura di canali legali per i richiedenti asilo è invece rappresentata dai corridoi umanitari, un programma di trasferimento e integrazione in Italia rivolto a persone in condizioni di particolare vulnerabilità, attraverso la concessione di un visto umanitario. Una pratica che, ricorda l’avvocato Paggi dell'Asgi, consente di «evitare morti in mare e sofferenze».

Il primo progetto pilota di corridoi umanitari in Europa è partito in Italia a febbraio del 2016, grazie a un protocollo d’intesa concordato dalla Federazione delle chiese evangeliche in Italia (FCEI), dalla Tavola valdese e dalla Comunità di Sant’Egidio con i Ministeri dell’Interno e degli Affari Esteri. L’iniziativa non ha oneri per lo Stato ed è autofinanziata dalle associazioni e organizzazioni che l’hanno promossa, con l’aiuto anche di alcuni partner.

L’obiettivo, come si legge in un documento congiunto, è “evitare i viaggi dei profughi con i barconi della morte nel Mediterraneo, contrastare il micidiale business degli scafisti e dei trafficanti di uomini, concedere a persone in condizioni di vulnerabilità (ad esempio vittime di persecuzioni, torture e violenze, famiglie con bambini, donne sole, anziani, malati, persone con disabilità) un ingresso legale sul territorio italiano con visto umanitario e la possibilità di presentare successivamente domanda di asilo, consentire di entrare in Italia in modo sicuro per tutti, perché il rilascio dei visti umanitari prevede i necessari controlli da parte delle autorità italiane”.

«Ad oggi i corridoi umanitari sono l’unica via di accesso legale in Italia per richiedenti asilo e protezione internazionale. Altrimenti ci sono i barconi», spiega a Valigia Blu Paolo Naso, responsabile del progetto dei corridoi umanitari per la Federazione delle Chiese Evangeliche in Italia (FCEI).

Dal febbraio del 2016 allo scorso 3 luglio grazie al progetto dei corridoi umanitari sono giunti in aereo in Italia 1.236 richiedenti protezione internazionale, di cui 497 minori, arrivati dal Libano (in prevalenza rifugiati siriani) e dall’Etiopia (rifugiati provenienti da Eritrea, Somalia e Sudan). Stando ai dati raccolti da FCEI, di queste persone 17 attualmente frequentano l’università, 21 corsi professionali, 107 hanno un contratto di lavoro, 38 hanno svolto un tirocinio in un’azienda, 376 sono i bambini che frequentano la scuola materna. In 709 sono stati riconosciuti come rifugiati, 6 hanno ricevuto la protezione umanitaria e 3 quella sussidiaria; mentre 206 sono ancora quelli in attesa di esito da parte della commissione territoriale competente.

Le organizzazioni dietro al progetto hanno cominciato a lavorare a quest’idea nel 2013, dopo il naufragio del 3 ottobre a Lampedusa. «Abbiamo iniziato un processo – racconta Naso – chiedendoci che cosa potevamo fare per evitare stragi di quella brutalità e di quella violenza. E così abbiamo pian piano definito un modello operativo».

Le associazioni, attraverso contatti diretti nei paesi o segnalazioni fornite da Ong o altri organismi che operano sui territori, fanno una lista di potenziali beneficiari del corridoio e la sottopongono prima alle autorità italiane e poi alle autorità consolari degli Stati interessati. Si tratta, ad esempio, di donne sole, vittime di violenza o di tratta, persone con evidenti segni di torture o affette da gravi malattie, minori non accompagnati, profughi provenienti da teatri di guerra.

Le autorità consolari rilasciano quindi un “visto con validità territoriale limitata”, un documento in deroga alle condizioni previste in via ordinaria da Schengen. Si tratta di una possibilità prevista dall’articolo 25 del Codice comunitario dei visti, che consente a uno Stato membro di emettere questi visti “per motivi umanitari o di interesse nazionale o in virtù di obblighi internazionali”.

«Quella che abbiamo individuato è una norma che il legislatore europeo ha voluto consentendo ai singoli Stati membri di darsi una propria politica di gestione di casi umanitari in ragione dei loro bisogni, esigenze o sensibilità», afferma Naso.

«Abbiamo quindi chiesto l’applicazione di una norma che già esisteva – aggiunge – e non abbiamo accettato la risposta che ci è stata inizialmente offerta, cioè ‘non si è mai fatto’. Abbiamo dimostrato che si può fare ed è stato interessante il rapporto che abbiamo stabilito con i Ministeri italiani arrivando a profilare i soggetti potenzialmente destinatari del visto».

Naso precisa che il corridoio umanitario non è altro che «la carta alternativa al trafficante, nel senso che poi, una volta in Italia, il destino è uguale: sia chi ha preso l’aereo che chi è venuto con il barcone farà domanda d’asilo e si vedrà come va. La differenza è che uno è arrivato in dignità e sicurezza e l’altro invece pagando un prezzo umano ed economico inaccettabile. Cos’è meglio? Io credo che ci siano pochi dubbi».

Il modello è stato ripreso in Francia da alcune organizzazioni – Comunità di Sant'Egidio, Federazione protestante di Francia (FPF), Federazione dell'aiuto reciproco protestante (FEP), Conferenza episcopale francese e Secours Catholique – e sostenuto anche da gruppi autofinanziati di cittadini, chiese e autorità locali. Attraverso l’intesa è stato stabilito l’arrivo di 500 siriani e iracheni. Anche in Belgio è partito un progetto di corridoi umanitari e, afferma Naso, «se ne discute in termini molto concreti in Germania, soprattutto in alcuni Lander, e in Svizzera. Il tema è stato ripetutamente presentato al Parlamento Europeo e noi stessi saremo impegnati in una campagna a settembre per rendere l’Unione europea ancora più attenta all’efficacia di questo particolare strumento di gestione dei flussi di persone in condizioni di vulnerabilità».

In Italia un altro accordo analogo è stato siglato sempre dalla Comunità di Sant’Egidio, stavolta con la Conferenza episcopale italiana, il ministero degli Affari Esteri e della Cooperazione internazionale. L’iniziativa porterà in Italia 500 profughi provenienti dal Corno d’Africa.

In ragione di questa progressiva estensione, la FCEI si augura che possa diventare un modello strutturale per l’Europa, con numeri più consistenti di quelli dei progetti pilota. «L’Europa – dice Naso – può essere grande non perché ha un PIL elevato o perché concorre economicamente con altre superpotenze, sappiamo che non è così. L’Europa ha una sua grandezza proprio in ragione dei valori che l’hanno sorretta, e tra questi c’è quello della solidarietà e soprattutto della tutela dei rifugiati e dei richiedenti asilo. È in omaggio alla sua tradizione che noi operiamo».

Riformare il sistema europeo comune di asilo

Ulteriore questione sul tavolo è la riforma del regolamento di Dublino, in base al quale il paese competente per riconoscere lo status di protezione internazionale è quello d’ingresso. In questo modo, le persone che approdano in Europa sono costrette a vedere esaminata la propria richiesta di asilo nel primo paese europeo in cui arrivano. «È grazie a questo principio che gli altri Paesi hanno potuto rimandare migliaia di persone in Italia, per il solo fatto che sono entrate in Europa dall’Italia. Inoltre si tratta di un sistema estremamente coercitivo che non lascia alcun margine per valorizzare i legami significativi dei richiedenti asilo con i diversi Stati membri», spiega a Valigia Blu Elly Schlein, eurodeputata di Possibile che ha lavorato a un testo di riforma del regolamento di Dublino all’interno della Commissione per le libertà civili, giustizia e affari interni (LIBE).

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I tentativi di modifica sono andati finora falliti. A marzo la Bulgaria, presidente di turno del Consiglio dell’Unione europea, aveva presentato un testo di compromesso per provare ad accelerare il processo di riforma che, per certi versi, era anche peggiorativo dell’attuale meccanismo. Anche il Consiglio europeo del 27 e 28 giugno non ha preso una decisione su quali strumenti adottare per la gestione dell’immigrazione e sulla riforma del sistema europeo comune di asilo. Il testo dell’accordo siglato dai capi di governo e di Stato europei, dopo aver sottolineato che “è necessario trovare un consenso sul regolamento Dublino per riformarlo sulla base di un equilibrio tra responsabilità e solidarietà”, ha rinviato “al Consiglio europeo di ottobre una relazione sui progressi compiuti”.

Nessun riferimento, né all’interno della proposta della presidenza di turno bulgara né nel testo approvato dal Consiglio europeo, alla proposta di riforma del regolamento di Dublino, redatta dalla Commissione LIBE e approvata dal Parlamento europeo (con 390 voti in favore – tra cui quelli del Partito democratico, Possibile e Forza Italia –, 175 voti contrari – tra cui quelli del M5S – e 44 astensioni – tra cui i parlamentari della Lega –) lo scorso novembre.

Come spiegavamo in quest’altro articolo, in base a questo mandato negoziale al Consiglio europeo, il paese in cui un richiedente asilo arriva per primo non sarebbe più automaticamente responsabile del trattamento della domanda di asilo, come accade ora. I richiedenti asilo verrebbero invece ripartiti tra tutti i Paesi dell'Unione europea e sarebbero ricollocati in un altro Stato membro rapidamente e in maniera automatica.

Il criterio del primo paese di accesso verrebbe sostituito, così, con un «meccanismo permanente ed automatico di ricollocamento al quale tutti gli Stati membri sono tenuti a partecipare pro quota (stabilite in base alla popolazione e al PIL)», spiega Schlein. «In sostanza, la persona chiederebbe asilo nel primo Paese di arrivo, dove in breve tempo si verificherebbe se abbia legami significativi con altri Stati membri (familiari, soggiorni precedenti, diplomi e qualifiche), in cui sarebbe immediatamente ricollocata. Ma qualora un richiedente non avesse legami significativi scatterebbe automaticamente il meccanismo di ricollocamento, dando anche un margine di scelta tra i quattro Stati membri che al momento della sua domanda sono i più lontani dal raggiungimento della loro quota di richieste da esaminare». I paesi membri che non avrebbero accolto la propria quota di richiedenti asilo rischierebbero di veder ridotto il loro accesso ai fondi dell’Unione europea. Inoltre, per i ricongiungimenti familiari, la proposta prevede un’estensione del concetto di famiglia, arrivando a comprendere anche i fratelli e i figli adulti ancora a carico.

Per come è strutturato attualmente, «il sistema Dublino è ingiusto sia verso i richiedenti asilo, che spesso cercano di raggiungere autonomamente altri paesi europei esponendosi a rischi, sia verso i paesi di frontiera, perché viola quei principi di solidarietà ed equa condivisione delle responsabilità sull’asilo che sono già scritti nei Trattati europei (ndr, artt. 78 e 80)», prosegue Schlein. «Negli ultimi anni 6 Stati membri su 28 hanno affrontato da soli quasi l’80% di tutte le richieste d’asilo presentate nell’Ue. Non possiamo far pagare a queste persone la sfiducia tra Stati europei, è fondamentale superare l’attuale Dublino per un sistema più giusto, certo ed efficiente, più rispettoso dei diritti delle persone e in cui ogni Stato europeo faccia la propria parte sull’accoglienza. Perché siamo di fronte ad una sfida europea e globale, che nessuno Stato membro può affrontare da solo e richiede risposte comuni».

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L’Europa, conclude l’eurodeputata, è chiamata a tre tipi di azioni diverse nel breve, medio e lungo periodo. Nel breve periodo «deve improntare vere e proprie missioni di ricerca e soccorso», nel medio deve pensare a un ribaltamento di Dublino, nel lungo, avviare politiche strutturali sulle cause delle migrazioni, «dai conflitti, al cambiamento climatico alla questione centrale dei nostri tempi che è quella delle disuguaglianze globali di cui è ammalato il nostro mondo. Su queste dobbiamo assolutamente agire sia tra gli Stati che dentro i nostri Stati perché anche all’interno del territorio italiano le disuguaglianze sono in aumento costante e drammatico».

Aggiornamento 18 luglio 2018: abbiamo aggiornato l'articolo con la correzione di Matteo Villa al suo primo tweet sul numero dei morti e dispersi in mare. 

Foto in anteprima Reuters via Repubblica

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Il caso dello stupro e la vittima ubriaca. Cosa ha stabilito la Cassazione

[Tempo di lettura stimato: 4 minuti]

Ieri pomeriggio agenzie di stampa e quotidiani hanno pubblicato la notizia di una sentenza della Corte di Cassazione (n.32462/18) su un caso di stupro commesso da due 50enni ai danni di una ragazza che aveva bevuto a cena con loro. “La vittima si ubriaca, stupro senza aggravante”, riportava il lancio dell’Ansa, seguito da titoli molto simili di altri giornali.

Nel corpo degli articoli veniva poi spiegato come i giudici, confermando la condanna per violenza sessuale di gruppo della Corte d’Appello di Torino, avessero escluso l’aggravante di “aver commesso il fatto con l’uso di sostanze alcoliche” — e così il relativo aumento di pena — dal momento che la donna aveva consumato alcolici volontariamente.

La notizia ha fatto molto discutere, scatenando polemiche e critiche sui social e nel mondo della politica.

“Stuprare una donna ubriaca è comunque e sempre gravissimo anche se ha bevuto volontariamente. Il sottotitolo della sentenza è ‘in fondo se l’è cercata’, ha scritto su Twitter Alessia Morani del Pd. La deputata di Forza Italia Annagrazia Calabria ha parlato di “decisione sconcertante. Far passare anche solo lontanamente l’idea che approfittare della mancanza di pieno autocontrollo da parte di una donna non sia un comportamento da punire in maniera ancora più dura è un passo indietro nella cultura del rispetto e nella punizione di un gesto ignobile e gravissimo quale è lo stupro”. “Stuprare una donna ubriaca è PIÙ grave, non meno grave, a prescindere se abbia bevuto di sua volontà. Siamo ancora al ‘se l’è cercata’? La Cassazione ci fa fare un brutto salto all’indietro”, il commento dell’ex candidato per il PD alla Regione Lombardia, Giorgio Gori. Alessia Rotta, vicepresidente vicaria dei deputati del Partito Democratico, ha criticato come si trovino “attenuanti, come l’aver bevuto volontariamente, a un reato tanto odioso quanto grave. È una sentenza che rischia di vanificare anni di battaglie”.

La maggior parte dei commenti, infatti, sottintendeva che l’ubriachezza volontaria della ragazza fosse stata considerata dai giudici come un’attenuante per i colpevoli.

In realtà, la sentenza della Cassazione dice che c’è stata “violenza sessuale di gruppo con abuso delle condizioni di inferiorità psichica o fisica”. Secondo i giudici, infatti, integra questo reato “la condotta di coloro che inducano la persona offesa a subire atti sessuali in uno stato di infermità psichica determinato dall’assunzione di bevande alcooliche, essendo l’aggressione all’altrui sfera sessuale connotata da modalità insidiose e subdole, anche se la parte offesa ha volontariamente assunto alcool e droghe, rilevando solo la sua condizione di inferiorità psichica o fisica seguente all’assunzione delle dette sostanze”.

Quello su cui secondo la Cassazione incide la volontarietà o meno dell’assunzione di alcol da parte della ragazza è semmai la sussistenza a carico dei colpevoli dell’aggravante specifica. L’articolo 609-octies del codice penale sulla violenza sessuale di gruppo, infatti, prevede la reclusione da sei a dodici anni che però può essere aumentata “se concorre taluna delle circostanze aggravanti previste dall’articolo 609-ter”. Tra queste c’è l’aver commesso la violenza “con l’uso di armi o di sostanze alcoliche, narcotiche o stupefacenti o di altri strumenti o sostanze gravemente lesivi della salute della persona offesa”.

Per i giudici, “l’assunzione volontaria dell’alcool esclude la sussistenza dell’aggravante, poiché la norma prevede l’uso di armi o di sostanze alcoliche, narcotiche o stupefacenti (o di altri strumenti o sostanze gravemente lesivi della salute della persona offesa)”: l’uso delle sostanze alcoliche, “deve essere quindi necessariamente strumentale alla violenza sessuale, ovvero deve essere il soggetto attivo del reato che usa l’alcool per la violenza, somministrandolo alla vittima”. Invece, “l’uso volontario, incide sì, come visto, sulla valutazione del valido consenso, ma non anche sulla sussistenza dell’aggravante”.

Teresa Manente, responsabile dell’ufficio legale dell’associazione Differenza Donna che dal 1994 gestisce i centri anti violenza a Roma, ha spiegato a SkyTg24 che la sentenza della Cassazione “non lede i diritti della donna in quanto riconosce che si tratta di violenza sessuale perché il consenso non è valido, essendo la vittima in stato di ubriachezza: “La legge prevede l’applicazione delle circostanze aggravanti quando è lo stupratore a somministrare l’alcol, quindi in questo caso la Cassazione ha giustamente affermato che essendo stata la donna a fare uso di alcol volontariamente, la stessa è vittima di violenza sessuale ma non può essere applicata l’aggravante”. L’avvocata ha sottolineato che “presso i centri si rivolgono molte giovani stuprate approfittando dello stato di ubriachezza e pertanto questa sentenza è positiva anche se non riconosce le aggravanti che nel caso specifico non potevano essere applicate. Alle donne interessa che venga riconosciuta la violazione del loro corpo”.

Anche la penalista Francesca Longhi ha detto al Corriere della Sera che la sentenza “è giuridicamente corretta”. “Sarebbe stato scandaloso — ha aggiunto — se i supremi giudici avessero teorizzato che lo stupro non c’era perché la vittima si era ubriacata. Nessuno ha detto: è colpa tua perché hai bevuto. La violenza sessuale è stata ritenuta sussistente. Ma l’aggravante dell’alcol non è imputabile a chi ha commesso il reato, perché si applica nei casi in cui la vittima viene fatta ubriacare, per esempio, con la benzodiazepina, la polverina dello stupro”. Dello stesso parere anche l’avvocata Caterina Malavenda, secondo cui “l’assunzione di alcol incide sul consenso: se tu bevi non puoi più prestare il consenso a un rapporto sessuale; in quelle condizioni non c’è mai”. L’aggravante, invece, “c’è se lo stupratore ha creato la situazione facendo bere la vittima; si applica solo quando c’è una precisa intenzione di farla bere per approfittare di lei. Stando ai fatti accertati, invece, la donna ha bevuto di sua volontà”.

Insomma, i giudici hanno riconosciuto lo stupro di gruppo con abuso della condizione di inferiorità fisica: la ragazza era ubriaca, il che invalida il suo consenso al rapporto. La corte però non ha potuto aggiungere l’aggravante di averla fatta bere per poi abusare di lei.

Il caso adesso tornerà alla Corte d’Appello, ed è lì che — semmai — potranno essere rivalutati i fatti, considerato che quello della Cassazione è un giudizio di legittimità, sulle questioni di diritto. “Ora la Corte di Appello dovrà rivalutare tutto — ha spiegato Malavenda — in particolare, capire chi ha fatto bere la vittima e perché. Tu puoi bere senza rendertene conto se c’è qualcuno che ti riempie continuamente il bicchiere. Ma perché lo sta facendo?”.

Articolo pubblicato in origine su Medium

Foto in anteprima via Ansa.

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Blockchain: cosa è e come funziona la nuova ‘rivoluzione’ tecnologica

[Tempo di lettura stimato: 8 minuti]

Il tormentone dell’estate 2018 sono le discussioni su Blockchain. Chi non ne vuol sapere troppo e godersi indisturbato le vacanze può passare direttamente al post scriptum.

Negli ultimi mesi sembra che Blockchain sia diventata la nuova lotteria tecnologica che spazzerà via tutti i problemi del mondo. La raccontano come l’antidoto alle notizie false, la cura per eliminare le lungaggini burocratiche, la soluzione per comprare i biglietti della metro o per creare nuove forme di confronto.

Peccato, perché alzare le aspettative e crearne di irrealistiche può avere un effetto negativo sulla fiducia verso questa tecnologia. Blockchain - inteso come tecnologia e insieme di regole che la governano - ha delle potenzialità notevoli, che però sono accompagnate, come sempre, da condizioni di applicabilità e limiti.

Blockchain in sintesi

Blockchain è un “registro distribuito e aperto che permette di annotare le transazioni tra due parti in maniera verificabile e permanente”. Insomma, è qualcosa di estremamente noioso per i più: un sistema per gestire dati distribuiti tra molti computer. Ma in alcuni ambiti applicativi può creare delle soluzioni non praticabili fino a poco fa (per alcuni rivoluzionarie), da qui tutta l’attenzione che sta ricevendo.

Semplificando (molto), Blockchain è un libro mastro, replicato su molteplici computer, dove registrare gli scambi conclusi tra utenti. Blockchain è disegnata per assicurare che ogni transazione avvenga regolarmente e che nessuno possa modificare quelle informazioni in futuro.

Blockchain consente di condividere informazioni relative alle transazioni in maniera distribuita (senza alcun attore centrale che faccia da intermediario unico), trasparente (ogni nodo della rete mantiene una copia del database comune a tutti) e tuttavia sicura da manomissioni (nessuno può modificare una transazione già registrata e validata sulla Blockchain).

Come è nata e alcuni concetti base

Blockchain originariamente è stata sviluppata come tecnologia alla base di Bitcoin e ha progressivamente conquistato interesse e spazi anche oltre le criptovalute.

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Nella Blockchain – tradotto letteralmente: "catena di blocchi" – un insieme di transazioni sono raggruppate in un blocco, che il sistema valida e aggiunge agli altri precedentemente creati. Ogni blocco è collegato tramite un codice di riferimento a quelli precedenti, in modo che la sequenza di tutti i blocchi formi una catena, da cui in inglese "Blockchain". Questa catena è trasmessa e conservata a tutti i computer che compongono il sistema.

I computer che decidono di far parte di una Blockchain sono chiamati “nodi” e contribuiscono a validare e trasmettere le singole transazioni all’interno del network. Quando un nuovo nodo si aggiunge alla rete riceve una copia completa della Blockchain (che va dalla prima transazione effettuata fino all’ultima).

È una rivoluzione?

Quando vendiamo o acquistiamo una casa, la transazione è registrata dal notaio nel Registro Immobiliare (il catasto). Chi volesse verificare la proprietà dell’immobile deve consultare quel registro. La stessa cosa succede per i conti correnti (i dati sono gestiti dalla singola banca), la residenza e altri dati anagrafici (gestiti dal Comune), la situazione pensionistica (gestita dall’ente di previdenza). Siamo immersi in un sistema in cui, per molti aspetti della nostra quotidianità, un soggetto terzo (catasto, banca, comune) tiene traccia di informazioni che ci riguardano e le garantisce. Questo soggetto terzo centralizza la raccolta e lo scambio delle informazioni assumendo il ruolo di intermediario e garantendone l’autenticità.

Uno dei motivi per cui ci si rivolge a degli intermediari è per aumentare la fiducia dei contraenti nell’affidabilità della transazione. Se il venditore fosse l’unico soggetto a mantenere traccia degli estremi della transazione, potrebbe essere tentato di alzare il prezzo di vendita concordato e chiedere più soldi; simmetricamente, se l’acquirente fosse l’unico depositario dei termini dell’accordo, potrebbe cercare di abbassarne il prezzo. Se invece i dati sono trascritti e mantenuti da un soggetto terzo, i contraenti confidano ragionevolmente che i termini dell’accordo vengano registrati e conservati senza alterazioni.

Su questo aspetto Blockchain è estremamente innovativo: rende possibile progettare sistemi aperti in grado di registrare, verificare e conservare transazioni senza l’intervento di alcun intermediario. Bastano le due parti della transazione. Il meccanismo è basato su un sistema non centralizzato ma distribuito: i dati sono conservati da molti nodi piuttosto che da uno solo. I contraenti spostano la loro fiducia dagli intermediari al sistema, perché confidano (a ragione) che Blockchain registrerà e conserverà inalterati i dati della loro transazione.

Allora è Blockchain stesso a fare da intermediario? La risposta breve è sì, ma con alcune precisazioni. La principale riguarda la natura stessa dell’intermediazione. Mentre con gli intermediari tradizionali ci si fida che una persona o un’organizzazione si comporterà secondo le nostre aspettative, con Blockchain ci si fida della bontà del sistema e non dell’operato di un singolo soggetto. Blockchain, infatti, non è una persona né un’organizzazione, ma un sistema codificato per gestire informazioni. Mi fido di come funziona il sistema e delle norme che lo regolano, sapendo che le azioni eseguite da Blockchain sono automatiche e non soggette a decisioni di individui o organizzazioni*.

Dove si usa Blockchain?

Blockchain si basa su un modello di gestione dei dati che rende possibile qualcosa che prima era difficile anche solo immaginare: rendere sicure transazioni tra soggetti distribuiti geograficamente senza l’uso di intermediari centrali. All’interno di questi confini, Blockchain è una tecnologia rivoluzionaria. Tuttavia quelle stesse caratteristiche la rendono adatta a un ristretto numero di scenari d’uso.

Molte delle applicazioni di Blockchain sono ancora in fase di sperimentazione, mentre già sono molti gli esempi di programmi falliti. R3 è un progetto lanciato nel 2014 con ambiziosi piani per sviluppare una piattaforma Blockchain per un consorzio delle più grandi banche mondiali. Nonostante enormi investimenti, ad oggi, quelle promesse non sono state soddisfatte: R3 ha più volte rimodellato le proprie ambizioni e voci sempre più insistenti descrivono l’azienda in forte crisi.

Non è un caso che ad oggi la larga maggioranza delle applicazioni Blockchain si concentri nel mondo della finanza o delle criptoavlute da cui trae origine (con il chiaro dominio di Bitcoin come ambito di applicazione). Stanno lentamente anche emergendo casi d’uso interessanti per distribuire voucher alimentari a popolazioni in difficoltà da parte del World Food Program o esempi di sistemi per sostituire le attività di registrazione e di attestazione della proprietà su dei beni o per garantire la tracciabilità di alcuni scambi (dai generi alimentari alla trasparenza sulle donazioni).

Caso d’uso nelle criptovalute: Bitcoin

Quando invii un bonifico bancario, stai dando mandato alla banca di prendere 10 Euro dal tuo conto corrente e di aggiungerli a quello del ricevente. La banca registrerà nel proprio database (sistema di raccolta e gestione dei dati) quella transazione. Se tutto funziona correttamente, dopo qualche giorno avrai un’operazione in uscita (segno -) e la controparte una in entrata (segno +). Tutti i dati di questa transazione sono conservati e garantiti dalla banca. Per questo ci sono molteplici sistemi di protezione dei dati bancari: occorre garantire che i dati delle transazioni rimangano intatti anche in caso di malfunzionamento, errore o attacco informatico.

Con Blockchain i dati delle transazioni non sono conservati su un unico computer. Sono invece mantenuti su un gran numero di computer distribuiti per il mondo (a Luglio 2018 si contano 9650 nodi che fanno parte della Blockchain di Bitcoin). Ogni computer ha la stessa importanza degli altri (sistemi peer-to-peer) e su ognuno sono registrati esattamente gli stessi dati e le stesse transazioni. Ogni nodo conserva un registro con tutti i trasferimenti di Bitcoin conclusi dal 2009 fino ad oggi. Questo vuol dire che chi volesse attaccare o manomettere le transazioni registrate non potrebbe limitarsi ad entrare in un solo computer per modificare i dati ma dovrebbe entrare quasi simultaneamente in tutti i 9650 nodi (in realtà basterebbe controllarne la maggior parte, ma in questo articolo adotteremo questa semplificazione*). Inoltre, poiché ogni blocco di transazioni è legato al blocco di transazioni precedenti (catena di blocchi), non è possibile modificare una transazione passata senza andare a manipolare tutti i blocchi aggiunti successivamente. Su tutti i 9650 computer.

Facciamo un esempio. Ipotizziamo che il 26 Aprile 2018 intorno alle 10 di mattina Giovanna abbia pagato a Carlo 229 bitcoin. Quella transazione è stata registrata nel blocco numero #520000 (un blocco è un contenitore che raccoglie un insieme di transazioni). Dopo quattro giorni Carlo vuole provare a manomettere quella transazione aggiungendo uno zero per essere più ricco. Il 30 Aprile, mentre cerca un modo per truffare il sistema, si accorge che nel frattempo sono stati aggiunti 550 blocchi (si è arrivati al #520550). Ogni blocco ha un legame con il precedente. Quindi se Carlo vuole modificare anche solo uno spazio o uno zero del blocco #520000, dovrà manomettere anche il blocco successivo (#520001) altrimenti il legame sarebbe spezzato e il sistema si accorgerebbe della manomissione. Ma ovviamente se manomette il #520001 dovrà modificare anche quello successivo (#520002) e tutti gli altri che sono stati creati nel frattempo. Quindi Carlo, per truffare il sistema dopo 4 giorni, deve manomettere 550 blocchi (e deve farlo in fretta prima che ne vangano aggiunti altri). Non solo, ma deve farlo in maniera pressoché simultanea per tutti i 9650 nodi distribuiti nel mondo. Conclusione: Carlo rimarrà felicemente con i suoi 229 bitcoin senza aggiungere alcuno zero.

Caso d’uso nella logistica di prodotti alimentari: Carrefour

Un esempio di Blockchain usato nella logistica è quello che sta portando avanti la catena della grande distribuzione Carrefour. A inizio 2018 Carrefour ha introdotto in Francia la Blockchain per tracciare la filiera di alcuni generi alimentari, iniziando dal pollo d’Auvergne e il pomodoro Marmande. In Italia da Settembre la Blockchain permetterà di tracciare digitalmente, in maniera trasparente e consultabile anche dal consumatore finale, il pollo allevato all’aperto e senza antibiotici da 29 allevamenti, 2 mangimifici e 1 macello. I clienti (tramite un QR code) potranno accedere a tutti i dati della filiera alimentare, dall’origine fino al punto vendita. Le caratteristiche delle Blockchain garantiranno l’immutabilità di quei dati.

Se da una parte queste iniziative sono rivolte ad aumentare la fiducia del consumatore, rimane una questione aperta. L’immutabilità dei dati risolve un problema (la possibilità di modificarli ex-post quando conviene) ma non garantisce sull’attendibilità e veridicità dei dati immessi in ogni passaggio della filiera. Ovvero se inserisco un dato non veritiero, Blockchain incorporerà nel sistema senza filtri quell'informazione non accurata o falsa: semplicemente non consentirà di modificarlo successivamente.

Le Blockchain sono tutte uguali?

Possiamo definire diversi tipi di Blockchain in base al loro grado di apertura. È definita “permissionless” (senza permesso) quella in cui chiunque può partecipare al processo di verifica dei blocchi senza dover avere un’autorizzazione ex-ante per poter aggiungere la propria capacità computazionale a quella del sistema. Bitcoin è una Blockchain permissionless: ogni computer può diventare parte del sistema (full node) senza ricevere alcuna autorizzazione preventiva purché rispetti le regole stabilite per ogni nodo della catena stessa. Al contrario, una Blockchain di tipo “permissioned” (con permesso) è quella in cui un’autorità centrale o un consorzio seleziona preventivamente i nodi che possono verificare le transazioni.

Spesso le Blockchain con o senza permesso preventivo vengono confuse con quelle di tipo pubblico o privato. In una Blockchain pubblica ognuno può avere accesso ai dati conservati nella catena, avendo quindi la possibilità sia di leggere sia di sottomettere le transazioni. In una Blockchain privata, invece, l’accesso ai dati (così come la sottomissione di nuove transazioni) sono ristrette solo agli attori scelti dall’autorità centrale (spesso quindi l’accesso alla Blockchain privata è ristretto ai membri di una singola organizzazione o di una associazione).

La differenza tra queste due categorizzazioni è sottile (e in realtà ancora in divenire): persmissionless/permissioned si riferisce a un problema di autorizzazione – COSA può fare un nodo e se per farlo ha bisogno o meno di un’autorizzazione preventiva; public/private si riferisce a un problema di autenticazione – CHI può accedere ai dati. Nei casi concreti quasi sempre una Blockchain pubblica è anche permissionless (come nel caso di Bitcoin) in modo da ridurre l’esigenza di un intervento di terze parti e autorità intermediatrici. Simmetricamente le Blockchain private sono quasi sempre permissioned perchè le organizzazioni che le gestiscono hanno interesse a restringere accesso e uso solo ai loro membri.

Alla fine è una rivoluzione o no?

Blockchain funziona al meglio in un sistema distribuito aperto (che quindi vuole o deve far a meno di nodi centrali) dove la priorità è garantire la non modificabilità delle transazioni concluse. In tutti gli altri scenari Blockchain presenta molte inefficienze rispetto alle tradizionali soluzioni centralizzate.

Quindi per capire se Blockchain può essere innovativa in un certo ambito ci dobbiamo chiedere: il sistema in questione deve essere distribuito e aperto? La priorità del sistema è la conservazione e la non modificabilità dei dati registrati? Se la risposta a una di queste domande è negativa, allora una combinazione di tradizionali sistemi di gestione di dati e crittografia può spesso bastare senza dover ricorrere a Blockchain, che per design è – a parità di condizioni - più costosa e lenta. Blockchain è inefficiente per sua stessa natura, ed è questa sua inefficienza a garantirne la robustezza in contesti distribuiti e aperti.

Un altro elemento spesso sottostimato in fase di disegno dei sistemi Blockchain riguarda i nodi: la struttura della catena è forte solo se può contare sulla partecipazione di numerosi nodi autonomi e indipendenti. Ma i nodi devono avere un interesse o una motivazione per investire parte delle loro risorse nella sicurezza del sistema. Nella Blockchain di Bitcoin questa motivazione deriva dalla possibilità di ricevere come ricompensa i nuovi bitcoin generati nel blocco. In molte altre sperimentazioni il problema del numero di nodi è sottostimato, finché ci si accorge che una Blockchain con 3 nodi è un inutile spreco di risorse.

Cosa c’è in un blocco?

Ogni blocco della Blockchain è caratterizzato da almeno quattro parti:

1. Dati sulle transazioni: le informazioni di tutte le transazioni raccolte nel blocco stesso.
2. Timestamp: data e ora in cui il blocco è stato generato.
3. Hash: un numero che identifica in maniera univoca il singolo blocco.
4. L’hash del blocco precedente: in questo modo ogni blocco è legato in maniera diretta al blocco precedente. Ipotizziamo per esempio che il blocco #99 abbia come valore dell’hash la stringa 6f49c2f. Il blocco successivo #100 che ipotizziamo con hash a09db6f, dovrà avere nel campo “hash del blocco precedente” lo stesso valore 6f49c2f.

Come fanno i diversi nodi a concordare quali blocchi aggiungere alla catena?

Nella Blockchain di Bitcoin i full node (in italiano “nodi completi”) sono nodi che hanno convalidato l’intera catena Blockchain in modo indipendente ed autonomo e applicano tutte le regole di Bitcoin (es. ogni blocco può creare solo un certo numero di nuovi bitcoin, attualmente 12.5; ogni transazione deve rispettare il formato di dati stabilito; ogni transazione deve contenere le firme corrette per poter spendere i bitcoin, etc.). Solo i full node possono aggiungere un nuovo blocco alla Blockchain. Per farlo devono raggiungere un “consenso” con gli altri nodi completi. Il consenso viene raggiunto quando un full node condivide con gli altri il così detto proof-of-work (POW) e gli altri lo verificano e lo accettano. Il POW consiste in una sorta di puzzle matematico difficile da risolvere, ma la cui soluzione è facile da verificare.

Quindi i full node devono impiegare consistenti risorse computazionali per risolvere il problema, ma una volta trovata la soluzione questa è facilmente verificabile dagli altri nodi. Ad oggi servono in media 10 minuti per creare nuovo blocco nella catena Bitcoin. Il primo full node che risolve il puzzle può aggiungere il nuovo blocco e ottenere come ricompensa i nuovi bitcoin creati nel blocco . Questa ricompensa funge da incentivo economico per motivare i full node a contribuire alla catena di Bitcoin. Sebbene il POW sia uno dei meccanismi più diffusi per raggiungere il consenso, ne esistono anche molti altri tra cui il proof-of-activity o il proof-of-stake.

Come funziona l’hash e la risoluzione dei problemi per generare i blocchi?

Un nodo può generare un blocco quando risolve un puzzle. Come dire che se voi riuscite a decodificare la seguente stringa (cioè trovare il messaggio al suo interno), avrete diritto ad una ricompensa:

9105888CFA30DE00D70E800BE55451413C4CCDA27FA4B198212247C3687DFB34

In questa stringa è stato crittografato un messaggio usando un algoritmo chiamato SHA-256 (Secure Hash Algorithm). Questo algoritmo genera degli hash (quasi-)unici a lunghezza fissa di 256-bit con la caratteristica di consentire una “facile” criptazione di un messaggio mentre la sua decodifica è (oggi) praticamente impossibile. Nella stringa criptata sopra, il messaggio è: “Visto come è facile verificare la correttezza di questo hash?”. Esistono molti generatori online di SHA-256 hash (qui un esempio) da provare per vedere quanto è facile criptare un messaggio che nessuno riuscirà decodificare (scrivete nello spazio di testo il messaggio che volete codificare, notando come ad ogni carattere che inserite l’hash cambi completamente). Allo stesso tempo con i generatori online è facile controllare che la soluzione che vi ho proposto al puzzle sia corretta. Basta inserire la risposta (“Visto come…” ecc) nel campo testo e controllare che l’hash del puzzle sia quello che avevo indicato sopra (9105…etc.). Nella Blockchain di Bitcoin i nodi cercano la soluzione al puzzle e, quando la trovano, la comunicano a tutti gli altri nodi che così possono controllare facilmente (come avete fatto voi con la stringa qui sopra) che la soluzione trovata sia effettivamente corretta.

P.S. Se siete in vacanza e volete tagliare corto la conversazione con l’ennesima persona che vi chiede se sapete cosa sia Blockchain, impostate una faccia annoiata e rispondete rapidi: “Blockchain è disegnato per garantire la sicurezza di un sistema distribuito aperto anche in presenza di un modello avversario con tolleranza bizantina ai guasti”. Poi allontanatevi tranquilli, non verrete più disturbati.

*Rimandiamo ad un altro momento la spiegazione di dettaglio ed esaustiva di altri aspetti di Blockchain (come vulnerabilità, attacco 51%, Sybil-resistance, meccanismi per far evolvere la catena, smart contract, problemi di governance, impatto e modelli organizzativi, etc.) che costringerebbe la gran parte dei lettori ad utilizzare immediatamente la formula consigliata nel post scriptum. Per chi volesse intanto approfondire, un buon punto di partenza non tecnico è Tapscott e Tapscott (2016).

Altra iniziativa da seguire è l’Osservatorio e Forum sulla Blockchain dell’Unione Europea che presenta anche una mappa (in crowdsourcing) delle iniziative basate su questa tecnologia.

Immagine in anteprima via pixabay.com

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Le polemiche sulle ONG, le critiche a Travaglio e cosa ci dicono i fatti finora emersi

[Tempo di lettura stimato: 19 minuti]

[ha collaborato Angelo Romano]

Un editoriale di Marco Travaglio sulle ONG (che attualmente non sono presenti nel Mediterraneo per le operazioni di salvataggio), sulle conseguenze delle loro attività in mare, sul presunto "legame acclarato" fra alcune di loro e gli scafisti libici e sulla situazione in Libia, ha provocato la reazione di giornalisti specializzati in questi temi e studiosi che hanno criticato e denunciato le semplificazioni, inesattezze ed errori di quanto scritto dal direttore del Fatto Quotidiano.

Abbiamo ricostruito il dibattito, analizzando i punti principali della discussione.

Cosa ha scritto Travaglio

Lo scorso 10 luglio, il direttore de Il Fatto Quotidiano, Marco Travaglio, ha scritto un editoriale in cui, commentando ed esprimendo solidarietà all'iniziativa “Una maglietta rossa per fermare l'emorragia di umanità” (promossa da Libera e altre associazioni, come ANPI e Arci) che puntava a sensibilizzare le persone sul tema dei migranti e dei morti in mare, ha criticato chi, tra le "magliette rosse", ha collegato l'ultimo naufragio al largo delle coste libiche (di cui si è avuta notizia lo scorso 2 luglio) "alle politiche del governo italiano" con il rischio di trasformare "una bella iniziativa per non dimenticare una tragedia quotidiana che dura da anni" in "un'arma di distrazione di massa dai veri responsabili", cioè "i trafficanti di esseri umani".

Tra le argomentazioni presentate, Travaglio, rifacendosi alle posizioni del procuratore di Catania, Carmelo Zuccaro, afferma che le organizzazioni non governative (ONG), impegnate nel salvataggio in mare, hanno agevolato, senza dolo, gli affari dei trafficanti di persone, permettendogli di impiegare "natanti sempre più pericolanti, proprio perché sicuri di dover percorrere un tratto di mare molto limitato prima della "consegna" sincronizzata (il "salvataggio" è tutt'altra cosa) del carico umano alle imbarcazioni private" e ostacolato le indagini dei magistrati: "se nessuno li vede (ndr "gli scafisti"), li intercetta, li identifica, è impossibile incriminarli e arrestarli".

Sul punto, il direttore del Fatto Quotidiano aggiunge:

Il legame fra alcune Ong e gli scafisti, ormai acclarato e addirittura rivendicato dalle interessate, non è di tipo economico, ma fattuale: le Ong agiscono, anche con le migliori intenzioni, come "pull factor" che rende i viaggi meno costosi e rischiosi, dunque più appetibili e redditizi. E questa non è necessariamente materia penale, perché i reati presuppongono il dolo, cioè l'intenzione di sostenere i trafficanti, che non è il movente delle Ong. Ma, se un fatto non è reato, non vuol dire che non sia vero.

Il giornalista, spiegando poi ai propri lettori quale politica sta portando avanti il governo Conte, insieme all'Unione europea, per stabilizzare la situazione in Libia – aiutare cioè il governo di Tripoli "ad affermare e perimetrare la sua sovranità, unica premessa per operazioni efficaci di controllo del mare e dei flussi" –, avverte che "ora in Libia premono per partire chi dice 700 mila, chi dice 1 milione di persone" e che "l'Italia non può accogliere" quel numero di migranti.

Travaglio specifica infine che "quando le navi delle ONG scorrazzavano nel "Mar West" Mediterraneo e i porti italiani (e solo quelli) erano sempre aperti (....), si registrò il triste record di 35mila affogati in 15 anni" mentre "i morti cominciarono a calare, e di parecchio, quando Minniti smise di ululare all'egoismo dell'Europa e si rimboccò le maniche: impose quelle regole alle ONG e provò a stabilizzare la Libia, aiutando Tripoli a riaffermare uno straccio di sovranità sul suo territorio e le sue acque". E "il governo Conte prosegue su quella strada" contribuendo a evitare che ci siano più sbarchi sulle nostre coste: "l'equazione 'più ONG, meno morti' è falsa: è vera invece quella 'meno sbarchi, meno morti'".

Le risposte a Travaglio

Su quanto scritto da Travaglio sono arrivate sui social diverse risposte da altri giornalisti e studiosi che da tempo si occupano del fenomeno migratorio con articoli, inchieste, studi e reportage sul campo.

Innanzitutto a Marco Travaglio viene chiesto da più parti, tra cui da Diego Bianchi (conosciuto con il nome di "Zoro"), conduttore del programma televisivo "Propaganda Live" su La7,  da chi sarebbe stato "acclarato" il legame fra alcune ONG e gli scafisti e da quale organizzazione non governativa sarebbe stato "rivendicato".

  • Il "pull factor" (un fattore di attrazione)

Matteo Villa, ricercatore dell'ISPI (cioè l'Istituto per gli studi di politica internazionale), ha mostrato che la presenza delle imbarcazioni delle ONG nel Mediterraneo non "ha avuto alcun effetto significativo sulla variazione delle partenze dalla Libia".

Alla stessa conclusione il ricercatore era arrivato nel maggio scorso all'interno di un fact-checking su diverse questioni legate ai flussi migratori, in cui si legge che "a determinare il numero di partenze tra il 2015 e oggi sembrano essere stati dunque altri fattori, tra cui per esempio le attività dei trafficanti sulla costa e la 'domanda' di servizi di trasporto da parte dei migranti nelle diverse località libiche".

La tesi di un "pull factor" delle ricerche e soccorso era stata sollevata lo scorso anno nel rapporto Risk Analysis 2017 di Frontex (cioè l'Agenzia europea della guardia di frontiera e costiera) in cui si leggeva che tra le “conseguenze involontarie” delle operazioni in prossimità delle coste della Libia c'è quella di “agire da pull factor, aggravando le difficoltà legate al controllo delle frontiere e al salvataggio in mare”.

Su questa possibilità, diverse autorità internazionali e nazionali avevano espresso un parere negativo, come avevamo ricostruito in questo approfondimento:

"Per Federico Soda, Direttore dell’Ufficio di Coordinamento per il Mediterraneo dell'OIM, non solo «la presenza di navi nel Mediterraneo non rappresenta un fattore di attrazione», ma «parlare di pull factor è fuorviante», perché i migranti sono spinti da tanti altri fattori «tra cui il principale è il deterioramento delle condizioni di vita in Libia, e sono sempre di più le persone che scappano in quanto vittime di violenze e abusi».

In audizione al Comitato Schengen della Camera dei deputati (...), il contrammiraglio Nicola Carlone, capo del reparto Operazioni della Guardia Costiera, ha espressamente precisato che la presenza delle ONG «non comporta quello che viene detto fattore di attrazione» e «non dà impulso alle partenze», poiché si tratta di un fenomeno «governato esclusivamente a terra, secondo modalità decise dalle organizzazioni criminali». Ugualmente, in Commissione Difesa al Senato il comandante generale del Corpo delle Capitanerie di porto, Vincenzo Melone, ha spiegato che l'area di ricerca e soccorso «non è la causa di questo evento epocale, né può essere la soluzione, che deve essere politica. La gestione dei soccorsi in mare è sintomo di una malattia che nasce e si sviluppa altrove, sulla terraferma, ed è li che bisogna intervenire».

Sempre a Palazzo Madama, (...) l'ammiraglio Enrico Credendino, comandante di EunavforMed – operazione Sophiaha precisato che più che di pull factor bisognerebbe parlare di push factor, cioè di quei fattori che spingono i migranti a partire: «Ho incontrato cinque ambasciatori del Sahel a New York, ai quali ho detto che noi probabilmente come Unione europea non spieghiamo ai loro cittadini i rischi dei viaggi nel Mediterraneo. Tutti e cinque mi hanno risposto che mi sbagliavo, e che chi parte sa esattamente quello a cui va incontro: sa che molti moriranno nel deserto, che le donne verranno abusate durante il viaggio, che le famiglie saranno distrutte. Ciononostante scelgono di partire e accettano i rischi piuttosto che restare a casa loro». Credendino ha poi ricordato che anche Mare Nostrum era stata accusata di essere fattore d'attrazione, ma «quando è terminata e quattro mesi dopo è iniziata Mare Sicuro non c'è stato un decremento delle partenze, anzi. Il che vuol dire che questo collegamento tra fattore attrazione e navi in mare non è così immediato»".

Sul fatto poi che, come scrive il direttore del Fatto Quotidiano, la presenza delle ONG a ridosso delle acque territoriali libiche avrebbe permesso ai trafficanti di impiegare natanti sempre più pericolanti "proprio perché sicuri di dover percorrere un tratto di mare molto limitato", Lorenzo Bagnoli, giornalista freelance, in un post su Facebook, scrive che ad esempio "i gommoni sono solo una delle tipologie possibile delle imbarcazioni utilizzate dai migranti e si usano da ben prima che le Ong entrassero in azione (ironia della sorte, ne avevo scritto per Il Fatto quotidiano)".

Sempre lo scorso anno sull'utilizzo di imbarcazioni sempre più instabili e pericolose da parte dei trafficanti e le cause delle morti in mare avevamo riportato quanto scriveva la Guardia Costiera italiana e sosteneva chi se ne era occupato: "Stando al rapporto 2016 sulle attività SAR della Guardia Costiera, i trafficanti hanno sensibilmente peggiorato le condizioni dei viaggi in mare: sono aumentate le partenze notturne o in condizioni non favorevoli, i gommoni vengono preferiti ai barconi e riempiti di persone fino all'inverosimile. Questo fa sì che le imbarcazioni abbiano un'autonomia molto minore. Intervistato da OpenMigration Lorenzo Pezzani, uno dei ricercatori autori dello studio Death by rescue che ha indagato sui naufragi di aprile 2015, ha affermato che il cambiamento di strategia dei trafficanti «c’era già stato nel 2015, quando le ONG erano ancora poche, ed è quindi assurdo imputare a loro questa situazione»".

Ad esempio, nel settembre di tre anni fa Repubblica scriveva che "il lavoro svolto fino ad oggi dalle Procure siciliane ha (...) permesso di sottrarre ai trafficanti di uomini molte imbarcazioni, in linea anche con la nuova missione EuNavFor Med voluta dall'Unione Europea. I trafficanti preferiscono così ultimamente acquistare i gommoni, spesso realizzati artigianalmente: 'Abbiamo accertato che non si tratta di gommoni provenienti da enti di marineria specializzati, ma mezzi di scarsa fattura, con poca sicurezza di galleggiabilità. Sono gommoni che hanno un'autonomia dalle dieci alle dodici ore'.".

  • 700mila - 1 milione di persone pronte a partire dalla Libia

Sul numero delle persone che in Libia premerebbero per partire per l'Italia e che secondo quanto riportato da Travaglio sarebbero tra le 700mila e 1 milione, Francesca Mannocchi, giornalista che ha pubblicato diversi reportage dalla Libia, ha chiesto al direttore del Fatto Quotidiano la fonte di questi dati, perché, come precisa la giornalista, la stima dei migranti presenti in Libia non equivale al numero delle persone che sarebbero intenzionate a partire.

  • Il rapporto tra sbarchi e morti in mare

Sui morti in mare, gli sbarchi e la presenza delle ONG, la giornalista di Internazionale, Annalisa Camilli, spiega che non è corretta l’equazione ‘meno sbarchi, meno morti’ perché “la mortalità deve essere calcolata in relazione alle persone partite e non a quelle arrivate”. Secondo i dati dell’Alto Commissariato delle Nazioni Unite per i Rifugiati (UNHCR), i morti in mare nei primi sei mesi dell’anno, hanno già raggiunto quota mille, rendendo di fatto quella del Mediterraneo centrale la rotta più pericolosa del mondo.

Se è vero che dall’estate del 2017 il numero degli sbarchi sulle nostre coste è sensibilmente diminuito (al 30 giugno di quest’anno gli arrivi sulle nostre coste risultano calati dell’80,22% rispetto al 2017 e del 76,41% rispetto al 2016), è anche vero che è aumentato in proporzione il numero delle persone che perdono la vita durante la traversata. Carlotta Sami, direttore comunicazioni con incarico di portavoce per il Sud Europa dell'UNHCR, nel corso della trasmissione Agorà su Rai Tre,  ha affermato che se fino allo scorso anno nel Mediterraneo moriva 1 persona su 39, nei primi sei mesi del 2018 il dato è pressoché raddoppiato (1 morto ogni 19 persone partite) e, nel solo mese di giugno, è morta una persona su 6.

Un dato che, scrive il ricercatore di Ispi, Matteo Villa, sta riportando il numero assoluto di morti e dispersi in mare ai livelli precedenti al luglio 2017, quando si era cominciata a registrare una drastica riduzione delle partenze dalla Libia.

Villa ha poi corretto (per un errore nel conteggio) il suo primo tweet

L’aumento dei morti e dispersi in mare, prosegue il ricercatore, si è verificato nel momento in cui la cosiddetta "Guardia Costiera libica" ha incrementato il numero di interventi: nei primi sei mesi sono diminuiti i migranti che sono riusciti a raggiungere l’Italia (circa la metà rispetto all’86% del 2017), è aumentato il numero delle persone intercettate dalle motovedette libiche (il 44% rispetto al 12% dell’anno scorso) e riportate in Libia e quello dei morti durante la traversata (il 4,5%, praticamente il doppio dell’anno prima).

https://twitter.com/emmevilla/status/1014068496584597504

Tutto questo, scrive in un altro tweet Villa, è dovuto essenzialmente a tre fattori: “Le ong sono coinvolte sempre di meno nei salvataggi, i mercantili non intervengono perché temono di essere bloccati per giorni in attesa di avere indicazioni sul porto di sbarco e la guardia costiera libica non ha né i mezzi né la competenza per occuparsi dei salvataggi”. 

La replica di Travaglio

Marco Travaglio ha replicato a quanto scritto da Bianchi ("Zoro") e Mannocchi con un secondo articolo.

Il giornalista inizia ribattendo alla richiesta di Diego Bianchi. Riguardo il chiarimento da chi sarebbe stato "acclarato" il legame fra alcune ONG e gli scafisti, Travaglio cita il caso di una ONG, la Jugend Rettet:

"Gentile Zoro, sul web può trovare i filmati, le fotografie e l'audio delle intercettazioni dei responsabili di un'Ong, la tedesca Jugend Rettet, e della sua nave Iuventa sequestrata un anno fa a Trapani perché - spiegò il procuratore Ambrogio Cartosio - «è accertato che i migranti vengono scortati dai trafficanti libici e consegnati non lontano dalle coste all'equipaggio che li prende a bordo della Iuventa. Non si tratta dunque di migranti 'salvati', ma recuperati, consegnati. E poiché la nave della Ong ha ridotte dimensioni, questa poi provvede a trasbordarli presso altre unità di Ong e militari».

Travaglio scrive così di "consegne sincronizzate grazie a comunicazioni dirette o indirette (tramite mediatori e favoreggiatori) con gli scafisti, ai quali veniva poi consentito di smontare e riprendersi i motori dai gommoni (che per legge andrebbero distrutti) e infine venivano graziosamente restituiti tre barconi, subito riutilizzati nei giorni seguenti per altri traffici di esseri umani".

Per il giornalista si tratta dello "stesso scenario descritto mesi prima dal procuratore di Catania Carmelo Zuccaro nelle audizioni in Parlamento, a proposito di altre Ong, e poi immortalato da altre indagini di varie Procure siciliane". Se poi, continua Travaglio, "alcune indagini (diversamente da quella di Trapani, che s'è vista confermare il sequestro della Iuventa fino in Cassazione) non hanno finora accertato reati, non significa che non abbiano acclarato fatti oggettivi".

Riguardo poi la seconda parte della richiesta, cioè da quale ONG sarebbe stato "rivendicato" il legame con i trafficanti, il direttore del Fatto Quotidiano prima descrive quello che accadrebbe in mare, rivelato "spesso dai satelliti militari puntati sul Mediterraneo":

"Navi di Ong salpavano all'improvviso dai porti europei (soprattutto italiani) e facevano rotta verso un punto X del mare, in simultanea o addirittura in anticipo sulla partenza di un barcone carico di migranti dalla costa libica che, guardacaso, puntava dritto verso X. Il che, salvo immaginare sistematici casi di telepatia o continue apparizioni dell' arcangelo Gabriele, dimostra un coordinamento fra scafisti (o loro complici) e Ong, sempre nel posto giusto al momento giusto per rilevare il carico umano, spesso al confine delle acque territoriali libiche, o financo oltre".

Poi afferma che questo modus operandi "è stato più volte rivendicato dalle ONG coinvolte (sorvolando ovviamente sui contatti telefonici: ammetterli sarebbe confessare il favoreggiamento). L'argomento è: 'Così si salvano più vite'" che, afferma Travaglio, non risulta essere vero perché "le consegne sincronizzate avvengono senza pericoli di vita, dunque non sono salvataggi, ma incentivi al traffico di migranti".

Travaglio passa poi alla domanda di Mannocchi sul numero di migranti pronti a partire in Libia: tra i 700mila e un milione. Il giornalista specifica innanzitutto che  quel dato "è frutto delle stime di numerosi osservatori della realtà libica, fra cui Lorenzo Cremonesi del Corriere, uno degli inviati più seri e informati sul Medio Oriente e il Nordafrica". Poi, aggiunge, che quei migranti vogliano partire per l'Europa lo desume "dal fatto che difficilmente i disperati del Mali, o del Niger, o della Nigeria lasciano le loro case e attraversano il deserto accompagnati da trafficanti senza scrupoli che li pestano e li depredano, per trascorrere le vacanze estive in un campo-lager della Libia".

Le risposte a Travaglio e cosa dicono finora le indagini


Diego Bianchi ringrazia Travaglio per la risposta scrivendo che "la conferma da parte sua del fatto che di 'acclarato' e 'addirittura rivendicato' circa il legame tra 'alcune Ong e gli scafisti' non ci sia nulla è molto importante". Zoro fa riferimento al fatto che Travaglio ha risposto citando un'indagine ancora in corso su diversi membri dell'equipaggio di una ONG e quindi senza ancora una richiesta di rinvio a giudizio e di conseguenza anche di un processo e di relative sentenze.

  • Cosa è emerso finora dall'inchiesta a Trapani

Lo scorso 2 agosto la nave "Iuventa" della ONG Jugend Rettet è stata sequestrata (qui il decreto del sequestro preventivo del Tribunale di Trapani) dai magistrati. La Procura di Trapani sta indagando per il reato di favoreggiamento dell'immigrazione clandestina. Gli episodi contestati dagli inquirenti, come riportato in un precedente articolo, sono tre: il 10 settembre 2016, il 18 giugno 2017 e il 26 giugno 2017, anche se ve ne sono altri che ai pm fanno ritenere "abituale" una certa condotta dell'equipaggio. Durante la conferenza stampa, avvenuta dopo il sequestro della nave, l'allora procuratore di Trapani, Ambrogio Cartosio (poi passato alla Procura di Termini Imerese), aveva detto: «Si è accertato che questa imbarcazione abbia effettuato interventi non per salvare dei soggetti in pericolo di vita, ma per trasbordare sull'imbarcazione delle persone scortate dai trafficanti libici».

Il procuratore aveva detto di aver documentato (con foto e video) degli incontri in mare tra membri dell’equipaggio e scafisti, ma escludeva collegamenti (anche per scopi economici) tra l’ONG e trafficanti libici: «Un collegamento stabile tra la ONG e i trafficanti libici è pura fantascienza». Proprio per questo motivo, la Procura non sta indagando anche per il reato di associazione a delinquere. Per Cartosio infatti «le finalità dei trafficanti erano ben diverse rispetto a quelle dell’equipaggio Iuventa» che avrebbe commesso quanto imputato «per motivi umanitari».

Nelle carte dell’inchiesta emerge anche che, in uno degli episodi contestati, uomini dell’equipaggio della Iuventa avrebbero consentito a persone che operavano al confine delle acque territoriali libiche di recuperare tre imbarcazioni utilizzate dai migranti per la partenza dalle coste nordafricane, una delle quali riutilizzata il 26 giugno per un'altra partenza, spiegava RaiNews. Nelle riunioni operative sui salvataggi, scrivevano gli inquirenti, viene invece sempre raccomandato a chi interviene di rendere inutilizzabili i natanti utilizzati per trasportare i migranti (questa attività – prescritta anche nel cosiddetto "codice di condotta" stipulato dall'allora ministro Minniti – non è quindi prevista "per legge", come scrive Travaglio, ma raccomandata).

L'avvocato della ONG ha presentato ricorso contro il sequestro della nave, ma la Cassazione, lo scorso 24 aprile, lo ha confermato: “Il ricorso ovviamente non entrava nel merito dei fatti contestati dalla procura di Trapani, contestavamo la legittimità della giurisdizione italiana”, aveva commentato l'avvocato.

Mercoledì 11 luglio poi, la procura di Trapani ha notificato 20 avvisi di garanzia (tra soggetti identificati a bordo della Iuventa, personale di Medici senza frontiere e Save The Children e Padre Mussie Zerai) di natura strettamente procedurale, scrive Tgr Sicilia, "poiché è necessario effettuare verifiche e accertamenti su personal computer e cellulari. Proprio la natura di questo tipo di accertamento – definito irripetibile – prevede la presenza dei difensori, a garanzia degli indagati". Riguardo la notifica ricevuta, Save The Children ha comunicato che "si tratta di un atto dovuto per consentire di partecipare all’ispezione dei dispositivi elettronici sequestrati alcuni mesi orsono, permettendo di esercitare il diritto alla difesa".

Fonti della Procura citate da Repubblica Palermo avrebbero inoltre precisato "che dagli atti di indagine non emerge in alcun modo che l'operato delle navi umanitarie, che in più occasioni avrebbero soccorso i migranti in acque libiche e con modalità ancora da accertare, possa nascondere fini illeciti di qualsiasi natura. Se le Ong hanno violato le norme lo hanno fatto solo per fini umanitari dando precedenza assoluta alla salvezza delle vite umane".

  • Lo scenario evocato da Zuccaro e quello della procura di Trapani

Nel suo secondo editoriale, Travaglio ha scritto che lo scenario emerso dall'indagine della Procura di Trapani sarebbe uguale a quello descritto lo scorso anno dal procuratore di Catania Carmelo Zuccaro.

Leggi anche >> ONG, migranti, trafficanti, inchieste. Tutto quello che c’è da sapere

Il procuratore siciliano, in base a un’indagine conoscitiva sul “fenomeno” delle organizzazioni non governative e su indicazioni ricevute da Frontex e dalla Marina Militare, aveva parlato di contatti e chiamate con soggetti sulla terraferma libica, di possibili finanziamenti ricevuti dalle organizzazioni criminali che organizzano i viaggi in mare e sugli scopi delle ONG aveva detto: «Potrebbe anche essere che da parte di alcuni di queste organizzazioni non governative si perseguono finalità di destabilizzazione, ad esempio, dell’economia italiana». Parole che avevano provocato forti polemiche. Motivo per cui Zuccaro aveva poi precisato che sul ruolo di «alcune ONG sulle operazioni di salvataggio di migranti e sui loro finanziamenti» aveva delle «ipotesi di lavoro, che non sono al momento prove» e di aver voluto denunciare «un fenomeno e non singole persone».

Uno scenario quindi diverso rispetto a quanto emerso finora dall’indagine di Trapani, in cui si parla di incontri/contatti in mare tra uomini dell’equipaggio di Jugend Rettet e trafficanti, di fantascienza se si ipotizza un collegamento (anche economico) stabile tra la ONG e i trafficanti libici e di finalità della Iuventa comunque “umanitaria”.

  • Le inchieste di Palermo e Catania

Dell'operato di alcune ONG si sono occupate anche la Procura di Palermo e quella di Catania.

Lo scorso 20 giugno, dopo la richiesta della Procura di Palermosono state archiviate dal Gip (cioè il giudice delle indagini preliminari) le accuse contro le ONG Pro Activa Open Arms e Sea Watch. Alla luce delle indagini svolte, come scrive la Procura nel chiedere l'archiviazione, non sono stati ravvisati "elementi concreti che portano a ritenere alcuna connessione tra i soggetti intervenuti nel corso delle operazioni di salvataggio a bordo delle navi delle Ong e i trafficanti operanti sul territorio libico".

Nel marzo 2018 la Procura di Catania, guidata dal procuratore Carmelo Zuccaro, pone sotto sequestro la nave della ONG Proactiva Open Arms, ormeggiata al porto di Pozzallo, in provincia di Ragusa. I magistrati ipotizzano il reato di associazione a delinquere finalizzata all'immigrazione clandestina: per i pm ci sarebbe una volontà da parte degli indagati di portare i migranti in Italia anche violando legge e accordi internazionali, non consegnandoli alle navi della Guardia Costiera libica, scrive Agi.

Pochi giorni dopo il Gip di Catania, nel confermare il sequestro, fa cadere però l'accusa di associazione a delinquere, mentre resta in piedi quella di aver favorito l'immigrazione clandestina. Il Gip si era dichiarato non competente a livello territoriale per i reati contestati e aveva passato il fascicolo al Gip di Ragusa. Venendo meno l’accusa di associazione a delinquere, infatti, la competenza territoriale del tribunale di Catania – che ha una specifica autorità per i reati associativi – era decaduta, spiega Annalisa Camilli su Internazionale.

A metà aprile, poi, il Gip di Ragusa dispone il dissequestro della nave perché sostiene che l'ONG abbia agito in uno "stato di necessità", regolato dall’articolo 54 del codice penale che stabilisce l’impunità per chi ha commesso un reato “costretto dalla necessità di salvare sé o altri dal pericolo attuale di un danno grave”. Un mese dopo, il tribunale del Riesame di Ragusa conferma il dissequestro della nave, rigettando il ricorso della Procura contro la decisone del Gip.

I magistrati infine rinunciano a ricorrere in Cassazione contro questa decisione. La procura di Catania ha continuato comunque l'indagine sul soccorso nel marzo scorso di 218 migranti operato dalla Open Arms. Lo scorso 5 aprile gli indagati sono stati convocati dai magistrati catanesi, ma non si sono presentati perché, spiegavano i loro avvocati, l'invito a comparire era stato "recapitato nonostante il provvedimento del Gip di Catania che, ritenendo non seria l'imputazione associativa, ha ordinato la trasmissione degli atti alla Procura di Ragusa per competenza". A metà giugno, poi, "il perito nominato dalla procura di Catania per analizzare i cellulari sequestrati ai due indagati ha preso in mano per la prima volta i due apparecchi. I controlli, però, sono stati posticipati perché i telefoni avevano inseriti i rispettivi codici Pin. «I nostri assistiti hanno già fatto sapere che li forniranno. Non hanno nulla da temere», hanno comunicato gli avvocati", scrive MeridoNews. Il 10 luglio, poi, è stata pubblicata la notizia della disposizione della consulenza tecnico legale da parte dei magistrati per recuperare i file dei telefonini sequestrati agli indagati.

  • I movimenti delle ONG e l'uso di satelliti militari

Travaglio ha inoltre raccontato di quanto rivelato da satelliti militari riguardo a movimenti di navi di ONG salpate "all'improvviso" dai porti europei (soprattutto italiani) per far rotta verso un punto X del mare, "in simultanea o addirittura in anticipo sulla partenza di un barcone carico di migranti dalla costa libica che, guardacaso, puntava dritto verso X".

La fonte di questa ricostruzione è un articolo uscito il 22 marzo scorso sul Fatto Quotidiano a firma di Antonio Massari in cui si parlava di ipotesi investigative sull'operato delle ONG e non di fatti assodati. Il giornalista, in base a proprie fonti, scriveva che "grazie a un satellite nella disponibilità del ministero della Difesa – e delle nostre agenzie – i poliziotti del Servizio centrale operativo e gli investigatori della Guardia di Finanza, stanno raccogliendo informazioni essenziali" sull'operato delle Organizzazioni non governative. Gli elementi raccolti "hanno convinto gli inquirenti che tra ONG e scafisti si siano realizzati nel tempo contatti" (che avrebbero "in qualche modo agevolato il business dei trafficanti") e in base a filmati satellitari gli investigatori "avrebbero riscontrato che, agli assembramenti dei migranti sulla costa, pronti a imbarcarsi, corrispondevano precisi movimenti delle navi di alcune ONG". Massari scrive anche che "in soccorso" è giunta anche "una sofisticata tecnologia israeliana" che ha permesso di far emergere "altre coincidenze sospette che rafforzano l’ipotesi dei contatti tra scafisti e volontari". Nessuno però, concludeva il giornalista de Il Fatto, "ha messo in discussione che l’intento delle ONG sia esclusivamente umanitario".

  • La situazione in Libia

Anche Francesca Mannocchi ha replicato a Marco Travaglio, a cui, tra le altre cose, aveva chiesto da dove provenisse il dato delle 700mile – 1 milione di persone pronte a partire dalla Libia verso l'Italia. Mannocchi scrive che in Libia lo IOM (cioè l'Organizzazione Internazionale per le Migrazioni) "stima la presenza di 700mila migranti, presenza non significa pronti-a-partire, dato che semplicemente non esiste":

E il direttore Travaglio, mentre ironizza sulle vacanze nei lager (ah, ma non erano centri di accoglienza per voi?) dovrebbe sapere che per lunghi anni la Libia è stato paese di destinazione e non di transito. Paese cioè in cui decine di persone si recavano per lavorare e garantire un'entrata alle loro famiglie. Secondo IOM prima della caduta del regime di Gheddafi i migranti in Libia erano tra due milioni e due milioni e mezzo, molti dei quali andati via - non in Europa, per capirci, scappati e anche evacuati dalle organizzazioni internazionali verso i propri paesi di origine.

La giornalista continua spiegando che "la linea ufficiale dell'IOM (...) è che 'non si può assolutamente fare una stima delle persone che vogliono partire, la maggior parte delle persone che si trovano in Libia è acclarato che non vogliono partire, molte non hanno un piano migratorio' e quindi, conclude Mannocchi, "quello che dice Travaglio dimostra una conoscenza superficiale del tema Libia e del tema migratorio".

La parole di Mannocchi trovano corrispondenza nelle dichiarazioni sulla situazione in Libia del portavoce dell'IOM, Flavio di Giacomo, intervistato  sul Fatto Quotidiano nel giugno scorso. Di Giacomo è intervenuto anche sui social, dopo quanto scritto da Travaglio, per ribadire il concetto.

Il direttore del Fatto, nel suo secondo editoriale cita come una delle fonti del dato sui migranti in Libia pronti a partire verso le coste italiane, Lorenzo Cremonesi, giornalista del Corriere della Sera. Cremonesi nell'agosto del 2017 ha scritto un articolo in cui raccontava che per i migranti in arrivo dall’Africa la Libia stava diventando un gigantesco imbuto. Il giornalista spiegava che i migranti in attesa di partire a ridosso delle spiagge libiche verso l'Europa sarebbero stati "decine di migliaia", mentre quelli presenti nel paese africano sarebbero stati «circa un milione»: "Adesso pare che la cifra sia scesa a 6-700 mila. Alcuni cercano di tornare ai luoghi di origine. Ma sono pochissimi. La grande maggioranza è bloccata".  Cremonesi, quindi, non parla di 700mila-1milione di persone pronte a partire dalla Libia verso l'Italia, come scritto da Travaglio nel primo editoriale. Si tratta dunque, come specificato nel secondo editoriale, di una sua deduzione non basata su dati ufficiali.

La replica del Fatto Quotidiano

Il direttore del Fatto Quotidiano e il vice direttore Stefano Feltri hanno pubblicato un terzo commento, sabato 14 luglio, in risposta all'articolo di Annalisa Camilli su Internazionale.

I due giornalisti ribadiscono che c'è un "legame" "acclarato" e "rivendicato" tra alcune ONG e i trafficanti di esseri umani e riguardo le indagini in corso scrivono che "un conto sono i fatti, acclarati fin da subito, un altro le valutazioni giudiziarie sulla loro rilevanza penale e sull'attribuzione degli eventuali reati a tizio o caio. Gli equipaggi delle navi delle ONG indagate potranno essere anche tutti assolti, ma se – come nel caso della Iuventa (...), e non solo – le indagini evidenziano contatti (per usare un eufemismo) con scafisti, quei contatti restano. Saranno magari rapporti in buona fede, a fin di bene, ma sempre rapporti con scafisti (...)".

Travaglio e Feltri ritornano poi sulla questione del "pull factor" e citano il lavoro di Villa dell'ISPI: "Matteo Villa, ricercatore dell'Ispi, citato dalla Camilli e da altri fact checking che contestano il Fatto, nega che sulla base dei dati si possa sostenere che le ONG incentivino i migranti a partire". Secondo i due giornalisti però "il limite di queste analisi è che tendono a considerare la presenza o l' assenza di ONG come l'unico fattore rilevante, a parità di contesto. Mentre il contesto cambia parecchio e i morti in mare dipendono molto, per esempio, anche dalle condizioni atmosferiche alla partenza o da che tipo di barcone usano i trafficanti".

"Lo stesso Villa – proseguono il direttore e il vice direttore del Fatto – ha chiarito che il modo più efficace per salvare vite in mare è ridurre le partenze. Cosa che è avvenuta nell'estate 2017 per effetto della strategia italiana gestita dall'allora ministro dell'Interno Marco Minniti. In quei mesi difficili Minniti ha stretto accordi con le tribù della Libia a Sud che controllano i territori da cui transita il redditizio flusso di migranti, poi ha sostenuto la Guardia costiera libica e ha cercato di convertire i trafficanti delle coste in guardiani che fermassero le partenze. Dietro congruo compenso".

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La risposta di Villa dell'ISPI

Villa risponde al Fatto quotidiano con un thread su Twitter.

Il ricercatore spiega così che è falso quanto sostenuto da Travaglio e Feltri riguardo il presunto limite della sua analisi. Villa poi continua scrivendo che "si dice che io sostenga che 'il modo più efficace per salvare vite in mare è ridurre le partenze'. Questo è VERO, ma a patto che si sostituisca 'salvare vite in mare' con 'prevenire morti in mare'. Non è la stessa cosa", argomentando, in una serie di tweet, il motivo:

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Aggiornamento 18 luglio 2018: abbiamo aggiornato l'articolo con la correzione di Matteo Villa al suo primo tweet sul numero dei morti e dispersi in mare. 

Foto in anteprima via Darrin Zammit Lupi / Reuters.

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