Debito pubblico: il record assoluto è di Berlusconi

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Fabio Chiusi

@valigiablu - riproduzione consigliata

Il colossale debito pubblico accumulato dall'Italia nel
corso degli ultimi 50 anni è uno dei suoi principali fattori di debolezza
finanziaria, in particolare nel contesto di crisi attuale. Una montagna di
debiti che, secondo l'Istituto Bruno Leoni, ammonta a oltre 1.911 miliardi di
euro. Il che significa che su ogni cittadino italiano grava un debito di circa
31.700 euro. Quando si è formato questo pesante fardello? Contrariamente alla
vulgata comune, non durante la Prima Repubblica, ma nel corso della Seconda. 

Secondo i dati raccolti dall'economista Oscar Giannino, e
divulgati in un video che
sta facendo il giro della rete
in questi giorni (pur risalendo allo scorso
settembre), i governi dal 1945 (De Gasperi I) al 1992 (Andreotti VII) hanno
accumulato un debito pubblico di 795 miliardi di euro, cioè il 41% circa del
totale (il valore riportato da Giannino è quello di giugno 2011: 1.931
miliardi). Il restante 59% è da attribuire al periodo 1992-2011, cioè alla
Seconda Repubblica. In particolare, dalla discesa in campo di Silvio
Berlusconi, nel 1994, di 941 miliardi (il 48,7% del totale). Il che significa
che la sola 'era berlusconiana' ha prodotto il 7,7% di debito pubblico in più
rispetto all'intera storia repubblicana pre-Mani Pulite.

 

Concentrandosi sulla sola 'era berlusconiana', Giannino dettaglia il contributo dei singoli governi alla formazione del debito pubblico. Si scopre così che il record assoluto spetta al primo governo Berlusconi, con un incremento del debito di 330 milioni di euro al giorno. Se si sottrae l'esperienza emergenziale dei governi Amato e Ciampi, secondo è ancora un governo Berlusconi, l'ultimo, con 217,8 milioni di euro al giorno di aumento del debito. La palma del più 'virtuoso' spetta al governo D'Alema (+76,3 milioni di euro al giorno) e ai due governi Prodi (rispettivamente 96,2 e 97,5 milioni di euro al giorno di incremento). Durante la Prima Repubblica il dato è comunque inferiore: 49 milioni di euro al giorno in media.

Da ultimo, i dati forniti da Giannino consentono di concludere che, su un totale di 1.931 miliardi di euro di debito pubblico, i quattro governi Berlusconi hanno contribuito per una cifra pari a 557,2 miliardi. Il che significa che il 28,8% del debito si è prodotto durante i 3.200 giorni (a fine giugno 2011) di guida berlusconiana del Paese.

Giova ricordare che questi
grafici riguardano valori assoluti, mentre per quanto riguarda il rapporto tra
debito pubblico e prodotto interno lordo si può consultare questa infografica
de Linkiesta,
che spiega anche perché
dati come quelli forniti da Giannino non siano sufficienti a tradursi
immediatamente in un giudizio negativo sull'operato dei governi Berlusconi. 

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La battaglia sul copyright alle battute finali: le forze in campo e i diritti dei cittadini da salvaguardare

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Il 18 gennaio scorso il Consiglio dell’Unione europea ha respinto il mandato negoziale che avrebbe dovuto definire la posizione degli Stati membri per i negoziati finali col Parlamento europeo. Ben 11 paesi (Germania, Belgio, Paesi Bassi, Finlandia, Slovenia, Italia, Polonia, Svezia, Croazia, Lussemburgo e Portogallo) hanno votato contro il testo di compromesso proposto dalla presidenza del Consiglio rumeno. Quasi tutti i paesi contestano sia l’articolo 11 che l’articolo 13 nelle attuali stesure, in quanto non tutelerebbero sufficientemente i diritti dei cittadini.

Leggi anche >> Filtri, link, contenuti degli utenti. Cosa cambia con la riforma del copyright

A seguito di questo voto l’agenda della direttiva è stata modificata cancellando temporaneamente i negoziati, che avrebbero dovuto partire il 21 gennaio per poi concludersi col voto finale del Parlamento intorno al 14 marzo. Adesso i tempi si fanno più incerti, col rischio che i negoziati siano posticipati ulteriormente, e probabilmente a dopo le elezioni europee, previste per la fine di maggio.

Le criticità dell'articolo 11

L’articolo 11 crea un diritto irrinunciabile in base al quale i titolari del copyright dovranno autorizzare espressamente la ripubblicazione delle notizie, compreso brevi estratti. L’articolo non definisce i termini utilizzati nella norma, per cui starà ai paesi che la recepiscono stabilire cosa è “sito di notizie”, “piattaforma commerciale” e “collegamento”. La conseguenza sarà che 28 nazioni potrebbero avere normative diverse e quindi regimi di licenza differenti. Chi vorrà riutilizzare le notizie dovrà negoziare singolarmente le licenze. I “piccoli” potranno mai permettersi tutto ciò?

Su questo articolo si sono avvicendati numerosi equivoci alimentati ad arte proprio dagli editori, cioè i primi beneficiari di questo diritto creato apposta per loro. In realtà la norma non tutela affatto gli autori, ma protegge gli investimenti economici. Non c’è alcun riferimento ad una creatività a rimarcare la differenza con il copyright che comunque prevede una soglia minima di originalità per la protezione.

Per cui l’articolo 11 copre un qualsiasi link comprendente un qualsiasi numero di parole, indipendentemente dalla loro “originalità”. E questo determinerà problemi per tutti, compreso gli stessi giornali. In fondo, il giornalismo odierno non è un continuo rimando di notizie tra i giornali? Quindi, se La Stampa cita La Repubblica che cita Il Corriere della Sera, dovranno pagarsi i diritti connessi l’un con l’altro?

Il testo del Consiglio presenta ulteriori problemi. Una clausola di salvaguardia libera gli “atti di collegamento ipertestuale quando non costituiscono comunicazione al pubblico”, ma è poco chiaro. Sicuramente un titolo col link è atto di comunicazione al pubblico. Inoltre il Consiglio vorrebbe applicare la norma alle sole fonti di informazione basate sull’Unione europea, cosa che metterebbe i siti europei in svantaggio rispetto agli altri nel mercato globale.

Nota positiva è che il Consiglio, adottando un chiarimento del Parlamento, escluderebbe i fatti inclusi negli articoli dalla tutela, per cui un giornalista avrebbe il permesso di riferire i fatti ripresi da altri articoli. La norma, in sostanza, autorizza il giornalista a fare il giornalista.

L'articolo 11 è una norma che creerà solo problemi, la cui unica conseguenza sarà concentrare il traffico nelle mani dei grandi editori, a spese dei piccoli, La medesima norma, infatti, è stata già introdotta in Spagna, con la conseguenza che Google ha chiuso il servizio di News, e il risultato come è stato una generale diminuzione del traffico, maggiore per i piccoli editori. A tal proposito Google ha già anticipato che, in caso di approvazione dell'articolo 11, potrebbe chiudere il servizio News in tutta l'Europa. Non è bastata la lezione della Spagna?

In breve, il fine della norma è di concedere maggiore potere negoziale ai grandi editori rispetto alle grandi aziende tecnologiche. Il risultato sarà che si spartiranno il mercato “uccidendo” letteralmente i piccoli editori. Per questo motivo la coalizione Innovative Media Publishers, insieme a 37 associazioni di editori di piccole e medie dimensioni, e società di media e digital native in tutta Europa, ha inviato una lettera ai politici di riferimento per esprimere tutte le preoccupazioni in merito all’articolo 11.

I problemi dell'articolo 13

L’articolo 13 è il più rimaneggiato, ormai si fa fatica a capirne anche il senso. In breve oggi prevede che le piattaforme online debbano concludere accordi di licenza coi titolari dei dritti in caso di comunicazione al pubblico. In sostanza per ogni materiale caricato online. Cosa che è impossibile, in quanto Youtube, per fare un esempio, dovrebbe identificare i soggetti titolari dei diritti nel video caricato da una band, ciascuno membro, poi cercare i produttori, ecc... . L’unico sistema è di creare delle licenze collettive estese che, notoriamente, portano magrissimi profitti agli artisti.

Inoltre le piattaforme devono assicurarsi che nessun contenuto non autorizzato sia disponibile sui loro siti, oppure ne saranno direttamente responsabili per violazione del copyright. Il che comporta che la piattaforma dovrà necessariamente (anche se la norma non lo prevede espressamente, ma è l’unica opzione possibile) filtrare i contenuti prima del caricamento (cosa che tra l’altro è vietata dalla norma stessa, pensate il genio nel redigerne il testo).

La norma, quindi, modifica gli obblighi previsti dalla direttiva eCommerce, che prevede la rimozione di contenuti immessi dagli utenti in presenza di una conoscenza dell’illecito, con l’obbligo di filtrare i contenuti illeciti prima che essi siano caricati. In una tale prospettiva avrebbe avuto senso uno studio sull’applicazione dei sistemi di filtraggio, già presenti sulle piattaforme online, e quindi l’impatto sui diritti dei cittadini. Studio che non ci risulta sia stato preso in considerazione nel dibattito sull’articolo 13 a livello europeo. Anzi, si è generalmente partiti dall’idea, del tutto priva di dimostrazione, che i sistemi di filtraggio siano a basso prezzo (falso) e che siano efficientissimi (falso anche questo).

Ad esempio, uno studio del 2018 (This Video is Unavailable”: Analyzing Copyright Takedown of User-Generated Content on YouTube) rivela che, con riferimento a video parodistici caricati dagli utenti, circa il 33% sono stati rimossi per motivi di copyright. Ricordiamo che la parodia è un’eccezione al copyright. Questo descrive l’atteggiamento delle major nei confronti dei diritti degli utenti. E questo nonostante la pubblicità (di tale di tratta) dell’industria sui giornali (gli editori sono sostanziamene schierati a fianco dell'industria del copyright contro le aziende tecnologiche) che vedrebbe l’industria quale ultimo bastione per la tutela dei diritti degli artisti e dei cittadini (lavoratori) in genere.

A tal proposito basti ricordare l’ostruzionismo ad oltranza dell’industria (con l’ottima sponda dei governi dell’epoca) nell’approvazione del trattato di Marrakesh, un modello equo per aiutare le persone con disabilità, visto con vero “orrore” dall’intera industria del copyright, come del resto tutto ciò che è in odore di “pubblico dominio” o “eccezioni” o “limitazioni” al copyright, cioè tutto ciò che limita i loro profitti.

Leggi anche >> Disabili e accesso alla cultura: finalmente ratificato il trattato di Marrakesh

L’attuale formulazione prevede un’esenzione per le piccole e le micro imprese, un modo elegante per dire “non vi azzardate a crescere” più di tanto. Il costo dei sistemi di filtraggio, infatti, è una nota barriera all’ingresso del mercato, ormai dominato da poche imprese che quei sistemi li hanno già (es. ContentId di YouTube, costato circa 60 milioni). Ma pare che questa esenzione non trovi molti sostenitori, per cui c’è il rischio che venga rimossa nel testo definitivo.

Perché il filtraggio non funziona

Il problema principale è e rimane l’utilizzo dei sistemi di filtraggio. Già sono utilizzati volontariamente da alcune grandi aziende, ma imporli per legge creerebbe un ovvio scompenso a sfavore degli utenti. Per evitare responsabilità dirette, le aziende finirebbero per rimuovere tutto ciò che è in dubbio.

Inoltre i filtri sono imprecisi e soggetti a numerosi abusi. E’ nota la vicenda di Christian Buettner, autore della canzone The Calling del 2016. Nove mesi dopo un musicista di nome Andres Galvis registra il suo remix di The Calling, e il distributore deposita un reclamo per violazione del copyright contro la versione originale di Buettner. Buettner si è visto azzerare i profitti della sua canzone (circa 3000 dollari al mese), e ha dovuto iniziare una strenua lotta dietro le quinti per riappropriarsi della sua opera. «Penso che il problema sia che YouTube suppone che il richiedente abbia sempre ragione», ha detto Buettner al Daily Dot in una email. «E questo è ciò che può renderlo frustrante. Le mie canzoni impiegano mesi di lavoro e io investo migliaia di dollari per creare e rilasciarle».

Il punto è che Youtube non è in grado di decidere chi è davvero il titolare dell’opera, questo devono deciderlo le parti tra loro. Ma, nel frattempo, c’è il forte rischio che il vero titolare sia defraudato dei suoi giusti profitti. E se la contesa avviene tra un singolo autore e una grande corporation da miliardi di fatturato? Come James Rhodes, un artista che esegue un'opera di Bach nella sua casa, registrandola e immettendola online, eppure riceve comunque un avviso di violazione del copyright dalla SonyMusic.

Leggi anche >> Se i filtri del copyright rimuovono anche Beethoven

L'opposizione alla direttiva

Nel corso dei negoziati la proposta di riforma ha ricevuto talmente tante modifiche che, progressivamente, gli oppositori si sono moltiplicati. A cominciare da oltre 4 milioni di cittadini che hanno firmato una petizione. A questi si sono aggiunti esperti della rete e delle politiche di innovazione del calibro di Sir Tim Berners-Lee (con 70 esperti) e il relatore speciale dell’ONU sulla libertà di espressione, oltre 50 ONG a tutela dei diritti umani, gli accademici dei centri di studio sulla proprietà intellettuale, 56 studiosi, gli editori di media innovativi, e Allied for startup. Infine, oltre 110 membri del Parlamento europeo.

Alle suddette critiche si è aggiunta la voce delle grandi associazioni dell'industria cinematografica e delle leghe sportive, che evidenziano come l’attuale versione dell’articolo 13 finirà per avvantaggiare le grandi piattaforme e, quindi, vogliono essere lasciate fuori da questo pasticcio. Che poi è esattamente quello che molti esperti stanno sostenendo da anni. Infatti, la stessa YouTube ha precisato che sarebbero stati abbastanza contenti di una legge che costringe tutti gli altri a costruire (o presumibilmente licenziare da loro) ciò che loro hanno già, i filtri di caricamento. Ancora, una lettera aperta dei più grandi gruppi titolari dei diritti in Europa che chiede di interrompere i negoziati.

In realtà, è bene chiarirlo, l’opposizione di parte dell’industria del copyright deriva dalla comprensione che la normativa favorirà proprio le grandi aziende tecnologiche, laddove l’intera normativa era originariamente pensata per riequilibrare il peso di queste a confronto della grande industria del copyright e dei grandi editori. Dopo i recenti approdi giudiziari, l’industria del copyright crede possibile assumere il controllo delle piattaforme del web tramite il contenzioso, e non vuole “regole” (cioè l’articolo 13) a limitare i suoi piani di conquista.

Il futuro di Internet è tra l’incudine e il martello. Per l’industria del copyright Internet dovrà diventare una grande servizio di video-on-demand dove tutto ciò che fluisce è controllato strettamente da loro. Per le aziende tech Internet sarà una grande piattaforma di distribuzione accentrata nelle mani di poche grandi aziende. In entrambi i casi lo scenario vede perdenti i diritti dei cittadini.

Economie in collisione

Il 2019 potrebbe essere un anno cruciale per Internet, il voto sulla riforma copyright influenzerà enormemente lo sviluppo della rete Internet. Il copyright è, in fin dei conti, una specie di antitesi della rete, il primo basato sul rafforzamento del monopolio dei contenuti digitali, la seconda sulla condivisione e il riutilizzo dei contenuti.

Il copyright è un monopolio temporaneo sulla pubblicazione delle opere creative, concesso agli autori (in realtà oggi per lo più ai produttori e distributori) per consentire loro di vivere dei proventi delle loro opere, quindi per invogliarli a creare di più. Ma a fronte di esso vi è il pubblico dominio, l’insieme delle opere i cui diritti sono scaduti, e quindi sono di tutti. Nel mezzo le eccezioni per assicurare che anche le opere soggette a copyright possano essere utilizzate legittimamente per fini particolari, come ad esempio l’insegnamento, la critica, le recensioni, la satira e la parodia.

Il pubblico dominio (libri caduti nel pubblico dominio nel 2019) è sempre stato visto come uno scantinato pieno di cose vecchie, messe da parte, ma con l’avvento delle nuove tecnologie non è più solo una risorsa “occulta” per stimolare la creazione di opere destinate a diventare “di proprietà” (vedi molti dei film della Disney basati sul fiabe antiche), ma qualcosa di nuovo, stimolo per la creazione di contenuti creativi generati in modo decentrato, senza intermediazioni. La struttura aperta di Internet ha permesso un fiorire della creatività mai visto, che ha mandato in crisi le teorie neoclassiche che ci raccontano come senza il copyright e i mercati rigidi, basati sulla scarsità di risorse, le opere creative muoiono.

Il pubblico dominio è il nuovo spazio di diffusione della cultura e trasmissione di valori, uno spazio per comunicazioni libere e accessibili nel quale l’informazione può essere liberamente condivisa.

Il pubblico dominio, quale bene comune, ci aiuta a focalizzare l’importanza di un modello concettuale centrato sui valori personali, sociali e democratici, piuttosto ché sul mercato e la proprietà. E, ci permette di comprendere il ruolo essenziale dell’infrastruttura delle comunicazioni come sfera pubblica accessibile a tutti. I diritti digitali non sono solo delle libertà civili fondamentali, ma anche un prerequisito per la sicurezza dei nostri sistemi democratici e il pluralismo della nostra società. Per impedire i nuovi autoritarismi nascenti dobbiamo smettere di incrementare gli strumenti di censura, con la giustificazione, per chi ancora ci crede, che servono a tutelare i diritti degli artisti.

Il pubblico dominio non è antitetico al mercato, ma è il suo contraltare, è uno spazio necessario e da proteggere. È quello che (con le eccezioni al copyright) rende possibile realizzare una serie di comportamenti che a noi comuni mortali appaiono normali ma che in realtà, senza pubblico dominio e senza eccezioni al copyright, sarebbero illecite. Come citare paragrafi delle opere altrui, recensirne dei passi, criticarle, e così via.

Leggi anche >> I danni che la direttiva sul copyright farà alle nostre libertà e cosa possiamo fare per contrastarla

Il problema è che negli ultimi anni quella che appare una riforma essenziale, perché la normativa europea in materia di copyright è molto risalente nel tempo, è stata sostanzialmente dirottata, a diventare l’insieme dei desiderata dell’industria del copyright, laddove ultimamente il legislatore europeo si è dimostrato anche più realista del re (da cui la presa di distanza di parte dell’industria dal testo attuale). Negli ultimi anni l’Unione europea ha cercato di risolvere un problema del tutto inventato, parte dell’industria del copyright ha convinto i legislatori europei che esisterebbe un cosiddetto “gap di valore” (value gap) determinato dai servizi online (Google, ecc…), quando in realtà sono semplicemente insoddisfatti delle loro, comunque notevoli, entrate. Poiché i profitti complessivi delle aziende tecnologiche sono più elevati, hanno deciso che occorreva drenarne parte a loro favore.

E, nonostante il crescente numero degli oppositori alla direttiva, il legislatore europeo sembra non avere capito che il vero problema di Internet è la compressione eccessiva dei diritti dei cittadini, come la libertà di espressione, e le violazione della privacy. Per mantenere la nostra società libera a aperta, democratica, dobbiamo mettere al centro della discussione, di ogni discussione, i nostri diritti digitali, ma che siano veri diritti e non mere "eccezioni" ai profitti aziendali. Ben altre priorità.

E adesso?

Gli Stati membri hanno tempo fino alla fine di febbraio per raggiungere un nuovo compromesso. Secondo Politico l'accordo sarebbe ancora possibile, se Francia e Germania trovano un intesa sull'esenzione per le piccole e micro imprese (relativamente all'articolo 13). La prima si oppone all'introduzione si tale eccezione, la seconda la considera importante.

Quello che appare evidente, comunque, è che l’attenzione dell’opinione pubblica alle questioni di copyright, alla fine sta ottenendo un effetto. L’opinione pubblica ha capito che il copyright non è più, come un tempo, una questione di regolamentazione tra aziende, ma che impatta in misura sempre maggiore sui diritti dei cittadini. Insomma, i cittadini fanno sentire la loro voce, nonostante la riforma della direttiva sia da tempo il campo di battaglia dell’industria del copyright contro le grandi aziende del web, e come tale raccontato, falsamente, da alcuni media mainstream.

È sempre più importante mantenere la pressione alta. Ad esempio firmando la petizione linkata più sopra.

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Il GDPR è vivo e lotta insieme a noi: Google multata per 50 milioni di euro

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Molti ricorderanno gli scenari apocalittici e la montagna di spam email utilissime che hanno invaso Internet intorno al 25 maggio scorso. Era il fatidico momento in cui il GDPR veniva finalmente applicato, dopo due anni di tempo per adeguarsi. Momento in cui la maggior parte delle compagnie si è reso conto dell'esistenza di questa cosa strana chiamata privacy, seppure fosse tra di noi almeno dal 1995. A spaventare di più le società operanti praticamente in ogni settore, erano le sanzioni previste: fino a 20 milioni di Euro o il 4% del fatturato mondiale annuo, se superiore. In poche parole, un sacco di soldi, come poche volte se ne vedono in sanzioni per i privati.

In ogni caso, dopo un mese circa in cui si aspettava l'apocalisse dietro l'angolo, il GDPR ha smesso di essere di moda e i libretti degli assegni sono stati accuratamente riposti del cassetto perché insomma, tutti erano sopravvissuti quasi indenni alla fine. Ovviamente, così non è. Il 21 gennaio 2019 infatti, il CNIL (Commission Nationale Informatique & Libertés - l'autorità garante dei dati personali francese), ha pubblicato un provvedimento contro Google LLC contestando la non adeguatezza delle sue pratiche con il Regolamento e staccando una multa da ben 50 milioni di Euro. Una decisione che ha decisamente sorpreso i più, rappresentato una doccia fredda per chi si era rilassato dopo lo scorso maggio, ma comunque un'azione aspettata da chi ha seguito più da vicino i lavori del CNIL negli ultimi mesi.

Il reclamo delle associazioni

Le indagini nell'operato di Google nascono dalle denunce presentate pochi giorni dopo il fatidico 25 maggio 2018 da due associazioni, NOYB, fondata da Max Schrems, attivista già noto per aver collezionato sentenze della Corte di Giustizia Europea fondamentali per la difesa della privacy e la ONG francese La Quadrature du Net, da molto tempo attiva per la difesa dei diritti online. Tra le novità del GDPR infatti, c'è la possibilità per le associazioni non governative di rappresentare gli interessati nella tutela dei propri diritti (art. 80). Gli esposti – presentati tra l'altro anche contro Facebook, Instagram e Whatsapp davanti a vari garanti europei – lamentavano in particolare le modalità aggressive e poco trasparenti con cui Google gestisce i dati personali dei propri utenti, anche ma non limitatamente in relazione alla creazione e utilizzo degli account per gli smartphone Android.

Le denunce hanno quindi spinto il CNIL a effettuare indagini online a partire dallo scorso settembre, mettendo alla prova il percorso di registrazione di un account Google e il set up di un nuovo dispositivo; hanno seguito il deposito di rito delle memorie e contro memorie degli interessati in novembre e dicembre, fino ad arrivare alla pubblicazione della decisione il 21 gennaio. Per gli addetti ai lavori, il garante francese tocca anche un importante punto procedurale sulla competenza dell'autorità locale e più specificatamente sul meccanismo del one-stop-shop, dove una società operante su più paesi europei sceglie per sé il garante a cui fare riferimento. Spoiler: non è così semplice e l'ultima parola l'hanno sempre le autorità.

Cosa non va con Google

Cercando di rendere interessante e non noiosa una sentenza a tema privacy, sono due le contestazioni principali che il CNIL muove contro Google. La prima, la mancanza di trasparenza e di completezza delle informazioni fornite agli utenti (artt. 12 e 13) e successivamente la mancanza di una valida base di liceità del trattamento (art. 6). Questi sono due principi cardine del GDPR, tanto che per la loro violazione è previsto lo scaglione più alto delle sanzioni.

Partendo dal primo punto, il Regolamento (e le indicazioni integrative delle varie istituzioni europee) stabiliscono un set di informazioni che il titolare del trattamento dei dati personali deve dare agli interessati prima di raccogliere i dati stessi. Questi dettagli devono essere comunicati in modo accessibile e chiaro; più filosoficamente, l'attuale legislazione si basa sul principio di "Privacy Self-Management", ossia della capacità dell'interessato di prendere una decisione in merito alla condivisione dei propri dati personali, quando correttamente informato sulle conseguenze di questa azione. Principio in parte contestato dal suo stesso autore, Solove, ma generalmente ancora accettato. Le lamentele del CNIL si indirizzano al processo che Google ha disegnato per la creazione di un nuovo account che in pratica seppellisce le informazioni necessarie sotto svariati link e documenti, di fatto inaccessibili all'utente medio.

via Google

Il GDPR prevede all'articolo 12 infatti che l'informativa sia data all'interessato in "forma concisa, trasparente, intelligibile e facilmente accessibile, con un linguaggio semplice e chiaro". Il garante invece porta degli esempi in cui, per raggiungere l'informazione cercata, il nuovo utente deve seguire una caccia al tesoro tra le policy proposte dall'azienda americana. Per esempio, per scoprire quali dati personali vengono usati per la personalizzazione degli annunci pubblicitari (e il fatto stesso che ciò avvenga), sono necessarie 5 azioni (tra click e apertura di documenti); per scoprire di più sulla geolocalizzazione, 6 azioni; per scoprire il tempo di conservazione dei dati, 4 azioni. Conclude il CNIL sul punto

"la moltiplicazione delle azioni necessarie, in combinazione con la scelta di titoli non escpliciti, non soddisfa affatto l'esigenza di trasparenza e accessibilità dell'informaizone"

Proseguendo nell'analisi, il garante riporta la grave mancanza – o eccessivia generalità – delle indicazioni che devono essere fornite a norma dell'articolo 13. Le descrizioni delle finalità del trattamento sono "vaghe e generiche", e non permettono all'utente di apprezzarne la sua estensione, la descrizione dei dati raccolti è imprecisa e incompleta, la base giuridica di liceità del trattamento è altrettanto vaga e confusa. Inoltre, molto spesso queste (insufficienti) informazioni sono fornite da Google tramite l'apposita Dashboard sulla Privacy, che è però disponibile solo successivamente alla registrazione. Al contrario, tutto deve essere comunicato all'utente prima di cominciare a raccogliere dati, altrimenti come si può prendere una decisione?

Sul secondo punto, ossia la mancanza di una valida base di liceità del trattamento (art. 6) per il trattamendo dei dati personali ai fini pubblicitari, il CNIL indica che il consenso ottenuto dagli utenti non è valido per due motivi. Per prima cosa, è dato da interessati non correttamente informati: di nuovo, le informazioni riguardo questa finalità sono "diluite in vari documenti e non permettono all'utente di rendersi conto della vastità". Per esempio, è impossibile rendersi conto di quanti servizi sono coinvolti (Google search, You tube, Google home, Google maps, Playstore, Google pictures…) e della quantità di dati processati. Il secondo motivo di invalidità è rappresentato dal fatto che il consenso non è specifico e non ambiguo. In parole povere, il CNIL contesta l'utilizzo di un solo bottone "Accetto" con cui l'utente dà l'ok a una serie disparata di attività massicce e intrusive, potendo solo successivamente scegliere di escluderne alcune (meccanismo opt-out). Su questi punti, il garante non fa altro che applicare le innumerevoli linee guida e indicazioni fornite da due anni a questa parte dalle istituzioni europee.

dal provvedimento del CNIL

Cosa rappresenta questa multa

Per prima cosa, che il GDPR è più vivo che mai; ma anche che le sanzioni sono reali le autorità non hanno paura di usarle. In questo caso infatti, la multa non è simbolica ma è stata data tenendo conto del più alto scaglione, ossia del 4% del fatturato mondiale annuo - facendo i conti (con 96 miliardi di fatturato nel 2017), sarebbero comunque potuti arrivare ad una cifra sull'ordine dei miliardi. Chi si aspettava un trattamento più di favore, specie nel primo anno di applicazione, ne rimarrà deluso.

Il provvedimento ci dà anche altre indicazioni di carattere generale, sopratutto se analizzato insieme agli ultimi provvedimenti del CNIL. Negli scorsi mesi, sono stati presi nel mirino dell'autorità svariate compagnie che gestiscono pubblicità (più o meno targetizzate) online come Vectaury, Fidzup, Teemo e Singlespot, lamentando una generica violazione dell'obbligazione di trasparenza e della raccolta invalida del consenso. Insomma, il settore dell'ad tech è strettamente monitorato ed è l'obiettivo principale delle prime serie investigazioni dei garanti (sopratutto del CNIL, che si sta posizionando cone nuovo capofila europeo dopo "l'abbandono" dell'ICO a causa di Brexit). Questo dovrebbe essere anche un segnale per tutti quelli che si affidano massicciamente a questi fornitori per il sostentamento economico (ehm ehm).

Ovviamente è sciocco non aspettarsi un appello e altri gradi di giudizio su questo provvedimento, che però nel frattempo ha dato moltissime risposte e indicazioni su come le correnti pratiche di mercato verranno giudicate dalle autorità di controllo. Inoltre, Google è solo il primo – e, probabilmente, il più "a norma" – dei bersagli indicati dalle associazioni nei loro esposti: possiamo aspettarci giudizi molto più severi sul gruppo Facebook - Instagram - Whatsapp, che notoriamente non ha dato del suo meglio per essere a norma con il GDPR.

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Le ONG incentivano le partenze e i morti in mare, le migrazioni sono colpa della Francia: la disinformazione smontata punto per punto

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di Andrea Zitelli e Angelo Romano

Aumentano i naufragi e tornano i morti nel mar Mediterraneo perché gli scafisti sono incentivati dalla presenza delle navi delle ONG a trafficare esseri umani su gommoni di fortuna. Commentando la notizia della morte di migranti, naufragati al largo delle coste libiche tra venerdì e sabato scorso, il ministro dell’Interno Matteo Salvini non ha esitato a individuare nel cosiddetto “pull factor” (ndr, fattore di attrazione) la causa del nuovo naufragio tra l’Africa e l’Italia.

Il gommone era stato avvistato venerdì sera al largo di Tripoli. La ONG Sea Watch aveva subito contattato le autorità italiane, offrendosi di aiutare i soccorsi, subito dopo aver avvistato venerdì scorso il gommone al largo di Tripoli ma la Guardia Costiera italiana aveva poi girato l’offerta alla Libia, «quale autorità coordinatrice dell’evento (...) come previsto dalla normativa internazionale sul Sar», dopo aver verificato che «la Guardia Costiera libica fosse a conoscenza dell’evento in corso all’interno della sua area di responsabilità, assicurando la massima collaborazione», ricostruisce il Corriere della Sera. Nella notte, poi, un elicottero della Marina Militare italiana è riuscito a salvare tre naufraghi mentre “una nave mercantile dirottata dai libici, giunta in zona, non ha trovato alcuna traccia dell’imbarcazione”.

Per Salvini, il naufragio è l’ennesima prova che «se riapri i porti, se permetti che tutti vaghino per il Mediterraneo, ritornano i morti» e che a favorire le partenze sarebbe la presenza delle ONG. «Tornano i naufragi nel mar Mediterraneo, ripartono i barconi, si tornano a contare i morti. Sarà una coincidenza che da tre giorni c’è una nave di una ONG, proprietà olandese equipaggio tedesco, che gira davanti alle coste della Libia ed è un caso che gli scafisti tornano a far partire barchini, barconi e gommoni mezzi sgonfi che poi affondano e poi si contano i morti e i feriti? Se lo scafista sa che se mette in mare questi disperati c’è la possibilità che qualcuno possa tornare a fargli guadagnare quattrini, torna a farlo. Più ne partono più ne muoiono», ha affermato il ministro dell’Interno in un video pubblicato sul suo profilo Facebook.

Salvini ha poi spiegato che rispetto allo scorso anno, quando c’era un altro Governo, si è registrato un calo degli arrivi del 94%, che si traduce in meno problemi per l’Italia e meno morti.

Ma le cose stanno realmente così? Le ONG (attualmente nel Mar mediterraneo è presente solo Sea Watch) sono un fattore di attrazione? Esiste un rapporto tra la loro presenza e l'aumento di morti in mare?

  • Pull factor (cioè un “fattore di attrazione”)

Come avevamo riportato in un precedente articolo, negli anni esperti e studi hanno mostrato che non esiste un rapporto di cause ed effetto tra presenza di navi di ricerca e soccorso in mare e partenze di migranti dalla Libia. Una mancata correlazione che Matteo Villa, ricercatore dell'ISPI (cioè l'Istituto per gli studi di politica internazionale), ha ribadito pochi giorni fa.

Alla stessa conclusione Villa era arrivato nel maggio scorso all'interno di un fact-checking su diverse questioni legate ai flussi migratori, in cui si legge che "a determinare il numero di partenze tra il 2015 e oggi sembrano essere stati dunque altri fattori, tra cui per esempio le attività dei trafficanti sulla costa e la 'domanda' di servizi di trasporto da parte dei migranti nelle diverse località libiche".

Su Twitter, Villa ha inoltre chiarito dubbi e risposte a domande sul metodo utilizzato nella sua analisi:

Sempre su Twitter è nato un confronto sul fatto che in mancanza di una correlazione o di causalità, non si possono falsificare teorie come quella del push factor, ad esempio.

Il ricercatore dell’ISPI aggiunge inoltre che l’onere della prova spetta comunque a chi sostiene una tesi e che spiegare che al momento non esiste una correlazione ha comunque un valore nel discorso

La tesi di un "pull factor" delle ricerche e soccorso era stata sollevata nel rapporto Risk Analysis 2017 di Frontex (cioè l'Agenzia europea della guardia di frontiera e costiera) in cui si leggeva che tra le “conseguenze involontarie” delle operazioni in prossimità delle coste della Libia c'è quella di “agire da pull factor, aggravando le difficoltà legate al controllo delle frontiere e al salvataggio in mare”. Su questa possibilità, diverse autorità internazionali e nazionali avevano però espresso un parere negativo, come avevamo ricostruito in questo approfondimento di maggio 2017:

"Per Federico Soda, Direttore dell’Ufficio di Coordinamento per il Mediterraneo dell'OIM, non solo «la presenza di navi nel Mediterraneo non rappresenta un fattore di attrazione», ma «parlare di pull factor è fuorviante», perché i migranti sono spinti da tanti altri fattori «tra cui il principale è il deterioramento delle condizioni di vita in Libia, e sono sempre di più le persone che scappano in quanto vittime di violenze e abusi».

In audizione al Comitato Schengen della Camera dei deputati (...), il contrammiraglio Nicola Carlone, capo del reparto Operazioni della Guardia Costiera, ha espressamente precisato che la presenza delle ONG «non comporta quello che viene detto fattore di attrazione» e «non dà impulso alle partenze», poiché si tratta di un fenomeno «governato esclusivamente a terra, secondo modalità decise dalle organizzazioni criminali».

Ugualmente, in Commissione Difesa al Senato il comandante generale del Corpo delle Capitanerie di porto, Vincenzo Melone, ha spiegato che l'area di ricerca e soccorso «non è la causa di questo evento epocale, né può essere la soluzione, che deve essere politica. La gestione dei soccorsi in mare è sintomo di una malattia che nasce e si sviluppa altrove, sulla terraferma, ed è li che bisogna intervenire».

Sempre a Palazzo Madama, (...) l'ammiraglio Enrico Credendino, comandante di EunavforMed – operazione Sophia, ha precisato che più che di pull factor bisognerebbe parlare di push factor, cioè di quei fattori che spingono i migranti a partire: «Ho incontrato cinque ambasciatori del Sahel a New York, ai quali ho detto che noi probabilmente come Unione europea non spieghiamo ai loro cittadini i rischi dei viaggi nel Mediterraneo. Tutti e cinque mi hanno risposto che mi sbagliavo, e che chi parte sa esattamente quello a cui va incontro: sa che molti moriranno nel deserto, che le donne verranno abusate durante il viaggio, che le famiglie saranno distrutte. Ciononostante scelgono di partire e accettano i rischi piuttosto che restare a casa loro». Credendino ha poi ricordato che anche Mare Nostrum era stata accusata di essere fattore d'attrazione, ma «quando è terminata e quattro mesi dopo è iniziata Mare Sicuro non c'è stato un decremento delle partenze, anzi. Il che vuol dire che questo collegamento tra fattore attrazione e navi in mare non è così immediato»".

  • ONG e morti in mare

Altra questione è quella della presenza ONG in mare e l’aumento dei morti in mare. Anche in questo caso, il ricercatore dell’ISPI ha mostrato che non esiste una correlazione:

Gli sbarchi in Italia sono calati dell’80% tra il 2018 e il 2017. Un diminuzione iniziata a partire da luglio di due anni fa  – grazie principalmente all'accordo raggiunto a febbraio in Libia con le milizie locali dall’allora ministro dell’Interno Marco Minniti durante il governo Gentiloni e il sostegno alla cosiddetta “guardia costiera libica” – e poi proseguita durante il governo Conte. Inoltre, secondo le fonti ufficiali, in termini assoluti nel 2017 lunga la rotta del Mediterraneo centrale sono morti o dispersi 2872 persone, mentre lo scorso anno 1311. Ad aumentare, invece, è stato il tasso di mortalità di chi ha tentato la traversata. Lo scorso settembre l’UNHCR denunciava che “tra gennaio e luglio 2018, nel Mediterraneo centrale abbia perso la vita o risulti dispersa una persona su 18, in confronto a una su 42 nello stesso periodo del 2017”.  

  • La situazione in Libia

Durante le discussione sui social a commento della notizia dell’ultimo naufragio, Carlotta Sami, portavoce dell’UNHCR del Sud Europa, ha tenuto a precisare che l’Alto commissariato delle Nazioni Unite per i rifugiati non gestisce centri per migranti in Libia.

Sami si riferisce alla struttura di transito e partenza situata a Tripoli – gestita dal Ministero degli Interni libico, dall’UNHCR e da LibAid, partner dell’UNHCR – utilizzata per trasferire persone vulnerabili dalla Libia in altri paesi. In una nota, l’UNHCR documenta ad esempio il trasferimento di “133 rifugiati dalla Libia al Niger (...). La maggior parte delle persone evacuate, tra le quali 81 donne e bambini, precedentemente si trovava in detenzione in Libia. Dopo aver ottenuto la loro liberazione da cinque centri di detenzione situati in diverse località della Libia, comprese Tripoli e alcune aree distanti anche 180 chilometri dalla capitale, i rifugiati sono stati ospitati presso la Struttura di transito e partenza fino alla conclusione degli accordi per la loro evacuazione. L’Alto commissarrio spiega così che la struttura “ha lo scopo di offrire ai rifugiati vulnerabili un luogo sicuro in cui stare mentre  si cercano soluzioni più durature che possono includere il reinsediamento, il ricongiungimento familiare, il trasferimento in strutture di emergenza in altri paesi, il ritorno in un precedente paese d’asilo e il rimpatrio volontario”.

Ma qual è la situazione in Libia per i migranti? Matteo Salvini, durante un question time dello scorso giugno, aveva affermato che “secondo dati resi disponibili dal Ministero degli Affari esteri, sono attualmente presenti in Libia diciannove centri ufficiali per migranti gestiti dal Dipartimento per il controllo dell'immigrazione illegale” e che non era noto “ovviamente il numero dei centri non ufficiali, spesso e volentieri gestiti dagli stessi trafficanti di esseri umani, quindi al di fuori di ogni legge”. Salvini aggiungeva poi che “secondo l'UNHCR, che riferisce di aver accesso a tutti i centri ufficiali, nel 2018 sono state condotte” nei centri ufficiali “più di 660 visite di monitoraggio”.

Anche in base a questi monitoraggi in 11 centri di detenzione in Libia, dove migliaia di persone sono trattenute, in diversi casi con situazioni di sovraffollamento, a dicembre è stato pubblicato un rapporto da parte della Missione di supporto delle Nazioni Unite in Libia (UNSMIL) e dall'Ufficio dei diritti umani delle Nazioni Unite, che copre un periodo di 20 mesi e arriva fino ad agosto 2018, che denuncia come in Libia migranti e rifugiati vengano sottoposti a "orrori inimmaginabili" e “violazioni e abusi” da parte di funzionari statali, gruppi armati, contrabbandieri e trafficanti di uomini: uccisioni, torture, detenzioni arbitrarie, stupri di gruppo, schiavitù, lavoro forzato ed estorsione. Nel documento si legge anche che “oltre agli abusi e alle violenze commesse contro le persone” detenute in questi campi, molti di queste “soffrono di malnutrizione, di infezioni della pelle, di diarrea acuta, con infezioni del tratto respiratorio e altri disturbi”, anche perché oltre mancano “cure mediche inadeguate”. Inoltre, i circa 29.000 migranti intercettati in mari dalla Guardia costiera libica e riportati in Libia, dall'inizio del 2017, sono stati trasferiti in centri di detenzione per l'immigrazione gestiti dal Dipartimento per la lotta alla migrazione illegale, “dove migliaia di persone sono detenute indefinitamente e arbitrariamente, senza processo o accesso a avvocati”.

Per tutti questi motivi il rapporto afferma che la Libia non può essere considerata un porto sicuro dove portare i migranti una volta intercettazione in mare, “dato il notevole rischio di essere oggetto di gravi violazioni dei diritti umani”. Questa descrizione di condizioni estreme nei campi di detenzione libici era stata riportata anche dall’OIM, cioè l’Organizzazione Internazionale per le Migrazioni, questa estate.

Che la Libia non fosse un “porto sicuro” era stato chiarito anche dall’Unione europea lo scorso luglio e dal ministro degli Esteri italiano, Enzo Moavero Milanesi, a ottobre: "In senso stretto e giuridico la Libia non può essere considerata porto sicuro, e come tale infatti viene trattata dalle varie navi che effettuano dei salvataggi".

Le migrazioni dall'Africa sono causate dalle politiche neo-colonialiste francesi?

Le persone emigrerebbero dall’Africa verso l’Italia e l’Europa a causa delle politiche neocolonialiste esercitate dalla Francia nei confronti di 14 Stati africani costretti ad adottare il Franco della Comunità Finanziaria Africana (CFA) e a versare ogni anno una percentuale molto alta delle proprie riserve nelle casse del Tesoro francese. Per questo motivo, gli abitanti di questi paesi non riuscirebbero ad avere una propria indipendenza, sociale politica ed economica, e non avrebbero altra via che l’emigrazione, almeno stando alle recenti dichiarazioni del ministro dello Sviluppo economico, Luigi Di Maio, e del rappresentante del Movimento 5 Stelle, Alessandro Di Battista.

Durante una visita ad Avezzano, domenica scorso Di Maio ha dichiarato che «se oggi noi abbiamo gente che parte dall’Africa è perché alcuni paesi europei, con in testa la Francia, non hanno mai smesso di colonizzare l’Africa. Ci sono decine di Stati africani in cui la Francia stampa una propria moneta, il “Franco delle Colonie”, e con quella moneta si finanzia il debito pubblico francese. Se la Francia non avesse le colonie – perché così vanno chiamate – africane, che sta impoverendo, sarebbe la quindicesima forza economica mondiale. Invece è tra le prime proprio per quello che sta combinando in Africa». Il ministro ha poi auspicato che l’Unione europea prenda in considerazione di «sanzionare tutti quei paesi, come la Francia, che stanno impoverendo gli Stati africani e stanno facendo partire quelle persone» e ha annunciato per le prossime settimane un’iniziativa parlamentare del Movimento 5 Stelle «per impegnare il governo italiano, le istituzioni europee e quelle diplomatiche sovranazionali nell’iniziare a sanzionare quei paesi che non de-colonizzano l’Africa».

In serata lo stesso discorso è stato intrapreso da Alessandro Di Battista durante un’intervista nel corso della trasmissione “Che tempo che fa” su Rai1. «Se non affrontiamo il tema della sovranità monetaria in Africa, qua non se ne esce più. Attualmente la Francia, vicino Lione, stampa la moneta utilizzata in 14 paesi africani, tutti i paesi africani diciamo della zona subsahariana, i quali non soltanto hanno una moneta stampata dalla Francia ma per mantenere il tasso fisso, prima con il Franco francese oggi con l’Euro, sono costretti a versare circa il 50% dei loro denari in un conto corrente gestito dal Tesoro francese, con il quale paga una cifra irrisoria del debito pubblico francese, pari circa allo 0,5% ma soprattutto la Francia attraverso questo controllo geopolitico di quell’area dove vivono 200 milioni di persone che utilizzano una banconota e monete stampate in Francia, gestisce la sovranità di questi paesi impedendo la loro legittima indipendenza, sovranità monetaria e fiscale, la possibilità di fare politiche espansive», ha affermato Di Battista che, poi, strappando in diretta un fac-simile di una banconota da 10 Franchi CFA, ha aggiunto: «Fino a quando non si strapperà una moneta che è una manetta nei confronti dei popoli africani, qui noi possiamo parlare di porti aperti e porti chiusi, ma continueranno a scappare le persone, a morire in mare, a trovarsi altre rotte, a provare a venire in Europa. Per me, e lo dico e l’ho detto anche al Movimento, oggi è necessario occuparsi delle cause, perché se ci si occupa esclusivamente degli effetti si è nemici dell’Africa. Questa è la mia opinione».

Le cose, però, non stanno come sostengono i due esponenti dei 5 Stelle. La questione del Franco CFA è complessa ed è molto discussa da economisti, studiosi e attivisti ma associare in un rapporto di causa/effetto l’adozione della moneta da 14 paesi africani alle condizioni economiche e sociali di un intero continente e all’emigrazione è semplicistico e forzato.

Come altri imperi coloniali (il Regno Unito con la Sterlina, il Portogallo con l’Escudo), anche la Francia aveva creato una zona in cui circolava una moneta comune (il Franco Francese Coloniale) per favorire l'integrazione economica tra le colonie sotto la sua amministrazione e controllare le loro risorse, strutture economiche e sistemi politici. Introdotto nel 1945 nelle colonie francesi dell’Africa occidentale, il Franco CFA è stato ridisegnato dopo l’indipendenza ed è utilizzato attualmente da 14 paesi dell’Africa occidentale e centrale: per gli 8 paesi che fanno parte dell’Unione economica e monetaria dell'Africa occidentale (UEMAO) - Benin, Burkina Faso, Costa d'Avorio, Guinea-Bissau, Mali, Niger, Senegal e Togo - è diventato il Franco della Comunità Finanziaria Africana; per i 6 membri della Comunità economica e monetaria dell'Africa centrale (CEMAC) - Camerun, Repubblica centrafricana, Repubblica del Congo, Gabon, Guinea equatoriale e Ciad - è il Franco per la Cooperazione Finanziaria dell'Africa centrale. Le due zone possiedono economie di dimensioni uguali (ciascuna rappresenta l'11% del PIL nell'Africa sub-sahariana). Le due valute, tuttavia, non sono convertibili tra di loro.

via The Economist

Il Franco CFA è gestito dalla Banca Centrale francese che garantisce un cambio fisso con l’Euro (1 Euro equivale 655,957 Franchi CFA) e la convertibilità illimitata dei Franchi CFA in Euro a patto che le due banche centrali - la Banca centrale degli Stati dell'Africa occidentale (BCEAO) e la Banca degli Stati dell'Africa centrale (BEAC) - depositino il 50% delle loro riserve in valuta estera in un "conto operativo" speciale del Tesoro francese.

Nonostante la sua longevità, il Franco CFA non gode di consenso unanime, spiega Ndongo Samba Sylla, ricercatore e programme manager della Rosa Luxemburg Foundation. Gli economisti e gli attivisti del cosiddetto Movimento Anti-CFA criticano l’utilizzo della moneta perché vincola gli Stati che l’hanno adottata al cambio fisso con l’Euro impedendo loro la svalutazione, riducendo le possibilità di indebitamento e investimenti pubblici e frenando l’industrializzazione e lo sviluppo delle economie locali. Per l'economista senegalese Demba Moussa Dembele, questi depositi "privano i paesi interessati della liquidità" e fanno perdere loro parte della loro "sovranità". Se il cambio fisso permette, da un lato, alle élite locali di acquistare beni di lusso europei, dall’altro rende difficili le esportazioni perché esportazioni diventano molto costose. Inoltre, da un punto di vista di governance politica, il CFA è uno strumento di controllo da parte della Francia, che manda un rappresentante con diritto di voto nel comitato di politica monetaria del CFA, mentre il presidente della Commissione WAEMU partecipa solo a titolo consultivo.

Gli studiosi a favore del Franco CFA, soprattutto francesi, sottolineano, invece, come il cambio fisso con l’Euro renda la moneta stabile ed, evitando oscillazioni monetarie e inflazioni improvvise, crei delle condizioni migliori per investimenti da parte di Francia e Unione europea. Come esempio, riporta BBC, viene portato quello della Guinea che, una volta uscita dall’unione monetaria del Franco CFA, ha dovuto affrontare grossi momenti di instabilità della propria valuta. È anche vero, però, scrive ancora Ndongo Samba Sylla, che nazioni come il Marocco, la Tunisia e l'Algeria, che si sono ritirati dalla zona del Franco e hanno coniato una propria moneta, sono economicamente più forti dei paesi che hanno adottato il Franco CFA.

Tuttavia, non è corretto dire, come sostiene Di Maio, che la Francia paga il suo debito pubblico con i fondi depositati presso la Banca centrale francese da parte degli abitanti dei 14 paesi africani che hanno adottato il Franco CFA. In tutto, ricostruisce Il Post, in Francia sono stati depositati circa 7mila miliardi di Franchi CFA (pari a poco più di 10 miliardi di Euro), che corrispondono allo 0,5% degli interessi sul debito pubblico francese, come sostenuto d’altronde anche da Di Battista durante l’intervista da Fabio Fazio su Rai 1.

Inoltre, spiega Les Décodeurs, sezione di fact-checking di Le Monde, non si può nemmeno dire che la Francia imponga ai 14 paesi di utilizzare il Franco CFA. Alcuni anni fa, un video che aveva superato su Facebook le 2 milioni di visualizzazioni e attribuito al canale televisivo Vox Africa, aveva segnalato l’esistenza di una “tassa coloniale” in Africa in riferimento alle riserve di valuta estera destinate dai 14 paesi in cui circola il Franco CFA al Tesoro francese. Probabilmente, prosegue Les Décodeurs, questo video aveva ripreso quanto scritto nel 2014 sul sito Silicon Africa da Mawuna Koutonin, autore anche di un forum sul Guardian nel 2015. Nell’articolo, Koutonin parlava prima di un “debito coloniale sui profitti della colonizzazione francese” e poi scriveva che “i paesi africani devono depositare le loro riserve monetarie nazionali presso la Banca centrale francese”. L’articolo di Koutonin era stato ripreso anche da molti blog o siti ritenuti inaffidabili da Les Décodeurs.

Presumibilmente dietro le informazioni errate poi circolate potrebbe esserci stata una sovrapposizione tra i termini “deposito” e “tassa”, ma spiegano i giornalisti francesi, l’esistenza di una tassa coloniale non è mai stata dimostrata e, se anche ci fosse, sarebbe vietata dal diritto internazionale che impedisce che uno Stato possa imporre tasse a un altro paese. Possono essere applicate delle sanzioni pecuniarie o possono essere congelati i fondi di uno Stato (ad esempio, la Francia, d’accordo con l’Unione europea o le Nazioni Unite lo fa con la Guinea-Bissau, spiega Le Monde) ma non si può parlare di tassa né tantomeno coloniale. I paesi interessati, spiegava poi l’ex ministro delle Finanze francese Michel Sapin, possono rinunciare al Franco CFA quando vogliono per organizzare una propria zona monetaria anche se, spiega ancora Ndongo Samba Sylla, l’uscita dalla zona del Franco nel breve termine è costosa, come mostra proprio il caso della Guinea.

Tuttavia, negli ultimi anni, la sua adozione è stata fortemente messa in discussione da diversi economisti e attivisti africani e c’è chi ha individuato un’alternativa nella valuta comune prevista per i membri della Comunità economica degli Stati dell'Africa occidentale (ECOWAS), la cui moneta dovrebbe entrare in circolazione nel 2020.

Non sembra esserci, infine, un rapporto di causa effetto tra l’adozione del Franco CFA e l’emigrazione, come sostenuto in questo caso sia da Di Maio che da Di Battista. Innanzitutto, analizzando i dati messi a disposizione da ministero dell’Interno ed Eurostat, è possibile osservare che solo una piccola parte delle persone giunte in Italia o che hanno fatto richiesta di asilo in Europa proviene dai 14 paesi che utilizzano il Franco CFA.

In base ai dati più recenti diffusi dal ministero dell’Interno, i migranti provenienti da questi paesi in Italia sono stati meno di 2mila, l’8,55% dei 23370 giunti da noi.

Tra i paesi di provenienza più frequenti solo la Costa d’ Avorio ha adottato il Franco CFA.

Per quanto riguarda le domande di asilo nei paesi membri dell’Unione europea nel 2017 (anno al quale si riferiscono i dati più recenti raccolti da Eurostat), la maggior parte delle richieste sono arrivate da persone provenienti da Siria (102mila, pari al 15,8% del totale), Iraq (7%), Afganistan (7%), Nigeria (6%) e Pakistan 5%). Rispetto al 2016, c’è stato un calo dei siriani e un incremento delle domande presentate da nigeriani, bangladesi, eritrei, albanesi, guineiani e ivoriani. La Costa d’Avorio è l’unico dei 14 paesi dove circola il Franco CFA.

via Eurostat

Inoltre, come si legge in un rapporto dell’Ispi sui percorsi di migrazione, fatta eccezione per gli emigranti del Senegal, le persone che partono dai 14 paesi che hanno adottato il Franco CFA restano nei paesi limitrofi o, in ogni caso, in Africa. I principali paesi dove ci si dirige principalmente sono Costa d’Avorio (che fa parte della zona Franco CFA), Nigeria e Sud Africa.

Le rotte migratorie dall'Africa – via Ispi
Le principali destinazioni dei migranti nel mondo – via Ispi

Di Maio e Di Battista, scrive ancora Il Post, sembrano aver fatto proprie le critiche provenienti soprattutto da ambienti “no euro”, che legano essenzialmente le cause delle migrazioni in Europa e in Italia all’adozione del Franco CFA nei 14 paesi dell’Africa centrale e occidentale. Ancora ieri il viceministro Di Maio, commentando la notizia della convocazione dell'ambasciatore italiano da parte del governo francese dopo le sue dichiarazioni ad Avezzano, ha ribadito che «la Francia, stampando una moneta per 14 Stati africani, impedisce il loro sviluppo e contribuisce a creare profughi che poi muoiono in mare o arrivano sulle nostre coste».

Immagine in anteprima via ansa.it

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Valigia Blu: il successo del crowdfunding e il valore della community

[Tempo di lettura stimato: 6 minuti]

Valigia Blu è nata quasi 10 anni fa sui social come gruppo di pressione per chiedere la rettifica al TG1 di una notizia falsa. Allora raccolsi circa 200mila firme in pochissime settimane che poi stampai e consegnai alla Rai, portandole a Roma in una valigia casualmente blu. Da lì il nome "Valigia Blu", che idealmente aveva raccolto e trasportato la voce dei cittadini. Lo spirito di quella iniziativa ha deciso sin dall'inizio quella che è oggi la caratteristica fondamentale di questo blog strano, anomalo e difficile da definire: la comunità al centro, i contenuti al servizio dei cittadini.

Da gruppo su Facebook, Valigia Blu si è trasformata in blog collettivo che ha il sito come contenitore e principalmente la pagina Facebook come "homepage", come casa comune, dove gli autori e i "lettori" si incontrano, confrontano, discutono. È stata una trasformazione avvenuta in maniera molto naturale e spontanea, seguendo la spinta di quello che succedeva nelle discussioni sui social.

Le stesse persone che oggi sono impegnate su Valigia Blu non si erano mai incontrate prima, si sono conosciute su Facebook e da lì è nato il primo nucleo operativo, che oggi vede almeno 10 persone tra giornalisti, scrittori, blogger, grafici e sistemisti lavorare insieme con un obiettivo comune: contribuire nel nostro piccolo in maniera costruttiva e propositiva all'ecosistema informativo, provando a creare senso dove c'è rumore. Valigia Blu è una forma di attivismo digitale, nasce dalla passione, dall'amore, dalla cura per le cose che facciamo.

Al centro di questa esperienza c'è sempre stata la community. È il cuore di questo progetto nato e cresciuto in modo spontaneo, senza alcuna strategia e pianificazione, men che meno di business.

Ieri si è concluso il crowdfunding per sostenere l'edizione 2019 di Valigia Blu. Una campagna strepitosa durata due mesi, l'obiettivo raggiunto e superato a 6 giorni dalla chiusura della raccolta con le ricompense (da oggi si potrà continuare a donare, ma non saranno più disponibili le ricompense), oltre 1600 donatori.

È stata ancora una volta (per il quarto anno di seguito) una esperienza stupenda: sottoporsi ogni volta al "giudizio" di chi ti segue, che valuterà il tuo lavoro e deciderà se vale la pena sostenerlo, non è facile. L'ansia, la paura di aver deluso le aspettative, di non esserne all'altezza è inevitabile. E poi c'è la bellissima risposta della community che non si limita al supporto economico: in questi 66 giorni siamo stati accompagnati e presi per mano da tantissime persone che sui social ci hanno sostenuto, hanno tifato per noi, hanno invitato altri a sostenerci, hanno condiviso i piccoli traguardi man mano che li raggiungevamo, chiamando a raccolta la loro rete di contatti. Il vero spettacolo è stata la nostra community. In tanti, quando abbiamo raggiunto l'obiettivo, sui social condividevano con noi la soddisfazione e la gioia di quel momento, fieri di essere tra quei 1600 donatori.
In tanti ci hanno anche trollato come da tradizione facendo donazioni con i centesimi, in campo anche i contro-troll che donavano per ristabilire puntualmente la cifra tonda. Alla fine hanno vinto i trolloni dei centesimi 😂

Il successo di un crowdfunding così importante (e per il quarto anno di seguito, crescendo gradualmente) ci può dire una cosa: il modello di Valigia Blu, basato sostanzialmente su un lavoro continuo di cura della community, che rifiuta la pubblicità (un modello tossico per l'ecosistema che spinge a macinare quantità spesso a discapito della qualità e dell'approfondimento), che offre contenuti aperti a tutti (non ci sono paywall o abbonamenti), che si basa solo ed esclusivamente sul sostegno dei lettori, si sta consolidando anno dopo anno. Ed è un modello chiaramente non di sistema, la nostra è un piccola testimonianza (culturale) di quello che si potrebbe fare, di cosa potrebbe essere l'informazione intesa come servizio pubblico e non come business o forma di potere, vivendo i social come occasione per costruire comunità complesse e non come distribuzione, spam di link per generare traffico.

Giovanni Boccia Artieri, docente di Sociologia dei Processi Culturali e Comunicativi e direttore del Dipartimento di Dipartimento di Scienze della Comunicazione, Studi Umanistici e Internazionali (DISCUI) dell'Università di Urbino, ha commentato su Facebook a caldo il successo del crowdfunding 2019:

"La riuscita della campagna di Valigia Blu non è da sottovalutare. È il quarto anno di seguito che raggiunge e supera l'obiettivo. Sì ma l'obiettivo quale? Quello economico? Solo se guardiamo la superficie.

I 1523 donatori sono lo specchio di una comunità che il progetto di Valigia Blu ha saputo creare. Prendersi cura dei propri lettori, porre attenzione ai commenti così come agli articoli che si scrivono, coinvolgerli nella ricostruzione dei fatti, creare connessioni continue fra persone che la pensano anche diversamente... questo è un successo e una pratica da seguire.

Sotto la crosta c'è anche il modo di pensare il modello di sostentamento dell'informazione in modo diverso. Qui le firme sono al servizio della testata, i contenuti sono sempre più forti di chi li scrive. E la circolazione dei contenuti conta sulla loro capacità di esprimere idee più che nella politica dei pezzi spammati ovunque ripetutamente come certe testate fanno (quante volte mi capita di vedere ancora e ancora lo stesso post su Twitter).

Perché Valigia Blu non solo conosce la cultura digitale ma la rispetta e sa come farne parte.

Non so chi siano esattamente i donors ma per l'esperienza di ricerca che ho avuto in passato a partire dai dati (grazie Arianna) sono di tipo diverso: semplici lettori come istituzioni, giornalisti come altre testate, brand come scuole.

Una comunità che coincide con la cittadinanza. Quella che crede nell'informazione. Quella che sa che vale la pena contribuire affinché continui e sia a disposizione degli altri. Il tutto in epoca di sfiducia nei media. O forse proprio per questo: bisogna saper ricostruire un patto fiduciario tra l'informazione e i cittadini. E il modo che ha Valigia Blu di farlo mi sembra una bella strada.

PS: Conosco e sostengo il progetto e chi lo cura da anni quindi mi sento parte in causa. Ma vi prego di credermi, qui parlo più da analista e ricercatore: non prendere seriamente il successo di una cosa come questa significa ignorare le strade che potremo percorrere nel futuro dell'informazione".

Da quel post è nato un piccolo scambio, riporto i commenti di Angelo Soro e di Antonio Rossano:

"1) L'elemento (con)vincente, per quanto mi riguarda, è l'estrema cura con cui i fatti vengono esposti e la puntuale presenza di link alle fonti. Questi sono senz'altro punti caratteristici che differenziano VB da qualsiasi altra testata ma, soprattutto, danno dignità al lavoro giornalistico e ai fruitori delle notizie. Perciò grazie a tutte/i le/i ragazze/i di VB per quello che son riusciti a creare.

2) Se guardiamo a cosa sta accadendo nel mondo dell'informazione, ci rendiamo conto di un altro aspetto fondamentale: oggi l'informazione "commerciale" deve necessariamente imporre al lettore una scelta : se il modello economico è quello pubblicitario, la scelta sarà di dover "subire" decine di banner e video, molto intrusivi, durante la lettura. Se il modello è l'abbonamento, sei fuori al "muro" di un paywall e non puoi entrare se non paghi. Tutto legittimo ovviamente, in una società che considera l'informazione come un prodotto commerciale, non molto di più. I contenuti di Valigia Blu sono aperti e disponibili a tutti, sempre. Il crowdfunding è una scelta, quella di considerare l'informazione un valore, per sé e per gli altri".

Alla mia osservazione che in ogni caso Valigia Blu non è un modello di massa ed è perciò una piccola testimonianza, Giovanni Boccia Artieri ha risposto: "Certo non è un modello per il giornalismo di massa ma è pieno di buone pratiche per il giornalismo e, secondo me, contiene quegli elementi che spiegano bene come le comunità online producono valore (culturale e non)".

Questi commenti in qualche modo hanno centrato pienamente quello che cerchiamo di fare con Valigia Blu: fare informazione, fare giornalismo (selezione dei contenuti, aggregazione, verifica, approfondimento) non come forma di lavoro, ma come forma di attivismo, come nostro piccolo contributo alla società di cui facciamo parte. I contenuti sono l'occasione per costruire ponti. Nel pieno rispetto di quello che significa essere e vivere la cultura digitale. E questo sarà possibile anche per il 2019 perché 1618 persone hanno valutato il nostro lavoro, e hanno deciso che valeva la pena sostenerlo. Perché chi ha di più ha messo a disposizione di chi ha di meno, per permettere a tutti di aver accesso ai contenuti e di usufruirne (colgo l'occasione anche per ringraziare i GOLD DONOR 2019). Per permettere a noi di continuare ad impegnarci nella cura della community e nelle discussioni sui social.

Grazie per questa esperienza unica, professionale e umana, che ci state donando. Siamo consapevoli che la fiducia non si conquista una volta e per sempre, ma giorno dopo giorno e che è necessario impegno costante, capacità di mettersi in discussione, confronto continuo (non sono pratiche facilissime, ammettere i propri limiti e lavorare per superarli richiede uno sforzo anche sul piano emotivo e psicologico notevole). Ma il nostro impegno per la fiducia e il sostegno che avete deciso di darci sarà questo anche per il 2019, cercando di fare di più e meglio. Grazie.

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Brasile, Bolsonaro ha vinto grazie a ‘fake news’ e WhatsApp? Cosa possiamo imparare sulla disinformazione online

[Tempo di lettura stimato: 12 minuti]

Cominciamo dalla fine. Jair Bolsonaro è diventato presidente del Brasile grazie alle "fake news"? Il più dettagliato studio disponibile sulla modalità di diffusione della disinformazione online considerata – date le conoscenze attuali, più pericolosa – conclude a questo modo:

"Non rientra nello scopo di questo studio stabilire se gli elementi qui identificati siano stati determinanti per il successo delle campagne che vi hanno fatto ricorso. I fattori congiunturali e sociologici hanno una grande influenza sulla performance di un candidato, e sappiamo ancora poco di come quelle diverse variabili si relazionino."

Tradotto: non lo sappiamo.

Eppure ecco cosa si è letto circa l'elezione di Bolsonaro e i social media:

Da qui una prima domanda: quali "fake news" sono più pericolose? Le "fake news", o le "fake news" sulle "fake news"?

La disinformazione online, dallo storytelling alla storia

Quella della disinformazione online come causa unica e necessaria di tutti i mali attuali della politica è una narrazione falsa – oramai lo sappiamo – ma che continua a sedurre i media. Ed è un peccato, perché quando si passa dallo storytelling alla storia – o meglio, al tentativo di scriverla – si scopre invece che il caso delle elezioni presidenziali dell'ottobre 2018 in Brasile racchiude in sé tante piccole e grandi lezioni che ci potrebbero aiutare a comprendere davvero come funziona la disinformazione online, comprese le famigerate "fake news". Che no, non sono le streghe a cui in troppi danno (inutilmente) la caccia, ma operano comunque i loro malefici sulla politica e il dibattito pubblico. Ed è bene studiarli, capirli. Perché ogni sortilegio ha la sua formula, i suoi modi e i suoi effetti. E l'efficacia dei nostri antidoti dipende – qui sì – necessariamente dalla nostra capacità di intercettarli, e sventarli.

Fuori di metafora: il caso brasiliano ci dice qualcosa (poco, ma cose concrete) su che cosa accade quando:

1. La disinformazione di massa circola non su piattaforme come Facebook o Twitter ma su servizi di instant messaging come Whatsapp.

2. Piattaforme e istituzioni provano a regolamentare il settore per tempo, ma lo fanno per le prime (le piattaforme) e non i secondi (i servizi di instant messaging).

3. Fact-checker e manipolatori si confrontano.

Soprattutto, ciò che finora gli studi ci hanno rivelato è che si possono indagare Twitter e Whatsapp, e trovare risultati diametralmente opposti. Il che comporta che non è fuorviante solo il parlare di "fake news" (termine che non significa, in ultima analisi, nulla), ma anche e forse soprattutto il parlare di "social media". In entrambi i casi, non esiste un'unica, immutabile categoria dotata di proprietà, e dunque storture, necessarie, sempre valide a ogni applicazione. Un meme con una mezza notizia, o una notizia e mezzo, è altro da un articolo di una testata rispettabile che strilla un titolo che non ha fondamento empirico.

Allo stesso modo, l'ambiente della disinformazione su Twitter è completamente diverso da quello della disinformazione su Whatsapp. In un caso, scopriamo, domina incontrastata la circolazione di notizie professionali; nell'altro, si scorge tra i dati la possibilità più che concreta che decine di apparentemente innocue chat di gruppo su Whatsapp fossero in realtà un unico strumento coordinato e automatizzato di propaganda, costruito appositamente per manipolare le percezioni politiche dei brasiliani nello stesso luogo in cui sono soliti chiacchierare con amici e amanti, familiari e datori di lavoro, al riparo dalla folla dei social media e dunque al sicuro di una conversazione in chat.

Sentiamo spesso parlare di tecniche di propaganda digitale agitate dai "populisti". Anche questo mito è una fenice sempre capace di risorgere dalle proprie ceneri. Ma anche in questo l'insieme di studi oggi disponibili su quanto accaduto in Brasile offre un'ennesima conferma: a ricorrere a stuoli di profili automatici (bot) per inondare la rete di messaggi a favore della propria politica, attacchi personali e diffamatori sferrati da orde di troll addestrati a provocare per strategia politica, e naturalmente minacce di morte e qualunque altro tipo di sopruso digitale sono entrambe le parti politiche; anzi, l'intero spettro ideologico, dall'estrema destra all'estrema sinistra.

Cambiano le "narrazioni", ma non la sostanza. Gli anti-Bolsonaro cercano spietatamente di mettere in giro l'idea che l'attentato subito il 6 settembre 2018 dall'allora candidato presidenziale Bolsonaro sia in realtà una messa in scena, orchestrata per manipolare il consenso elettorale. I fan, invece, provano con altrettanto cinismo a fare dell'attentatore un membro del PT, il partito dei lavoratori del principale sfidante, Fernando Haddad anche se non lo è. Due diversi "storytelling" per la stessa storia. Due modi di intendere la realtà che nulla hanno a che vedere col reale, ma tentano di dividerci, scavare nei solchi aperti della società e approfondirli ancora, mettendoci uno contro l'altro: basso contro alto.

Via DFR Lab

Che lo facciano poi davvero, e quanto, è tutto da capire. Oggi, socraticamente, dovremmo tutti avere l'umiltà di non poterci definire "esperti della comunicazione"; perché, come conclude lo studio menzionato in apertura, e di cui stiamo per dare dettagliatamente conto, ci sono troppe cose che non sappiamo.

Quanto siamo realmente influenzabili da un messaggio su Whatsapp o da un tweet, per quanto ripetuto o ben confezionato per indignarci? È possibile discernere l'impatto di un post Instagram da quello della bugia sentita distrattamente, mentre stavamo allo smartphone, in un talk show serale in tv, o dalla viva bocca di un leader politico? Muove più voti un articolo con una non-notizia o un meme con una non-notizia? E sono davvero oggetti comparabili, misurabili, maneggiabili, o dobbiamo arrenderci al fatto che la democrazia, in fondo, è così, costellata di manipolazioni, mezze verità, fatti distorti per interesse e tutto ciò che possiamo fare è mantenere saldi i principi della ragione che ci aiutano a distinguere esattezza ed errore, e soprattutto errore onesto e disonesto?

Il salotto in ordine, la casa a fuoco

Sapere di non sapere, tuttavia, non significa rinunciare all'impresa di conoscere. Al contrario, significa riscoprirne la gioia, la potenza. Sappiamo, per esempio, che Whatsapp in Brasile conta eccome, nella formazione dell'opinione pubblica. In un paese in cui il 66% dei cittadini si informa tramite social media (dato più alto al mondo, peraltro in discesa), Whatsapp – dice il Digital News Report 2018 del Reuters Institute di Oxford – è il secondo per importanza, e conta ben 120 milioni di utenti (su 123 milioni di cittadini connessi a Internet).

Sappiamo anche che la fiducia nel giornalismo è alta (per gli standard attuali, 59%, terzo paese su 37) e insieme bassa per le notizie reperite sui social media (32%). E che la preoccupazione per le "fake news" è la più elevata del globo.

Non sembrerebbe l'identikit di un popolo che si fa facilmente aggirare dalla manipolazione. E se ci si limita a guardare Twitter, c'è uno studio di Philip Howard e colleghi, del prestigioso centro sulla "propaganda computazionale" di Oxford, che conferma. Analizzando quasi un milione e mezzo di tweet da oltre 200 mila utenti, tra il 19 e il 29 agosto 2018, i ricercatori concludono infatti che solo "meno del 2%" (l'1,2%) dei contenuti condivisi era di natura "cospirazionista o polarizzante". Quella dove ci si aspetta di trovare le "fake news", insomma. Il 50% invece, un contenuto su due, è fatto di notizie da fonti professionali. Per giunta, i peggiori inquinatori dell'infosfera non sono i fan di Bolsonaro, ma quelli dei rivali Lula e Haddad.

Significa che allora le elezioni sono filate lisce?

Nemmeno per sogno. Significa che stavamo guardando al salotto in ordine, mentre il resto della casa va a fuoco. Howard e i suoi scrivono infatti che "l'alta proporzione di notizie politiche professionali dagli utenti brasiliani potrebbe essere attribuita al fatto che solo una cerchia ristretta, politicamente erudita della popolazione brasiliana usa Twitter per cercare notizie". Ricordate? "I social media" non esistono. Esiste la statistica, però, e le regole con cui si ritiene un campione rappresentativo di una popolazione.

Questo, evidentemente, non lo è, nella demografia della disinformazione.

"Un'analisi di altri popolari servizi", come Whatsapp e Messenger, suggeriscono in chiusura gli autori, "avrebbe potuto dare risultati differenti circa la diffusione della disinformazione (letteralmente, misinformation) sui social media in Brasile".

E allora se sappiamo che i brasiliani adorano Whatsapp, piacerà di certo anche ai disinformatori. Ed è proprio così. Confermando una tendenza che secondo le previsioni del Reuters Institute per il 2019 vede la disinformazione su canali come Whatsapp tra i fenomeni caratterizzanti l'anno a venire, è qui che il caso delle presidenziali brasiliane del 2018 ha più da insegnarci. Merito del lavoro, egregio, dell'ITS di Rio, e dei fact-checker di Agencia Lupa insieme a ricercatori dell'Università di Minas Gerais e di San Paolo. Grazie all'ITS abbiamo compreso un primo abbozzo di cosa significhi una rete strutturata e coordinata di propagandisti in canali aperti di Whatsapp; grazie ai secondi, che il prodotto informativo che ne risulta è altamente inquinato.

Stando a quanto condiviso nelle 347 chat di gruppo studiate tra il 16 agosto e il 7 ottobre 2018, delle 50 immagini più "virali":

– 8 erano completamente false.
– 16 erano vere, ma usate fuori dal loro contesto originario o collegate a dati manipolati.
– 4 contenevano affermazioni senza fondamento, provenienti da fonti non affidabili.

Sul totale, solo l'8% si è potuto dire fully truthful, cioè totalmente accurato. Il 56% invece era fuorviante.

Come è stato possibile? Qui viene in soccorso il paper dell'ITS. In Computational Power: Automated Use of Whatsapp in the Elections i gruppi aperti studiati sono 110, per una settimana (dal 17 al 23 ottobre 2018), e l'obiettivo è altrettanto ambizioso: comprendere quanta parte dei contenuti lì condivisi sia dovuta a forma di automazione. Gli autori sono cauti, e corretti, nell'indicare da subito i limiti del loro lavoro, a partire dal fatto che si possono studiare solo i gruppi aperti, appunto.

Ma la loro non è un'iniziativa isolata. Questo non è più il 2016. Lo spazio pubblico connesso non è più il "far west". Ci sono le regole di trasparenza per le campagne digitali adottate dalle piattaforme, le rimozioni in massa di profili fasulli (Whatsapp ne elimina 100 mila in periodo elettorale), i limiti ai contatti a cui si può "inoltrare" una notizia (20; Bolsonaro si era detto disposto a "combattere" contro ogni restrizione alle condivisioni, mentre diversi ricercatori hanno chiesto il limite fosse abbassato a 5, come in India, senza successo).

L'organo giudiziario che vigila sulle elezioni, la TSE, aveva anche emanato una regola che vietava il ricorso a bot politici per le elezioni, insieme alle immancabili "fake news" e alla più volgare diffamazione, come strumento di campagna elettorale.

Orde di fact-checker, in alcuni casi in collaborazione con Facebook, erano schierati da mesi, consci, dopo le cronache degli ultimi due anni, del pericolo di interferenze e manipolazioni digitali organizzate.

Dentro le reti dei mistificatori dell'informazione

Ma organizzate come?

Prima di tutto, su Whatsapp per raggiungere un utente serve conoscerne il numero di telefono. E allora ecco, rivela il quotidiano di San Paolo, Folha, aziende "collegate" a Bolsonaro arruolare – su precisa disposizione del candidato presidente, secondo l'accusa (lui ha negato) – società capaci di condurre operazioni di diffusione in massa di contenuti propagandistici a suo favore. Un'operazione che, se confermata, sarebbe secondo Folha, illegale, configurando un finanziamento illecito di società private a una campagna politica. Non solo: sarebbero queste ultime a procurarsi, a pagamento, database di numeri di telefono di elettori – suddivisi secondo localizzazione e, in alcuni casi, reddito – da raggiungere con "milioni" di messaggi.

Un caso che, per Quartz, avrebbe potuto portare addirittura all'invalidità della candidatura di Bolsonaro, specie se si considera che uno degli obiettivi della rete così creata sarebbe stato sferrare un massiccio attacco a base di disinformazione ai rivali del PT, nell'ultimo giorno di campagna elettorale.

In ogni caso, gli sforzi propagandistici non procedono a tentoni nel buio, ma al contrario secondo un piano strutturato, condotto da una organizzazione in molti casi coordinati. L'ITS di Rio scrive per esempio che i dieci profili più attivi tra quelli studiati sono stati responsabili di una produzione di contenuti di 25 volte superiore a quella dell'utente medio, generando 229 messaggi ciascuno a intervalli compresi tra uno e 20 secondi. Se si aggiunge che otto di quei dieci profili erano senza nome e cognome riconoscibile, corredati da foto facilmente reperibili in rete e senza uno status su Whatsapp diverso da quello impostato di default, si comprende come mai i ricercatori abbiano concluso, con "alta probabilità", che quei contenuti siano stati il prodotto di account automatizzati.

Non solo: 14 dei gruppi studiati condividono 40 o più utenti, 223 più di 10; 38 utenti erano membri di 10 gruppi o più, con il "più connesso" inserito in addirittura 21 chat di gruppo. Abbastanza, secondo l'ITS, per concludere che

"Ciò significa che i gruppi politici su Whatsapp non sono composti di bolle isolate con uno scarso livello di comunicazione tra loro, quanto piuttosto una rete o insieme di gruppi in cui diversi utenti ricevono e condividono contenuti su più media, in modo tra loro coordinato".

Grafico che mostra le chat di gruppo tra loro maggiormente interconnesse, via ITS Rio.

Con una conseguenza cruciale: un sistema di comunicazione originariamente concepito in maniera "decentrata", per chat individuali o di gruppo ma non di massa, finisce per diventare una emulazione del modello broadcast, scrivono gli autori. Una rete che diventa come una televisione: un sogno per i propagandisti a ogni latitudine.

Che poi vi sia una "strategia" ben precisa dietro a quella che, altrimenti, potrebbe essere scambiata per una normale applicazione della teoria delle reti – non esistono, nella natura sociale, network in cui ogni nodo abbia lo stesso peso di tutti gli altri; le reti, cioè, non sono mai perfettamente paritarie, ma sempre reti di influenza – sarebbe dimostrato dal fatto che gli utenti più "connessi" in questa maglia fitta di propagandisti si dividano i compiti in modo scientifico. In ogni gruppo, per esempio, non c'è quasi mai più di un utente nel ruolo di diffusore della propaganda. Al massimo, sono in due. Questo, scrivono gli autori, "porta a considerare l'esistenza di una allocazione strategica dei profili dei diffusori di informazione, che fungono da fonte del broadcast".

Le contromisure di Whatsapp, il fact-checking e il ruolo dello zero rating

I risultati, occorre ribadirlo, sono solo "preliminari", incompleti. Ma il problema si pone: che fare, di fronte a tutto questo?

Whatsapp ha adottato nel paese, sulla scia di quanto imparato da analoghe polemiche sorte in India, una serie di interventi:

1. Mantenere un più stretto rapporto con le autorità brasiliane.

2. Investire in una campagna di marketing da milioni di dollari dal motto Share Facts, Not Rumors (condividi i fatti, non le voci).

3.
 Eliminare i profili falsi a migliaia.

4.
 Limitare, come detto, il numero di utenti a cui "inoltrare" un messaggio a 20.

In più, l'azienda ha creato collaborazioni strutturate con le principali organizzazioni di fact-checking brasiliane. Anche qui, siamo in presenza di un intervento già visto all'opera in altri paesi, dopo l'elezione di Donald Trump a novembre 2016. E anche qui, si presentano problemi strutturali: il fact-checking elettorale in Brasile, ha scritto il DFR Lab, non è riuscito a scavalcare i fossati ideologici, rimanendo confinato all'interno di una precisa area politica di riferimento (se smentisci una bufala di Bolsonaro, a leggerti saranno solo i detrattori e viceversa) e il fact-checking è stato meno virale delle bufale che fa a pezzi (in ragione di 46 interazioni per la bufala contro 1,8 per la correzione).

Peggio, molti fact-checker hanno dovuto subire a loro volta un attacco coordinato di disinformatori online che avevano preso a diffondere, a un mese dalle elezioni, un PDF di 299 pagine contenente la schedatura di 40 giornalisti brasiliani, compresi i principali fact-checker del paese. L'accusa, condivisa anche da una testata di destra, è quella di operare non a difesa dei fatti, ma contro le opinioni con cui non sono d'accordo, di essere insomma dei "censori" del libero pensiero, tra cui, come da copione, figurano naturalmente la libertà di avanzare minacce di morte o dipingere professionisti indipendenti come pupazzi nelle mani dell'immancabile 'Uomo Nero anti-sovranismo', George Soros, tra diffamazioni e ritratti misogini.

"In due giorni, abbiamo ricevuto 46 mila tweet", spiega Cristina Tardàguila dell'Agencia Lupa a Poynter, restituendo un'immagine netta della gravità del problema. Attacchi provenienti da destra come da sinistra, dice, con lo stesso argomento: "il fact-checking è un modo di censurare le opinioni sui social media". E che sono sempre ad hominem, non contro l'idea ma contro chi la espone.

Risultato? L'autocensura, per proteggersi, che va ad aggravare una situazione già compromessa dall'esistenza di tariffe zero rating per la connettività: se accedere a Facebook o Whatsapp è gratis, perché il loro traffico è per contratto a costo zero, mentre accedere a un sito di fact-checking costa, perché invece la libera navigazione web si paga (e profumatamente, fino al 15% del reddito familiare, in Brasile), ecco spiegato almeno in parte perché è molto più semplice incontrare una bugia che chi la definisce tale.

In più, la disinformazione ha cercato di colpire la giovane democrazia brasiliana al cuore, orchestrando campagne di falsità su presunte frodi sistematiche che sarebbero state consentite da inesistenti "macchine elettorali" che avrebbero registrato voti fasulli in massa a favore del PT. Dopo il primo turno, che aveva mandato al ballottaggio Bolsonaro e Haddad, per esempio, era diventata virale – nonostante il pronto debunking dei professionisti – una foto che sosteneva che il candidato del Partito dei Lavoratori avrebbe ricevuto ben 10 mila voti da sole 777 persone. Un video, molto popolare a destra, era stato addirittura condiviso dal figlio di Bolsonaro.

Anche qui, il manuale è quello di sempre, e che abbiamo imparato ad associare all'interferenza russa nelle elezioni USA: divide et impera. Se vuoi davvero distruggerla, devi seminare il dubbio metodico sul funzionamento stesso della democrazia.

A fronte di tutto questo appare evidente che le contromisure di Whatsapp non bastano. Per questo gli autori dello studio realizzato dalle Università di San Paolo e Minas Gerais insieme ad Agencia Lupa hanno usato un editoriale sul New York Times per chiedere all'azienda di limitare ulteriormente gli "inoltra" (da 20 a 5 utenti), ridurre il numero di utenti raggiungibili con un unico messaggio (meno dei 256 attuali) e limitare le dimensioni dei nuovi gruppi.

Ma per l'azienda, era troppo tardi per intervenire ulteriormente. E del resto, scrive, "oltre il 90% dei messaggi su Whatsapp in Brasile riguarda comunicazioni uno-a-uno, individuali", la maggior parte dei gruppi è fatta di sei utenti, e per raggiungerne milioni servirebbe infilarsi in circa 4.000 chat di gruppo. "Molto diverso da altre applicazioni che sono costruite per essere piattaforme broadcast", secondo Whatsapp, che cerca dunque di smontare al cuore le critiche ricevute.

Lezioni brasiliane

Cosa ci insegna dunque il caso brasiliano?

a) Che "i social media" non esistono: esistono strumenti diversi, con caratteristiche diverse, usati e abusati in modi diversi.

b) Che "le fake news sui social media" a loro volta non esistono: esistono bugie create e condivise per sfruttare al meglio le precise caratteristiche di ogni mezzo di comunicazione contemporaneo, online e non, che dunque vanno sempre considerati a) individualmente, e b) nel loro interagire (dato che gli utenti consumano informazione su più media contemporaneamente) - un aspetto, quest'ultimo, su cui non siamo ancora in grado di dire sostanzialmente nulla.

c) Che il fact-checking in contesti altamente polarizzati come quello brasiliano ha un profondo costo umano, oltre a incontrare un ostacolo difficilmente superabile nelle barriere ideologiche di chi ne fruisce.

d) Che "regolamentare le campagne elettorali sui social" serve a poco se quelle regole non tengono conto delle specificità dei diversi mezzi su cui viaggia e si moltiplica la disinformazione (e del contesto informativo e sociale complessivo).

e) Che tuttavia quelle regole sono necessarie, perché le piattaforme, abbandonate all'autoregolazione, a) esercitano un indebito arbitrio nella gestione di cosa sia lecito e cosa no in un contesto delicato e sensibile come una campagna elettorale, e b) sono anche e di conseguenza oggetto di aspettative irrealistiche circa le potenzialità salvifiche dei loro interventi (per quanto buoni, con ogni probabilità, non basteranno mai a eliminare del tutto disinformazione e propaganda dalle reti sociali).

f) Che la propaganda, quella sì, è post-ideologica: viene da destra come da sinistra

Ma soprattutto

g) Che quello che non sappiamo sulla disinformazione online è molto di più di quello che sappiamo.

Tenerlo a mente è cruciale per affrontare questo fondamentale dibattito per il futuro della democrazia in modo pragmatico, realistico, data- e evidence-based, senza essere noi stessi vittima di propaganda sulla propaganda digitale.

*L'autore è Responsabile politiche digitali del deputato 5 Stelle Questore della Camera dei Deputati, Federico D'Incà

Foto in anteprima via Ansa

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Come la nostra produzione alimentare, non solo la carne, sta distruggendo il pianeta

[Tempo di lettura stimato: 15 minuti]

Le più grandi aziende di carne e prodotti lattiero-caseari emettono nell’atmosfera più gas serra delle maggiori compagnie petrolifere come Exxon, Shell o BP. E, in un momento storico in cui la popolazione è in aumento e in molti paesi, come la Cina, la domanda di carne è in grande crescita e le aziende del settore sottovalutano gli impatti sul clima della produzione degli alimenti con proteine di origine animale, non è un bel segnale per il pianeta. "Gran parte delle emissioni proviene da una manciata di paesi (gli Stati Uniti, il Canada, l'Unione europea, il Brasile, l'Australia e la Nuova Zelanda) – scrive Chase Purdy su Quartz – che insieme, rappresentano il 43% delle emissioni globali di gas serra prodotte dall'agricoltura animale".

Il rapporto, pubblicato lo scorso luglio dall’Istituto non profit per l’Agricoltura e la Politica Commerciale (IAPT), è solo l’ultimo di tanti studi che cercano di attirare l’attenzione pubblica sugli effetti della produzione della carne sul riscaldamento globale. Si tratta, come affermano diversi esperti e ricercatori del settore, di un argomento popolare e al tempo stesso poco indagato e che, proprio per questo, favorisce la diffusione di convinzioni e rappresentazioni del fenomeno distorte e semplificate e che, in alcune occasioni, portano a pensare che il consumo della carne sia la fonte principale dell’emissione di anidride carbonica sulla Terra, come nel caso dello studio dello IAPT. C’è chi esorta a mangiare meno carne, chi a tassarla per ridurne il consumo, soluzioni che sembrano a portata di mano ma che semplificano una questione molto più complessa, quella del rapporto tra tutta la catena di produzione di alimenti di origine animale e il cambiamento climatico, che invece chiama in causa molti aspetti concatenati tra di loro, a partire da come vengono sfruttate le risorse e come (e se) vengono alterati gli ecosistemi.

Agricoltura, allevamento e alimentazione sono legati a doppia mandata con il cambiamento climatico. Se da un lato, quest’ultimo ha un impatto sulla produzione e sulla qualità delle coltivazioni e del foraggio, sulla disponibilità di acqua, sulla crescita degli animali (per l’esposizione al caldo si riducono le dimensioni del corpo, il peso della carcassa e lo spessore del grasso) e sulla produzione di latte (la diminuzione cala a causa dell’aumento combinato di temperature e umidità relativa), sulle malattie (attraverso la nascita di nuovi agenti patogeni e di parassiti che colpiscono soprattutto le specie con habitat e mobilità limitata e con bassi tassi di riproduzione) e la loro riproduzione in seguito alla combinazione di più fattori come l’aumento delle temperature, della concentrazione di anidride carbonica e delle precipitazioni, dall’altro lato, gli allevamenti contribuiscono alle emissioni di gas serra in tutta la loro filiera, attraverso gli usi del suolo, la produzione dei mangimi per l’alimentazione del bestiame, la fase di digestione, l’utilizzo del letame, il mantenimento e trasporto degli animali.

La “questione della carne”, come l’ha definita sul New York Times Kendra Pierre-Louis, giornalista esperta di cambiamento climatico, dunque, non riguarda solo le emissioni di gas a effetto serra né il suo momento finale, quando il piatto è a tavola, ma l’intero ciclo di produzione degli alimenti. E non si riferisce solo alla carne (e nel caso specifico, esclusivamente alle carni rosse e ai bovini), ma all’equilibrio tra agricoltura, allevamento e i diversi utilizzi dei suoli (cioè per i pascoli, le coltivazioni e quelli lasciati a boschi e foreste). Da questo punto di vista, ha destato grande preoccupazione recentemente la decisione del nuovo primo ministro brasiliano, Juan Bolsonaro, di sottrarre la giurisdizione delle proprie terre ai nativi per affidarla alle grandi imprese agrarie. Un atto politico, non isolato, che sembra andare in controtendenza rispetto alle esigenze di un pianeta che nei prossimi trent’anni dovrà affrontare la sfida di nutrire una popolazione in costante crescita senza però compromettere gli equilibri climatici e ambientali.

Cosa fare per poter nutrire il pianeta senza alterare i nostri ecosistemi? I ricercatori che hanno studiato negli ultimi decenni il rapporto tra cambiamento climatico e produzione alimentare suggeriscono tre strade: diversificare allevamenti, coltivazioni e usi dei terreni in modo tale da non depauperare la qualità dell'aria, dei suoli e dell'acqua e bilanciare le quantità di gas catturati dalla terra e quelle emesse nell'atmosfera; finanziare ricerche tecnologiche che consentano di ridurre le emissioni prodotte durante le diverse fasi di produzione dei nostri alimenti; coinvolgere produttori e consumatori nella transizione a un'alimentazione a basso impatto sul clima.

Nutrire il pianeta contenendo le emissioni di gas serra

La posta in palio è, dunque, riuscire a nutrire il pianeta senza aumentare il riscaldamento globale. Secondo un recente rapporto del World Resources Institute (WRI), organizzazione non profit di ricerca mondiale nata nel 1982, per sfamare 10 miliardi di persone entro il 2050 ci vorranno scorte alimentari superiori del 50% a patto che le emissioni di gas serra prodotte dall’agricoltura e dall’allevamento diminuiscano di due terzi.

La ricerca, pubblicata su Science, (che ha analizzato circa 40mila aziende agricole in 119 paesi e 40 prodotti alimentari che rappresentano il 90% di tutto ciò che viene mangiato, valutando l'impatto completo di questi alimenti, dalla fattoria alla tavola) mostra che mentre carne e prodotti caseari forniscono solo il 18% delle calorie e il 37% delle proteine, utilizzano la grande maggioranza - 83% - dei terreni agricoli e producono il 60% delle emissioni di gas serra di tutto il settore dell'agricoltura.

via Guardian

In particolare, la produzione della carne di manzo (anche quella a impatto più basso) produce gas serra 6 volte maggiori e consuma la terra 36 volte di più di una coltivazione di alimenti vegetali come i piselli, ad esempio.

via Guardian

Per questo motivo, ha spiegato al Guardian Joseph Poore, ricercatore dell’Università di Oxford, «diminuire il consumo di carne potrebbe avere un impatto molto più grande della riduzione dei voli o dell’acquisto di un'auto elettrica».

Il rapporto raccomanda che 2 miliardi di persone in tutti i paesi, tra cui Stati Uniti, Russia e Brasile, riducano il consumo di carne e agnello del 40%, limitandolo a 1,5 porzioni alla settimana in media. Tuttavia, come ha spiegato Tim Searchinger (della WRI e della Princeton University), se portata su larga scala la questione è molto complessa perché «i poveri del mondo hanno il diritto di consumare almeno un po’ di più» e più che sulle diete si dovrebbe intervenire sui sistemi di produzione che tendono a essere intensivi e a sfruttare terreni deforestati invece dei pascoli estensivi. «Se forniamo tutto il cibo necessario nel 2050 utilizzando i sistemi di produzione odierni, l'agricoltura da sola produrrebbe quasi il doppio delle emissioni consentite da tutte le attività umane».

Più di 820 milioni di persone hanno sofferto la fame nel 2017 mentre un terzo di tutte le persone non ha assunto abbastanza vitamine, si legge in uno studio della FAO dello scorso anno. Allo stesso tempo, 600 milioni di persone sono state classificate come obese e 2 miliardi in sovrappeso, con gravi conseguenze per la loro salute. Oltre a questo, ogni anno viene sprecato più di 1 miliardo di tonnellate di cibo, un terzo del totale prodotto.

via FAO

«Il sistema alimentare globale si è spezzato», ha detto Tim Benton, professore di Ecologia all'Università di Leeds. «Che la si guardi da una prospettiva di salute umana, ambientale o climatica, il nostro sistema alimentare è al momento insostenibile e date le sfide che arriveranno da una popolazione globale in aumento la situazione è davvero critica».

La popolazione zootecnica globale, secondo uno studio della FAO del 2016, è al livello più alto di tutti i tempi. Ci sono 28 miliardi di animali, l’82% è costituito dai polli. Negli ultimi 20 anni, la popolazione di polli da allevamento è passata da 14 a 23 miliardi di animali. I bovini sono passati da 1,3 a 1,5 miliardi, le pecore da 1 miliardo a 1,2 miliardi di animali, le anatre da 0,9 miliardi a 1,2 miliardi, le capre da 0,7 miliardi a 1 miliardo, i suini da 0,8 miliardi a 1 miliardo.

Si tratta di numeri in continuo incremento e ci si aspetta che aumentino in modo sostanziale man mano che la popolazione globale cresce, in particolare nelle economie in via di sviluppo. Per fornire una dieta sana, economica e rispettosa dell'ambiente per tutte le persone, si legge in un rapporto del gruppo di ricerca interdisciplinare InterAcademy Partnership (IAP), sarà necessaria una trasformazione radicale dell’intero sistema di produzione alimentare con metodi di allevamento migliori e minor consumo di carne da parte delle nazioni più ricche.

Le emissioni di gas serra associate al bestiame

Una ricerca a cura di Helen Harwatt dell’Università di Harvard, pubblicata lo scorso novembre sulla rivista Climate Policy, mostra che al tasso attuale, il bestiame e altri animali potrebbero essere responsabili della metà delle emissioni mondiali di gas serra entro il 2030 e che per evitare ciò saranno necessarie "riduzioni sostanziali, ben oltre quelle pianificate, da altri settori".

I dati più sistematici sulle emissioni associate alla produzione del bestiame sono quelli forniti dalla FAO nel rapporto del 2013 dal titolo “Affrontare il cambiamento climatico attraverso il bestiame”. Secondo lo studio, la lavorazione del bestiame in tutte le sue fasi produce ogni anno fino a 7,1 gigatonnellate di biossido di carbonio, pari al 14,5% di tutte le emissioni di gas serra frutto dell’attività umana. Se, invece, ci si riferisce alle sole emissioni dirette, gli animali emettono il 5% dei gas serra totali.

In un rapporto di 7 anni prima, “L’ombra lunga del bestiame”, che ebbe grande attenzione mediatica, l’organizzazione delle Nazioni Unite aveva stimato nel 18% del totale le emissioni prodotte dal bestiame e aveva affermato che queste provocavano più danni all’ambiente di altri settori come quello dei trasporti. Ma, come ammesso lo scorso anno dall’autore dello studio, Henning Steinfeld, era stato fatto un errore di valutazione: mentre per il bestiame era stato preso in considerazione ogni fattore legato alla produzione della carne (dalla conversione delle terre da foreste in pascoli all’utilizzo dei fertilizzanti, dalle emissioni dirette prodotte dagli animali, come eruttazioni e letame, a quelle della lavorazione dei mangimi) per i trasporti erano stati ignorati gli impatti sul clima derivanti come la realizzazione di materiali e parti di veicoli o la manutenzione e la costruzione di strade, ponti e aeroporti.

Si tratta, spiega su The Conversation, Frank Mitloehner, docente di Animal Science all’Università della California, di un errore comune a diverse ricerche. Ad esempio, un'analisi pubblicata nel 2009 dal Worldwatch Institute di Washington, affermava che il 51% delle emissioni globali di gas serra negli USA provenissero dall'allevamento e dalla lavorazione del bestiame. Ma, osservando i dati diffusi dall’Agenzia di Protezione dell’Ambiente statunitense, così non è: le maggiori fonti di emissioni di gas serra negli Stati Uniti nel 2016 sono state la produzione di elettricità (28% delle emissioni totali), i trasporti (28%) e l'industria (22%). L’agricoltura influiva per il 9%, l’agricoltura animale il 3,9%.

Secondo il rapporto del 2013 della FAO, le principali fonti di emissioni associate al bestiame sono la “produzione e lavorazione dei mangimi (45% del totale), produzione di gas serra durante la digestione da parte delle mucche (39%) e decomposizione del letame (10%). Il resto è attribuibile al trattamento e al trasporto di prodotti di origine animale”.

La maggior parte delle emissioni sono prodotte dai bovini (circa 4,6 gigatonnellate di anidride carbonica, pari al 65% di tutto il settore). Suini, pollame, bufali e piccoli ruminanti hanno livelli di emissioni molto più bassi tra il 7 e il 10%.

Le emissioni di gas serra distinte per specie animale – via FAO

Le emissioni prodotte dal bestiame potrebbero essere ridotte del 30% se gli agricoltori adottassero tecniche migliori senza dover rivedere interi sistemi di produzione, si legge nel rapporto.

Gli impatti della produzione della carne sul pianeta

I dati sulle emissioni da soli non riescono a restituire la complessità del fenomeno che coinvolge l’intero ciclo di produzione degli alimenti di origine animale e a sua volta interseca altri cicli di produzione.

Come detto, gli alimenti di origine animale sono la principale fonte di gas serra del sistema alimentare e, in base alle proiezioni sulla crescita della popolazione e del fabbisogno di cibo che sarà necessario, se non cambiamo le nostre diete, la loro importanza aumenterà in futuro. Questo significa anche maggiori emissioni che, tuttavia, come spiega una ricerca condotta da 10 studiosi (e che vede come prima firma Charles J. Godfray del Programme on the Future of Food presso l’Università di Oxford), pubblicata a luglio 2018 su Science, non si traducono automaticamente in un grande aumento delle temperature del pianeta. I gas serra prodotti dal ciclo di lavorazione della carne (anidride carbonica, protossido di azoto e metano) hanno tempi diversi di permanenza nell’atmosfera ed effetti differenti tra di loro.

via "Meat consumption, health, and the environment", Science

Attualmente, il bestiame contribuisce a circa il 5% delle quasi 37 giga-tonnellate di anidride carbonica emesse dall’attività umana nell'atmosfera ogni anno [Figura A]. In base ai tassi attuali, 100 anni anni di produzione di anidride carbonica attraverso la lavorazione del bestiame avrebbero un impatto molto piccolo, portando a un aumento delle temperature di circa 0,1 gradi. Inoltre, la produzione di carne aggiunge nell’atmosfera ogni anno circa 0,15 gigatonnellate di metano e 0,0065 gigatonnellate di protossido di azoto. Nel caso in cui la Terra riuscisse a trovare un equilibrio con queste quantità di emissioni (che richiederebbero circa un decennio per il decadimento del metano e un secolo per il protossido di azoto), avremmo un pianeta più caldo di 0,44 gradi [Figura B].

Tuttavia, proseguono i ricercatori, questo non significa che la quantità e i tassi delle emissioni prodotte per la lavorazione degli alimenti di origine animale non debbano essere tenuti sotto controllo. L’aumento della produzione della carne ha, infatti, impatti importanti sugli equilibri ecosistemici e ambientali.

Un primo aspetto da prendere in considerazione sono gli effetti dei pascoli sui suoli che vedono alterate le loro capacità di assorbire gas riducendo quelli emessi nell’atmosfera. Circa il 4% di tutta la carne e l’8% della carne bovina sono prodotti attraverso sistemi estensivi alimentati esclusivamente con l’erba. Per alcuni, i pascoli porterebbero addirittura dei benefici ai terreni perché favorirebbero lo stoccaggio dell’anidride carbonica. Altri, invece, ritengono che questi effetti positivi siano ridotti e specifici ad alcune aree precise del pianeta. In effetti, quando gli animali pascolano fanno sì che le piante distribuiscano più risorse sotto terra: gli escrementi del bestiame aiutano la fissazione di carbonio e azoto, nutriente importante per la crescita e la rigenerazione delle piante. Tuttavia, secondo quanto mostrato da studi molto approfonditi al riguardo, i benefici stimati sono modesti nella migliore delle ipotesi e i gas catturati nel terreno inferiori a quelli emessi dagli animali.

La situazione è particolarmente critica in quei paesi (soprattutto quelli in via di sviluppo) dove la la necessità di una sovra-produzione di cibo innesca un circolo vizioso di sovra-pascolamento che porta alla riduzione della copertura vegetale e, attraverso il calpestio sui pendii, all’erosione dei suoli e all’ulteriore perdita di biodiversità.

Si è molto parlato anche di spostare i pascoli sulle praterie perché dotate di maggiori capacità di immagazzinamento del carbonio. Ma anche in questo caso gli effetti positivi dipendono da quanto i singoli terreni siano già stati utilizzati. Un’attenta gestione dei sistemi di pascolo può sicuramente contribuire a mitigare i cambiamenti climatici, ma i benefici netti potrebbero essere relativamente modesti, spiegano i ricercatori, e questo fa pensare che avrebbe sicuramente un impatto maggiore pensare a nuovi sistemi di produzione della carne e a modificare i sistemi alimentari.

Poi ci sono gli effetti sull’acqua dolce presente sul pianeta. La carne è tra gli alimenti che richiede maggiore consumo di acqua per la sua produzione. L’impronta idrica (vale a dire, il volume totale, comprendente l’intera catena di produzione, di acqua dolce impiegata per produrre un bene o un prodotto: ad esempio, quando indossiamo una T-shirt, che pesa circa 250 grammi, in realtà stiamo indossando anche 2.700 litri di acqua o quando mangiamo un hamburger, assieme alla carne, abbiamo consumato anche 2.400 litri di acqua) utilizzata per sostenere l’alimentazione del bestiame è molto alta.

L'agricoltura utilizza più acqua dolce di qualsiasi altra attività umana e quasi un terzo è richiesta per il bestiame: il 98% viene impiegato per la produzione di mangimi. Sebbene l’acqua utilizzata nella produzione zootecnica sia in gran parte “verde” (87,2%, cioè l’acqua piovana immagazzinata dal suolo e che evapora dal terreno), una parte importante è costituita da acqua “grigia” (il 6,6%, cioè il volume di acqua necessario a diluire gli inquinanti fino al ripristino degli standard di qualità delle acque) e “blu” (il 6,2%, cioè l’acqua prelevata dalla superficie o dalle falde acquifere, utilizzata e non restituita: nel caso dei prodotti agricoli, questo indicatore si riferisce all'acqua utilizzata per l'irrigazione) con effetti seri sulle risorse idriche e sul mantenimento degli ecosistemi acquatici. Ad esempio, nella falda delle High Plans nel Kansas, l’aumento della produzione di bovini alimentati con mais irrigato ha portato a un grave esaurimento delle falde acquifere.

Ma, il modo più significativo e diretto in cui la produzione di carne influisce sulla biodiversità, è attraverso la trasformazione dei suoli in pascoli e terreni arabili per produrre grano e soia per l’alimentazione del bestiame. Secondo uno studio dell’Università di Wageningem, nei Paesi Bassi, circa il 71% della conversione della foresta pluviale in Sud America è stato destinato all'allevamento di bestiame e oltre il 14% a coltivazioni da mettere in commercio, compresa la soia per l'alimentazione animale. Negli ultimi 20 anni, le esportazioni di soia dall'America del Sud alla Cina (e altri paesi) sono aumentate drasticamente e ora costituiscono uno dei maggiori flussi internazionali di materie prime.

La deforestazione (e la distruzione degli habitat naturali) è la causa maggiore del declino della fauna selvatica. In America centrale e meridionale i vertebrati sono calati dell’89% per l'abbattimento di vaste aree di foresta.

Secondo il rapporto del WWF “Living Planet”, gli attuali cicli di produzione del cibo (e il loro consumo sempre più vasto e crescente) stanno alterando gli ecosistemi del pianeta e portando al declino della fauna selvatica. «Non possiamo più ignorare che l'impatto degli attuali modelli di produzione sono insostenibili e che i nostri stili di vita sono dispendiosi», ha dichiarato Marco Lambertini, direttore generale di WWF International. «Siamo sonnabuli che camminano sul bordo del precipizio», ha aggiunto Mike Barrett, sempre del WWF. «È come se avessimo svuotato Nord America, Sud America, Africa, Europa, Cina e Oceania. Queste sono le proporzioni di ciò che abbiamo fatto». Diversi studiosi sostengono che il mondo abbia iniziato una sesta estinzione di massa, la prima a essere causata da una specie in particolare: l'Homo Sapiens.

Cosa fare?

Le strade da percorrere per ridurre gli impatti sul clima e l’ambiente da parte di tutta la filiera dell’allevamento degli animali che fornisce poi gli alimenti che finiscono sulle nostre tavole sono fondamentalmente tre, almeno secondo quanto sostenuto dalla letteratura scientifica sul rapporto tra cambiamento climatico e bestiame degli ultimi venti anni: individuare misure di adattamento alla situazione attuale, modificando i sistemi di allevamento e agricoltura zootecnica, l’approccio alla gestione dei suoli (integrando usi boschivi, coltivazioni e pascoli) e le nostre diete alimentari; mitigare gli effetti riducendo le emissioni di gas serra nelle diverse fasi di produzione della carne; investire in ricerca per poter riuscire a trovare soluzioni comuni a problemi che spesso vengono affrontati solo su scala locale e mai in una dimensione globale e rendere efficaci i progressi scientifici e tecnologici nelle diverse fasi di produzione degli alimenti che altrimenti restano inutilizzati. Si tratta di interventi che richiedono la sinergia tra istituzioni, produttori e consumatori e, pertanto, volontà e coscienza politica e culturale.

Le misure di adattamento

Innanzitutto, bisogna intervenire sui sistemi di produzione e gestione di tutta la filiera dell’allevamento degli animali, dalla gestione dei suoli all’individuazione di strumenti culturali e istituzionali per arrivare a un consumo consapevole degli impatti climatici degli alimenti che mangiamo ogni giorno.

Il primo passo – spiegano Melissa Rojas-Downing, A. Pouyan Nejadhashemi, Timothy Harrigan e Sean Woznicki, quattro ricercatori della Michigan University che hanno analizzato gli studi che negli ultimi due decenni hanno affrontato il rapporto tra produzione alimentare e cambiamento climatico – è diversificare le specie animali da allevare e delle colture e integrare usi differenti dei suoli, tenendo insieme terreni da dedicare all’allevamento, altri alla coltivazione e altri alla silvicoltura in modo tale da consentire la conservazione dei terreni boschivi.

Creando un mix di alberi, coltivazioni e pascoli, cioè scegliendo un approccio agro-forestale di gestione del territorio, proseguono i quattro ricercatori, è possibile mantenere l'equilibrio tra produzione agricola, protezione dell'ambiente e catturazione del carbonio per compensare le emissioni del settore. Questo approccio può rendere sostenibile una maggiore produzione di carne garantendo una maggiore qualità dell'aria, del suolo e dell'acqua (rispetto a ora) ed evitando la diffusione di malattie e parassiti. Già in due terzi del pianeta si ricorre a forme di allevamento misto di bestiame che producono più della metà del latte, della carne e delle colture come cereali, riso e saggina.

Inoltre, spostare i luoghi di allevamento del bestiame e delle coltivazioni potrebbe ridurre l'erosione del suolo e migliorare l'umidità e la ritenzione delle sostanze nutritive, mentre la regolazione delle rotazioni delle colture e il cambiamento dei tempi dei differenti utilizzi dei terreni (ad esempio quando dedicarli a pascolo, semina, irrorazione, irrigazione), adattata alle variazioni della durata delle stagioni di crescita, delle ondate di calore e della variabilità delle precipitazioni, potrebbe essere un’altra soluzione adottata per migliorare la qualità e la quantità della produzione degli alimenti riducendo però gli impatti ambientali.

Le misure di mitigazione

Esiste poi la possibilità di ridurre le emissioni di gas serra intervenendo sulla digestione del bestiame, la gestione del letame e un uso più efficiente dei fertilizzanti favorendo così un maggiore trattenimento dell’anidride carbonica.

Secondo diversi studi, spostando i pascoli verso le praterie (che di solito hanno quantità minori di animali da pascolo rispetto alla capacità di carico del bestiame), incrementando le aree boschive, intersecando specie vegetali e leguminose con altre colture e i pascoli e introducendo fertilizzanti e lombrichi, migliora la capacità del suolo di trattenere il carbonio. Uno studio del settore della carne bovina condotto in Brasile ha stimato una riduzione fino al 25% delle emissioni di gas serra migliorando la gestione dei pascoli e cambiando l'uso dei suoli. Migliorando la gestione dei pascoli si potrebbe arrivare a trattenere circa 0,15 gigatonnellate all’anno di gas serra.

Cambiare le nostre diete

Modificare le nostre diete, cambiare tempi e frequenza dell’alimentazione, scegliendo quegli alimenti che vengono prodotti attraverso l’approccio agro-forestale, potrebbe avere effetti a catena sulle modalità di allevamento, coltivazione e produzione del cibo e, di conseguenza, sull’emissione di gas serra nel pianeta.

Questo non significa diventare vegani, spiega Helen Harwatt ricercatrice dell’Università di Harvard, ma ricorrere a un’alimentazione che privilegi cibi associati a minori emissioni di gas serra. Ad esempio, a livello globale, la carne bovina è quella a maggior impatto per la produzione di gas serra, seguita da latte vaccino, carne di maiale, carne di pollo, latte di bufala e uova di gallina. Quindi, nella transizione dalle proteine animali a quelle vegetali, ci si potrebbe concentrare prima sulla riduzione del consumo di carni bovine, poi il latte di mucca e così via. Ovviamente, prosegue la ricercatrice, bisognerà fare una valutazione paese per paese e specie per specie a seconda dei contesti. In alcuni luoghi, ad esempio, il sostentamento delle pecore potrebbe portare a emissioni maggiori rispetto all’allevamento dei bovini.

Per favorire questa transizione alimentare, prosegue Harwatt, i paesi ad alto consumo di carne e latte dovrebbero indirizzare i sovvenzionamenti all’agricoltura zootecnica verso prodotti sostitutivi del bestiame. Secondo Tobias Baedeker, economista dell’agricoltura della Banca Mondiale, il reindirizzamento dei sussidi mondiali potrebbe essere il vero punto di svolta. Attualmente, secondo lo studio del World Resources Institute (WRI), citato in precedenza, oltre 517 miliardi di euro sono destinati ogni anno agli agricoltori e allevatori di 51 nazioni, che rappresentano circa i due terzi della produzione alimentare globale. Solo negli Stati Uniti, questi sussidi dimezzano il prezzo della carne bovina e, secondo i ricercatori del WRI, potrebbero essere utilizzati per favorire il consumo di alimenti a basso impatto sul clima, in termini di emissioni, consumo dei suoli e delle risorse idriche.

Alcuni paesi, come Germania, Danimarca e Svezia, stanno valutando l’introduzione di tasse sulla carne per ridurne i consumi, anche se, spiega Maria Lettini di Farm Animal Investment Risk and Return (Fairr) Initiative, sarebbe molto più illuminante investire in tecnologie innovative in grado di ridurre drasticamente le emissioni dal bestiame.

Infine, scrive ancora Helen Harwatt nel suo studio pubblicato su Climate Policy, bisognerebbe investire in programmi di educazione alimentare rivolti all’industria alimentare, alle scuole e alle università: “Le persone con una consapevolezza dell'impatto ambientale dei prodotti animali hanno una maggiore probabilità di riuscire a ridurre il loro consumo”.

Da questo punto di vista, Joseph Poore, autore di una ricerca per l’Università di Oxford sulla riduzione dell’impatto ambientale degli alimenti attraverso il coinvolgimento di produttori e consumatori, propone di rendere obbligatorie le etichette di impatto ambientale sugli alimenti (come già avviene per gli elettrodomestici, classificati per tipologie energetiche) in vendita nei supermercati in modo tale da dare ai consumatori le informazioni sufficienti per poter capire la portata di quello che mangiamo.

via Guardian

In questo modo, spiega Poore, i produttori sarebbero costretti a prestare maggiore attenzione ai loro prodotti e sarebbero responsabili degli impatti di quello che mettono in vendita. L’etichettatura non richiederebbe neanche costi eccessivi: esistono già tool online in grado di misurare gli impatti ambientali degli alimenti, come Fieldprint e Cool Farm Tool. Ci sono aziende che già volontariamente monitorano le loro produzioni, come, ad esempio, Olam, una delle più grandi aziende del mondo, che segue 160mila coltivatori. Grazie a questi strumenti, i produttori di uova bio di Costco, ad esempio, hanno trovato il modo di ridurre le emissioni del 13%.

Limitando l'uso di fertilizzanti si potrebbero ridurre gli impatti e i profitti di alcune aziende agricole ma aumentarle per altri, a seconda del suolo, del clima e delle condizioni economiche. In Cina, un massiccio programma ha coinvolto 21 milioni di piccoli proprietari: gli agricoltori che hanno monitorato e affrontato in modo flessibile i loro impatti hanno registrato un aumento del 12% dei rendimenti e un taglio del 20% delle emissioni rispetto agli agricoltori che non lo hanno fatto.

Inoltre, le etichette obbligatorie consentirebbero di supportare il consumo sostenibile. Dei prodotti possono avere sapore, aspetto e costi identici ma con impatti ambientali differenti. Come mostra la ricerca di Poore, per produrre una tavoletta di cioccolato possono essere stati emessi 6,5 kg di gas serra (come se si guidasse un’automobile per quasi 50 km) o zero nel caso in cui gli alberi di cacao abbiamo immagazzinato carbonio. Le etichette consentirebbero ai consumatori di distinguere questi prodotti.

Si tratta, comunque, di un processo lento e che sta incontrando grosse difficoltà. Marchi ecologici, che hanno provato a etichettare il loro prodotti, hanno avuto uno scarso impatto sul comportamento dei consumatori. La maggior parte dei produttori di alimenti ad alto impatto non etichetta e, quindi, le persone non hanno le informazioni necessarie per poter scegliere cosa comprare sulla base degli effetti di un cibo sul clima.

Infine, conclude Poore, le etichette ambientali obbligatorie consentirebbero di destinare le sovvenzioni a partire dal monitoraggio degli impatti ambientali di ciascun produttore e coltivatore.

Foto in anteprima via Quartz

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#jagärhär, l’esercito svedese che diffonde amore in rete sfidando troll e odiatori

[Tempo di lettura stimato: 4 minuti]

Si chiama #jagärhär (conosciuto nel Regno Unito come #iamhere, io sono qui) il gruppo (chiuso) su Facebook che conta quasi 74.000 membri, per la maggior parte svedesi, che stanchi dei conflitti che nascono in rete e dei commenti che inquinano discussioni pregiudicando il confronto si attivano per rendere Internet un posto migliore.

Quotidianamente il gruppo si organizza per difendere le persone attaccate online da troll e odiatori per combattere la diffusione della disinformazione.

Il procedimento è semplice: quando odio e disinformazione prendono il sopravvento nei commenti sui social, #jagärhär invita i suoi membri ad esprimere reazioni positive per riequilibrare la discussione e "spiazzare" l'algoritmo di Facebook.

Uno dei casi più recenti ha coinvolto Linnéa Claeson, giovane giocatrice di pallamano, editorialista del quotidiano svedese Aftonbladet e attivista per i diritti delle donne quando le è stato riconosciuto, al termine del 2018, il premio di avvocato svedese dell'anno.

Linnéa Claeson

Nel momento in cui una valanga di commenti negativi, riguardanti l'aspetto fisico (il colore arcobaleno dei capelli) e le idee femministe, si è abbattuta contro Claeson l'intervento dei membri del gruppo #jagärhär ha modificato la conversazione al punto tale da spingere la redazione del quotidiano svedese Aftonbladet a moderare la propria pagina Facebook, eliminando tutti i discorsi che incitavano all'odio.

"È così stancante che tutto quello che mi riguarda abbia una connotazione negativa. Grazie per tutto l'amore", ha scritto Claeson in un post pubblicato nel gruppo per ringraziare chi l'aveva aiutata e sostenuta.

«Certamente i social non sono lo specchio della popolazione, ma quando si leggono i commenti, si ha spesso l'impressione che l'80% della popolazione pensi, per esempio, che l'omosessualità sia una malattia», ha dichiarato al Guardian la giornalista Mina Dennert, fondatrice di #jagärhär. Vincitrice di diversi riconoscimenti per la sua professione, tra cui il prestigioso premio “Anna Lindh” nel 2017 per aver sostenuto ideali giusti e democratici, Dennert è iraniana di nascita, adottata all'età di 1 anno e cresciuta in Svezia. Vittima da piccola di vari episodi razzisti, a 14 anni la donna è stata oggetto di un attacco neo-nazista durante una festa dove, mentre era in stato di incoscienza per aver bevuto troppo, le sono stati tagliati i capelli e il suo corpo è stato coperto da simboli nazisti.

Mina Dennert

Il gruppo #jagärhär è nato il 16 maggio 2016, dopo che Dennert aveva notato un aumento di commenti inquietanti sui social media. «Quello che mi ha spinto a fare qualcosa è stato vedere persone che non avrei mai immaginato iniziare a pubblicare commenti davvero razzisti». Dennert, infatti, aveva scoperto che un amico aveva condiviso su Facebook materiale razzista.

«Non era tanto per l'odio su Internet, ma per il fatto che diffondevano una visione del mondo basata su una affermazione assurda dopo l'altra». Così è nata l'idea di creare una specie di squadra online. «Ho chiesto ad alcuni amici cosa ne pensassero. La strategia è semplice. Ci tagghiamo in modo che sia facile trovarsi l'un l'altro e clicchiamo “mi piace” sui commenti reciprocamente, così che passino in cima alla discussione. Dimostriamo di esserci, così le persone si sentono a proprio agio nell'intervenire».

L'obiettivo che il gruppo si pone è che la sezione dei commenti assomigli di più alla società e il modo per farlo è consentire agli utenti di parlare e partecipare.

Per la fondatrice di #jagärhär quando si comprende di non essere soli si acquisisce più forza perché spesso essere vittima dell'odio equivale a coprirsi di vergogna, poiché è imbarazzante sentirsi diversi. Ti dicono 'sei stupido, sei disgustoso', spostando l'attenzione su di te e non sul fatto che loro sono neo-nazisti, per esempio.

"È tempo di una nuova campagna", si legge in uno dei primi post del gruppo. "Non possiamo permettere che commenti razzisti e odiosi rimangano senza risposta, per questo motivo per rispondere non ricorriamo all'odio, agli abusi, agli insulti o a commenti compiacenti".

In un primo momento l'attività del gruppo è consistita nel chiedere a chi diffondeva informazioni false di sostenere le rispettive dichiarazioni con delle fonti.

All'indomani dell'elezione di Donald Trump alla presidenza degli Stati Uniti, Dennert è stata sommersa dalle richieste di migliaia di persone che volevano diventare membri del gruppo. Nei mesi successivi, #jagärhär ha cambiato il suo approccio concentrandosi principalmente sulla mobilitazione dei membri nel sostenere le persone che vengono molestate online.

In una delle prime campagne, a dicembre 2016, i membri di #jagärhär avevano scatenato i loro commenti positivi per contrastare quelli razzisti e sessisti nati a seguito di una pubblicità della catena svedese di negozi Åhléns che ritraeva un minore dalla pelle scura, il cui genere non era chiaro, vestito da Lucia, una figura tradizionale celebrata in Svezia che trae le sue origini da santa Lucia. In pochi giorni la campagna pubblicitaria aveva ricevuto circa 200 commenti negativi su Facebook contro più di 20.000 "mi piace" o reazioni col cuore.

L'iniziativa ideata da Dennert ha provocato anche reazioni negative. La giornalista riceve regolarmente minacce di morte e al padre sono stati recapitati alcuni proiettili. La donna e il marito sono diventati bersaglio dei troll che hanno pubblicato dati personali sensibili della coppia.

Più venivano sferrati attacchi personali, più il sostegno al gruppo veniva a mancare. Inizialmente molte aziende avevano mostrato interesse nel voler collaborare. Via via lo scenario è cambiato «Il primo anno siamo stati molto apprezzati e abbiamo vinto tanti premi. Tutti volevano lavorare con noi. Ma una volta che gli attacchi sono iniziati, quelli che intendevano collaborare si sono allontanati. Erano spaventati».

Per alcuni #jagärhär è una forma di censura, ma Dennert e i 18 moderatori del gruppo tengono a precisare che agli utenti non viene mai suggerito cosa dire. Più semplicemente si chiede di difendere coloro che sono attaccati online.

Per Roger Wiklander, uno degli amministratori, il gruppo si pone contro odio e disinformazione in maniera compatta infondendo il coraggio ad altri di fare altrettanto. Un commento su tutti ha spinto Wiklander a svolgere questo tipo di attività. In un articolo che incoraggiava le persone a donare vestiti ai rifugiati, un utente aveva scritto “Ha-ha-ha, immondizia per la spazzatura!”.

Dal 2016, la campagna contro odio e disinformazione adottata del gruppo svedese si è diffusa in altri paesi europei. Gruppi gemelli sono stati creati e sono tuttora attivi in tutto il continente, in particolare in Germania e Slovacchia, composti rispettivamente da 45.000 e 6.000 membri.

Foto anteprima via SVT

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Cosa sono i video ‘deepfakes’. Tra porno, politica e notizie false

[Tempo di lettura stimato: 7 minuti]

Nel 2018 abbiamo visto nascere i cosiddetti “deepfakes”: video contraffatti creati con l’aiuto dell’intelligenza artificiale, nei quali il viso di una celebrità viene sostituito a quello di un’attrice porno.

Oggi sono migliorati i programmi che permettono di effettuare la sostituzione di un viso ("face-swapping") in un video e questa pratica può essere usata anche come arma di propaganda. In questo articolo raccontiamo come nasce, come funziona e quali sono i principali rischi legati a questa tecnologia.

Porno con attrici o cantanti famose

Tutto ha avuto origine da una discussione su Reddit iniziata nel dicembre 2017 da una persona di cui non si conosce l’identità, chiamato appunto “Deepfakes”, che metteva a disposizione degli utenti alcuni software open-source di machine learning creati da lui, così come indicazioni dettagliate e consigli in tempo reale per poter realizzare video porno contraffatti.

Uno dei primissimi video creati utilizzando questi programmi è un porno che ha come protagonista l’attrice di Wonder Woman, Gal Gadot. Il video non è perfetto, ci sono alcuni momenti in cui si capisce chiaramente che qualcosa non va, ma complessivamente la qualità della falsificazione è veramente sorprendente, soprattutto se consideriamo che si tratta di una falsificazione fatta in casa.

L'aspetto più preoccupante, infatti, non è tanto il fatto che sia possibile realizzare un video falso di questo tipo alle porte del 2020. Hollywood ci ha educato da tempo all’utilizzo di effetti speciali, abbiamo visto rivivere Carrie Fisher nei panni della giovane Principessa Leila, in occasione di un prequel della saga Star Wars.

Ciò che realmente sorprende è, piuttosto, che grazie al programma creato da Deepfakes questa tecnologia, che un tempo richiedeva milioni di dollari di investimento e uno studio cinematografico alle spalle, è per la prima volta alla portata di (quasi) tutti.

Altri video simili sono stati realizzati utilizzando i volti delle attrici Daisy Ridley (sopra), Maise Williams, Scarlett Johansson ed Emma Watson e della cantante Taylor Swift. Questo elenco si è allargato nell'ultimo anno e ora è possibile trovare interi siti dedicati esclusivamente ai video deepfakes.

Ma non di solo porno vive la rete. C'è chi ha pensato bene di utilizzare questa tecnologia per inserire Nicholas Cage in decine di film famosi. Grazie.

Come funzionano i deepfakes e perché (per ora) le vittime sono solo celebrità

Per giornate intere, su Reddit, l’autore ha aiutato altri utenti a realizzare video porno falsi (la maggior parte con scarsi risultati) risolvendo i dubbi e dando consigli su come realizzare un montaggio convincente, prima di essere bannato a febbraio, presumibilmente per violazione della policy dal social network (che tra le altre cose vieta "impersonare l'identità di altre persone per creare un contenuto ingannevole", il "porno involontario" e i "contenuti presuntamente illegali").

La prima cosa da tenere in considerazione è che la tecnologia dei deepfakes si basa sul machine learning, ossia sull’apprendimento automatizzato. Bisogna essere in grado di offrire al programma una grande quantità di video della persona che si vuole inserire, affinché l'intelligenza artificiale “apprenda” le espressioni facciali e sia in grado di realizzare una mappatura dei movimenti del viso. Più video vengono inseriti in questo “data set”, migliore sarà il risultato finale. Questa è una delle ragioni per cui i personaggi famosi (e i politici) sono le prime vittime potenziali di questa tecnologia.

Dopo aver caricato tutto il materiale multimediale a disposizione sulla vittima è necessario cercare un video che abbia come protagonista una persona somigliante. Una volta selezionato il video, il programma lavorerà per sostituire il viso del protagonista. È un processo piuttosto lungo e non sempre il risultato è buono. È indispensabile un computer molto potente, con una scheda video di ultima generazione, per poter effettuare i calcoli richiesti dal programma. Detto in altro modo, i tempi di realizzazione e la qualità del risultato finale dipendono dalla potenza della macchina.

Come avrete capito dopo questa spiegazione, si tratta di una tecnologia ancora agli albori che dipende principalmente da tre fattori: la potenza di calcolo del computer utilizzato, la disponibilità di una grandissima quantità di video della vittima, e la dimestichezza del realizzatore nell’uso di questo tipo di programma (la cui usabilità lascia molto a desiderare).

La buona notizia, quindi, è che almeno per ora questa tecnologia può essere usata come arma solamente nei confronti di chi ha una discreta visibilità mediatica. La cattiva notizia è che tutti noi possiamo essere micro-celebrità oggigiorno.

I porno falsi come arma: un nuovo tipo di molestia sessuale

In un'intervista pubblicata da VICE l'anno scorso, "Deepfakes" ha raccontato che la sua «speranza» è che programmi come questo siano presto alla portata di chiunque, anche di chi non ha grandi capacità informatiche, in modo che tutti possano «avere la possibilità di esplorare in prima persona la manipolazione tecnologica, oggi monopolio delle grandi compagnie». Lui prevede che questo accadrà in pochissimi anni.

Non è chiaro quali siano secondo il suo creatore le conseguenze positive di questa "democratizzazione tecnologica", ma è facile prevederne le esternalità negative: a partire dal "revenge porn" contraffatto.

Sì, è vero che il programma ha bisogno di una grande quantità di video ad alta qualità della vittima e, come abbiamo detto prima, è necessario un computer molto potente, ma dobbiamo ricordare due cose che potrebbero capovolgere la situazione di apparente sicurezza in cui ci troviamo. Il primo aspetto che non possiamo trascurare è che i giovanissimi hanno un rapporto diverso con la tecnologia rispetto alle generazioni che li hanno preceduti, soprattutto se parliamo di video e fotografie. Rubare la loro immagine è molto più facile, perché nell'era del web 2.0 siamo tutti micro-celebrità all'interno dei nostri circoli e delle nostre reti. Il secondo aspetto da considerare è il progresso tecnologico dei computer: inarrestabile ed esponenziale.

Semplificando con un esempio molto concreto: fra qualche anno sarà molto facile procurarsi i video di una compagna di classe per poter creare un porno falso. Nel futuro tutti potranno essere protagonisti, loro malgrado, di un video porno.

Scarlett Johansson, una delle prime vittime dei deepfakes, condivide gli stessi timori in un'intervista per il Washington Post, in cui ha dichiarato che presto chiunque potrebbe essere vittima di questo nuovo tipo di molestia sessuale. «Naturalmente, anche se è una cosa degradante, nel mio caso questi video non mi preoccupano eccessivamente, perché so che la maggior parte delle persone dà per scontato che quella non sono veramente io», spiega l'attrice.

Johansson ha anche ammesso con rassegnazione che secondo lei è inutile lottare contro questo fenomeno: «Nulla può impedire a qualcuno di ritagliare e incollare la mia immagine o quella di qualcun altro in un corpo differente e renderla realistica. La verità è che cercare di proteggere se stessi da questo tipo di depravazione è fondamentalmente una causa persa».

I deepfakes politici: la nuova frontiera della disinformazione?

In questo breve documentario del Wall Street Journal sono presi in esame diversi esempi di come questo tipo di tecnologia (non solo il pacchetto di programmi diffuso originalmente da "Deepfakes", ma anche altri programmi simili, tra cui quelli che permettono la sincronizzazione del labiale) può essere utilizzata per manipolare dichiarazioni di politici, informazioni giornalistiche, eventi storici o, perché no, con scopi satirici.

Un video in particolare ha risvegliato l'interesse della comunità giornalistica americana ed è quello che ritrae l'ex presidente Barack Obama mentre fa delle dichiarazioni inaspettate su alcuni dei sui avversari politici tra cui: «Il presidente Trump è un totale e completo stupido».

Si tratta chiaramente di un video falso creato per esemplificare le potenzialità dei deepfakes (termine ormai adottato per descrivere qualsiasi video contraffatto creato con software di intelligenza artificiale).

Il giornalista esperto di tecnologia e notizie false Craig Silverman ha provato a elencare in un articolo su BuzzFeed una serie di raccomandazioni per non farsi ingannare da quella che lui definisce "il futuro della propaganda": non saltare a conclusioni affrettate, controllare la fonte, contrastare le informazioni con altre fonti, controllare con attenzione il labiale, rallentare la velocità del video.

È probabile che questi consigli non ci siano del tutto nuovi. In fondo sono tutti accorgimenti dettati dal buonsenso e, in certa misura, sono le stesse pratiche che dovremmo seguire ogni volta che ci troviamo davanti a una notizia sospetta.

Cosa possono fare i media per arginare i deepfakes

L'esperto Nicholas Diakopoulos, assistant professor alla Northwestern University School of Communication, e autore del libro "Automating the News: How Algorithms are Rewriting the Media", sostiene che i deepfakes potrebbero offrire ai media mainstream la grande opportunità di riappropriarsi del loro ruolo di intermediari.

Leggi anche >> I pericoli della lotta alle fake news. Internet neutro e pensiero critico sono fondamentali

Naturalmente (e questo non `è assolutamente scontato) i media devono attrezzarsi di personale qualificato specializzato nella verifica multimediale e nell'uso di di strumenti tecnologici che rendono possibile creare e smascherare le falsificazioni video. Soprattutto tenendo in considerazione che i giornalisti sono il primo obiettivo di chi si dedica a creare e diffondere informazioni false: quante volte abbiamo visto un quotidiano nazionale amplificare una bufala senza averla verificata? Nella maggior parte dei casi questa negligenza è frutto dell'assenza di regole editoriali chiare riguardo le prassi da seguire durante processo di verifica dei fatti (prima di pubblicare una notizia), così come dell'impreparazione professionale.

Diakopoulos precisa che insegnare a utilizzare strumenti e tecniche di verifica è talmente importante che dovrebbe essere prioritario anche per le scuole e le università.

Leggi anche >> Disinformazione, propaganda e cattiva informazione: come difendersi dagli agenti del caos informativo

Se vogliamo arginare l'impatto dei deepfakes nella società non `è sufficiente che i media svolgano il loro ruolo naturale di intermediari nella verifica dei fatti, ma sono chiamati a fare uno sforzo ulteriore (ancora una volta) per educare la propria audience.

Come scrive Rubina Madan Fillion, digital engagement editor di Intercept e professoressa aggiunta alla Columbia Journalism School, "formare i giornalisti è un passo importante soprattutto se combinato con l'educazione del loro pubblico. Le organizzazioni giornalistiche dovrebbero rafforzare il rapporto di fiducia con i lettori e la diffusione di questi video diminuirà se saranno trasparenti su come la redazione controlla le immagini e i video prima di pubblicarli o scartarli". L'alfabetizzazione mediatica, come nel caso delle notizie false, gioca un ruolo fondamentale.

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Per fortuna alcune redazioni hanno iniziato a occuparsi seriamente del fenomeno. Il Wall Street Journal non vuole essere colto impreparato dall'invasione di deepfakes che ci aspetta nei prossimi anni.

La redazione del quotidiano americano ha già iniziato a specializzarsi nel riconoscimento di questo nuovo e sofisticato genere di falsificazione.

"Qui al Wall Street Journal stiamo prendendo molto sul serio questa nuova minaccia, per questo abbiamo lanciato una task force interna dedicata ai deepfakes, guidata dal team di Etica & Standard e da quello di Ricerca & Sviluppo. Questo gruppo, il WSJ Media Forensic Committee, è composto da esperti di video, foto, investigazione, social network e notizie che sono stati preparati nel riconoscimento dei deepfakes. Oltre a questa iniziativa specifica, stiamo tenendo corsi e seminari con i giornalisti, stiamo preparando nuove linee guida per la redazione e stiamo collaborando con istituzioni accademiche per identificare e sviluppare strumenti tecnologici che ci aiutino a contrastare questo problema".

Un altro esempio di come i giornalisti possono "educare" il proprio pubblico è questo servizio della BBC che mostra come è facile contraffare un video per far credere che il giornalista televisivo Matthew Amroliwala (che parla solo inglese) sia capace di parlare diverse lingue. Il risultato è soprendente anche per lo stesso Amroliwala, che commenta il risultato finale.

Video come quello della BBC servono come campanello d'allarme per ricordarci che ormai non possiamo fidarci neanche di quello che vediamo con i nostri stessi occhi. E forse il punto di partenza è semplicemente questo: accettare di dover estendere il nostro scetticismo anche ai video.

Foto in anteprima via Wired

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Oggi si vota su Brexit: cosa può succedere? 5 possibili scenari

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Aggiornamenti

Aggiornamento 16 gennaio 2019: La proposta di accordo sull'uscita del Regno Unito dall'Unione europea presentata da Theresa May è stata bocciata dalla Camera dei Comuni: 432 i no, 202 i sì. Il Governo ha poi però superato il voto di fiducia chiesto dal leader dei Laburisti, Jeremy Corbyn, ottenendo 325 voti a favore e 306 contro. Ora May dovrà proporre entro lunedì un nuovo testo per evitare di arrivare al 29 marzo, giorno in cui entrerà in vigore Brexit, senza un accordo approvato dal Parlamento.

Potrebbe essere una giornata storica per il Regno Unito e per l'Europa. Stasera il Parlamento britannico è chiamato a votare per appoggiare o meno l’accordo di uscita dall’Unione europea proposto dal Governo guidato da Theresa May. Si tratta di un testo giuridicamente vincolante che definisce i termini per lasciare l’Europa dopo il referendum Brexit del 2016 che avrà inizio il 29 marzo e durerà 2 anni entro i quali Regno Unito e Ue negozieranno le relazioni commerciali future. Separatamente, ai parlamentari verrà anche chiesto di votare un altro documento, molto più breve, che offre una panoramica dei rapporti tra le due parti dopo Brexit. Si tratta di una dichiarazione politica non vincolante alla quale nessuno dovrà attenersi nel dettaglio.

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L’accordo di uscita, ricostruisce BBC, dirime alcune questioni chiave come quanti soldi il Regno Unito dovrà pagare all’Ue per andare via (si tratta di circa 39 miliardi di Sterline, quasi 44 miliardi di Euro), cosa accadrà ai cittadini europei che vivono nel Regno Unito ed evitare un blocco doganale al confine tra Irlanda del Nord e Repubblica d’Irlanda, che diventerebbe di fatto la nuova frontiera tra Regno Unito ed Europa. È stato concordato un lasso di tempo della durata di circa due anni (dal 29 marzo 2019 al 31 dicembre 2020), chiamato “periodo di transizione”, per consentire al Regno Unito e all'Ue di stringere un accordo commerciale e dare alle imprese il tempo di adeguarsi.

Si inizierà a votare alle ore 20 inglesi (le 21 in Italia). Affinché il testo proposto passi, al governo, che non ha la maggioranza assoluta del 650 parlamentari, potrebbero essere sufficienti 318 voti. Tuttavia, l’esito del voto – già rinviato lo scorso 11 dicembre perché l’accordo, così come era stato presentato, rischiava di essere bocciato – è incerto: May rischia di avere defezioni anche all’interno del suo partito. In particolare, a destare perplessità è il cosiddetto “backstop”, una soluzione d’emergenza nel caso in cui entro i prossimi due anni Regno Unito e Ue non riusciranno a trovare un’intesa. Molti Conservatori, favorevoli a una Brexit più estrema, hanno già dichiarato che voteranno contro il piano perché rischia di chiudere il Regno Unito in una sorta di gabbia. Il testo proposto da May prevede che, in assenza di un accordo nei prossimi due anni, il Regno Unito resterà all’interno dell’area doganale europea senza poter stringere accordi commerciali con terze parti.

Anche il partito nord-irlandese DUP, che sostiene il governo, garantendogli la maggioranza, si è detto contrario al “backstop”, proprio per quel che prevede riguardo al confine tra Irlanda del Nord ed Eire, che diventerebbe di fatto la nuova frontiera tra Ue e Regno Unito. In base alla soluzione d’emergenza, l’Irlanda del Nord (a differenza del Regno Unito) continuerebbe a seguire alcune regole dell’Unione europea (come, ad esempio, quelle sui prodotti alimentari), rimanendo così all’interno del cosiddetto “mercato unico”. È proprio quest’ultimo aspetto che non piace ai parlamentari del DUP.

Nei giorni scorsi il governo è stato già battuto due volte: i parlamentari hanno approvato un emendamento che riduce i poteri del governo di aumentare le tasse e di controbilanciare con aumenti di spesa gli effetti di un mancato accordo senza l’approvazione parlamentare. Un ulteriore emendamento (firmato anche da ex ministri Conservatori) ha ridotto i tempi entro i quali Theresa May può presentare un cosiddetto piano B: dai precedenti 21 giorni ora il governo, in caso di bocciatura da parte del Parlamento, avrebbe solo tre giorni per proporre un’alternativa. Inoltre, qualsiasi piano alternativo presentato in caso di bocciatura potrà essere nuovamente emendato dai parlamentari.

BBC ha prospettato 5 possibili scenari per il voto di stasera. Innanzitutto, la possibilità che non venga votato alcun accordo che aprirebbe ad altre 4 strade da percorrere che potrebbero essere intraprese anche dal Governo per evitare di votare l’accordo (e quindi una possibile bocciatura): la richiesta di una nuova rinegoziazione, la proposta di nuove elezioni, il ricorso al voto di fiducia sul Governo, un nuovo referendum sulla Brexit. In tre casi, il Regno Unito dovrebbe chiedere all’Unione europea di prorogare l’avvio del processo di uscita oltre il termine previsto del 29 marzo. E non è detto che ciò accada perché è necessario il consenso di tutti gli Stati membri.

Tuttavia, prosegue BBC, è impossibile stabilire con certezza cosa accadrà. La scadenza del 29 marzo potrebbe essere prorogata o, addirittura, secondo quanto affermato recentemente dalla Corte di giustizia europea, il Regno Unito potrebbe persino annullare unilateralmente la Brexit.

La Corte di giustizia europea era stata chiamata a esprimersi da un gruppo trasversale di politici scozzesi e dal Good Law Project che voleva sapere se il Regno Unito avrebbe potuto revocare la decisione di lasciare l'Unione europea senza ottenere l'approvazione dagli altri Stati membri, aprendo la strada a un'opzione alternativa alla Brexit.

Sia il Governo del Regno Unito che l'Ue si sono detti contrari a quanto dichiarato dalla Corte di giustizia europea. Per l’Ue si tratterebbe di un pericoloso precedente che potrebbe incoraggiare altri paesi a minacciare un’uscita dall’Europa per ottenere condizioni migliori per l'adesione, prima di tornare sui propri passi, per il Governo britannico quanto prospettato dalla Corte è un caso puramente ipotetico in quanto "il Regno Unito non intende revocare la sua decisione".

Il leader dei Laburisti, Jeremy Corbyn, ha già dichiarato che il suo partito voterà contro l’accordo e ha chiesto elezioni generali in caso di sconfitta del governo e dimissioni di May. In caso di future elezioni e vittoria dei Laburisti, Corbyn ha affermato che proporrà una rinegoziazione dei termini dell’accordo Brexit con l’Ue, non escludendo però l’ipotesi di un nuovo referendum nel caso in cui non si vada al voto.

Ieri, Theresa May ha respinto categoricamente ogni ipotesi di procrastinazione della Brexit, sottolineando la necessità di un’uscita ordinata dall’Europa: «Partiremo il 29 marzo, sono stata chiara. Non credo che dovremmo estendere l'articolo 50 [ndr, che definisce la procedura per lasciare volontariamente l’Unione europea] e non credo che dovremmo avere un secondo referendum», ha dichiarato il primo ministro. Posizioni già espresse in passato, quando la premier britannica aveva dichiarato che se la mozione fosse stata respinta, senza un accordo, il Regno Unito avrebbe lasciato l’Unione europea il 29 marzo come previsto.

Per molti osservatori politici, scrive DW, il voto su Brexit si sta trasformando in una lotta di potere tra Governo e Parlamento che potrebbe portare a una crisi costituzionale dagli esiti incerti. Da un punto di vista politico, spiega il Guardian, molto dipenderà dai voti che May riuscirà a prendere: se fossero un centinaio in meno rispetto alla sua maggioranza, le sue dimissioni sono molto probabili. Altrimenti, il primo ministro potrebbe continuare a cercare una nuova soluzione. Attualmente, non c’è una maggioranza per nessuna delle opzioni disponibili: nessun accordo tra Ue e Regno Unito, una Brexit morbida o un secondo referendum.

Gli scenari possibili

1. Nessun accordo

Il testo non passa e non si riesce a votare nessuna altra intesa entro tre giorni. In questo caso si avvierebbe una Brexit senza accordo: il Regno Unito lascia l’Unione europea entro il 29 marzo 2019, non ci sarà nessun periodo di transizione dopo il 29 marzo e le leggi dell’Ue smetteranno di essere applicate immediatamente. Il Governo ha già iniziato a pianificare questa eventuale situazione pubblicando una serie di linee guida su diversi aspetti, dai passaporti degli animali domestici alle conseguenze sulle forniture elettriche.

Alla luce del voto dell’8 gennaio scorso quando i parlamentari hanno sconfitto il Governo, impedendogli di alzare le tasse in caso di mancato accordo, il Parlamento potrebbe tentare di trovare un testo su cui convergere con il Governo. Se il Governo non si spostasse dalla sua proposta, è probabile si ricorra a un voto di sfiducia.

2. Il Governo chiede una nuova rinegoziazione

In caso di voto contrario, il Governo potrebbe proporre di negoziare un nuovo accordo sulla Brexit. Non si tratterebbe di piccoli ritocchi al testo, ma di una rinegoziazione completa che richiederebbe del tempo e, presumibilmente, un’estensione dell’articolo 50 per ritardare l’inizio della Brexit. 

In base all’articolo 50 del Trattato di Lisbona, ogni Stato membro può decidere di ritirarsi dall’Unione europea conformemente alle sue norme costituzionali. Per farlo, deve informare il Consiglio europeo della sua intenzione e negoziare un accordo sul suo ritiro, stabilendo le basi giuridiche per un futuro rapporto con l’Ue. L’accordo deve essere approvato da una maggioranza qualificata degli Stati membri e avere il consenso del Parlamento europeo. Ci sono due anni di tempo dalla data in cui viene chiesta l’applicazione dell’articolo 50 per concludere un accordo, ma questo termine può essere esteso. Nel caso in cui uno Stato volesse tornare sui propri passi, andrebbe avviata una procedura di ammissione.

Le strade sono due. Il Regno Unito chiede all’Unione europea una dilatazione dei tempi. Se tutti gli Stati membri dell’Ue sono d’accordo, questa richiesta viene concessa. A quel punto, il Governo deve modificare il giorno di uscita dall’Ue nel testo ufficiale di uscita. I parlamentari potranno votare questa modifica.

L’Ue rifiuta di rinegoziare l’accordo. Al Governo restano le altre opzioni: voto di fiducia, nuove elezioni, nuovo referendum.

3. Nuove elezioni

Theresa May potrebbe decidere che la soluzione migliore per uscire da questa situazione di stallo sia quella di proporre elezioni politiche anticipate per cercare di ottenere un mandato politico per il suo accordo.

Per accogliere questa proposta, è necessario il voto di due terzi dei parlamentari. Non si potrebbe votare prima di 25 giorni lavorativi dallo scioglimento delle Camere. Questa ipotesi potrebbe comportare, dunque, una richiesta all’Ue di estensione dell’articolo 50.

4. Voto di sfiducia

Se l’accordo proposto viene respinto, i Laburisti hanno già fatto sapere che chiederanno un voto formale di sfiducia nei confronti del Governo. Anche May potrebbe chiedere un voto di fiducia per cercare di rafforzare il suo esecutivo offrendo qualche nuova concessione ai parlamentari che attualmente si oppongono al testo presentato dal Governo.

Se in 14 giorni il Governo non riesce a ottenere la fiducia e non si riesce a formare nessun’altra maggioranza (uno degli scenari che potrebbe prospettarsi è la nascita di un Governo conservatore di minoranza con un primo ministro diverso, un Governo di coalizione o un Governo di minoranza guidato da un altro partito), si va a elezioni anticipate. Nel caso in cui si riuscisse a formare un nuovo Governo, cambierebbero gli scenari anche sulla Brexit.

5. Nuovo referendum

Il Governo potrebbe decidere di indire un nuovo referendum. Anche in questo caso si andrebbe incontro alla richiesta di un’estensione dell’articolo 50 per posticipare l’uscita dall’Ue. I tempi di organizzazione di un nuovo referendum sono lunghi: bisognerebbe fare un atto legislativo che ne stabilisca le regole (come, ad esempio, chi può votare) e, una volta approvato, aspettare il periodo di campagna elettorale prima del voto. Secondo gli esperti, non si voterebbe prima di 5 mesi, molto oltre il 29 marzo.

Immagine in anteprima via euronews.com

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Un politico può “bloccare” i cittadini sui social media?

[Tempo di lettura stimato: 8 minuti]

Some people’s idea of free speech is that they are free to say what they like, but if anyone says anything back, that is outrage. 

L’idea di alcune persone della libertà di parola è che sono liberi di dire quello che vogliono, ma se qualcuno gli risponde, lo considerano oltraggio (Winston Churchill).

La democrazia e il forum pubblico di discussione

Cos’è la democrazia?

Il saggista scozzese Thomas Carlyle la definiva acidamente il “governo della chiacchiera” (government by talk). A suo parere era impossibile prendere sul serio qualcosa che impegna centinaia di persone in futili chiacchiere.

In realtà democrazia vuol dire “potere del popolo” (kratos del demos) e, spiegava Giovanni Ferrara su LibertàGiustizia, indica che le istituzioni devono avere un carattere esteso, tendenzialmente egualitario. In tal senso la democrazia è l’opposto dell'oligarchia e della tirannide.

Ad Atene la democrazia si reggeva sulla maggior forza economica e militare, cioè i rematori, i combattenti, i costruttori delle navi, persone non alfabetizzate né ricche, appunto il popolo. Gli antichi filosofi greci (Aristotele, Platone) non erano favorevoli alla democrazia, in quanto è una forma di governo che favorisce i “più”, i ceti inferiori. Da un’ottica conservatrice, quindi, la democrazia è eversiva, perché dà il potere alla massa ignorante a dispetto dei pochi, ricchi e acculturati.

Per secoli “democrazia” è stata una parolaccia, che ha acquisito una rilevanza straordinaria solo nel mondo moderno, quando finanche i regimi più autoritari preferiscono auto-definirsi “democratici”. Ma questo non vuol dire che il processo si sia consolidato per sempre. Ci sono stati periodi nei quali le “democrazie” diminuivano. L’Italia fascista e la Germania nazista sono stati indubbiamente dei passi indietro rispetto ai governi precedenti.

La democrazia non è, quindi, una conquista garantita, ma un percorso, un processo che deve essere rinverdito costantemente per non ricadere negli errori del passato. L’errore di Carlyle era di sottostimare il valore del discorso. Il discorso, il dialogo, lo scambio di opinioni, sono essenziali perché le idee attraverso il dialogo vengono chiarite e migliorate o, eventualmente, sul lungo periodo scartate. Carlyle si dimostrò incapace di apprezzare l’aspetto più profondo della democrazia, cioè la comunicazione, la consultazione, lo scambio di idee tra persone di diverse estrazioni e condizioni sociali, che porta a evidenziare e chiarire le problematiche di tutti.

Parafrasando Giorgio Gaber, che in realtà parlava di libertà, la democrazia non è “star sopra un albero”, “non è uno spazio libero”, ma è partecipazione. Vuol dire che tutti dovrebbero essere in relazione con gli altri. E la politica dovrebbe favorire questo approccio educativo e sociale, la distruzione di muri familiari e barriere di classe.

"Leggi anche >> La libertà di espressione nell’era dei social network

Per questo motivo la libertà di manifestazione del pensiero è un pilastro fondamentale di ogni democrazia che si rispetti. La libertà di esprimere liberamente, e senza interferenze, le proprie opinioni è uno dei diritti più preziosi dell’uomo, in quanto consente a tutti di partecipare al dibattito politico e sociale non solo in senso formale ma sostanziale, e quindi allo sviluppo della società, è l’espressione più pregnante del principio personalista che evidenzia che è lo Stato a servire il cittadino, e non viceversa (articolo 2 Costituzione).

Una delle caratteristiche essenziali di una democrazia è il controllo delle azioni (od omissioni) del governo da parte, non solo delle autorità giudiziarie, ma anche dell’opinione pubblica. Tale controllo si intreccia con la libertà di esprimere le opinioni, e trova un suo mezzo di esercizio anche nelle nuove tecnologie, Internet e i social media, laddove con essi la libertà di espressione diventa sostanziale e non solo potenziale (come era, invece, ai tempi dei vecchi media, giornali e televisione, ai quali i cittadini comuni non hanno nessuna possibilità di accesso).

Il problema è che le élite politiche contestano il principio democratico, ritenendosi superiori alla massa e quindi si mostrano impermeabili alle critiche e alle opinioni dei cittadini. L’esempio più eclatante è il presidente degli Usa, Trump, che “blocca” gli account dei suoi contestatori sui social network. Un comportamento del genere è invalso ultimamente anche in Italia.

Ma negli Usa una recente sentenza si è occupata della questione.

Silenziare il dissenso

Il 7 gennaio, una corte d'appello federale in Virginia ha accolto le richieste di un cittadino, Brian Davison, nei confronti del presidente del consiglio dei supervisori della contea di Loudoun, Phyllis Randall. In breve la corte ha deciso che un funzionario della contea che “blocca” il cittadino, impedendogli di scrivere sulla pagina Facebook usata dal funzionario a fini istituzionali, viola la legge.

La sentenza della corte d’appello (qui l'analisi di Guido Scorza) chiarisce che la pagina Facebook, a differenza di un profilo personale, è uno strumento di supporto alle attività di impresa e alle organizzazioni, anche istituzionali. Nel caso specifico Randall, che aveva personalmente aperto la pagina, la usava per le proprie attività istituzionali. Da quella pagina si rivolgeva ai cittadini nel suo ruolo istituzionale, invitandoli a commentare per esprimere le loro opinioni.

Secondo la corte d’appello, il fatto che la pagina fosse utilizzata da un componente dell’ente pubblico, a fini istituzionali (acted under the color of state law), rende la pagina stessa una sorta di forum pubblico, nonostante fosse ospitato su un servizio privato (Facebook, nei quali termini di servizio è chiarito che l’utente rimane proprietario dei contenuti immessi), e nonostante il fatto che fosse stata aperta da Randall e gestita interamente da Randall, e non dal municipio.

I cittadini, come Davison, potevano mettere Like oppure commentare i post di Randall sulla pagina. Vari commenti erano di critica all’operato del municipio e alle attività istituzionali di Randall. In particolare Davison criticava le spese delle scuole pubbliche, esprimendo preoccupazione per la scarsa trasparenza e i conflitti di interesse dei membri istituzionali. In qualche caso Randall rispondeva ai commenti.

In una riunione (alla quale partecipò di persona) Davison espresse critiche sull’operato “non etico” del membri dello School Board nell’approvazione delle spese. Randall non apprezzò la critica, per cui Davison la esplicitò sulla pagina Facebook. Anche se entrambi non ricordano nei particolari il contenuto del commento, Randall ha precisato nel corso del giudizio che conteneva accuse (accusations) nel confronti dello School Board in relazione a conflitti di interesse delle famiglie dei membri del Board (taking kickback money). Randall precisa di non avere idea se le accuse fossero vere o false, ma comunque cancellò il post bannando Davison. Il ban lo revocò il giorno dopo, il post rimase cancellato.

Davison, quindi, lamenta una violazione dei suoi diritti costituzionali da parte di Randall, in sostanza una discriminazione basata sulla sua opinione (viewpoint discrimination), impedendogli di esercitare la libertà di parola in un forum pubblico, senza nessun previo avviso e senza alcuna possibilità di impugnare il blocco. La corte d’appello conclude nel senso che il comportamento di Randall costituisce una violazione del Primo Emendamento, cioè in sostanza una violazione della libertà di parola in un forum pubblico.

Nella sentenza ci sono riferimenti ai social media, richiamando i precedenti in materia, ed inoltre un parere aggiuntivo del giudice Milano Keenan, il quale, pur confermando la decisione, ci tiene a rimarcare la necessità di una più approfondita analisi dei social media, definiti dalla Suprema Corte come “le moderne piazze pubbliche” (Packingham v. North Carolina), con ciò implicando che i principi del Primo Emendamento, e quindi della libertà di espressione, devono essere protetti anche sui social media.

Questa decisione è molto importante, anche in considerazione del fatto che si attende una analoga decisione (dal Secondo circuito) sul comportamento del Presidente Trump, che blocca su Twitter gli utenti che osano criticare lui e le sue politiche. A tale proposito occorre dire che già nel maggio del 2018 un giudice del distretto meridionale di New York aveva sostenuto le stesse cose.

Secondo i ricorrenti, il Knight First Amendment Institute, il feed del presidente Trump su Twitter costituisce di fatto un “forum pubblico”, ed escludere un cittadino da quel luogo virtuale equivale ad escluderlo dalla vita pubblica, dal dibattito pubblico e quindi a limitare il diritto alla libertà di parola.

Secondo il giudice federale (qui la decisione), un funzionario governativo non è obbligato a rispondere e nemmeno a leggere ciò che i cittadini gli scrivono in uno spazio virtuale pubblico (come il feed su Twitter), ma bloccarlo (ban) impedisce a quel cittadino di vedere i tweet e di rispondere, cioè di partecipare al dibattito pubblico. E questa è una violazione dei suoi diritti costituzionali.


Negli USA è una sempre più comune per i funzionari statali bloccare gli account dei cittadini che criticano le loro politiche. Ed anche in Italia aumentano le segnalazioni di politici che bloccano i loro oppositori, i cittadini critici verso di loro, come anche l’attuale ministro degli Interni.

Anziché rispondere alle critiche, alle osservazioni, alle opinioni dissenzienti, è più facile silenziare i dissidenti, ma tale comportamento tradisce lo stesso mandato dell’istituzione che rappresentano.

Dialogo e partecipazione

È vero che in Europa non abbiamo un Primo Emendamento, ma nella sostanza la normativa, sia nazionale che internazionale a tutela della libertà di espressione è equivalente. “Tutti hanno diritto di manifestare liberamente il proprio pensiero con la parola, lo scritto e ogni altro mezzo di diffusione”, chiarisce l’articolo 21 della Costituzione italiana.

Alcuni sostengono che un governo non può seriamente interferire con la libertà di pensiero, ma pensare in assoluta solitudine è inutile, il pensiero non comunicato agli altri è irrilevante, la reale qualità delle nostre opinioni dipende dalla possibilità di comunicarle agli altri, di condividerle e discuterle. Le idee non hanno alcun valore se non possono essere espresse, per cui una qualsiasi limitazione o interferenza con la capacità di esprimere tali idee di fatto viola i diritti costituzionali dei cittadini.

La libertà di manifestazione del pensiero, infatti, è il diritto di poter esprimere liberamente le proprie opinioni e, in tal modo, esercitare non solo la sovranità popolare, ma anche il controllo sull’operato dei funzionari pubblici, compreso i ministri e il presidente del Consiglio. Nessuno escluso.

E nel momento in cui un funzionario pubblico, come un ministro, apre una pagina Facebook o un account Twitter, dai quali esprime le proprie opinioni politiche e fa propaganda a sé e alle sue idee, nel momento in cui quella pagina è usata a fini istituzionali, deve accettare nell’ambito degli obblighi e doveri del suo ruolo istituzionale, il dialogo con tutti. Insomma, un funzionario pubblico che blocca un cittadino sui social media impedendogli di criticare il suo operato, viola la libertà di espressione, costituzionalmente tutelata anche in Italia.

La libertà di espressione, il diritto di poter esprimere le proprie opinioni e eventualmente anche di dissentire sulle politiche del governo, sono diritti essenziali per ogni democrazia. Perché si è visto che le dittature non si instaurano solo con la forza, ma anche con la persuasione, che è più efficace della coercizione. La libertà di poter discutere e criticare le idee politiche è il mezzo migliore per evitare che si scada in una dittatura. Una volta che un’idea è esposta al pubblico, si apre una discussione e le politiche del governo si evolvono (o dovrebbero, in una democrazia) in base alla discussione. La piena e libera discussione di un’idea serve, appunto, per portarne alla luce gli aspetti negativi. Sul lungo periodo possiamo confidare nel fatto che gli essere umani tendono a rigettare le idee più assurde, se queste sono espresse apertamente e discusse pubblicamente. L’essere umano è tendenzialmente abitudinario, non gradisce i cambiamenti, e ciò frena le idee radicali, per cui possiamo confidare nel fatto che la maggioranza delle persone preferisce condurre una vita pacifica, e quindi tende a rigettare le idee così radicali da minacciare l’ordine sociale.

Infatti, se guardiamo alla Storia, quando un popolo ha accettato delle idee radicali, come sottostare ad una dittatura, lo ha fatto non tanto per la convinzione nell’idea quanto piuttosto perché soffriva la penuria di cibo, perché il benessere si concentrava nelle mani di poche persone, perché la sicurezza era minacciata. Un’idea radicale, un governo tirannico, sono accettati non per l’idea stessa ma per le circostanze nelle quali si presenta. Circostanze spesso indotte dalle medesime forze politiche che poi ne approfittano. Come cavalcare la stupida “tesi del diverso”. Il dialogo col diverso, invece, ci farebbe comprendere che sbagliamo ad avere pregiudizi sulle persone, e che le differenze arricchiscono entrambe la parti.

È l'associazione delle persone, di tutti i cittadini che consente un vero sviluppo della società, ed è il risultato della comunicazione e del dialogo continuo, anche eventualmente aspro, tra i cittadini. L'associazione è il vero fine delle organizzazioni sociali, non la mera aggregazione, come pecore che si radunano per cercare protezione (del capo) e cibo. L’associazione serve per condividere idee ed esperienze, per raggiungere scopi comuni. La misura della civiltà è data dal valore della vita sociale, della cultura, dello scambio di opinioni rispettoso degli altri, del dialogo tra le parti, dalla presa di coscienza che il nostro benessere è correlato a quello di tutti gli altri. Un sano dialogo è la “cura” migliore per il razzismo e le guerre.

Un leader lungimirante sa che nella tolleranza delle idee dissidenti c’è la valvola di sfogo di una democrazia. Quindi, "bloccare" i cittadini sui social, impedire loro di partecipare al dibattito pubblico, è un errore, oltre che una violazione dei loro diritti costituzionali. In effetti, un tale comportamento mostra soltanto che il politico ha paura delle idee del cittadino, è il sintomo evidente che il potere del politico di turno non si basa sul consenso ma sulla repressione, che teme una parte dell’elettorato, che non è al servizio di tutti. La paura degli altri, delle idee altrui, la repressione o la limitazione, il blocco del discorso altrui sui social costituisce un tratto distintivo della tirannia sociale, evidenzia la sfiducia nelle persone, ed è il primo passo verso la tirannide.

Foto anteprima via iheart

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