I cittadini digitali creano una mappa contro la censura e i brogli di Putin

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Le elezioni per il parlamento russo dello scorso 4 dicembre,
talmente infarcite di brogli da farne ipotizzare l'annullamento anche dall'ex
presidente Mikhail
Gorbaciov
e costringere il presidente Medvedev a
(fingere di) indagare
, hanno mostrato tutto l'armamentario della
repressione del dissenso da parte del regime dello 'Zar', Vladimir Putin.

Da un lato, la polizia a vietare manifestazioni di protesta
per le strade e nelle piazze. Gli arresti (come quello del blogger Alexei
Navalny, condannato a 15 giorni di reclusione - ma i detenuti si contano a
centinaia, secondo Index
of Censorship
) per chi osi sfidare il divieto. E la propaganda sugli organi
di stampa statali, ben attenti a non lasciarsi sfuggire nemmeno un fotogramma
degli scarni assembramenti pro-Putin, e altrettanto smemorata nei riguardi dei
divieti liberticidi imposti ai detrattori. Dall'altro, una eguale repressione
della libera espressione in Rete. Forum regionali di discussione politica
chiusi d'imperio dalle autorità o indotti all'autocensura dal clima
intimidatorio, di terrore che si respira nel Paese (lo racconta con precisione Owni.eu). Disinformazione online. E attacchi Ddos ('distributed denial-of-service'), che
comportano la temporanea inaccessibilità ai siti bersaglio, scagliati da
criminali informatici al soldo del regime alle homepage degli organi di stampa
critici con Russia Unita. È accaduto per esempio alla stazione radio Ekho
Moskvy, alla piattaforma di blogging LiveJournal e al Moscow Echo.

Tutto questo dispiegamento di strategie anti-democratiche
non è bastato per evitare una considerevole perdita di consensi al partito
dello 'Zar'. E in rete, più che parlare come già per la primavera araba di
«Facebook revolution» (lo documenta Deutsche Welle),
migliaia di utenti hanno pensato fosse più utile fornire un resoconto il più
possibile quantitativo dei brogli e delle altre irregolarità commesse durante
lo scrutinio. A renderlo possibile è stata una mappa delle violazioni elettorali in
'crowdsourcing'
, cioè alimentata dai contenuti dei cittadini digitali
russi, creata dall'organizzazione indipendente di monitoraggio del voto Golos e
dal sito di informazione Gazeta.ru. Un successo, se si pensa che l'iniziativa
ha raccolto oltre 7.200 post, tra cui dati precisamente geolocalizzati su 752
episodi di corruzione degli elettori, 1.664 casi di pressioni delle autorità
sui votanti e oltre 500 esempi di violazioni dei diritti dei candidati e delle
regole elettorali da parte dei media.

Troppo successo, evidentemente, dato che Gazeta.ru ha
repentinamente cambiato idea e deciso di togliere dal proprio sito il banner
promozionale della mappa. Una scelta, ufficialmente motivata con improbabili
ragioni commerciali, che ha condotto alle dimissioni del vicedirettore della
testata. E che, come racconta in un post sul
suo blog
il ricercatore di Harvard e direttore del progetto di Crisis
Mappinng di Ushahidi, Patrick Meier, si è tradotta nell'ennesimo esempio di «effetto Streisand»:
cercando di impedire che se ne parlasse, le autorità hanno finito per
moltiplicare l'attenzione sulla mappa dei brogli. Anche in questo caso,
tuttavia, il regime ha usato a fondo le armi della repressione digitale. Prima
mandando offline la mappa ospitata sul sito di Golos a suon di attacchi
informatici. Poi diffondendo un video di disinformazione che mira a
identificare i punti sulla mappa come una «malattia sul territorio russo». E,
soprattutto, che costituisce un vero e proprio manuale di istruzioni «su come
inserire informazioni false su una piattaforma in crowdsourcing», scrive Meier.
Una tecnica particolarmente odiosa, perché se applicata in massa finisce per
svuotare progetti come la mappa dei brogli di ogni contenuto informativo. E per
delegittimarli. Ma anche una prova, argomenta il ricercatore della LSE, Gregory Asmolov,
dell'impatto del progetto e, più in generale, dell'importanza della rete come
strumento di verità e controllo del potere. Quando e finché è in grado di
difendersi dalla spazzatura, dalle minacce e dagli attacchi dei regimi.   

Fabio Chiusi
@valigiablu
- riproduzione consigliata

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Salvini: 10 vaccini sono un rischio. Vediamo cosa ci dice la scienza

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Durante la trasmissione radiofonica "Radio anch'io" il leader della Lega, Matteo Salvini, ha dichiarato: «Che i vaccini siano utili è fuori di dubbio, io i miei figli li ho vaccinati […] ma che 10 vaccini siano un rischio è altrettanto fuori di dubbio»

Salvini aveva già detto di essere contrario al provvedimento del governo, approvato lo scorso anno, che estende l'obbligo di vaccinazione a 10 vaccini oltre ai quattro che erano già obbligatori. Al di là della discussione sulla legge e sull'obbligo, se cioè questo sia efficace come strategia per garantire adeguate coperture vaccinali nella popolazione (ne avevamo parlato qui), è opportuno chiarire se l'affermazione di Salvini sia fondata da un punto di vista strettamente scientifico.

Salvini non specifica i motivi per cui ritiene che 10 vaccini rappresentino un indubbio rischio, ma la sua tesi è probabilmente riconducibile alla credenza nel “sovraccarico da vaccini”. Secondo questa tesi una somministrazione, combinata o ravvicinata, di “troppi” vaccini potrebbe sovraccaricare, appunto, il sistema immunitario dei bambini con un “lavoro” eccessivo. Il sistema immunitario dei più piccoli non sarebbe ancora sufficientemente sviluppato per poter essere esposto a più vaccinazioni. Si tratta di una credenza ancora relativamente diffusa. Ma che non è supportata dalle evidenze scientifiche e dalle nostre conoscenze sul sistema immunitario.

Sappiamo che i vaccini sono prodotti a partire da batteri o virus che possono essere “inattivati” (cioè uccisi) oppure vivi ma “attenuati”. O anche da frammenti di microorganismi o da sostanze da loro prodotte (come nel caso del vaccino per il tetano che contiene la tossina prodotta dal batterio, ma inattivata). In tutti questi casi i vaccini agiscono causando nell'organismo una risposta immunitaria simile a quella prodotta dall'infezione contratta naturalmente. Si tratta però di una risposta “ridotta”, che non causa la malattia vera e propria, comprese le eventuali, spesso pericolose, complicanze.

Un criterio che possiamo adottare per valutare il “peso” dei vaccini sul sistema immunitario è quello che prende in considerazione il numero di antigeni contenuto nei vaccini. Un antigene è una qualsiasi sostanza che può stimolare una risposta immunitaria da parte dell'organismo. Nel caso dei microorganismi, gli antigeni sono costituiti in genere da molecole come proteine o polisaccaridi (catene polimeriche di zuccheri) che costituiscono la loro struttura o che vengono prodotte da questi microorganismi. Per esempio nel vaccino esavalente Infanrix Hexa che contiene 6 vaccini (poliomielite, epatite B, tetano, difterite, pertosse ed Haemophilus influenzae tipo B), sono presenti le proteine di superficie del virus dell'epatite B, tre ceppi del virus della poliomielite inattivati, polisaccaridi presenti nella capsula del batterio Haemophilus, 3 antigeni del batterio della pertosse e le due tossine inattivate del batterio del tetano e della difterite. Questo vaccino contiene quindi, nel complesso, 23 antigeni.

Gli autori di uno studio pubblicato nel 2013 hanno esaminato la storia vaccinale di circa mille bambini americani nati tra il 1993 e il 1997. Hanno calcolato che ogni bambino, al compimento dei due anni di età, aveva ricevuto in media 10341 antigeni. Questo studio però ha preso in esame i nati in un periodo in cui veniva ancora utilizzato un vaccino contro la pertosse che conteneva circa 3000 antigeni perché veniva prodotto con le intere cellule del batterio che venivano inattivate. Questo vaccino è stato in seguito sostituito da un altro vaccino che contiene solo dai 3 ai 5 antigeni derivati dal batterio. Peraltro i ricercatori non hanno riscontrato nessuna associazione tra il numero di antigeni vaccinali ricevuti nella prima infanzia e la successiva insorgenza di disturbi neuropsicologici.

Seguendo il calendario vaccinale stabilito dal Piano nazionale prevenzione vaccinale 2017-2019, possiamo provare a calcolare il numero indicativo di antigeni che un nato nel 2017 dovrebbe ricevere al compimento dei due anni di età in seguito alla somministrazione di tutti i vaccini obbligatori previsti dal “Decreto vaccini”. Per il numero di antigeni contenuto in ogni vaccino consideriamo due tabelle che riportano il numero di antigeni contenuti in ogni dose di vaccino oggi in uso, la prima pubblicata in uno studio apparso nel 2002 sulla rivista medica Pediatrics e la seconda sul documento Vaccinazioni pediatriche, le domande difficili di Franco Giovanetti. La somministrazione dei 10 vaccini obbligatori equivale a 168 antigeni introdotti nei bambini al compimento dei due anni di età. Aggiungendo a questi i vaccini rimasti raccomandati (quelli contro meningococco B e C, rotavirus e pneumococco) si arriva a 674 antigeni.

Un tale numero di antigeni rappresenta un eccessivo carico di lavoro per il sistema immunitario di un bambino? Proviamo a immaginare cosa accade a un bambino appena nato. Già mentre transita attraverso il canale del parto il neonato entra in contatto con un mondo pieno di microorganismi, e quindi di antigeni, che il suo sistema immunitario deve riconoscere per la prima volta. Nelle ore e nei giorni successivi inizierà a vivere in un mondo dove i microorganismi sono ovunque, da quelli trasferiti attraverso il contatto con i genitori a quelli presenti nell'ambiente, nel cibo che viene ingerito e nell'aria che viene respirata. Un gruppo di ricercatori coreani ha rilevato, in un metro cubo di aria raccolta in tre luoghi differenti, un numero di virus compreso tra 1,6 e 40 millioni e tra 860mila e 11 milioni di batteri.

La normale vita al di fuori della pancia della madre costituisce una “sfida” per il sistema immunitario ben maggiore di quella di un vaccino. L'esistenza quotidiana nel mondo esterno espone il sistema immunitario di un bambino al contatto con centinaia di migliaia di possibili antigeni. Il sistema immunitario è naturalmente già “attrezzato” per difendere l'organismo dalla gran parte di questi microorganismi, che per di più non costituiscono una serie minaccia per la salute, per un sistema immunitario funzionante (si pensi per esempio ai batteri della flora intestinale, che svolgono anche importanti funzioni). Ci sono poi naturalmente tutte le infezioni virali o batteriche che possono venire contratte da piccoli. I neonati godono di un protezione "passiva" grazie agli anticorpi della madre, trasferiti durante la gravidanza attraverso la placenta. La madre però passa al feto solo gli anticorpi che possiede. Inoltre, questi anticorpi proteggono i nuovi nati solo per alcuni mesi.

Il “carico di lavoro” che il sistema immunitario deve sopportare per fronteggiare un banale raffreddore è molto più rilevante di quello costituito da un vaccino come quello per l'epatite B, anche per un adulto. Se le vaccinazioni somministrate attualmente “sovraccaricassero”, e quindi indebolissero, il sistema immunitario dei bambini, dovremmo poter osservare le conseguenze di questo fenomeno. Dovremmo per esempio registrare un aumento dei casi di malattie infettive tra i vaccinati. Uno studio svolto in Danimarca su un campione di più di 800mila bambini tra il 1990 e il 2001 ha indagato proprio questa possibile associazione. Gli autori però non hanno trovato alcuna evidenza che potesse giustificare l'ipotesi di una correlazione tra l'esposizione a vaccini combinati, come quello morbillo-parotite-rosolia, e l'aumento dei ricoveri per altre malattie infettive.

Le preoccupazioni per i rischi delle vaccinazioni riguardano molte altre caratteristiche dei vaccini. In particolare, le altre sostanze che contengono, come gli “adiuvanti”, che rendono il vaccino più efficace perché potenziano la risposta immunitaria. Alcune di queste sostanze sono state oggetto di controversie per il loro presunto ruolo nell’insorgenza di patologie. Ne abbiamo parlato in un vademecum sui vaccini (che contiene le risposte alle domande più frequenti sull'argomento) ricordando come anche in questo caso numerosi studi abbiano permesso di smentire queste ipotesi.

Va ricordato inoltre che i 10 vaccini che sono diventati obbligatori corrispondono in realtà a tre vaccinazioni somministrate separatamente: il vaccino esavalente, il vaccino morbillo-parotite-rosolia e il vaccino contro la varicella. L'obbligo del vaccino contro la varicella si applica solo per i nati a partire dal 2017.

Foto in anteprima via infocilento.it

 

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Renzi, le Banche Popolari e l’accusa a De Benedetti di aver usato una informazione riservata per guadagnare in borsa

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Su La Stampa, Il Messaggero e il Corriere della Sera, lo scorso 10 gennaio, viene pubblicata la notizia che l'imprenditore Carlo De Benedetti, durante una telefonata, mai resa pubblica finora, disse di aver ricevuto informazioni dall'allora presidente del Consiglio, Matteo Renzi, sul sicuro passaggio della riforma del 2015 che trasformava dieci banche popolari in società per azioni. Secondo quanto riportato dai media, De Benedetti, sulla base di queste informazioni riservate, investì 5 milioni di euro con "Romed spa" in azioni di banche popolari guadagnando 600 mila euro.

Nell'articolo del Corriere della Sera si legge che "quattro giorni prima del decreto del governo sulle Popolari varato il 20 gennaio 2015, Matteo Renzi avrebbe rassicurato l’imprenditore Carlo De Benedetti che il provvedimento sarebbe passato". A riferirlo è lo stesso De Benedetti, durante una telefonata avvenuta il 16 gennaio 2015, a Gianluca Bolengo, professionista nella società Intermonte Sim spa che si occupa dei suoi investimenti. La conversazione (registrata "come previsto dalla normativa sulle intermediazioni finanziarie"), si trova in allegato nel fascicolo che la Procura di Roma ha trasmesso (e arrivato il 29 dicembre scorso) alla Commissione parlamentare d'inchiesta sul sistema bancario e finanziario e sui fallimenti di alcuni istituti di credito degli ultimi tempi.

Tre anni fa, infatti, era stata avviata un'indagine per insider trading ( cioè la compravendita di titoli, effettuata grazie a informazioni non ancora accessibili al mercato che potrebbero influenzare l’andamento dei prezzi) da parte dei magistrati romani, dopo che la Consob (la Commissione nazionale per le società e la Borsa, un'autorità indipendente che tutela gli investitori, l'efficienza, la trasparenza e lo sviluppo del mercato mobiliare italiano) "aveva evidenziato plusvalenze e movimentazioni anomale sui titoli in Borsa della banche popolari". Sempre il Corriere della Sera, a fine gennaio 2015, pubblica un'indiscrezione secondo cui "alcuni soggetti con base a Londra avrebbero creato posizioni anche rilevanti in azioni delle banche popolari nei giorni e nelle ore precedenti le prime circostanziate indiscrezioni (quindi prima delle 17.30 di venerdì 16 gennaio) sul decreto di riforma che abolisce il voto capitario nelle Popolari, ossia il principio di «una testa un voto» per cui tutti i soci sono uguali a prescindere dalle azioni possedute".

Secondo la Consob si fa riferimento "al Fondo Speculativo Algebris, fondato da Davide Serra", imprenditore e amico di Matteo Renzi. Lo stesso Serra, tuttavia, replica affermando che «investiamo sulle banche popolari da marzo 2014» e in una nota il fondo Algebris precisa di non avere comprato alcun titolo di banche popolari italiane dal 1° al 19 gennaio. Proprio sull'eventualità che qualcuno avesse potuto utilizzato informazioni riservate per guadagnare, Matteo Renzi, durante la puntata di "Porta a porta" del 3 febbraio 2015, era stato chiaro: «Se qualcuno, chiunque sia o comunque si chiami, lo ha fatto, io stesso chiederò un'indagine rigorosa alla Consob e ad altri, cosicché pagherà fino all'ultimo centesimo e all'ultimo giorno».

Il contenuto della telefonata tra De Benedetti e Bolengo

Della vicenda legata a De Benedetti se n'era iniziato parlato dopo un articolo de Il Giornale del dicembre di tre anni fa, ma in modo generico, senza la pubblicazione dei contenuti della telefonata e l'individuazione della fonte dell'imprenditore. Il Corriere pubblica per la prima volta anche il contenuto integrale della telefonata (avvenuta la mattina del 16 gennaio) tra l'imprenditore e il professionista che cura i suoi affari.

De Benedetti: Sono stato in Banca d’Italia l’altro giorno, hanno detto (incomprensibile) che è ancora tutto aperto.

Bolengo: Sì, ehm, però adesso stanno andando avanti... comunque non è...

De Benedetti: Faranno un provvedimento. Il governo farà un provvedimento sulle Popolari per tagliare la storia del voto capitario nei prossimi mesi... una o due settimane.

Bolengo: Questo è molto buono perché c’è concentrazione nel settore. Ci sono troppe banche popolari. Sa, tutti citano il caso di Sondrio città di 30 mila abitanti.

De Benedetti: Quindi volevo capire una cosa (incomprensibile) salgono le Popolari?

Bolengo: Sì su questo se passa un decreto fatto bene salgono.

De Benedetti: Passa, ho parlato con Renzi ieri, passa.

Bolengo: Se passa è buono, sarebbe da avere un basket sulle Popolari. Se vuole glielo faccio studiare, uno di quelli che potrebbe avere maggiore impatto e poi però bisognerebbe coprirlo con qualcosa.

De Benedetti: Togliendo la Popolare di Vicenza.

Bolengo: Sì.

Cosa aveva detto la Consob nel 2015

L'11 febbraio 2015, Giuseppe Vegas, presidente della Consob, era stato ascoltato in un'audizione in Parlamento. In quell'occasione aveva chiarito che la data in cui "è possibile assumere che il mercato abbia avuto una ragionevole certezza dell’intenzione del Governo di adottare il provvedimento è individuabile nel 16 gennaio 2015" perché quel giorno, a mercati chiusi, l'allora presidente del Consiglio, Matteo Renzi, aveva "annunciato la riforma del credito cooperativo". Il 3 gennaio, invece, erano state pubblicate le prime indiscrezioni da parte di agenzia stampa su una "possibile riforma delle banche popolari allo studio del Governo". Il 20 gennaio, infine, sempre a mercati chiusi, Renzi annuncia la riforma delle banche Popolari in società per azioni.

La Consob, informava Vegas, aveva monitorato "l’andamento delle azioni delle banche popolari a partire dall’emersione dei primi rumors sulla riforma, e quindi sin dai primi giorni di gennaio". Queste analisi avevano "rilevato la presenza di alcuni intermediari con un’operatività potenzialmente anomala, in grado di generare margini di profitto, sia pur in un contesto di flessione dei corsi. Si tratta, in particolare, di soggetti che hanno effettuato acquisti prima del 16 gennaio, eventualmente accompagnati da vendite nella settimana successiva". Le indagini della Consob, così, si concentrano a evidenziare eventuali insider trading, appurando "l’identità dei beneficiari ultimi dell’operatività con margini di profitto significativi effettuata prima del 16 gennaio".

Vegas comunica anche che l'autorità che presiede "ha già proceduto ad inoltrare richieste di dati e notizie agli intermediari sia italiani sia esteri che hanno evidenziato un’operatività potenzialmente anomala" e che "sulla base delle analisi dei dati ricevuti si è reso necessario inviare ulteriori richieste ai soggetti indicati come clienti o committenti finali". Inoltre, vengono predisposte "richieste volte a ricostruire il circuito informativo dell’informazione privilegiata, ovvero l’ambito in cui la stessa è maturata, il momento a decorrere dal quale essa ha assunto i requisiti di informazione privilegiata e i soggetti coinvolti nel circuito informativo" anche tramite audizioni di "alcuni soggetti rispetto ai quali sono già emersi elementi che portano a ritenere necessari indagini specifiche più approfondite".

L'audizione di De Benedetti alla Consob

Lo scorso 11 gennaio il Sole 24 Ore pubblica i contenuti dell'audizione di Carlo De Benedetti alla Consob, avvenuta nel febbraio 2016.

L'imprenditore, si legge, è stato convocato "ai sensi dell'articolo 187-octies, comma 3, lettera c), del decreto legislativo numero 58/1998 nell'ambito di indagini amministrative relative a ipotesi di abuso di informazioni privilegiate con riguardo a operazioni effettuate da Romed Spa il 16 e il 19 gennaio 2015 su azioni ordinarie Banco Popolare, Banca Popolare dell'Emilia Romagna, Banca Popolare di Milano, Ubi Banca, Credito Valtellinese e Banca Popolare di Sondrio".

De Benedetti, davanti ai funzionari dell'autorità di controllo, "si difende dalle ipotesi accusatorie e racconta degli incontri avuti con il premier Matteo Renzi il 15 gennaio 2015 e con il vicedirettore generale della Banca d'Italia, Fabio Panetta, il 14 gennaio", affermando "che entrambi gli interlocutori gli parlarono incidentalmente della imminente riforma delle popolari ma che nessuno di loro accennò né ai modi né ai tempi delle misure".

Nello specifico, sull'incontro avvenuto il 15 gennaio 2015, alle 7 del mattino, con Matteo Renzi a Palazzo Chigi, De Benedetti racconta che accompagnandolo all'ascensore l'allora presidente del Consiglio gli disse: “Ah! Sai, quella roba di cui ti avevo parlato a Firenze, e cioè delle Popolari, la facciamo”. L'imprenditore aggiunge che Renzi non gli dice in che modo il provvedimento sarebbe stato approvato: «Ero già un piede sull'ascensore; non mi ha detto se le faceva con un decreto, con disegno, quando. Non mi ha detto niente, però mi ha detto sta' roba riferendosi ad una conversazione più ampia che avevamo avuto ancora a Firenze su che cos'erano le cose che lui doveva fare».

L'audizione si concentra poi sulla telefonata tra De Benedetti e Bolengo, avvenuta tra le 9:02 e le 9:10 della mattina del 16 gennaio 2015, cioè il giorno dopo la colazione con Renzi e due giorni dopo l'incontro con il direttore generale di Bankitalia, Pennetta. Anche in questo caso, l'imprenditore si difende dall'ipotesi che abbia saputo i tempi certi del provvedimento del governo sulle popolari: "I funzionari della Consob leggono a De Benedetti la trascrizione della telefonata e si concentrano soprattutto su una frase pronunciata dall'ingegnere: «Faranno un provvedimento in cui le p... il governo farà un provvedimento in cui le popolari per togliere la storia del voto capitario nei prossimi me... (incomprensibile) una o due settimane». Sembra che lei abbia avuto un'indicazione precisa sui tempi, gli chiede Portioli. «Non è così», ribatte De Benedetti".

De Benedetti, inoltre, scrive il quotidiano, presenta vari argomenti in sua difesa, "ribadendo più volte – ad esempio – che se avesse saputo che il governo si apprestava a varare un decreto sulle Popolari pochi giorni dopo non avrebbe certamente investito solo 5 milioni di euro (ndr con un guadagno di 600mila euro)": «Ma se io avessi saputo avrei fatto 20 anche sulle Popolari, o di più, e ho fatto meno!... ma perché l'avrei fatta così piccola? Se avessi saputo?».

L'imprenditore, infine, spiega anche il contesto in cui è avvenuto l'incontro con Renzi: «Io normalmente con Renzi faccio, facciamo breakfast insieme a Palazzo Chigi... e io devo dire che quando lui ha iniziato, quando lui ha chiesto di conoscermi, che era ancora sindaco di Firenze, e io ... mi ha detto: "Senta"... ci davamo del Lei all'epoca, mi ha detto: “Senta, io avrei il piacere di poter ricorrere a Lei per chiederle pareri, consigli quando sento il bisogno. Gli ho detto: “Guardi! va benissimo. Non faccio, non stacco parcelle, però sia chiara una roba: che se Lei fa una cazzata, io Le dico: caro amico, è una cazzata"». De Benedetti aggiunge anche di «essere molto amico di Elena Boschi» e di vederla «sovente», come anche Pier Carlo Padoan, ministro dell'Economia.

L'inchiesta della Procura di Roma e la richiesta di archiviazione

Come scritto in precedenza, nel febbraio del 2015, il giorno successivo l'audizione di Vegas in Parlamento, esce la notizia che la Procura di Roma "ha aperto un'inchiesta, per ora contro ignoti, sulle presunte operazioni anomale avvenute prima del 16 gennaio" riguardanti i titoli del comparto delle banche popolari, scriveva Repubblica Economia. "Il fascicolo per ora è intestato 'atti relativi a' ovvero senza ipotesi di reato. Pignatone e Rossi (ndr i due magistrati che hanno in mano l'inchiesta) hanno già chiesto documenti alla Consob".

Nell'ambito dell'inchiesta, a fine giugno 2016, esce la notizia che Matteo Renzi e Carlo De Benedetti sono stati sentiti come testimoni/persone informate sui fatti (e quindi non come indagati). Anche Panetta, vicedirettore generale di Bankitalia, sarebbe stato ascoltato come testimone. La Stampa scrive che in quell'occasione "tanto Panetta che Renzi, entrambi sentiti dalla procura, confermano di aver incontrato De Benedetti ma «riferiscono che all'imminente riforma delle banche Popolari dedicarono cenni del tutto generici e che non fu riferito in quei colloqui a De Benedetti nulla di specifico su tempi e strumento giuridico dell'intervento»". Sempre in quei giorni, si apprende che dalla Procura di Roma è stata avanzata al gip (giudice delle indagini preliminari) una richiesta di archiviazione di una parte dell’inchiesta sul presunto insider trading intorno alle Banche popolari. Il fattoquotidiano.it pubblica una nota dei magistrati romani che fa il punto della situazione:

Nell’ambito di uno dei procedimenti nati dalle dichiarazioni rese dal presidente della Consob Giuseppe Vegas alla Camera dei deputati in data 11 febbraio 2015 la Procura della Repubblica di Roma ha provveduto nei mesi scorsi ad assumere informazioni tra gli altri dal presidente del Consiglio Matteo Renzi e dall’ingegnere Carlo De Benedetti. All’esito delle indagini, anche alla luce delle conclusioni di una consulenza tecnica esposta dalla Procura è stata depositata al giudice per le indagini preliminari la richiesta di archiviazione del procedimento iscritta a carico di un intermediario finanziario per l’ipotesi di ostacolo alla vigilanza. Gli altri profili che hanno costituito l’oggetto delle dichiarazioni del presidente Vegas costituiscono tuttora oggetto di accertamento.

La richiesta di archiviazione riguarderebbe l'indagato Gianluca Borengo, come specificato dai media. Fiorella Sarzanini scrive sul Corriere che "i magistrati ritengono che non sia stato commesso insider trading perché nella telefonata «De Benedetti si limita ad affermare di aver appreso di un 'intervento': espressione polivalente che nulla apporta in più rispetto a quanto ben noto a Bolengo. Ma anche che l’intervento sarebbe stato realizzato in tempi brevi, ma non necessariamente brevissimi e comunque non determinanti». Sulla richiesta dei pm è ancora attesa la decisione del gip.

L'indagine della Consob, cosa ha detto Vegas alla Commissione Banche e l'archiviazione dell'autorità

Su Repubblica, Andrea Greco e Carmelo Lopapa spiegano che nel corso del 2015 la Consob svolse l'inchiesta sui fatti emersi e la passò alla procura di Roma, "segnalando – si legge in un verbale Consob acquisito dalla commissione banche – cinque possibili rilievi": "a De Benedetti di insider trading primario «per avere comunicato a Bolengo un'informazione privilegiata (circa il prossimo decreto sulle popolari, ndr) al di fuori del normale esercizio della professione». A De Benedetti e Bolengo di insider trading secondario per avere in solido «disposto che fossero acquistate azioni di banche popolari basandosi su detta informazione privilegiata». A Bolengo di aver indotto il trader Luca Vannini (sempre di Intermonte) a comprare le azioni. A Bolengo come amministratore, e alla stessa società di intermediazione, di non avere avvisato la vigilanza, ostacolandola. Anche nella sua deposizione in Consob, il 31 marzo, Bolengo fu ritenuto omissivo, perché non fece il nome di De Benedetti ma solo di Romed, affermando che l'acquisto di azioni delle popolari «scaturiva da una proposta di Intermonte»: circostanza poco in linea con la telefonata tra i due".

Lo scorso 14 dicembre, Giuseppe Vegas viene ascoltato in un'audizione (qui il resoconto) davanti alla Commissione parlamentare sulle banche. In quell'occasione, il presidente della Consob comunica che l'autorità di controllo ha poi archiviato la posizione di Carlo De Benedetti. Vegas continua poi affermando che per quanto riguarda l'azione della magistratura romana c'è stata un'archiviazione nei confronti del «Presidente Renzi, mentre mi risulta che sia stata proposta l'archiviazione, ma non ancora convalidata dal gip, per l'ingegner De Benedetti».

La Procura di Roma, però, lo stesso giorno, smentisce in una nota che Renzi e De Benedetti siano stati o siano indagati nell'inchiesta, come suggerito dalle parole di Vegas: «Con riferimento alla notizie diffuse dalle agenzie di stampa e concernenti le dichiarazioni rese oggi alla Commissione Banche dal presidente della Consob Giuseppe Vegas, si precisa che la Procura di Roma non ha istruito alcun procedimento a carico di Matteo Renzi e Carlo De Benedetti».

La procura di Roma apre un fascicolo per rivelazione di segreto

Lo scorso 11 gennaio, i media danno la notizia che la Procura di Roma ha aperto un fascicolo sulla presunta fuga di notizie che ha portato alla pubblicazione dei documenti depositati in Commissione Banche.

Foto in anteprima di Niccolò Caranti

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Algoritmi e servizi ai cittadini: perché la trasparenza è importante

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di Enrico Bergamini

James Vacca, membro del New York City Council, l’organo legislativo della città, ha di recente proposto una legge che mira a rendere gli algoritmi utilizzati per le decisioni pubbliche più trasparenti. Il progetto ha suscitato un grande interesse – le consultazioni hanno fatto un record di presenze – e sta proseguendo nella procedura legislativa proprio in questi giorni, verso la firma del sindaco Bill de Blasio. Vale davvero il tempo di vedere la discussione.

New York utilizza diversi strumenti software per prendere decisioni, o comunque suggerirle, in campo di politiche pubbliche. L’utilizzo di tecnologie all’avanguardia è apprezzabile in chiave di efficienza, ma se non regolamentata può nascondere problemi insidiosi.

Vacca, nel suo discorso di apertura e di presentazione della legge, cita due esempi molto rilevanti. Il primo riguarda l’applicazione di un algoritmo per determinare i servizi di protezione dei vigili del fuoco e che ha avuto un ruolo anche per decidere il numero di poliziotti assegnati a diverse aree.

Nonostante Vacca sia un dirigente pubblico di alto livello da anni, spiega, non è stato capace di trovare una risposta a domande molto banali: quali sono i criteri dell’efficienza? Come viene presa la decisione? C’è una formula  – è l’unica spiegazione che gli viene data  – senza spiegazione in merito alle variabili considerate, e senza che i cittadini ne possano sapere niente.

Stessa cosa, racconta, succede quando un adolescente cerca di entrare alle scuole superiori che preferisce e viene assegnato alle sua sesta o settima scelta. Legittimamente, si chiede: «Perché non è possibile capire  – e quindi contestare  –questa decisione?».

Ci sono ovviamente molti altri utilizzi: dagli affidamenti delle case popolari alla giustizia. Nel caso degli algoritmi applicati nei tribunali, si sono già registrati e discussi diversi casi in cui la mancanza di trasparenza ha dato vita a controversie: Eric Loomis fu condannato a sei anni attraverso l’uso di un algoritmo proprietario che lo inquadrava come “propenso alla recidività”, senza potersi appellare.

Nel ramo del predictive policing, vengono sempre di più impiegati algoritmi che stimano il rischio che un individuo fugga o metta in pericolo qualcuno. Peccato, però, che spesso si nasconda in queste tecniche un bias razzista, come spiega molto bene ProPublica.

Chiaramente questi software vengono utilizzati per rispondere a problemi complessi, anche solo quantitativamente, con maggiore efficienza. Ma là dove sembrano esserci delle ingiustizie, sarebbe giusto poter trovare un perché.

L’importanza degli algoritmi nelle nostre vite di tutti i giorni sta crescendo, e lo farà sempre di più in futuro, ma ancora tende ad essere un discorso di nicchia, una discussione che manca. Ho già espresso le mie critiche, in termini di responsabilità, riguardo all’opacità degli algoritmi commerciali, che stanno tra il consumatore e la multinazionale (come nel caso di Facebook e Google). Ma nel momento in cui queste tecnologie vanno a curare il rapporto tra cittadino e amministrazioni pubbliche, quali sono le domande che dobbiamo farci? Come va regolato questo rapporto? Che responsabilità hanno i policymaker in termini di trasparenza e accountability?

Ora, so che può sembrare qualcosa di troppo lontano dalla realtà italiana per preoccuparsene, ma è meglio ricredersi. Per fare un esempio: Banca d’Italia, qualche settimana fa, ha pubblicato una ricerca che ristabiliva i destinatari dei famosi 80 euro del governo Renzi con tecniche di machine learningSi tratta di uno studio, molto interessante, che tende a rendere più efficiente questa politica, profilando e individuando meglio chi ha diritto a ricevere il bonus, e chi no, capendo chi sono le famiglie più bisognose. La stima è che il 29% della spesa totale (circa 2 miliardi di euro l’anno) sia stata indirizzata a famiglie che non erano un bersaglio ideale.

Chi è il soggetto ideale della manovra? Chi ha la più alta propensione al consumo, in base ai dati ISEE, in una politica che mirava proprio a stimolare i consumi.

La tecnica usata è quella degli alberi decisionali, e  –  apprezzabilmente  –  c’è già una preoccupazione degli autori per la trasparenza e la comunicabilità del processo.

Tornando a New York e alla proposta di James Vacca, bisogna dire che il problema non è solo rilevante, è anche complesso sotto tanti punti di vista: tecnologico in primis, ma anche legislativo, economico, etico, di sicurezza.

Gli algoritmi sono spesso forniti da terze parti che mai condividerebbero il codice. Il rapporto tra fornitori e amministrazioni pubbliche è ovviamente commerciale e quindi basato sulla vendita di software proprietario: un processo che, però, esclude i cittadini dall’accesso alla conoscenza dei dati usati come input, dei metodi e quindi dalla possibilità di appellarsi alle decisioni.

Ed è fondamentale che i cittadini abbiano questo accesso, perché, come è chiaro da tempo, non esistono algoritmi neutri. Vacca riassume questa idea in una frase che trovo molto efficace: «Gli algoritmi sono un modo di codificare delle assunzioni».

Ma il discorso è ancora più sottile, perché l’opacità non è solo frutto dell’interesse privato: gli algoritmi sono per natura un oggetto complesso per la maggior parte delle persone. Se però riteniamo che il diritto alla conoscenza, in termini di decisioni pubbliche, sia qualcosa da proteggere è necessario fare qualcosa.

Ma come farlo? È un problema mica da ridere: trasparenza non significa solo pubblicare qualche migliaio di righe di codice. Sarebbe già qualcosa, certo, perché permetterebbe ad hacker e giornalisti di lavorarci. Ma il vero cambiamento è l’accessibilità al processo decisionale, alla razionalità dietro le assunzioni di cui sopra. Innanzitutto, il codice va documentato, l’open source senza documentazione non è necessariamente trasparente.

Tra le proposte fatte nella discussione ci sono, ad esempio, sistemi di simulazione in cui il cittadino possa capire in base a cosa cambiano gli output. Parlando di dati, emerge un altro lato affascinante del problema: l’ideale è la trasparenza, ma sull’altro ago della bilancia c’è la privacy. Come muoversi?

Nel panel interviene anche un informatico a rappresentare il mondo open source, che spiega come le tecnologie aperte non solo possano migliorare l’accountability, ma anche il livello di sicurezza. In un mondo post-Equifax, è ben evidente la necessità di avere ben chiari i rapporti tra terze parti e pubbliche amministrazioni, quando dati sensibili (e quindi le vite) di milioni di cittadini dipendono da strutture informatiche opache o vulnerabili.

Credo si possa fare un forte parallelismo con la discussione sul Freedom of Information Act, che risponde alla pressione di rendere i dati pubblici: deve coinvolgere non solo esperti di tecnologia, giuristi e tecnici governativi, ma anche giornalisti, attivisti e cittadini.

Non esiste una risposta semplice, ma se vogliamo costruire una democrazia partecipativa e aperta, pensando a cosa vorrà dire ‘governo’ nell’era dell’informazione, credo valga la pena di occuparsene.

Leggi anche >> Algoritmi, intelligenza artificiale, profilazione dei dati: cosa rischiamo davvero come cittadini?

Immagine in anteprima via pixabay.com

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Le foto dei figli su Facebook e le multe ai genitori. Facciamo chiarezza

[Tempo di lettura stimato: 4 minuti]

Facebook fa sempre notizia, e così l’ordinanza del tribunale di Roma che ha obbligato una madre a rimuovere le foto del proprio figlio dal social in blu, condannandola altresì a pagare una “sanzione” pecuniaria al figlio, colpisce la curiosità dell’opinione pubblica. Possibile mai che un genitore non possa mettere orgogliosamente le foto del figlio online per farle vedere a amici e parenti?

Andiamo per ordine. Con l’ordinanza del 23 dicembre 2017 (proc. 39913/2015, la trovate su Altalex), il tribunale di Roma, nella persona del giudice monocratico, si è pronunciato sul ricorso del tutore di un minore di 16 anni. L’ordinanza è parte di un procedimento più complesso, che riguarda un minore le cui vicende appaiono decisamente particolari (anche se non è dato conoscerle per ovvio motivi di privacy e tutela del minore stesso). In particolare si evince che, con la sentenza di separazione dei genitori, sarebbe stata disposta la sospensione della responsabilità genitoriale (di entrambi i genitori per condotte gravemente pregiudizievoli poste in essere verso il minore), per cui il giudice tutelare ha nominato un tutore del ragazzo.

Il procedimento nasce da una richiesta specifica del tutore per ottenere l'autorizzazione a iscrivere il minore in un istituto scolastico estero per continuare il percorso di studi e allontanarlo anche dai luoghi di origine. All’interno di tale complesso procedimento emerge un’altra necessità, derivante dalla circostanza che la madre del ragazzo avrebbe pubblicato online (su Facebook e Instagram) non solo foto, ma anche dati e informazioni personali del minore.

Come dicevo, non è dato conoscere i dettagli della vita del ragazzo, ovviamente, ma la pubblicazione delle sue vicende personali sarebbero tali da incidere sullo sviluppo del minore, quindi sicuramente lesive per lo stesso.

In questo procedimento il ragazzo viene sentito personalmente più volte ed è lui stesso che stigmatizza la pubblicazione di dati personali (non solo le foto, ma anche le informazioni sulle vicende accadutegli) da parte della madre. Il ragazzo, infatti, avrebbe affermato di essere “infastidito del fatto che passi per malato e che i suoi coetanei siano a conoscenza di quanto viene pubblicato sul web sul suo conto”. Aggiungendo, inoltre, a conferma della volontà di proseguire gli studi all’estero, “che speranza ho in Italia dove tutti conoscono la mia storia… cosa posso fare il bidello?”. E, con riferimento alla madre: “secondo lei una persona che dice di voler bene può scrivere queste cose”, riferendosi alle foto pubblicate online dalla madre insieme ai dettagli delle controversie giudiziarie.

Per questo già a maggio del 2017 il giudice aveva ordinato alla madre la rimozione di tali informazioni (non solo le foto). Col provvedimento di dicembre, il giudice ha ribadito l'ordine a carico della madre di cessare la pubblicazione di dettagli personali del minore e di rimuovere quelli già pubblicati (non solo le foto) e, poiché la stessa non aveva ottemperato quanto ordinato a maggio, ha applicato quella che tecnicamente si definisce “misura coercitiva indiretta” (art. 614 bis c.p.c.). Cioè se il soggetto a cui viene rivolto l’ordine non ottempera, sarà costretto a pagare una somma giornaliera al ricorrente (il figlio in questo caso) fino a quando non eseguirà quanto richiesto. Infine, il giudice ha autorizzato il tutore a chiedere, nell’interesse del minore, la rimozione dei dati del minore a terzi (quali motori di ricerca, ecc.)

Un aspetto fondamentale della vicenda è data dall’età del ragazzo (16 anni) che lo inserisce nei cosiddetti “grands enfants”, ai quali la legge attribuisce ampi margini di autodeterminazione, anche in considerazione che provvedimenti contrari alla volontà del minore potrebbero portarlo alla fuga.

In conclusione, la vicenda è decisamente piuttosto particolare: ai genitori era già stata sospesa la potestà parentale e il minore ha esercitato il diritto di opposizione alla diffusione di dati personali, che erano particolarmente lesivi della sua personalità, tramite il tutore e sentito personalmente quale soggetto di diritti essendo già sedicenne. E non c’è nessuna sanzione pecuniaria.

A questo punto pare ovvio che da questa vicenda non si può trarre alcuna regola generale né un divieto generalizzato di pubblicare foto dei proprio figli online. Vero è che la legge sul diritto d’autore prevede che il ritratto di una persona possa essere pubblicato solo in presenza del consenso oppure se vi è un interesse pubblico alla diffusione dell’immagine, e l’articolo 10 del codice civile stabilisce la possibilità di rivolgersi a un giudice per disporre la cessazione dell’abuso e ottenere un eventuale risarcimento del danno. Inoltre esiste la normativa in materia di protezione dei dati personali che tutela le immagini, essendo queste dei dati personali identificativi. E, in particolare, tale normativa prescrive una tutela rafforzata per i minori, che addirittura prevale sul fondamentale diritto di cronaca.

Ma, in linea di massima, la pubblicazione delle foto del proprio figlio non crea particolari problemi purché sia ritratto in situazioni tranquille e positive per il bambino, ad esempio in luoghi pubblici con i genitori. Ovviamente la pubblicazione di foto con il minore in atteggiamenti ridicoli oppure momenti intimi e privati potrebbe far sorgere dei problemi. Lo stesso minore, una volta raggiunta la maggiore età, potrebbe rivolgersi alle autorità, per violazione dei suoi diritti, contro gli stessi genitori.

Il problema, però, sorge principalmente nel momento in cui uno dei genitori non è d’accordo con tale pubblicazione. In questo caso la giurisprudenza si sta orientando nel disporre la rimozione della foto ritenendo che il consenso debba essere di entrambi i genitori (come asserito dal tribunale di Mantova nel novembre del 2017), tanto ché oggi tali accordi si trasfondono nelle clausole delle separazioni e dei divorzi per evitare problemi.

Immagine in anteprima di Gerd Altman via pixabay.com

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Festa per l’attentato ISIS. Una bufala che portò all’incendio di un bar di Pioltello. Chiesto il processo per i giornalisti Mediaset

[Tempo di lettura stimato: 5 minuti]

Com'è nata la falsa notizia dei festeggiamenti in un bar di Pioltello dopo l'attentato di Manchester

Lo scorso 23 maggio a Mattino 5, programma su Canale 5, si sta parlando dell'attentato del giorno prima avvenuto a Manchester, rivendicato dall'ISIS, al termine del concerto della cantante Ariana Grande, in cui furono uccise 22 persone. Durante la trasmissione il giornalista Carmelo Abbate, ospite in studio, riferisce di essere stato «contattato da cittadini di Pioltello (ndr un Comune lombardo)» e di essere stato informato che la sera prima «in un bar di Pioltello verso le 11 c’era gente che esultava e che brindava» dopo l’attentato di Manchester.

Abbate non specifica il nome del bar, ma dice che lo farà ai carabinieri del Comune alla fine della puntata per avvertirli di quanto è venuto a sapere: «Chiederò di accertarsi se c’era in corso una festa di compleanno ed eventualmente quale compleanno si festeggiava, visto che mi dicono che è un ritrovo di spacciatori extracomunitari ed eventualmente di sapere qual è la quotidianità di queste persone».

Il giorno successivo, il 24 maggio, sempre su Mattino 5 viene mandato in onda un servizio di Francesco De Luca (il link del servizio non è più funzionante sul sito di Mediaset, ma si può vedere qui caricato da una pagina su Facebbok) su quanto rivelato da Abbate. Nel sottopancia del servizio si legge: "Attentato a Manchester, a Pioltello gli immigrati esultano per l'attentato?". Nel video, racconta Leonardo Bianchi su Vice News Italia, "l'inviato raccoglie un po' di voci di residenti italiani e stranieri. Qualcuno riporta che altri avrebbero visto degli strani movimenti di fronte a questo bar; altri ancora che la polizia sarebbe arrivata davanti all'esercizio commerciale". Nessuno, però, continua Bianchi, sembra aver assistito alla scena in prima persona.

La "notizia" viene rilanciata anche da Silvia Sardone, consigliere comunale di Forza Italia a Milano. Sardone rimuoverà poi il suo post.

Il 25 maggio, Il Giorno pubblica la dichiarazione del titolare del Bar in questione che smentisce quanto rivelato in tv: "«È partito tutto da una segnalazione razzista e il nostro bar è finito sotto torchio. È una situazione assurda. Questa mattina (ieri per chi legge, ndr) abbiamo ricevuto controlli da tutte le forze dell’ordine: sono arrivati gli agenti dell’antiterrorismo, i carabinieri e la polizia", racconta Mimmo Sidella del Marrakech Lounge Bar, il locale finito sotto accusa. «La notizia è falsa. I carabinieri hanno individuato la fonte: si tratta di un uomo che scrive sui social dei post che inneggiano al razzismo, siamo pronti a denunciarlo»".

Nella notte tra il 24 maggio e il 25 maggio, però, il locale subisce un attentato incendiario.

La sindaca di Pioltello, Ivonne Cosciotti, sempre il 25 maggio, convoca una conferenza stampa dopo quanto successo nella notte. Ivonne dice che ha parlato con le forze dell'ordine che le hanno riferito che, in base agli accertamenti svolti, la fonte di Abbate non erano "cittadini di Pioltello" ma una sola persona, e smentisce quanto riferito durante Mattino 5: «Le indagini sono in corso ma al momento non ci risulta nessun festeggiamento. Anche perché questa esultanza sarebbe avvenuta alle 11 di sera ore italiane del 22 maggio. Ma a quell’ora a Manchester non era ancora successo nulla».

Pubblicato da Gazzetta della Martesana su Giovedì 25 maggio 2017

 
Il giorno dopo sia il programma Mattino 5 che Carmelo Abbate tornano sul caso da loro sollevato. In un comunicato la trasmissione afferma che il loro servizio ha voluto verificare la segnalazione fatta in trasmissione, che hanno dato voce anche al proprietario del locale "che ha sempre negato la circostanza" e che non c'è nessun nesso di causa-effetto tra quanto accaduto poi al bar la notte tra il 24 maggio e il 25 maggio (un atto che la trasmissione condanna) e la loro trasmissione. Dal canto suo Abbate, sul suo profilo facebook, scrive di aver ricevuto nel corso della trasmissione "una segnalazione pubblica visibile a tutti sulla mia pagina Facebook: nello scritto si faceva riferimento a un preciso bar di Pioltello davanti al quale qualcuno avrebbe festeggiato gli attentati di Manchester". Il giornalista, così, "ritenendo la fonte qualificata, in buona fede e assolutamente non impregnata di ideologie razziste, durante la pausa pubblicitaria ho cercato questa persona al telefono e mi sono accertato dell’autenticità del messaggio" (poi però il contenuto del messaggio è risultato falso), decidendo poi di riferire in studio quanto da lui appreso. Abbate si difende dicendo inoltre di non aver "fornito alcun elemento che potesse portare neppure lontanamente all’individuazione del posto".

La procura chiude le indagini e chiede il processo

Circa sette mesi dopo, il 10 gennaio, Repubblica Milano pubblica la notizia che la procura di Milano ha chiuso le indagini e deciso di chiedere il processo per "il cittadino responsabile della diffusione della falsa notizia e chi gli ha dato credito senza verificare l' attendibilità della storia": "(...) Rispondono di diffamazione aggravata (per aver commesso il fatto con un mezzo di pubblicità e nel corso di una trasmissione televisiva), Sandro Damiano, il residente all'origine del cortocircuito mediatico, e il giornalista Mediaset Carmelo Abbate, sulla cui bacheca è stato pubblicato il post. (....) Con le stesse accuse e motivazioni, sono indagati anche il giornalista Francesco De Luca, autore del servizio a Pioltello, e il conduttore della trasmissione Francesco Vecchi. Di omesso controllo risponde invece Rosanna Ragusa come responsabile della testata Videonews, che produce i programmi di approfondimento giornalistico sui canali Mediaset".

La mancata verifica e la diffusione di un contenuto diffamatorio

La questione che solleva il caso non è così sulle 'fake news' online che si diffondono tramite i social, ma piuttosto sulla mancata verifica e diffusione di una notizia rivelatasi poi falsa, come spiega Bruno Saetta, avvocato esperto di Internet e diritto applicato alle nuove tecnologie e collaboratore di Valigia Blu:

"Fermo restando che al momento abbiamo pochi dati sul procedimento in corso, appare evidente, però, che non si tratta di una questione relativa alle 'fake news'. Il reato contestato al cittadino che avrebbe, secondo quanto possiamo sapere al momento, pubblicato la "falsa notizia" sul profilo del giornalista, è il reato di diffamazione, cioè dovrà rispondere per aver offeso la reputazione e l'onore del titolare del bar asserendo che all'interno dello stesso sarebbero avvenuti degli accadimenti in realtà mai avvenuti. Diffamazione aggravata perché la notizia falsa è stata veicolata attraverso il mezzo della pubblicità, e probabilmente anche per l'attribuzione di un fatto determinato (il brindisi). Da come si può evincere dal racconto dei fatti, in questo caso il riferimento non è tanto a Facebook, quanto piuttosto alla trasmissione televisiva che avrebbe veicolato il messaggio diffamatorio. Infatti, sarebbe indagato anche il conduttore della trasmissione televisiva, e il direttore responsabile della testata Videonews, che risponde di omesso controllo.

Quindi, da quanto è possibile ricavare al momento, non è un problema di 'fake news' online ma di una banale diffamazione tramite giornale e trasmissione televisiva. La particolarità della situazione semmai sta nel fatto che i giornalisti sarebbero partiti, per preparare la notizia, da un commento online su Facebook, per cui nel caso specifico sembrerebbe che i giornalisti abbiano mancato nel loro dovere di accertare la verità dei fatti e verificare la fonte della notizia, così come previsto non solo dalle norme deontologiche della professione (Testo unico, art. 9) ma anche dalla giurisprudenza della Suprema Corte (Sez. V pen. Sent. 1183/2002). L'obbligo primario dell'esercente la professione, infatti, è di esaminare, verificare e controllare, in termini di adeguata serietà professionale, la consistenza della relativa fonte di informazione. Il giornalista è spesso dibattuto tra l’esigenza di informare il pubblico quanto prima e quella di verificare la fondatezza della notizia, ma il corretto esercizio del diritto di cronaca si fonda proprio su un bilanciamento tra le due esigenze. Il giornalista deve verificare l’attendibilità della fonte e ricercare elementi che confermino la notizia, ed è pacifico che il giudizio di attendibilità si fonda anche sull’autorevolezza della fonte. Più la fonte è autorevole, minore è l’esigenza di cercare riscontri.

La “verità” può anche essere putativa, nel senso che può essere sufficiente, per evitare una condanna del giornalista, che questi provi di aver svolto un lavoro di ricerca e verifica della notizia, e che comunque sia rimasto 'ingannato', ma occorre che tale ricerca sia particolarmente diligente. In tale ottica è importante notare che la 'verità putativa' non può mai basarsi su altro mezzo di informazione per quanto autorevole possa essere (anche un’agenzia di stampa), perché in tal modo si realizzerebbe una gerarchizzazione delle fonti di informazione che è inconciliabile con il pluralismo dei mezzi di informazione e tale da portare il giornalista a rinunciare al contatto diretto con la notizia e quindi alla sua funzione di 'fare informazione'.

Ovviamente occorre rimarcare che siamo ancora alla fase della conclusione delle indagini preliminari, per cui ci sarà probabilmente un dibattimento nel quale saranno vagliati i fatti per verificare se davvero sussistono gli estremi dei reati contestati".

Foto in anteprima via Il Post

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Accesso, tasse universitarie e sostegno agli studenti: siamo il paese peggiore dove studiare

[Tempo di lettura stimato: 13 minuti]

Una delle sfide chiave nello sviluppo dell’università di massa di qualità è garantire che gli studenti abbiano le condizioni materiali necessarie per studiare e realizzare il loro potenziale. La questione di come ciò sia assicurato a livello nazionale è un aspetto chiave della dimensione sociale dell'istruzione universitaria e i sistemi di tasse e sostegno degli studenti sono strumenti importanti delle politiche nazionali”.
(National Student Fee and Support Systems, Eurydice)

Nel corso dell'assemblea nazionale di Liberi e Uguali, il leader della nuova formazione politica di sinistra, nata in vista delle elezioni del prossimo 4 marzo, e attuale presidente del Senato, Pietro Grasso ha proposto l’abolizione delle tasse universitarie: «In uno dei recenti interventi in un’università, mi trovavo a Pavia, ho incontrato una ragazza che stava uscendo dall’università, mi sono fermato e mi ha detto: “Non ce la faccio più, devo abbandonare gli studi, i miei non mi possono mantenere, devo trovarmi un lavoro. Sono nell’elenco degli idonei per l’esenzione delle tasse ma mi hanno risposto che non ci sono risorse”. Non ho alcun dubbio, partiamo da una proposta concreta, realizzabile. Ci costa 1,6 miliardi, un decimo delle risorse che l'Italia spende per finanziare attività dannose per l'ambiente. Aboliamo le tasse universitarie».

Con il suo intervento Grasso ha sollevato un problema reale. Secondo i dati forniti dall’Ocse nel 2017, per quanto riguarda l’anno accademico 2014-2015, l’Italia è stata uno degli Stati europei con le tasse universitarie più alte, dopo il Regno Unito (esclusa la Scozia), i Paesi Bassi e la Spagna.

Il costo alto delle tasse universitarie, spiega il collettivo Roars (Return On Academic Research), sarebbe una delle cause dell’elevato numero di abbandoni del proprio percorso di studi da parte degli studenti e del basso numero di laureati delle università italiane. Sempre per il rapporto dell’Ocse, siamo penultimi al mondo per percentuale di laureati tra i 25 e i 34 anni

via Roars
via Roars

e tra gli ultimi (e sotto la media Ocse) per iscritti alle università.

via Roars

Rispetto alle parole di Grasso, prosegue Roars, i dati forniti dall’ex magistrato sono verosimili, anche se il probabile aumento del numero di iscritti alle università in seguito all’abolizione delle tasse universitarie potrebbe richiedere più di 1,6 miliardi in un sistema già sottofinanziato: “Da questo punto di vista, l’abolizione delle tasse dovrebbe essere accompagnata da un adeguato rifinanziamento degli atenei”.

Sempre secondo l'Ocse, "nel 2014, la spesa pubblica complessiva per l’istruzione dal ciclo primario d’istruzione al terziario (cioè quella universitaria) ammontava al 7,1% della spesa totale delle amministrazioni pubbliche per l’insieme dei servizi, la più bassa tra i Paesi dell’OCSE e i Paesi partner”.

La soluzione prospettata è stata definita dal ministro dello Sviluppo Economico, Carlo Calenda, intervistato su Radio Capital da Massimo Giannini ed Edoardo Buffoni, “una proposta trumpiana, un supporto alla parte più ricca del Paese, perché gli studenti meno abbienti sono già esentati dalle tasse".

Su Twitter c'è stato poi uno scambio tra Calenda e Grasso. Il presidente del Senato ha paragonato la sua proposta all'istituzione del Servizio Sanitario Nazionale immaginando l'esenzione delle tasse universitarie come una modalità per estendere a tutti l'accesso all'università.

Il ministro dello Sviluppo Economico ha replicato sostenendo che l'università non rientra come la scuola dell'obbligo e la sanità tra i servizi di welfare universale.

Le parole di Calenda hanno riecheggiato quanto sostenuto in un’intervista su Repubblica dal politologo Giliberto Capano, esperto di sistemi universitari, secondo il quale l’abolizione delle tasse universitarie non porterebbe a un sistema più equo perché favorirebbe «i ceti medio-alti, che sono quelli che in maggioranza fanno l’università» e non è dimostrato che l’università gratuita aumenterebbe il numero degli iscritti «perché la propensione a fare l'università dipende ancora oggi in Italia dal contesto socio-culturale ed economico della famiglia di provenienza e dalla capacità di mantenersi agli studi (costo della vita, libri...)». In altre parole, sostiene Capano, frequentare l’università dipende più dal contesto socio-culturale ed economico delle famiglie di provenienza che dal costo delle tasse universitarie e, proseguendo il suo ragionamento, bisognerebbe investire in agevolazioni per quelle famiglie che non sono in grado sostenere economicamente gli studi dei figli. Cosa che lo Stato già fa. Nell’ultima legge di stabilità il governo Gentiloni, ricostruisce Il Post, “ha introdotto l’esonero totale dalle tasse universitarie per gli studenti che provengono da famiglie con redditi bassi”.

Si tratta della cosiddetta "no tax area", prevista dalla manovra finanziaria del 2017, in base alla quale tutti i nuovi iscritti con un Isee (indicatore di reddito e patrimonio familiare, una serie di parametri che contribuiscono a definire la condizione economica del nucleo familiare di uno studente) inferiore ai 13mila euro non avrebbero dovuto pagare tasse e chi superava questa soglia ma con un indicatore al di sotto dei 30mila euro avrebbe pagato al massimo 1100 euro. Una misura che avrebbe riguardato secondo le stime del governo più di 650mila studenti.

Secondo uno studio del Sole 24 Ore, su dati Inps, ministero dell’Università e della Ricerca e forniti dagli Atenei, nell’anno 2017-18 quasi 600mila studenti (un terzo della popolazione universitaria) hanno goduto dell’esenzione del pagamento delle tasse, riconosciuto a chi ha determinati requisiti di reddito e di merito. Per aver diritto all'esonero totale è necessario, infatti, essere iscritti non oltre il primo anno fuori corso e aver maturato un numero minimo di crediti. La soglia per aver diritto all’esonero oscilla dai 13mila ai 15 mila euro, a seconda degli atenei.

via Il Sole 24 Ore

Sempre nell’articolo del Sole 24 Ore, i prorettori dell’università Statale di Milano, Giuseppe De Luca, e dell’università di Firenze, Vittoria Perrone Compagni, hanno sottolineato che l’esonero della tasse ha portato a un aumento delle iscrizioni, smentendo di fatto quanto sostenuto da Capano su Repubblica: «Registriamo una crescita del 5% delle matricole ed è prevedibile che l’esonero dalle tasse possa attrarre anche giovani che dopo il diploma non si sono iscritti subito», ha commentato De Luca.

La responsabile scuola di Sinistra Italiana, Claudia Pratelli, ha spiegato su Huffington Post che la proposta di Grasso non è estemporanea ma è il frutto di uno “studio e una proposta sul tema, discussa anche nella conferenza programmatica di Liberi e Uguali del 16 dicembre a Roma”. L’abolizione delle tasse universitarie sarebbe sostenibile attraverso una revisione delle tasse regionali di diritto allo studio e della fiscalità in generale.

La sostenibilità del percorso universitario è, però, una questione più complessa non circoscritta solo al costo delle tasse universitarie, ma che riguarda anche le forme di sostegno allo studio che ogni Stato prevede.

Lo scorso ottobre Eurydice – la rete istituzionale europea, nata nel 1980 su iniziativa della Commissione europea, che raccoglie, aggiorna, analizza e diffonde informazioni sulle politiche, la struttura e l’organizzazione dei sistemi educativi europei ­ – ha pubblicato un rapporto sui sistemi di tassazione e di supporto finanziario agli studenti in Europa. Sono presentate nel dettaglio informazioni su tasse, forme di sostegno (borse di studio, prestiti e altri benefit alle famiglie) di 42 paesi europei.

Secondo lo studio l’Italia è tra i paesi con le percentuali più alte di studenti che pagano le tasse (poco più del 90%), il più basso numero di borse di studio erogate (il 9% riesce ad averne diritto) e con le tasse universitarie più alte, tra i mille e i 3mila euro l'anno. I dati si riferiscono al periodo 2016/2017 e probabilmente, scrive Alessia Tripodi su Il Sole 24 Ore, “non registrano per il nostro paese gli effetti della "no tax area".

Cosa dice il rapporto Eurydice

Il rapporto mette a confronto i sistemi di tassazione universitaria e di sostegno agli studenti di 42 paesi europei. I due aspetti non possono essere isolati, si legge nello studio, perché “le tasse e le forme di sussidio svolgono un ruolo importante nel sostenere (o scoraggiare) l’accesso all’istruzione universitaria e possono avere un impatto sui tassi di avanzamento o completamento degli studi”.

Gli Stati presi in considerazione da Eurydice differiscono significativamente per livello di spesa pubblica destinata all’università, per tipologia di contributi richiesti alle famiglie e agli studenti e interventi per sostenere gli studi. Ci sono diverse combinazioni di tasse e sussidi, sotto forma di borse di studio e prestiti. Il Regno Unito (Inghilterra, Galles e Irlanda del Nord), ad esempio, non prevede borse ma prestiti per affrontare il percorso universitario che gli studenti dovranno cominciare a restituire una volta ottenuto un lavoro. Tutti e 42 i sistemi prevedono almeno un meccanismo di sostegno diretto e metà di essi combinano supporti indiretti (agevolazioni alle famiglie e prestiti).

Dove è previsto il pagamento delle tasse d’iscrizione e frequenza, variano le forme di agevolazione alla famiglie, ci sono esenzioni per merito o per particolari condizioni economiche oppure ci sono altre forme di incentivo. Varia anche la tipologia di chi deve pagare le tasse, in alcuni paesi le pagano solo gli studenti part-time (ai quali è concesso di spalmare il corso di studio in più anni rispetto a quelli previsti con una riduzione delle tasse universitarie in proporzione alla durata concordata del percorso universitario), in altri tutti (sia part-time che full-time). In alcuni Stati possono dipendere dall’ambito di studi (Bulgaria, Estonia, Spagna, Portogallo e Romania), dal numero di crediti universitari conseguiti anno per anno (Belgio), dal costo reale del corso universitario o dal reddito futuro previsto per i singoli laureati.

Incrociando i diversi sistemi dei 42 paesi europei analizzati, il rapporto individua 4 tipi di approccio:

 

A) Bassa percentuale di studenti che pagano le tasse e alto numero di sostegno allo studio universitario. Danimarca, Malta, Svezia Finlandia e Scozia adottano questo approccio. In questi paesi, il bilancio pubblico copre le tasse universitarie, pagate da nessuno o pochi studenti. La maggior parte di loro riceve sovvenzioni, in proporzione alla situazione socio-economica individuale, riuscendo a raggiungere una condizione di indipendenza economica.

B) Tasse e sovvenzioni basse. Questa tipologia raggruppa quei paesi (Repubblica ceca, Germania, Estonia, Cipro, Polonia, Slovenia e Slovacchia) che non prevedono tasse d’iscrizione (o inferiori a 100 euro) se non per gli studenti che non riescono a sostenere un numero minimo di esami per ciascun anno universitario. Solo un quarto della popolazione studentesca totale, però, riceve forme di sostegno allo studio: i criteri restrittivi di distribuzione delle borse di studio rendono gli studenti dipendenti dalle proprie famiglie.

C) Tasse pagate dalla maggior parte degli studenti e basso numero di borse di studio. Gran parte dei paesi di questo gruppo generalmente segue una politica a pagamento. In linea di principio, tutti gli studenti pagano le tasse, con qualche eccezione: nel Belgio francofono, in Francia, in Spagna, in Irlanda e in Italia, alcuni studenti economicamente svantaggiati sono esonerati dal pagamento delle tasse e possono anche beneficiare di sovvenzioni basate sulle necessità economiche. In Croazia e, dall'anno accademico 2017-2018, in Montenegro, gli immatricolati ​​non pagano tasse nel primo anno di studio, ma se non raggiungono un numero di crediti universitari sufficiente pagano le tasse a partire dall'anno accademico successivo. Nella maggior parte dei paesi di questo gruppo, meno di un terzo degli studenti ottiene sussidi basati sulla necessità. La scarsa disponibilità di borse tende a rendere gli studenti dipendenti dal sostegno finanziario familiare o dall’esigenza di trovare un lavoro durante l’università, rischiando di dilatare il percorso universitario. Con il 90,2% di studenti che pagano le tasse e il 9,4% di coloro che beneficiano di borse di studio, l’Italia è inserita (insieme a Bulgaria, Bosnia, Macedonia, Serbia e Svizzera) nel quadrante più piccolo di questo gruppo, combinando l’elevata percentuale di popolazione studentesca soggetta al pagamento dell’iscrizione e basso numero di forme di sostegno allo studio.

D) Alta percentuale di contribuenti e di beneficiari. Lussemburgo, Inghilterra, Galles e Irlanda del Nord sono gli Stati inclusi in questo quadrante. Tutti gli studenti pagano tasse (a volte alte) e la maggioranza riceve sovvenzioni. In Lussemburgo, quasi tutti gli studenti ricevono una borsa di studio di base e forme di sostegno aggiuntive (borse di studio, prestiti o una combinazione delle due).

Le tasse universitarie

Andando nel dettaglio, in 13 dei 42 sistemi universitari (tra cui l’Italia) tutti gli studenti (sia a tempo pieno che part-time) pagano le tasse. In Germania, Grecia, Finlandia, Svezia e Norvegia, né gli studenti di primo ciclo a tempo pieno né quelli a tempo parziale pagano le tasse. Al contrario, in Bulgaria, Lussemburgo, Paesi Bassi, Portogallo, Regno Unito (Inghilterra, Galles e Irlanda del Nord), Svizzera, Macedonia e Islanda, tutti gli studenti pagano le tasse. In Belgio, Francia, Islanda, Montenegro, Serbia e Turchia esiste solo la figura dello studente a tempo pieno, mentre in Danimarca, Estonia, Croazia, Malta, Polonia, Slovacchia e Slovenia, pagano le tasse solo gli studenti a tempo parziale.

 

Nella Repubblica Ceca, in Austria e Slovacchia non ci sono tasse (o se ci sono, non superano i 100 euro annui) per la maggior parte degli studenti che studiano a tempo pieno, tranne che per coloro che vanno fuori corso. Cinque Länder tedeschi seguono questo tipo di approccio, ma nessuna università ha applicato effettivamente il regolamento finora. In Estonia, Croazia, Polonia e Montenegro, il pagamento delle tasse è legato alle “prestazioni” universitarie, mentre in Slovacchia s’inizia a pagare dal secondo anno in poi.

 

Le tasse più alte (più di 10mila euro) sono a carico degli studenti dell’Inghilterra. In otto paesi, le tariffe vanno dai mille ai 3mila euro. È questo il caso di Italia, Irlanda, Spagna, Paesi Bassi, Portogallo, Svizzera e Liechtenstein, tutti Stati in cui la maggior parte degli studenti paga le tasse. In quindici sistemi universitari gli studenti pagano tra i 100 e i mille euro, mentre in Repubblica Ceca, Polonia, Slovenia e Slovacchia, il contributo non supera i 100 euro.

In Bulgaria, Estonia, Spagna, Portogallo e Romania variano a seconda del campo di studi, mentre per la comunità fiamminga in Belgio sono associate al numero di crediti universitari conseguiti. In Belgio (Comunità francese), Irlanda, Spagna, Francia e Italia le condizioni socio-economiche sono il requisito per essere esentati dal pagamento dalle tasse. In questi stessi paesi, gli studenti che ricevono un sussidio per la loro condizione economica non pagano nulla.

Le forme di sostegno allo studio

Tutti i paesi europei offrono almeno un tipo di sostegno diretto (una sovvenzione o un prestito) agli studenti a tempo pieno.

 

Nella maggior parte dei sistemi esistono sia sovvenzioni che prestiti, non collegati tra di loro: si tratta di procedure separate e gli studenti devono partecipare a bandi differenti. Fanno eccezione la Germania, il Lussemburgo, la Svizzera, il Liechtenstein e la Norvegia, dove gli studenti possono accedere a un pacchetto di sovvenzioni, potendo combinare borse di studio e prestito in base al proprio reddito o della propria famiglia. Gli importi sono determinati sulla base delle condizioni economiche. In Italia, Spagna, Croazia, Romania, Bosnia e Macedonia, le borse di studio dirette sono l’unica forma di supporto agli studenti disponibile. Nella maggior parte dei paesi le sovvenzioni sono destinate ai solo studenti a tempo pieno. Fanno eccezione, prevedendo borse anche per gli iscritti a tempo parziale, Lituania, Polonia, Portogallo, Svezia e Norvegia.

Fino ad ora l’Islanda era l’unico paese europeo a non prevedere borse di studio nel proprio sistema universitario, ma dopo un lungo periodo di discussioni, potrebbe essere approvata una riforma che introduca forme di sovvenzionamento. Percorso inverso per l’Inghilterra, che, a partire dal 2016-2017, ha sostituito l’assegno di mantenimento con un prestito di mantenimento. I Paesi Bassi, che adottavano forme di sostegno quasi universali per tutti gli studenti, dall’anno accademico 2015-2016 hanno optato per un sistema che preveda sovvenzioni per target specifici di iscritti in base alle condizioni economiche.

 

Gli studenti dei paesi scandinavi (Danimarca, Finlandia, Svezia e Norvegia), Lussemburgo e Malta beneficiano di sovvenzioni universali (cioè non ci sono contributi per figure specifiche, in base al reddito, alle condizioni patrimoniali e socio-economiche). In questi paesi, tutti (o la maggior parte degli studenti residenti) ricevono una sovvenzione in rate settimanali o mensili durante la loro carriera accademica. In Danimarca, Finlandia e Norvegia, chi ha un’altra fonte di reddito, superiore a un determinato importo (mensile o annuale), ha diritto a sovvenzioni ridotte o è escluso dalla possibilità di beneficiare di sovvenzioni. Sempre in Norvegia, tutti gli studenti possono avere accesso a un prestito, il cui 40% in prestito può essere convertito in una borsa di studio se superano tutti gli esami e non vivono con i genitori. Circa il 49% degli studenti a tempo pieno ha ottenuto una borsa di studio nel 2016/17.

La maggior parte dei sistemi ha l’obiettivo di sostenere finanziariamente i percorsi universitari di chi non ha risorse offrendo forme di sostegno in base alle condizioni socio-economiche. Il criterio più frequente è il reddito familiare, lo stato di occupazione, il livello di istruzione dei genitori (Ungheria), la presenza di bisogni educativi speciali (Bulgaria e Romani), i casi in cui gli studenti hanno figli a carico. Sette paesi (Bulgaria, Grecia, Irlanda, Francia, Italia, Cipro e Austria) prevedono forme di sostegno fondate su una combinazione di criteri basati su bisogni e merito. Spesso queste sovvenzioni puntano a premiare chi ottiene risultati universitari migliori dando priorità a chi è in condizioni economiche svantaggiate.

Quattordici sistemi educativi (Bulgaria, Repubblica Ceca, Germania, Estonia, Croazia, Lettonia, Lituania, Ungheria, Polonia, Portogallo, Romania, Slovenia, Slovacchia, Bosnia-Erzegovina, Macedonia, Montenegro, Serbia e Turchia) offrono specifiche borse di studio per percorsi accademici “eccellenti”. In Bosnia-Erzegovina, Montenegro e Serbia, gli studenti possono ottenere contributi solo sulla base del merito accademico. In Lettonia queste sovvenzioni sono previste solo per corsi di laurea specifici, in particolare scienza e ingegneria. In generale le borse basate sul merito non sono assegnate a più di un quinto della popolazione studentesca.

 

In Danimarca, Svezia, Finlandia e Scozia (che prevedono, come detto, forme di sostegno universali) oltre due terzi degli studenti riceve sovvenzioni. Al contrario, in Bulgaria, Repubblica Ceca, Croazia, Italia, Cipro, Lituania, Romania e Svizzera (che prevedono contributi basati sulle condizioni economiche o su un sistema misto che premia risultati universitari e cerca di sostenere il bisogno economico), gli studenti che beneficiano di borse di studio sono meno del 10% del totale degli iscritti.

 

Nella maggior parte dei casi gli importi dei sovvenzionamenti per lo studio vanno dai mille (in 11 paesi) ai 5000 euro (Germania, Galles e Svizzera). In 17 Stati le borse sono tra i mille e i 3mila euro, in sei (tra cui l’Italia), tra i 3mila e i 5mila. La Norvegia sta gradualmente aumentando il sostegno agli studenti (attraverso borse e prestiti) per far sì che dal 2020 possano concentrarsi a tempo pieno negli studi.

Ventinove Stati prevedono prestiti per finanziare gli studi che gli studenti dovranno poi restituire una volta laureati. Le condizioni cambiano da paese a paese. La maggior parte chiede di iniziare a restituire il prestito (a volte con un tasso dell’1 o 2%) entro due anni dalla laurea. Le eccezioni sono costituite dalla Serbia (i rimborsi iniziano immediatamente dopo la laurea), l'Ungheria (quattro mesi dopo la laurea), la Svezia (sei mesi dopo il diploma), la Norvegia (sette mesi dopo la laurea) e la Germania (quattro anni dopo la laurea). Nel Regno Unito (Inghilterra, Galles e Irlanda del Nord), il rimborso del prestito inizia quando il laureato ottiene un impiego che paga sopra una "soglia di rimborso".

Fatta eccezione per l’Inghilterra (dove il 92% degli studenti ne ha fatto ricorso), nei 15 sistemi universitari che lo prevedono, solo poco più del 5% degli studenti accetta prestiti.

 

La metà dei sistemi di istruzione prevede, infine, forme di sostegnoo indiretto, per lo più assegni familiari e agevolazioni fiscali alle famiglie. Ciò, sottolinea il rapporto, indica differenze culturali significative nei sistemi di supporto nazionali tra paesi che considerano gli studenti come membri di una famiglia (e che prevedono incentivi alle famiglie) e altri che puntano a renderli soggetti economicamente indipendenti.

In tredici Stati sono disponibili sia agevolazioni fiscali che assegni familiari, generalmente legati alla nazionalità, alla residenza, all’età e alle condizioni finanziarie. In Estonia, Irlanda, Grecia, Italia, Lettonia, Malta e Slovenia, i genitori degli studenti possono ottenere solo agevolazioni fiscali mentre in Lussemburgo sono possibili solo assegni familiari.

Conclusioni

Anche se i recenti provvedimenti sulla "no tax area" miglioreranno le condizioni di accesso all'istruzione universitaria, guardando le esperienze degli altri Stati, l'Italia è ancora tra i paesi peggiori d'Europa per tasse universitarie e fondi destinati alle borse di studio. Con tasse universitarie che oscillano tra i mille e i 3mila euro l'anno, pagate dal 90% della popolazione studentesca e il basso numero di borse erogate (solo 9 studenti su 100 riescono ad averne diritto), il nostro paese è stato inserito da Eurydice in quello che Roars ha definito "l'Inferno degli studenti universitari", dove l'università si paga e la devono pagare tutti. Con la "no tax area", che prevede l'esenzione totale per quelle famiglie che hanno un indicatore patrimoniale non superiore ai 13mila euro (per alcune università, 15mila), la percentuale di studenti chiamati a pagare l'istruzione universitaria scende dal 90% a un presumibile 66%. Di questo, un ulteriore 33% potrebbe usufruire di una riduzione delle tasse, ancora poco rispetto a un'esenzione che riguardi quasi tutti, anche i cosiddetti ceti medi e non solo quelli medio-bassi, considerato che tra i costi universitari rientrano anche quelli relativi, ad esempio, alla didattica e all'alloggio.

Ovviamente l'esperienza di ogni paese va valutata rispetto al relativo contesto sociale ed economico (quanti fondi vengono destinati all'istruzione, all'università e alla ricerca? Come funziona il sistema di welfare? Quali sono le misure adottate per rendere sostenibile l'abolizione delle tasse e il finanziamento di borse di studio?), ma siamo ancora lontani da esperienze come quella norvegese, che sta incrementando il sostegno agli studenti in modo che entro il 2020 possano concentrarsi a tempo pieno negli studi, o di quegli Stati che adottano sovvenzioni universali (estese cioè a tutti e non a figure specifiche, in base al reddito, alle condizioni patrimoniali e socio-economiche) per mettere gli studenti in condizione di indipendenza economica. Quella di Grasso è una delle soluzioni in campo, le sue parole hanno avuto sicuramente il merito di porre l'attenzione sul diritto allo studio e sulle condizioni del fare l'università in Italia e all'estero.

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Algoritmi, intelligenza artificiale, profilazione dei dati: cosa rischiamo davvero come cittadini?

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Algoritmi tra identità e identificazione

Un algoritmo non è altro che un “procedimento che risolve un determinato problema attraverso un numero finito di passi elementari. Il termine deriva dalla trascrizione latina del nome del matematico persiano al-Khwarizmi, che è considerato uno dei primi autori ad aver fatto riferimento a questo concetto” (Wikipedia). La traduzione di un “algoritmo” in un linguaggio di programmazione consente di risolvere il problema tramite un computer. Così spesso tendiamo a riferirci, con detto termine, al codice che viene elaborato dal calcolatore.

Gli algoritmi, intesi in tal senso, sono il pilastro dell’economia basata sui dati, quella che tende a capitalizzare le informazioni degli utenti-cittadini, al fine di fornire servizi e prodotti agli utenti stessi, e quindi ottenere un profitto.

La necessità economica è, perciò, il motivo primario per l’uso di tecnologie basate sugli algoritmi. Queste tecnologie consentono, infatti, di fornire servizi personalizzati, e quindi a valore aggiunto: servizi migliori per il cittadino e risparmi per la comunità intera. Il tutto tramite procedure di identificazione degli individui.

Leggi anche >> I nostri dati: il petrolio dell’economia digitale

L’identificazione è qualcosa di diverso dall'identità. L’identità è il risultato di un processo personale di sviluppo attraverso anni di interazioni con altri individui. Ed è qualcosa di estremamente complesso. Potremmo definirla come una formazione di diversi strati. L’identificazione, invece, è un processo col quale, attraverso l’utilizzo di vari elementi, si procede al riconoscimento o alla classificazione di un individuo. L’identificazione si ferma solo ad uno, o a pochi, degli strati che compongono l’identità, così riducendo un complesso individuo in una forma monodimensionale. E questo è di per sé un problema.

Il processo di identificazione può richiedere, a seconda dei casi, un diverso grado di precisione. Ad esempio, per un acquisto online è indispensabile che il grado di precisione sia estremamente elevato. In molti casi, per una precisione accurata, si fa ricorso all’autenticazione, che richiede la partecipazione di una terza parte alla quale è affidata tale compito (es. firma digitale, eidas, SPID).

Per l’economia dei dati, però, non si richiede un tale livello di precisione. In genere le aziende del web non identificano fisicamente l’utente, ma si limitano semplicemente a classificarlo, cioè inserirlo in determinate categorie utili per l’invio di pubblicità personalizzate.

Intelligenza Artificiale e profilazione

La quantità di informazioni personali che, più o meno consapevolmente, diffondiamo ogni giorno è tale da poter alimentare gli “algoritmi” delle aziende del web, non solo quelle più conosciute, come Amazon, Google, Facebook e Apple, ma anche i Data Broker.
I Data Broker sono aziende che accumulano dati da numerosi fonti (anche offline) e li trattano correlandoli tra loro al fine di estrapolare nuovi dati. Con “Big Data” non si definisce tanto un grande insieme di dati quanto piuttosto l’operazione di trattamento automatizzato al fine di estrapolare nuove informazioni. L’applicazione classica dell’elaborazione algoritmica dei dati è la profilazione degli utenti al fine di inviare loro pubblicità personalizzata (targeted advertising).

È importante tenere presente che un individuo è identificabile in base alla sue relazioni, ma non è necessario conoscerne il nome (anche perché il nome legale, per la sua ambiguità, è un pessimo identificatore) o la locazione. Talvolta anche una serie di informazioni anonime (o anonimizzate) sono sufficienti per identificare, con maggiore o minore precisione, un individuo.

I Data Broker accumulano, quindi, informazioni da numerose fonti per estrarne correlazioni, cedendo poi i data base ricavati a terze parti (Aviva prevede i rischi per la salute individuale, come diabete, cancro, pressione alta e depressione, in base ai dati di consumo tradizionalmente utilizzati per il marketing acquistati da un data broker). Anche se spesso i dati sono anonimizzati, aziende come Acxiom, Experian, Datalogix, e tante altre sconosciute al grande pubblico, sanno di noi praticamente tutto, probabilmente più delle aziende del web (che generalmente si limitano all'accumulazione di dati dal web – ma Facebook acquisisce dati anche da altre aziende –). Questo perché sono in grado di unificare banche dati telefoniche, relative al credito, alle proprietà, alla localizzazione, alle vendite al dettaglio, alla navigazione online, ecc…, in un unico flusso digitale.

Per ulteriori informazioni sulla sorveglianza aziendali leggi il rapporto di CrackedLabs

Il termine “intelligenza artificiale” evoca ambientazioni fantascientifiche, con robot senzienti in grado di comprendere il linguaggio umano e di agire di conseguenza. Nella realtà una AI (Artificial intelligence) è un software complesso, programmato per prendere specifiche decisioni sulla base degli input ricevuti. Oggi, software di questo tipo non si limitano solo a giocare e vincere contro esseri umani (DeepMind di Google), ma determinano l’approvazione di un credito (Lenddo è una startup che utilizza i dati provenienti dai social media per valutare l’affidabilità finanziaria), offrono consulenza in materia assicurativa, guidano le auto, assistono clienti in procedure ripetitive, e prevedono le abitudini di acquisto. I processi decisionali sono sempre più automatizzati, e tali decisioni algoritmiche sono utilizzate in tutti i campi, anche nel settore pubblico, sanità e prevenzione dei reati, ad esempio.

AI, quindi, non è solo il machine learning, con computer che imparano gradualmente a riconoscere cose per poi elaborarle in modi sempre più complessi, ma anche l’elaborazione del linguaggio naturale, con il computer che impara a “sentire”; il riconoscimento delle immagini, con il computer che impara a “vedere”. I nostri stessi smartphone contengono sofisticati algoritmi di “intelligenza artificiale”, come Google Assistant, oppure Siri, o anche Alexa integrato nei dispositivi Amazon e Cortana in quelli Microsoft.

L’intelligenza artificiale è, quindi, un sistema decisionale, in base al quale si ottiene un risultato (decisione) sulla scorta degli input (dati) che alimentano l’algoritmo. Amazon, ad esempio, già utilizza l’AI per determinare le preferenze dei consumatori e suggerire prodotti agli acquirenti, ma anche per ottimizzare l'organizzazione dei magazzini. AI non è solo l’interfaccia parlante di Alexa, che sembra capire più o meno correttamente cosa gli diciamo ed agire di conseguenza, ma è molto di più e nello stesso tempo l’AI è anche qualcosa di molto più semplice, già presente da tempo nelle nostre vite.

La versione "invisibile" di reCaptcha di Google distingue tra esseri umani e bot.

Il termine utilizzato per descrivere l’approccio degli algoritmi per ricavare informazioni da dati raccolti in vario modo è Data Mining. Ogni qualvolta usiamo un computer, uno smartphone, un dispositivo connesso alla rete Internet, dei dati vengono raccolti, registrati, inviati a qualcuno per essere integrati in un vasto insieme di dati. Questo data base viene, appunto, algoritmicamente scansionato per estrarre (mining) correlazioni dai dati, al fine di ricavare dei modelli. Ad esempio per prevedere futuri acquisti.

E se la raccolta dei dati iniziali è generalmente soggetta a consenso (o comunque trova la sua legittimità in una base giuridica), i dati inferiti dalle correlazioni tra i dati iniziali non lo sono. Cioè, l’utente non ha la possibilità di sapere quali sono le informazioni che vengono estrapolate a seguito della correlazione. In realtà la stessa azienda che estrapola i dati spesso non è in grado di sapere esattamente quali dati verranno fuori dall'algoritmo, e in particolare non ha contezza dell’utilità di tali dati. Una particolarità del data mining sta proprio nel fatto che non è un’operazione limitata da una finalità specifica che finirebbe soltanto per limitare l’uso del data base di informazioni.

Il prodotto finale del data mining è la classificazione degli utenti, quella che normalmente definiamo come profilazione. Un profilo, infatti, non è altro che una lista di categorie determinate estrapolando informazioni dai dati raccolti con riferimento ad un individuo. In base al comportamento di tale individuo, a ciò che fa online, ma anche nella vita reale, si determinano delle categorie nelle quali egli può essere inscritto.

Ad esempio, gli “argomenti” di classificazione di Google li potete trovare (e gestire) nella pagina di impostazione degli annunci (https://myaccount.google.com/ → Impostazione annunci → Gestisci impostazione annunci).

Lo scopo della profilazione è l’inserimento di un individuo dentro determinate categorie che rappresentano una decisione. Le categorie, poi, possono essere combinate per realizzare un index score, ed eventualmente arricchite con dati demografici. Questo è un esempio di "identificazione".

Il problema non sta nella profilazione in sé, quanto piuttosto nel fatto che la classificazione è del tutto indipendente dalla volontà dell’individuo. Una persona può essere classificata come "maschio” o “femmina” (o entrambi in percentuale) in maniera del tutto indipendente da cosa egli è realmente.
Un “maschio” potrebbe tranquillamente essere classificato come “femmina” perché si rapporta con determinati siti allo stesso modo di altre femmine, e tale individuo non può in alcun modo modificare tale classificazione, essendo una classificazione interna, ad uso “marketing”, dell’azienda. All'azienda (Google, Facebook, ecc...) non interessa realmente come è un individuo, ma come si comporta e soprattutto come si rapporta con determinati siti.

Ad esempio, se cerchiamo il nostro nome e cognome sul motore di ricerca Google, quasi certamente otteniamo, a fine pagina di ricerca, la frase “Alcuni risultati possono essere stati rimossi nell'ambito della normativa europea sulla protezione dei dati”. Se invece cerchiamo “Rihanna”, tale frase non è presente. Perché?
Questo dipende dalla classificazione interna di Google per adempiere alla sentenza della Corte di Giustizia europea sul diritto all'oblio. Google ha algoritmicamente classificato tutte le persone in “famose” o “non famose”, laddove solo le seconde possono chiedere l'applicazione del diritto in questione (e ottengono la frase riportata sopra). Si tratta, però, di una classificazione interna di Google, algoritmicamente ricavata, e non modificabile da noi.

Chiaramente ogni forma di classificazione può portare anche ad errori. Se il computer di un utente viene usato da più persone (padre e figli), l’algoritmo tende a credere che la persona sia una sola. In ogni caso, la classificazione in base ad algoritmi non riscontra l’individuo effettivo come si estrinseca nella vita reale, quanto piuttosto un suo “doppio” virtuale, che può essere “maschio” ma anche “femmina”, “famoso” o “non famoso”, “giovane” o “vecchio”, con un disallineamento tra la vita reale e la vita basata sui dati (vita online o virtuale).

La profilazione è, quindi, un procedimento complesso, che non sempre consente l’identificazione fisica dell’individuo, anzi spesso non è assolutamente quello lo scopo. L’identificazione fisica è, invece, un obiettivo dei governi, nel momento in cui cercano di realizzare profili dei cittadini dai quali estrarre possibili pattern comportamentali, al fine di prevedere possibilità future di delinquere. Non è invece una finalità specifica delle aziende. Molte aziende, infatti, si limitano a classificazioni di persone per categorie, in modo da indirizzare le pubblicità degli inserzionisti.

Per capire meglio, una ricerca (query) in un database potrebbe dare come risultato l'identificazione di 'tutte le persone con un reddito alto che abitano in un determinato quartiere e che hanno almeno un autoveicolo di proprietà'. In tal modo si restringe il numero di individui ai quali inviare una certa pubblicità od offerta commerciale, massimizzandone il risultato.

A ciò occorre aggiungere anche che attualmente la veicolazione delle informazioni, in una cultura ostile all’idea di pagare per le notizie, è strettamente legata alla pubblicità, e quindi pure l’editoria deve necessariamente occuparsi di profilare i propri utenti.

E questo può avere delle applicazioni in moltissimi campi. Ad esempio, LexisNexis Risk Solutions, un data broker, fornisce un punteggio di salute calcolando i rischi e i costi sanitari sulla base dei dati di consumo, comprese le attività di acquisto.

Leggi anche >> Il capitalismo della sorveglianza

Discriminazioni e pregiudizi (bias)

Ma se la profilazione a fini pubblicitari tratta i cittadini-utenti solo per categorie, esiste comunque un rischio per i loro diritti?

L’intelligenza artificiale viene utilizzata per prendere sempre più decisioni in un numero sempre maggiore di campi, come ad esempio per determinare l’idoneità al credito, per stipulare contratti assicurativi, e così via. Capita che tali decisioni siano sbagliate. In genere si discute delle problematiche di tali tecnologie quasi esclusivamente come questioni tecniche.

Nel famoso video del 2009, HP Computers are racist, si sostenne che il software di rilevamento del volto non fosse in grado di seguire una persona di colore. L’azienda (qui la spiegazione), dopo aver analizzato il problema, chiarì che non era un problema “razziale”, ma semplicemente una questione di insufficiente illuminazione dello sfondo che determinava problemi di contrasto. Secondo HP il software aveva difficoltà a “vedere” persone di pelle scura.
In realtà un software non “vede”, ma umanizzando il software HP nascondeva il vero problema, e cioè che il software di fatto determinava, ovviamente non intenzionalmente, uno svantaggio per le persone di pelle scura. In sostanza non era “neutrale”. Quello che per l’azienda era un problema meramente “tecnico”, poteva però avere delle implicazioni nella vita reale sotto forma di discriminazione sociale.

Le forme di discriminazione ipotizzabili sono molte. Certe polizze assicurative potrebbero essere limitate in base al colore della pelle, al luogo in cui si vive; le migliori condizioni per le carte di credito potrebbero essere offerte solo a determinare persone e non ad altre; un negozio online potrebbe mostrare prezzi diversi per gli stessi prodotti in base alle caratteristiche individuali; un giornale online potrebbe mostrare titoli diversi a seconda delle persone (il Washington Post usa versioni diverse dei titoli degli articoli per testare quale variante ha prestazioni migliori); un prestito potrebbe essere rifiutato perché si hanno amici poveri sui social (Facebook ha depositato un brevetto per la valutazione del credito in base al rating degli amici sul social), e così via.

Una persona appartenente a una minoranza finirebbe per essere discriminata non tanto perché un impiegato di banca gli rifiuta un prestito, quanto perché l’offerta del credito non gli viene proprio fornita dal sistema che è alimentato da modelli discriminatori, che sono tali perché realizzati da persone che vivono in una società intrisa di preconcetti (bias), preconcetti che quindi replicano nei loro modelli.

Peter Haas e i bias degli algoritmi (spiegazione: tutte le foto dei lupi erano state scattate con la neve bianca sullo sfondo a differenza di quelle dei cani, così il computer aveva semplicemente imparato a identificare la neve, non i lupi)

Lo scorso autunno un professore dell’università della Virginia nota che un sistema algoritmico produceva risultati “sessisti”, associando alle donne immagini di cucina e così via. Per questo motivo ha analizzato gli input forniti alla macchina, verificando che due collezioni di immagini, tra cui una supportata da Microsoft e Facebook, presentava una distorsione di genere nella raffigurazione di attività come la cucina e lo sport: mentre le immagini di cucina, shopping e lavaggio erano associate a donne, quelle di sport erano legate ad uomini. Il software di apprendimento automatico in fondo non faceva altro che il suo lavoro: apprendeva. Erano gli “insegnanti” che avevano qualche problema.

Un software di apprendimento alimentato con input intrisi di pregiudizio non può che consegnare risultati anche essi intrisi di pregiudizio. Quindi, ad esempio, potremmo avere immagini di “uomini in cucina” che vengono etichettati come “donne”, semplicemente perché al software è stato insegnato che nella realtà in cucina ci sono le donne e non gli uomini.

Ma non solo. L’utilizzo di algoritmi con modelli predittivi è intrinsecamente conservatore, perché fondamentalmente non fanno altro che usare dati del passato per prevedere un comportamento futuro. E in certi campi, un comportamento che devia da quello passato potrebbe addirittura essere indice dell’avvio di un percorso delinquenziale o terroristico.

Data surveillance

Un profilo algoritmico può essere una tecnologia discriminatoria, in quanto tende a differenziare persone e gruppi, e in genere noi non abbiamo consapevolezza né del funzionamento degli algoritmi alla base né dei criteri di input del software. I dati forniti in input potrebbero essere non corretti, oppure incompleti, e non avendo accesso agli stessi non possiamo correggerli o modificarli. Ma, in particolare, il modello tradotto in software potrebbe esacerbare le disparità tra gruppi o individui. Come nel caso del software HP, il cui problema “tecnico” probabilmente derivava dal fatto che nel laboratorio la maggior parte dei dipendenti erano bianchi.

Dal momento che l'apprendimento automatico e l'intelligenza artificiale operano attraverso la raccolta, il filtraggio e quindi l'apprendimento e l'analisi dei dati esistenti, l’algoritmo finirà per replicare i pregiudizi strutturali esistenti a meno che non sia progettato esplicitamente per renderne conto e contrastarli.

E il problema, in fin dei conti, non sembra essere costituito tanto dalla macchina (l’algoritmo) ma dall’essere umano che addestra la macchina. Se si tratta di una persona con pregiudizi, c’è il rischio che tali pregiudizi siano trasmessi all’algoritmo. E l’algoritmo, che è fondamentalmente un sistema di input-output, fornirà immancabilmente risultati (decisioni) discriminatori. Anche se al programmatore sembrerà neutrale, perché non riconosce il proprio come un pregiudizio.

Quella forma di sorveglianza sui dati, che Roger Clarcke definisce Dataveillance, è un monitoraggio che non si estrinseca sugli individui ma solo sui nostri dati, che non ci riguarda come singole persone, ma come aggregati. Non siamo noi i “sorvegliati”, ma i nostri “doppi” digitali, decomposti e ricomposti in un continuo processo di integrazione e disintegrazione dei nostri dati.

I dati che Google (con DoubleClick acquisito nel 2007), Microsoft (con aQuantive) e Yahoo (con Right Media e Blue Lithium) e i tanti Data Broker semisconosciuti trattano da anni, sono in genere cifrati, anonimizzati e per lo più non-identificativi, per cui, secondo le leggi in materia non determinerebbero “rischi” per gli individui. Ma queste informazioni aggregate, anonimizzate e trattate per gruppi sono esattamente le stesse informazioni utilizzate dalle aziende per stabilire chi è “uomo”e chi è “donna”, chi è “progressista” o “conservatore”, e perfino dall’NSA e dalle autorità per stabilire chi è “terrorista”.

Ti serviremo annunci in base alla tua identità, ma ciò non significa che sei identificabile (Erin Egan, responsabile della privacy di Facebook , 2012)

E, mentre i partecipanti al dibattito sulla privacy e le stesse leggi in materia si focalizzano sulla tutela delle persone, e quindi dei dati identificativi, si tralasciano i rischi del trattamento delle informazioni anonimizzate e aggregate che, invece, appaiono essere estremamente importanti, e foriere di discriminazioni sui gruppi e sulle minoranze.

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Tutta la verità sui sacchetti biodegradabili

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Cosa dice la direttiva europea

Quasi tre anni fa, il 29 aprile 2015, il Parlamento europeo ha approvato la direttiva 2015/720. Il testo ne modifica una precedente (94/62/CE), adottata per prevenire o ridurre l’impatto degli imballaggi e dei rifiuti di imballaggio sull’ambiente. Con questo atto, il Parlamento europeo, considerando che “le borse di plastica con uno spessore inferiore a 50 micron («borse di plastica in materiale leggero»), (…) diventano più rapidamente rifiuto e comportano un maggiore rischio di dispersione di rifiuti, a causa del loro peso leggero”, obbliga gli Stati membri ad adottare misure per diminuire in modo significativo il loro utilizzo.

Secondo la direttiva europea per raggiungere questo scopo, gli Stati membri possono prevedere “il mantenimento o l’introduzione di strumenti economici nonché restrizioni alla commercializzazione (…)”. Le misure adottate, si legge ancora nella direttiva, includono l’una o l’altra delle seguente opzioni o entrambe, lasciando libertà di scelta ai singoli paesi:

a) L’adozione di misure che assicureranno un livello di utilizzo annuale non superiore a 90 borse di plastica di materiale leggero per ciascun cittadino entro il 31 dicembre 2019 e a 40 borse di plastica di materiale leggero per persona entro il 31 dicembre 2025 o “obiettivi equivalenti in peso”.

b) L’adozione di strumenti volti ad assicurare che, entro il 31 dicembre 2018, le borse di plastica in materiale leggero non siano fornite gratuitamente nei punti vendita di merci o prodotti, a meno “che non siano attuati altri strumenti di pari efficacia”. Le borse di plastica in materiale ultraleggero (ossia con uno spessore inferiore a 15 micron) possono essere escluse da tali misure.

Entro il 27 novembre 2021, la Commissione europea presenterà poi al Parlamento europeo e al Consiglio una relazione sull’efficacia delle misure adottate dai singoli paesi.

La procedura d’infrazione aperta contro l’Italia

A gennaio del 2017, la Commissione europea apre cinque procedure di infrazione verso l’Italia, tra cui quella per il “mancato recepimento della direttiva 2015/0720/UE (…) per quanto riguarda la riduzione dell’utilizzo di borse di plastica in materiale leggero”.

Il recepimento della direttiva europea da parte dell’Italia

L’Italia recepisce questa direttiva europea tramite la conversione in legge del decreto del 20 giugno 2017 che contiene “disposizioni urgenti per la crescita economica nel Mezzogiorno”. Nel farlo, si modifica il decreto legislativo n.152 del 2006 che tratta di norme in materia ambientale.

Le misure del decreto di questa estate puntano a favorire una riduzione dell’utilizzo di borse di plastica e a informare del loro impatto sull’ambiente tramite campagne di educazione ambientale e di sensibilizzazione dei consumatori.

L’articolo 226-bis, “fatta salva comunque la commercializzazione delle borse di plastica biodegradabili e compostabili", al comma 1 vieta la commercializzazione di quelle di plastica in materiale leggero che non hanno precise caratteristiche stabilite dalla legge, mentre al comma 2 stabilisce che non possono essere distribuite a titolo gratuito: “a tal fine il prezzo di vendita deve risultare dallo scontrino”.

Stefano Bertacchi, su Italia Unita per la scienza, ha spiegato cosa si intende con "plastica biodegradabile" e "compostabile". "Compostabile" significa "in breve che lo dovete buttare nell’umido e che da lì poi andrà in un macchinario chiamato compostatore, dove, insieme agli scarti dell’anguria, delle arance e ai fondi del caffè si trasformerà in compost, utile come fertilizzante. Essenzialmente il materiale sparirà non tanto per magia ma per effetto dell’umidità, della temperatura e dei microrganismi presenti. Quanto ci metterà dipende dalle condizioni, tuttavia il vantaggio di farlo meccanicamente permette di standardizzare il tutto: parliamo di uno o due mesi al massimo in generale".

"Biodegradabile" vuol dire invece "che se fate un bel pic nic e dimenticate i sacchetti sul prato, questo materiale viene comunque assorbito dal suolo, ovvero che i microrganismi (nella maggior parte dei casi batteri) sono in grado di rompere la plastica alle sue molecole base o di far letteralmente sparire questi composti mangiandoseli per la propria crescita. Quanto ci metterà dipende sempre dalle condizioni che in questo caso non sono standardizzate perché sicuramente i batteri di Parco Sempione a Milano sono diversi da quelli di Hyde Park a Londra. E soprattutto dipende dallo spessore dell’oggetto e dipende anche dalla bioplastica biodegradabile stessa, di cui ne esistono diversi tipi ognuna con le proprie caratteristiche, dalle quali dipende anche la degradabilità nelle acque". Bertacchi specifica poi che esistono diverse tipologie di bioplastiche biodegradabili, elencandole e spiegandone le caratteristiche. Un altro articolo utile per approfondire la questione è quello di Luca Foltran su Il Fatto Alimentare.

Con l’articolo successivo, poi — il 226 ter–, si avvia “una progressiva riduzione della commercializzazione delle borse di plastica in materiale ultraleggero (ndr cioè con uno spessore inferiore a 15 micron)” che non hanno precise caratteristiche, certificate da organismi accreditati, come la biodegradabilità e la compostabilità "secondo la norma armonizzata UNI EN 13432:2002". In base alla legge, la riduzione dovrà avvenire tramite questi passaggi:

a)  Dal 1º gennaio 2018, possono essere commercializzate esclusivamente le borse  biodegradabili e compostabili e con un contenuto minimo di materia prima rinnovabile non inferiore al 40%. 
b)  Dal 1º gennaio  2020,  possono essere commercializzate esclusivamente le borse  biodegradabili e compostabili e con un contenuto minimo di materia prima rinnovabile non inferiore al 50%. 
c)  Dal 1º gennaio  2021,  possono essere commercializzate esclusivamente le borse  biodegradabili e compostabili e con un contenuto minimo di materia prima rinnovabile non inferiore al 60%.

Anche in questo caso, le borse di plastica in materiale ultraleggero non possono essere distribuite a titolo gratuito e devono avere il prezzo di vendita nello scontrino.

Gli esercizi commerciali che violeranno la legge saranno puniti con una sanzione amministrativa pecuniaria da 2.500 a 25.000 euro.

Il prezzo dei sacchetti e il costo medio all’anno a famiglia

Nella legge dello scorso agosto non si stabilisce un prezzo dei sacchetti. Il Fatto alimentare scrive che i prezzi rilevati al 2 gennaio — in base ai primi dati diffusi da Assobioplastiche — si attestano prevalentemente su una media di 2 centesimi a busta, ma variano da 1 a 3 centesimi. Come spiegato da Polimerica non si tratta di una tassa, perché “i proventi (…) non finiranno nelle casse del tesoro, ma resteranno ad esercenti e grande distribuzione, a copertura dei maggiori costi dei sacchetti biodegradabili e biobased rispetto a quelli tradizionali”.

L’Osservatorio di Assiobioplastiche ha calcolato inoltre che, stando ai dati dell’analisi Gfk-Eurisko presentati nel 2017, “ipotizzando che ogni spesa comporti l’utilizzo di tre sacchetti per frutta/verdura, il consumo annuo per famiglia dovrebbe attestarsi a 417 sacchetti, per un costo compreso tra 4,17 e 12,51 euro (considerando appunto un minimo rilevato di 0,01 e un massimo di 0,03 euro)”, riporta l’Ansa.

Posso portarmi i sacchetti da casa, riutilizzandoli?

Federdistribuzione — che riunisce le imprese distributive operanti nei settori alimentare e non alimentare — in un comunicato del 3 gennaio ha spiegato che sul tema è intervenuto il Ministero dell’Ambiente precisando “che la vigente disciplina ambientale non prevede il riutilizzo delle borse ultraleggere”. Per motivi igienico sanitari, quindi, si dovrebbe consentire solo l’utilizzo di quelle che sono “integre e conformi, al pari di quelle distribuite nei punti vendita”.

Visto però che, continua Federdistribuzione, il Ministero dello Sviluppo Economico, in una circolare di dicembre scorso, “ha affermato (ndr salvo diverso avviso del Ministero della Salute) anche la possibilità per i consumatori di utilizzare nei punti di vendita sacchetti ultraleggeri ‘già in loro possesso’, risulterebbe, in linea teorica, possibile quest’ultima pratica solo alle seguenti condizioni:

● Utilizzo di sacchetti nuovi e integri.

● Utilizzo di sacchetti conformi a quanto indicato dalla normativa ambientale e igienico sanitaria.

● Utilizzo di sacchetti idonei al contatto con gli alimenti.

● Utilizzo di sacchetti con lo stesso peso dei sacchetti ultraleggeri distribuiti nei negozi dal 1° gennaio 2018, stante l’impossibilità di ritarare le bilance di volta in volta in base al diverso imballaggio del consumatore”.

Il Ministero dell'Ambiente ha poi comunicato di star verificando con il Ministero della Salute «la possibilità di consentire ai consumatori di usare sporte portate da casa in sostituzione dei sacchetti ultraleggeri, convinti come siamo che il miglior rifiuto è sempre quello che non si produce», ha scritto il Sole 24 Ore.

Il 4 gennaio il Ministero della Salute, tramite il segretario generale del dicastero Giuseppe Ruocco, ha annunciato che non esiste la possibilità di riutilizzare i sacchetti per la spesa di frutta e verdura per il rischio di eventuali contaminazioni, ma ha poi aggiunto di non essere contrario "al fatto che il cittadino possa portare i sacchetti da casa, a patto che siano monouso e idonei per gli alimenti". Ruoco ha poi continuato dicendo che l'esercizio commerciale "avrebbe ovviamente la facoltà di verificare l'idoneità dei sacchetti monouso introdotti". Giovanni Cobolli Gigli, presidente di Federdistribuzione, commentando all'Ansa il chiarimento del Ministero della Salute, ha dichiarato: «Il fatto che si possano portare da casa sacchetti nuovi per la spesa di frutta e verdura è pura teoria, perché il consumatore per essere in regola dovrà trovare esattamente quelli che si usano nei punti vendita, dello stesso peso, biodegradabili e biocompostabili». Cobolli ha così richiesto ai tre ministeri coinvolti «più semplificazione e più chiarezza per non creare confusione nel consumatore e nei punti vendita».

Se peso i singoli prodotti senza imbustarli, pago lo stesso i sacchetti?

Sui social gira molto una foto in cui si vedono delle arance non imbustate con sopra attaccate le etichette del prezzo. Un tentativo per aggirare le nuove regole e non pagare il sacchetto.

Ma, come spiegato da Maddalena Balacco su Pianeta Donna, “per legge e per comodità, la busta viene contata ogni qual volta si passa un codice a barre alimentare per alimenti sfusi sul lettore. Quindi, nel caso in oggetto, la persona avrà pagato una busta per ogni alimento, evidentemente andandoci a perdere”. Il Salvagente, verificando come funziona questo meccanismo facendo la prova in due supermercati di Roma, ha mostrato poi come, una volta arrivato al pagamento, nel primo caso "il cassiere ci ha stornato il costo del sacchetto prima ancora che lo chiedessimo" mentre nell'altro supermercato "ci è toccato pagare lo shopper fantasma". In un servizio di RaiNews, un dipendente Coop ha infatti spiegato che nel caso in cui si etichetti il prodotto senza imbustarlo, «la cassiera ha facoltà di stornare il costo del sacchetto e quindi ritorna il prezzo finito al chilo».

Si tratta di un provvedimento “per far ricca la manager renziana”?

Il Giornale ha pubblicato un articolo dal titolo “La tassa sui sacchetti di plastica fa ricca la manager renziana” in cui si domanda chi ci guadagna dal provvedimento. Il quotidiano, che parla di “coincidenze”, fa il nome di Catia Bastioli, amministratore delegato di Novamont, “l’unica azienda italiana che produce il materiale per produrre i sacchetti bio e detiene l’80%” del mercato. Nell’articolo Bastioli viene definita “una capace manager che ha incrociato più volte la strada del Pd e di Renzi": "Nel 2011 partecipa come oratore alla seconda edizione della Leopolda (...)”. Nel 2014, durante il governo Renzi, Bastioli viene nominata presidente di Terna (operatore di reti per la trasmissione dell'energia elettrica ) dopo essere stata indicata da Cassa Depositi e Prestiti (titolare del 29,8% del capitale sociale di Terna). Ruolo poi confermato anche nel 2017. Dieci anni prima, in Germania, le era stato conferito il premio "European inventor of the year" (istituito dall’Ufficio europeo dei brevetti) per i brevetti sulle bioplastiche.

Un messaggio con un contenuto simile ha girato molto anche su diversi social.

Sempre Polimerica spiega che è indubbio che il provvedimento favorirà i produttori di bioplastiche, aggiungendo però che “Novamont non è l’unica azienda a produrre bioplastiche per film, anche se è il principale fornitore di polimeri biobased e compostabili in Italia” e che “uno dei competitor — solo per citare il più noto — è il gruppo tedesco BASF”.

Bastioli, intervistata dal Corriere della sera, ha definito «oltraggiosa» la tesi secondo cui la scelta introdotta dal governo sia un regalo alla Novamont "che è a monte della filiera della bioplastica". A Repubblica, alla domanda del giornalista che chiedeva quanto avrebbe guadagnato l'azienda grazie alle biobuste, l'ad di Novamont ha risposto: «Noi nel 2016 abbiamo fatturato 170 milioni di euro, con circa una quota di mercato del 50% a livello europeo. Se invece parliamo dei numeri del business del bioplastico in Italia sono circa 450 milioni di euro totali, di tutte le imprese, che sono circa 150» aggiungendo che «dunque c'è una filiera integrata, ampia» e che «se il mercato crescerà anche noi potremmo ottimizzare le capacità produttive e potremmo avere anche noi la nostra fetta di mercato, se saremo bravi». Sulla sua partecipazione alla Leopolda nel 2011, Bastioli ha affermato che non fu Renzi a invitarla all'evento, ma Ermete Relacci: «mi disse che avevo un progetto interessante e dovevo presentarlo lì. Quando poi Renzi è diventato presidente me ne sono tenuta ben alla larga dalla Leopolda».

Il 5 gennaio Pagella politica, collettivo di fact-checking, ha pubblicato su Agi un articolo in cui ha verificato (tramite dati ufficiali) che in Italia le imprese che operano nel settore della bioplastica sono 152. "Va però fatta un’importante distinzione – si legge ancora – tra i produttori della materia prima e i trasformatori, le società che cioè dalla materia prima creano i prodotti finali, come i sacchetti o i bicchieri in bioplastica. Nello specifico, in Italia i produttori sono 17, mentre tutti gli altri sono trasformatori. Di queste 135 aziende, 'a maggior parte' produce sacchetti". Pagella Politica ha precisato inoltre che l’azienda di Bastioli "non produce direttamente i sacchetti al centro della polemica. Anzi, Novamont non produce proprio sacchetti. Si occupa infatti della materia prima, per la quale è effettivamente uno dei maggiori produttori a livello europeo, ma non di trasformarla in sacchetti o altri prodotti".

"Cosa c'è da sapere" sull'infografica del Partito democratico

Due giorni fa sulla pagina del Partito democratico è stata pubblicata una card per spiegare alcune questioni emerse nel dibattito intorno alla legge che stabilisce il pagamento dei sacchetti per la spesa. La stessa card presenta però delle semplificazioni che non permettono di inquadrare al meglio la questione di cui si sta discutendo.

via Partito democratico

Al punto 1) si legge che "l'Italia ha adottato una direttiva europea 2015/720) per evitare il rischio di infrazione".

Il governo italiano ha infatti adottato la direttiva europea per non essere multata, dopo l'apertura dell'infrazione nel gennaio scorso. Bisogna però specificare che l'atto normativo europea del 2015 non obbligava gli Stati membri ad adottare una precisa soluzione per la riduzione dell'utilizzo dei sacchetti di plastica, ma lasciava libertà di scelta ai singoli paesi tra le varie opzioni presentate. È il governo italiano, così, che ha scelto quella specifica soluzione di cui si sta parlando in questi giorni.

Il punto 2) non è chiaro. La legge parla di sacchetti biodegradabili a pagamento. Quindi come il pagamento possa incentiva il riciclo di vecchi sacchetti di plastica è oscuro.

Al punto 3) e 4) si parla dei costi dei sacchetti. Nel punto 4 viene affermato che se un esercizio commerciale chiede "un contributo superiore ai due centesimi per sacchetto (...) è illegale". Nella legge (3 agosto 2017, n. 123 ) però non viene stabilito il costo del singolo sacchetto, quindi non si capisce come farlo pagare più di due centesimi possa risultare "illegale". Lo stesso sito d'informazione del Partito democratico, Democratica, in un articolo scrive che "non c’è un prezzo fissato dalla legge, perché la legge non può imporre un prezzo a un prodotto".

I primi dati attuali del costo dei sacchetti provengono da Assobioplastiche e dicono che si attesta prevalentemente su una media di 2 centesimi a busta, ma variano da 1 a 3 centesimi

Il Partito democratico ha poi rettificato "parzialmente il quarto punto della card", specificando che "imporre un prezzo superiore ai due centesimi per sacchetto non è illegale, ma è comunque ingiustificato". Sul punto 2) della card, il Pd, inoltre, ha spiegato "che il riciclo dei sacchetti si riferisce ad altri tipi di applicazioni, e non al riuso degli stessi sacchetti per nuovi acquisti di frutta e verdura".

Dubbi e domande sulla legge e i suoi obiettivi

La legge italiana (con cui è stata recepita la direttiva europea) ha sollevato diversi dubbi e domande sugli obiettivi prefissati. Jacopo Giliberto, giornalista esperto di tematiche ambientali ed energetiche, sul Sole 24 ore, ha presentato diverse punti che possono creare effetti contrari agli obiettivi ambientali del provvedimento. Ad esempio, scrive il giornalista, una possibile conseguenza potrebbe essere che "(...) invece di prendere i frutti con il guanto usa-e-getta, pesarli nel sacchetto biodegradabile, etichettarli e poi alla cassa pagare il sacchetto, molti consumatori prenderanno la vaschetta di polistirolo con i frutti già imbustati" con il risultato di avere più "imballaggi in circolazione". Inoltre, aggiunge Giliberto, "la convinzione che il prodotto biodegradabile non abbia impatto ambientale può dare ai maleducati una giustificazione per gettarlo nell’ambiente, affermando che tanto sparirà. Non è vero: il sacchetto biodegradabile sparisce in tempi brevi solamente nelle condizioni appropriate, come quelle degli impianti di compostaggio".

Un'altra questione è quella delle etichette che si attaccano sui sacchetti, dopo aver pesato il prodotto imbustato. Altroconsumo ha scritto che "essendo stampate su carta chimica (avendo quindi adesivo e inchiostro), rendono di fatto il sacchetto non compostabile. Se si prova a staccarle, il rischio è che il sacchetto si rompa". Per questo motivo alcuni hanno proposto di "applicare le etichette sui manici delle buste (ndr per quelle buste dotati di manici, non tutte le hanno), così che sia più semplice tagliarle via con l'aiuto delle forbici".

I dubbi riguardano anche come l'Italia ha recepito la direttiva europea. Il governo italiano, ha scritto Paolo Magliocco sulla Stampa, "ha deciso di occuparsi anche dei sacchetti considerati 'leggerissimi' (...) stabilendo non solo che devono essere biodegradabili e compostabili, ma anche che devono essere a pagamento" aggiungendo che "al di là delle polemiche, non si capisce bene perché, se i sacchetti che usiamo sono davvero capaci di trasformarsi in compost senza inquinare raccogliendoli con i rifiuti umidi, debbano poi essere per forza essere a pagamento per disincentivarne l’uso".

Come hanno recepito la direttiva negli altri paesi europei

In Germania, in molti negozi le buste di plastica sono a pagamento da luglio del 2016. È stato sancita un'intesa tra il ministero federale dell'Ambiente e l'Handelsverband Deutschland (HDE), cioè l'associazione del commercio, in base alla quale entro la fine del 2018 almeno l'80% delle buste devono essere a pagamento. A seconda delle dimensioni, il prezzo della busta di plastica varia dai 5 centesimi ai 50 centesimi. Da questo accordo sono escluse le buste termiche, le "buste permanenti" (superiori a 50 micron, riutilizzabili) e quelle ultraleggere utilizzate per la frutta e la verdura.

In Olanda dal 1 gennaio 2016 non è possibile da parte dei negozianti fornire gratuitamente sacchetti di plastica, anche quelli realizzati con materiale riciclabile o biodegradabile. Il divieto non comprende però i sacchetti ultraleggeri, che possono essere forniti gratuitamente. Secondo il governo, inoltre, è necessario incoraggiare i clienti a portarsi le proprie borse. È consentito, inoltre, distribuire gratuitamente buste di carta e borse di stoffa, a meno che non abbiano un rivestimento in plastica. Il governo non ha fissato un prezzo per le buste di plastica, ma raccomanda ai negozianti di farle pagare 25 centesimi. Il prezzo deve essere indicato sulla ricevuta.

In Spagna c'è un decreto reale in attesa di approvazione. La norma prevede la distribuzione a pagamento dal 1 marzo 2018 dei sacchetti leggeri (con spessore inferiore a 50 micron) e di quelli con spessore pari o superiore a 50 micron. Pertanto, si legge sul sito del Ministero dell'Ambiente spagnolo, "a partire da tale data, tutti i sacchetti di plastica, compostabili e non compostabili, avranno un prezzo che sarà fissato dal commerciante". Dal 1 gennaio 2020, inoltre, scatterà il divieto definitivo di sacchetti di plastica leggeri non compostabili. Da queste misure sono esclusi i sacchetti ultraleggeri, che però dal 1 gennaio 2020 dovranno essere compostabili. Inoltre, i sacchetti di plastica con uno spessore uguale o superiore a 50 micron dovranno essere prodotti con una percentuale minima di plastica riciclata del 30%.

In Francia, dal 1 luglio 2016, è entrata in vigore la legge che vieta la distribuzione di sacchetti monouso in plastica con spessore inferiore a 50 micron. Sono consentite le borse in plastica, purché di maggior spessore e riutilizzabili. Polimerica spiega inoltre che a partire dal 1 gennaio 2017, il divieto è stato esteso "anche ai sacchetti ultrasottili per ortofrutta, carni e pesce, anche se in quest’ultimo caso saranno consentiti quelli biodegradabili e idonei al compostaggio domestico, prodotti in parte con materie prime rinnovabili: 30% dal 1 gennaio 2017, 40% dal 1 gennaio 2018, per poi salire al 50% dopo il 1 gennaio 2020 e al 60% a partire dal 1 gennaio 2025".

Aggiornamento 3 gennaio 2018, ore 20:10: l'articolo è stato aggiornato dopo un confronto sulla nostra pagina Facebook.

Aggiornamento 4 gennaio 2018, ore 13:36: l'articolo è stato aggiornato specificando in chiaro ulteriori passaggi della legge italiana, con le dichiarazioni del Ministero dell'Ambiente, con quelle di Catia Bastioli ai media, con "le cose da sapere" sulla card del Partito democratico e la posizione del Ministero della Salute.

Aggiornamento 5 gennaio 2018, ore 15:03: l'articolo è stato aggiornato con i dubbi e le domande sulla legge e i suoi obiettivi e il fact-checking di Pagella Politica.

Aggiornamento 8 gennaio 2018: l'articolo è stato aggiornato con la spiegazione di cosa significa plastica biodegradabile e compostabile e come è stata recepita la direttiva europea in Europa

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Le proteste in Iran contro corruzione, austerità e disoccupazione

[Tempo di lettura stimato: 15 minuti]

Una protesta che si diffonde in modo esteso in tutto il paese apparentemente in modo spontaneo e di cui si fatica a comprenderne sviluppi e significato. Da sei giorni l’Iran è terreno di proteste e scontri tra manifestanti e forze di sicurezza. Si tratta delle manifestazioni più grandi dalle elezioni del 2009, quando il “movimento dell’Onda Verde” scese in piazza per protestare contro la vittoria alle elezioni presidenziali del candidato conservatore, Mahmud Ahmadinejad. In quella circostanza, quando milioni di persone contestarono l’esito elettorale, le manifestazioni furono brutalmente represse con centinaia di arresti e 30 persone uccise.

via BBC

Secondo i media di Stato solo nella notte tra l’1 e il 2 gennaio nell’Iran centrale 9 nove persone, tra cui un bambino, sono morte a causa degli scontri. Sei manifestanti sono morti in quello che è stato descritto come un apparente tentativo di sequestrare armi da una stazione di polizia, scrive BBC. Altrove, un ragazzo di 11 anni e un uomo sono stati dichiarati uccisi negli scontri insieme a un membro delle Guardie rivoluzionarie. In totale, dall’inizio delle proteste, sono almeno 21 le vittime, mentre, riporta il Guardian, 450 persone sarebbero state arrestate a Teheran da sabato scorso, anche se a livello nazionale non sono state rilasciate cifre.

Il capo supremo dell'Iran, l'Ayatollah Ali Khamenei, in una serie di tweet ha accusato i nemici della Repubblica Islamica di disordini a livello nazionale: «Negli eventi degli ultimi giorni, i nemici dell'Iran stanno schierando tutti i mezzi a loro disposizione tra cui denaro, armi e supporto politico e di intelligence per creare problemi per l'establishment islamico», ha detto Khamenei.

A differenza del 2009, questa volta le proteste, scrive Elena Zacchetti su Il Post, non sono partite da Teheran, la città più progressista dell’Iran, ma dalla provincia, dove i conservatori sono più forti. Giovedì 28 dicembre 2017 a Mashhad, un centro di due milioni di abitanti nella zona nord-orientale dell’Iran, centinaia di persone hanno protestato contro l’aumento dei prezzi e la disoccupazione. La manifestazione sembrerebbe essere stata organizzata dagli ultraconservatori, schieramento politico che fa riferimento a Khamenei e si oppone alle politiche moderate del presidente iraniano Hassan Rouhani.

Le manifestazioni hanno poi coinvolto altre due città vicine, Neyshabour e Kashmar e nei giorni successivi si sono estese al centro e all’ovest dell’Iran, fino ad arrivare a Teheran, diffondendosi in tutto il territorio nazionale e assumendo una dimensione più anti-regime, includendo tra gli obiettivi della protesta anche Khamenei, con slogan che chiedevano la caudata dell’Ayatollah e del governo islamico, scrive il Guardian.

L’intervento del presidente Rouhani, che domenica scorsa (31 dicembre) aveva parlato alla televisione nazionale riconoscendo le ragioni delle proteste, non è riuscito a sedare la rabbia. «Le persone hanno il diritto di esprimere il proprio dissenso, ma criticare è una cosa diversa dall’essere violenti e distruggere proprietà pubbliche», aveva detto il presidente.

Diversi video diffusi sui social media hanno mostrato immagini di scontri e violenze in diverse città iraniane. In particolare Telegram è stata una delle app più utilizzate dai manifestanti per comunicare e organizzarsi.

A Dorud, nella provincia occidentale di Lourestan, due persone sono state uccise dopo che la polizia ha iniziato a sparare contro i manifestanti che cercavano di occupare l’ufficio del governatorato, a Teheran ci sono stati scontri tra studenti e forze di sicurezza dell’Università. Un uomo di Teheran che guida un taxi per Snapp, l’equivalente iraniano di Uber, ha detto al Guardian di aver visto le guardie di sicurezza uscire a piene forze in moto con manganelli. L'autista ha detto che le proteste erano più diffuse nelle province che a Teheran, perché le persone della classe operaia nelle province erano le più colpite dai problemi economici dell'Iran: «A Kermanshah (nell'Iran occidentale) c'è stato un terremoto di recente e molti di quelli colpiti vivono ancora fuori. Ad Ahwaz, a 30 anni dalla guerra (tra Iran e Iraq), la situazione è ancora negativa». «La città di Arak – ha proseguito l’uomo – ha molte industrie e molte persone sono senza lavoro. Uno dei miei parenti lavora per una compagnia petrolchimica ad Arak... non hanno stipendi da qualche mese, ecco perché sono fuori... A poco a poco la gente si stanca e alza la voce».

L'attrice Taraneh Alidoosti, famosa per la sua collaborazione con il regista iraniano premio Oscar Asghar Farhadi, ha chiesto su Twitter che le autorità si astengano dall'usare la violenza contro i manifestanti e invece di capire la loro rabbia e trovare un modo per calmare la situazione.

Sempre domenica 31 dicembre, come segnalato dalla corrispondente di Le Monde, Ghazal Golshiri, è stato bloccato l'accesso ai social network (tra cui Telegram e Instagram), parzialmente a Teheran, completamente a Mashhad, racconta Farnaz Fassihi su Wall Street Journal. Fonti istituzionali hanno detto che si trattava di una decisione temporanea. Nonostante questo, molte violenze sono state riportate anche domenica, nel quarto giorno di proteste:

Lunedì 1 gennaio, Rouhani ha parlato con alcuni parlamentari in un incontro che sarebbe stato pianificato prima dell'inizio delle proteste. Il presidente ha riconosciuto la rabbia per la situazione economica critica ma ha avvertito che il governo non avrebbe esitato a usare la repressione nei confronti di coloro che considera trasgressori della legge.

Il 3 gennaio ci sono state diverse manifestazioni in più città a favore del regime alle quali avrebbero partecipato migliaia, ma nessuno è in grado di verificare effettivamente il numero dei partecipanti, scrive la CNN. Come spiega Daniel Funke su Poynter, l'assenza di giornalisti sui luoghi dove stanno avvenendo le proteste e il blocco di Instagram e Telegram da parte del regime rendono molto difficile verificare le immagini e i video che stanno circolando. La tv di Stato ha mostrato le immagini provenienti da Ahwaz, nel sud-ovest dell’Iran, Ilam, a occidente, e Arak, nel centro.

«La rivolta in Iran è stata sconfitta», hanno dichiarato i Guardiani della Rivoluzione, annunciando così la fine delle proteste scoppiate il 28 dicembre senza però portare evidenze di quanto dichiarato. Il generale Mohammed Ali Jafari ha aggiunto che all’origine della sommossa ci sarebbe stato un «appello di un sito affiliato a una persona che oggi parla contro il sistema islamico», facendo riferimento, senza nominarlo, all’ex presidente Ahmadinejad. I manifestanti sarebbero stati addestrati da «forze anti-rivoluzionarie e dai terroristi dell’Mko», i Mujaheddin del Popolo iraniano, organizzazione bandita in Iran per terrorismo.

I significati della protesta

La portata e la rapidità con cui le proteste si sono diffuse  hanno lasciato perplessi molti in Iran, compresi i riformisti critici per la situazione del paese ma non propensi a un cambio di regime, scrive ancora il Guardian. Per la prima volta manifestazioni di questo genere si sono verificate simultaneamente nelle capitali e nei piccoli centri provinciali e il regime iraniano ha temuto per decenni il dilagare di proteste per le cattive condizioni economiche, ha fatto notare in una discussione su Twitter l’analista Ali Reza Eshraghi. Non si riesce a capire, inoltre, se si tratti di una protesta unica o di più manifestazioni sganciate tra di loro, se siano spontanee o se dietro ci sia qualche organizzazione.

Alcune prove, spiega Karim Sadjadpour su The Atlantic, suggeriscono che inizialmente sono state incoraggiate dalle forze ultra-conservatrici per mettere in difficoltà il presidente Hassan Rouhani, ma probabilmente sono state poi alimentate dal particolare contesto economico, storico, sociale, politico, culturale dell’Iran: l’aumento del costo della vita, la corruzione endemica, la cattiva gestione delle istituzioni. A questo va aggiunto “quel cocktail amaro di repressione politica e sociale, entrambe condotte dal piedistallo morale della teocrazia islamista”. “Non è chiaro quale sia l'obiettivo generale delle proteste, non esiste una chiara e unica preoccupazione come nel 2009 [ndr quando fu contestata la vittoria alle elezioni presidenziali di Mahmud Ahmadinejad], c’è un ampio malcontento per la disparità di distribuzione della ricchezza, le aspettative di ripresa economica non realizzate, l’approccio del paese alle regole e norme sociali”, ha aggiunto Golnar Motevalli di Bloomberg.

Per comprendere cosa sta accadendo in Iran occorre quindi provare a districare più piani che sembrano sovrapporsi e che nel loro innestarsi rendono la situazione molto opaca e dagli sviluppi inaspettati.

“Le proteste del primo giorno sono state organizzate dagli ultra-conservatori”

Secondo alcuni esperti, analisti e giornalisti, dietro la protesta del 28 dicembre a Mashhad ci sarebbero i gruppi ultra-conservatori che fanno riferimento all’Ayatollah Ali Khamenei, con l’obiettivo di indebolire il governo di Rouhani, in forte competizione con Khamenei. A suffragio di questa ipotesi, il fatto che Mashhad sia una città dominata dai conservatori e, scrive Thomas Erdbrink sul New York Times, da Ibrahim Raesi, sconfitto da Rouhani alle ultime elezioni presidenziali a maggio e che in passato aveva accusato il governo di non aver saputo far risalire economicamente l’Iran. Raesi ha insistito molto nell’individuare nelle politiche di Rouhani la causa dell’incremento di disuguaglianze e povertà.

La crisi economica

Ad alimentare le proteste potrebbero esserci però altri fattori. Innanzitutto, la crisi economica e il progressivo impoverimento della popolazione. La disoccupazione è al 12,4% e comprende molti neolaureati. Molti di coloro che hanno un lavoro vengono pagati sporadicamente, riferisce Iran Wire.

Un nuovo budget presentato dal governo a dicembre, scrive Thomas Erdbrink sul New York Times, è stato molto discusso su Telegram, il social media più diffuso in Iran. Molte persone sono rimaste sconvolte dagli stanziamenti per le istituzioni religiose mentre altre aree del bilancio sono state tagliate. È aumentata una "tassa di uscita" che gli iraniani pagano ogni volta che viaggiano fuori dal paese, mentre sono stati tagliati milioni di dollari previsti per un piano di sussidi per i poveri. Allo stesso tempo, il governo ha permesso il deprezzamento della moneta iraniana nell'ultimo semestre, che ha portato all'inflazione di alcuni prodotti come le uova, il cui prezzo è aumentato del 40%.

Scrive il giornalista Borzou Daragahi su BuzzFeed che Rouhani, rendendo pubblico per la prima volta il bilancio annuale dell’Iran, potrebbe aver lui stesso alimentato il malcontento della popolazione, con l'intento scatenare proteste contro le istituzioni religiose.

A questo va aggiunta la delusione per la mancata ripresa economica auspicata da tutti dopo l’accordo sul nucleare e la revoca delle sanzioni imposta dal Consiglio di sicurezza delle Nazioni Unite. L’accordo, raggiunto nell’aprile del 2015, prevedeva che l’Iran riducesse la sua capacità di arricchire l’uranio in cambio della rimozione di alcune sanzioni internazionali. Secondo il presidente Rouhani, tra i principali sostenitori dell’accordo, la rimozione delle sanzioni avrebbe inciso sull’economia del paese.

Invece la crescita economica sembra non esserci stata, perché nonostante le sanzioni siano state revocate, non c'è stato un effetto benefico sull'economia e, inoltre, l'Iran continua a pagare per diversi soggetti ancora presenti nella lista nera (associate al programma missilistico e all'esportazione e importazione di armi, ad esempio), spiega Katherine Ellen Foley su Quartz. Gli Stati Uniti hanno annunciato nel luglio scorso una nuova serie di sanzioni contro alcune compagnie iraniane, dopo che l'Iran ha lanciato un missile balistico. Per questo motivo, spiega Gwynne Dyer su Internazionale, le banche restano diffidenti nella gestione del denaro proveniente dall'Iran o di concedere prestiti alle sue aziende e i benefici dell'accordo non si sono mai realizzati.

Il fatto che la situazione economica non sia migliorata, ha detto alla CNN Trita Parsi, presidente del National Iranian American Council, ha rafforzato la percezione di un governo corrotto, che preferisce spendere i soldi più per gli interventi in Siria e Libano che per i cittadini. «Il governo è visto come profondamente corrotto, l'ineguaglianza crescente è sentita dalla popolazione come una vera forma di ingiustizia», ​​ha spiegato sempre all’emittente americana Alireza Nader, analista internazionale iraniana e ricercatrice presso la Rand Corp a Washington, aggiungendo che «questo doveva essere un sistema che avrebbe dovuto rendere giustizia al popolo dopo la rivoluzione del 1979 e ha fallito».

La condizione delle donne

Sugli aspetti di carattere economico e politico, si innesta poi la condizione delle donne in Iran che potrebbe aver dato un ulteriore impulso alle proteste. Nella società iraniana c’è una grande spinta da parte delle donne per raggiungere la parità dei diritti, spiega Karim Sadjadpour, membro del Carnegie Endowment for International Peace. Questi sforzi sono diventati più forti negli ultimi anni, ha aggiunto Alireza Nader. «Le donne in Iran sono altamente istruite, sono coinvolte nella forza lavoro, probabilmente più di qualsiasi altro paese in Medio Oriente, e vengono continuamente represse. Questo fa parte della loro lotta per ottenere la loro libertà e i loro diritti».

Nei giorni scorsi è circolata sui social media e sui giornali la foto di una donna iraniana con la testa scoperta e un bastone in mano sul quale era appoggiato il suo velo bianco come una bandiera. L’immagine è stata subito associata alle proteste iniziate in Iran il 28 dicembre, ma non c’entra nulla con le manifestazioni. La donna stava protestando contro le regole di abbigliamento imposte dal regime iraniano ed è stata arrestata dalla polizia.

ميدان انقلاب چهارشنبه و اعتراض نمادين به حجاب اجباري. یک وقتهایی تاریخ را میخوانیم و از شهامت و جسارت امثال رزاپارکس ها برای به چالش کشیدن قدرت و اعتراض به ظلم و تبعیض غرق حیرت و حسرت میشویم... در حالی که حالا صدها و هزاران رزا پارکس ایرانی هستند که با همان شجاعت و با همان سرسختی به قوانین مرتجع و عقب مانده و تبعیض آمیز اعتراض میکنند و متاسفانه کمتر دیده میشوند و در بسیاری از مواقع با پوزخندی از کنارشان می‌گذریم. #چهارشنبه_های_سفید #نه_به_حجاب_اجباری #نه_به_تبعیض_علیه_زنان @sharagimzand

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“La foto è stata infatti scattata il 27 dicembre a Teheran e – ricostruisce Il Post – pubblicata per la prima volta su Facebook e Instagram da Masih Alinejad, 38enne attivista iraniana che da anni vive in esilio tra Londra e New York”.

"براي دختر روي سكوي خيابان انقلاب. كاري كه او كرد اعلام نارضايتي اش بود به شيوه اي مدني و مسالمت آميز. درست شبيه به كاري كه اين روزها مردم سراسر ايران دارند انجام مي دهند. بيانِ نارضايتي و اعتراض شان به وضعيت موجود. امتداد صداي هم باشيم حتي اگر بگويند هيسسسس الان وقتش نيست. زنان اين روزها شانه به شانه ي مردان ايستاده اند و شجاعانه عليه ظلم فرياد مي زنند. هيچ وقت فريب كساني را نخوريم كه ميان زنان و مردان جدايي مي اندازند و هيس هيس مي كنند. نبايد اين زن را تنها بگذاريم و نسبت به وضعيتش بي تفاوت باشيم. هميشه وقتش است كه از هم حمايت كنيم و در همه ي شرايط حتي وسط تجمع ها و تظاهرات هم حجاب اجباري را كه نمادِ سركوب و تحقير انسان است دور بياندازيم." #چهارشنبه_های_سفید #چهارشنبه_های_بدون_اجبار #whitewednesdays #نه_به_حجاب_اجباری

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Il 30 dicembre un’immagine stilizzata della donna che sventola il velo è stata pubblicata sull’account Instagram di Masih Alinejad ed è diventata, suo malgrado, immediatamente il simbolo delle recenti proteste in Iran, iniziate però il giorno successivo rispetto alla foto originale e in altre città, come già detto in precedenza a maggioranza ultraconservatrice.

Gli sviluppi

Non si può ancora sapere quali possano essere le conseguenze di questi giorni di protesta, se porteranno a un ribaltamento del regime o si spegneranno dopo poche settimane. Il Movimento Verde nel 2009 durò per mesi, queste manifestazioni sono iniziate meno di una settimana fa, non è chiaro per quanto tempo il governo permetterà questa ondata di dissenso, scrive la CNN.

Queste manifestazioni non sono nuove, spiega Suzanne Maloney, vicedirettrice del programma di politica estera del think tank americano Brookings Institution. In passato altre proteste per ragioni economiche in Iran si sono trasformate in richieste di grandi cambiamenti politici.

La mancanza di leadership, struttura e obiettivi è il motivo per cui le rivolte precedenti hanno generalmente fallito, sottolinea Farnaz Fassihi del Wall Street Journal.

Ahmad Sadri su Al Jazeera trova le ragioni del fallimento dei tentativi passati nel particolare sistema politico iraniano che vede coesistere “un piccolo cuore democratico, con camere presidenziali e parlamentari elettive, e un esoscheletro inflessibile e teocratico”. Questo piccolo cuore democratico è stato in grado di prolungare la vita del sistema ma non di ammorbidirne il guscio autoritario. Da un lato, c’è il “Leader Supremo” che detiene tre quarti del potere politico, un incarico permanente non eletto con poteri enormi, tra cui il comando delle forze armate e la gestione della politica estera; dall’altro, il presidente e il parlamento eletti democraticamente che non hanno alcuna intenzione di controllare i poteri del leader supremo. “Di conseguenza, il sistema è rimasto opaco, cieco ai suoi stessi difetti, resistente alla crescita e incapace di adattarsi ai suoi ambienti interni ed esterni in evoluzione.”

In questo contesto, sono maturate le ondate di proteste negli anni. C’è voluto un decennio dopo la rivoluzione del 1978 perché il movimento democratico cominciasse ad acquisire coscienza di sé, spiega Sadri. Ce n’è voluto un altro, dopo la fine della guerra Iran-Iraq nel 1988, perché questo sentimento prendesse forma politica nell’esperienza che ha portato al potere il presidente Mohammed Khatami nel 1997. Un tentativo di riforma del sistema che si è scontrato di fronte alla resistenza dei teocratici, che “hanno combattuto Khatami con le unghie e con i denti e sabotato i suoi piani”.

Il fallimento di Khatami ha creato le condizioni per una profonda sfiducia nella politica e le premesse per l’ascesa di Mahmoud Ahmadinejad. Il conseguente isolamento internazionale e la precipitosa svalutazione della moneta hanno spinto le persone a votare nel 2009 e, quando Ahmadinejad fu dichiarato vincitore, “la percezione di un'elezione rubata portò a immense manifestazioni di strada che divennero note come l’Onda Verde”. A differenza delle attuali rivolte, evidenzia Sadri, il movimento del 2009 ha avuto una visione politica ben definita e una leadership rapidamente fermata e perseguitata. Le manifestazioni di strada sono state brutalmente represse.

Il disastroso secondo mandato di Ahmadinejad, che portò il paese quasi al collasso economico sotto le sanzioni imposte dalle Nazioni Unite, portò all’elezione nel 2013 di Hassan Rouhani, un religioso moderato che prometteva la normalizzazione internazionale e la prosperità economica: “un ramoscello d’ulivo al gruppo conservatore di destra per superare il passato. Ma il gesto di distensione è stato respinto”. Rouhani, spiega l'Italian Institute for International Political Studies (Ispi), ha provato a realizzare una complessa opera di bilanciamento tra gli interessi politici del fronte conservatore più moderato e quelli del fronte riformista. Ma "gli apparati dello 'stato profondo' (ndr la galassia di apparati istituzionali o non istituzionali vicine al fronte più conservatore ) hanno visto con sospetto – se non aperta ostilità – ogni tentativo di apertura del sistema, sia esso politico, sociale o economico. La logica che sottende a questa ostilità sembra essere la stessa che nel 1989 in Cina guidò la repressione delle proteste di piazza Tienanmen: il timore che dall’apertura economica possa derivare una apertura politica che finisca con il mettere in pericolo la sopravvivenza stessa del sistema".

“Finché l'Iran non modificherà radicalmente la sua istituzione dell'ufficio del Capo supremo e finché l'elemento democratico di quel sistema rimarrà marginalizzato e impotente a esprimere i desideri della gente e ridurre le tensioni attraverso la rappresentanza legale”, conclude Sadri, "le rivolte e le insurrezioni saranno una caratteristica permanente della Repubblica islamica dell'Iran".

In un commento sul Washington Post, Maziar Bahari, editor di IranWire ed ex prigioniero politico in Iran, ha scritto di non ritenere le proteste sufficienti per poter far cadere il governo, ma sono ancora un segno di ciò che alla fine potrebbe accadere: "È una rivoluzione? Non ancora. Il governo iraniano è il suo peggior nemico e il popolo iraniano lo sa. I guai economici che portano a lotte intestine possono far cadere questo sistema corrotto e brutale. Diverse fazioni all'interno del governo, molto probabilmente, e lo stesso di sempre, scelgono di respingere le vere lamentele economiche del popolo iraniano e attribuire l’origine delle proteste ad agenti stranieri e a una cospirazione sionista internazionale imperialista. (...) I governanti iraniani possono scegliere di incolpare gli stranieri e i sionisti - ma difficilmente si rendono conto che il vero pericolo per il loro potere è proprio a casa ".

"Nel 1979, gli iraniani hanno vissuto una rivoluzione senza democrazia, oggi aspirano alla democrazia senza una rivoluzione", ha detto su Twitter Karim Sadjadpour. Secondo lo studioso, per quanto una giovane società iraniana stia cercando di diventare una nazione progressista più liberale, difficilmente imbraccerà le armi: "Nonostante il fatto che molti iraniani abbiano fini rivoluzionari, non penso che siano disposti a perseguire mezzi rivoluzionari in massa allo stesso modo, per esempio, di siriani, egiziani o altri hanno negli ultimi cinque anni in Medio Oriente. E se anche le proteste verranno schiacciate, non sarà la fine del malcontento”, ha aggiunto.

Il ruolo dei social media

Rispetto alle proteste degli anni passati, quello che sembra contraddistinguere queste manifestazioni è l’uso dei social network. Nel 2009, quando tra i 2 e i 3 milioni di iraniani protestarono silenziosamente a Teheran, meno di un milione possedeva nel paese uno smarphone, pochissimi al di fuori della capitale. Oggi, scrive Karim Sadjapour su The Atlantic, si pensa che 48 milioni di iraniani ne possegga uno e Telegram sia utilizzato da 40 milioni di persone nel paese, la metà della popolazione. “Quaranta milioni di utenti che sfuggono al controllo del governo ma che possono essere fermati se Teheran decide di limitare la connessione a Internet”.

Grazie ai social, le notizie si sono diffuse con velocità e sono state a loro volta raccolte da canali satellitari con sede all’estero, in un paese dove sono sempre meno i giornalisti presenti sul posto.

Le proteste sono state riportate su Telegram e il governo iraniano ha dovuto ammettere formalmente che quanto diffuso sui social era vero. Il 30 dicembre il CEO di Telegram, Pavel Durov, contattato su Twitter dal ministro iraniano delle Telecomunicazioni, ha chiuso alcuni canali dell’applicazione che incentivavano il ricorso alla violenza nelle città, proibito dalle policy di Telegram, e mantenuto aperti quelli utilizzati per comunicare e organizzare proteste pacifiche. Il giorno successivo, lo stesso Durov ha detto su Twitter che “le autorità iraniane stavano bloccando l’accesso a Telegram a gran parte degli iraniani dopo il rifiuto pubblico dell’azienda di chiudere canali utilizzati per proteste pacifiche”.

Le reazioni internazionali

L’amministrazione di Donald Trump, molto critica nei confronti dell’Iran per tutto il 2017, ha fatto sentire la sua voce sin dal giorno successivo alla prima manifestazione di Mashhad. Il 29 dicembre. Trump ha twittato per la prima volta, "Il mondo sta guardando!" e che "regimi oppressivi non possono durare per sempre". Trump ha detto che la leadership dell'Iran sta sprecando ricchezza per finanziare il terrorismo altrove.

In un comunicato diffuso dalla portavoce, Heather Nauert, il Dipartimento di Stato americano ha condannato gli arresti dei manifestanti pacifici in Iran ed esortato tutte le nazioni a sostenere pubblicamente il popolo iraniano.

Nei giorni successivi Trump ha continuato a sostenere le proteste anti-governative, suscitando la reazione delle autorità iraniane, che hanno definito i tweet del presidente statunitense come un tentativo di interferire con il loro governo. «La grande nazione iraniana considera il sostegno opportunista e duplice dei funzionari americani ad alcune manifestazioni che ci sono state negli ultimi giorni in alcune città iraniane come nient'altro che [parte] dell'inganno e dell'ipocrisia dell'amministrazione statunitense», ha dichiarato il ministro degli Esteri iraniano Bahram Qasemi all'agenzia di stampa Tasnim.

Il 31 dicembre, nel suo primo discorso dopo l’inizio delle proteste, Rouhani ha ricordato a Trump che solo pochi mesi prima aveva definito “terrorista” quel popolo iraniano che oggi invita a sostenere.

L’Ayatollah Khamenei ha accusato i "nemici" dell'Iran di aver scatenato disordini nel paese, sebbene non abbia mai menzionato Trump per nome, mentre il segretario del Supremo Consiglio di sicurezza nazionale dell'Iran, Ali Shamkhani, ha accusato gli Stati Uniti, il Regno Unito e l'Arabia Saudita di usare hashtag e campagne di social media in Iran per incitare le rivolte.

La vicepresidente della Commissione europea, Federica Mogherini, in un comunicato ufficiale ha detto che l’Unione europea sta seguendo da vicino le manifestazioni in corso in Iran e di essere in contatto con le autorità italiane. “La dimostrazione pacifica e la libertà di espressione sono diritti fondamentali che si applicano in ogni paese, e l’Iran non costituisce un’eccezione”, si legge in un tweet dell’Ue.

Il portavoce del primo ministro britannico Theresa May ha detto che il Regno Unito ha invitato l'Iran a impegnarsi in un "dibattito significativo" sulle questioni sollevate dai manifestanti. Il presidente francese Macron ha invitato la sua controparte iraniana a rispettare le libertà fondamentali e si è detto preoccupato per quanto sta accadendo in Iran. Il portavoce del partito di governo Ak, Mahir Unal, ha dichiarato che “la Turchia non vuole incertezza e destabilizzazione in Iran”, aggiungendo che “i tweet di Trump sono una seria manipolazione”.

Il 4 gennaio gli Stati Uniti hanno chiesto un incontro di urgenza al Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite.

Trump starebbe usando le proteste contro il governo come un'opportunità per bloccare l'accordo sul nucleare iraniano in vista delle principali scadenze legali che incombono questo mese, scrivono Euan McKirdy e Angela Dewan della CNN. A metà gennaio, Trump dovrà ancora una volta decidere se certificare la conformità dell'Iran con l'accordo, un processo che deve verificarsi ogni 90 giorni. Il programma missilistico iraniano non ha violato i termini dell'accordo e, di conseguenza, dovrebbe continuare nonostante le obiezioni degli Stati Uniti.

La firma dell’accordo nel luglio del 2015 ha consentito la riapertura diplomatica ed economica verso paesi con i quali le relazioni si erano raffreddate a causa proprio del dossier nucleare, spiega Ispi in un rapporto sul Medio Oriente pubblicato lo scorso settembre.

In questo nuovo quadro politico ed economico, gli Stati Uniti giocano il ruolo più importante nel processo di reintegrazione dell’Iran nel sistema internazionale. Rispetto al suo predecessore Barak Obama, che aveva investito capitale politico per concludere il negoziato, Donald Trump ha dato segnali contraddittori, segnalando più volte la sua contrarietà all’accordo e, al tempo stesso, rinnovando le esenzioni delle sanzioni nei termini previsti. Agli Stati Uniti non vanno bene aspetti che esulano dalla circoscritta questione nucleare e da quanto regolato dall’accordo, prosegue Ispi. Le motivazioni dell’ostilità statunitense vanno ricercate nel “sostegno a Bashar al-Assad in Siria, all’Hezbollah libanese, agli huthi in Yemen, e, più in generale, quello che viene definito dalla Casa Bianca ‘un comportamento non responsabile’ in Medio Oriente. Diversa la posizione dell’Unione europea che ha ribadito in più circostanze di “voler continuare a implementare l’accordo”.

Secondo l'analista iraniana-americana Holly Dagres, “il resto del mondo dovrebbe aspettare e vedere cosa accadrà in Iran”. Come spiega Trita Parsi alla CNN, le proteste non sono una questione degli Stati Uniti: «Trump non ha alcuna credibilità in Iran e il suo addentrarsi nelle questioni sollevate dalle manifestazioni non è utile». Anzi, commenti contro il regime potrebbero diventare un pretesto per le repressioni, ha aggiunto Karim Sadjadpour.

Il 5 gennaio, in una dichiarazione congiunta, quattro consulenti esperti delle Nazioni Unite per i diritti umani hanno esortato le autorità iraniane a rispettare i diritti dei manifestanti ed espresso preoccupazione per la restrizione dell'utilizzo dei social network.

Aggiornamento 4 gennaio 2018, ore 11:46: Il post è stato aggiornato con le manifestazioni filo-regime del 3 gennaio e la dichiarazione dei Guardiani della Rivoluzione di aver sedato le proteste.
Aggiornamento 5 gennaio 2018, ore 16:26: Sono state inserite le riflessioni dell'antropologo Ahmad Sadri nel capitolo "Gli sviluppi" e un'analisi proveniente da un rapporto sul Medio Oriente dello scorso settembre a cura dell'Istituto per gli Studi di Politica Internazionale (Ispi) nel capitolo "Le reazioni internazionali".

Foto in anteprima via AP

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Protezione dei dati personali: cosa cambia con il Regolamento europeo

[Tempo di lettura stimato: 10 minuti]

Dopo una lunga gestazione, iniziata con la pubblicazione della prima bozza della proposta della Commissione europea nel gennaio del 2012, il Regolamento generale per la protezione dei dati personali (General Data Protection Regulation o GDPRqui il testo in italiano) è entrato in vigore il 24 maggio del 2016, e sarà applicabile dal 25 maggio del 2018.

Il Regolamento (n. 2016/679) non necessita di alcuna legge di recepimento da parte degli Stati dell’Unione europea, ma è direttamente applicabile. Ovviamente è possibile che alcuni Stati (come l’Italia) abbiano necessità di modificare la legislazione attuale per adeguare l’ordinamento, ad esempio per quanto riguarda i poteri delle Autorità di controllo (il Garante per la privacy).

Questo è il primo aspetto da tenere in considerazione, cioè il suo scopo primario è la definitiva armonizzazione della regolamentazione in materia di protezione dei dati personali all'interno del territorio dell’Unione.

Autodeterminazione informativa

Il Regolamento proclama il diritto alla protezione dei dati personali come diritto fondamentale delle persone fisiche, in maniera più esplicita della precedente Direttiva. In particolare tale diritto si incardina sul principio dell’autodeterminazione informativa, concetto espresso chiaramente dalla Corte Costituzionale tedesca nel 1983 (considerando tale principio essenziale per lo sviluppo della personalità di un individuo) e poi trasfuso anche nella nostra Carta dei Diritti di Internet.

Con "autodeterminazione informativa" si intende il principio in base al quale è il singolo a decidere se e entro quali limiti rendere noti i fatti legati alla propria vita personale. Ovviamente tale diritto non è assoluto, ma va contemperato con altri diritti, e in particolare con le esigenze della società a conoscere i fatti rilevanti per il pubblico (diritto di informazione, pietra miliare di ogni ordinamento democratico, come asserito anche dalla Corte Costituzionale italiana nel momento in cui ha ricordato che solo un cittadino correttamente informato può esercitare la sovranità popolare), nonché le esigenze alla protezione dei diritti altrui e alla prevenzione e repressione dei reati. Si tratta di una serie di diritti confliggenti, che sono, però, tutti meritevoli di tutela, e quindi vanno bilanciati tra loro. In tal senso anche le esigenze di prevenzione e repressione dei reati devono essere attuate senza sconfinare in inammissibili forme generalizzate di sorveglianza dei cittadini.

Leggi anche >> La Corte europea dice che la sorveglianza di massa è illegittima. Di nuovo

In questa prospettiva, il Regolamento europeo prevede un più facile accesso, da parte dei cittadini, alle informazioni riguardanti i loro dati, ma soprattutto un più stringente obbligo di informazione da parte di coloro che trattano i dati (titolari e responsabili del trattamento). Il cittadino (interessato del trattamento) avrà, quindi, il diritto a ricevere una corretta informazione (tramite l’informativa privacy) con l’indicazione di quali dati sono effettivamente trattati, con quali finalità, su quali basi giuridiche, e quali sono i diritti che la legge gli attribuisce per la sua tutela, nonché le modalità per esercitarli. Lo scopo, quindi, dell’informativa, è di informare compiutamente l’interessato, in modo che possa rendere un consenso che sia libero da influenze e pressioni e sia realmente informato. Se l'informazione non è completa, il consenso non è considerato valido.

Il richiamo alla finalità è fondamentale, perché gli scopi del trattamento diventano la cartina tornasole della legittimità dello stesso. Nel senso che i dati trattati devono sempre essere strettamente pertinenti, e mai eccedenti, rispetto alla finalità. Ad esempio, se scarico sullo smartphone una App che si limita a fare fotografie, non ha alcun senso che chieda l’accesso ai contatti e ai messaggi, nel qual caso il trattamento potrebbe essere illecito. Un altro esempio può essere la classica newsletter. Se si subordina l’accesso alla newsletter all’accettazione della profilazione dell’utente (invece che al solo trattamento dei dati per invio della newsletter), il consenso non è affatto libero, e quindi il trattamento diventa illecito. Occorre, invece, separare i due consensi consentendo all’utente di scegliere liberamente se essere anche profilato.

Nuovi diritti

Il cittadino guadagna anche ulteriori diritti, come ad esempio il diritto alla portabilità dei dati, che consente agli interessati di ricevere copia dei dati forniti a un titolare in modo da poterli trasmettere ad altro titolare. Lo scopo è di consentire il passaggio indolore tra un servizio online e un altro, con ciò garantendo una maggiore concorrenza tra servizi e quindi alimentando l’innovazione e lo sviluppo. È un diritto che, però, va garantito solo nel momento in cui il trattamento è basato sul consenso o su base contrattuale (che è una forma qualificata di consenso). Un esempio classico può essere la lista delle canzoni acquistate da un servizio online (non le canzoni stesse, che non sono realmente acquistate, ma generalmente fornite in licenza).

Il Regolamento europeo prevede anche il diritto alla cancellazione, che è un’evoluzione del diritto all’oblio già da noi conosciuto, e applicato, a seguito delle pronunce della Corte di Giustizia europea (qui il link alla pagina di Google per esercitare il diritto). L’interessato ha, così, il diritto a ottenere la cancellazione dei dati personali che lo riguardano senza ingiustificato ritardo, quando non sono più necessari rispetto alle finalità per le quali sono stati raccolti o trattati, quando revoca il consenso o si oppone al trattamento e non vi sono più legittimi motivi per continuare il trattamento, quando i dati sono stati trattati illecitamente oppure sono stati raccolti relativamente all’offerta di servizi della società dell’informazione ai minori.

In realtà, tale diritto non è propriamente “nuovo”, visto che già adesso si può chiedere ai titolari del trattamento la cancellazione dei dati personali che soddisfino i criteri indicati, appunto sulla base della sentenza della Corte europea. Con buona pace delle innumerevoli proposte di legge presentate che inglobano, inutilmente, obblighi in tal senso.

Giurisdizione e sportello unico

Il Regolamento europeo si applica a tutti i trattamenti che abbiano ad oggetto dati personali e a tutti i titolari e responsabili del trattamento stabiliti nel territorio dell’Unione. Il principio di stabilimento, previsto dal Trattato costitutivo dell’Unione, e che prevede che un’azienda sia soggetta alla legislazione del paese di stabilimento (dove per stabilimento si intende un’organizzazione che svolge un’attività economica a tempo indeterminato – è lo stesso principio applicato dall’Agenzia delle Entrate italiana –), trova il suo limite con riguardo alle aziende stabilite al di fuori dell’Unione, che però trattano dati di cittadini residenti nel territorio europeo. In passato era solito sentirsi dire dalle multinazionali che il trattamento era in realtà effettuato negli Usa, ad esempio, e quindi non erano soggette alle norme europee.

La “linea di difesa” delle multinazionali ha cominciato a cedere nel 2010, con un parere (n. 8) del Gruppo Articolo 29, e poi con la sentenza Google Spain della Corte di Giustizia europea. Ma è la sentenza Weltimmo (C-230/14) che ha sancito definitivamente che per decidere sulla giurisdizione non è rilevante il solo “stabilimento”, ma devono essere considerati anche altri fattori. Ad esempio, il contesto nel quale viene esercitata l’attività, come la lingua del sito, l’utenza alla quale si rivolge, ecc…

Il Regolamento europeo, pur mantenendo il principio di stabilimento, guarda anche ai soggetti destinatari dei servizi e beni offerti, stabilendo che anche società che si trovano al di fuori dell’Unione, ma che tuttavia elaborano dati dei residenti nell’UE, sono soggetti alla legislazione europea.

Un correttivo è dato dal principio dello sportello unico (one stop shop), che mira a semplificare gli adempimenti delle aziende, le quali avranno a che fare con la sola autorità di vigilanza (il Garante) del paese dove hanno la sede principale, piuttosto che con le autorità di tutti e 28 gli Stati. Ciò dovrebbe portare alla semplificazione delle procedure e a una maggiore coerenza delle decisioni. Di contro, comporta difficoltà per i cittadini, che potrebbero incontrare problemi di ordine linguistico e relativi alla distanza, alimentando l’idea di un’Europa burocratica e lontana dai cittadini.

In tal senso il principio è stato temperato, stabilendo che si applica solo se l’azienda ha più sedi nell’Unione, o se il trattamento incide su individui presenti in più Stati. L’autorità di controllo del paese della sede principale funge, quindi, da “capofila” (leading authority), rispetto alle altre autorità interessate. Se invece il trattamento incide solo su interessi locali, il principio del one stop shop non si applica e la competenza rimane dell’autorità del paese del trattamento.

Responsabilizzazione

Un pilastro della nuova normativa in materia di protezione dati è la accountability. Accountability viene tradotto in italiano con “responsabilizzazione”, ma la traduzione non rende l’idea, poiché accountability vuol dire “dover rendere conto del proprio operato”.

L’accountability del titolare e dei responsabili del trattamento si deve concretizzare nell'adozione di comportamenti proattivi tesi a dimostrare l’adozione e il rispetto del regolamento in senso sostanziale, non meramente formale. Ciò vuol dire che la mera conformità alle norme potrebbe non essere sufficiente se nel concreto i dati personali non risultano tutelati.

L’approccio del nuovo regolamento, focalizzato più sulla protezione dei dati che sull’utente medesimo, pone al centro la valutazione del rischio (risk based), rischio inteso come l’impatto negativo sui diritti degli individui.

Quindi, il regolamento europeo impone al titolare, in autonomia, una analisi preventiva del rischio del trattamento, in modo da valutare se occorre adottare delle specifiche misure per ridurre il “rischio”. La Data Protectioni Impact Assessment (DPIA) ha il compito di assicurare trasparenza e protezione nelle operazioni di trattamento dei dati personali, ed è un documento che va redatto ogni qual volta il trattamento presenta elevati rischi, come per il trattamento di dati sensibili o giudiziari su larga scala, o la profilazione degli individui.

Il regolamento, però, non individua le misure atte a attenuare il rischio eventuale di un trattamento, evidenziando appunto la necessità che sia il titolare stesso a decidere, in autonomia, tali misure. Poi eventualmente le autorità di controllo potranno intervenire ex post, individuano ulteriori misure o vietando il trattamento.

Qui si vede la differenza rispetto al passato. Un trattamento risk based, ma in generale l’intero impianto del regolamento europeo, prevede ampia autonomia per le aziende nelle decisioni, senza necessità di notifiche o autorizzazioni preventive delle autorità di controllo. Di contro si impone, però, un rispetto che non sia, appunto, solo formale, ma sostanziale, nel senso che l’azienda non deve limitarsi alla mera conformità alla legge ma adottare misure che portino ad una effettiva tutela dei dati.

L’approccio risk based ha l’evidente vantaggio di essere più flessibile, considerato che le tecnologie moderne sono in continua a costante evoluzione, ma di contro demanda ai titolari di decidere in autonomia le modalità e i limiti del trattamento dei dati personali, quindi delega alle aziende la valutazione dei rischi rendendo più difficili le contestazioni.

In tal senso, per una corretta implementazione delle norme non si può fare a meno di tenere in considerazione i pareri del Gruppo di lavoro Articolo 29 (Working Party Article 29), formato da rappresentanti dei Garanti nazionali. Il WP29 si occupa di fornire pareri con lo scopo di adeguare la normativa e linee guida e documenti di indirizzo per una corretta attuazione delle norme (qui l'elenco dei documenti pubblicati).

Inoltre, tale approccio risulta meno burocratico, nel senso che il rischio va sempre commisurato all’organizzazione dell’azienda stessa, per cui le aziende di minori dimensioni avranno minori obblighi rispetto a quelle più grandi. Come del resto considera il trattamento dei dati dei minori più rischioso rispetto a quelli di un adulto, come se i diritti dell’adulto fossero meno fondamentali del minore. Viene posta infine una maggiore attenzione ai trattamenti di grandi quantità di dati, laddove anche il trattamento di pochi dati può comportare un danno per le persone. Si tratta, evidentemente, di un approccio che tiene particolarmente in considerazione le esigenze delle aziende.

Privacy by design

Tra le misure tecniche e organizzative per tutelare i dati personali possiamo annoverare anche il principio della privacy by design e by default, introdotto dal nuovo Regolamento europeo. Si tratta di un concetto risalente al 2010, e progressivamente adottato da molti paesi.

Fondamentalmente privacy by design e by default vuol dire che occorre prevenire piuttosto che correggere, e che la privacy, la tutela dei dati personali, va incorporata fin dall'inizio (by default) nei trattamenti. I problemi, il rischio del trattamento, vanno, quindi, valutati già in fase di progettazione, e occorre prevedere prima dell’avvio del trattamento tutti gli strumenti e le misure adeguate per la tutela dei dati personali. Questo principio, ovviamente, vale per ogni trattamento, quindi anche quelli incorporati in prodotti e servizi (pensiamo ad uno smartphone).

In tale prospettiva, sostenere che un prodotto non può essere aggiornato perché tale funzionalità non è prevista (come per alcune lampadine gestibili via router dallo smartphone), e quindi eventuali problemi con ricaduta sulla privacy non possono essere risolti, finisce per essere una evidente violazione delle norme, nonché dello spirito del nuovo regolamento.

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Il Data protection officer

Sempre nell’ottica di una maggiore responsabilizzazione, il nuovo regolamento istituzionalizza la figura del Responsabile per la protezione dei dati (Data Protection Officer o DPO). Questa designazione, infatti, punta a facilitare l’attuazione del regolamento.

Il DPO è designato dal titolare o dal responsabile del trattamento, in base ad un contratto e opera alle loro dipendenze. In realtà il DPO ha lo scopo di tutelare i dati, non certo il titolare del trattamento, per cui deve essere fornito di risorse e autonomia sufficiente per adempiere correttamente i suoi compiti. In particolare il DPO informa e consiglia il titolare e i dipendenti, sugli obblighi previsti dalle norme, ne verifica la corretta implementazione, e funge da punto di contatto con le autorità di controllo. Se i trattamenti riguardano dati sensibili, oppure l’attività principale consiste in un controllo sistematico degli interessati, nonché per la amministrazioni pubbliche, la designazione del DPO è obbligatoria.

È da precisare che non è obbligatorio che il DPO sia qualcuno che ha partecipato a corsi di formazione o abbia specifica attestati, quello che occorre è soltanto che abbia una approfondita conoscenza della normativa e delle prassi in materia.

Data breach

Infine, in un’ottica di trasparenza, altro pilastro della normativa in materia di protezione dei dati personali, il regolamento prescrive specifici adempimenti in caso di violazioni dei dati personali. È da premettere che per violazione (data breach) non si intende solo l’attacco informatico, ma in genere la divulgazione, la distruzione, la perdita, la modifica o l’accesso non autorizzato ai dati trattati da aziende o pubbliche amministrazioni. Quindi, anche la perdita di una chiavetta usb, oppure la sottrazione di documenti con dati personali deve ritenersi un data breach.

Col nuovo regolamento in caso di violazione dei dati occorrerà notificare l’evento all’autorità di controllo (il Garante; qui il modello per la notifica), ma solo se il titolare ritiene probabile che dalla violazione possano derivare danni per i diritti e le libertà degli interessati. La notifica dovrà avvenire entro 72 ore e comunque senza ritardo. Ovviamente le violazioni, come del resto tutti i trattamenti e gli eventi collegati, dovranno essere comunque documentate in modo che l’autorità di controllo possa accertare la corretta implementazione delle norme.

In caso di rischio elevato, il titolare dovrà comunicare l’avvenuta violazione anche a tutti gli interessati, a meno che la comunicazione richieda sforzi eccessivi in relazione all’organizzazione aziendale, nel qual caso si procede con comunicazione pubblica. Anche qui notiamo che gli adempimenti burocratici sono commisurati all’azienda stessa, in un’ottica di semplificazione e minor burocratizzazione.

Prepararsi al GDPR

Per non farsi trovare impreparati, e rischiare multe elevate, ogni azienda dovrà riconsiderare il proprio approccio ai dati personali.

Si suggeriscono di seguito i passi essenziali:

    • Aggiornamento delle regole interne e verifica della preparazione del personale, eventuale adeguamento.
    • Controllo dei dati trattati, verifica della finalità del trattamento e delle basi giuridiche.
    • Redazione del registro dei trattamenti e valutazioni dei rischi.
    • Aggiornamento dell’informativa, con specificazione dei dati trattati (anche per categorie), della finalità, della base giuridica e dei diritti degli interessati.
    • Verifica delle modalità di ottenimento del consenso.
    • Instaurazione di una procedura per la verifica dell’età degli interessati.
    • Verifica e adeguamento delle procedure per l’esercizio dei diritti degli interessati.
    • Eventuale designazione di un Data Protection Officer.
    • Instaurazione di una procedura per le violazioni dei dati.

 

via protezionedatipersonali.it

Guida del Garante italiano

L'autorità di controllo italiana (il Garante Privacy) ha pubblicato una guida all’applicazione del regolamento europeo, che offre una panoramica delle principali novità e raccomandazioni specifiche oltre che suggerimenti pratici.

Immagine in anteprima via vszucchetti.it

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