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Aboliamo la SIAE

30 Ottobre 2011 6 min lettura

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Aboliamo la SIAE

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5 min lettura

In questi giorni la SIAE, società italiana autori ed editori, è sulla graticola. La collecting society ha deciso di imporre un “dazio” ai siti Web che pubblicano i trailer cinematografici: un compenso che ammonta a 450 euro per 30 trailer a trimestre. 

Come spiega ITespresso.it ne La lunga mano della Siae sui trailer  i trailer sono di fatto una forma di pubblicità che invita gli utenti ad andare al cinema e a comprare un biglietto al botteghino. Ma la SIAE, abusando di un'ambiguità normativa, ha deciso che i trailer, pur veicolando uno spot, rappresentano un'opera di proprietà intellettuale, e in quanto tale vada tutelata. Perfino con effetto retroattivo: nell'intevista a Punto-Informatico emerge che poiché “la licenza andrebbe chiesta prima, (...) chi ha già in passato pubblicato un trailer deve comunque pagare”. 
Con questa nuova norma-capestro, in Italia la SIAE dichiara la morte dell'embed. Si chiede WebNews senza false ipocrisie: chi ospiterà ancora video sulle proprie pagine se il rischio è quello di trovarsi la SIAE alla porta? Nessuno, rispondiamo noi. La decisione della SIAE ipoteca il futuro dei video sul Web. 
Ancora una volta la Siae riesce a mettere i bastoni fra le ruote ai cittadini digitali. Non è la prima volta: negli ultimi cinque lustri la Siae è riuscita ad imporre l'equo compenso, tramite il famigerato Decreto Bondi (che introdusse l'equo compenso, un nuovo balzello, bocciato dalla UE, che fece lievitare i prezzi degli iPod e degli Mp3 player, ma anche degli iPhone, degli smartphone ed altri gadget di elettronica di consumo). Ma in passato è riuscita a far pagare una tassa sui “Cd vergini” (perché, non si sa mai, chi acquista Cd può diventare un pirata digitale!). 
La SIAE è un costoso carrozzone del passato che va abolito perché blocca l'innovazione in un paese come l'Italia, dove già arranca il mercato IT (vedi dati Assinform 2011) e dove ogni innovazione tecnologica viene guardata con sospetto. 
La SIAE è anacronistica, e, seppur nata con altri intenti, oggi svolge un ruolo parassitario, divenendo complice del divario culturale che, insieme al Digital divide, impedisce al paese di voltare pagina, imboccando l'Autostrada dell'Informazione. 
1. Il decreto Bondi sull’equo compenso ha esteso il prelievo da parte della SIAE di una quota di prezzo destinato a remunerare gli autori per la copia privata (prima previsto solo su CD, DVD vergini e masterizzatori) a tutti i dispositivi dotati di memoria, come telefoni cellulari, decoder, lettori Mp3, console di videogiochi eccetera. 
2. In 23 su 27 paesi UE non esiste nulla di simile all’equo compenso e i colossi hi-tech, da Nokia a Samsung, da Sony Ericsson a Telecom, ne hanno chiesto l’annullamento. La Corte Europea riunita a Lussemburgo ha, infatti, stabilito che sui supporti di riproduzione acquistati da professionisti a fini diversi dalla realizzazione di copie private, non si deve pagare il compenso. Questo punto, oggetto della controversia, è ribadito con chiarezza anche dalla normativa italiana. “L’Italia – commenta Ferrari - anche in quest’ottica è coerente con l’Europa, dato che già prevede esenzioni per gli usi professionali e delle pubbliche amministrazioni. Si tratta quindi di distinguere l’uso professionale o privato di un dispositivo o di un supporto, questione risolvibile con i protocolli applicativi”. 
3. Il bollino SIAE è stato bocciato sia dalla Cassazione che dalla Corte europea di Giustizia. 
4. I dubbi sulla legittimità del Decreto Bondi in merito all’ampliamento del raggio d’azione dell’equo compenso (definito l’ultimo balzello italiano), erano sorti fin da subito. L’equo compenso, finito anche al giudizio del Tar del Lazio, è stato bocciato dalla Corte di Giustizia che ha stabilito che "l’indiscriminata applicazione dell’equo compenso, in particolare, in relazione a dispositivi o supporti distribuiti a soggetti diversi dai consumatori e evidentemente riservati ad usi diversi dall’effettuazione di copie private, è incompatibile con la disciplina europea contenuta nella Direttiva 2001/29"
5. La SIAE finora si è sempre arroccata sul classico Copyright e sulla difesa ad oltranza dei bollini. Solo in un'occasione ha cercato di dialogare con il mondo del CopyLeft: nel 2009, al Festival della Creatività di Firenze, annunciò l'apertura alla musica libera e gratuita online, tramite un registro delle opere da rendere utilizzabili gratuitamente e liberamente su Internet, ovviamente con l’indicazione del rispettivi autori. Ma da allora, ha prevalso la dura legge dell'equo compenso, e la SIAE ha chiuso le porte al futuro, votandosi ad un'ancronistica chiusura. 
6. La SIAE "costa agli autori, ai discografici e ai fruitori di opere musicali protette (quindi ai consumatori) 13,5 milioni di euro all’anno". Lo rivela uno studio dell’Istituto Bruno Leoni che di recente ha fatto i conti in tasca alla SIAE e a tutte le sue inefficienze. Secondo una precedente inchiesta di Altroconsumo, il personale SIAE è costosissimo, pesa per il 76% sui conti della Società Autori ed Editori, e i costi della macchina sono esagerati rispetto alla tutela del copyright in Usa e Uk. Infatti i paesi anglosassoni spendono il 17% in meno per il diritto d’autore, mentre la SIAE costa 193 milioni di euro all’anno (e così si spiega perché non riesce a rinunciare al famigerato bollino, bocciato dalla Cassazione e dalla Corte europea). 
7. Di recente, in appoggio alla Delibera AGCOM, la SIAE ha messo in Rete un appello, firmato insieme a Confindustria Cultura Italia, a favore della difesa del copyright in Rete, composto da dieci domande. Per chi desidera offrire una risposta ai 10 interrogativi della SIAE, è pronto il profilo Facebook. Anche in quest'occasione la SIAE ha confermato di essere favorevole ad una regolamentazione più rigida del diritto d’autore, facendo pressioni sull’ultima versione del testo che l’AGCOM voterà entro i prossimi mesi e pubblicando sul proprio sito 10 provocatorie domande. La risposta più chiara, diretta ed esaustiva giunge da Alessandro Bottoni, Segretario del Partito Pirata Italiano.
8. La SIAE ama generare confusione: "Il copyright riguarda il diritto di creare copie da parte del distributore del prodotto ed è l'elemento di diritto fondamentale nel mondo anglosassone. Il diritto d'autore riguarda i diritti (morali e materiali) dell'autore sulla sua opera ed è l'elemento fondamentale del diritto nei paesi di tradizione latina come il nostro. Lottare contro l'uno non significa necessariamente lottare anche contro l'altro".
9. La SIAE impedisce di stabilire criteri chiari per il cosiddetto “fair use”, cioè dei limiti entro i quali sia legalmente possibile riutilizzare e ripubblicare (gratuitamente e senza autorizzazioni preventive) il materiale prodotto da altri per creare nuovi prodotti e/o per fare informazione. 
10. Come spiega il Partito dei Pirati italiano: "Davvero Andy Wharol dovrebbe pagare i “diritti d'autore” al grafico che ha disegnato le lattine delle zuppe Campbell's che vengono ritratte tanto spesso nelle sue opere? O non è più logico pensare che quel grafico sia già stato remunerato per il suo lavoro dalla Campbell's e che la Campbell's stessa stia ottenendo l'effetto voluto quando qualcuno (soprattutto Wharol) ritrae le sue lattine e le pubblicizza?"
11.
Tagliare gli enti inutili e anti-economici come la SIAE farebbe da volano anche all'economia digitale, oggi oberata da lacci e lacciuoli come i bollini e l'equo compenso della collecting society. 
Concludiamo con un aneddoto di questi giorni. Decine di milioni cittadini in queste settimane stanno compilando il censimento 2011 della popolazione italiana. L'Istat, l'istituto nazionale di statistica, diretto da Enrico Giovannini, che in pochi giorni ha convinto ben 6 milioni di italiani a rispondere online alle domande del Censimento 2011, ha appena abbracciato la filosofia dell'Open data (fonte L'Espresso). Ed il nuovo sito è passato dal Copyright al Copyleft delle Creative Commons. In poche parole, significa che l'Istat ora raccoglie ed elabora dati che mette a disposizione di tutti, senza far pagare un diritto derivante dal copyright classico. L'Istat si accontenta della citazione della fonte, ma consente di condividere e riutilizzare i dati del fornitore.
Anche l'Istat, al giro di boa dei 150 anni dell'Unità nazionale, scopre il “bello delle licenze Creative Commons”, che già hanno conquistato i Netizen di tutto il mondo evoluto. Questo dimostra che l'Italia ha voglia di voltare pagina, per sviluppare la Rete di domani e soprattutto migliorare i meccanismi e le dinamiche della Democrazia 2.0. Anche facendo a meno dell'anacronistica ed antieconomica SIAE: una società che spiccherebbe fra gli “enti da abolire”, per far quadrare il bilancio dello Stato italiano, sotto pressione per il suo ingente debito pubblico.
Mirella Castigli
@valigiablu - riproduzione consigliata

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