Comma ammazza-blog. Post dedicato a Gasparri & C.

[Tempo di lettura stimato: 8 minuti]

Premessa: ieri sera a Porta a Porta si è parlato del comma 29, il cosiddetto ammazza-blog, ma gli spettatori di certo non avranno capito di cosa si tratta. E siccome per Gasparri e dintorni Internet è uno strumento micidiale, è evidente che i nostri politici e la nostra classe dirigente 1) non sanno niente della rete e pure legiferano su di essa 2) non hanno idea del mondo che c'è qui dentro 3) hanno bisogno di un corso full immersion del comma ammazza-blog che stanno per legiferare. Bene il corso glielo offriamo noi, gratuitamente, perché caro Gasparri sì, Internet è uno strumento micidiale di libertà, di creatività, di condivisione di sapere e di conoscenza. Mondi inesplorati, capisco perfettamente (Arianna).

Probabilmente oggi stesso ricomincerà il dibattito parlamentare sul disegno di legge in materia di riforma delle intercettazioni, disegno di legge che introdurrebbe, una volta approvato, numerose modifiche al nostro ordinamento lungo tre direttrici: limitazioni alla utilizzabilità dello strumento delle intercettazioni da parte dei magistrati; divieto di pubblicazione di atti di indagine per i giornalisti, anche se si tratta di atti non più coperti da segreto; estensione di parte della normativa sulla stampa all’intera rete.

Cerchiamo di chiarire sinteticamente i dubbi espressi in materia.

Il disegno di legge di riforma delle intercettazioni ha un impatto significativo sulla rete?

Il ddl di riforma della normativa sulle intercettazioni influisce sulla rete in due modi, innanzitutto perché le limitazioni introdotte dal ddl in merito alla pubblicabilità degli atti di indagine riguarda, ovviamente, anche la rete, relativamente al giornalismo professionale, ma soprattutto perché in esso è presente il comma 29 che è scritto specificamente per la rete.

Cosa prevede il comma 29?

Il comma 29 estende parte della legislazione in materia di stampa, prevista dalla legge n. 47 del 1948, alla rete, in particolare l’art. 8 che prevede la cosiddetta “rettifica”.

Cosa è la rettifica?

La rettifica è un istituto previsto per i giornali e le televisione, introdotto al fine di difendere i cittadini dallo strapotere dei media unidirezionali e di bilanciare le posizioni in gioco. Nell’ipotesi di pubblicazione di immagini o di notizie in qualche modo ritenute dai cittadini lesive della loro dignità o contrarie a verità, un semplice cittadino potrebbe avere non poche difficoltà nell’ottenere la “correzione” di quelle notizie, e comunque ne trascorrerebbe molto tempo con ovvi danni alla sua reputazione. Per questo motivo è stata introdotta la rettifica che obbliga i direttori o i responsabili dei giornali o telegiornali a pubblicare gratuitamente le dichiarazioni o le rettifiche dei soggetti che si ritengono lesi.

Il comma 29 estende la rettifica a tutta la rete?


La norma in questione estende la rettifica a tutti i “siti informatici, ivi compresi i giornali quotidiani e periodici diffusi per via telematica”. La frase “ivi compresi i giornali quotidiani e periodici diffusi per via telematica” è stata introdotta in un secondo momento proprio a chiarire, a seguito di dubbi sorti tra gli esperti del ramo che propendevano per una interpretazione restrittiva della norma (quindi applicabile solo ai giornali online), che la norma deve essere invece applicata a tutti i siti online.

Ovviamente sorge comunque la necessità di chiarire cosa si intenda per “siti informatici”, per cui, ad esempio, potrebbero rimanere escluse la pagine dei social network, oppure i commenti alle notizie.

Al momento non è dato sapere se tale norma si applicherà a tutta la rete, in ogni caso è plausibile ritenere che tale obbligo riguarderà gran parte della rete.

Entro quanto tempo deve essere pubblicata la rettifica inviata ad un sito informatico?

Il comma 29 estende la normativa prevista per la stampa, per cui il termine per la pubblicazione della rettifica è di due giorni dall’inoltro della medesima, e non dalla ricezione. La pubblicazione deve avvenire con “le stesse caratteristiche grafiche, la stessa metodologia di accesso al sito e la stessa visibilità della notizia cui si riferiscono”.

E’ possibile aggiungere ulteriori elementi alla notizia, dopo la rettifica?


Il ddl prevede che la rettifica debba essere pubblicata “senza commento”, la qual cosa fa propendere per l'impossibilità di aggiungere ulteriori informazioni alla notizia, in quanto potrebbero essere intese come un commento alla rettifica stessa. Ciò vuol dire che non dovrebbe essere nemmeno possibile inserire altri elementi a corroborare la veridicità della notizia stessa.

Se io scrivo sul mio blog “Tizio è un ladro”, sono soggetto a rettifica anche se ho documentato il fatto, ad esempio con una sentenza di condanna per furto?


La rettifica prevista per i siti informatici è sostanzialmente quella della legge sulla stampa, la quale chiarisce che le informazioni da rettificare non sono solo quelle contrarie a verità, bensì tutte le informazioni, atti, pensieri ed affermazioni “da essi ritenuti lesivi della loro dignità o contrari a verità”, laddove essi sono i soggetti citati nella notizia. Ciò vuol dire che il giudizio sulla assoggettabilità delle informazioni alla rettifica è esclusivamente demandato alla persona citata nella notizia. Non si tratta affatto, in conclusione, di una valutazione sulla verità, per come è congegnata la rettifica in sostanza si contrappone la “verità” della notizia ad una nuova “verità” del rettificante, con ovvio scadimento di entrambe le “verità” a mera opinione (Cassazione n. 10690 del 24 aprile 2008: “l’esercizio del diritto di rettifica… è riservato, sia per l’an che per il quomodo, alla valutazione soggettiva della persona presunta offesa, al cui discrezionale ed insindacabile apprezzamento è rimesso tanto di stabilire il carattere lesivo della propria dignità dello scritto o dell’immagine, quanto di fissare il contenuto ed i termini della rettifica; mentre il direttore del giornale (o altro responsabile) è tenuto, nei tempi e con le modalità fissate dalla suindicata disposizione, all’integrale pubblicazione dello scritto di rettifica, purché contenuto nelle dimensioni di trenta righe, essendogli inibito qualsiasi sindacato sostanziale, salvo quello diretto a verificare che la rettifica non abbia contenuto tale da poter dare luogo ad azione penale”).

Come deve essere inviata la richiesta di rettifica?


La normativa non precisa le modalità di invio della rettifica, per cui si deve ritenere utilizzabile qualunque mezzo, fermo restando che dopo dovrebbe essere possibile provare quanto meno l’invio della richiesta. Per cui anche una semplice mail (non posta certificata) dovrebbe andare bene.

Cosa accade se non rettifico nei due giorni dalla richiesta?

Se non si pubblica la rettifica nei due giorni dalla richiesta scatta una sanzione fino a 12.500 euro.

Che succede se vado in vacanza, mi allontano per il week end, o comunque per qualche motivo non sono in grado di accedere al computer e non pubblico la rettifica nei due giorni indicati?


Queste ipotesi non sono previste come esimenti, per cui la mancata pubblicazione della rettifica nei due giorni dall’inoltro fa scattare comunque la sanzione pecuniaria. Eventualmente sarà possibile in seguito adire l’autorità giudiziaria per cercare di provare l’impossibilità sopravvenuta alla pubblicazione della rettifica. È evidente, però, che non si può chiedere l’annullamento della sanzione perché si era in “vacanza”, occorre comunque la prova di un accadimento non imputabile al blogger.

La rettifica prevista dal comma 29 è la stessa prevista dalla legge sulla privacy?
No, si tratta di due cose ben diverse anche se in teoria ci sarebbe la possibilità di una sovrapposizione parziale. La legge sulla privacy consente al cittadino di chiedere ed ottenere la correzione di dati personali, mentre la rettifica ai sensi del comma 29 riguarda principalmente notizie.

Con il comma 29 si equipara la rete alla stampa?
Con il suddetto comma non vi è alcuna equiparazione di rete e stampa, anche perché tale equiparabilità è stata più volte negata dalla Cassazione. Il comma 29 non fa altro che estendere un solo istituto previsto per la stampa, quello della rettifica, a tutti i siti informatici.

Con il comma 29 anche i blog non saranno più sequestrabili, come avviene per la stampa?
Assolutamente no, come già detto con il comma 29 non si ha alcuna equiparazione della rete alla stampa, si estende l’obbligo burocratico della rettifica ma non le prerogative della stampa, come l’insequestrabilità. Questo è uno dei punti fondamentali che dovrebbe far ritenere pericoloso il suddetto comma, in quanto per la stampa si è voluto controbilanciarne le prerogative, come l’insequestrabilità, proprio con obblighi tipo la rettifica. Per i blog non ci sarebbe nessuna prerogativa da bilanciare.

Posso chiedere la rettifica per notizie pubblicate da un sito che ritengo palesemente false?

E’ possibile chiedere la rettifica solo per le notizie riguardanti la propria persona, non per fatti riguardanti altri.

Se ritengo che la rettifica non sia dovuta, posso non pubblicarla?


Ovviamente è possibile non pubblicarla, ma ciò comporterà certamente l’applicazione della sanzione pecuniaria. Come chiarito sopra la rettifica non si basa sulla veridicità di una notizia, ma esclusivamente su una valutazione soggettiva della sua lesività. Per cui anche se il blogger ritenesse che la notizia è vera, sarebbe consigliabile pubblicare comunque la rettifica, anche se la stessa rettifica è palesemente falsa.

Chi è il soggetto obbligato a pubblicare la rettifica, il titolare del dominio, il gestore del blog?
Questa è un’altra problematica che non ha una risposta certa. La rettifica nasce in relazione alla stampa o ai telegiornali, per i quali esiste sempre un direttore responsabile. Per i siti informatici non esiste una figura canonizzata di responsabile, per cui allo stato non è dato sapere chi è il soggetto obbligato alla rettifica. Si può ipotizzare che l’obbligo sia a carico del gestore del blog, o più probabilmente che debba stabilirsi caso per caso.

Sono soggetti a rettifica anche i commenti?
Anche qui non è possibile dare una risposta certa al momento. In linea di massima un commento non è tecnicamente un sito informatico, inoltre il commento è opera di un terzo rispetto all’estensore della notizia, per cui sorgerebbe anche il problema della possibilità di comunicare col commentatore. A meno di non voler assoggettare il gestore del sito ad una responsabilità oggettiva relativamente a scritti altrui, probabilmente il commento non dovrebbe essere soggetto a rettifica.

Pensavo di creare un widget che consente agli utenti di pubblicare direttamente la loro rettifica senza dovermi inviare richieste. In questo modo sono al riparo da eventuali multe?


Assolutamente no, la norma prevede la possibilità che il soggetto citato invii la richiesta di rettifica e non lo obbliga affatto ad adoperare widget o similari. Quindi anche l’attuazione di oggetti di questo tipo non esime dall’obbligo di pubblicare rettifiche pervenute secondo differenti modalità (ad esempio per mail).

Pensavo di aprire un blog su un server estero, in questo modo non sarei più soggetto alla rettifica?

Per non essere assoggettati all’obbligo della rettifica è necessario non solo avere un sito hostato su server estero, ma anche risiedere all’estero, come previsto dalla normativa europea. E, comunque, anche la pubblicazione di notizie su un sito estero potrebbe dare adito a problemi se le notizie provengono da un computer presente in Italia.

E’ vero che in rete è possibile pubblicare tutto quello che si vuole senza timore di conseguenze? E’ per questo che occorre la rettifica?
Questo è un errore comune, ritenere che non vi sia alcuna conseguenza a seguito di pubblicazione di informazioni o notizie online, errore dovuto alla enorme quantità di informazioni immesse in rete, ovviamente difficili da controllare in toto. Si deve inoltre tenere presente che comunque l’indagine penale od amministrativa necessita di tempo, e spesso le conseguenze penali od amministrative a seguito di pubblicazioni online, si hanno a distanza di settimane o mesi.

In realtà alla rete si applicano le stesse medesime norme che si applicano alla vita reale, anzi in alcuni casi la pubblicazione online determina l’aggravamento della pena. Quindi un contenuto in rete può costituire diffamazione, violazione di norme sulla privacy o sul diritto d’autore, e così via…

Il discorso che spesso si fa è, invece, relativo al rischio che un contenuto diffamante possa rimanere online per parecchio tempo. In realtà nelle ipotesi di diffamazione o che comunque siano lesive per una persona, è sempre possibile ottenere un sequestro sia in sede penale che civile del contenuto online, laddove l’oscuramento avviene spesso nel termine di 48 ore.

Ho letto di un emendamento presentato da alcuni politici che dovrebbe risolvere il problema della rettifica. È un buon emendamento?
Già lo scorso anno fu presentato un emendamento da alcuni parlamentari, che sostanzialmente dovrebbe essere riproposto quest’anno, con qualche modifica. In realtà l’emendamento Cassinelli, dal nome dell’estensore, non migliora di molto la norma: allunga i termini della rettifica a 10 giorni, stabilisce che i commenti non sono soggetti a rettifica, e riduce la sanzione in caso di non pubblicazione.

L’allungamento dei termini non è una grande conquista, in quanto l’errore di fondo del comma 29 è l’equiparazione tra rete e stampa, cioè tra attività giornalistica professionale e non professionale, compreso la mera manifestazione del pensiero, tutelata dall’art. 21 della Costituzione, esplicata dai cittadini tramite blog. Per i commenti la modifica è addirittura inutile in quanto una lettura interpretativa dovrebbe portare al medesimo risultato, anzi forse sotto questo profilo l’emendamento è peggiorativo perché invece di “siti informatici” parla di “contenuti online” con una evidente estensione degli stessi (pensiamo alle discussioni nei forum).

Tale emendamento viene giustificato con l’esempio del blogger che scrive: “Tizio è un ladro”, ipotesi nella quale, si dice, Tizio ha il diritto di vedere rettificata la notizia falsa. Immaginiamo invece che Tizio effettivamente sia un ladro, la rettifica gli consentirebbe di correggere una notizia vera con una falsa. Se davvero Tizio non è un ladro, invece, non ha alcun bisogno di rettificare, può denunciare direttamente per diffamazione il blogger ed ottenere l’oscuramento del sito in poco tempo.

Ma in sostanza, quale è lo scopo di questa norma?

Una risposta a tale domanda è molto difficile, però si potrebbe azzardarla sulla base della collocazione della norma medesima. Essendo inserita nel ddl intercettazioni, potrebbe forse ritenersi una sorta di norma di chiusura della riforma, riforma con la quale da un lato si limitano le indagini della magistratura, dall’altro la pubblicazione degli atti da parte dei giornalisti. Poi, però, rimarrebbe il problema se un giornalista decide di aprire un blog in rete e pubblicare quelle intercettazioni che sul suo giornale non potrebbe più pubblicare. Ecco che il comma 29 evita questo possibile rischio.

Bruno Saetta - blog
@valigia blu - riproduzione consigliata

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Tap, come i 5 Stelle si sono rimangiati la promessa di fermare il gasdotto

[Tempo di lettura stimato: 12 minuti]

«Prima o poi si tornerà a votare in questo paese. E con il governo del Movimento 5 Stelle quest'opera la blocchiamo in due settimane, in due settimane».

Era il 2 aprile 2017 quando in un comizio durante una manifestazione No Tap a San Foca, in Salento, Alessandro Di Battista prometteva che in caso di vittoria alle elezioni il Movimento 5 Stelle avrebbe impedito la realizzazione del Trans Adriatic Pipeline (TAP), il progetto di un gasdotto che, passando per Grecia e Albania approderà in Italia, consentendo l’arrivo di gas naturale in Europa dal Mar Caspio, in Azerbaijan.

Da quando Tap è stato selezionato come progetto vincitore per la realizzazione del gasdotto nel 2013 e, nel settembre 2014, il ministero dell'Ambiente ha individuato in San Foca il suo punto di approdo, attraverso un microtunnel lungo 1,5 km, scavato a circa 700 metri dalla spiaggia a una profondità di 25 metri, le amministrazioni locali di alcuni dei Comuni interessati dal progetto, gruppi di cittadini e associazioni ambientaliste, poi confluite nel Comitato No Tap, hanno portato avanti diverse iniziative legali (finora respinte dalla giustizia amministrativa), monitorato il territorio e organizzato momenti di protesta.

Leggi anche >> Gasdotto TAP e proteste: cosa succede in Puglia

Il Movimento 5 Stelle ha da subito abbracciato la battaglia, come fatto per Tav e Ilva. Alla manifestazione No Tap del 22 settembre 2014, Beppe Grillo aveva dichiarato: «Deve essere il popolo a decidere, anche sul gasdotto. Se per fare l'opera metteranno in campo l'esercito, noi ci metteremo il nostro di esercito», sottolineando come secondo lui si trattasse di un'opera calata dall'alto senza la consultazione degli abitanti del posto.

Posizioni mantenute negli anni successivi.

1 Aprile 2017. "È inaccettabile che nel 2017 i vecchi partiti continuino a investire in una politica energetica basata sullo sfruttamento di fonti fossili anziché sulle energie rinnovabili, peraltro attraverso un progetto che non servirà a rendere il nostro Paese energeticamente indipendente dall’estero ma che, anzi, rischia di danneggiare ulteriormente una delle regioni più belle del mondo. Oggi la stessa battaglia viene portata avanti anche dai nostri consiglieri regionali che da un anno e mezzo incalzano un governatore pugliese poco attento ai problemi del territorio e più interessato alla sua scalata interna al partito", si leggeva in un post sul blog delle stelle il primo aprile 2017, riferendosi al presidente della Regione Puglia, Michele Emiliano. In quell'occasione il Movimento 5 Stelle aveva candidato il "Comitato No Tap Salento Acquarica-Vernole" all'European Citizen's Prize 2017, il premio per il cittadino europeo dell'anno promosso dal Parlamento europeo.

Qualche giorno prima il senatore dei 5 Stelle, Gianni Girotto, aveva sostenuto durante la visita del Commissario europeo all'Unione energetica Maros Sefcovic in Puglia che "l'Italia non ha bisogno di un gasdotto inutile che ancora prima di essere posato a terra ha già creato enormi conflitti sociali sul territorio pugliese. In queste ore assistiamo all'avvilente teatrino di uno Stato che difende gli interessi dei grandi player energetici rispondendo con violenza contro persone colpevoli solo di difendere il proprio diritto a una terra libera da rischi ambientali ed economici".

3 aprile 2017. Il 3 aprile, nel corso di una conferenza stampa sul programma energia del Movimento, i deputati 5 Stelle avevano evidenziato che "con il Tap si sradicano 10 mila ulivi. Quel tubo non serve: per questo è stupido farlo. Quel tubo è stupido, è un'errata scelta politica. Per questo la gente protesta". In un post sul blog delle Stelle di quei giorni, si chiedeva di "fermare il gasdotto e la mattanza degli ulivi", sottolineando "il gioco di rimpallo tra la Regione Puglia, guidata da Emiliano, e il Ministero dell'Ambiente. Fanno lo scarica barile delle responsabilità circa le procedure da seguire e le attribuzioni di potere, noncuranti delle conseguenze che ricadono sul territorio, sull'ambiente e sulla popolazione, dove è forte la mobilitazione in atto tra i cittadini".

Novembre 2017. A novembre dello stesso anno, l'europarlamentare dei 5 Stelle, Rosa D'Amato, era intervenuta al Parlamento europeo per sostenere gli abitanti di quei Comuni interessanti dal gasdotto: «Siamo qui a parlare di salvare il nostro mare, di salvare le praterie di Posedonia quando per farlo basterebbe impedire infrastrutture energetiche come la TAP. Quella TAP che in questi giorni ha militarizzato San Foca, in Puglia, sud dell'Italia. Quella TAP che è proprietaria di un intero territorio che lo compra con 55 milioni di euro. Sta devastando un intero paesaggio, un'economia, il turismo. Ha estirpato centinaia di ulivi», aveva esordito D'Amato, che poi si era rivolta «cittadini di Meledugno, ai ragazzi del Movimento NO TAP che sono stati costretti a lasciare il presidio San Basilio dopo 8 mesi di lotte» per dire «di non fermarsi e con loro noi non ci fermeremo per fermare, invece, la devastazione di chi lo fa solo per il mero profitto».

D'AMATO - TAO POSIDONIA 13-11-2017

IL NOSTRO MARE NON SI TOCCA! Grandissimo intervento di Rosa D'Amato-portavoce M5S al Parlamento europeo contro la TAP. No agli ecomostri! goo.gl/LLVkXn

Pubblicato da MoVimento 5 Stelle Europa su Martedì 14 novembre 2017

Gennaio 2018. A gennaio 2018 Rosa D'Amato pubblicava un post sul blog delle Stelle in cui affermava di aver "scritto al commissario UE all'Ambiente, Miguel Arias Canete, per contestare la decisione del ministero dell'Ambiente di avocare a sé le verifiche di ottemperanza di ben undici prescrizioni per la realizzazione del gasdotto Tap, sottraendole alla Regione e all'Arpa Puglia" e per chiedere di "sapere se questa decisione violi la direttiva 2011/92/UE concernente la valutazione dell'impatto ambientale di determinati progetti pubblici e privati".

Marzo 2018. A marzo, durante la campagna elettorale, il sindaco di Melendugno, Marco Potì, ha proposto a tutte le forze politiche di firmare un patto per impegnarsi a fermare il gasdotto. L'iniziativa era stata stigmatizzata dal deputato e candidato del Movimento 5 Stelle, Diego De Lorenzis, perché, secondo lui, si trattava solo di "un’occasione per i partiti di apparire senza colpe. Purtroppo sono 30 anni che assistiamo alla patologia da campagna elettorale che affligge tutti i partiti tradizionali, da destra a sinistra, e i loro uomini, nuovi e meno nuovi, che dietro a simboli diversi lanciano le solite promesse con slogan accattivanti per raccogliere una manciata di voti, salvo dimenticarle una volta entrati nel ‘Palazzo’. La credibilità e la coerenza non gli appartengono e gli elettori farebbero bene a diffidare di chi è stato complice del massacro del territorio”. Alla fine, aveva dichiarato il sindaco di Melendugno, il patto era stato sottoscritto "dai candidati M5S a LeU, da Potere al Popolo a Casa Pound" e consisteva – aveva dichiarato in quei giorni il candidato di LeU nel territorio, Massimo D'Alema – nel "portare in Parlamento una risoluzione per fermare i lavori del cantiere Tap, ridiscutere con la Regione Puglia e gli enti locali una localizzazione che sia ragionevole".

15 Ottobre 2018. Poi ci sono state le elezioni, il popolo ha deciso, il Movimento 5 Stelle ha preso tantissimi voti, è andato al governo e due giorni fa...

... dopo un vertice al termine del Consiglio dei Ministri, finito a tarda sera – al quale hanno partecipato il Presidente del Consiglio, Giuseppe Conte, i ministri Sergio Costa (Ambiente) e Barbara Lezzi (Mezzogiorno, parlamentare pugliese che in questi anni più si è impegnata sulla questione), il sottosegretario allo Sviluppo Economico, Andrea Cioffi, il sindaco di Melendugno, Marco Potì e altri rappresentanti dei 5 Stelle – è stato confermato che per ora non c’è alcuno stop e che la possibilità di fermare l’opera è quasi inesistente. Come ammesso dalla ministra Lezzi, «nelle prossime 24-36 ore prenderemo una decisione, tuttavia il sentiero è molto stretto. Abbiamo fatto un’analisi dei costi dall’interno dei ministeri. Questi costi il Paese non può permetterseli e noi non ce la sentiamo di addossarli sui cittadini».

L'opera, ricostruisce Domenico Palmiotti sul Sole 24 Ore non può essere fermata per almeno 3 ragioni: "se l’Italia facesse saltare il progetto, o se decidesse di cambiarne l’approdo si esporrebbe al rischio di rilevanti penali da corrispondere; l’opera è provvista di tutte le autorizzazioni e rientra in impegni internazionali assunti dall’Italia; i procedimenti amministrativi e autorizzativi sinora non hanno evidenziato nulla di irregolare".

Il fronte No Tap – che in questi anni ha duramente protestato, occupando l'area di cantiere e cercando di rallentare l'avvio dei lavori e di impedire il trasferimento temporaneo degli ulivi (secondo quanto previsto dall'opera) presenti lungo il tracciato del gasdotto – ha chiesto ai rappresentanti del Movimento 5 Stelle di dimettersi dagli incarichi di governo: «c’è una forza di governo che ha contatti con chi finanzia il gasdotto» (il riferimento è alla Lega, spiega Palmiotti nell'articolo) «e c’è una forza di governo che ci è andata con la parola onestà» (il Movimento 5 Stelle, precisa ancora il giornalista), ha dichiarato Gianluca Maggiore, portavoce dei No Tap. «È il momento di chiarire cosa vogliamo fare. Se non siete in grado di fermare un’opera, perché illegale e non ha nulla di strategico, e perché ve lo ha chiesto la popolazione che vi ha eletto, dimettetevi».

Nel tentativo di respingere preventivamente eventuali critiche sempre Barbara Lezzi ha precisato che si tratta di «un'opera non strategica scelta da un altro governo e agevolata da un altro governo» e, quasi a voler giustificare l'inversione di rotta, ha aggiunto: «Non abbiamo nulla di cui vergognarci, non avevamo a nostra disposizione una serie di dati che forniremo pubblicamente. (...) Oggi abbiamo le mani legate, c’è un costo troppo alto che dovremmo far pagare al Paese e per senso di responsabilità non possiamo permettercelo».

Il giorno dopo, in un post su Facebook, il Movimento No Tap ha espresso "il suo dissenso e sconcerto per quanto dichiarato dagli esponenti del Movimento 5 Stelle e dal governo". Nonostante la "consegna agli organi di governo di tutta la documentazione raccolta negli ultimi mesi contestualmente alla presentazione dei dossier che provano inconfutabilmente l’illegittimità politica e giuridica del progetto TAP, apprendiamo che l’esecutivo in carica continua a dichiarare pubblicamente l’esistenza di costi e penali per bloccare la realizzazione del gasdotto tenendo nascosti i documenti che confermerebbero questo. Ma nasconderli per quale motivo? Per quale motivo questo esecutivo continua a proteggere chi ha firmato queste fantomatiche penali? Perché non é dato sapere chi si é assunto le responsabilità di giocare con la vita dei cittadini?", si chiede il Movimento annunciando che "l’opposizione al progetto TAP continuerà in tutte le sedi, comprese quelle giudiziarie".

TRADITORI: CON TAP IL GOVERNO SOSPENDE LO STATO DI DIRITTOOggi, il Movimento No Tap esprime il suo profondo dissenso e...

Pubblicato da Comitato No Tap su Martedì 16 ottobre 2018

Su Rai Radio 1 alla trasmissione "Un Giorno da Pecora", lo scrittore Erri De Luca ha parlato di «voltata di schiena agli elettori invogliati a votare per questo. Se si tratta di tradimento? Si può parlare anche di questo: è la perdita della parola data, ben più grave del tradimento».

In un'intervista il Presidente della Regione Puglia, Michele Emiliano, ha parlato di "indegna ritirata del Movimento 5 Stelle": «Nonostante i comizi di Di Battista e della Lezzi nei quali dicevano che se avessero vinto le elezioni in 15 giorni avrebbero cancellato l'opera, mentre sapevano già da allora - perché le carte erano uguali allora come oggi - che questa era una balla da campagna elettorale, quella balla l'hanno detta. Visto che oggi la situazione è in questi termini che almeno si impegnino con la Regione Puglia a spostare il gasdotto di 30 chilometri più a nord, perché se poi anche sul TAP si fa come sull'Ilva, cioè si fa finta di niente, allora questa povera gente pugliese che è stata presa in giro dal Movimento 5 Stelle a che santo si deve votare, da chi deve andare a rivolgere una supplica perché siano rispettati almeno gli impegni della campagna elettorale che ha visto il Movimento 5 Stelle arrivare quasi al 50 per cento dei voti in Puglia per queste promesse?».

Il consigliere regionale del Movimento 5 Stelle, Antonio Trevisi, intervistato da Huffington Post, ha chiesto scusa per non essere riusciti a mantenere la parola data in campagna elettorale e nelle lotte accanto ai cittadini in tutti questi anni: «Siamo stati ottimisti, un po' troppo ingenui, ma siamo una forza giovane, sbagliamo e pagheremo. Sono il primo a sentirmi sconfitto e deluso, ma non ho commesso errori». Trevisi ha spiegato che l'opera era stata blindata dal governo precedente con «penali che possono arrivare fino a venti miliardi e noi non lo sapevamo. Parliamo di una manovra di bilancio, il doppio del reddito di cittadinanza». Trevisi ha poi preso le distanze dalle parole pronunciata da Di Battista a San Foca lo scorso anno: «È vero, si è fatta una grande campagna elettorale a riguardo ma probabilmente Di Battista è stato troppo ottimista quando ha parlato di 15 giorni, non è la frase di tutto il Movimento. Era preso dall'euforia», aggiungendo che lo scenario è cambiato con la Lega al governo: «La Lega vuole la Tap, infatti nel contratto di governo non c'è scritto nulla. (...) I nostri ministri hanno fatto tutto il possibile ma dall'altra parte avevano Salvini. (...) Il governo si prende le sue responsabilità, il premier ha detto che si prende la responsabilità. Lui come premier ha detto che non se la sente di far pagare i cittadini italiani. Io ho ancora appeso il cartellone con cui ho invaso il consiglio regionale con scritto "Melendugno libera"».

13 ottobre 2018. Che i 5 Stelle fossero in imbarazzo lo si era intuito già nei mesi scorsi. Alcuni giorni fa, intervistata a "Circo Massimo" su Radio Capital, Barbara Lezzi aveva affermato che, per lei, l'opera non è strategica e, se non fosse stato per la Lega, sostenitrice del gasdotto, «avremmo già agito». Il riferimento è alle posizioni del ministro dell'Interno, Matteo Salvini, che aveva dichiarato come la realizzazione del gasdotto sia economicamente e strategicamente vantaggioso per il nostro paese.

Giugno 2018. Quando aveva giurato all'insediamento del nuovo governo guidato da Conte, riportava Claudio Tito su Repubblica, la ministra aveva confermato di voler bloccare il progetto, salvo accorgersi poche settimane dopo, a metà giugno, dell'esistenza di «un trattato ratificato da cinque anni». «Dobbiamo prenderne atto. Come promesso, faremo una valutazione attenta e responsabile che arrechi il minor danno possibile ai cittadini», aveva dichiarato in un'intervista a Il Messaggero.

Di fronte alle reazioni suscitate da questa intervista, nei giorni immediatamente successivi Lezzi si era sentita in dovere di intervenire sulla propria bacheca Facebook per alcune precisazioni e sottolineare che l'opera era stata ritenuta strategica da un'altra maggioranza e la posizione dei 5 Stelle non era cambiata e che, sebbene al governo, il Movimento era tenuto a rispettare il contratto con un'altra forza politica e per "onorare l'impegno assunto con il resto della maggioranza, dovrà eseguire una dettagliata, puntuale e approfondita analisi costi benefici" dell'opera. In altre parole, tutto tornava in gioco.

Non nego il fatto di trovare piuttosto avvilente dover precisare mie dichiarazioni che, non sempre ma frequentemente,...

Pubblicato da Barbara Lezzi su Giovedì 5 luglio 2018

Luglio 2018. Lo slittamento delle posizioni su Tap era ormai avviato. A luglio, rispondendo a un’interrogazione di Rossella Muroni (Liberi e uguali) in VIII Commissione alla Camera, che chiedeva «una sospensione della realizzazione dell’opera visti irregolarità e impatti emersi», il ministro dell’Ambiente, Sergio Costa, aveva detto che «non si fermano i cantieri, né si sospendono i lavori perché grazie alle stringenti prescrizioni imposte, gli impatti ambientali del Tap sarebbero non significativi». Di fronte alla replica del ministro, Muroni aveva ironizzato sottolineando che «il cambiamento va al governo, ma su Tap non si cambia musica e si va avanti con la realizzazione dell’opera. Così il Movimento 5 Stelle di governo fa retromarcia rispetto al Movimento 5 Stelle di “lotta”, che in campagna elettorale si era sempre scagliato contro l’infrastruttura».

Il 20 luglio la ministra Lezzi veniva duramente contestata durante un incontro organizzato dai Cobas nel campus urbano di UniSalento: «La ringraziamo vivamente, grazie del tradimento che ci ha fatto», le parole dei manifestanti durante la contestazione ripresa (e postata su Facebook) da Telerama. «Vergognati Barbara, ricordati che eri al nostro fianco fino a qualche giorno fa prima di prendere quella poltrona. Sei passata dalla parte dei violenti», in riferimento alla visita del Presidente della Repubblica, Sergio Mattarella, e del ministro degli Esteri, Enzo Moavero, in Azerbaijan, durante la quale avevano rassicurato che il gasdotto sarebbe stato realizzato nei tempi previsti.

Ministra Lezzi contestata a Lecce dai NoTap

In mattinata la ministra per il Sud @Barbara Lezzi, ospite all'Università del #Salento, è stata fortemente contestata dai #notap, che l'hanno accusata di tradimento.

Pubblicato da TeleRama su Venerdì 20 luglio 2018

Interpellato sulla vicenda, il ministro dello Sviluppo Economico, Luigi Di Maio, aveva cercato di prendere tempo ricordando che «il vero grande errore del TAP è che prima di tutto non si è dialogato con le comunità, come non lo si è fatto per la TAV in Val di Susa e il nostro impegno di ascoltare le comunità resta perché è da lì che parte tutto, unita alla salvaguardia ambientale e unita all'importanza dell'opera perché riconosciamo che le opere importanti debbano essere prima di tutto delle opere utili a questo momento storico» e aggiungendo che «su questo il Movimento 5 Stelle non ha assolutamente cambiato linea e si sbaglia chi dice il contrario».

Il 22 luglio, sulla sua bacheca Facebook, il Presidente della Regione Puglia, Michele Emiliano, si rivolgeva direttamente ad Alessandro di Battista chiedendogli di incontrarlo per stabilire una linea comune e riuscire quanto meno a spostare l'approdo del gasdotto prima che fosse troppo tardi: "È vero, la Puglia non ha mai detto di voler bloccare il Tap, ma solo di spostarlo un po' più a nord per evitare rischi per i bagnanti su una delle nostre più belle spiagge. (...) Quello che non posso accettare è che i pugliesi che hanno votato M5S – tra i quali tanti miei amici ed elettori – siano stati presi in giro. Tutti sapevano o dovevano sapere anche all’epoca di questo comizio che il Tap non si poteva bloccare a causa di un accordo internazionale di molti anni fa. Adesso Di Battista deve metterci la faccia accanto a noi pugliesi e provare a spostare l’approdo in una zona meno dannosa. Dimostrerà così di essere la brava persona che molti di noi pensano che sia". Nel post, Emiliano linkava il video del comizio di Di Battista dell'aprile 2017 a San Foca in cui diceva che sarebbero bastate due settimane per bloccare il progetto.

La replica di Di Battista non si faceva attendere. In un video su Facebook, rispondeva a Emiliano di averci messo la faccia per 5 anni e di fidarsi dei ministri del governo: «Ci sono dei ministri che si occupano di questo. Perché dunque tirare in ballo me? Sul Tap sapete quello che penso, mi fido dei ministri. Vedrete che queste opere "stupide" verranno affrontate nel modo giusto». Già in passato, come visto in precedenza, i 5 Stelle avevano definito stupido il progetto del gasdotto.

Il giorno successivo, il 23 luglio, una nuova puntata della querelle. Durante un incontro in Regione Puglia sul nodo ferroviario di Bari, dopo una domanda di un giornalista sulla richiesta di Emiliano a Di Battista di metterci la faccia su Tap, la ministra Lezzi aveva definito «una sceneggiata» l'iniziativa del presidente, accusandolo tra l'altro di «scostumatezza istituzionale» per essersi rivolto a Di Battista «che non solo è a migliaia di chilometri da qui ma non fa neanche parte del governo». Riguardo alle contestazioni ricevute a Lecce pochi giorni prima aveva risposto di non essere turbata e, rispetto al gasdotto, di «stare lavorando per bloccare l'opera perché i 5 Stelle non sono per il meno peggio». Quando, al termine dell'intervento Lezzi si è allontanata dal tavolo dei relatori, il presidente Emiliano è intervenuto per dire che «il ministro ha portato offesa alla Regione Puglia. L'avevamo invitata a parlare di come portare a sintesi due progetti e nessuno di noi replicherà in sede politica alle accuse farneticanti del ministro. Anche io vengo contestato in pubblico e certo non do in escandescenze come ha fatto oggi la ministra». Rientrata in sala, Lezzi ha replicato che «il vero maleducato è Emiliano, che invece di interloquire con i ministri li vuole bypassare e propinare la solita storiella del cambio di approdo o fantasmagoriche riconversioni della centrale elettrica di Cerano (a carbone ndr) o dell'Ilva», per poi alzarsi e andare via definitivamente.

Agosto – settembre 2018. La discussione su Tap, però, non si era conclusa. Ai primi di agosto, Alessandro Di Battista ricordava in un post su Facebook che «il Movimento deve fare il Movimento, ribadendo i “No” sani che abbiamo detto, perché ci abbiamo preso i voti su quella roba là», invitando così a non indietreggiare proprio sui cavalli di battaglia della campagna elettorale dei 5 Stelle come Tav, Tap e Ilva. Il 9 agosto, Di Maio precisava che "il Tap non è nel contratto di governo. Il dossier è sul tavolo del presidente del consiglio che lo gestirà sicuramente al meglio. in questo momento, prima ancora del movimento, prima ancora della Lega, c'è da ascoltare la comunità. Conte ha ascoltato il sindaco di Melendugno. Le opere non si riusciranno mai a fare se le comunità non sono d'accordo". Posizione ribadita con ancora più forza a settembre, durante la visita a Bari: «Io sul Tap sono stato molto chiaro. Il Movimento 5 Stelle era ed è no Tap. Il dossier è sul tavolo del Presidente del Consiglio e come abbiamo affrontato tanti altri dossier in questi tre mesi, affronteremo anche il dossier Tap».

Ieri, probabilmente, la parola fine. Tap si farà.

Foto in anteprima via Il Manifesto

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Germania, l’esplosione dei Verdi vero argine all’estrema destra

[Tempo di lettura stimato: 4 minuti]

di Alessandro Alviani

«In una constellazione rosso-verde deve essere chiaro: il più grande è il cuoco, il più piccolo il cameriere». È il 1997, la campagna elettorale che lo porterà alla cancelleria non è ancora iniziata e Gerhard Schröder, durante un colloquio con Joschka Fischer, mette in chiaro così i futuri rapporti di forza tra la Spd e i Verdi. Sono passati 21 anni da quella frase, entrata nella storia della politica tedesca, e la situazione si è ribaltata: nella Germania tardo-merkeliana i Verdi hanno staccato nettamente i socialdemocratici. L'ultima conferma di questo trend, che si va profilando da settimane a livello nazionale, è arrivata domenica dalle regionali in Baviera: secondo i risultati provvisori, i Verdi hanno raccolto il 17,5% dei voti (+8,9%), diventando il secondo partito, mentre la Spd è scesa al 9,7% (-10,9%) ed è stata superata anche dalla AfD (10,2%). La Csu, che in Baviera ha quasi sempre conquistato in passato la maggioranza assoluta, è crollata al 37,2% (-10,5%).

A livello nazionale, i sondaggi restituiscono un quadro molto simile: secondo l'ultima rilevazione dell'istituto Infratest dimap, diffusa giovedì 11 ottobre, se domenica si fosse votato anche per il Bundestag i Verdi avrebbero toccato il 17%, superando di due punti la Spd e rivelandosi secondo partito dietro la Cdu/Csu, scesa al 26%. E in Assia, dove si vota tra due settimane per le regionali, si registrano valori identici.

La crescita della formazione ecologista, che alle elezioni politiche di un anno fa aveva raccolto appena l'8,9% dei consensi, si spiega con varie ragioni e la Baviera ne riassume almeno tre: una piattaforma programmatica solidale, europeista e anti-populista, un'azione politica pragmatica e il ringiovanimento della propria classe dirigente. A ciò va aggiunto necessariamente un quarto, decisivo elemento: le difficoltà della Spd.

Argine ai populisti

Per chi è immune dalla propaganda populista, anti-Ue e anti-immigrati della AfD, la vera alternativa in questo momento sono i Verdi. La formazione che fu di Joschka Fischer si fa portavoce di una posizione apertamente europeista e, sulla questione dei migranti, incarna una linea solidale e liberale: no al riconoscimento degli Stati del Maghreb come “Paesi di origine sicuri“, no alla criminalizzazione delle Ong, sì a un sistema europeo di salvataggi nel Mediterraneo e a un nuovo meccanismo europeo sul diritto d'asilo.

Nella sostanza non si tratta di posizioni diverse da quelle della Spd. I Verdi sono riusciti però a darsi un profilo chiaro e nettamente riconoscibile, a differenza dei socialdemocratici, che danno l'impressione di essere imbrigliati nella Grande coalizione: stretti nello scontro interno tra la Cdu e la Csu sulla questione dei migranti, appaiono privi di una propria identità politica. E, a differenza dell'ultima legislatura – si pensi solo all'introduzione del salario minimo – stavolta la Spd non è ancora riuscita a imporre propri accenti nell'agenda di un governo che si trascina stancamente da una crisi all'altra.

Classe dirigente

Giovani, nuovi, dinamici. Tanto in Baviera, quanto a livello nazionale, i Verdi hanno ringiovanito con successo la propria classe dirigente. E, allo stesso tempo, sembrano essersi lasciati alle spalle le tradizionali divisioni interne tra le due correnti - fondamentalisti e realisti – che hanno segnato per anni le dinamiche interne del partito.

A livello nazionale, da gennaio la formazione ecologista ha un nuovo duo al comando: Robert Habeck, 49 anni, scrittore con un dottorato in filosofia in tasca, si contraddistingue per uno spiccato talento retorico, un forte carisma e un'elevata dose di pragmatismo e viene considerato il vero astro nascente del partito, o, per dirla con lo Spiegel, il “Trudeau verde“; Annalena Baerbock, 37 anni e un master in Public International Law alla London School of Economics, si è dimostrata finora molto abile nell'insistere su un un tema chiave in Germania, quello della coesione sociale, un ambito occupato un tempo saldamente dalla Spd. E anche in Baviera il boom è stato trainato da due politici che incarnano il ricambio generazionale: Ludwig Hartmann, 40 anni, un esperto di questioni ambientali, e Katharina Schulze, 33 anni, che vanta in passato uno stage presso i Democratici statunitensi e oggi, oltre alla lotta contro l'estremismo di destra, vanta tra i suoi cavalli di battaglia un tema tradizionalmente appannaggio dei conservatori, quale la sicurezza interna. Il suo slogan sembra essere preso in prestito da Winfried Kretschmann, il primo Verde a conquistare la guida di un governo regionale in Germania, nel vicino Baden-Württemberg: “Salvare il mondo pragmaticamente“.

Pragmatismo politico

La linea dura sui migranti imboccata dalla Csu non ha pagato. Secondo i primi dati sui flussi elettorali, la Csu ha ceduto 180mila voti alla AfD e altrettanti ai Verdi. Segno che gli elettori che chiedevano posizioni più intransigenti hanno preferito i populisti di Alternativa per la Germania. Mentre quelli che, in un Land tradizionalmente cristiano come la Baviera, hanno guardato con malumore all'irrigidimento dei toni sui migranti, si sono avvicinati ai Verdi. I quali, in termini assoluti, hanno sottratto voti soprattutto agli ex sostenitori della Spd (210mila).

Scorrendo le motivazioni di voto rilevate da Ard, si scopre che le politiche sui migranti sono state indicate come “molto importanti“ soltanto dal 33% degli elettori, poco in confronto a temi come “Scuola e formazione“ (52%), “Spazi abitativi a prezzi accessibili“ (51%) e “Politiche ambientali“ (49%). Inoltre, la formazione ambientalista è riuscita a costruirsi una forte posizione su un tema che qui ha una lunga tradizione, è stato associato per decenni alla Csu e gioca un ruolo importante nelle aree rurali e tra l'elettorato conservatore: l'amore per la patria, inteso come legame con la natura e difesa di paesaggi naturali incontaminati, visti come quintessenza della propria identità. I Verdi hanno compreso meglio degli altri partiti la paura della distruzione della natura – e, in ultima istanza, della propria identità – di fronte a una cementificazione che qui avanza a ritmi più elevati che in altri Länder: in Baviera nel 2016 ogni giorno 10 ettari di terreni sono stati trasformati in aree deputate al traffico o agli insediamenti abitativi o industriali. Ludwig Hartmann, candidato di punta dei Verdi alle regionali insieme a Katharina Schulze, è il portavoce di “Betonflut eindämmen“ (“Fermare l'ondata di cemento“), un'iniziativa trasversale che ha provato – senza successo, per via dello stop della Corte costituzionale bavarese – a organizzare un referendum che limitasse a 5 ettari al giorno la cementificazione. Un tema, questo, che fa presa soprattutto su un elettorato conservatore che, per la prima volta, ha iniziato a guardare con interesse ai Verdi.

Il suo pragmatismo regala inoltre al partito ecologista una posizione di vantaggio in un panorama partitico sempre più frammentato come quello tedesco, in cui le tradizionali alleanze a due sono sempre più rare. Attualmente, a livello regionale, i Verdi governano in nove regioni, con geometrie variabili: si va da alleanze con Spd e Linke (come nella città-Stato di Berlino) a coalizioni “Giamaica“ con Cdu e Fdp (Schleswig-Holstein), passando per intese a due con la Cdu (come in Baden-Württemberg) o con la Spd (ad esempio ad Amburgo), fino alle più esotiche coalizioni “Kenya“ (con Cdu e Spd, in Sassonia-Anhalt) e “Semaforo“ (con Spd e Fdp, in Sassonia-Anhalt). E, sul piano nazionale, i Verdi non hanno risentito negativamente del fallimento delle trattative avviate con la Cdu/Csu e i liberali della Fdp dopo le politiche di un anno fa per la formazione di un governo, poi saltate per il no della Fdp.

Foto in anteprima via Deutsche Presse Agentur

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Berlino, in 250mila sfilano contro razzismo e odio: «L’umanità è sotto attacco, non lo permetteremo»

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#Unteilbar (Indivisibili) è stato l'hashtag della protesta "per una società libera e aperta" che ha visto ieri circa 250.000 persone scendere in piazza a manifestare per le strade di Berlino contro l'ascesa del populismo di estrema destra in Germania e in tutta Europa, alla vigilia delle elezioni in Baviera che si terranno oggi. Sindacati, ONG, partiti politici, gruppi per la difesa dei diritti degli omosessuali, scuole, teatri e tanti, tanti cittadini. Tutti con i propri striscioni ma uniti dietro un unico slogan per chiedere insieme "solidarietà non emarginazione" nei confronti di chi viene messo ai margini, soprattutto i migranti.

Un fiume di gente ha attraversato il cuore di Berlino da Alexanderplatz passando per la Porta di Brandeburgo fino alla Colonna della Vittoria, unita dal forte desiderio di partecipare a una manifestazione necessaria e indispensabile in un paese che ha visto ultimamente, e in maniera preoccupante, gente comune unirsi a proteste di estrema destra, persino neonaziste, e diversi politici conservatori sostenere e diffondere la retorica anti-immigrazione.

Sin da subito si era capito che la manifestazione avrebbe visto una grande partecipazione ma gli organizzatori (centinaia di gruppi che si battono per cause diverse e appartenenti a differenti partiti politici riuniti sotto un unico nome "The Coalition Berlin") non prevedevano che l'adesione sarebbe stata tanto alta, sebbene circa 10000 organizzazioni e singoli cittadini avessero sottoscritto il manifesto dell'iniziativa nel quale si legge: «Un drammatico cambiamento politico è in corso: razzismo e discriminazione stanno diventando socialmente accettabili. Ciò che fino a ieri era considerato impensabile e inesprimibile è diventato realtà: l'umanità, i diritti umani, la libertà religiosa e lo stato di diritto vengono attaccati apertamente, si tratta di un attacco a noi tutti. Non permetteremo che lo stato sociale venga contrapposto ad asilo e immigrazione. Ci opporremo se diritti e libertà fondamentali rischieranno di venire ulteriormente limitati. Ci si aspetta che consideriamo "normale" la morte di coloro che cercano rifugio in Europa. L'Europa è avvolta in un clima di contrapposizione ed esclusione nazionalisti. Ogni critica a queste condizioni disumane viene liquidata come non realistica».

Intervistata da Deutsche Welle, Rola Saleh, un'assistente sociale che aiuta i giovani rifugiati a Chemnitz (la città oggetto di violenze alla fine del mese di agosto con manifestazioni di gruppi di estrema destra che per giorni hanno scatenato una caccia allo straniero a seguito dell'omicidio di un cittadino tedesco durante una rissa per mano di un uomo siriano e un altro iracheno), che si trovava a Berlino per parlare a nome del gruppo "Jugendliche ohne Grenzen" (Giovani senza Confini), ha dichiarato: «Ci sono persone qui che vogliono dimostrare di non appoggiare quello che sta succedendo in Germania, anche da parte di politici affermati, tutto questo odio, tutto questo dibattito sull'immigrazione». Per Saleh, in Germania, i profughi e chi gli dà una mano vengono "criminalizzati". «Attualmente, in Sassonia, è in programma una nuova legge che permetterà alla polizia di spiare il nostro centro di consulenza dove diamo consigli legali ai rifugiati», ha proseguito Saleh. «Queste sono le cose che stanno accadendo adesso: detenzione ed espulsione, "anchor centers" (i centri progettati per ospitare i richiedenti asilo dal loro arrivo in Germania fino alla loro possibile espulsione), emarginazione dei rifugiati».

Julia Naji che alla manifestazione ha rappresentato i "Cycling Friends", un'iniziativa di Berlino che si occupa anche dell'organizzazione di corsi di ciclismo per i rifugiati, ha raccontato a Deutsche Welle la difficoltà di vivere in Germania, dove è nata, a causa della nazionalità siriana del padre, poiché i partiti di estrema destra, come Alternative for Germany (AfD), si pongono come obiettivo la sua emarginazione: «Sono tedesca, ma io stessa mi sentirei esclusa da qualsiasi politica e qualunque società che non si apra a tutti», ha dichiarato. Ma nonostante ci sia chi cerchi di farla sentire straniera nel proprio paese Naji resta ottimista: «Oggi le persone si incontreranno e dimostreranno che bisogna combattere contro il razzismo e l'omofobia a voce alta e con quante più persone possibile».

Foto anteprima via Andreas Krüger

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Cambiamento climatico: media e politica hanno fallito davanti alla più grande storia dei nostri tempi

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Carestie, siccità, scioglimento dei ghiacciai, distruzione delle barriere coralline, depauperamento delle specie vegetali e animali, migrazioni forzate a causa di inondazioni e catastrofi naturali. Sono gli effetti più drammatici del riscaldamento globale nel caso in cui non riusciremo a limitare l'aumento delle temperature a 1,5 gradi entro i 2050. E comunque potrebbe non bastare. Sono queste le conclusioni del rapporto “Global Warming of 1,5°C” dell’Intergovernmental Panel on Climate Change (IPCC) pubblicato lunedì scorso.

via New York Times

Cosa succederà alla Terra se le temperature aumenteranno di 1,5 o 2 gradi? Lo studio analizza quali saranno le conseguenze a breve e medio termine di un innalzamento della temperatura media globale del pianeta rispetto ai livelli pre-industriali e prefigura quali differenze ci saranno a seconda di quanti gradi aumenterà. «Limitare il riscaldamento globale a 1,5°C rispetto ai 2°C ridurrebbe molti impatti gravi sugli ecosistemi, sulla salute umana e sul benessere, rendendo più facile il raggiungimento degli Obiettivi di Sviluppo Sostenibile (Sdg) delle Nazioni Unite», ha dichiarato Priyardarshi Shukla, co-presidente del gruppo di lavoro dell’IPCC. Mantenere l'aumento delle temperature a 1,5° implicherebbe minori carestie, minori migrazioni di massa, minori rischi per la salute.

Nel 2015 gli Stati hanno sottoscritto il famoso accordo di Parigi impegnandosi a fare tutto quello che è necessario per contenere l’aumento delle temperature “ben al di sotto dei 2°C”. In quell’occasione la Torre Eiffel si era illuminata con la scritta “1,5 degrees” a indicare il raggiungimento dell’accordo per tagliare le emissioni di anidride carbonica entro il 2020.

✔ APPROVATO A PARIGI ACCORDO STORICO SUL CLIMAÈ stato raggiunto un accordo sul clima alla Conferenza di Parigi,...

Pubblicato da Valigia Blu su Sabato 12 dicembre 2015

Il rapporto, che arriva a pochi mesi dalla COP24, che si terrà a Katowice, in Polonia, a dicembre, presenta una revisione sistematica di tutti gli studi scientifici rilevanti sulla riduzione delle emissioni, il riscaldamento globale e le sue conseguenze politiche ed economiche e propone anche alcune misure gli Stati dovrebbero adottare per limitare l’innalzamento della temperatura.

Cosa potrebbe accadere ai ghiacciai nell'Artico – via New York Times

Mezzo grado di differenza potrebbe sembrare ininfluente ma, come spiega dettagliatamente il rapporto, 0,5 gradi in più o in meno potrebbero esporre decine di milioni di persone in tutto il mondo a pericolose ondate di calore, alla siccità o alle inondazioni costiere, potrebbero portare, in un caso, al danneggiamento delle barriere coralline, nell'altro a una loro distruzione. Mezzo grado in più significherebbe una probabilità 10 volte maggiore dello scioglimento dei ghiacciai d'estate.

Con un aumento di 1,5 gradi ci potrebbe essere un grave danneggiamento delle barriere coralline, con 2 gradi in più potrebbero sparire – via New York Times

Un ulteriore mezzo grado di riscaldamento potrebbe portare alla perdita dell’habitat che consente la vita di orsi polari, balene, foche e uccelli marini. Ma temperature più alte potrebbero favorire la pesca nell'Artico, scrivono Brad Plumer and Nadja Popovich in un articolo sul New York Times che consente di visualizzare attraverso infografiche e gif animate i diversi scenari dell’aumento delle temperature.

via New York Times

La popolazione mondiale esposta a forti ondate di calore almeno una volta ogni cinque anni sarà il 14% del totale con un incremento delle temperature di 1,5° e il 37% con un aumento di 2°, mentre la popolazione (in particolare nel Mediterraneo) che vivrà in condizioni di siccità aumenterà di 350 milioni o di 411 milioni, a seconda del livello di innalzamento del riscaldamento globale. La riduzione delle specie vegetali e animali potrebbe oscillare tra il 6% e il 18% per quanto riguarda gli insetti, l’8% e il 16% per le piante, il 4% e l’8% per i vertebrati.

via New York Times

Entro il 2100 la popolazione esposta a inondazioni in seguito all’innalzamento del livello del mare andrà dai 31 ai 69 milioni in caso di aumento di 1,5° e dai 32 agli 80 milioni con un incremento delle temperature di 2°. Mezzo grado potrebbe essere significativo, quindi, per le piccole isole.

via New York Times

Si prevede, inoltre, una diminuzione dei raccolti nell'Africa sub-sahariana, nel sud-est asiatico e nell'America centrale e meridionale. La situazione globale è drammatica perché la popolazione mondiale «non si sta adattando a un cambiamento alla volta, ma è chiamata ad adattarsi a un mondo che sta cambiando tutto insieme contemporaneamente», ha spiegato Kristie L. Ebi, professoressa di Sanità Pubblica all'Università di Washington e uno delle autrici principali del rapporto.

Gli obiettivi dell’accordo di Parigi di tre anni fa sembrano all’improvviso fuori portata, proseguono i giornalisti del New York Times. Le emissioni globali di gas serra dovrebbero dimezzarsi in soli 12 anni e azzerarsi entro il 2050, per rimanere entro gli 1,5°, o non oltre il 2075 per stare sotto i 2°. Inoltre, secondo il rapporto, i paesi di tutto il mondo dovrebbero sviluppare la tecnologia, non ancora testata su larga scala, per rimuovere miliardi di tonnellate di anidride carbonica dall'atmosfera ogni anno. «La mia opinione è che 2 gradi sono ambiziosi e 1,5 gradi sono un’aspirazione ridicola», ha detto Gary Yohe, economista ambientale presso la Wesleyan University. «Sono buoni obiettivi da raggiungere, ma dobbiamo cominciare ad abituarci al fatto che potremmo non raggiungerli e pensare più seriamente a come potrebbe essere un mondo con una temperatura di 2,5 o 3 gradi superiore».

via Guardian

Secondo uno studio pubblicato su Nature lo scorso anno, recentemente rilanciato dal Guardian, entro la fine del secolo potrebbero essere 13 milioni i cittadini statunitensi costretti a spostarsi a causa del cambiamento climatico. La migrazione annunciata dalla ricerca, che ha preso in considerazione l'effetto dell'innalzamento dei mari e della temperatura sulle popolazioni che abitano le coste del paese, sarebbe paragonabile alla cosiddetta Great Migration, che tra il 1910 e il 1970 vide 6 milioni di afroamericani spostarsi dagli stati del sud verso le città industrializzate del nord. In questo caso, però, il fenomeno riguarderà probabilmente tutta la Nazione, con gli abitanti delle coste che cercheranno rifugio all'interno e nelle regioni più in alto.

Nello stesso giorno in cui è stato pubblicato il rapporto dell’IPCC è stato assegnato il premio Nobel per l’economia a William Nordhaus per aver compreso gli impatti economici del cambiamento climatico e aver proposto l'uso di una carbon tax per contenere il riscaldamento globale. Per Nordhaus, l’ambiente è un bene pubblico, condiviso da tutti ma per il quale nessuno paga in modo adeguato. L’introduzione di una tassa sui combustibili fossili potrebbe portare le imprese a una riduzione nell’utilizzo di questo tipo di fonti di energie. Il premio a Nordhaus e la pubblicazione del rapporto che, scrivono Ellen Hughes-Cromwick e Andrew J. Hoffman su The Conversation, molto deve all’economista dell’università di Yale, “arrivano in un momento in cui alcuni americani non sembrano prestare ascolto. Gli Stati Uniti non sono più tra i paesi firmatari dell’accordo di Parigi per contrastare il cambiamento climatico, ampi settori del paese continuano a negare l’esistenza del problema e alcuni politici locali e nazionali non tengono in considerazione le scienze climatiche per prendere le loro decisioni”.

Questa volta, però, sottolinea Coral Davenport sempre sul New York Times, anche l’amministrazione Trump ha inviato un segnale diplomatico importante, approvando formalmente il documento dell’IPCC. Non criticandolo pubblicamente, il presidente degli Stati Uniti sembra riconoscere che le conseguenze immediate del riscaldamento globale sono più terribili di quanto si pensasse in precedenza. Resta da chiedersi, prosegue la giornalista, se i governi sono disposti “a compiere le radicali trasformazioni in materia di energia, agricoltura e trasporti che il Gruppo intergovernativo sui cambiamenti climatici ritiene necessari”.

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Alle procrastinazioni di politica e istituzioni si aggiunge il silenzio dell’interno sistema mediatico che continua a sottovalutare quella che è la storia più importante dei nostri tempi. Anche le televisioni snobbano l’argomento. Uno studio pubblicato da Media Matters for America nel 2016 ha rivelato che lo scorso anno gli spettacoli serali e di domenica di ABC, CBS, NBC e Fox hanno dedicato appena 50 minuti all’argomento nonostante il cambiamento climatico sia stato al centro dell’attenzione durante la campagna presidenziale, la firma dell’accordo di Parigi e diversi eventi meteorologici estremi. In Italia, scrive Emanuele Bompan su Linkiesta, solo La Stampa ha parlato in prima pagina del rapporto dell’IPCC. Mentre il Guardian titolava che abbiamo solo “12 anni per evitare la catastofe”, il Washington Post parlava di “un avvertimento terribile dagli scienziati dell’Onu”, Le Monde annunciava che “mantenere il riscaldamento a 1,5°C implica un cambiamento radicale nel modello di crescita”, El Pais avvisava che “l’Onu esorta a prendere misure drastiche contro il cambiamento climatico”, da noi tutte le testate giornalistiche hanno preferito inseguire le dichiarazioni di Di Maio e Salvini, ignorando una questione che ci riguarda tutti anche se i suoi effetti non sono così imminenti. “Eppure – prosegue Bompan – passare da un aumento della temperatura di un grado e mezzo a uno di due sarebbe un disastro per tutto: dalla siccità all’emigrazione, ai diritti umani. Ce ne importa?".

Evidentemente no. O quantomeno sembra non importare ai giornalisti. E qui si apre tutta una questione su come il giornalismo debba coprire il cambiamento climatico. Subito dopo la pubblicazione del rapporto delle Nazioni Unite, l’ex direttore del Guardian Alan Rusbridger ha esaminato le copertine della maggior parte dei giornali britannici e ha lamentato l'assenza di articoli al riguardo. "Se gli elettori sono tenuti all'oscuro del riscaldamento globale da parte dei giornali, l'azione urgente dei politici democratici diventa cento volte più difficile", ha scritto in un thread su Twitter. “I direttori sosterranno che il cambiamento climatico non fa vendere giornali. Che può o non può essere vero. Questa argomentazione suggerisce che ‘il nostro modello di business non ci permette di fare giornalismo nell'interesse pubblico’. Se è così, allora abbiamo urgentemente bisogno di rafforzare il dibattito su come sostenere il giornalismo che contribuisce all'interesse pubblico".

Una questione che Rusbridger aveva già affrontato nel 2015, quando sul Guardian aveva parlato della difficoltà di coprire il cambiamento climatico, un tema che apparentemente rimane sempre lo stesso. L'assenza di agganci al flusso di notizie quotidiane, la percezione che si tratti di un concetto astratto, la reiterazione di alcune informazioni che dà la sensazione di ripetere sempre la stessa notizia (ad esempio, il mese xy è il più caldo degli ultimi decenni) possono in parte spiegare la scarsa copertura mediatica del cambiamento climatico. Si tratta di un tema che chiede di modificare gran parte delle convenzioni giornalistiche, spiega Bud Ward, da oltre 20 anni sulla questione.

Margaret Sullivan in un editoriale sul Washington Post ha implicitamente risposto a Rusbridger: la stampa deve trovare un modo per mantenere alta l'attenzione sugli effetti del cambiamento climatico, anche quando deve affrontare le esigenze del ciclo di notizie quotidiano. "Succedono molte cose nel mondo, c’è un flusso costante di notizie. Una gran parte merita la nostra attenzione come giornalisti e come lettori. Ma dobbiamo capire come rendere la cosa principale l’argomento più importante ", scrive Sullivan. "Quando si parla di cambiamenti climatici, noi – i media, i cittadini, il mondo – abbiamo bisogno di una trasformazione radicale, e ne abbiamo bisogno ora: (...) proprio come le menti più intelligenti della scienza della Terra hanno lanciato il loro allarme, così le migliori menti dei media dovrebbero prestare attenzione a come raccontare questa storia importantissima in modo da creare un effettivo cambiamento". 

Il Guardian, ad esempio, ha lanciato da alcuni anni una sezione sull’ambiente e sul cambiamento climatico che esce da una narrazione emergenziale, il New York Times ha dedicato una newsletter al clima. ICN ha pubblicato alla fine del 2015 un’inchiesta divisa in 9 capitoli (che le è valsa una nomination al premio Pulitzer nella sezione “servizio pubblico” e diversi premi in quelle ambientali e investigative), “Exxon: la strada non intrapresa”, che descrive nel dettaglio come la compagnia petrolifera, a conoscenza sin dal 1980 degli effetti nocivi sul clima delle emissioni di gas serra, avesse negato l’esistenza del cambiamento climatico.

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Le questioni sollevate da Rusbridger e Sullivan non sono nuove e rappresentano quasi un elemento costitutivo della storia del cambiamento climatico. Già trent’anni fa, scrive Nathaniel Rich in un bellissimo reportage sul New York Times, avremmo potuto evitare la situazione attuale. Oggi, il disastro a lungo termine è lo scenario migliore, tra la fine degli anni ‘70 e tutti gli anni ‘80, c’è stata l’occasione per poter invertire la rotta e prevenire l’innalzamento delle temperature. Ma gli interessi delle industrie dei combustibili fossili e politica hanno prevalso sulle scoperte scientifiche, depotenziandole e delegittimandole agli occhi dell’opinione pubblica, grazie anche a un dibattito spesso disinformato che ha visto protagonisti giornalisti e politici stessi. In questo contesto i media hanno avuto un ruolo importante ora nel dare luce ora nell’oscurare un tema così importante per la nostra umanità e così sottovalutato perché non prevedeva soluzioni con effetti immediati da poter raccontare e da poter utilizzare politicamente.

Il decennio in cui abbiamo quasi fermato il cambiamento climatico

28 febbraio 1978, esattamente quaranta anni fa. L’Agenzia di Protezione dell’Ambiente degli Stati Uniti pubblica un rapporto sulla valutazione ambientale della liquefazione del carbone. Questo documento tecnico di 66 pagine, nell’ultimo paragrafo sulla regolamentazione ambientale, parlava per la prima volta degli effetti significativi e dannosi che l’uso continuato di combustibili fossili avrebbe potuto arrecare nell’atmosfera globale nel giro di due o tre decenni.

Quel documento finisce tra le mani di Rafe Pomerance, un ex attivista contro la guerra in Vietnam, all’epoca tra gli ambientalisti più impegnati e vice-direttore legislativo di Friends of Earth, un’organizzazione senza scopo di lucro molto combattiva negli Stati Uniti. Pomerance, racconta Rich, era ossessionato dalla qualità dell’aria e, nel leggere il paragrafo sui danni provocati dai combustibili fossili, rimase sorpreso: “se la combustione di carbone, petrolio e gas naturale può innescare una catastrofe globale, perché nessuno gliene aveva mai parlato?”

Qualche giorno dopo, prosegue il giornalista del New York Times, Pomerance si soffermò su un altro articolo. Questa volta la sua attenzione cadde sul nome di un importante geofisico americano, Gordon MacDonald, che stava conducendo uno studio sui cambiamenti climatici per Jason, un gruppo di scienziati messi insieme da diverse agenzie federali, tra cui la CIA, con lo scopo di ideare soluzioni scientifiche a problemi di sicurezza nazionale: come rilevare un missile in arrivo, come prevedere la caduta di una bomba nucleare, come sviluppare armi non convenzionali.

MacDonald non era un personaggio qualsiasi: negli anni ‘50, non ancora trentenne, aveva consigliato al presidente degli Stati Uniti, Eisenhower, di esplorare lo spazio; a 32 anni era diventato parte dell'Accademia Nazionale delle Scienze; a 40 fu nominato membro del Consiglio sulla qualità ambientale, evidenziando a Richard Nixon i pericoli ambientali della combustione del carbone. Nel 1961, quando era consigliere di John Fitzgerald Kennedy, aveva cominciato a studiare la questione dell’anidride carbonica.

Gordon MacDonald sulla rivista People – via New York Times

Le attività dei Jason rimasero segrete fino alla pubblicazione dei Pentagon Papers che resero pubblici i loro piani. Dopo lo scandalo suscitato dalla diffusione dei Pentagon Papers, il gruppo di scienziati mutò l’obiettivo delle proprie ricerche, lavorando per la pace e non per la guerra.

È così che, tra la primavera del 1977 e l’estate del 1978, i Jason cominciarono a studiare per capire cosa sarebbe successo al pianeta se la concentrazione di anidride carbonica nell'atmosfera fosse raddoppiata dai livelli della Rivoluzione pre-industriale. Già allora non era in discussione il “se”, c’era solo da capire quando sarebbe successo. Il rapporto che gli scienziati diedero al Dipartimento dell’Energia della Casa Bianca diceva in modo chiaro che le temperature globali sarebbero aumentate di una media di due o tre gradi Celsius, le condizioni delle polveri sottili avrebbero "minacciato vaste aree del Nord America, dell'Asia e dell'Africa", l'accesso all'acqua potabile e la produzione agricola sarebbero diminuite, innescando una migrazione di massa senza precedenti. "Forse l’aspetto più inquietante" è l'effetto sui poli: anche un minimo riscaldamento "potrebbe portare a un rapido scioglimento" della calotta glaciale dell'Antartide occidentale, si leggeva nel rapporto.

Lo studio fu inviato a decine e decine di scienziati negli Stati Uniti e nel resto del mondo, a gruppi di industriali come la National Coal Association e l'Electric Power Research Institute, a membri del governo americano, all'Accademia nazionale delle scienze, al Dipartimento del commercio, alla NASA, al Pentagono, all'NSA, a ogni ramo dell'esercito, al Consiglio di sicurezza nazionale e alla Casa Bianca.

L’attivista ambientale Pomerance decise di incontrare l’ex analista dei servizi segreti, MacDonald: la storia del cambiamento climatico doveva essere conosciuta. Bisognava parlarne con rappresentanti delle istituzioni, delle impresi, dei media. I due organizzarono un tour di incontri informali per tutto il 1979 con il National Security Council, il Consiglio sulla Qualità dell’Ambiente, il Dipartimento dell’Energia, già contattato due anni prima dai Jason, con il New York Times.

Durante questi meeting, MacDonald ripercorreva la storia degli studi sulle emissioni di anidride carbonica nell’aria: partiva da John Tyndall, un fisico irlandese, che nel 1859 scoprì che il biossido di carbonio assorbiva il calore e che variazioni nella composizione dell’atmosfera potevano creare cambiamenti nel clima, per passare al chimico svedese Svante Arrhenius, futuro premio Nobel, che nel 1896 capì che la combustione di carbone e petrolio avrebbe portato all’aumento delle temperature globali. Poi era la volta di Guy Stewart Callendar, un ingegnere britannico del vapore, che nel 1939 scoprì che nelle stazioni meteorologiche da lui osservate i 5 anni precedenti era stati i più caldi di sempre: l’umanità, scrisse su un giornale, era diventata “capace di accelerare i processi della natura”. La storia ripercorsa da MacDonald poi faceva tappa nel 1965 quando Lyndon Johnson, 36esimo presidente degli Stati Uniti, in un messaggio speciale al Congresso disse che la “sua generazione aveva alterato la composizione dell’atmosfera su scala globale” attraverso la combustione di combustibili fossili e che la sua amministrazione aveva commissionato uno studio sull’argomento. Il rapporto, stilato da Roger Revelle, avvertiva del rapido scioglimento dell’Antartide, dell’innalzamento dei mari, dell’aumento dell’acidità delle acque dolci. Revelle sottolineava che l’urgenza richiedeva uno sforzo coordinato tra le forze mondiali per fronteggiare questi cambiamenti.

E invece si era giunti al 1979 e non era stato fatto nulla. Le emissioni avevano continuato a salire e, a quel ritmo, avvertiva MacDonald, le principali città costiere sarebbero state inondate, la produzione di grano sarebbe crollata del 40%, un quarto della popolazione mondiale sarebbe stato costretto a migrare. Era questione di decenni, non di secoli, concludeva l’analista.

Gli incontri di Pomerance e MacDonald ebbero dei frutti. Frank Press, geofisico americano, consigliere di ben 4 presidenti degli Stati Uniti, chiese alla National Academy of Sciences una valutazione completa della questione e affidò a Jule Charney, il padre della moderna meteorologia, il compito di riunire i migliori oceanografi, scienziati atmosferici, studiosi del clima per capire se davvero il mondo correva verso la catastrofe. Nel gruppo c’erano Henry Stommel, il più importante oceanografo del mondo, il suo allievo Carl Wunsch (del gruppo Jason), il fisico planetario di Harvard, Richard Goody, il meteorologo Jim Hansen, che aveva studiato il clima su Venere e cosa aveva portato al riscaldamento del pianeta. Hansen era uno dei migliori costruttori di modelli climatici in grado di prefigurare le variazioni del clima e gli effetti sull’ambiente. Era la prima volta – scrive Rich nel suo reportage – che una questione, che fin lì aveva animato il dibattito solo su riviste scientifiche, relazioni tecniche e simposi accademici, diventava di interesse politico.

La speranza di una soluzione e l’elezione di Ronald Reagan

Gli scienziati convocati da Charney avrebbero dovuto quantificare con certezza entro quanto tempo e di quanti gradi si sarebbero innalzate le temperature. Si trattava di stabilire se prendere sul serio quanto avevano rilevato due anni prima i Jason e cioè se la temperatura sarebbe salita di 2 o 3 gradi Celsius entro la metà del XXI secolo. Durante gli incontri del gruppo, Hansen fece una previsione anche peggiore di quella prospettata dai Jason: in base ai suoi modelli, il clima si sarebbe riscaldato di 4 gradi. Nello scenario migliore (un riscaldamento di 2 gradi), le barriere coralline si sarebbero danneggiate, in quello peggio (4 gradi più caldo), non ci sarebbero state più barriere coralline. Dopo lunghe discussioni, gli scienziati giunsero alla conclusione che la stima migliore stava nel mezzo: la temperatura globale sarebbe probabilmente aumentata di 3 gradi Celsius entro il 2035.

Jule Charney – via New York Times

La pubblicazione del rapporto Charney, dal titolo “Anidride carbonica e clima: una valutazione scientifica”, avrebbe separato i fatti dalle opinioni, spiega Rich nel pezzo. Era la somma di tutte le previsioni precedenti e avrebbe superato le verifiche e gli studi degli decenni successivi. E per la prima volta dava una risposta univoca ed era il numero 3, come i gradi di riscaldamento del pianeta quando si sarebbe raddoppiata la quantità di anidride carbonica nell’aria. L’ultima volta che c’era stato un riscaldamento del genere si era verificato nel Pliocene, 3 milioni di anni fa, “quando i faggi crescevano in Antartide, i mari erano alti 24 metri e i cavalli galoppavano lungo la costa canadese dell’Oceano Artico”. La domanda che la relazione Charney si faceva era: si poteva invertire la tendenza al riscaldamento globale? C’era tempo per agire? E cosa bisognava fare? Chi poteva invertire la rotta?

Subito dopo la pubblicazione del rapporto Charney, Exxon – una delle più importanti società di combustibili fossili – decide di avviare un proprio programma di ricerca sull’anidride carbonica. Lo scopo era influenzare la futura legge di restrizioni sulle emissioni. Non era una prassi nuova. Da decenni, ricostruisce Rich, “gli scienziati del settore, per volere dei loro capi aziendali, esaminavano il problema e trovavano ogni volta buone ragioni per allarmare e scuse migliori per non fare nulla”. Studiare per trovare il modo per insabbiare e fare lobbying.

Il rapporto Charney aveva cambiato le carte in tavola, facendo capire che era diventato più costoso per il pianeta e per gli Stati continuare a consumare combustibili fossili. È così che nel giugno del 1980, il presidente Jimmy Carter firma l’Energy Security Act per avviare uno studio pluriennale e completo dal titolo “Changing Climate” con l’obiettivo di analizzare gli effetti sociali ed economici del cambiamento climatico, mentre la Commissione nazionale per la Qualità dell’aria aveva invitato una ventina di esperti per proporre una politica sul clima. Sembrava che i tempi per una legislazione che limitasse la combustione del carbone fosse matura.

I partecipanti all’incontro organizzato dalla Commissione per la Qualità dell’aria si confrontarono su come far capire la rilevanza della questione, sulle tipologie e la portata degli interventi da fare, sulla posta in gioco, sulle ripercussioni tecnologiche ed economiche: come si dà energia al pianeta? Si ricorre alle energie rinnovabili? All’energia nucleare? Al carburante sintetico, come voleva l’allora presidente Carter, pronto a investire 80 miliardi di dollari? E il riscaldamento globale era qualcosa che avrebbe riguardato le generazioni future o già quelle presenti?

Il gruppo non arrivò a un accordo. Un conto, scrive Rich, era definire un problema, un altro era trovare una convergenza su un testo con proposte concrete. Non si riuscì a scrivere nemmeno il secondo paragrafo del testo. La dichiarazione finale fu firmata solo dal moderatore.

Quattro giorni dopo la fine dell’incontro, Ronald Reagan diventò Presidente degli Stati Uniti. Subito dopo l’elezione, Reagan prese in considerazione l’intenzione di chiudere il Dipartimento dell’Energia e di aumentare la produzione di carbone sulle terre federali, deregolamentare l’estrazione di carbone superficiale e chiudere il Consiglio per la Qualità ambientale. Gli Stati Uniti si stavano tirando indietro e senza la loro leadership, anche tutti gli altri paesi si sarebbero sentiti autorizzati a continuare a fare come avevano sempre fatto.

Tuttavia, qualcosa si era ormai messo in moto. Diversi senatori repubblicani intervennero per portare il neo-presidente a più miti considerazioni, mentre il rapporto Charney continuava a diffondersi. Le sue conclusioni furono avvalorate da altri rapporto dell’Aspen Institute, dell’Institute International for Applied Systems Analysis di Vienna e dall’American Association for the Adavancement of Science. La rivista People era uscita con una copertina dedicata a MacDonald e il New York Times, il 22 agosto 1981, riportò la notizia dell’imminente pubblicazione su Science di uno studio che mostrava come le temperature fossero più alte già da un secolo e che gli effetti del cambiamento climatico si sarebbero visti molto prima del previsto. L’autore era quel James Hansen che aveva studiato anni prima il riscaldamento di Venere. La Terra, sosteneva lo scienziato, si stava riscaldando dal 1880 e aveva raggiunto una “grandezza senza precedenti”.

Nel frattempo, un giovanissimo democratico di New York, figlio di un proprietario di un’impresa di carbone nel Tennessee e studente ad Harvard di Roger Revelle, l’autore del rapporto che aveva portato nel 1965 il presidente Johnson a dire che la combustione di combustibili fossili aveva portato ad alterare la composizione dell’atmosfera su scala globale, aveva cominciato a interpellare con insistenza Ronald Reagan sull’effetto serra e sul cambiamento climatico. Si trattava dell’allora 35enne Al Gore, futuro candidato alle presidenziali per i Democratici nel 2000, sconfitto da George W. Bush, dopo una controversia giudiziaria sul conteggio dei voti in Florida, alla fine assegnata ai Repubblicani e risultata decisiva ai fini del risultato finale.

Nel 1982 Al Gore incontra Hansen e, durante l’ennesima audizione sull’effetto serra, dà allo scienziato la possibilità di parlare di cambiamento climatico di fronte al Congresso. Alla domanda di Al Gore su quando ci sarebbe stato un punto di non ritorno rispetto al riscaldamento globale, Hansen rispose che non c’erano più di 10 - 20 anni di tempo perché tutto fosse irrimediabile. Da un punto di vista mediatico, l’audizione organizzata da Al Gore fu un successo inequivocabile, racconta Rich. Dan Rather dedicò tre minuti di "CBS Evening News" all'effetto serra e all’aumento della temperature. Finalmente i media parlavano del riscaldamento globale.

Il buco dell’ozono

Tuttavia, a dare un brutto colpo alle speranze degli scienziati di portare al centro del dibattito pubblico il tema del cambiamento climatico ci penso il rapporto “Changing Climate”, commissionato nel 1979 dall’allora presidente Jimmy Carter.

Lo studio, lungo 500 pagine, non diceva nulla di nuovo rispetto a quanto già presente nel rapporto Charney, anche se invitava a “intraprendere immediatamente un’azione, prima che fosse troppo tardi”. Quando, però, il rapporto fu presentato alla stampa, l’autore, William Nierenberg fu molto più cauto. Anche se "Changing Climate" sollecitava una transizione accelerata verso i combustibili rinnovabili, notando che “ci vorrebbero migliaia di anni perché l'atmosfera si riprenda dai danni del secolo scorso”, Nierenberg raccomandava "cautela, non panico. Meglio aspettare e vedere”.

I giornali ripresero le parole di Nierenberg senza far riferimento a cosa c’era scritto nel rapporto. "Un gruppo di scienziati di alto livello ha qualche consiglio per chi è preoccupato per il riscaldamento molto pubblicizzato del clima della Terra: possiamo farcela”, scrisse il Wall Street Journal. Nella sua prima pagina, il New York Times pubblicò un articolo che dava spazio a una dichiarazione del consigliere scientifico di Reagan, George Keyworth, che parlò di allarmismi inutili e ingiustificati e mise in guardia dal prendere qualsiasi "azione correttiva a breve termine" sul riscaldamento globale. Anche Exxon tornò sui suoi passi perché il rapporto “Changing Climate” provava che c’era un consenso generale sul fatto che “la società ha tempo sufficiente per adattarsi tecnologicamente all'effetto serra”.

All’improvviso, però, arriva un colpo di scena. Un gruppo di scienziati del governo britannico, fino ad allora poco conosciuto nel campo, aveva effettuato sopralluoghi regolari alle stazioni di ricerca in Antartide. Dopo diversi anni di analisi, gli scienziati britannici avevano pubblicato un articolo nel maggio 1985 su Nature in cui riscontravano un aumento sostanziale del cancro della pelle e un netto calo della produzione agricola globale.

Ad attirare l’attenzione di tutti fu una frase in particolare che faceva riferimento a "un buco nello strato di ozono". Pur essendo una metafora erronea, “perché non c'era un buco e non c'era uno strato”, spiega Rich, le immagini satellitari, colorate per mostrare la densità dell’ozono mostravano un’area più scura, tale da sembrare un vuoto. Questo aveva contribuito a diffondere l’immagine del buco dell’ozono. Il New York Times lo usò il giorno stesso in cui fu pubblicato l’articolo su Nature e, nonostante le riviste scientifiche inizialmente rifiutarono di usarla, entro un anno era diventata un’espressione di uso comune dalla forte carica simbolica.

Era un’immagine così potente che, nella primavera del 1986, convinse Curtis Moore, un Repubblicano della Commissione per l'ambiente e i lavori pubblici, di usare l’ozono per far parlare del cambiamento climatico. Riguardo al buco dell’ozono, era già in piedi una trattativa per arrivare a un trattato internazionale. “Perché non agganciarsi al treno in corsa?”, si chiese Moore.

Il 10 e l’11 giugno 1986 fu organizzata un’audizione su buco dell’ozono e cambiamento climatico. Come auspicato da Moore, la paura per lo strato di ozono catalizzò l’attenzione della stampa e garantì una copertura mediatica adeguata alle relazioni sul cambiamento climatico, portando però molte persone a confondere le due crisi. Ad esempio, Peter Jennings, della ABC, disse che il buco dell'ozono "avrebbe potuto portare a inondazioni in tutto il mondo e provocare siccità e carestia".

Per la prima volta dal rapporto "Changing Climate", i giornali cominciarono a parlare di riscaldamento globale: "gli scienziati predicono le catastrofi nella crescente ondata di calore globale", titolò il Chicago Tribune, "Il riscaldamento globale è più rapido del previsto", scrisse il New York Times. Ci furono politici che chiesero di avviare negoziati per una soluzione internazionale con l'Unione Sovietica, una proposta impensabile anche solo un anno prima. Il buco dell'ozono aveva reso visibile il riscaldamento globale, gli americani sentivano che le loro vite erano in pericolo. Un problema astratto e atmosferico era stato reso qualcosa di immaginabile.

L’attenzione fu maggiore anche dal punto di vista politico. Nel solo 1987 ci furono otto giorni di audizioni sul clima in entrambe le camere del Congresso. Il senatore Joe Biden, un Democratico del Delaware (e poi vicepresidente sotto l'amministrazione Obama dal 2009 al 2017), aveva introdotto una legge per stabilire una strategia nazionale per il cambiamento climatico. Fu così che si arrivò alla conferenza "Preparing for Climate Change", alla quale parteciparono ancora una volta le principali imprese che si occupavano di energia. Tuttavia, nonostante il nuovo clima politico, la Nasa chiese più volte agli scienziati che si occupavano della questione di mitigare le proprie posizioni. A Jim Hansen, l’autore dell’articolo su Science nel 1981, poi interpellato da Al Gore, più volte fu chiesto di non dire che "entro il 2010 [in ogni scenario], essenzialmente l'intero globo avrà un riscaldamento molto consistente".

Nel marzo del 1988, 42 senatori, quasi la metà Repubblicani, chiesero a Reagan di redigere un trattato internazionale sul modello dell'accordo sull'ozono e che a guidare i negoziati fossero gli Stati Uniti e l'Unione Sovietica, i due maggiori diffusori di emissioni di anidride carbonica al mondo, circa un terzo del totale mondiale. Due mesi dopo Reagan e Mikhail Gorbachev firmarono una dichiarazione congiunta che includeva l'impegno a cooperare sul riscaldamento globale.

“Il riscaldamento climatico è oggi”

Ma un impegno non era una legge e non ridusse le emissioni. L’estate del 1988 fu la più calda e secca della storia degli Stati Uniti fino a quel momento. Due milioni di ettari in Alaska furono inceneriti, l’incendio che bruciò il Parco Nazionale di Yellowstone era visibile da Chicago, a più di 2mila chilometri di distanza. In alcune parti del Wisconsin, dove il governatore Tommy Thompson aveva bandito i fuochi d'artificio e vietato di fumare sigarette all'aperto, i fiumi Fox e Wisconsin evaporarono completamente. Le strade di New York si sciolsero, le zanzare si quadruplicarono. Il reverendo Jesse Jackson pregò invano per la pioggia mentre era in un campo di grano dell’Illinois. Il proprietario di un negozio di giardinaggio a Clyde, nell'Ohio, Cliff Doebel, pagò 2mila dollari per chiedere a Leonard Crow Dog, un Sioux di fare una danza della pioggia. Crow Dog aveva affermato di aver eseguito 127 danze della pioggia, tutte di successo. Dopo tre giorni di danza, piovve poco più di mezzo centimetro.

Il 23 giugno 1988, il 23 giugno più caldo della storia, Hansen intervenne al Campidoglio  e disse: "È ora di finirla con le chiacchiere e dire che le prove sono abbastanza schiaccianti per poter affermare che il riscaldamento globale è iniziato”. Il giorno dopo il New York Times titolò con il virgolettato dello scienziato.

La prima pagina del New York Times del 24 giugno 1988 – via New York Times

Alla fine dell'estate del 1988, il riscaldamento globale era diventato uno dei temi principali della campagna presidenziale. Mentre Michael Dukakis, candidato dei Democratici, proponeva incentivi fiscali per incoraggiare la produzione nazionale di petrolio e si vantava che il carbone potesse soddisfare il fabbisogno energetico della nazione per i successivi tre secoli, George Bush, dei Repubblicani, ne approfittò per dire di essere un ambientalista: «Quelli che pensano che non possiamo fare nulla per l'effetto serra, stanno dimenticando l'effetto della Casa Bianca», disse.

Tutti gli esperti del settore erano convinti che ci sarebbe stata una legge significativa dopo che Bush sarebbe entrato in carica. E mentre gli Stati Uniti aspettavano, gli altri paesi non stettero con le mani in mano. Il Parlamento tedesco creò una commissione speciale sui cambiamenti climatici, che giunse alla conclusione di avviare immediatamente un’azione, "indipendentemente dall'esigenza di ulteriori ricerche", raccomandando una riduzione del 30% delle emissioni. I primi ministri del Canada e della Norvegia chiesero un trattato internazionale vincolante sull'atmosfera. Il parlamento svedese annunciò una strategia nazionale per stabilizzare le emissioni e imporre una carbon tax. Margaret Thatcher affermò in un discorso alla Royal Society che il riscaldamento globale poteva "superare di gran lunga la capacità del nostro habitat naturale di resistergli" e che "la salute dell'economia e del nostro ambiente sono totalmente dipendenti l'uno dall'altro".

Fu così che le Nazioni Unite approvarono all'unanimità l'istituzione di un gruppo intergovernativo di esperti sui cambiamenti climatici, composto da scienziati e politici (IPCC), per condurre valutazioni scientifiche e sviluppare una politica climatica globale. Il 14 aprile 1989 un gruppo bipartisan di 24 senatori, guidati dal leader della maggioranza, George Mitchell, chiese a Bush di ridurre le emissioni negli Stati Uniti ancor prima che Il gruppo di lavoro dell'IPCC si esprimesse: «Non possiamo permetterci di aspettare i tempi lunghi di un accordo globale», scrissero i senatori.

Quando tutto si ferma

Una volta eletto, Bush nominò come capo dello staff John Sununu, uno strenuo oppositore dei risultati delle ricerche sul cambiamento climatico. Sununu disse ad altri rappresentanti del governo di stare alla larga delle questioni inerenti il riscaldamento globale, l’effetto serra e l’innalzamento delle temperature globali.

John Sununu e il Presidente George H. W. Bush nello Studio Ovale Office nel 1989 – via New York Times

In quei mesi (metà del 1989) i giornali pubblicarono i retroscena di accese discussioni tra Sununu e altri rappresentanti della Casa Bianca e di tentativi di modificare gli interventi degli scienziati della Nasa in vista degli incontri dell’IPCC. Tra le modifiche proposte, l’affermazione che “le cause del riscaldamento globale erano ‘scientificamente sconosciute’ e potevano essere attribuite a ‘processi naturali’”. «L'amministrazione Bush si sta comportando come se avesse paura della verità», disse all’epoca Al Gore. «Nel momento in cui costringono uno scienziato a modificare una conclusione scientifica, è una forma di frode scientifica». Un altro scienziato del governo, Jerry Mahlman, riconobbe che la Casa Bianca aveva cercato di cambiare anche le sue conclusioni.

Il Los Angeles Times definì il tentativo di censura "un assalto oltraggioso", il Chicago Tribune parlò dell'inizio di "una guerra fredda sul riscaldamento globale" e il New York Times evidenziò che "l'intervento pesante della Casa Bianca era il segnale che Washington non aveva così tanta fretta sul riscaldamento climatico".

Il 6 novembre 1989 ci fu l’incontro sul clima a Noordwijk in Olanda. Alla trattativa finale parteciparono solo i ministri dell’Ambiente dei paesi membri delle Nazioni Unite. L'incontro ebbe inizio la mattina e proseguì nella notte, molto più del previsto. E più il tempo passava, più le possibilità di un accordo diminuivano. A un certo punto il ministro dell’ambiente svedese, racconta Rich nel reportage, fece capire agli attivisti presenti sul posto che gli Stati Uniti stavano facendo saltare l’accordo. Gli Usa, su sollecitazione di Sununu e con il tacito consenso di Gran Bretagna, Giappone e Unione Sovietica, aveva costretto la conferenza ad abbandonare l'impegno di congelare le emissioni. “Un decennio di atroci, dolorosi, esaltanti progressi si era dissolto”, ricostruisce Rich.

Dal 7 novembre 1989, il giorno in cui si è chiusa la conferenza di Noordwijk, sono state emesse più tonnellate di anidride carbonica che in tutta la storia della nostra civiltà. Tutta questa storia ha un filo rosso, conclude Rich: “gli esseri umani, che si tratti di organizzazioni globali, democrazie, industrie, partiti politici o individui, non sono in grado di sacrificare la convenienza attuale per prevenire un danno imposto alle generazioni future”.  Tutti sapevano, da sempre, e nessuno ha fatto nulla.

Immagine in anteprima via Pixabay.com

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Analisi dati, tecniche investigative digitali, ricerche sul campo: come il blog Bellingcat ha smascherato gli agenti russi coinvolti in un tentato omicidio in UK

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Data-journalism, collaborazione open source, giornalismo vecchia scuola e molta intuizione: così il sito giornalistico Bellingcat, in associazione con il sito russo The Insider, ha identificato anche il secondo sospettato di aver avvelenato Sergej Skripal, ex colonnello dei servizi segreti russi, e sua figlia. L’uomo si è recato a Salisbury usando la falsa identità di "Alexander Petrov", ma in realtà si tratta di Alexander Mishkin, un medico che lavora per il GRU, un’agenzia di spionaggio militare russa.

Il mese scorso Bellingcat aveva già identificato il primo sospettato, il colonnello Anatoliy Chepiga, un veterano delle forze speciali al servizio del GRU, in un primo momento noto ai media con il nome "Ruslan Boshirov", la falsa identità di cui si era servito per entrare in Inghilterra.

Mishkin e Chepiga sono sospettati di aver avvelenato Skripal e sua figlia Yulia con un composto nervino sovietico chiamato novichok. Entrambi sono arrivati nel Regno Unito pochi giorni prima, sotto copertura.

Le recenti rivelazioni di Bellingcat smentiscono le dichiarazioni fatte da entrambi i sospettati durante un’intervista per la televisione di stato russa RT e contraddicono le affermazioni del presidente Vladimir Putin, che aveva assicurato che si trattasse di due civili, sconosciuti al governo.

E sembrano corroborare invece le accuse delle autorità britanniche secondo cui i due sarebbero complici nell’avvelenamento di Skripal e avrebbero agito agli ordini di un’autorità governativa russa di alto livello.

Cos’è Bellingcat e qual è il suo metodo giornalistico

Eliot Higgins, fondatore di Bellingcat (via Guardian)

La scoperta della vera identità dei due uomini sospettati di aver avvelenato l’ex spia russa nel Regno Unito è una notizia da prima pagina che ha fatto il giro del mondo, ripresa dai maggiori quotidiani internazionali, ma il nome del sito che ha fatto questo scoop non è noto al grande pubblico.

Bellingcat è un sito di giornalismo partecipativo fondato dal trentanovenne Eliot Higgins, composto da un team di dieci persone e un gruppo di volontari, che si descrive come “la casa delle investigazioni online”.

L’organizzazione fa partecipare la propria community in maniera attiva, coinvolgendola nelle indagini, mentre il team interno e i volontari lavorano sui dati a tre livelli: database pubblici e informazioni pubblicate online, database privati a pagamento, e database confidenziali o segreti rivelati in passato dai whistleblower. La collaborazione e lo spirito open source del progetto può facilitare inoltre che persone informate sui fatti siano disposte a fornire ulteriori elementi utili all’indagine.

“Noi abbiamo coperto la parte di ricerca online sulle fonti e sui dati, mentre il sito russo The Insider si è occupato del giornalismo sul campo”, spiega Higgins, che si dice un convinto sostenitore dell’unione tra il giornalismo collaborativo e quello tradizionale.

“Il caso Skripal è stato investigato da una coalizione di persone provenienti da background differenti che hanno lavorato assieme”, spiega in un'intervista al Guardian. “Essere riuscito a costruire questa community e farne parte è qualcosa di cui sono orgoglioso”.

Questo non è certo il primo scoop internazionale di Bellingcat. In passato il lavoro di squadra del sito è stato determinante per chiarire il coinvolgimento della Russia nel caso del volo MH17 di Malaysia Airlines, l’aereo abbattuto da un missile mentre sorvolava l’Ucraina. L’organizzazione ha realizzato anche diversi reportage su Siria, Yemen, Iraq e Messico.

L’approccio collaborativo trova riscontro anche nel suo nome. “Belling the cat” è la favola di un gruppo di topolini che giungono alla conclusione che il miglior modo per proteggersi dal gatto è legargli un campanello attorno al collo, però nessuno è disposto a offrirsi volontario per l’impresa. “Tutti ci chiamano i bellingcats. Ma noi siamo i topolini, non i gatti”, chiarisce Higgins. La favola ha dato origine alla frase idiomatica inglese “to bell the cat” usata appunto per riferirsi alla decisione o al tentativo di compiere un’impresa impossibile.

Il sito è nato anni fa grazie a un crowdfunding, ma oggi le entrate dell’organizzazione provengono per metà da finanziamenti esterni e per metà da workshop per  giornalisti, ONG e associazioni per i diritti umani, avvocati o persone provenienti dal mondo degli affari e dell’intelligence.

La Russia si è vista coinvolta in numerose indagini svolte da Bellingcat negli ultimi anni e per questo motivo il sito è stato accusato in diverse occasioni dal Cremlino e dai suoi seguaci di essere uno strumento nelle mani dei servizi segreti nemici.

“Quando la Russia ha iniziato ad attaccare il nostro lavoro, avevo già speso due anni a costruire una reputazione solida. L’unica cosa che sono riusciti a dimostrare da allora è che ogni volta che loro attaccano il nostro lavoro è perché abbiamo scoperto qualcosa di vero. Di fondo, quanto più rumore fanno, maggiore è la possibilità che la nostra rivelazione sia esatta”.

Eliot Higgins ha dichiarato alla CNN di aver deciso di indagare sull’avvelenamento degli Skrypal solo dopo che le autorità britanniche hanno reso pubbliche quelle che consideravano essere le false identità dei sospettati e hanno detto che si sarebbe potuto trattare di due agenti russi. Higgins ha pensato che avrebbe potuto approfittare dell’esperienza accumulata in precedenti indagini su come i servizi segreti russi creano false identità. È stato allora che il suo team di Bellingcat ha fatto squadra con il sito russo The Insider con l’obiettivo di smascherare i due presunti (e poi confermati tali) agenti russi.

Entrambi i sospettati, prima che venisse scoperta la loro identità, avevano rilasciato un’intervista alla televisione di Stato russa RT durante la quale avevano dichiarato di essere semplici cittadini russi in vacanza nel Regno Unito. Lo stesso Vladimir Putin aveva confermato questa versione.

Quando Bellingcat ha rivelato che si tratta in realtà di due agenti di alto rango dell’intelligence russa a cui, tra l’altro, il presidente Putin in persona aveva concesso pochi anni fa il prestigioso riconoscimento Hero of the Russian Federation, il governo russo ha negato il coinvolgimento dei due uomini nell’avvelenamento di Skripal.

Eliot Higgins non ha mai concluso i suoi studi universitari in giornalismo. Erano gli anni della transizione al digitale e, mentre tutto il mondo abbandonava l’analogico a beneficio di una tecnologia che offriva innumerevoli nuove possibilità, nel suo corso di “media technology” tutto veniva ancora registrato su nastri magnetici e il contenuto stesso dei corsi sembrava aggrapparsi al ricordo di un mondo che non esisteva più. “Tutte le cose che stavo imparando mi sembravano datate”.

Dopo aver abbandonato gli studi ha svolto una serie di lavori amministrativi e ha coltivato l’interesse per il blogging, usando l’alias Brown Moses. “È iniziato come un hobby. Principalmente perché nel 2011 mentre seguivo il conflitto in Libia attraverso la tv, notai che le cose che venivano condivise sui social media venivano semplicemente ignorate dai media perché non potevano essere verificate”.

Ma realmente non potevano essere verificate?

Chi è Anatoliy Chepiga, alias "Ruslan Boshirov"

via Bellingcat

Anatoliy Vladimirovich Chepiga, sposato, padre di un figlio, è nato il 5 aprile 1979 in un piccolo paesino russo di 300 abitanti chiamato Nikolaevka nella regione dell'Amur, vicino al confine con la Cina. A 18 anni è entrato nell’accademia militare d'élite Far-Eastern Military Command Academy a Blagoveschensk, a 40 km da casa sua. Si è diplomato con il massimo dei voti nel 2001. Subito dopo è stato assegnato al quattordicesimo battaglione dei corpi speciali Specnaz nella città di Khabarovsk, una delle forze speciali sotto il controllo dell’agenzia di intelligence militare GRU (abbreviazione di “Glavnoe razvedyvatel'noe upravlenie”, traducibile in italiano come “Direttorato principale per l'informazione”).

Il battaglione di cui faceva parte Chepiga è stato decisivo nella seconda guerra di Cecenia ed era presente nel confine ucraino a finale del 2014. Anche se non si conoscono le operazioni militari nelle quali è stato coinvolto, sappiamo che il colonnello Chepiga è stato inviato tre volte in Cecenia e ha ricevuto 20 medaglie militari in quel periodo.

Tra il 2003 e il 2010, ad Anatoliy Chepiga è stato assegnato l’alter ego di “Ruslan Boshirov” ed è stato trasferito a Mosca.

Nel dicembre del 2014 gli è stato concesso il più importante premio militare in Russia: Hero of the Russian Federation. È una gratificazione che viene consegnata personalmente dal presidente russo come riconoscimento dei servizi svolti per lo Stato e per il popolo russo. In alcuni casi il riconoscimento viene consegnato durante una cerimonia pubblica, ma in altri casi, specialmente se si tratta di atti d’eroismo coperti dal segreto di Stato, la cerimonia è privata. È questo il caso di Chepiga, per cui sul sito del Cremlino non si trova nessun riferimento, ma sul sito della sua accademia militare sì.

La tempistica del premio fa pensare che il Colonnello Chepiga all’epoca fosse in missione segreta in Ucraina, spiega Bellingcat. Nel 2015, infatti, non c’era nessuna operazione militare in Cecenia e la Russia non era ancora intervenuta nella guerra in Siria. L’unica regione nella quale stava conducendo operazioni militari segrete in quel periodo è l’Ucraina orientale.

L’indagine di Bellingcat che ha portato alla vera identità di “Boshirov”

Quando Bellingcat ha iniziato a indagare, come racconta sul suo sito, si conoscevano solamente le foto dei due sospettati e le loro false identità.

Il primo passo è stato provare tutte le ricerche inverse possibili sulla foto per sapere se quell’immagine fosse presente in qualche database. Si è poi cercato in tutti database telefonici a cui Bellingcat aveva accesso, una corrispondenza con il nome dei sospettati. In entrambi i casi non è stato trovato nulla.

Una volta scartate queste due possibilità, si è optato per un approccio deduttivo alla ricerca. Partendo dall'ipotesi che i due sospettati fossero agenti del GRU impegnati in operazioni top secret in Europa occidentale, e conoscendo approssimativamente la loro età, Bellingcat e The Insider hanno contattato diversi ex ufficiali russi per sapere quali accademie militari in Russia fossero specializzate in un addestramento simile. Una delle fonti interpellate ha indicato la Far Eastern Military Command Academy come una delle accademie di maggior prestigio per l’addestramento in lingue straniere e operazioni clandestine in territorio occidentale.

Poteva essere una buona pista. La squadra di Higgins ha quindi stimato tra il 2001 e il 2003 l’anno di laurea dei due presunti agenti e ha esaminato tutti gli annuari (molti dei quali incompleti) e le gallerie fotografiche corrispondenti a quelle classi. Pur non avendo trovato nessun riscontro univoco tra le foto dell’accademia e i sospettati, i blogger hanno comunque individuato alcune foto che sembravano ritrarre “Boshirov”. Una di queste era la foto di gruppo di sette militari in missione in Cecenia, presa da un articolo del 2018 sulla storia dell’accademia militare, con questa didascalia: “Sette ex reclute dell’accademia a cui è stato consegnato il riconoscimento Hero of Russia Award”. Non era presente nessun nome che li identificasse.

via Bellingcat

L’ipotesi che l’uomo più a destra nella foto potesse essere davvero “Boshirov” ha spinto Bellingcat a cercare online riferimenti all’accademia, alla Cecenia e al premio Hero of the Russian Federation. Questa ricerca li ha portati al nome del colonnello Anatoliy Chepiga sul sito di un’organizzazione militare di volontari. La stessa informazione è stata poi incrociata con il sito della Far Eastern Military Command Academy, dove oltre al nome era indicato Nikolaevka come luogo di nascita del colonnello.

Una ricerca approfondita su Google e sui principali motori di ricerca russi non ha permesso di trovare nessuna foto di Chepiga. Trattandosi di un ufficiale premiato con il più prestigioso riconoscimento militare del paese, l’assenza di foto è sembrata insolita agli occhi del team di Bellingcat.

Dopo i motori di ricerca pubblici, Bellingcat ha spulciato tutti i database russi ottenuti attraverso leak (documenti basati su fuga di notizie) degli ultimi 20 anni, disponibili via Torrent su internet. In questo modo è stato possibile stabilire che un tale Anatoliy Vladimirovich Chepiga nel 2003 si trovava a Khabarovsk e nel 2012 a Mosca.

Nel database del 2003 il nome di Anatoliy Vladimirovich Chepiga era collegato a un numero di telefono e a all’indirizzo “в/ч 20662“, abbreviazione russa che sta per “Unità militare 20662”. Nel sito del Ministero della difesa il numero 20662 corrisponde al quattordicesimo battaglione dei corpi speciali Specnaz di Khabarovsk controllato dal GRU.

Nel database del 2012 una persona chiamata Anatoliy Vladimirovich Chepiga e nata il 5 aprile 1979 era riportata come residente a Mosca. L’anno di nascita era lo stesso riportato sul passaporto falso di "Boshirov".

via Bellingcat

A questo punto dell’indagine, Bellingcat ha abbracciato l’ipotesi che “Ruslan Boshirov” fosse in realtà il colonnello Anatoliy Chepiga, nato il 5 aprile 1979, a cui una rivista attribuiva il riconoscimento Hero of the Russian Federation.

Bisognava dunque verificare che questa ipotesi fosse vera, ma per farlo era necessaria una fotografia. In base all’esperienza di Bellingcat relativa a precedenti investigazioni su agenti del GRU, l’assenza di fotografie pubbliche di un militare d'alto rango suggeriva che si trattasse effettivamente di un agente dei servizi segreti.

Per poter sbloccare l’indagine è stato determinante il contributo di due fonti separate, che avevano entrambe accesso allo stesso database anagrafico e che hanno consegnato a Bellingcat e a The Insider una copia della richiesta di passaporto di Anatoliy Vladimirovich Chepiga, nato il 5 aprile 1979. La foto del passaporto, risalente al 2003, mostrava un uomo giovane con una notevole somiglianza a “Boshirov”.

via Bellingcat

Incrociando il resto dei dati, il quadro era completo. La richiesta di passaporto datata 2003 riportava “Military Unit 20662, Khabarovsk” come residenza ufficiale di Chepiga, confermando che si trattava della persona identificata nel database del 2003 consultato da Bellingcat. Inoltre la città natale era Nikolaevka, così come riportato sul sito dell’accademia militare. La richiesta di passaporto ha permesso di conoscere anche lo stato civile (sposato) e il numero di identificazione militare del colonnello.

Sulla base di ulteriori verifiche, contrastando fonti diverse e indipendenti una dall’altra, Bellingcat ha concluso con certezza che la persona identificata dalle autorità britanniche come “Ruslan Boshirov” è in realtà il colonnello Anatoliy Vladimirovich Chepiga, un decorato veterano dell’intelligence russa a cui il presidente Putin in persona ha concesso il più prestigioso riconoscimento militare del paese nel 2014.

Chi è Alexander Mishkin, alias "Alexander Petrov"

via Bellingcat

Alexander Mishkin è nato il 13 luglio 1979 a Loyga, un paesino di poco più di mille abitanti nell’oblast' di Arcangelo, un regione situata nell'estremo nord della Russia europea.

Mishkin ha vissuto nel suo paese almeno fino al 1995. Successivamente, tra il 1995 e il 1999, si è trasferito a San Pietroburgo. Non esistono documenti che certifichino le ragioni di questo spostamento, ma diversi testimoni di Loyga intervistati da The Insider sostengono si fosse trasferito per arruolarsi in un’accademia militare.

Ciò che Bellingcat ha potuto accertare con sicurezza è che nel 2001 era già uno studente della St. Petersburg Military Medical Academy, chiamata comunemente Voyenmed. Lì ha studiato per diventare medico della Marina militare russa. Si è laureato tra il 2006 e il 2007 ottenendo il titolo di medico e il rango di primo tenente, che è quello concesso a tutti i dottori militari in Russia.

Non è chiaro quando sia stato reclutato dal GRU, se prima, durante o dopo i suoi studi, ma sappiamo con certezza che tra il 2007 e il 2010 è stato trasferito a Mosca e ha ricevuto un’identità di copertura, una carta d’identità e un passaporto sotto il nome di “Alexander Petrov”.

Contrariamente al caso di Anatoliy Chepiga, la copertura di Mishkin manteneva invariate la maggior parte delle caratteristiche biografiche reali: la stessa data di nascita, lo stesso nome (cambiando solamente il cognome) e lo stesso nome di entrambi i genitori. Sono stati cambiati il cognome, “Petrov”, e il luogo di nascita, "Kotlas".

Usando la sua identità di copertura, “Petrov” era registrato come residente a Mosca in un indirizzo realmente occupato da un’altra persona, all’oscuro di tutto. Il vero Mishkin viveva con sua moglie e due figli in un altro indirizzo di Mosca. Fino alla metà del 2014, l’indirizzo di residenza di Mishkin era “Khoroshevskoye Shosse 76B”, ossia la sede del GRU. Bellingcat ha potuto confermare che anche il colonnello Chepiga era registrato come residente in quell’indirizzo fino ad agosto del 2014. Il fatto che ufficialmente risedessero nello stesso indirizzo non vuol dire che entrambi vivessero fisicamente nel quartier generale del GRU, bensì che il loro vero indirizzo di residenza era mantenuto confidenziale dall’agenzia dei servizi segreti.

Tra il 2010 e il 2013 Mishkin si è recato in diverse occasioni in Ucraina, utilizzando la sua falsa identità.

Alla fine del 2014 il presidente Putin ha consegnato ad Alexander Mishkin il premio Hero of the Russian Federation nello stesso periodo in cui è stato concesso a Chepiga. Persone vicine alla famiglia di Mishkin hanno riferito che il premio gli sarebbe stato consegnato in seguito alle sue missioni in Crimea.

Nell’autunno del 2014, periodo in cui Mishkin e Chepiga hanno ricevuto il Hero of the Russian Federation Award, entrambi si sono trasferiti in appartamenti valutati tra i €350,000 e i €500,000. Il team di Bellingcat è convinto che si trattasse di una sorta di benefit non monetario che accompagnava il prestigioso riconoscimento.

L’attuale rango militare di Alexander Mishkin è sconosciuto, ma basandosi sul suo rango al momento della laurea e il tempo passato (15 anni) è possibile che fosse tenente colonnello o colonnello al momento dell’attentato a Skripal.

L’indagine di Bellingcat che ha portato alla vera identità di “Petrov

Nel caso di “Alexander Petrov”, l’indagine di Bellingcat è iniziata partendo dalla foto e dai dati contenuti nel passaporto considerato falso, dalle riprese della telecamera di sicurezza e dal video dell’intervista rilasciata a RT.

Così come nel caso del colonnello Chepiga, Bellingcat ha iniziato dalle ricerche inverse sulla foto, nella speranza di trovare una corrispondenza su Internet o in uno dei tanti database conosciuti. Anche in questo caso, però, è stato impossibile trovare tracce di “Petrov”. Niente neanche sui social media o negli archivi fotografici online.

Procedendo per esclusione, sono stati successivamente analizzati tutti gli album di foto e i video dei laureati della Far-Eastern Military School, l’accademia militare frequentata da Chepiga, e allo stesso modo è stato passato al setaccio tutto il materiale multimediale sul corpo speciale di cui faceva parte Chepiga. Nessuna di queste ricerche ha dato frutti.

Dopo questi primi tentativi, l’organizzazione giornalistica ha cambiato approccio investigativo. Sebbene nel caso di Chepiga tutti i dettagli personali fossero stati modificati per creare la sua identità di copertura, non è detto che sempre sia così. Bellingcat era a conoscenza di questo fatto grazie a indagini svolte in passato sugli agenti segreti russi: spesso i cambiamenti sui dati anagrafici sono minimi. Il team di ricerca ha deciso quindi di partire dall’ipotesi dei “cambiamenti minimi”, postulando che, nel caso di “Alexander Petrov”, il nome proprio potesse essere rimasto invariato rispetto alla sua identità reale.

Concentrandosi su San Pietroburgo (città citata nel file del passaporto di “Petrov” come residenza precedente), Bellingcat ha cercato in tutti i database a cui aveva accesso i seguenti dati: la data di nascita ("13 luglio 1979"), il nome proprio (“Alexander”) e il patronimico (“Yevgeniyevich”). Ogni persona in Russia è identificata infatti da nome, patronimico e cognome. Il patronimico si forma aggiungendo al nome del padre la desinenza "-vic" per gli uomini e "-vna" per le donne.

via Bellingcat

Questa ricerca ha portato a un singolo risultato esatto: Alexander Yevgeniyevich Mishkin, residente a San Pietroburgo, nella via Akademika Lebedeva 12, tra il 2003 e il 2006, nato il 13 luglio 1979. Era presente anche un numero di telefono (ormai fuori servizio). Lo stesso nome e lo stesso indirizzo sono stati incrociati usando un secondo database.

Bellingcat ha quindi usato il numero di telefono come nuovo criterio di ricerca e ha scoperto che almeno altri otto abitanti di San Pietroburgo avevano usato quel numero telefonico nei loro certificati di residenza tra il 2003 e il 2006. Questa informazione ha fatto pensare a un “appartamento comunitario”, un modello abitativo diffuso durante l’URSS che consiste in una sorta di residenza con diverse stanze private, spazi comuni di convivenza e un solo numero telefonico. Negli anni 2000 questo tipo di abitazione era molto comune tra gli studenti universitari. Infatti più della metà delle persone registrate con quel numero avevano all’epoca tra i 18 e i 24 anni, incluso Mishkin.

via Bellingcat

Usando l’indirizzo di Mishkin dell’epoca e controllando la posizione dell’appartamento su Google Maps si è potuto vedere che l’edificio è ubicato proprio di fronte alla St. Petersburg Military Medical Academy, meglio nota come Voyenmed o VMEDA.

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Usando database anagrafici open source di San Pietroburgo, Bellingcat ha identificato più di 30 persone che hanno vissuto nell’indirizzo “Akademika Lebedeva 12”, una seconda ricerca su queste persone sui social media ha rivelato che la maggior parte di esse aveva frequentato VMEDA come università. Delle otto persone che avevano utilizzato lo stesso numero di Mishkin, due sono state identificate sui social come ex studenti della stessa accademia.

A questo punto dell’indagine, Bellingcat ha ipotizzato che Alexander Yevgeniyevich Mishkin fosse uno studente dell’accademia di medicina militare nel 2002. Questa linea investigativa si basa sulla precedente ipotesi dei “cambiamenti minimi”, ossia che nel creare la propria identità di copertura “Petrov” avesse mantenuto invariati nome, patronimico e data di nascita reali.

Gli investigatori hanno quindi cercato di verificare la presenza di Alexander Yevgenyevich Mishkin a Mosca (luogo di residenza riportato nel passaporto falso). La ricerca ha avuto esito positivo ed è stato possibile associare al nome un numero di telefono di Mosca.

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Questo numero di telefono è stato usato come termine di ricerca nei database di Mosca rivelati in passato grazie a dei leak ed è stata trovato un risultato positivo: una polizza automobilistica del 2013. L’assicurazione corrispondeva a una Volvo XC90, registrata a San Pietroburgo nel 2012 e venduta nel 2013 a un individuo residente nel distretto Khoroshevsky di Mosca.

via Bellingcat

Dato che il quartier generale del GRU si trova nello stesso distretto, all’indirizzo "Khoroshevskoye Shosse 76B", l’ipotesi che Alexander Mishkin di San Pietroburgo fosse effettivamente “Alexander Petrov” diventava più solida agli occhi del team di Bellingcat.

via Bellingcat

Ciò nonostante, a questo punto dell’indagine, non era possibile affermare con sicurezza che l’uomo residente a Mosca con quel nome e possessore di una Volvo XC90 assicurata nel 2013 fosse la stessa persona che aveva vissuto a San Pietroburgo vicino all’università militare nel 2002. Così come non si poteva determinare che quest’uomo facesse parte dei servizi segreti solo in base alla posizione generica della sua residenza. Ognuno di questi tasselli era un’informazione che doveva essere ancora confermato in maniera inequivocabile. Le prove, detto in altro modo, erano ancora insufficienti.

A dissipare dubbi è stato il successivo passo dell’indagine: i ricercatori sono entrati in possesso di un database di assicurazioni automobilistiche più recente, risalente al 2014, disponibile a pagamento su un sito russo. Una ricerca sul proprietario dell’automobile identificata attraverso l’assicurazione ha portato evidenze inequivocabili del legame tra Alexander Mishkin e il GRU. Infatti in quel database l’indirizzo del proprietario dell’auto, Alexander Mishkin, era lo stesso del quartier generale del GRU: "Khoroshevskoye Shosse 76B". Inoltre la data di nascita combaciava con quella dell’Alexander Mishkin residente vicino all’accademia militare di San Pietroburgo nel 2002.

via Bellingcat

A questo punto, Bellingcat e The Insider si convincono di aver scoperto l’identità di “Petrov”, dato che gli indizi di cui erano in possesso sembravano solidi ed erano supportati dalle precedenti esperienze di indagine dell’organizzazione sulle identità di copertura create dai servizi segreti russi.

Per verificare che Alexander Mishkin fosse stato effettivamente uno studente della St. Petersburg Military Medical Academy, VMEDA, o Voyenmed, gli investigatori hanno contattato attraverso i social media centinaia di ex studenti dell’accademia delle classi tra il 2001 e il 2007. Molti non hanno risposto, altri hanno detto di non conoscere Mishkin, ma una persona (dopo aver chiesto l'anonimato) ha confermato i sospetti di Bellingcat e identificato Mishkin come un ex alunno laureato in quell’accademia. La fonte ha inoltre affermato di aver riconosciuto Mishkin come “Alexander Petrov” nell’intervista televisiva trasmessa da RT. La stessa persona ha informato Bellingcat del fatto che molti ex alunni della stessa classe di Mishkin erano stati contattati dai servizi di sicurezza russi nelle settimane precedenti e ricevuto istruzioni di non divulgare l’identità di Mishkin a nessuno.

Dopo aver stabilito a fine settembre la vera identità di “Petrov”, Bellingcat e The Insider si sono concentrati sull’ultima prova di cui avevano bisogno: una foto di Alexander Mishkin.

Di fronte a quella che sembrava una missione impossibile, ecco che la componente aperta e collaborativa dell'indagine dà i suoi frutti: una nuova fonte, a cui è stato concesso il completo anonimato per questioni di sicurezza, ha consegnato a Bellingcat una copia scannerizzata del passaporto di Alexander Mishkin. L’organizzazione giornalistica non ha divulgato le circostanze nelle quali è entrata in possesso di questa informazione, ma ha assicurato di aver verificato l’affidabilità della fonte.

via Bellingcat

Bellingcat si è quindi rivolta a degli analisti forensi di lineamenti facciali per verificare l’identità dell’individuo ritratto nelle foto. Il Dott. Ugail, professore di “visual computing” della University of Bradford ed esperto in simulazione computerizzata di invecchiamento facciale, ha confermato inequivocabilmente che le fotografie analizzate appartengono alla stessa persona, con uno scarto di circa 15 anni.

via Bellingcat

Per verificare tutte le informazioni raccolte, il partner russo di Bellingcat, The Insider, ha mandato un giornalista a Loyga, il paese natale di Mishkin. Il reporter ha parlato con diversi abitanti del paese che hanno riconosciuto il loro compaesano Alexander nella foto di “Alexander Petrov” rilasciata dalla polizia britannica e nel video trasmesso da RT.

Inoltre, cinque diversi residenti hanno raccontato al giornalista di The Insider che Alexander Mishkin lavorava come “medico militare” e aveva ricevuto il premio Hero of the Russian Federation qualche anno prima.

Il giornalismo collaborativo che ha sbloccato l'indagine

I sorprendenti risultati dell’indagine di Bellingcat e The Insider non solo confermano i sospetti delle autorità britanniche sull’identità dei sospettati, ma restituiscono un quadro dei fatti molto più completo.

Il fatto che un medico militare facesse parte del team implica che l’obiettivo della missione fosse diverso da un’operazione di spionaggio classica (raccolta di informazioni). Alcuni esperti di spionaggio russo contattati da Bellingcat sono convinti che la presenza di un medico è un requisito essenziale in un’operazione di omicidio usando sostanze chimiche, per la buona riuscita della missione e per scongiurare la contaminazione degli agenti coinvolti.

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La misura del M5S è un tradimento del reddito di cittadinanza

[Tempo di lettura stimato: 7 minuti]

Il governo Conte non introdurrà in Italia il "Reddito di cittadinanza", perché la proposta del Movimento 5 Stelle non è in realtà un "Reddito di cittadinanza".

Da quando il Movimento fondato da Beppe Grillo e Gianroberto Casaleggio si è presentato alle elezioni politiche del 2013, inserendo questa misura al primo punto tra i venti dell'allora programma per "per uscire dal buio", il dibattito politico e pubblico nazionale sul "reddito di cittadinanza" è stato da una parte utile per parlare e ragionare su misure di contrasto alla povertà e alle disuguaglianze ma dall'altro è stato fuorviante perché basato su un errore di sostanza – dovuto principalmente all'uso che i 5stelle hanno fatto di questo termine.

Cos'è il Reddito di cittadinanza

Il "Reddito di cittadinanza" (conosciuto anche come "reddito di base" o basic income) è in realtà un reddito erogato dallo Stato in modo incondizionato a tutti, su base individuale, senza alcuna verifica della condizione economica o richiesta di disponibilità a lavorare.

Come scrivevamo in un approfondimento dello scorso anno – in cui abbiamo ripercorso la sua storia, ricostruito il dibattito (tra posizioni a sostegno e critiche) a livello internazionale, nato anche per le sfide che l’automazione e la tecnologia impongono al mondo del lavoro, e mostrato i casi pilota in vari paesi – , si tratta di "un’idea affascinante e radicale, che ha assunto coloriture e caratteristiche diverse a seconda dei periodi storici e delle aree geografiche in cui si è tentato di applicarla".

Da circa 30 anni la rete di coordinamento BIEN  (Basic Income Eearth Network) organizza convegni europei e mondiali sul tema. In Italia, il dibattito sul tema è portato avanti da BIN Italia. Come scrisse nel 1998 l'economista Andrea Fumagalli, ex vicepresidente del BIN-Italia, l'idea del "Reddito di cittadinanza" «deriva dalla coscienza (…) che nel nuovo millennio il disporre di un lavoro può non essere sufficiente a garantire l'esistenza di una vita dignitosa». Per Fumagalli la conseguenza sarebbe un «processo di liberazione non del lavoro ma dal lavoro (nel senso capitalistico del termine)» in cui «viene meno uno degli strumenti disciplinari di controllo sociale in mano agli attuali assetti di potere». Come risultato ci sarebbero «più risorse e più tempo per dedicarsi alla costruzione di "opere" e magari di organizzare in modo più liberatorio la produzione di ciò che è utile all'uomo».

Durante l'ultima edizione del Festival internazionale del giornalismo di Perugia, Guy Standing, professore, tra i fondatori di BIEN e autore del libro Basic Income: And How We Can Make It Happen, ha sottolineato i motivi che hanno favorito la rilevanza dell'idea di un Reddito di cittadinanza nel dibattito internazionale odierno: l'aumento delle disuguaglianze e del precariato dovute alle "sperimentazioni neoliberiste degli ultimi 30 anni", l'insicurezza e l'instabilità conseguenti, le possibili conseguenze della robotica applicata al lavoro. Per questo motivo, continua Standing, "a meno che non si reagisca a questa situazione, dando vita a un nuovo sistema di ridistribuzione del reddito, vedremo moltiplicarsi e svilupparsi crisi sociali e politiche".

Ad oggi, però, a parte singoli casi piloti in diversi parti del mondo, questa idea che implica un cambiamento radicale del modo di pensare la società, il welfare e il rapporto tra uomo e lavoro, perché il salario non diventa più l’unica via per la propria esistenza, non è mai stata concretizzata in legge in uno Stato. Stefano Toso, docente di Scienza delle Finanze all’Università di Bologna, scrive che la misura non è stata ancora mai messa in pratica principalmente per due motivi: l'elevato costo per il bilancio pubblico di uno Stato – ad esempio nel 2013, su Lavoce.info, Tito Boeri (ancora non presidente dell'INPS) e Roberto Perotti avevano calcolato che un reddito di cittadinanza a 500 euro al mese, dato a 50 milioni di persone che abbiano compiuto 18 anni, poteva avere un costo di 300 miliardi di euro, «quasi il 20% del Pil» – e per “la diffusa ostilità verso l’idea di erogare un reddito anche a chi, potendolo fare, non offre alla società alcun contributo sotto forma di un lavoro o della disponibilità a lavorare”.

Qual è invece la proposta del M5S

Il Movimento 5 stelle non ha proposto una simile misura in Italia. Pur parlando sempre di "Reddito di cittadinanza", si è mosso più che altro all'interno del perimetro del "Reddito minimo garantito" (o di un sussidio di disoccupazione), che ha costi, contenuti e finalità totalmente differenti, come scrivevamo cinque anni fa.

Un "Reddito minimo garantito" infatti è un reddito limitato nel tempo che si basa su un programma universale ma selettivo. La concessione del sussidio dipende infatti da regole uguali per tutti. È garantito in base al reddito e al patrimonio di chi ne fa domanda. Nei parametri può anche rientrare il fatto di aver perso un lavoro o di non riuscire a trovarlo. Nel 1992 il Consiglio delle comunità europee ha fatto richiesta per l’introduzione «in tutti gli Stati membri di un reddito minimo garantito, inteso quale fattore d’inserimento nella società dei cittadini più poveri».

Come si può leggere nello studio Minimum Income Policies in EU Member States (2017) del Parlamento europeo, nel tempo i paesi europei, comprese Grecia e Italia (con il Reddito di Inclusione (REI) approvato dal governo Gentiloni) che fino a poco fa erano rimasti gli unici stati in Europa a non avere una qualche forma di reddito minimo, si sono adeguati e hanno applicato politiche sociali indirizzate a tale scopo con le misure che si differenziano per le condizioni di accesso e i requisiti richiesti, la variazione della cifra concessa e la durata del beneficio, con l’aggiunta o meno di ulteriori diritti correlati — come ad esempio quello sanitario.

Nel corso di questi anni, il M5S ha invece definito "reddito di cittadinanza" una proposta che in realtà era un'altra cosa, con (costi e) finalità differenti.

Beppe Grillo, un mese prima delle elezioni politiche di febbraio 2013, durante un comizio in giro per l'Italia, presentando il "reddito di cittadinanza", parlava ad esempio di una misura che prevedeva l'erogazione di 1000 euro al mese, limitata per tre anni, «che deve dare il tempo a un giovane di cercarsi lavoro». In questi tre anni, continuava il fondatore del M5S, «gli uffici di collocamento, gestiti dai cittadini (online, tutto aperto), non da questi qua, ti proporranno diversi lavori». Grillo concludeva che se una persona non avesse accettato le proposte di lavoro, sarebbe poi finito «fuori dal sussidio».

Diversi mesi dopo, poi, una volta eletti in Parlamento, i parlamentari del M5S hanno presentato al Senato un disegno di legge dal titolo Istituzione del reddito di cittadinanza nonché delega al Governo per l’introduzione del salario minimo orario in cui però, come spiegava l'Istat nel 2015, pur parlando di "reddito di cittadinanza", puntavano a introdurre una "misura selettiva, limitando l’erogazione dei benefici alle famiglie (ndr pari a 780 euro mensili per un singolo componente, anche tramite integrazione sul proprio stipendio se non si arriva a quella cifrail cui reddito è inferiore a una determinata soglia" di rischio di povertà, con l'obiettivo di "costituire una rete di protezione sociale 'compatta', compensando eventuali insufficienze del sistema di welfare". Per il beneficiario, inoltre, i 5stelle prevedevano diversi requisiti e obblighi come quello di "fornire immediata disponibilità al lavoro presso i centri per l’impiego territorialmente competenti". Nel caso in cui questi obblighi, indirizzati a inserire il soggetto nel mondo del lavoro, non venissero rispettati, il beneficiario non avrebbe ottenuto più questo reddito minimo garantito. Il costo, calcolava sempre l'Istat, sarebbe stato intorno ai 15 miliardi di euro (altri entri ed economisti hanno fornito cifre nettamente maggiori, utilizzando calcoli e simulazioni differenti).

Che il "Reddito di cittadinanza" targato 5 Stelle non fosse in realtà un reddito di cittadinanza è stato anche chiarito da quello che sarebbe stato il futuro ministro del Lavoro in un governo a guida solo M5S, in caso di vittoria dopo le elezioni politiche dello scorso 4 marzo. Pochi giorni prima del voto, il nuovo capo politico del Movimento 5 Stelle, Luigi Di Maio, presenta la futura squadra di ministri. Al Ministero del Lavoro viene indicato il nome del professore Pasquale Tridico. Ed è lo stesso Tridico (poi successivamente sfilatosi, dopo l'accordo di governo con la Lega, per motivi «ideologici e programmatici»), a spiegare che la misura del "reddito di cittadinanza" del M5S è "tecnicamente un reddito minimo condizionato alla formazione e al reinserimento lavorativo. Lo Stato sosterrà economicamente chi oggi non raggiunge la soglia di povertà indicata da Eurostat, in cambio dell’impegno a formarsi e ad accettare almeno una delle prime tre proposte di lavoro". Tridico precisa anche che il costo di questa misura sarà di "17 miliardi complessivi, compresi i 2,1 miliardi per rafforzare i centri per l’impiego (...)".

Riguardo i costi per lo Stato, in base alla Nota di Aggiornamento al Def (cioè il Documento di economia e finanza) trasmessa in Parlamento lo scorso 4 ottobre, il governo M5S-Lega ha messo alla fine a disposizione, per ognuno dei prossimi tre anni, 10 miliardi di euro: 9 miliardi per garantire il sussidio a chi ne avrà diritto e 1 miliardo per il potenziamento dei Centri per l’impiego. Non si conoscono ancora invece ufficialmente e nel dettaglio chi e quante persone effettivamente ne beneficeranno, quali saranno le modalità di erogazioni del sussidio e come questi soldi potranno essere spesi. Negli ultimi giorni diversi esponenti 5stelle del governo hanno avanzato diverse possibilità: Luigi Di Maio ha detto che ne potranno beneficiare tutti i “residenti da almeno 10 anni in Italia” (italiani e stranieri). Laura Castelli, sottosegretaria all’Economia, ha dichiarato che l'erogazione «non sarà in contanti, ma avrà il massimo della tracciabilità» con l'utilizzo di un tessera prepagata, perché l'obiettivo è quello che la cifra erogata dallo Stato «vada in consumi produttivi e primari, non in azzardo o altre forme di dispendio improduttivo».

Al di là di queste questioni di forma e delle problematiche e criticità legate alla riorganizzazione dei centri per l'Impiego prevista per rendere pienamente funzionante il provvedimento, resta appunto la radicale differenza tra il "Reddito di cittadinanza" e la misura pensata dai 5stelle che punta a sostenere "il reddito di chi si trova al di sotto della soglia di povertà relativa" e ad "assicurare un più rapido ed efficace accompagnamento al lavoro dei cittadini", come spiega la stessa nota di aggiornamento del DEF. Stefano Patuanelli, capogruppo M5S al Senato, intervistato da SkyTg24 il 9 ottobre, ha infatti dichiarato che «per noi si tratta di una misura legata alla formazione delle persone, per riaccompagnarle all'interno del mercato del lavoro». Sempre Patuanelli ha anche aggiunto che «al di là di creare persone formate e quindi più appetibili per le aziende, pensiamo di prevedere una norma per cui nel momento in cui l'azienda va ad assumere una persona che esce dal reddito di cittadinanza trattiene per sé per un periodo il reddito di cittadinanza che dovrebbe essere erogato a quella persona. Questa è una misura agevolativa alle assunzioni».

Obiettivi e finalità che appunto nulla c'entrano con il reddito di base (o reddito di cittadinanza) che, come invece spiegava Fumagalli, punta a creare un "processo di liberazione dal lavoro (nel senso capitalistico del termine)" per "organizzare in modo più liberatorio la produzione di ciò che è utile all'uomo». Non a caso, Sandro Gobetti, coordinatore di Bin Italia, sottolineava lo scorso marzo che «In Italia impropriamente si usa la formula reddito di cittadinanza, utilizzata da M5S, per indicare invece il reddito minimo garantito condizionato, ad esempio, all’accettazione di proposte di lavoro. In realtà quel termine apparterrebbe all’altra famiglia, quella del reddito di base universale e incondizionato che si basa su un’idea diversa, quella per cui il reddito è un diritto umano, come la libertà di parola, prima che un diritto economico».

Foto in anteprima via Corriere della Sera

 

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Il voto di Verona contro l’aborto e la saldatura tra estrema destra e ultracattolici: diritti sotto attacco

[Tempo di lettura stimato: 9 minuti]

La notte del 4 ottobre il Consiglio comunale di Verona ha approvato una mozione con l’obiettivo di finanziare e sostenere associazioni cattoliche che promuovono iniziative contro l’aborto. Il documento, presentato dalla Lega e sottoscritto dal sindaco Federico Sboarina, tra le altre cose proclama “ufficialmente Verona città della vita”.

Durante la seduta del Consiglio diverse attiviste di Non Una Di Meno hanno protestato silenziosamente, assistendo al voto vestite come le ancelle della serie tv Handsmaid’s Tale, tratta dal romanzo distopico di Margareth Atwood che racconta una società governata da estremisti cattolici dove le donne perdono ogni diritto e vengono usate solo a scopo procreativo.

Con 21 voti a favore e 6 contro, È STATA APPROVATA pochi minuti fa la MOZIONE 434 che dichiara ufficialmente Verona "...

Pubblicato da Non una di meno - Verona su Giovedì 4 ottobre 2018

La mozione contro l’aborto a Verona

La mozione 434 è stata promossa dal consigliere leghista Alberto Zelger in occasione del quarantesimo anniversario della legge 194 del 1978 sull’interruzione volontaria di gravidanza.

Con il voto positivo l’amministrazione si impegna innanzitutto a inserire “nel prossimo assestamento di bilancio un congruo finanziamento ad associazioni e progetti che operano nel territorio del comune di Verona”. Tra questi vengono citati come esempio i progetti Gemma e Chiara, volti entrambi a evitare che le donne abortiscano.

Il primo è stato costituto nel 1994 dalla Fondazione Vita Nova, con l’obiettivo di fornire a livello nazionale “un servizio per l’adozione prenatale a distanza di madri in difficoltà, tentate di non accogliere il proprio bambino. Una mamma in attesa nasconde sempre nel suo grembo una gemma (un bambino) che non andrà perduta se qualcuno fornirà l’aiuto necessario”. Il progetto Chiara, invece, è dell’associazione cattolica Centro Diocesano Aiuto Vita, è descritto sul sito come “il servizio della Chiesa Veronese per l’accoglienza e per la protezione della vita nascente, per il sostegno alla maternità e per la prevenzione dell’aborto volontario”.

In secondo luogo, la mozione di Zelger prevede la promozione del “progetto regionale Culla Segreta”, anche “stampando e diffondendo i suoi manifesti pubblicitari nelle circoscrizioni e in tutti gli spazi comunali”. Stando a quanto si legge sul sito del Comune di Verona, Culla Segreta è “un servizio gratuito a sostegno della maternità e alla famiglia” avviato a fine settembre 2008. “La donna in gravidanza che non riesce a superare gli ostacoli legati alla maternità, potrà compiere una scelta consapevole e responsabile, partorire in modo riservato, restare anonima, e non riconoscere il neonato alla nascita, che verrà inserito in una famiglia adottiva idonea, scelta dal Tribunale dei Minorenni”.

La mozione spinge sull’importanza dell’aspetto economico quando si parla di maternità. «Questo è sicuramente vero, ma non si può non considerare il contesto politico in cui nasce la mozione, le premesse sono tutte sbagliate», spiega a Valigia Blu Giulia Siviero, giornalista del Post che ha seguito sin dall’inizio questa vicenda.

Dopo un’introduzione incentrata su tutela e incentivo della maternità, infatti, il documento elenca alcuni dati citando come fonti siti pro-life, denuncia come l’aborto sia stato usato “ai fini di limitazione delle nascite”, definisce le interruzioni di gravidanza con metodo farmacologico (la pillola RU486) “uccisioni nascoste” che diffondono la “cultura dello scarto” e si scaglia contro la diagnosi prenatale, che consente alle donne di scoprire gravi malformazioni del feto.

«Il problema non è che si danno soldi al progetto Gemma o altre associazioni che sostengono le donne in gravidanza in difficoltà economica – dice Siviero – Il punto è che un’amministrazione pubblica non metta i consultori pubblici in condizioni di fare il lavoro che la 194 chiede loro, e cioè informare, mentre si finanziano associazioni private. Perché iscriversi a Gemma costa». Quanto a “Culla segreta”, invece, una legge che permette alle donne di restare anonime al momento del parto esiste già nell’ordinamento italiano.

Le premesse in cui è maturata la mozione emergono anche da alcune dichiarazioni rilasciate dal suo promotore, il consigliere leghista Alberto Zelger, che in un’intervista alla Gazzetta di Modena si è definito «antiabortista», perché «l'aborto è peggio della guerra» e se le donne italiane non faranno figli «saremo conquistati dai musulmani che appena saranno maggioranza ci imporranno la legge islamica».

Ai microfoni de La Zanzara su Radio24, Zelger ha detto che l’aborto è «un abominevole delitto. Il mio esempio è la Russia di Putin, dove gli aborti sono scesi da quattro milioni l'anno a due con sussidi alla maternità. Fosse per me la legge sull'aborto, la 194, non dovrebbe esistere. Sono contrario all'aborto, del tutto in linea con la posizione del ministro Fontana. Significa uccidere un bambino nella pancia della mamma». In quella stessa occasione il consigliere ha anche definito gli omosessuali «una sciagura per la riproduzione e la conservazione della specie. Il sesso omosex fa male alla salute, fa venire malattie di tutti i tipi, è un disturbo della personalità».

Secondo un’attivista di Non Una di Meno Verona intervistata da LetteraDonna, «tutti i passaggi politici svelano un’altra verità dietro la facciata del sostegno alla maternità: le donne sono delle incubatrici a cui vengono dati dei soldi affinché partoriscano. Ma la scelta di diventare o non diventare madre è più complessa e non è legata solo a fattori economici. Le donne devono poter decidere libere da ingerenze esterne». Per difendere la mozione, aggiunge, «hanno tirato in ballo l’articolo 1 della Legge 194, dove si afferma che Stato, Enti e Regioni devono lavorare per evitare che l’aborto diventi un mezzo di controllo delle nascite. Finanziare queste associazioni scongiurerebbe, a loro avviso, questo rischio. Ma per evitare gravidanze indesiderate le misure da adottare sono altre: dall’educazione sessuale nelle scuole, alla contraccezione gratuita e ai finanziamenti ai consultori pubblici».

Della mozione 434 si era già discusso lo scorso 26 luglio, quando era arrivata in Consiglio insieme a un’altra, la 441, che chiede che i feti delle donne che ricorrono all’interruzione volontaria di gravidanza siano automaticamente sepolti, senza bisogno della loro autorizzazione e prescindendo dalla loro volontà. Quest’ultima proposta non è stata ridiscussa per problemi procedurali. Anche se, secondo Siviero, probabilmente tornerà all’ordine del giorno.

Anche in quell’occasione Non Una di Meno Verona aveva protestato: alcune donne erano arrivate in aula vestite da ancelle. Il consigliere comunale Andrea Bacciga (eletto con la lista a cui appartiene il sindaco Sboarina) aveva alzato il braccio destro facendo il saluto romano verso le attiviste, provocando un trambusto che ha interrotto la seduta per qualche minuto.

Non Una di Meno ha presentato un esposto in procura per violazione della legge Scelba. Bacciga ha spiegato di aver solo salutato «in questa maniera qua delle persone con la mano destra, ma se è proibito salutare con la mano destra ditemelo, evidentemente siamo in un regime che dovrò salutare con il pugno chiuso. Se volete tagliarmi la mano destra fatelo». Successivamente ha aggiunto che un’eventuale condanna sarebbe stata per lui «un onore».

Il gesto di Bacciga era stato visto anche da alcuni consiglieri, tra cui Michele Bertucco di Sinistra in Comune: «Ha fatto il saluto fascista due volte. Il primo ha scatenato le proteste del pubblico sul loggione e allora Bacciga l’ha rifatto. Solo dopo l’ha negato, dicendo che salutava le persone che erano intervenute dall’alto. Il sindaco non c’era, il presidente del Consiglio comunale Ciro Maschio ha dichiarato di non aver visto». Quest’ultimo ha difeso Bacciga, assieme ad altri e al sindaco Sboarina, che in un’intervista ha dichiarato che quella di Non Una di Meno è stata «una provocazione», a cui il suo consigliere ha risposto con un’altra.

A distanza di tre mesi la mozione 434 è tornata all’ordine del giorno ed è stata approvata ottenendo sei voti contrari e ventuno a favore. Tra questi c’è stato anche quello di Carla Padovani, capogruppo del Partito Democratico in Consiglio comunale, provocando numerose critiche e la richiesta di dimissioni da parte di alcuni esponenti della sua formazione. Padovani ha però dichiarato in una nota di aver «votato secondo coscienza», ritenendo la vita «un valore universale e non di partito». Nonostante le polemiche siano scoppiate solo ora, la consigliera aveva già mostrato in precedenza le sue posizioni: lo scorso febbraio aveva chiesto di essere cancellata da un video del PD di Verona perché compariva una coppia omosessuale.

Un laboratorio di erosione dei diritti

Sabato 13 ottobre Non Una di Meno ha chiamato a Verona una manifestazione per protestare contro la mozione votata in Consiglio. L’appuntamento rappresenta «la prima tappa di uno stato di agitazione permanente» indetto dal movimento a livello nazionale, spiega Siviero, che ha contribuito a costruire la manifestazione. «Verona sarà il primo step – aggiunge – perché mette insieme diverse cose: la mozione sull’aborto, il saluto fascista in aula, una recente aggressione omofoba. Sono successe una serie di cose per cui Verona è diventata un po’ il centro di qualcosa che si muove a strati più alti: è un terreno molto accogliente per discorsi che vengono portati avanti a livello nazionale».

Non a caso uno dei primi a esprimersi a difesa della mozione 434 è stato il senatore leghista Simone Pillon, relatore a Palazzo Madama del disegno di legge sull’affido condiviso che associazioni anti violenza e a difesa dei minori ritengono un passo indietro di oltre 50 anni, dannoso e pericoloso. «Dopo aver letto la delibera posso dire che non capisco davvero perché indignarsi se il comune scaligero, nel pieno rispetto della legge, decide di aiutare le donne in difficoltà a proseguire la gravidanza. A norma di legge dovrebbero farlo tutti i Comuni», ha detto Pillon. Qualche settimana fa il senatore aveva rilasciato un’intervista a La Stampa in cui sosteneva che avrebbe convinto «ogni donna a tenere il suo bambino», eventualmente corrispondendo «ingentissime» somme di denaro o impedendole di abortire.

Le congiunzioni tra quanto accade a Verona e la situazione nazionale sono molto profonde. L’esempio più evidente è probabilmente costituito dal ministro per la Famiglia Lorenzo Fontana (anche lui difensore della mozione), il cui precedente ruolo era quello di vicesindaco della città veneta.

Come ricostruito da Yàdad de Guerre, autore del blog d’inchiesta Playing the Gender Card, Fontana è “un uomo di potere” da vent’anni nella Lega, partito in cui ha ricoperto diversi incarichi. Ha posizioni ultracattoliche, anti abortiste, anti “ideologia del gender”, contrario alle unioni civili e alle famiglie omosessuali, anti immigrazione e sostenitore del pericolo di una "sostituzione etnica".

Lorenzo Fontana è un uomo di potere.Sì, è un cattolico integralista, ovviamente antiabortista, certamente...

Pubblicato da Yàdad De Guerre su Venerdì 1 giugno 2018

Assieme a Simone Pillon ha partecipato all’ultima “Marcia per la Vita” a Roma, e fa parte del Comitato No194 che sabato 13 ottobre a Milano e Caserta manifesterà per abolire con un referendum la legge 194/78, e sostituirla con una normativa che punisca donne e medici che ricorrono all’aborto con una pena detentiva.

A Verona Fontana ha diverse e strette connessioni con movimenti di estrema destra e con l’integralismo cattolico. Lo scorso febbraio in città è stato organizzato il primo “Festival per la Vita”, un convegno dell’associazione Pro Vita con legami con Forza Nuova (non ultimo il fatto che il figlio di Roberto Fiore, segretario del partito di estrema destra, è caporedattore del sito dell’associazione). Fontana era presente ed è intervenuto.

A distanza di un anno, a marzo 2019, Verona sarà la sede del Congresso Mondiale delle Famiglie, organizzato dalle associazioni promotrici del Family Day (Pro Vita Onlus, Comitato Difendiamo i Nostri Figli e Generazione Famiglia) e dall’International Organisation for the Family (IOF). Come quello dello scorso febbraio, l’evento della prossima primavera è supportato da Fontana, stavolta da componente del governo. Anche il ministro dell’Interno e vicepremier Matteo Salvini ha espresso parole di entusiasmo: «Siamo orgogliosi di ospitare le famiglie del mondo a Verona, questa è l’Europa che ci piace».

Il sindaco di Verona, Sboarina, ha dichiarato che il congresso «sarà l’occasione per ribadire valori a me cari e che sono nel mio programma amministrativo (…) Verona è orgogliosa di accogliere le migliaia di persone che parteciperanno al Congresso, ma soprattutto di diventare laboratorio di idee e di iniziative che promuovano la difesa della vita, dal concepimento alla morte naturale, e della famiglia nel rispetto delle preziose diversità tra uomo e donna».

Siviero ritiene che Verona sia da tempo un laboratorio politico per certi ambienti. «Chi sta a Verona lo vede un po’ da sempre: da qui sono partite delle dinamiche che poi si sono propagate a livelli più ampi, adesso si trovano anche al governo. A Verona, ad esempio, c’è stata la svolta di Fiuggi, quindi l’entrata della destra “di strada” nelle istituzioni. E qui c’è stata la saldatura tra i movimenti cattolici e l’estrema destra». Una saldatura che Siviero ha ricostruito in un lungo reportage su Il Post, che evidenzia come queste realtà si siano ritrovate “fianco a fianco in diverse occasioni: dai convegni omo-bi-transfobici alle messe di riparazione fino alle mozioni contro il gender portate avanti da un ex consigliere comunale per la Lista Tosi, Alberto Zelger, che ora è in consiglio comunale con Sboarina”.

Intervistato nell’articolo, Emanuele Del Medico, attivista e studioso che nel 2004 ha pubblicato il libro "All’estrema destra del padre. Tradizionalismo cattolico e destra radicale", ha spiegato che Verona «è stata la capitale del tradizionalismo cattolico per numero di associazioni che hanno sempre avuto stretti legami con le frange della destra più radicale e con i partiti espressione di quella destra. Spesso chi militava da una parte stava anche dall’altra. L’obiettivo comune a questi ambienti era ed è ancora oggi ripristinare un ordine del passato – sia esso monarchico, teocratico o fascista – andato perduto. Politicamente questo continuo rimando alla tradizione si è tradotto a livello locale in tentativi, spesso violenti nelle forme e nei modi, di costruire una forte identità comune, etnica, nazionale o culturale fondata sull’esclusione del diverso. Da un mondo all’altro, c’è stata una specie di travaso di ideologismi: il razzismo, l’intolleranza, l’omofobia e una certa forma di violenza si sono coniugati con la ben collaudata visione dio-patria-famiglia».

Le due componenti di movimenti estrema destra e ultracattolici, afferma Siviero, «sono entrate in massa nella maggioranza che attualmente c’è nell’amministrazione locale, e si ritrovano oramai con una sponda fortissima dentro alle istituzioni anche nazionali che portano avanti con un linguaggio diverso la loro stessa sostanza. Lo vediamo con i migranti, con i diritti delle donne o quelli Lgbti».

Come sottolineato da Del Medico, insomma, «l’Italia si sta veronesizzando». Le dinamiche speriamentate nella città veneta si riflettono e si trasferiscono a livello nazionale, talvolta impersonificate dagli stessi soggetti - vedi il caso di Fontana.

Il punto, secondo Siviero, è che si rischia di sottovalutare quanto sta accadendo e il pericolo che si corre. «Ai movimenti, a chi fa politica attiva, è evidente il cambio di passo. In altri ambienti meno: c’è un continuo tentativo di normalizzare quello che succede e le avvisaglie di ciò che potrebbe aspettarci», spiega. Ad esempio, aggiunge, «il capogruppo della Lega in consiglio comunale ha presentato una mozione che sarà discussa giovedì in cui condanna e prende le distanze dalle parole di Zelger ai giornali. Capogruppo che ha ovviamente votato la mozione contro l’aborto. È un tentativo di dire “non siamo tutti così”, di fare meno rumore. Lo trovo agghiacciante».

Le attiviste di Non Una di Meno sono convinte che la vicenda di Verona rappresenti solo un terreno di prova per politiche repressive, a partire dal disegno di legge Pillon: «La questione delle donne è entrata in una dinamica politica più ampia, che ha visto le istanze razziste e xenofobe dei movimenti di estrema destra saldarsi con le posizioni ultracattoliche. Quello che sta accadendo a Verona rischia di ripetersi a livello nazionale».

Foto in anteprima via Non una di meno – Verona

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Salvini commenta e diffonde la notizia del “medico che denuncia l’immigrato clandestino”. Ma le fonti ufficiali smentiscono

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Dopo aver rilanciato ad agosto la falsa notizia dei migranti che protestavano a Vicenza per avere un abbonamento Sky, nonostante le smentite e i chiarimenti di Questura (un organo del Ministero dell'Interno che in ogni capoluogo di provincia svolge compiti di polizia e pubblica sicurezza), Prefettura (sede del Prefetto, alto funzionario dello Stato, gerarchicamente dipendente dal ministro dell’Interno e funzionalmente dal Governo) e anche dell'articolo da lui stesso condiviso (nel quale si leggeva: "'I migranti vogliono Sky'. Ma la questura nega tutto"), e aver insinuato a settembre il dubbio, rivelatosi infondato, di un aumento dei casi di tubercolosi in Italia in seguito all'arrivo degli immigrati, i profili social del ministro dell'Interno, Matteo Salvini, hanno diffuso un'altra notizia non verificata: la storia del medico di Trento che avrebbe segnalato ai carabinieri un immigrato marocchino irregolare.

Solidarietà al medico di Trento che ha segnalato ai carabinieri un immigrato marocchino irregolare.Abbiamo il dovere di...

Pubblicato da Matteo Salvini su Mercoledì 3 ottobre 2018

"Solidarietà al medico di Trento che ha segnalato ai carabinieri un immigrato marocchino irregolare. Abbiamo il dovere di garantire cure mediche a tutti, ma non possiamo dimenticare l’esigenza di contrastare l’immigrazione clandestina", scriveva la sera del 3 ottobre il ministro su Facebook linkando come fonte un articolo de Il Giornale che riprendeva, a sua volta, una notizia pubblicata in mattinata dal Corriere del Trentino, edizione locale del Corriere della Sera.

Secondo quanto riportato dal Corriere del Trentino, a luglio un immigrato "senza più permesso di soggiorno" si sarebbe presentato al pronto soccorso di Trento e il medico dell'ospedale, dopo essersi accorto che l'uomo, di nazionalità marocchina, non aveva i documenti in regola per restare in Italia, avrebbe chiamato i carabinieri che, una volta giunti sul posto, avrebbero prelevato il paziente, portandolo in caserma per i controlli del caso. Prima di recarsi al Pronto Soccorso, l'uomo (sposato con una donna "regolarmente presente sul territorio provinciale") si sarebbe rivolto al medico di base "che lo aveva congedato asserendo di non poterlo curare".

“Al paziente – scrive il Corriere del Trentino – non è stato consentito di completare gli accertamenti e non ha ricevuto nessuna indicazione terapeutica", contravvenendo a una direttiva firmata nel novembre del 2009 dall'allora capo del Dipartimento per le libertà civili e l'immigrazione, Mario Morcone, che ribadiva "il divieto di segnalare alle autorità lo straniero irregolarmente presente nel territorio dello Stato che chiede accesso alle prestazioni sanitarie", e non garantendo un principio affermato dall'articolo 32 della Costituzione secondo il quale "la Repubblica tutela la salute come fondamentale diritto dell'individuo e interesse della collettività, e garantisce cure gratuite agli indigenti".

Il medico del Pronto Soccorso, proseguiva l'articolo, si sarebbe difeso affermando di non conoscere la normativa in vigore. Una situazione, questa, sempre più diffusa, spiegavano al Corriere, Elisabetta Cescatti e Bruna Zeni del Gruppo immigrazione e salute del Trentino ("50 medici volontari che hanno come mission la sensibilizzazione delle istituzioni politiche e sanitarie sui bisogni della popolazione migrante e che da gennaio gestiscono anche un servizio ambulatoriale a Trento e Rovereto"): «Diversi colleghi ci hanno riferito di non essere al corrente di questa disposizione e anche gli stessi migranti spesso non sono informati sui loro diritti.(...) È nell'interesse di tutti, non solo delle persone che hanno a cuore il destino dei migranti, che le norme di legge vengano osservate. Lo diciamo perché il diffuso clima anti-stranieri può sdoganare atteggiamenti pericolosi, magari persino determinati da una presunzione di rispetto e promozione della legalità». «La prima regola del medico è curare – sottolineavano Cescatti e Zeni – anche i medici di base hanno l' obbligo di occuparsi delle persone irregolari. Servirebbe una maggiore consapevolezza perché tali norme riguardano la vita di soggetti fragili».

La storia del "medico che si è rifiutato di curare e ha segnalato un marocchino col permesso di soggiorno scaduto", partita da un'edizione locale di un quotidiano nazionale, rilanciata da diversi media mainstream e dal ministro dell'Interno, che ne ha fatto immediatamente terreno di battaglia politica, diventa di dominio pubblico.

Il comportamento del medico viene esaltato da diversi esponenti politici della Lega e criticato da rappresentanti dell'Ordine dei Medici. «Un esempio da seguire anche per i medici veneti», secondo Gianantonio Da Re, segretario nathional della Lega in Veneto, «chi arriva in Italia si deve poter riconoscere: se fosse un camorrista, un mafioso, un ricercato? Cosa facciamo, lo curiamo senza avvertire le autorità?». Per il capo della commissione regionale Sanità del Veneto, Fabrizio Boron (lista "Zaia presidente"), il «medico di Trento ha fatto bene, lo straniero deve entrare o restare in Italia con le carte in regola. Anche perché non è raro che qualcuno faccia il furbo e non esibisca i documenti al Pronto Soccorso per non pagare l’eventuale ticket. Il Veneto paga già 5 milioni di euro l’anno per curare i clandestini». Ma «il giuramento di Ippocrate e il Codice deontologico», spiegano al Corriere del Veneto (altra edizione locale del Corriere della Sera), Michele Valente, presidente dell’Ordine dei Medici di Vicenza, e Giovanni Leoni, presidente dell’Ordine di Venezia, «ci impongono di curare tutti, indistintamente da sesso, religione, etnia, situazione personale. L’unico caso che ci consente la denuncia, per giusta causa, è quando il paziente sia autore di un reato e quindi non segnalarlo all’autorità può comportare un pericolo per la popolazione e per la salute pubblica. Siamo pubblici ufficiali».

Il 5 ottobre diverse testate giornalistiche danno la notizia che nei confronti del medico "è scattata inesorabile l'azione disciplinare" da parte dell'Ordine dei Medici locale, riportando le parole del presidente della Federazione Nazionale degli Ordini dei Medici Chirurghi e degli Odontoiatri (Fnomceo) Filippo Anelli: «Bene ha fatto l'Ordine di competenza ad avviare l'attività disciplinare nei confronti del medico. Sia per dargli modo di fornire la sua ricostruzione dei fatti, sia per tutelare un principio: i medici devono rispettare, oltre alle leggi, le regole del codice deontologico, e secondo tali regole deve essere valutato il loro comportamento».

Il virgolettato riportato era, però, diverso dalle effettive dichiarazioni di Anelli, pubblicate sul sito dell'Ordine:

Bene ha fatto l’Ordine di competenza ad avviare l’attività disciplinare nei confronti del medico che, in Trentino, è finito sui giornali per aver forse segnalato un immigrato irregolare. Questo, in primo luogo, per dargli modo di fornire la sua ricostruzione dei fatti, che sembrerebbero diversi da quanto riportato. E, ciò che è ancor più importante, per tutelare un principio: i medici devono rispettare, oltre alle Leggi, le Regole del Codice Deontologico, e secondo tali Regole deve essere valutato il loro comportamento.

Era stato omesso un passaggio in cui Anelli sottolineava che la ricostruzione dei fatti sembrava differente da quella raccontata dai media.

Alcuni giorni prima, il 3 ottobre, il giorno stesso in cui Il Corriere del Trentino aveva pubblicato la storia del medico e Salvini aveva diffuso la notizia, Il Dolomiti aveva pubblicato un articolo – che non ha ottenuto la stessa attenzione degli altri – che riportava una versione differente dei fatti. Stando a quanto dichiarato dall'Azienda provinciale dei servizi sanitari (Apss), contattata dai giornalisti del quotidiano trentino, «non c'era stato nessun caso di denuncia da parte di un medico provocata dal fatto che avrebbe trovato un ipotetico malato con i documenti non in regola». Mentre era in attesa per essere visitato, ha spiegato l'Apss, il paziente avrebbe perso il controllo, «dando in escandescenza e mettendo in pericolo l'incolumità del personale e delle persone presenti». Solo in quel momento, «sono state chiamate le forze dell'ordine, dopo una richiesta di controllo documenti, quei documenti non sono risultati in regola». In altre parole, prosegue Il Dolomiti, "il fatto che fosse immigrato irregolare è emerso successivamente e non aveva nulla a che vedere con la chiamata delle forze dell'ordine". "Noi non abbiamo le 'fonti' del Corriere del Trentino che ha riportato la notizia. Quelle ufficiali, però, smentiscono", concludeva l'articolo.

Sentita da Valigia Blu, la responsabile della comunicazione dell'Apss di Trento ha confermato quanto dichiarato a Il Dolomiti, aggiungendo che anche il presidente nazionale dell'Ordine dei Medici, Anelli, ha parlato di una versione dei fatti da appurare. L'ufficio stampa dell'Ordine nazionale dei Medici ci ha confermato che è stata avviata un'attività disciplinare, che il medico di Trento sarà chiamato in audizione e il suo caso «con molta probabilità» verrà archiviato. Secondo l'ufficio stampa, ci sarebbe un'ulteriore versione della dinamica dei fatti: dopo essere stato curato, il paziente sarebbe andato volontariamente insieme alla moglie dalle forze dell'ordine su consiglio del medico.

Immagine in anteprima via Twitter

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Moria, il campo profughi in Grecia dove i piccoli migranti tentano di togliersi la vita

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Moria, Lesbo, Grecia. Un campo profughi che può ospitare 3100 persone circa e ne contiene attualmente 9000. Un punto di accoglienza e di identificazione che avrebbe dovuto rappresentare una porta spalancata verso una nuova vita, più sicura, meno dolorosa e che, invece, è solo la prova tangibile del fallimento delle politiche europee che hanno scelto di bloccare la migrazione ad un prezzo morale e umanitario elevatissimo. Moria è un'emergenza senza precedenti che mette a dura prova fisica e mentale uomini, donne, ma soprattutto bambini che costituiscono un terzo dei migranti presenti. Un inferno che fa pensare ad Alcatraz, con le persone bloccate sull'isola senza via di scampo, o a un manicomio d'altri tempi come racconta Alessandro Barberio, psichiatra di Medici senza Frontiere, dove i richiedenti asilo hanno subito forme estreme di violenza e tortura, sia nei paesi di origine che durante la fuga. Persone gravemente traumatizzate fisicamente ma, soprattutto, mentalmente che continuano ad essere vittime di abusi.

Campo di Moria, Lesbo Reuters

«Dopo tanti anni di professione medica, posso dire di non aver mai assistito un numero così grande di persone bisognose di assistenza psicologica come a Lesbo. La stragrande maggioranza dei pazienti presenta sintomi di psicosi, ha pensieri suicidi o ha già tentato di togliersi la vita. Molti non sono in grado di svolgere nemmeno le più basilari attività quotidiane, come dormire, mangiare o parlare» scrive Barberio. «Nella loro prigionia sull’isola di Lesbo sono costretti a vivere in un contesto che favorisce una violenza costante, inclusa quella sessuale o di genere, che colpisce bambini e adulti. Questa violenza scatena lo sviluppo di gravi sintomi psichiatrici. L’aumento del numero degli arrivi, combinato con il più basso tasso di trasferimenti verso la terraferma, esaspera ulteriormente queste condizioni e contribuisce al crescente aggravamento dei problemi psicologici di queste persone» prosegue lo psichiatra. «Mentre queste persone vulnerabili attendono la conclusione della loro domanda di asilo, mi colpisce come le condizioni di vita spaventose, l’esposizione a continue violenze, la mancanza di libertà, il grave deterioramento della salute fisica e mentale e le pressioni sugli abitanti dell’isola facciano assomigliare Lesbo a un vecchio manicomio come non ne esistono più in gran parte dell’Europa, dalla metà del XX secolo».

Martedì scorso l'ultimo tentativo di suicidio. Un giovane migrante, poco più che adolescente, ha tentato di impiccarsi a un palo. Ad agosto aveva provato a togliersi la vita senza riuscirci un bambino di 10 anni, racconta il Guardian.

Moria, Lesbo KEVIN MCELVANEY/AL JAZEERA

A Moria, i migranti vivono in gruppi di massimo 30 persone, stipati in tende o container che distano pochi centimetri l'uno dall'altro. La spazzatura, sparsa ovunque, rende l'aria opprimente e quasi irrespirabile.

"Approssimativamente 84 persone condividono una doccia e 72 persone un bagno", si legge in un rapporto pubblicato a settembre dall'International Rescue Committee (IRC) di New York. "Il sistema fognario è talmente congestionato che i liquami raggiungono i materassi dove dormono i bambini". La denuncia pubblicata dall'IRC documenta le lunghe attese che i richiedenti asilo sono costretti a subire per qualsiasi esigenza che va dall'assistenza sanitaria a quella legale. Persone costrette ad aspettare mesi, se non oltre un anno, prima che le loro richieste di asilo sono esaminate. Per l'organizzazione internazionale si tratta di una situazione del tutto evitabile, determinata da cause facilmente individuabili: le politiche miopi messe in atto con l'attuazione dell'accordo UE-Turchia del marzo 2016 che ha reso Lesbo una prigione, la mancanza di volontà politica da parte degli stati membri dell'Unione europea sia nella condivisione della responsabilità che nella creazione di un sistema efficace di accoglienza, la difficoltà della Grecia di utilizzare in maniera adeguata i fondi messi a disposizione per organizzare una strategia sostenibile a lungo termine che possa gestire adeguatamente la risposta a livello nazionale.

A fine agosto scorso, Charlie Yaxley, portavoce dell'Alto commissariato delle Nazioni Unite per i Rifugiati (UNHCR), in occasione di un incontro a Ginevra, ha dichiarato che la situazione nel campo profughi di Moria stava ormai per raggiungere "un punto di ebollizione" poiché "più di 7000 richiedenti asilo e migranti sono stipati in rifugi costruiti per ospitare solo 2000 persone", esprimendo particolare preoccupazione a causa dell'inadeguatezza delle strutture sanitarie, degli scontri tra gruppi e dell'aumento delle molestie sessuali e delle aggressioni.

Lo scorso 10 settembre l'Autorità regionale del Mar Egeo settentrionale ha dato ufficialmente al ministero delle Politiche migratorie greco un ultimatum di 30 giorni per ripulire il campo. I primi trasferimenti di persone ad Atene sono anche già iniziati. Si teme però che un'eventuale offensiva del presidente siriano Bashar al-Assad contro Idlib, l'ultima roccaforte in mano ai ribelli - che potrebbe comportare una conseguente fuga da parte della popolazione siriana - possa far aumentare la popolazione di Moria fino a 10000 presenze. E i minori sarebbero i primi a subire le conseguenze di un tale disastro.

L'annuncio dell'ultimatum è arrivato dopo la presentazione di un rapporto redatto da ispettori ambientali e sanitari della direzione della salute pubblica di Lesbo, che hanno giudicato il campo inadatto e pericoloso per la salute pubblica e l'ambiente. Nel rapporto si legge, tra l'altro, di una fuoriuscita incontrollata di acqua di scarico all'ingresso del campo, che termina in un ruscello adiacente e va a finire addirittura sulla strada, e di tubi di scarico dei bagni rotti che causano un forte cattivo odore e la presenza di numerosi insetti, minacciando la salute pubblica.

A causa delle pressioni esercitate da più parti, il 18 settembre scorso il portavoce del governo greco Dimitris Tzanakopoulos ha dichiarato che entro la fine del mese di settembre 2000 richiedenti asilo sarebbero stati trasferiti dall'isola di Lesbo sulla terraferma. «La situazione a Moria è davvero difficile», ha dichiarato Tzanakopoulos. «È davvero al limite». Secondo Tzanakopoulos circa 3000 persone sarebbero già state trasferite durante l'estate e altre 700 avrebbero lasciato Lesbo nei primi 10 giorni di settembre.

Le cattive condizioni in cui versa hanno alimentato le accuse secondo cui il campo di Moria sarebbe stato in qualche maniera abbandonato per scoraggiare la migrazione. Inoltre, i fondi dell'Unione europea forniti per aiutare la Grecia sono stati oggetto di un'inchiesta che ha spinto, alla fine di settembre, l'Ufficio europeo per la lotta antifrode ad avviare un'indagine su "presunte irregolarità relative alla fornitura di cibo finanziata dall'UE destinata ai rifugiati in Grecia".

La tensione è scoppiata dopo che il ministro della Difesa, Panos Kammenos, ha sporto denuncia per diffamazione contro tre giornalisti, tra cui il direttore del quotidiano Fileleftheros, in seguito alla pubblicazione di un'inchiesta sull'utilizzo improprio dei fondi UE in cui il giornale lo accusava di avere legami "molto stretti" con imprese che avevano regolarmente gonfiato i prezzi di vari servizi forniti, destinati a migliorare le condizioni di vita nel campo di Moria, e che venivano assegnati in tempi stretti senza lo svolgimento di gare d'appalto.

Dal 2015 Atene ha ricevuto dall'Unione europea 1,6 miliardi di euro in aiuti finanziari per i rifugiati.

«I soldi erano previsti per trasformare il campo in un centro che avrebbe potuto somigliare all'Hilton; invece Moria è motivo di vergogna nazionale», ha dichiarato al Guardian il direttore del giornale, Panayiotis Lampsias. «La nostra inchiesta è basata su fatti e totalmente suffragata [da prove]. Ne siamo certi e continueremo ad esserlo».

La vita a Moria viene descritta come una battaglia quotidiana per la sopravvivenza, con alterchi diffusi tra i vari gruppi etnici che degenerano in risse (la maggior parte dei profughi proviene da paesi lacerati dalla guerra come Siria, Iraq e Afghanistan ed è arrivata con gommoni partiti dalle città turche Ayvalik o Çanakkale). Frequenti sono gli stupri di gruppo ai danni di donne, attaccate all'interno dei bagni del campo, e talvolta di minori che vengono presi di mira.

Per difendersi dai pericoli, Fatima (nome di fantasia), una ragazzina irachena di 13 anni - racconta il Guardian - dorme con un coltello sotto il cuscino. E lo stupro non è l'unica minaccia che affronta. L'altra è la depressione. Il 2 settembre scorso Fatima ha ingerito le compresse che la madre prendeva per alleviare il dolore delle percosse subite dal marito quando si trovava in Iraq. Fatima è stata salvata dalle tre sorelle, che l'hanno trovata in preda a convulsioni nel container che la famiglia condivideva con altre 25 persone.

Fatima e sua madre Shamsa Alessio Mamo/Guardian

«Non è la prima volta che succede» racconta Shamsa, madre di Fatima. «Da quando siamo arrivati a Moria, ha provato più volte a togliersi la vita. Da quando siamo qui le mie figlie si sono trasformate. Sono diventate aggressive. Siamo fuggite dall'Iraq lo scorso maggio in cerca di pace, ma qui a Moria abbiamo trovato l'inferno».

Di situazione difficile, grave e senza precedenti ha parlato lo scorso 17 settembre Medici senza Frontiere che opera con un ambulatorio appena fuori Moria per sopperire alla carenza di medici messi a disposizione del ministero della salute greco, che per i 9000 migranti presenti nel campo ha previsto la presenza di un unico medico (per le attività da svolgere nel campo, il team di MSF a Lesbo è quello che al suo interno ha il maggior numero di operatori colpiti da disturbi dovuti allo stress, tra tutti quelli che prestano assistenza nel mondo).

A causa dell'aumento dei tentativi di suicidio e autolesionismo tra i bambini l'organizzazione internazionale ha esplicitamente chiesto "un'evacuazione di emergenza per tutte le persone vulnerabili, in particolare i bambini, verso una sistemazione sicura sulla terraferma, in Grecia o all'interno dell'Unione europea".

"Ogni settimana le nostre équipe assistono adolescenti che hanno tentato di suicidarsi o si sono inferti ferite, e rispondono a numerosi casi critici dovuti a violenze, autolesionismo infantile e mancanza di accesso a cure mediche urgenti, evidenziando significative lacune nella protezione dei bambini e delle altre persone vulnerabili" si legge in un comunicato.

Da febbraio a giugno di quest’anno, durante le terapie di gruppo rivolte a bambini e ragazzi compresi nella fascia di età tra i 6 ai 18 anni, le équipe di MSF hanno osservato che quasi un quarto (18 su 74) ha vissuto episodi di autolesionismo, ha tentato il suicidio o ha pensato di togliersi la vita, mentre altri soffrono di mutismo selettivo, attacchi di panico, ansia, scatti d’ira e incubi costanti.

«Sono tre anni che MSF chiede alle autorità greche e all’Unione europea di assumersi la responsabilità dei loro fallimenti e di attuare soluzioni sostenibili per mettere fine a questa situazione catastrofica. È tempo di evacuare immediatamente le persone più vulnerabili in sistemazioni sicure in altri paesi europei e fermare questo ciclo infinito di decongestionamenti di emergenza oltre alle orrende condizioni di vita nel campo di Moria. È tempo di mettere fine all’accordo UE-Turchia», ha affermato Louise Roland-Gosselin, Capomissione di MSF in Grecia.

«Questi bambini arrivano da paesi in guerra, dove hanno vissuto violenze e traumi estremi. Invece di ricevere cure e protezione in Europa, vivono nella paura, nell’angoscia e sono vittime di episodi di violenza, compresa quella sessuale», ha dichiarato il dottor Declan Barry, coordinatore medico di MSF in Grecia. «Oltre ad essere pericoloso, l’ambiente in cui vivono è caratterizzato da scarse condizioni igieniche, motivo per cui vediamo molti casi di diarrea e infezioni cutanee ricorrenti nei bambini di tutte le età. Con questo livello di sovraffollamento, il rischio di epidemie è molto alto».

Lo scorso giugno MSF, che ha rifiutato i finanziamenti dell'UE per protestare contro l'accordo tra Bruxelles e la Turchia, ha organizzato delle sessioni di terapie con decine di bambini di età compresa tra i 6 ei 12 anni che avevano tentato il suicidio o che soffrivano di depressione o autolesionismo. MSF ha raccontato al Guardian che una parte della terapia era dedicata a un'attività di narrazione in cui i bambini cercavano di creare una storia con disegni e parole. I bambini, principalmente di nazionalità afghana e siriana, hanno disegnato scene di guerra, naufragi e occhi che gocciolavano sangue. Il disegno raffigurato di seguito è stato realizzato da uno dei 18 minori che hanno tentato il suicidio tra febbraio e giugno 2018.

Alessio Mamo Guardian

C'è anche chi, invece, tra i minori, rifiuta di sottoporsi a cure mediche per vergogna o paura. È il caso di Nadir (nome di fantasia), 14enne, afghano, che ha viaggiato da solo a Lesbo, e che si è procurato delle ferite - mai curate per il timore dei punti e dei medici - con un pezzo di vetro. Alcuni suoi compaesani lo hanno salvato e si stanno occupando di lui. Da anni Nadir non riceve notizie dei suoi genitori, rimasti in Afghanistan, e trascorre le sue giornate vagando senza meta per il campo o facendo la coda per ore alla mensa.

L'unica oasi felice per i bimbi è l'Hope & Peace Center, a 150 metri dal campo, una piccola area giochi attrezzata, finanziata e costruita da Salam Aldeen, fondatore iracheno-danese del gruppo umanitario Team Humanity. Lì, dopo le 16, una moltitudine di bambini arriva per giocare e vedere i cartoni animati su un grande schermo. «È l'unico posto dove possono essere bambini», dice Aldeen. «Qui non avvengono scontri, non ci sono discussioni tra arabi e curdi, nessuna violenza e nessuno stupro. Qui possono sentirsi a proprio agio con il mondo e abbandonare, almeno per qualche ora, il pensiero di non essere prigionieri a Moria».

Foto anteprima via Team Humanity

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