Perché il giornalismo, invece di informarci, ci dice da che parte stare


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Il libro di Federica Sgaggio, Il paese dei buoni e dei cattivi. Perché il giornalismo, invece di informarci, ci dice da che parte stare (Minimum Fax, 2011) centra un problema che investe la retorica giornalistica: la perdita di significato del linguaggio e dunque della funzione che il giornalismo dovrebbe avere, ovvero di mediare tra la complessità del reale e l’opinione pubblica. È una perdita di senso che avviene nel momento in cui la notizia, invece di essere uno strumento di informazione, diventa strumento per amministrare una comunità di lettori, promuovendo «una società cristallizzata in tifoserie avversarie» (p. 19). Un evento, in questa dinamica, non viene più visto come importante di per sé, ma in base alla capacità di soddisfare un’aspettativa emozionale:

Ai giornali non si chiede, da lettori, la dimostrazione della veridicità di un’affermazione, o dell’effettivo accadere di un evento. Piuttosto si chiede - e si ottiene, ed ecco perché viene da domandarsi se sia nato prima l’uovo o la gallina - una presa di posizione di principio che, per il suo essere chiara, semplice e senza mezze tinte, ci consenta il rispecchiamento. (p. 79)

In questo modo, però, alle parole è demandato lo scopo di creare meccanismi di identificazione, di plasmare specchi in cui il target di riferimento può vedere riflessa un’immagine che lo soddisfa, dove i buoni sono da una parte e i cattivi dall’altra, e dove le risposte sono sempre semplici e immediate. Si è partecipi della vita politica perché schierati da tifosi o emotivamente coinvolti, non in quanto attori politici o per esercizio di spirito critico: è la «democrazia della paletta» (p. 10) dove le adesioni ad appelli, i click compulsivi e le immagini profilo di Facebook sono surrogati di attivismo. Così nei casi di cronaca nera l’assassino è descritto come un mostro feroce, qualcuno tanto orribile quanto -per fortuna!- distante dal mondo del lettore. Una semplificazione che riesce ancora più facile quando l’assassino è uno straniero, un altro per eccellenza. Si arriva così a rovesciare le parole dell’Arcivescovo Tettamanzi durante i giorni del caso Yara. Le sue parole «Prego inoltre perché non si sovrapponga genericamente a tutti gli immigrati la categoria della delinquenza» nel titolo dell’articolo del Corriere sono così virgolettate: «Non tutti gli immigrati sono delinquenti». Nel primo caso il punto di partenza è la presunzione d’innocenza; nel secondo caso è la presunzione di colpevolezza. Uno slittamento che, nell’esigenza di sintesi imposta dal titolo, assume dei connotati fortemente ideologici.
All’opposto, la vittima invece deve essere pura e innocente, deve essere un membro della comunità dei buoni che il lettore può piangere, saldando la comunità virtuale attraverso la commozione. Casi estremi di questa sacralizzazione kitsch delle vittime sono la lettera di Barbara Palombelli alla «Cara piccola Sarah, occhi da cerbiatto, cara piccola Bambi» (p.32), e la lettera del piccolo Youssef, ucciso a Erba nel 2006 e “interpretato” per l’occasione da Mario Giordano, che esordisce scrivendo: «l’avete vista quella foto in cui io sto con Babbo Natale? Ebbene, io Babbo Natale non l’ho mai conosciuto» (p.65).

Lo slittamento e svuotamento di senso analizzato da Sgaggio riguarda anche l’uso di parole totem, centrali nei diversi tipi di retoriche che compongono i capitoli del libro, parole che aggregano la comunità di lettori attorno a ideali feticcio sempre validi, ripetuti e condivisi senza essere mai affrontati in modo critico: parole con cui è facile riempirsi la bocca senza pensare mai sì, ma che vuol dire? Esemplare è il lavoro di analisi sull’uso della parola «meritocrazia». Il termine nasce, infatti, da un romanzo satirico del sociologo inglese Michael Young, il quale in Rise of the Meritocracy (1958) immagina una società in cui la selezione della classe dirigente è determinata dall’intelligenza, tema che l’autore utilizza per criticare il sistema educativo britannico. Nell’usare la parola, oggi, ci si è completamente dimenticati di questa origine e di questo valore ferocemente critico che conteneva: lo stesso autore, nel 2001, si lamentava sul Guardian con l’allora primo ministro Tony Blair per l’uso improprio che il governo stava facendo del termine «meritocrazia», impiegato al servizio di un sistema scolastico classista. È come se un governo avesse adottato un Ministero dell’Amore ispirandosi a 1984, e George Orwell fosse stato costretto a intervenire per chiarire l’equivoco!
«Meritocrazia» e «merito» dunque, oggi fissano un’area acritica di discussione, a prescindere dallo schieramento politico. Chi mai potrebbe dire sono contrario al merito? Eppure le risposte a domande come che cosa è il merito?, che vuol dire essere bravo?, quale modello economico e sociale dovrebbe essere determinato dal merito? non sono affatto scontate, ma poiché la parola nella retorica giornalistica è opposta ai «fannulloni», ai i nemici da stanare ovunque e che naturalmente non appartengono alla comunità dei lettori, lo spazio per le riflessioni è ristretto fino a svanire. Eppure il merito, nei sottosensi evidenziati da Sgaggio, tiene conto della produttività materiale, dell’essere utili rispetto a qualcosa e funzionali a uno status quo: rappresenta un modello di fare, non di essere; veicola implicitamente un modello sociale. Un modello in cui sono centrali le facoltà esercitate da chi lavora, non i diritti delle persone. Dagli esempi nel libro emerge un’idea di società in cui, direttamente o indirettamente, va riducendosi lo spazio per chi è estraneo al modello del fare. Che cosa significa, in concreto? Significa che in una società del genere va riducendosi lo spazio per i portatori di handicap, ad esempio.

Lo strumento principale usato nel libro è l’analisi stilistica, applicata ad articoli di giornale, interviste audio - video e persino agenzie ANSA. In ciò Sgaggio rivela una capacità di lettura acutissima, mettendo a frutto la ventennale esperienza giornalistica e il lavoro compiuto nel tempo con il suo blog di critica sociale.
Il tema che Sgaggio ha scelto è vastissimo, tanto che il libro non riesce a esaurirlo: ad esempio mancano all’appello la retorica della "casta", che in questi ultimi mesi sta rovinosamente tenendo banco, e il linguaggio che accompagna i fenomeni di astroturfing, i sedicenti movimenti nati dal basso. Ma è auspicabile che Sgaggio continui lungo questa direzione e a tal proposito mi preme far notare quegli elementi che indeboliscono l’esito del lavoro, nella speranza che l’autrice ne tenga conto.

Il primo è il campione scelto, che risente di una eccessiva arbitrarietà. Sono esaminati soprattutto articoli de La Repubblica e del Corriere, mentre sono praticamente assenti analisi per Il Fatto Quotidiano, e leggendo il libro non si capisce il motivo di questa netta sproporzione; altre testate di rilievo che trovano poco o nullo spazio sono Il Messaggero e La Stampa. Poiché il libro parla di «Paese», lo scopo dichiarato è quello di restituire una realtà complessiva: perciò i criteri di selezione e composizione del campione analizzato, sia per tipologia che per arco di tempo esaminato, sono rilevanti tanto quanto la capacità di analisi dei singoli casi. Nella lettura globale, dunque, il libro spiega soprattutto alcuni come del giornalismo, più del perché.

Il secondo elemento è la tendenza a prescindere completamente dal contesto extralinguistico, mischiando così il piano dello stile con il piano dell’esperienza in cui le parole sono concretate nei comportamenti, e possono dunque influenzare a loro volta il piano linguistico. Un esempio sono le espressioni e i concetti «la mia terra», o «il mio popolo» che l’autrice considera aprioristicamente «consonanti» alla retorica territoriale della Lega. Ma queste espressioni non sono invenzioni della retorica leghista: inoltre la Lega connette queste espressioni a idee fasulle propagandate sia linguisticamente sia culturalmente, creando una finta tradizione che i militanti rinfocolano attraverso i comportamenti. «Padania» è un termine che ricade in questa retorica, mentre un’espressione come «la mia terra» di per sé ha un valore ideologico assai scarso. Affermare il concetto “l’espressione «la mia terra» è affine all’uso che la Lega fa di questa espressione” estende involontariamente l’influenza della retorica leghista, poiché le attribuisce un peso maggiore di quanto abbia in realtà, retorica che trae la sua forza anche e soprattutto dalla prassi quotidiana.
È come se Sgaggio amplificasse la responsabilità dell’emittente, ossia di chi scrive, considerando il ruolo del destinatario completamente subordinato. Ciò traspare, per esempio, dal frequentissimo uso di corsivi per evidenziare parole ritenute importanti (al di fuori delle citazioni), come se l’autrice non si fidasse della semplice selezione linguistica, ma avesse bisogno di rafforzare l’idea dal punto di vista grafico («Potrebbe aver senso, a questo punto, domandarsi che cosa, effettivamente, sia scritto nell’articolo», p. 19).
Si tratta, in quest’ultimo caso, di un probabile riflesso della preoccupazione verso un problema che Sgaggio vede nella nostra società e che, giustamente, vede rafforzato da un uso irresponsabile della lingua e dello stile. Questo problema è la trasformazione della vita politica in una rappresentazione in cui i cittadini sono paragonati ai passeggeri di un pullman che non si muove (p. 10):

Il pullman dell’identità ha le porte aperte, i passeggeri fanno bruum bruum con la bocca e le ruote non si muovono. Noi siamo dentro, sempre pronti a partire ma sempre fermi a ruggire un indignato «ora basta!» dopo l’altro. Ad aiutarci a fare bruum bruum più forte ci sono tanti famosi «testimonial», tanti personaggi-simbolo che diventano portabandiera delle petizioni e degli appelli e fanno da nostro collante identitario.
Se si assume questa prospettiva, diventa chiaro che farci fare
bruum bruum è la condizione essenziale perché il pullman possa rimanere fermo nel parcheggio.

Matteo Pascoletti
@valigia blu - riproduzione consigliata

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Salvini: «Tutto bene quel che finisce bene». Ma il caso della docente di Palermo è poi finito in tribunale


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«Da un lato, c'è tanta amarezza perché ci si era fidati della parola data dai ministri che è rimasta lettera morta. Dall’altro, un sentimento di orgoglio che deriva dalla consapevolezza che gran parte dell’opinione pubblica è dalla parte di mia madre». Era fine maggio quando, al termine di un incontro con i dirigenti del ministero dell'Istruzione e della Ricerca, gli avvocati della professoressa Rosa Maria Dell'Aria annunciavano di aver individuato una soluzione che dichiarava illegittima la sanzione imposta alla docente e faceva venir meno gli effetti giuridici. A questa soluzione si era arrivati dopo un incontro pochi giorni prima con il ministro dell'Interno Matteo Salvini e il ministro dell'Istruzione Marco Bussetti.

Ma, a un mese e mezzo di distanza, non è successo niente. E, come dice a MeridioNews, Alessandro Luna, avvocato e figlio di Rosa Maria Dell'Aria, le promesse dei ministri si sono per ora rivelate "lettera morta".

«In realtà il provvedimento non è mai stato revocato», spiega la professoressa in un'intervista a Radio Radicale. «I quindici giorni di sospensione ci sono stati e ci sono gli effetti giuridici ed economici del provvedimento stesso».

Rosa Maria Dell’Aria, professoressa di italiano dell’Istituto industriale Vittorio Emanuele III di Palermo, è stata sospesa lo scorso 11 maggio per due settimane (con dimezzamento dello stipendio) dall’ufficio scolastico provinciale per non aver "vigilato" sul lavoro di alcuni suoi studenti che, per la giornata della Memoria, avevano presentato un video nel quale accostavano le leggi razziali del 1938 alle misure contenute nel “Decreto sicurezza e immigrazione” del ministro dell’Interno Matteo Salvini.

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Nell'intervista a Radio Radicale, la professoressa mette in discussione quanto le è stato contestato e difende l'autonomia e il metodo di ricerca dei suoi alunni. Prima di elaborare il video finale, gli studenti avevano consultato diverse fonti: «il libro di Lia Levi “Questa sera è già domani”, la testimonianza della senatrice Liliana Segre raccolte nel libro "Il mare nero dell'indifferenza", a cura di Giuseppe Civati, e in "La memoria rende liberi. La vita interrotta di una bambina nella Shoah", a cura di Enrico Mentana, la puntata della trasmissione "Passato e Presente" condotta da Paolo Mieli su Rai 3 intitolata "Ebrei in fuga dal nazismo" in cui lo storico Carlo Greppi aveva parlato della vicenda del Transatlantico St. Louis, partito nel 1939 dalla Germania, che inutilmente cercò un porto sicuro [ndr, tra Cuba e gli Stati Uniti] dove far sbarcare i con 963 esuli ebrei a bordo e fu costretto a tornare in Europa [ndr, 288 passeggeri furono accolti dal Regno Unito, 224 dalla Francia, 214 dal Belgio e 181 dai Paesi Bassi. Dopo l'invasione tedesca del Belgio e della Francia del 10 maggio 1940, i passeggeri ebrei che, in un primo momento sembravano essere stati tratti in salvo, furono esposti nuovamente ai rischi delle persecuzioni naziste]».

Nel libro-intervista di Civati, la senatrice Segre – prosegue la professoressa Dell'Aria – «dice che l'Olocausto è un evento talmente eccezionale che non si può paragonare con nessun altro evento storico. I ragazzi erano consapevoli che non era possibile un paragone tra le due vicende [ndr, gli ebrei, durante le deportazioni naziste, e i migranti che naufragano in mare, oggi] ma hanno fatto una riflessione sui diritti».

L’ispezione e la decisione di una sanzione sono arrivate dopo che a fine gennaio un attivista di destra del Nord Italia (e collaboratore di Primato Nazionale, sito online legato al partito neofascista CasaPound) su Twitter aveva scritto, taggando il ministro dell’Istruzione Bussetti, che a Palermo una professoressa aveva obbligato dei 14enni “a dire che Salvini è come Hitler perché stermina i migranti” e la sottosegretaria leghista ai Beni culturali Lucia Borgonzoni aveva ripreso questa denuncia – basata però su una ricostruzione falsa – commentando su Facebook di aver «avvisato chi di dovere». Nella scuola era arrivata anche la Digos per verificare l'accaduto parlando, con preside e professori.

«È accaduto che durante la proiezione di questo video che era per uso interno della scuola qualcuno, non sappiamo chi, ha scattato una foto a due slide e le ha diffuse fuori contesto», spiega Dell'Aria. «Tra l'altro il video ormai è pubblico, è su YouTube, quindi tutti possono vederlo».

All'inizio, «il mio sentimento è stato di stupore. Voglio sottolineare che in classe ci sono state anche opinioni diverse e non sono stati messi a tacere gli altri ragazzi, si è discusso, si è dibattuto a lungo. Poi quando io ho proposto loro di fare un lavoro per il Giorno della Memoria, questo gruppo ha scelto di farlo ma se l'avesse scelto l'altro gruppo io non l'avrei vietato. Quello che mi è stato imputato è "una culpa in vigilando", ma su cosa avrei dovuto vigilare? Su un'opinione? Noi dobbiamo vigilare intanto sulla sicurezza dei ragazzi, sulla loro incolumità. Naturalmente dobbiamo vigilare affinché siano rispettosi nei confronti delle istituzioni e di ogni persona. Però visto che nel video non c'è nulla di offensivo ma semplicemente una riflessione sui fatti di ieri e di oggi, ho lasciato che loro potessero proiettarlo».

La sospensione ha creato molte polemiche ed è stata criticata dal mondo della scuola e non solo. Gli studenti hanno difeso la professoressa, spiegando di non essere stati obbligati a fare nulla.

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Il 23 maggio Salvini e il ministro dell’Istruzione Bussetti hanno incontrato la professoressa sospesa. «Tutto bene quel che finisce bene», aveva dichiarato al termine dell’incontro il ministro dell’Interno, aggiungendo che il provvedimento punitivo sarebbe stato rivisto e che la professoressa sarebbe tornata subito in classe e con lo stipendio. Rosa Maria Dell'Aria aveva commentato le parole di Salvini dicendo che le premeva che non passasse un messaggio sbagliato e cioè che «si è trattato di un atto di clemenza o grazia nei miei confronti. Se è stato riconosciuto ai più alti livelli che sono esente da colpe, la mia unica richiesta è che ufficialmente sia dichiarata la mia estraneità e che la sanzione inflittami è ingiusta».

Tuttavia, la sanzione non era stata sospesa. Come da lei stessa annunciato in compagnia del ministro Bussetti, la docente avrebbe dovuto comunque scontare tutti e 15 i giorni di sospensione decisi dal Provveditorato e sarebbe tornata a scuola il 27 maggio come previsto. Il ministro dell'Istruzione aveva aggiunto di non aver alcun potere sulle decisioni prese dal provveditore e che si stava lavorando a una soluzione che conciliasse le posizioni.

E, infatti, Rosa Maria dall’Aria è tornata in classe solo il 27 maggio, accolta dai suoi studenti con un mazzo di quindici rose, una per ogni giorno di sospensione. Pochi giorni dopo, il 30 maggio, c'è stato l'incontro al Ministero dell'Istruzione e della Ricerca che sembrava aver messo la parole fine. Ma così ancora non è stato.

La vicenda è ormai passata in tribunale, scrive MeridioNews. Il 12 giugno i legali della professoressa hanno depositato un ricorso contro la sanzione dopo il fallimento del procedimento di conciliazione a cui lavorava il Ministero dell'Istruzione, con la richiesta di 10mila euro di risarcimento e della dichiarazione di illegittimità della sospensione. La prima udienza è stata fissata per il 4 marzo 2020.

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Nel frattempo, quasi 400 docenti, di cui 127 universitari, hanno firmato una lettera indirizzata a Bussetti per chiedere chiarimenti sul procedimento disciplinare "che non è stato mai revocato, promosso sulla base di un post sui social network". I 400 firmatari sottolineano "l'inesistente trasparenza attorno al provvedimento adottato": "Da quale violazione scaturisce, con quali modalità e da chi è stato attivato?" E ancora: "In che misura è stato garantito un confronto interno con l’insegnante e il direttore scolastico e rispettato i principi di proporzionalità e di cautela? Quale pericolo avrebbe giustificato l’intervento della Digos in un edificio scolastico?”.

Inoltre, i 400 docenti sottolineano come la cosiddetta “culpa in vigilando” riguardi la sorveglianza sull’incolumità fisica degli alunni e non la didattica: “Ma anche se comprendesse aspetti didattici, questo genere di controllo non appare possibile nel caso specifico di un elaborato autonomo degli studenti e non sarebbe congruo col ruolo (di ricerca della verità, ndr) di un’insegnante”.

«Queste iniziative – commenta il figlio e avvocato della professoressa, Alessandro Luna – fanno sicuramente piacere, a riprova che l’operato di mia madre è stato riconosciuto come premiante per la funzione di insegnante. Dispiace, semmai, che gli organi istituzionali si siano chiusi a riccio sulle loro posizioni ritenendole legittime sebbene, a mo’ di propaganda, era stata annunciata l’intenzione del ministero di fare un passo indietro e che anche grazie a quel comunicato parte dell’opinione pubblica ritiene erroneamente che il tutto si sia già risolto». In realtà, prosegue Luna «non è stato risolto nulla anche se è passato il messaggio opposto. Ora staremo a vedere che cosa dirà il giudice e stavolta non ci saranno messaggi per indirizzare l’opinione pubblica».

Foto in anteprima via Il Tempo

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Caso affidi di Bibbiano: cosa sappiamo dell’inchiesta della procura di Reggio Emilia


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AGGIORNAMENTI

Aggiornamento 19 luglio 2019: abbiamo inserito nell'articolo la revoca degli arresti domiciliari a Claudio Foti, psicoterapeuta e direttore della Onlusi Hansel e Gretel

 

Da alcune settimane si parla del “caso Bibbiano”, l’inchiesta della procura di Reggio Emilia riguardante casi di affidi familiari ad opera dei servizi sociali della Val d’Enza, un’unione di sette comuni della provincia. Secondo le indagini, alcuni bambini sarebbero stati sottratti alle famiglie di origine sulla scorta di dichiarazioni e relazioni manipolate, per poi essere affidati ad amici e conoscenti dei soggetti coinvolti, che – come previsto dalla legge – percepivano una somma mensile. Operatori e psicoterapeuti, invece, ricevevano fondi pubblici ottenendo incarichi, organizzazione di convegni e corsi di formazione.

Tra gli indagati - in tutto 29, di cui 17 destinatari di misure cautelari – ci sono assistenti sociali e psicologi del servizio sociale della Val d’Enza tra cui la responsabile Federica Anghinolfi, il primo cittadino di Bibbiano Andrea Carletti e gli ex sindaci di Montecchio Emilia e Cavriago, direttore e operatori dell’Ausl di Reggio Emilia, psicoterapeuti della onlus Hansel e Gretel di Moncalieri, in provincia di Torino, una coppia affidataria (conosciuta e favorita dalla responsabile servizio sociale). Le accuse vanno dalla frode processuale, depistaggio, all’abuso d’ufficio, peculato d’uso, lesioni personali ai minori in relazione ai traumi loro provocati.

In molti si sono lamentati di una mancanza di copertura mediatica del caso, come se ci fosse la volontà di insabbiare la storia. In realtà, se si guarda a quotidiani e trasmissioni televisive, del caso Bibbiano si è parlato ampiamente, sviscerando capi d’accusa, intercettazioni, formulando analogie con storie simili e alimentando polemiche e speculazioni politiche. La vicenda – nella quale è coinvolta una coppia affidataria omosessuale, indagata per maltrattamenti e per aver partecipato alle manipolazioni - è stata utilizzata come scusa per attacchi generali alle famiglie arcobaleno e per tentare di bloccare la legge sull’omofobia in Emilia Romagna, nonché per riprendere il discorso sulla "minaccia gender". Il caso si è trasformato in un'arma politica per tutte le stagioni: Il Giornale ne ha parlato trovando un collegamento addirittura con la questione della Sea-Watch e Carola Rackete.

Parlare di questo caso, però, incontra un duplice limite, che pone delle questioni rilevanti da un punto di vista etico e giornalistico. Innanzitutto si tratta di una materia estremamente delicata, riguardante affidi familiari ed eventuali abusi, in presenza di diversi minori. Il sensazionalismo dovrebbe lasciare il posto alla cautela. In un primo momento, peraltro, alcuni elementi dell’inchiesta sono stati riportati in maniera non corretta dai mezzi di informazione.

In secondo luogo, il “caso Bibbiano” è una vicenda processuale ancora in corso: l’indagine non è chiusa e, dal momento che ci troviamo in uno Stato di diritto, è nelle aule dei tribunali che verranno valutate le prove e individuati – ed eventualmente condannati – i colpevoli. Non sui social, non negli studi televisivi o in qualsiasi altra pubblica piazza.

L’inchiesta sugli affidi e le relazioni contraffatte

I reati cui si riferisce l’inchiesta, come spiega il giornale locale Reggio Sera, si dividono in due gruppi: “da una parte c’è l’affidamento di incarichi di psicoterapia, convegni, corsi di formazione e l’utilizzo, dunque, dei fondi pubblici a disposizione; dall’altra, invece, c’è la questione relativa ai bambini” e ai metodi utilizzati per accertare gli abusi.

L’ordinanza dello scorso 27 giugno del gip di Reggio Emilia Luca Ramponi si riferisce alle vicende di sei minori. Le indagini sono iniziate circa un anno fa in seguito a un sospetto “aumento esponenziale anomalo delle segnalazioni di abusi sessuali su minori provenienti dal Servizio Sociale dell'Unione dei Comuni della Val D'Enza” e dei conseguenti provvedimenti di allontanamento dalle famiglie. Vengono quindi autorizzate le intercettazioni delle sedute con i minori, dalle quali, scrive il gip, emerge “un copione quasi sempre uguale a se stesso”.

Si partiva da una segnalazione – che poteva essere una rivelazione del bambino o della bambina alle insegnati o la denuncia di un parente – che presentasse “ elementi indicativi anche labili” di abusi sessuali. Secondo l’ordinanza poteva trattarsi “anche solo di comportamenti interpretabili, e di fatto interpretati puntualmente dagli assistenti sociali e psicologi indagati, in termini di erotizzazione precoce”.

Alla segnalazione seguivano quindi provvedimenti di allontanamento in via d’urgenza, segnalazioni e relazioni all’Autorità Giudiziaria Minorile e alla Procura della Repubblica del tribunale di Reggio Emilia, e una serie di relazioni caratterizzate da “tendenziosa rappresentazione dei fatti e, a volte, da falsa rappresentazione della realtà” oppure “omissione di circostanze rilevanti”.

Nell’ordinanza, ad esempio, viene riportato come una casa definita in una relazione dei servizi sociali come fatiscente, con cibo avariato sui mobili e non adatta a un minore, fosse invece risultata un’abitazione normale durante l’ispezione dei carabinieri. Altre dichiarazioni false riguardavano “frasi testuali asseritamente pronunciate” da un minore “indicandole tra virgolette e in realtà frutto di sintesi ed elaborazioni degli indagati”. Quanto alle omissioni, invece, viene raccontato il caso di una bambina i cui comportamenti vengono fatti risalire tutti a un presunto abuso, omettendo che soffriva di epilessia; oppure veniva scritto che questa non voleva incontrare i genitori per paura di essere rapita, “circostanza risultata falsa dalle intercettazioni ambientali delle sedute di psicoterapia”. Venivano poi riferite ai periti informazioni parziali, come ad esempio sogni raccontati in maniera differente.

Lo scopo era quello di “dipingere il nucleo famigliare originario come connivente (almeno se non complice o peggio) con il presunto adulto abusante, e a supportare in modo subdolo e artificioso indizi o aggravare quelli esistenti, nascondendo elementi indicatori di possibili spiegazioni alternative ai segnali o comportamenti dei minori”.

I bambini venivano mandati in una struttura pubblica, “La Cura”, gestita da una Onlus sovvenzionata dall’ente locale. In quel luogo venivano sottoposti sedute da parte di psicoterapeuti privati – e dunque a pagamento - legati all’associazione Hansel e Gretel, presieduta dallo psicologo Claudio Foti e dalla moglie Nadia Bolognini, entrambi indagati e agli arresti domiciliari. Tutti condividevano la stessa metolodologia di lavoro, ossia “l’emersione del ricordo dell’abuso e la rielaborazione del trauma”.

Questo metodo di ascolto “empatico” dei bambini che si sospetta siano stati abusati diverge da quello prescritto dalla Carta di Noto, il protocollo che contiene le linee guida deontologiche per gli psicologi forensi. E in effetti nell’ordinanza il documento viene pesantemente denigrato da alcuni psicologi implicati.

Il nome della Onlus Hansel e Gretel sembra ricorrere anche in altre vicende simili, come è stato sottolineato da Pablo Trincia, autore dell’inchiesta giornalistica Veleno sul caso dei “diavoli della Bassa modenese” negli anni Novanta, che portò all’allontanamento di 16 bambini dalle loro famiglie per presunti abusi e riti satanici – per cui recentemente è stato riaperto il processo. Il centro torinese è infatti lo stesso da cui provenivano le psicologhe accusate di aver manipolato i bambini dei comuni della Bassa modenese. Trincia ricorda anche come il direttore del centro, Foti, si fosse schierato contro la ricostruzione giornalistica di Veleno.

Un altro episodio in cui compare una psicologa del centro studi Hansel e Gretel è avvenuto a Salerno nel 2007, e ne ha parlato la giornalista Rosaria Capacchione su fanpage.it: in quel caso erano state denunciate sette sataniche in provincia della città campana, basandosi sulle dichiarazioni di tre bambini, poi allontanati dalle famiglie. Le inchieste, però, non hanno trovato nulla. Nel 1996, invece, nel biellese quattro adulti – padre, madre e due figli – si suicidarono in seguito alle accuse di terribili abusi sessuali su due bambini, figli e nipotini. La storia è stata ricordata da Selvaggia Lucarelli sul Fatto Quotidiano, che ha sottolineato come a far parlare i due minori fossero stati ancora una volta psicologi della Hansel e Gretel.

Le intercettazioni ambientali del caso Bibbiano hanno rilevato come durante le sedute – che avvenivano anche in parallelo alle audizioni dei minori avanti al Tribunale per i Minorenni o alle audizioni protette da parte del pm o del gip - si verificassero “significative induzioni, suggestioni, contaminazioni e, in alcuni casi, una vera e propria attività preparatoria in vista di ‘ascolti’ in sede giudiziaria che interferiscono, quindi, con le diverse attività investigative/giudiziarie e che rischiano fortemente di contribuire alla costruzione di falsi ricordi”.

I giudici del tribunale per i minori di Bologna lamentano di essere stati tratti in inganno. Il presidente Giuseppe Spadaro ha detto a Repubblica di essere «parte offesa, in quanto depistati e frodati, assieme ai minori», ha ordinato la rivisitazione di tutti i processi in cui erano presenti gli indagati.

L’ordinanza sottolinea il rischio per i minori di “veder minata la loro capacità di distinguere la fonte dei ricordi”, “che la loro mente sia manipolabile dall'esterno” ma anche rischi “legati all'induzione di stati d'animo, di etichettamenti negativi circa i contesti familiari d'origine” o anche “il rischio di pensarsi come futuri abusanti”.

Il caso “pilota” di questo “copione” riguarda l’affido di una bambina, tolta alla famiglia di origine per presunte violenze sessuali. In questa vicenda, infatti, scrive il gip, era “accertato che in una relazione relativa alla presunta violenza sessuale subita fosse stato formato un atto pubblico ideologicamente falso”. Un disegno realizzato dalla bambina, in cui si ritraeva accanto all’ex compagno della madre, risulta infatti contraffatto, con l’aggiunta di mani che dal corpo dell’uomo arrivano all’area genitale della minore. Il grafologo non ha dubbi che sia falso. Per il gip questa modifica è stata fatta dalla psicologa della Asl che seguiva la bambina, per avvalorare l’esistenza di abusi sessuali ad opera dell’ex compagno della madre. L’operatrice aveva anche riferito che la minore stessa le aveva confidato di queste violenze.

Nelle prime ricostruzioni giornalistiche sul caso si era parlato di bambini sottoposti ad elettroshock durante le sedute, sulla scorta di quanto scritto nel comunicato diffuso dai carabinieri. Anche diversi politici avevano ripreso la storia.

In realtà, come si è poi chiarito, l’inchiesta non parla mai di elettroshock, e in conferenza stampa il procuratore capo Marco Mescolini ha precisato che «non si tratta minimamente di questo». Nell’ordinanza del gip si legge di una “macchinetta dei ricordi”, utilizzata “senza l’ok della famiglia” dalla psicoterapeuta Bolognini della Onlus Hansel e Gretel e da lei descritta come una “cosa magica” che serviva “ad ascoltare i racconti sulle cose brutte subite da bambina”.

Come ha fatto già notare Il Post, si tratta di un dispositivo Neurotek, “un apparecchio usato nell’ambito della psicoterapia EMDR”, una tecnica usata dalla comunità scientifica – anche se il suo utilizzo è oggetto di dibattito – “che permette di mandare ai pazienti stimoli acustici e tattili”. Isabel Fernandez, presidente dell’Associazione EMDR Italia, ha spiegato a Repubblica che è una terapia «nata per curare il disturbo da stress post traumatico dei veterani del Vietnam, ora usata con chi sopravvive a un terremoto, con quelli del ponte Morandi. Si basa su movimenti oculari destra-sinistra, gli stessi della fase Rem del sonno. Il ricordo perde la sua carica emotiva negativa, si attenua». Il trattamento però, ha aggiunto Fernandez, di certo «non fa affiorare ricordi di situazioni traumatiche che non sono avvenute. Se non c’erano abusi o maltrattamenti accertati, non c’era niente da trattare. Non si può cioè far ricordare ai pazienti cose che non hanno vissuto». Non si tratta comunque per Fernandez di un apparecchio dannoso, «ma è inutile» se non ci sono ricordi traumatici.

Il 18 luglio il Tribunale del riesame di Bologna ha accolto l’istanza del legale di Foti, psicoterapeuta direttore della Hansel e Gretel, e ha revocato la misura degli arresti domiciliari, stabilendo solo l’obbligo di firma a Pinerolo. Secondo i giudici non ci sono gravi indizi di colpevolezza riguardo al reato di frode processuale. Foti era accusato di aver manipolato una paziente minorenne, costringendola a ricordare un abuso mai subito, "sottoponendola, quale una sorta di 'cavia'" durante un corso di formazione per operatori ASL di Reggio Emilia. Lo psicoterapeuta ha spiegato in un'intervista di aver consegnato le registrazioni delle sedute, e sulla base di quelle la misura cautelare è stata revocata. Le motivazioni del Riesame verranno rese note dopo 45 giorni.

La questione dei fondi pubblici

Nell’indagine rientra anche l’affidamento dei servizi di psicoterapia. È in questa parte dell’inchiesta che rientrano le accuse a carico del sindaco di Bibbiano, Andrea Carletti del Partito democratico, tra i destinatari della misura cautelare degli arresti domiciliari e ora sospeso dal suo incarico per ordine del prefetto. Nonostante in un primo momento si fosse diffusa la versione – rilanciata da diversi esponenti politici di altri partiti - del coinvolgimento di Carletti nella gestione degli affidi, il capo della procura di Reggio Emilia Mescolini ha precisato che il sindaco «risponde solo di abuso d’ufficio e falso. Gli viene contestato di aver violato le norme sull’affidamento dei locali dove si svolgevano le sedute terapeutiche, ma non è coinvolto nei crimini contro i minori».

Carletti, che ha la delega alle politiche sociali, è indagato per concorso in abuso di ufficio con la responsabile del servizio sociale Anghinolfi e altri, tra cui anche gli esponenti della Hansel e Gretel. Secondo l’ordinanza, avrebbero “omesso di effettuare una procedura a evidenza pubblica per l’affidamento del servizio di psicoterapia che aveva un importo superiore a 40mila euro” e “intenzionalmente” avrebbero procurato “un ingiusto vantaggio patrimoniale al centro studi Hansel e Gretel,” i cui membri “esercitavano sistematicamente, a nessun titolo, l’attività di psicoterapia a titolo oneroso con minori asseritamente vittime di abusi sessuali o maltrattamenti, consentendo ai medesimi l’utilizzo gratuito dei locali della struttura pubblica ‘La Cura’ di Bibbiano messo a loro disposizione dall’Unione Comune della Val d’Enza”.

In questo modo gli psicoterapeuti di Hansel e Gretel si sarebbero aggiudicati “l’ingiusto profitto di 135 euro l’ora per ogni minore (a fronte del prezzo medio di mercato della medesima terapia di 60-70 euro l’ora), nonostante l’Asl di Reggio potesse farsi carico mediante i propri professionisti e gratuitamente di questo servizio pubblico”. Nell’ordinanza si legge anche come la referente del servizio di neuropsichiatria infantile della ASL di Montecchio Emilia avesse chiarito che “non era affatto necessario rivolgersi agli psicologi” di Hansel e Gretel, dal momento che “vi erano tuttavia altre figure professionali” a Reggio Emilia che sarebbero state “certamente in grado di gestire tali situazioni. Anghinolfi ha tuttavia fatto da subito riferimento al centro studi Hansel e Gretel di Torino”.

Il danno per la pubblica amministrazione – e cioè per l’Unione Comuni Val d’Enza e Asl Reggio Emilia, che compartecipava al 50% delle spese – è secondo il gip “ad oggi stimato in 200mila euro”.

Il sindaco Carletti è accusato nell’ordinanza di aver agito “in costante raccordo” con la responsabile del servizio sociale e “pienamente consapevole della totale illiceità del sistema sopra descritto e dell’assenza di qualunque forma di procedura ad evidenza pubblica”. In questo modo ha disposto “lo stabile insediamento di tre terapeuti privati della Onlus Hansel e Gretel all’interno dei locali della struttura pubblica della Cura”, e ha sostenuto “le attività e l’ampliamento delle attribuzioni a favore del centro studi anche attraverso pubblici convegni organizzati a Bibbiano di cui si rendeva egli stesso relatore e ai quali venivano invitati a partecipare (retribuiti), Foti e la Bolognini”.

La responsabile dell’ufficio di piano dell’Unione val d’Enza, invece, “garantiva l’esecuzione tecnica del pagamento del servizio di psicoterapia di Hansel e Gretel”, fungeva da tramite fra il servizio sociale e il sindaco, “promuoveva le attività private del centro studi nell’ambito dei noti convegni organizzati a Bibbiano”. L’istruttore direttivo amministrativo del servizio sociale integrato dei Comuni della Val d’Enza, infine, “si occupava della gestione illecita dei pagamenti dal punto di vista tecnico operativo, con particolare riguardo al doppio passaggio di denaro dall’Unione ai genitori affidatari e da questi ultimi ad Hansel e Gretel”.

Nonostante il coinvolgimento del sindaco, il procuratore Mescolini ha affermato di non credere che «ci sia stata una copertura» politica. «Sotto inchiesta non c’è il sistema dei servizi: sotto inchiesta ci sono delle persone», ha aggiunto invitando a non generalizzare e ha precisato che «ciò che è oggetto di quest'indagine sono fatti, non sono critiche di metodologie professionali, nonostante l'autorevolezza nel loro ambiente. L'alterazione dei disegni per esempio è stata provata attraverso due consulenze specialistiche».

Bisognerà attendere la chiusura dell’inchiesta e il processo per arrivare a delle conclusioni sulla questione degli affidi illeciti. Per quanto riguarda i presunti abusi, il giudice scrive nell’ordinanza che “l’effetto paradossale” dei comportamenti degli indagati, visto l’intento “di ricercare a tutti i costi la dimostrazione di abusi sessuali”, è che “quello di rendere oggi del tutto o quasi impossibile, una volta scoperte le falsificazioni e le frodi, il raggiungimento di una assestata verità processuale” sui casi di abusi dei minori coinvolti.

Foto via Il Resto del Carlino

Aggiornamento 18 luglio 2019, ore 12:23: riguardo al dispositivo Neurotek, abbiamo specificato che il suo utilizzo è oggetto di dibattito.

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Cosa sappiamo del caso Savoini e della trattativa per i fondi russi alla Lega


[Tempo di lettura stimato: 19 minuti]

«Parlo di vita reale. Lascio che le indagini facciano il loro corso, con la massima tranquillità. Io vado in Aula a parlare di cosa succede realmente, non di supposizioni e fantasia. C'è un'indagine? Viva l'indagine! Facciano in fretta». Così Matteo Salvini aveva respinto alcuni giorni fa l'ipotesi di riferire in Parlamento sulla vicenda della trattativa per la cessione di tre milioni di tonnellate di diesel da parte di una compagnia russa a un'azienda italiana che, se andata in porto, avrebbe potuto finanziare la campagna elettorale della Lega in vista delle elezioni europee dello scorso maggio. Una compravendita che secondo BuzzFeed News avrebbe portato nelle casse del partito guidato dal ministro dell'Interno Matteo Salvini 65 milioni di euro, secondo i giornalisti dell'Espresso Giovanni Tizian e Stefano Vergine – che per primi avevano parlato della trattativa nel loro libro, uscito lo scorso febbraio, “Il libro nero della Lega” (Laterza Editore) – 3 milioni di euro.

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Inoltre, l'ufficio stampa del ministero dell'Interno aveva smentito ogni collaborazione tra Gianluca Savoini (figura cardine della trattativa) e il Viminale e Palazzo Chigi. Savoini è sempre stato presente alle visite di Salvini in Russia ed era a Mosca il 16 luglio 2018 nella sala delle riunioni del Ministero dell'Interno della Federazione Russa dove la delegazione ufficiale italiana guidata da Matteo Salvini aveva incontrato i rappresentanti del Consiglio per la sicurezza nazionale, Yuri Averyanov e Alexandr Venediktov, e il ministro dell'Interno Vladimir Kolokoltsev. Savoini siede, con tanto di microfono e segnaposto, tra i rappresentanti della delegazione italiana e aveva partecipato anche alla cena governativa per Putin organizzata dal Presidente del Consiglio Giuseppe Conte, lo scorso 4 luglio, come da lui stesso twittato.

Alla fine, però, dopo le sollecitazioni del Presidente del Consiglio Giuseppe Conte, del vicepremier e ministro dello Sviluppo Economico, Luigi Di Maio, del Presidente della Camera, Roberto Fico, Salvini ha dichiarato che non si sottrarrà a eventuali chiarimenti in Parlamento durante il question time. Nel corso di una conferenza stampa in Prefettura a Genova, il vicepremier leghista, infatti, ha risposto a chi chiedeva se avrebbe mai riferito sul tema: «Quello che mi chiedono, rispondo. Partendo dal presupposto che mi sembra siano dieci giorni che qualcuno parla del nulla, ognuno occupa il suo tempo come vuole. Certo che vado in Parlamento. È il mio lavoro. Ci vado bisettimanalmente e per il question time durante il quale rispondo su tutto lo scibile umano, sempre». Soluzione ritenuta insufficiente dal Partito Democratico che nei giorni scorsi aveva chiesto che il governo fosse chiamato a riferire immediatamente alle Camere sulla vicenda. «Salvini non pensi di cavarsela in due minuti al question time», ha commentato il capogruppo del Pd alla Camera, Graziano Delrio. Come si legge sul sito della Camera, c'è differenza tra interrogazioni ordinarie, interrogazioni a risposta immediata (sul modello del question time britannico) e interpellanze. Le interrogazioni ordinarie "possono comportare la risposta orale in Assemblea o in Commissione, con facoltà di replica da parte del presentatore, o la risposta scritta del Governo, che viene comunque pubblicata negli atti parlamentari". Nelle interrogazioni a risposta immediata, "le domande e le risposte si intrecciano con un ritmo più rapido e una maggiore immediatezza rispetto a quelli ordinari".

Nei giorni scorsi, il Presidente del Consiglio Conte aveva dichiarato di avere fiducia nel ministro dell'Interno ma di avere il dovere della trasparenza e di averla resa nella massima forma con una nota ufficiale in cui comunicava di non conoscere personalmente Savoini e che alla cena del 4 luglio erano stati invitati "tutti i partecipanti al Forum di dialogo italo-russo delle società civili, che si era tenuto il pomeriggio dello stesso giorno presso la Farnesina". Dopo aver compiuto tutte le verifiche del caso, precisa la Presidenza del Consiglio, l'invito di Savoini "è stato sollecitato dal sig. Claudio D'Amico, consigliere per le attività strategiche di rilievo internazionale del vicepresidente Salvini, il quale, tramite l'Ufficio di vicepresidenza, ha giustificato l'invito in virtù del ruolo dell'invitato di Presidente dell'Associazione Lombardia-Russia e ha chiesto ai funzionari del premier di inoltrarla agli organizzatori del Forum". L'invito di Savoini è stata, dunque, "una conseguenza automatica della sua partecipazione al Forum".

In un post su Facebook, Di Maio scriveva che "quando il Parlamento chiama, il politico risponde, perché il Parlamento è sovrano e lo dice la nostra Costituzione. Peraltro quando si ha la certezza di essere strumentalizzati, l’aula diventa anche un’occasione per dire la propria, difendersi e rispondere per le rime alle accuse, se considerate ingiuste" e proponeva l'istituzione di una commissione d'inchiesta sui finanziamenti ai partiti per "garantire la tracciabilità dei soldi che un partito incassa durante una campagna elettorale".

Conte era tornato ieri sulla vicenda sottolineando la necessità dell'«assoluta trasparenza nei confronti dei cittadini italiani, assoluta fedeltà agli interessi nazionali» e che «tutte le occasioni e tutte le sedi, in primis il Parlamento, sono le sedi giuste per onorare queste linee guida», dopo che Salvini aveva nuovamente ribadito la sua intenzione di non riferire in Parlamento sulla vicenda: «Non intendo più parlare di soldi che non ho visto, né ho chiesto. Se ci fosse qualcosa da chiarire sarei il primo a farlo, ma non commento le non-notizie. Mi occupo di vita reale e noi non abbiamo preso un rublo».

Nel frattempo, Gianluca Savoini, interrogato dai Pm Gaetano Ruta e Sergio Spadaro nell'ambito dell'inchiesta – condotta dal Procuratore aggiunto Fabio De Pasquale della Procura di Milano – per corruzione internazionale sulla presunta compravendita di petrolio che avrebbe dovuto far arrivare fondi russi alla Lega, si è avvalso della facoltà di non rispondere.

Ma da dove parte l'inchiesta della Procura di Milano? E cosa sappiamo finora sull'intera vicenda?

L'inchiesta di Giovanni Tizian e Stefano Vergine

I primi a parlare di una trattativa per finanziare la Lega attraverso una compravendita di gasolio tra una compagnia russa e un'azienda italiana sono i giornalisti dell'Espresso Giovanni Tizian e Stefano Vergine nel "Libro nero della Lega", pubblicato dalla casa editrice Laterza lo scorso febbraio. I due giornalisti raccontano di essere stati testimoni di un incontro avvenuto il 18 ottobre 2018 all’Hotel Metropol di Mosca, il giorno successivo a un convegno organizzato da Confindustria Russia al Lotte Hotel (sempre a Mosca), al quale ha partecipato Matteo Salvini, ministro dell’Interno e segretario della Lega. L’incontro all’Hotel Metropol avrebbe visto tra i suoi protagonisti tre uomini russi, Giovanni Savoini, ex portavoce del vicepremier e uomo di collegamento nei rapporti con la Russia, e altre due persone all'epoca non meglio identificate. Al centro dell’incontro, una trattativa per finanziare la Lega attraverso una compravendita di gasolio, già portata avanti a distanza tra Savoini e una società, la Avangard Oil & Gas, poi uscita di scena. I soldi sarebbero serviti per finanziare la campagna elettorale della Lega in vista delle elezioni europee dello scorso maggio.

La trattativa avrebbe riguardato la cessione di tre milioni di tonnellate di gasolio da parte della compagnia di Stato russa Rosneft all’azienda di Stato italiana, Eni. Il gasolio sarebbe stato venduto in 6 mesi o in un anno con uno sconto minimo del 4% sul prezzo Platts, il principale riferimento del settore, che – dice uno degli interlocutori italiani intervenuti nella discussione – sarebbe stato sufficiente per “sostenere una campagna”. Le parti si accordano con la promessa che tutto lo sconto ottenuto superiore al 4% sarebbe stato restituito ai russi. A pagare non sarebbe stata direttamente Eni: i soldi sarebbero passati attraverso una banca europea, i russi suggeriscono Banca Intesa Russia e gli italiani rispondono dicendo che nel consiglio d’amministrazione c’era un “loro uomo”, Andrea Mascetti.

Secondo le ricostruzioni di Tizian e Vergine, nelle casse della Lega sarebbero finiti in totale 3 milioni di euro. I due giornalisti specificavano anche di non essere in grado di sapere se l'affare era andato in porto. Tuttavia, spiegavano nel presentare i contenuti del libro in un'anticipazione sull'Espresso, si trattava in ogni caso di una questione di rilevanza pubblica, una "trama internazionale ambientata tra Roma, Milano e Mosca" con "obiettivi dichiarati: sostenere segretamente il partito di Salvini. La forza politica di destra che attualmente cresce di più in Europa. Capace, dicono i sondaggi, di fare da traino agli altri movimenti sovranisti del Vecchio Continente”. Nell'introdurre l'incontro, Savoini – scrivono nel libro Tizian e Vergine – spiegava infatti che «la nuova Europa deve essere vicina alla Russia. Non dobbiamo più dipendere dalle decisioni di illuminati a Bruxelles o in Usa. Vogliamo cambiare l'Europa insieme ai nostri alleati come Heinz-Christian Strache del Fpö [ndr, dimessosi a maggio sia dal governo sia dalla leadership del partito di destra dopo la pubblicazione di un video in cui promette favori a una presunta ereditiera russa vicina a Putin in Austria nell'assegnazione di appalti ad aziende russe in cambio di finanziamenti milionari al Partito della Libertà per la campagna elettorale allora in corso, che poi ha visto proprio la vittoria della destra e la nomina di Strache a vicecancelliere], Alternative für Deutschland in Germania, la signore Le Pen in Francia, Orbán in Ungheria, Sverigedemokraterna in Svezia».

Subito dopo l’uscita del libro, Tizian e Vergine hanno contattato il ministro dell’Interno Salvini per chiedere conto dell’incontro ma non hanno ricevuto risposta, mentre Savoini e Ilya Dzhus, il portavoce del vicepremier russo Dmitry Kozak, hanno smentito su Sputnik Italia l’esistenza di qualsiasi trattativa e colloquio in Russia.

I contenuti del libro vengono rilanciati da alcune testate estere, tra cui GuardianMediapart e Black Sea.  In Italia, invece, il libro non suscita grandi reazioni. Alcuni deputati del Partito Democratico presentano un’interrogazione al presidente del Consiglio, Giuseppe Conte, e al ministro degli Esteri, Enzo Moavero, per chiedere che il ministro dell’Interno chiarisca su quanto rivelato dai due giornalisti dell’Espresso.

Nei giorni successivi, incalzato dal direttore dell’Espresso, Marco Damilano durante “Maratona Mentana”, la diretta televisiva su La7 per seguire l’esito delle elezioni regionali in Sardegna dello scorso febbraio, Matteo Salvini non negava di aver incontrato esponenti del governo russo nella notte tra il 17 e il 18 ottobre in occasione del suo viaggio a Mosca per intervenire al convegno di Confindustria presso il Lotte Hotel: «Ho incontrato tanti esponenti del governo russo, non mi ricordo cosa ho fatto l’altroieri difficilmente mi ricordo cosa ho fatto il 17 ottobre, (...) ma se avessi incontrato il ministro che ha la delega all’energia in Russia come faccio in altri paesi lo riterrei assolutamente non solo legittimo ma doveroso». A Damilano che sottolineava come questo incontro non fosse previsto nell’agenda ufficiale che presentava dunque un buco di 12 ore, Salvini aveva risposto «se volete fare attacchi politici va bene, io adoro la libertà di stampa e le inchieste giornalistiche. Ma se andate a cercare soldi in Lussemburgo o alle Cayman andrete avanti per anni e non troverete niente».

In quelle 12 ore, scrive il 19 luglio Fiorenza Sarzanini sul Corriere della Sera, Salvini è andato a cena con Savoini il presidente di Confindustria Russia Ernesto Ferlenghi, il direttore di Confindustria Russia Luca Picasso, il consigliere strategico di Salvini Claudio D’Amico, che con Savoini condivide la gestione dell’associazione Lombardia-Russia, e tre uomini dello staff del ministro, il capo della segreteria, portavoce e uno degli addetti alla comunicazione. "Possibile che durante la cena non si parlò di quella riunione che doveva tenersi a breve?", si chiede la giornalista del Corriere. «Ci occupammo di altro», la risposta dello staff.

BuzzFeed pubblica l'audio dell'incontro a Mosca e conferma la trattativa per finanziare la campagna elettorale europea della Lega

La scorsa settimana, il sito americano BuzzFeed News ha reso pubblico l’audio dell'incontro (ad oggi non si sa chi l'abbia registrato) avvenuto all’Hotel Metropol di Mosca di cui avevano parlato Tizian e Vergine nel loro libro. I virgolettati citati sia nel libro che nell’articolo del sito americano (che riporta a parte la trascrizione di tutta la conversazione) sono, infatti, pressoché identici. Come i due giornalisti, anche BuzzFeed scrive di non essere in grado di dire se la trattativa sia andata o meno in porto. Quel che è certo è che la trattativa c'è stata, come testimonia l'audio, e che si stava cercando un escamotage per finanziare la campagna elettorale europea della Lega.

Tra l’articolo di Buzzfeed e il libro di Tizian e Vergine c’è una sola discrepanza e riguarda quanti soldi sarebbero finiti nelle casse della Lega se la trattativa fosse andata in porto. Per il sito americano, 65 milioni di dollari, per i due giornalisti dell’Espresso 3 milioni di euro. Durante la conversazione avvenuta a Mosca, uno degli interlocutori italiani parla dell’architettura della trattativa. Buzzfeed riporta il virgolettato così: “The planning made by our political guys was that given a 4% discount, 250,000 [metric tons] plus 250,000 per month per one year, they can sustain a campaign”. Nel libro di Tizian e Vergine, invece, si legge: “Il piano fatto dai nostri political guys è semplice. Dato lo sconto del 4%, sono 250mila al mese per un anno. Così loro possono sostenere la campagna”.

BuzzFeed parla, dunque, di 250mila tonnellate di gasolio, Tizian e Vergine non specificano di cosa si stia parlando, se di denaro o petrolio, e interpretano – come si legge nelle righe immediatamente successive al virgolettato riportato – i 250mila come i dollari che al mese sarebbero finiti nelle casse della Lega, “cioè 3 milioni di euro in tutto”. Buzzfeed ha fatto calcolare a degli esperti a quanto sarebbe ammontato il 4% di 3 milioni di tonnellate di gasolio in base al prezzo del greggio nel mese in cui è stata condotta la trattativa e il risultato è di 5,5 milioni al mese per un totale di 65 milioni di dollari in un anno.

Leggi anche >> La mail di Savoini a Buzzfeed del 2018 smentisce Salvini. Le tre domande a cui il ministro deve rispondere

Non era la prima volta che BuzzFeed si occupava degli incontri di Salvini in Russia e del ruolo della figura cardine della trattativa, Gianluca Savoini. Savoini era finito nel "mirino" della testata americana già a luglio 2018. Il sito statunitense chiedeva per quale motivo e in che ruolo il presidente dell'Associazione Lombardia-Russia avesse partecipato a incontri ufficiali tra ministri del governo italiano e quello russo.

In una foto del 16 luglio 2018, twittata dallo stesso Salvini, si vede al tavolo dei lavori Savoini.

In quell'occasione vennero discusse anche questioni concernenti la condivisione di informazioni e buone pratiche fra agenzie di sicurezza e di intelligence. E Savoini fu poi ringraziato pubblicamente per aver organizzato, durante quella visita, l'incontro con Salvini e l'agenzia di stampa russa Tass

Alberto Nardelli di BuzzFeed già allora chiese pubblicamente di sapere in base a quale ruolo e perché fosse presente.

In una email a Buzzfeed Savoini rispose che era lì in quanto parte della delegazione di Salvini "come membro dello staff del ministro", aggiungendo di far "parte della Lega dal 1991" e di aver "sempre fatto parte dello staff di Salvini ancor prima che il ministro degli Interni entrasse nel governo". Spiegava, inoltre, di aver contribuito a organizzare tutti i viaggi di Salvini a Mosca e di aver partecipato a precedenti incontri con il presidente Vladimir Putin nel 2014, il ministro degli Esteri russo Sergey Lavrov e altri alti funzionari russi. Savoini, tuttavia, si era rifiutato di specificare la natura precisa del suo ruolo nello staff del ministro, limitandosi a dire: "Non ho un ufficio al ministero, ma collaboro direttamente con Matteo Salvini sulla base delle sue richieste. Conoscendoci da sempre".

Buzzfeed riportava anche che due portavoce del ministro degli Interni italiano avevano aggiunto che Savoini non era nella lista interna della delegazione del Ministero per il viaggio di Mosca, ma che forse era un "collaboratore esterno" del ministro. Tuttavia, precisava ancora Buzzfeed, il Ministero non ha mai risposto alle ripetute richieste di chiarire l'esatta relazione tra il ministro dell'Interno e Savoini, in quale misura Savoini abbia partecipato alle riunioni a Mosca e se aveva la necessaria autorizzazione di sicurezza per partecipare a quella tipologia di riunioni.

Dunque la risposta via mail di Savoini a Buzzfeed di luglio 2018 smentisce di fatto la versione data oggi da Salvini ai giornalisti: "Non sapevo cosa ci facesse, chiedete a lui". Se anche fosse stato vero, sarebbe gravissimo che un ministro dell'Interno non sappia chi siede a tavoli ufficiali con altri governi così delicati.

Chi è Gianluca Savoini

Di simpatie "neonaziste", portavoce di Salvini quando è diventato segretario della Lega, Gianluca Savoini è da sempre un fedelissimo del leader leghista ed è stato sempre presente agli incontri avvenuti a Mosca, come si legge nel libro di Tizian e Vergine.

Nato ad Alassio, in Liguria, 56 anni fa, Savoini entra nella Lega nel 1991 e, come racconta lui stesso, conosce Salvini nel 1993 dopo un'intervista per il quotidiano di destra L'Indipendente per il quale lavorava all'epoca: «Lì è iniziata la nostra amicizia» – ha detto Savoini a Vanity Fair – approfondita dal 1997 in poi quando entrambi lavorano a La Padania.

Secondo quanto riportato dal giornalista Claudio Gatti nel suo libro "I demoni di Salvini" (Chiarelettere), due ex direttori e una ex caporedattrice de La Padania non hanno esitato a confermare le simpatie per l'estrema destra di Savoini. Anzi, come ha detto l'ex direttore Gigi Moncalvo: «La definizione esatta di Savoini è nazista», riporta Il Post.

Savoini – prosegue Gatti nel libro – si avvicina ai gruppi di estrema destra tra la fine degli anni Ottanta e l'inizio degli anni Novanta, in particolare il gruppo Orion, gravitante intorno al militante neofascista Maurizio Murelli (condannato a 18 anni per aver ucciso un agente di polizia) e di cui faceva parte il leghista Mario Borghezio che, in una recente intervista al Corriere della Sera, ha definito Savoini "un soldato della Lega". In un altro articolo del 13 settembre 2018, Buzzfeed tracciava inoltre i contatti di Savoini con mercenari che combattevano al fianco di milizie filorusse e neonaziste in Ucraina. Il suo nome, scrive Repubblica, è stato tirato in ballo "nell'inchiesta della Procura di Genova sui mercenari italiani neonazisti avviati nel Donbass per affiancare le formazioni paramilitari filo russe".

Di Savoini si perdono poi le tracce fino al 2013 quando, non appena viene eletto segretario della Lega Nord, Salvini lo sceglie come suo portavoce. In quegli stessi anni, nel 2014, Savoini fonda, insieme a un altro gruppo di persone vicine alla Lega e alla Russia, come l’ex parlamentare Claudio d’Amico, l'associazione Lombardia-Russia. Presidente onorario dell'associazione è Alexey Komov, uno degli organizzatori del Congresso Mondiale delle Famiglie, "il più importante meeting internazionale (che quest'anno si è tenuto a Verona) di gruppi e movimenti no-choice e anti-Lgbti, contro l'aborto e la libertà di scelta delle donne, contro le unioni omosessuali, per la promozione della famiglia etero-patriarcale come unica possibile". Tramite l’associazione, scrive ancora Il Post, Savoini negli ultimi anni ha organizzato incontri tra esponenti leghisti e imprenditori interessati a fare affari in Russia, "danneggiati dalle sanzioni economiche imposte alla Russia dall’Unione europea nel 2014 in seguito all’invasione della Crimea e all’occupazione dell’Ucraina orientale".

Dal 2013 a oggi, commenta Carlo Bonini su Repubblica, non c'è stata una sola missione in Russia di Matteo Salvini, da deputato europeo e segretario della Lega e successivamente da ministro dell'Interno, in cui Savoini non sia apparso come membro ufficiale della delegazione, fino alla foto che lo ritrae durante la cena di gala offerta lo scorso 4 luglio dal premier Giuseppe Conte a Vladimir Putin a Roma, e per la cui presenza il Presidente del Consiglio italiano ha dovuto prendere le distanze con tanto di nota ufficiale.

In un articolo sul Fatto Quotidiano, Marco Pasciuti ha ricostruito 9 viaggi ufficiali a Mosca del leader leghista dal 2014 al 2018 ai quali ha sempre partecipato Savoini, definito dai media russi “il consigliere di Matteo”. In un'intervista del 2014 al sito International Affairs, prosegue Pasciuti, Salvini definiva lui e Claudio D'Amico "i miei rappresentanti ufficiali".

Le reazioni di Savoini e Salvini

L'audio diffuso da BuzzFeed inchioda Savoini che, quando era uscito il libro di Tizian e Vergine, aveva smentito di aver partecipato all'incontro e negato ogni coinvolgimento. Sentito da Repubblica, l'ex portavoce di Salvini ha parlato di «mistificazione, inganno, falsità, mascalzonata», ha detto di non riconoscersi nella voce né nei discorsi registrati, di non conoscere le persone con le quali avrebbe interloquito al Metropol Hotel («Non li conosco, gente che avevo visto la sera prima alla conferenza pubblica») e di non essersi mai occupato né di saperlo fare di trattative come quella che descritta dai giornalisti dell'Espresso e da BuzzFeed. L'audio, secondo Savoini, sarebbe il frutto di una manipolazione: «Oggi come oggi non serve molto per manomettere un file, tagliare frasi, alterare la voce. È malafede, una porcheria, anche perché chi l'ha fatta non ha mica la prova del versamento su un conto corrente. Non c'è niente perché non c'è mai stata neanche l' intenzione di fare niente del genere».

La Lega ha cercato di prendere le distanze da Savoini. Non potendo negare una conoscenza ventennale, scrive Carlo Bonini, la portavoce di Salvini avrebbe fatto sapere al giornalista di Repubblica che «l'associazione Lombardia-Russia non ha nulla a che vedere con la Lega. Gianluca Savoini non ha mai fatto parte di delegazioni ufficiali in missione a Mosca con il ministro. A nessun titolo. Né a quella del 16 luglio 2018, né a quella del 17 e 18 ottobre dello stesso anno. Quanto poi alla foto scattata alla cena di gala offerta dal premier Giuseppe Conte al presidente Putin il 4 luglio scorso, Savoini non figurava tra gli invitati del ministro dell'Interno né, a quanto ci risulta, tra quelli della presidenza del Consiglio. In ogni caso, nessuno parla a nome del ministro. Il ministro parla per sé». Questa versione, come abbiamo visto, è però smentita dall'email inviata proprio da Savoini a BuzzFeed un anno fa.

Subito dopo la pubblicazione dell'audio da parte di BuzzFeed, Salvini ha annunciato querela così come aveva fatto ai tempi della pubblicazione delle inchieste dell'Espresso. Querela che però, come ha affermato il direttore Marco Damilano, non è mai arrivata.

Nel frattempo anche il leader della Lega ha preso le distanze dal suo ex portavoce. Come dicevamo, alla domanda precisa durante la conferenza stampa del 12 luglio da parte dei giornalisti: "A che titolo partecipò Savoini all'incontro con il ministro dell'Interno russo il 16 luglio 2018?", il ministro dell'Interno ha risposto: "Ma che ne so, chiedetelo a lui". E anche a chi gli chiedeva per quale motivo Savoini fosse presente a Mosca il 17 e 18 ottobre nei giorni del convegno di Confindustria Russia al Lotte Hotel e dell'incontro al Metropol Hotel, Salvini ha risposto: "Savoini? Non l'ho inviato io, non so cosa facesse a Mosca".

Anche questa versione è messa in crisi da una foto pubblicata da L'Espresso alcuni giorni  fa che mostra il capo della segreteria del ministro, Andrea Paganella, parlare con Savoini al convegno di Confindustria Russia al Lotte Hotel, dove era intervenuto proprio Salvini. Il giorno prima, dunque, della trattativa svelata da L'Espresso lo scorso febbraio e confermata dall'audio di BuzzFeed.

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Scrivono i due giornalisti, Stefano Vergine e Giovanni Tizian autori dell'inchiesta:

"Nella foto che pubblichiamo, scattata da noi quel giorno all'interno del Lotte Hotel, nella sala dove si è svolta la conferenza stampa, si vedono tre persone a colloquio. Oltre a Savoini, ci sono due uomini dello staff del ministro. Uno è Andrea Paganella, capo della segreteria del Viminale, uno dei più stretti collaboratori di Salvini. L'altro, girato di spalle, è Claudio D'Amico, anche lui leghista, socio d'affari di Savoini nell'impresa russa Orion, nominato il 29 agosto 2018, quindi due mesi prima della foto, “consigliere strategico per le attività di rilievo internazionale” di Salvini. Savoini, che il giorno dopo ritroveremo all'Hotel Metropol a trattare il finanziamento multimilionario per la Lega, il 17 ottobre stava dunque parlando con due strettissimi collaboratori di Salvini".

Il nome di Claudio D'Amico ritorna, dunque, più volte. Sia nell'intervista a International Affairs, sia nella foto pubblicata dall'Espresso, sia – come abbiamo visto – nella nota del Presidente del Consiglio Conte. È una della figure chiave della vicenda che sta coinvolgendo uomini che sembrano vicini al ministro dell'Interno e all'ambiente leghista.

L'inchiesta della magistratura

L'11 luglio si apprende che la Procura di Milano ha aperto un'inchiesta con l'ipotesi di corruzione internazionale. L'indagine, affidata al Procuratore aggiunto Fabio De Pasquale e ai Pm Sergio Spadaro e Gaetano Ruta del dipartimento "Reati economici transnazionali", era già stata avviata già 5 mesi fa, subito dopo la pubblicazione del libro di Tizian e Vergine. I Pm avrebbero già sentito alcune persone in Procura e sarebbero entrati in possesso dell'audio diffuso da BuzzFeed prima che il sito americano lo rendesse pubblico.

I pubblici ministeri – riporta Repubblica – "devono verificare se nella presunta compravendita di petrolio una parte del prezzo, oltre a quella che, stando alla registrazione audio pubblicata da BuzzFeed, doveva finire alla Lega, sia o meno arrivata a funzionari pubblici russi. Da qui l'ipotesi di corruzione internazionale".

Nell'ambito dell'inchiesta è indagato Gianluca Savoini che all'Adnkronos ha dichiarato: «Non ho mai preso soldi dalla Russia, non ho mai parlato a nome della Lega e di Salvini, non ho mai fatto cose illegali e non ho mai incontrato "emissari del Cremlino"». Nel frattempo, riporta Ansa, la lista delle persone da ascoltare sembra destinata ad allungarsi. A essere ascoltati dai Pm, scriveva Luca De Vito su Repubblica, potrebbero essere non solo i partecipanti all'incontro al Metropol Hotel "ma anche le persone che girano intorno a questa storia e che tessono i legami con la Russia". Il procuratore capo Francesco Greco ha precisato che non c'è alcuna necessità da parte della Procura milanese di sentire il vicepremier Matteo Salvini e ha aggiunto che si tratta di un'inchiesta lunga e laboriosa.

Gli altri protagonisti della trattativa

Oltre a Gianluca Savoini, scrivono Matteo Pucciarelli, Giuliano Foschini e Tommaso Ciriaco su Repubblica, sono almeno 4 le figure chiave di tutta la vicenda che probabilmente saranno ascoltati dai Pm in questi giorni.

Il primo è Gianluca Meranda, avvocato d'affari. Il 12 luglio ha inviato una lettera a Repubblica in cui racconta di essere uno dei partecipanti all'incontro del Metropol Hotel in qualità di “General Counsel di una banca d’affari anglo-tedesca interessata all’acquisto di prodotti petroliferi di origine russa”. Cofondatore dello studio legale internazionale Sqlaw, la banca di Meranda lavora per Eni dal 2015.

Nella lettera Meranda dice che Matteo Salvini non era a conoscenza dell'incontro al Metropol, che si è trattato solo di una questione di affari e che la trattativa non è andata in porto. Ci sono evidenze – aggiunge Ciriaco nella sua ricostruzione – che "documentano come [Meranda] fosse in rapporto diretto con il mondo leghista e che conosceva le relazioni di quel mondo con l’universo della Russia di Putin". Savoini, Salvini e l'avvocato avevano partecipato il 7 giugno del 2018, quattro mesi prima dell’incontro a Mosca, a una festa ufficiale a Villa Abamelek, residenza dell’ambasciatore russo a Roma, in occasione del giorno dell’indipendenza russa.

Una figura importante sulla quale si sarebbe appoggiato Gianluca Savoini per creare la sua rete di contatti commerciali in Russia è Ernesto Ferlenghi, 51 anni, uomo dell’Eni (senior advisor) in Russia, scrive Giuliano Foschini su Repubblica. Presidente di Confindustria Russia, co-presidente del forum dialogo delle società civili italo-russo, Ferlenghi avrebbe a sua volta usato Savoini per costruire la sua figura di uomo forte della Lega in Russia e diventare il riferimento finanziario italiano a Mosca. Secondo quanto risulta a Repubblica, sarebbe stato proprio Ferlenghi (insieme a D'Amico) a intervenire con la Presidenza del Consiglio per accreditare Savoini alla cena di gala organizzata dal premier Giuseppe Conte in occasione della visita di Vladimir Putin a Roma, a Villa Madama il 4 luglio scorso. All'incontro al Metropol Hotel avrebbe dovuto partecipare anche l'altro co-fondatore di Confindustria Russia, Fabrizio Candoni, come da lui stesso dichiarato in un'intervista al Corriere della Sera. «Ero stato invitato anch’io all’hotel Metropol. Ma la prima regola che impari a Mosca è che non si partecipa alle cene con persone che non si conoscono e che non si mescolano mai business e politica. A Salvini, che era stato invitato anche lui, ho sconsigliato di andare», racconta Candoni che ha aggiunto di frequentare la Russia da oltre 20 anni.

Poi c'è il 54enne Claudio D’Amico, tirato in ballo direttamente dal Presidente del Consiglio Giuseppe Conte nella nota ufficiale di Palazzo Chigi. Assessore alla Sicurezza del Comune di Sesto San Giovanni, ex parlamentare della Lega e “consigliere per le attività strategiche di rilievo internazionale” nello staff di Matteo Salvini, D’Amico – spiega Matteo Pucciarelli – "è un personaggio assai conosciuto lungo la tratta Milano-Mosca e non solo perché ha sposato una donna russa. Da delegato all’Osce e allo stesso tempo responsabile del dipartimento Esteri della Lega Nord, negli anni ha coltivato intensi rapporti politici e commerciali con la Russia. Lui e Savoini hanno formato una coppia inseparabile, fondamentale nel gemellare Lega e Russia Unita, il partito di Putin". Insieme a Savoini in Russia hanno fondato una società di consulenza, chiamata Orion come il gruppo guidato dal neofascista degli anni ‘70 Maurizio Murelli, del quale – come detto – ha fatto parte proprio Savoini.

Infine, c'è la terza persona che avrebbe partecipato all'incontro con i russi a Mosca il 18 ottobre, indicata come "nonno Francesco", appellativo dato non per l'età – spiega Repubblica – ma per l'autorevolezza. Nel corso della conversazione Francesco, introdotto da Savoini come un personaggio fondamentale, con una conoscenza limitata dell’inglese, interviene in poche occasioni per sottolineare i tempi della trattativa, legata alle elezioni europee di fine maggio e alla necessità che i fondi siano disponibili per finanziare la campagna. Questo, prosegue il quotidiano romano, "porterebbe a identificare Francesco come una sorta di tesoriere ombra del partito, interessato solo alla conclusione della trattativa e non ai metodi con cui effettuare la transazione".

Il 16 luglio, un uomo che dice di chiamarsi Francesco Vannucci, 62 anni, toscano di Suvereto, ex impiegato di banca e fino al 2005 vice coordinatore provinciale della Margherita, ha inviato un messaggio via whatsapp all’Ansa dichiarando di essere lui il "nonno Francesco" di cui si parla nei colloqui al Metropol. «Ho partecipato all’incontro all’hotel Metropol di Mosca il 18 ottobre 2018 in qualità di consulente esperto bancario che da anni collabora con l’avvocato Gianluca Meranda», avrebbe dichiarato Vannucci che ha aggiunto che «lo scopo dell’incontro era prettamente professionale e si è svolto nel rispetto dei canoni della deontologia commerciale». L'identità di Francesco Vannucci e l'autenticità del messaggio sono state confermate all'Ansa dall'avvocato Gianluca Meranda.

In un primo momento, questa ricostruzione è stata smentita dal Tribunale di Milano e "non confermata" da fonti inquirenti e investigative, scrive Repubblica. Nei giorni successivi, però, anche Vannucci è finito tra gli indagati, anche lui – come Savoini – con l'ipotesi di reato di corruzione internazionale.

Le audizioni dei servizi segreti davanti al Copasir

Luciano Carta, direttore dell'Aise (l’Agenzia per la sicurezza esterna), e Mario Parente, capo dell’Aisi (l’Agenzia per la sicurezza interna), saranno sentiti in questi giorni dal comitato parlamentare di controllo sui servizi segreti, scrive Fiorenza Sarzanini sul Corriere della Sera.

Parente e Carta dovranno spiegare "che tipo di attività sia stata effettuata dagli 007 per ricostruire quanto accaduto finora e così chiarire se l’attività del consigliere di Salvini a Palazzo Chigi Claudio D’Amico e dell’ex portavoce del leader leghista Gianluca Savoini possa aver messo a rischio la sicurezza nazionale".

Nell'ultimo anno i viaggi di D'Amico e Savoini, che fanno la spola tra Russia e Italia dal 2014, si sono intensificati. Lo scorso settembre, il ministro dell'Interno Salvini ha firmato un decreto per nominare D'Amico "consigliere per le attività strategiche di rilievo internazionale" a Palazzo Chigi, retrodatando la decorrenza al 29 agosto 2018 e fissando il compenso in 65mila euro lordi annui, prosegue Sarzanini: "Da quel momento D’Amico si muove in nome di Salvini e sempre in tandem con Savoini. Ma non solo. Perché i due risultano in strettissimo contatto anche con Ernesto Ferlenghi, numero uno di Eni in Russia, rappresentante di Confindustria Russia e da poco nominato presidente del Forum che ha ospitato anche la visita del presidente Vladimir Putin in Italia". Un mese e mezzo dopo la nomina di D'Amico, avviene l'incontro al Metropol: cosa sapevano i servizi italiani? "I direttori delle due Agenzie di intelligence – si legge sul Corriere – dovranno chiarire in Parlamento se avessero notizie di questi viaggi" e se il loro reale interesse fosse curare gli affari dell’associazione Lombardia-Russia o "curare negoziati anche per conto dei propri referenti politici".

Foto in anteprima: Claudio D'Amico con Matteo Salvini e Paolo Savoini (novembre 2016) – via Ansa

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Estrema destra sempre più violenta e l’uso della Rete


[Tempo di lettura stimato: 8 minuti]

C’è una minaccia crescente della destra estrema online? L’attività online porta poi a episodi di violenza nel mondo reale? Cosa stanno facendo governi e società tecnologiche per contenere e contrastare questo aumento di violenza? Se lo chiede in un’inchiesta sul sito della BBC il giornalista Gordon Corera che, partendo dalla strage di Christchurch in Nuova Zelanda, dove lo scorso marzo un suprematista bianco, l’australiano Brenton Tarrant, ha massacrato 51 persone in diretta live streaming su Facebook, prova a delineare come si organizzano in Rete i gruppi di estrema destra e come diffondono i loro messaggi fino a renderli politicamente mainstream. 

Ripercorrendo gli spostamenti di Tarrant prima della strage di Christchurch, Corera ricostruisce il background culturale in cui l’autore dell’attentato in Nuova Zelanda elabora i suoi convincimenti politici e di idea di società, esplicitati poi nel manifesto pubblicato su Internet prima dell’attacco, traccia le sue fonti di ispirazione e i suoi riferimenti ideologici.

Seguire a ritroso il percorso di Tarrant consente al giornalista della BBC (e di conseguenza ai lettori) di addentrarsi nella fitta rete online di gruppi suprematisti e di estrema destra che sui social si scambiano informazioni e documenti, elaborano strategie, organizzano incontri dal vivo di persona, e di capire se e come tutto questo lavorio online si trasformi poi in episodi di violenza nella vita reale. Come accaduto quest'anno a Christchurch, a Danzica, in Polonia, dove è stato ucciso il sindaco Pawel Adamowicz, a Wolfhagen, in Germania, con l'uccisione del politico di centro-destra Walter Lübcke, e due anni prima a Charlottesville. Proprio ieri in Italia la sezione antiterrorismo della Digos di Torino ha sequestrato a un gruppo di neo-nazisti un vero e proprio arsenale da guerra: 9 fucili d’assalto, una pistola mitragliatrice, 7 pistole, 3 fucili da caccia, 20 baionette quasi un migliaio di cartucce e molti parti di armi e un missile aria – aria, privo di carica esplosiva ma riarmabile.

Seguire la matassa

Anche se ha agito da solo, Tarrant – comparso in Tribunale a giugno per negare tutte le accuse – si è mosso in un ambiente internazionale che utilizza internet come sito di scambio di informazioni, la cui ideologia, scrive Corera, sta diventando piano piano politicamente mainstream.

Per quanto gran parte dei suoi spostamenti sia sconosciuta, Tarrant ha lasciato diverse tracce che consentono di risalire ai suoi riferimenti culturali e ideologici. Si è spinto in Corea del Nord e in Pakistan e ha trascorso la maggior parte del suo tempo in Europa, dalla Spagna ai Balcani, spesso per visitare i luoghi di battaglie storiche. Alla fine del 2018 è andato in Austria, per alcuni dell’estrema destra prima linea nella guerra di alcuni secoli fa tra l’Europa cristiana e il mondo musulmano. Pochi giorni prima dell’attacco di Christchurch, Tarrant aveva pubblicato un tweet che faceva riferimento a “Vienna 1683”, l’anno in cui l’avanzata delle forze ottomane fu fermata alle porte della città.

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La battaglia di Vienna – via BBC

Ma c’è un altro collegamento tra Tarrant e l’Austria, spiega Corera. Ed è Martin Sellner, influencer austriaco che svolge un ruolo importante nell’ecosistema dell’estrema destra in Europa. Tarrant lo ammira a tal punto da fargli una donazione di 1500 euro.

Sellner è una figura di spicco del gruppo austriaco di Generazione Identitaria, il movimento, nato in Francia nel 2012 e che poi si è diffuso in altri 9 paesi tra cui Germania, Italia e Regno Unito, che si oppone ai migranti musulmani ritenuti una minaccia per l’Europa e il cui obiettivo sarebbe a loro avviso la sostituzione etnica delle popolazioni native europee. 

Due settimane dopo l’attacco di Christchurch, quando si seppe della donazione di Tarrant, gli inquirenti setacciarono l’abitazione di Sellner, sequestrarono computer e carte bancarie, per poter appurare eventuali collegamenti tra i due. 

Nonostante Sellner abbia definito Tarrant un “deviato” in un video subito dopo l’attacco, condannato l’attentato e negato di averlo mai incontrato di persona (fatta eccezione per alcuni scambi via email), non è possibile dissociare l’azione del terrorista dalle ideologie diffuse da persone come Sellner, commenta Corera. I suoi post online si concentrano spesso sulla minaccia del multiculturalismo e sull'idea che i musulmani conquisteranno l'Europa e diverse frasi pronunciate dal trentenne austriaco erano presenti nel manifesto pubblicato da Tarrant.

«Non penso che sia il responsabile diretto degli attentati, ma le idee che figure come Sellner diffondono sono utilizzate dalla gente per giustificare la violenza», spiega alla BBC, Peter Neuman, fondatore del Centro Internazionale per lo studio della radicalizzazione e docente al King’s College di Londra. 

Sellner racconta a Corera di essere stato in passato vicino all’ambiente neonazista austriaco, ma di essersi poi allontanato, di aver abbracciato la causa della Generazione Identitaria e di non ritenersi un razzista ma un “etnopluralista” e cioè che ogni cultura debba mantenere la propria identità separata. 

Il giovane austriaco ha aperto la strada all'uso dei social media nel mondo dell'estrema destra germanofona e di fatto, spiega Joe Mulhall, dell'organizzazione HOPE not Hate, per come diffonde le sue idee e usa i social è il leader europeo di Generazione Identitaria e una delle figure snodo della rete dei gruppi identitari e di estrema destra in Europa. L’operazione che Sellner sta mettendo in atto è la creazione di «un nuovo linguaggio e un nuovo lessico per l'estrema destra europea» che piano piano si sta facendo mainstream.

«L'ideologia neonazista non attirava più le masse in Austria, c’era la necessità di modernizzare la loro immagine, il loro linguaggio e in parte anche le loro idee», spiega alla BBC Bernard Weidinger, del Centro di documentazione della Resistenza austriaca. «Hanno sostituito termini con connotazioni storicamente negative con altri di più facile diffusione verso un pubblico più ampio: ad esempio non parlano di deportazione di massa ma di "re-migration" (cioè il rimpatrio forzato degli immigrati nei loro paesi di origine), non si definiscono “razzisti” ma “etnopluralisti”». Il nuovo lessico ha trovato permeabilità nel linguaggio politico tradizionale e ha consentito di normalizzare e di rendere accettabili alcune idee e concetti che in altri temi (e formulati in modo diverso) non sarebbero stati concepibili. Per esempio, prosegue Weidinger, la “re-migration” è diventata argomento politico mainstream in Austria nonostante le deportazioni di massa rimandino a un passato che si riteneva superato.

Come funziona la rete online dei gruppi di estrema destra

Tutto questo sta avvenendo velocemente perché, scrive Corera, “i gruppi identitari sono altamente interconnessi tra di loro, fanno circolare idee in modo agile tramite i social network, imparano gli uni dagli altri e riescono ad adattare i loro messaggi ai rispettivi contesti nazionali”.

Dal 2014 Julia Ebner, autrice del libro “La Rabbia. Connessioni tra estrema destra e fondamentalismo islamista” e ricercatrice austriaca all’Institute for Strategic Dialogue, un think tank con sede a Londra, ha iniziato a studiare sotto-copertura i canali di diffusione della propaganda jihadista e di quella di estrema destra.

Ebner ha creato dei profili falsi per poter entrare in gruppi, canali e chat ai quali si accede solo su invito e poter analizzare linguaggi, riferimenti culturali, organizzazione dei movimenti di estrema destra e di quelli jihadisti. Ha dovuto familiarizzare con il gergo di questi gruppi per non essere scoperta. «Sono arrivata alle prime riunioni dopo avere realizzato miei diversi profili in Rete, in cui dovevo essere credibile. Ho creato un mio nuovo presente e passato, fingendomi una simpatizzante, interessata ai loro temi, come per esempio il conflitto in Kashmir [ndr, regione contesa dal 1947 da India e Pakistan]», spiega in un’intervista dello scorso ottobre. «Per molte settimane ho chattato con loro, così hanno iniziato a fidarsi di me, a condividere le loro informazioni. Poi ho iniziato a parlare con alcuni anche offline e la strategia migliore per avvicinarmi a qualcuno interno al team che garantisse per me e mi presentasse come nuovo membro. Così nessuno aveva dubbi sulla mia presenza. Sia nei gruppi di estrema destra che con i fondamentalisti islamici».

Più il gruppo è estremo, aggiunge la ricercatrice alla BBC, più si è soggetti a valutazioni tramite interviste e verifica dei profili sui social. Una volta le è stato chiesto di fornire i risultati di un test genetico per dimostrare la sua discendenza e dimostrare di essere "pura" e ha dovuto dedicare del tempo a costruire delle prove false.

Ebner spiega che i gruppi jihadisti online e quelli di estrema destra funzionano più o meno allo stesso modo, sia nelle loro tattiche sia nelle loro discussioni sull’inevitabilità dei conflitti tra musulmani e non musulmani. «Per entrambi l’obiettivo è radicalizzare e influenzare le ideologie principali per arrivare a un drastico cambiamento politico, coinvolgere le persone scettiche», catturando l’attenzione dei media, provocando reazioni, dando vita a campagne di disinformazione».

Questi gruppi cooperano in quello che lei chiama "network del nazionalismo". Un gruppo statunitense, ad esempio, può creare una piattaforma di condivisione dei contenuti con una banca-dati di meme anti-immigrati facilmente utilizzabili da altri gruppi in paesi diversi.

YouTube e Instagram sono i canali più utilizzati per cercare di raggiungere il pubblico più vasto e più giovane. A coloro che si imbattono in contenuti di estrema destra e iniziano a condividerli viene offerto un passaggio successivo, viene inviato un link a un’app di messaggistica crittografata cui si accede solo su invito. Altri vengono reclutati su siti come Reddit, 4Chan e 8Chan.

Una delle app di messaggistica utilizzate è Telegram ma, spiega Ebner, i siti di giochi per computer stanno diventando sempre più appetibili per i gruppi di estrema destra. Ad esempio viene usata Discord, un’applicazione progettata per consentire a chi gioca online di comunicare tra di loro.

Lo stile e i linguaggi utilizzati variano a seconda del canale utilizzato: «Per reclutare persone sui siti di giochi, viene usato un approccio molto “gamificato” con riferimenti alla cultura pop. Sulle piattaforme ultra-libertarie vengono enfatizzati gli argomenti intorno alla libertà, nelle reti cospirazioniste si fa riferimento immediatamente alle teorie della cospirazione».

La terza fase è la condivisione dei contenuti e, osserva la ricercatrice, la diffusione della propaganda e la mobilitazione dell’estrema destra sta diventando sempre più massiccia e rapida, con l’obiettivo di aumentare la polarizzazione e di incentivare all’odio e anche all’uso della violenza.

Da questo punto di vista, la prima volta è stata Charlottesville, la prima manifestazione fuori dalla Rete organizzata delle comunità online. Una specifica chat room su Discord si è occupata della logistica, dicendo anche alle persone cosa indossare. Ebner e i suoi colleghi avevano programmato di partecipare, ma hanno desistito quando hanno visto circolare nei gruppi foto di armi da fuoco. Sappiamo tutti come è andata. Durante la manifestazione, un ventunenne, James Alex Fields, ha deliberatamente guidato la sua auto verso un gruppo di contro-manifestanti, uccidendo Heather Heyer e ferendo 28 persone. È stato condannato all'ergastolo nel giugno 2019.

Discord ha detto alla BBC di verificare e intraprendere azioni immediate in caso di segnalazioni di incitamento all’odio o alla violenza, ma Ebner ha spiegato che finora le sue continue segnalazioni hanno sortito poco effetto.

Se Charlottesville ha fatto scoprire all'opinione pubblica l'esistenza di un pericolo estrema destra, Christchurch sembra essere stato recepito come un momento di non ritorno rispetto all'efficacia e alla pervasività dei discorsi di incitamento all'odio e alla violenza nelle nostre società. «Quello che è successo non dovrà accadere mai più», aveva dichiarato il Presidente francese Emmanuel Macron. «La dimensione social di questo attacco è stata senza precedenti e la nostra risposta oggi è senza precedenti. Mai prima d'ora paesi e aziende tecnologiche si sono unite e si sono impegnate in un piano d'azione per sviluppare nuove tecnologie per rendere più sicure le nostre comunità», aveva aggiunto la Presidente della Nuova Zelanda Jacinda Ardern.

Dopo la strage di Christchurch, la Commissione europea e alcuni Stati, fra cui l'Italia, guidati da Nuova Zelanda e Francia, hanno sottoscritto con le più importante aziende tecnologiche un impegno volontario per agire contro i contenuti terroristici ed estremisti violenti online. Definita da studiosi ed esperti di Internet un’iniziativa lodevole, l'accordo ha sollevato anche diverse critiche. Ancora una volta ci si è concentrati sulla rimozione dei contenuti online e non sull’importanza della loro moderazione da parte di team umani, e non sembrano essere stati presi in considerazione le conseguenze dell’adozione di policy esclusivamente ispirate alla rimozione dei contenuti affidate alle aziende private che gestiscono le piattaforme che, in alcuni paesi, favorisce la repressione delle forme di dissenso e la limitazione dell’accesso a Internet, spazio invece di pluralismo delle fonti di informazione e motore di maggiore inclusione sociale.

Ma si è trattato, in ogni caso, di un primo tentativo da parte di governi e aziende di dialogare, seppur tardivamente, con studiosi ed esperti di Internet. Resta da chiedersi se questa iniziativa andrà nella direzione giusta e darà gli strumenti per prevenire futuri attacchi o sarà una volta di più un modo per rendere Internet uno spazio sempre più controllato mettendo così a rischio la libertà di espressione.

Di seguito tutti i nostri articoli sui temi sollevati dall'inchiesta della BBC:

La normalizzazione mediatica dell’estrema destra: dall’alt-right ai “sovranisti”

Facebook vieta il razzismo di nazionalismo e suprematismo bianco. Ma la decisione arriva tardi

La strage di Christchurch e gli accordi con i social contro terrorismo ed estremisti violenti. Luci e ombre

I problemi di YouTube nella sua lotta contro l’odio: rimossi video antirazzisti e canali di storia

La sfida del terrorismo ai media e ai social network

Foto in anteprima via BBC

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Centri di detenzione Usa, le terribili condizioni dei bambini migranti: separati dai genitori, denutriti e in condizioni igienico-sanitarie spaventose


[Tempo di lettura stimato: 13 minuti]

"La politica di immigrazione del presidente Trump ha superato il limite passando dalla crudeltà gratuita al sadismo senza mezzi termini. Probabilmente a lui piace vedere bambini innocenti ammassati nel sudiciume e nello squallore. Forse ritiene che sia questa l'America. Sostenitori di Trump, dite che ha ragione? Membri repubblicani del Congresso, secondo voi? È quello che volete?".

Questi gli interrogativi posti dal premio Pulitzer Eugene Robinson, giornalista e analista politico, in un editoriale pubblicato sul Washington Post all'indomani della visita del 17 giugno di un gruppo di avvocati, medici e attivisti al centro detentivo per migranti di Clint, nei pressi di El Paso, Texas, in occasione della quale non è stato possibile visionare la struttura ma avere l'opportunità di intervistare più di 50 dei circa 351 minori trattenuti in un complesso che può contenerne al massimo poco più di 100.

via CNN

La maggior parte dei bambini presenti a Clint provengono da El Salvador, Guatemala e Honduras. Più di 100 hanno un'età inferiore a 13 anni, mentre 18 non superano i 4 anni. Il più piccolo ha 4 mesi e mezzo.

L'accesso - autorizzato per monitorare l'applicazione, da parte dell'amministrazione, della legge sul trattamento dei bambini migranti - ha dato la possibilità di testimoniare le condizioni raccapriccianti e disumane in cui versano i minori separati dalle famiglie in attesa dell'esame della richiesta d'asilo, come stabilito dal provvedimento entrato in vigore lo scorso aprile 2018 e nonostante il passo indietro del presidente americano Donald Trump del 20 giugno 2018 con cui, attraverso un decreto, ha disposto che le famiglie di migranti rimangano unite.

Al termine della visita, come riporta il Washington Post, l'immagine rimasta stampata nella mente di W. Warren H. Binford, uno dei sei avvocati entrati nel centro, profonda conoscitrice e sostenitrice dei diritti dei minori, stimata a livello internazionale e docente di diritto nonché direttrice del programma di Clinica del diritto alla Willamette University, è quella di una giovane mamma di 15 anni e del suo bambino coperto di muco. Nonostante continuasse ripetutamente a sciaquare con l'acqua i vestitini del piccolo la ragazzina non riusciva a pulirli. Perché nel centro non c'è sapone. E neanche cibo per neonati. Solo cereali a colazione, minestra già pronta per pranzo e burrito ghiacciato per cena.

L'assenza di sapone non è casuale ma una scelta deliberata. A sostenerlo è stata la stessa amministrazione Trump, il 18 giugno, durante un'udienza svoltasi dinanzi a una giuria del Nono Circuito, a San Francisco, che ha dichiarato che il governo non è tenuto a fornire sapone o spazzolini da denti ai minori trattenuti al confine tra Stati Uniti e Messico e che può farli dormire su pavimenti di cemento, in celle fredde e sovraffollate, nonostante un accordo preveda che i detenuti siano trattenuti in strutture "sicure e igieniche".

«Sta seriamente sostenendo di non leggere l'accordo perché chiede di fare qualcosa di diverso da quello che ho appena elencato e cioé freddo durante la notte, luci accese per tutta la notte, dormire sul cemento con un foglio di alluminio come coperta? Trovo inconcepibile che il governo dica che tutto questo sia sicuro e igienico», ha detto uno dei tre giudici del Nono Circuito William Fletcher rivolgendosi a Sarah Fabian del dipartimento di Giustizia che rappresentava l'amministrazione americana.

Le storie raccontate dai minori trattenuti nel centro di Clint hanno sconvolto chi le ha ascoltate. «Siamo rimasti semplicemente inorriditi», ha dichiarato Binford al Washington Post.

Grazie alle interviste si è potuto appurare che i minori non solo non venivano assistiti ma erano abbandonati, trascurati, dimenticati. Bambini che non si lavavano da giorni, alcuni con i pidocchi, altri con l'influenza. Bambini, gli unici a prendersi cura di altri bambini.

«Erano sporchi, avevano muco sulle magliette.... E cibo. Anche sui pantaloni. Ci hanno detto di essere affamati. Ci hanno detto che alcuni di loro non avevano fatto la doccia o non l'avevano fatta fino a uno o due giorni prima del nostro arrivo. Molti hanno raccontato di aver lavato i denti solo una volta. Il centro sapeva dalla settimana precedente che saremmo arrivati. Il governo da tre settimane».

«Ho sempre fame qui a Clint. Sono così affamato che mi sveglio nel cuore della notte. A volte mi sveglio per la fame alle 4 del mattino, a volte in altre ore. Ho troppa paura di chiedere agli agenti altro cibo, nonostante non ce ne sia mai abbastanza per me», ha raccontato uno dei piccoli testimoni a Binford.

I bambini hanno detto agli avvocati che nessuno si occupa di loro. In alcuni casi sono quelli più grandi a farlo con i più piccoli, in altri casi viceversa. Sono gli stessi agenti a chiedere ai ragazzi di scegliere chi accudire tra piccoli di due, tre, quattro anni. Nonostante poi accada, col passare del tempo, che i ragazzini più grandi mollino e che i piccoli siano consegnati ad altri bambini o restino soli.

Durante l'intervista ad una ragazzina di 14 anni, il bimbo da lei accudito di 2 anni ha fatto la pipì bagnandola perché sprovvisto di pannolino. Al centro non ci sono neanche quelli. La ragazza ha guardato Binford sollevando le spalle, consapevole di non sapere cosa fare.

Molti minori hanno raccontato di aver dormito su un pavimento di cemento. La maggior parte ha riferito di avere ricevuto due coperte, del tipo di quelle usate dai militari, di lana ispida, una da mettere a terra, l'altra da utilizzare per coprirsi. Altri ne hanno avuta una soltanto e non sapevano se usarla per stendersi o per proteggersi dall'aria condizionata.

Gli esperti legali che monitorano il trattamento dei bambini migranti raramente diffondono i rispettivi resoconti, ma Binford e i suoi colleghi sono rimasti talmente tanto scossi da ciò che hanno visto e sentito da doverlo rendere pubblico.

«Per 12 anni ho visitato bambini detenuti in custodia sotto l'autorità del servizio federale di immigrazione», ha dichiarato al Guardian Elora Mukherjee, direttrice del dipartimento di Clinica legale per i diritti degli immigrati alla Columbia Law School, un'altra dei legali che hanno avuto accesso al centro. «Non ho mai visto nulla di simile. Non ho mai visto, odorato, dovuto testimoniare condizioni così degradanti e inumane». Anche lei, come la collega Binford, ha visto i vestiti sporchi indossati dai bambini, alcuni macchiati di fluidi corporei tra cui latte materno, urina e muco, gli stessi abiti che avevano quando hanno attraversato il confine, giorni o settimane prima.

Mukherjee ha raccontato che sono sette i minori morti mentre si trovavano sotto la custodia del servizio federale o poco dopo essere stati rilasciati. Nei 10 anni precedenti non era stato registrato alcun decesso. «Ci siamo estremamente preoccupati e abbiamo pensato che altri bambini sarebbero potuti morire se non avessimo parlato pubblicamente», ha detto.

Una volta arrivati a Clint, gli avvocati sono venuti a conoscenza della presenza di alcuni minori in quarantena a causa di un'epidemia di influenza. I ragazzi non sono stati intervistati di persona, per assicurare cure mediche adeguate, per cui i legali hanno comunicato telefonicamente soltanto con quelli più grandi.

Secondo quanto previsto dalla legge i minori non dovrebbero essere trattenuti. La maggior parte avrebbe dovuto essere rilasciata dopo poco per essere accudita da un genitore, un parente o un tutore negli Stati Uniti.

Clara Long, ricercatrice senior sugli Stati Uniti di Human Rights Watch, che ha fatto parte del gruppo entrato nel centro di Clint, ha raccontato di essere rimasta devastata da ciò che ha visto.

Come l'incontro con due fratelli, una bambina di tre anni con i capelli arruffati, tosse secca, pantaloni sporchi di fango e occhi che a malapena si aprivano per la stanchezza e suo fratello di 11, entrambi rinchiusi prima in una gabbia e poi in una cella dopo essere stati separati dallo zio di 18 anni con cui avevano attraversato il confine a maggio scorso.

«Le cose che ho visto durante questa settimana sono in linea con le precedenti conclusioni a cui era giunta Human Rights Watch sulle conseguenze dei danni subiti dai bambini causati da settimane di detenzione invece che da giorni. Il Congresso dovrebbe indagare e agire con urgenza per fermare questi abusi senza senso, e chiedere alle agenzie di immigrazione di rilasciare questi bambini prima possibile per lasciarli ricongiungere ai loro familiari», ha dichiarato Long.

Se i resoconti di Binford, Mukherjee e Long disegnano un quadro già grave, peggiori sono i racconti di Dolly Lucio Sevier, un medico che si è occupato di 39 minori reclusi nel centro detentivo Ursula a McAllen, Texas, dopo la segnalazione di alcuni avvocati che avevano scoperto un'epidemia di influenza a causa della quale cinque bambini erano stati ricoverati nell'unità di terapia intensiva neonatale.

Per avere la possibilità di far accedere Lucio Server alla struttura di McAllen i legali che rappresentano i bambini hanno minacciato di denunciare il governo se la visita fosse stata negata. Questi avvocati appartengono a un team che lavora per verificare l'applicazione dell'accordo di Flores del 1997 che ha definito gli standard di detenzione per i minori non accompagnati, incluso il trattenimento per non più di 72 ore in "un ambiente meno restrittivo possibile, appropriato all'età del bambino e alle sue particolari necessità".

"Le condizioni detentive potevano essere paragonate a quelle delle strutture dove viene praticata la tortura", ha scritto Lucio Sevier in una relazione medica rilasciata in esclusiva ad ABC News.

"Temperature fredde estreme, luci accese 24 ore al giorno, nessun accesso adeguato a cure mediche, servizi igienici di base, acqua o cibo".

Secondo quanto riportato da Lucio Sevier, tutti i bambini che sono stati visitati hanno mostrato sintomi da trauma psicologico. Gli adolescenti hanno raccontato di non aver potuto lavare le mani durante tutto il periodo di detenzione. Secondo il medico questo comportamento ha causato "intenzionalmente la diffusione della malattia". Per Lucio Sevier la struttura "era peggio di una prigione".

«Immagina i tuoi figli in quel posto - ha detto il medico ad ABC News - Io non riesco ad immaginare che mio figlio possa stare lì senza subire conseguenze devastanti».

Secondo la relazione medica le condizioni dei neonati erano ancora più spaventose. Molte madri adolescenti in custodia hanno descritto di non avere la possibilità di lavare i biberon.

"Negare ai genitori la possibilità di lavare i biberon dei propri bambini è irragionevole e potrebbe essere considerato un abuso mentale ed emotivo intenzionale", ha scritto Lucio Sevier.

Ai piccoli che avevano superato i 6 mesi non è stato fornito cibo adeguato all'età e al loro fabbisogno nutrizionale.

Nessun accesso ai centri è stato consentito ai giornalisti che sono stati tenuti alla larga e che non hanno potuto scrivere i propri articoli basandosi su testimonianze dirette.

Come racconta Paul Fahri in un articolo pubblicato dal Washington Post "il blackout informativo ha lasciato la maggior parte degli americani all'oscuro sulle condizioni delle strutture governative progettate per gestire i migranti che hanno attraversato il confine. Le fotografie e le immagini televisive sono rare e spesso datate. Ancora più rare le interviste rilasciate da dirigenti e dipendenti delle agenzie federali o dai bambini stessi.

Giornalisti, funzionari governativi e difensori dei diritti dei migranti concordano sul fatto che consentire ai giornalisti di vedere in prima persona le strutture cambierebbe le percezioni pubbliche sul trattamento dei migranti ma non sul come".

«Se i giornalisti avessero accesso ai centri di detenzione al confine dove i bambini sono tenuti in condizioni disgustose, quei centri non esisterebbero», ha detto ai giornalisti Elora Mukherjee. «Se i video fossero pubblicati ci sarebbero forti cambiamenti» perché la protesta sarebbe enorme.

Caitlin Dickerson che si occupa di temi riguardanti l'immigrazione per il New York Times, ha detto che ottenere l'accesso alle strutture di detenzione - mai facile in nessuna circostanza - è diventato ancora più difficile da dicembre, quando due bambini sono morti mentre si trovavano in custodia federale. Dickerson non è sicura se i funzionari stiano intenzionalmente impedendo l'accesso ai giornalisti o se non riescano a gestire l'aumento delle richieste di accesso da parte dei media.

In ogni caso le visite consentite riservate alla stampa sono generalmente brevi ed estremamente organizzate, senza interviste. L'accesso è solitamente limitato a una parte della struttura.

Quando si sono diffuse le notizie sulle condizioni dei centri molte persone hanno espresso il desiderio di dare una mano ai bambini ospitati nelle strutture. Ma dopo aver acquistato giocattoli, sapone, spazzolini da denti, pannolini e medicine hanno saputo che nessun tipo di donazione sarebbe stato accettato.

Intervistati da Texas Tribune i residenti locali, che hanno tentato invano di donare alle strutture di Clint e McAllen, hanno confermato l'impossibilità di poter consegnare quanto acquistato.

Il deputato democratico del Texas Terry Canales ha twittato raccontando che dopo aver parlato con la polizia di frontiera, gli è stato detto che le donazioni non erano gradite.

"A questi ragazzi non vengono offerti i servizi essenziali e non ottengono ciò di cui hanno bisogno", ha detto Canales in una conversazione con un responsabile della polizia di frontiera di Rio Grande Valley degli Stati Uniti, Border Patrol. "Abbiamo discusso di pannolini, prodotti per l'igiene, e ho insistito sul fatto che sembra terribile non soddisfare i loro bisogni e non accettare le donazioni della gente".

L'1 luglio scorso un gruppo di deputati del Congresso, tra cui Alexandria Ocasio-Cortez, si è recato nel centro di Clint. In una serie di tweet Ocasio-Cortez ha raccontato di aver incontrato donne che piangevano per la paura di essere punite, di contrarre malattie, per disperazione, per mancanza di sonno, perché traumatizzate.

Ocasio-Cortez ha anche raccontato dettagli terrificanti di donne costrette a bere dalle tazze del gabinetto a causa della mancanza di accesso all'acqua.

Come molti altri membri del Congresso che hanno visitato le strutture, Ocasio-Cortez si è detta scioccata dalla mancanza di responsabilità di chi lavora al centro.

In un'intervista alla CNN la deputata Madeleine Dean ha raccontato il suo incontro dietro un vetro con alcuni bambini migranti rinchiusi in una gabbia. «Abbiamo cercato di urlare e qualcuno gli ha detto che eravamo membri del Congresso che speravano di aiutare, di capire, e quando ho scritto velocemente una frase su un pezzo di carta e l'ho appoggiato sul vetro, la guardia mi ha bloccata. La frase diceva semplicemente: 'Vi vogliamo bene, vi amiamo' e i bambini ci hanno sorriso».

«E sapete cosa hanno fatto? Ci hanno passato un biglietto attraverso il pavimento, sotto la porta, e siamo finiti nei guai. La guardia temeva che gli stessimo dando qualcosa mentre erano stati i bambini ad averci scritto un biglietto che diceva: 'Come possiamo aiutarvi?'. I bambini volevano aiutarci».

Nonostante le visite a Clint e McAllen abbiano messo in luce le condizioni aberranti e sconvolgenti a cui sono sottoposti i minori trattenuti, il presidente Trump continua a fare dell'immigrazione un punto fermo della politica "tolleranza zero" della sua amministrazione e una questione chiave in vista delle prossime elezioni presidenziali del 2020. Dopo aver minacciato di espellere più di 2.000 immigrati senza documenti e comunicato di prorogare di due settimane il termine previsto per procedere a quest'operazione, il presidente ha twittato la sua intenzione di "sistemare il confine meridionale" invitando i Democratici a sostenerlo.

Lo stesso giorno in un'intervista rilasciata a Chuck Todd per la trasmissione "Meet the Press" di NBC incalzato da varie domande in cui gli si chiedeva conto delle condizioni dei minori migranti nei centri detentivi Trump ha accusato il suo predecessore Barack Obama di aver disposto la separazione delle famiglie (effettivamente l'amministrazione Obama ha previsto la separazione delle famiglie ma solo in casi molto rari in cui la sicurezza del bambino veniva messa seriamente a rischio) e di averne ereditato la legge a cui ha posto fine col provvedimento del 2018 e ha criticato i Democratici per non voler cambiare le leggi sull'immigrazione causando, di fatto, questa emergenza, non approvando, inoltre, lo stanziamento di 4,6 miliardi di dollari destinati all'emergenza migranti al confine con il Messico, di cui 2,88 riservati ai minori non accompagnati.

In un articolo pubblicato da Houston Chronicle la situazione relativa alle separazioni delle famiglie immigrate che giungono al confine meridionale statunitense appare ben diversa da quella raccontata dal presidente. Ad un anno dalla firma dell'ordine esecutivo che avrebbe dovuto porre fine a questa politica crudele e controversa e dall'ordinanza di un giudice federale che ha disposto il ricongiungimento di più di 2.800 bambini separati dai propri genitori, è stato concesso al governo di continuare a dividere le famiglie esclusivamente quando il genitore rappresentava un pericolo per il figlio o se aveva commesso qualche reato o fosse affiliato a qualche gruppo non riconosciuto. In realtà da giugno 2018 a maggio 2019, secondo i dati forniti dal governo all'American Civil Liberties Union (ACLU), più di 700 bambini hanno continuato ad essere separati dai propri genitori o da parenti spesso per ragioni poco chiare o con motivazioni di poca consistenza.

«Negli ultimi mesi questi casi sono aumentati drasticamente», ha dichiarato allo Houston Chronicle Lee Gelernt, avvocato della ACLU che sostiene che il governo sta applicando regole restrittive rispetto a casi che dovrebbero rappresentare un'eccezione.

Secondo Gelernt molti casi coinvolgono bambini piccoli, figli di genitori accusati di aver commesso reati come violazioni del codice stradale.

«Il governo decide unilateralmente che i genitori sono un pericolo e poi li separa senza informare le strutture che ospitano i bambini che il bambino è stato separato dalla famiglia, senza dire al genitore il motivo della separazione e senza concedere alcun diritto alla famiglia di contestare la decisione», ha proseguito Gelernt.

Lo scorso 25 giugno, nonostante la Camera abbia approvato un nuovo disegno di legge per lo stanziamento di 4,5 miliardi dollari da destinare all'emergenza, un nuovo scontro politico si è aperto tra i Democratici e il presidente Trump che ha minacciato di porre il veto al provvedimento che potrebbe passare anche in Senato senza essere modificato e quindi prevedendo di non porre restrizioni su come i fondi possano essere usati, come lui avrebbe voluto.

«La mia speranza è che sia partito dalla Camera un messaggio importante e che il Senato faccia ciò che ha detto di voler fare, destinando gli aiuti umanitari ai più vulnerabili di cui ci stiamo occupando» ha dichiarato ad Al Jazeera la deputata democratica di El Paso Veronica Escobar.

La legge approvata alla Camera prevede, infatti, finanziamenti per "letti, coperte, pannolini, cibo e assistenza legale", ha detto Escobar ai giornalisti, oltre a sostenere "alternative alla detenzione, politiche che sappiamo hanno funzionato in modo efficace in passato, ma che sono state abbandonate da questa amministrazione a favore della carcerazione. Stiamo anche finanziando un programma pilota per assicurarci che le organizzazioni no-profit e le forze dell'ordine siano in grado di accelerare l'arrivo delle famiglie presso i loro sponsor".

A seguito dell'approvazione del provvedimento alla Camera, attraverso una dichiarazione la Casa Bianca ha accusato i deputati democratici di "aver ignorato la richiesta dell'amministrazione di approvare finanziamenti disperatamente necessari per affrontare la crisi umanitaria alla frontiera", aggiungendo che stanno cercando di "approfittare dell'attuale crisi inserendo decisioni politiche che renderebbero il nostro paese meno sicuro".

Dopo la diffusione delle notizie sulle condizioni detentive a Clint e a McAllen il New York Times ha riportato che circa 249 bambini sono stati trasferiti in una struttura di accoglienza gestita dall'ufficio per il reinsediamento dei rifugiati, secondo quanto dichiarato da Evelyn Stauffer, portavoce del dipartimento della Sanità e dell'ufficio del servizio umanitario per il reinsediamento dei rifugiati, mentre un altro numero imprecisato è stato inviato in una struttura temporanea di El Paso, secondo quanto riferito da Elizabeth Lopez-Sandoval, portavoce della deputata Veronica Escobar che ha aggiunto che a Clint sarebbero timasti circa 30 minori.

Un funzionario del dipartimento per la Sicurezza nazionale ha dichiarato che le condizioni nella struttura temporanea di El Paso, costruita appositamente per le famiglie, sono di gran lunga migliori di quelle di Clint, sebbene non si sappia se i bambini abbiano avuto accesso a sapone o docce dal momento in cui sono arrivati. Certamente sono stati sottoposti a un controllo medico una volta trasferiti.

Intanto, il 25 giugno, il commissario ad interim per la sicurezza delle frontiere John Sanders, ha presentato le dimissioni diventate effettive il 5 luglio scorso, dopo appena due mesi e mezzo dall'assunzione dell'incarico. La situazione è precipitata dopo quanto emerso a Clint e a McAllen. In un'intervista esclusiva rilasciata alla CNN Sanders ha spiegato quanto è stato difficile per lui il 20 maggio (ad un mese dall'insediamento) apprendere la notizia della morte del 16enne guatemalteco Carlos Gregorio Hernandez Vasquez mentre si trovava in custodia. Da allora ha provato a raddoppiare gli sforzi per tutelare i minori in custodia.

A detta di un funzionario del dipartimento per la Sicurezza nazionale Sanders, che non ha criticato esplicitamente alcuna politica dell'amministrazione, non era d'accordo con l'operazione che l'Agenzia per l'immigrazione e le dogane (ICE) sta conducendo da domenica 14 luglio (secondo quanto riferito dal New York Times) che prevede operazioni di arresto e rimpatrio nei confronti di 2.000 nuclei familiari di immigrati sprovvisti di documenti disposte da tribunali in 10 città americane.

L'operazione, rimandata di 15 giorni rispetto alla data inziale, sembra sia stata posticipata anche a causa della resistenza riscontrata tra i funzionari dell'agenzia di immigrazione.

Una volta arrestate le famiglie dovrebbero rimanere insieme nei centri di detenzione in Texas e in Pennsylvania ma, a causa di problemi di capienza, alcune potrebbero essere ospitate in alberghi fino a quando non saranno pronti i documenti di viaggio. L'obiettivo dell'Agenzia per l'immigrazione e le dogane è quello di rimpatriare le famiglie il più rapidamente possibile.

«Sono arrivati illegalmente e li riportiamo legalmente», ha dichiarato Trump ai giornalisti.

Immagine in anteprima via Jackie Speier 

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La mail di Savoini a Buzzfeed del 2018 smentisce Salvini. Le tre domande a cui il ministro deve rispondere


[Tempo di lettura stimato: 5 minuti]

Gianluca Savoini, al centro dello scoop de l'Espresso e Buzzfeed che lo vede protagonista della trattativa avvenuta al Metropol di Mosca per far arrivare nelle casse della Lega 65milioni di dollari, era nel "mirino" della testata americana già dal luglio 2018. La testata chiedeva per quale motivo e in che ruolo il presidente dell'Associazione Lombardia-Russia partecipasse a incontri ufficiali tra ministri del governo italiano e quello russo.

Leggi anche >> La Lega di Salvini: dai 49 milioni euro alla rete sovranista internazionale passando per Mosca alla conquista del Sud Italia

In una foto del 16 luglio 2018, twittata dallo stesso Salvini, si vede al tavolo dei lavori Savoini.

In quell'occasione vennero discusse anche questioni concernenti la condivisione di informazioni e buone pratiche fra agenzie di sicurezza e di intelligence.

E Savoini fu poi ringraziato pubblicamente per aver organizzato, durante quella visita, l'incontro con Salvini e l'agenzia di stampa russa Tass

Alberto Nardelli di Buzzfeed già allora chiese pubblicamente di sapere in base a quale ruolo e perché fosse presente.

Savoini risponderà a Buzzfeed con una mail: era lì perché faceva parte della delegazione di Salvini "come membro dello staff del ministro". E aggiunge: "Faccio parte della Lega dal 1991, ho sempre fatto parte dello staff di Salvini ancor prima che il ministro degli interni entrasse nel governo". Spiega, inoltre, di aver contribuito a organizzare tutti i viaggi di Salvini a Mosca e di aver partecipato a precedenti incontri con il presidente Vladimir Putin nel 2014, nonché al ministro degli Esteri russo Sergey Lavrov e ad altri alti funzionari russi. Savoini si rifiuta di approfondire la natura precisa del suo ruolo nello staff del ministro: "Non ho un ufficio al ministero, ma collaboro direttamente con Matteo Salvini sulla base delle sue richieste. Conoscendoci da sempre".

Buzzfeed riporta che due portavoce del ministro degli Interni italiano allora specificarono che Savoini non era nella lista interna della delegazione del ministero per il viaggio di Mosca, ma che forse era un "collaboratore esterno" del ministro. Tuttavia, precisa ancora Buzzfeed, il ministero non rispose alle ripetute richieste di chiarire l'esatta relazione tra il ministro dell'Interno e Savoini, in quale misura Savoini abbia partecipato alle riunioni a Mosca e se aveva la necessaria autorizzazione di sicurezza per partecipare a quella tipologia di riunioni.

In un altro articolo del 13 settembre 2018, Buzzfeed tracciò i contatti di Savoini con mercenari che combattevano al fianco di milizie filorusse e neonaziste in Ucraina.

La mail di risposta di Savoini a Buzzfeed del 2018 di fatto smentisce le dichiarazioni di questi giorni di Salvini. Sollecitata da La Repubblica, come racconta Carlo Bonini, la portavoce del vice premier avrebbe risposto così: «L'associazione Lombardia-Russia non ha nulla a che vedere con la Lega. Gianluca Savoini non ha mai fatto parte di delegazioni ufficiali in missione a Mosca con il ministro. A nessun titolo. Né a quella del 16 luglio 2018, né a quella del 17 e 18 ottobre dello stesso anno. Quanto poi alla foto scattata alla cena di gala offerta dal premier Giuseppe Conte al presidente Putin il 4 luglio scorso, Savoini non figurava tra gli invitati del ministro dell' Interno né, a quanto ci risulta, tra quelli della presidenza del Consiglio. In ogni caso, nessuno parla a nome del ministro. Il ministro parla per sé». Buzzfeed ne parla qui e qui. E ancora alla domanda precisa durante la conferenza stampa del 12 luglio da parte dei giornalisti: "A che titolo partecipò Savoini all'incontro con il ministro dell'Interno russo", Salvini risponde: "Ma che ne so, chiedetelo a lui".

La versione di Salvini anche rispetto alla presenza di Savoini a Mosca il 17 ottobre, "Savoini? Non l'ho inviato io, non so cosa facesse a Mosca", è messa in crisi dalla foto del 17 ottobre scorso, pubblicata da L'Espresso tre giorni fa, che mostra il capo della segreteria del ministro, Andrea Paganella, parlare con Savoini al convegno di Confindustria Russia al Lotte Hotel, dove è intervenuto il vice premier. Il giorno prima, dunque, della trattativa del Metropol svelata da L'Espresso lo scorso febbraio (smentita a suo tempo da Savoini durante un'intervista al sito russo Sputnik) e confermata dall'audio di Buzzfeed.

Scrivono i due giornalisti, Stefano Vergine e Giovanni Tizian autori dell'inchiesta:

"Nella foto che pubblichiamo, scattata da noi quel giorno all'interno del Lotte Hotel, nella sala dove si è svolta la conferenza stampa, si vedono tre persone a colloquio. Oltre a Savoini, ci sono due uomini dello staff del ministro. Uno è Andrea Paganella, capo della segreteria del Viminale, uno dei più stretti collaboratori di Salvini. L'altro, girato di spalle, è Claudio D'Amico, anche lui leghista, socio d'affari di Savoini nell'impresa russa Orion, nominato il 29 agosto 2018, quindi due mesi prima della foto, “consigliere strategico per le attività di rilievo internazionale” di Salvini. Savoini, che il giorno dopo ritroveremo all'Hotel Metropol a trattare il finanziamento multimilionario per la Lega, il 17 ottobre stava dunque parlando con due strettissimi collaboratori di Salvini".

Ieri Marco Pasciuti, sul Fatto Quotidiano, ha ricostruito 9 viaggi ufficiali a Mosca del leader leghista dal 2014 al 2018. Ed era sempre presente Savoini. Salvini definisce lui  e Claudio D'Amico, in una intervista del 2014 al sito International Affairs, "I miei rappresentanti ufficiali".

Il nome di Claudio D'Amico ritorna proprio in queste ore. Salvini ha negato di sapere perché Savoini fosse presente alla cena con Putin organizzata dal presidente del Consiglio, Giuseppe Conte. Oggi la nota di Palazzo Chigi:
"È stato Claudio D'Amico, consigliere per le attività strategiche di rilievo internazionale del VicePresidente Salvini a far invitare Gianluca Savoini alla cena che si è tenuta a Roma, a Villa Madama, la sera dello scorso 4 luglio, in onore del Presidente Putin".

Dunque le risposte del ministro dell'Interno, al di là delle battutine che rivelano un certo imbarazzo nel gestire le rivelazioni di questi giorni, così come sono imbarazzanti i tentativi di allontanare la figura di Savoini e sminuire i suoi legami con Salvini e la Lega, non reggono. Il ministro dell'Interno davanti a questa storia opaca è obbligato a fare chiarezza, in modo serio e trasparente. "Se trovo un rublo fuori posto, mi arrabbio", non sono queste dichiarazioni e tono che si addicono a un ministro in un contesto così grave. Quella trattativa, fatta a suo nome e a nome del suo partito, anche se non è andata in porto (ad oggi nessuno sa come sia finita, anche se l'avvocato, Gianluca Meranda, che ha scritto a La Repubblica dicendo di aver preso parte all'incontro e che presto sarà sentito dai magistrati di Milano, dice che la trattativa non si è perfezionata) rivela un metodo, un modo di muoversi, di agire di uomini della Lega, stretti collaboratori del ministro dell'Interno.

Le tre domande, sollevate da Alberto Nardelli, a cui il ministro dell'Interno ha il dovere di rispondere senza svicolare, ma assumendosi anche la responsabilità di esserci circondato di personaggi alquanto discutibili, sono chiare ed esigono risposte altrettanto nette:

1) “Qual è il suo rapporto con Savoini? Perché un uomo che non ha alcun ruolo ufficiale nel governo va in viaggio ufficiale a Mosca con il ministro, siede agli incontri con i ministri russi e partecipa alla cena con il presidente Vladimir Putin. In quale ruolo fa tutto questo?”.

2) “Cosa sa Salvini dell’incontro al Metropol del 18 ottobre scorso? Era al corrente del negoziato e dell’accordo proposto per finanziare il suo partito e la campagna elettorale? Conosce gli altri italiani che erano all’incontro?”.

3) “Cosa ha fatto Salvini la sera del 17 ottobre a Mosca dopo essere intervenuto alla conferenza al Lotte Hotel? Perché i funzionari russi che avrebbe incontrato quella sera sono gli stessi citati il giorno successivo durante l’incontro al Metropol Hotel?”.

Il vicepremier leghista, infatti, non ha mai chiarito dove sia stato e cosa abbia fatto durante le 12 ore intercorse tra la sera del 17 ottobre, quando vide il vicepremier del Cremlino Dmitry Kozak, e l’incontro del giorno successivo tra Savoini e i russi.

Secondo la ricostruzione de L'Espresso, Salvini, in quelle ore, avrebbe incontrato il vice primo ministro con delega alle questione petrolifere nello studio dell’avvocato Vladimir Pligin. Incontro mai smentito dal ministro dell’Interno italiano.

Di fronte a tutto questo, la strategia "E allora il PCI?" non funzionerà.

Leggi anche >> Savoini, i soldi di Mosca, Salvini e "i pettegolezzi giornalistici"

Foto via Avvenire

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Uccisi, picchiati, censurati: fare giornalismo ambientale sta diventando sempre più pericoloso


[Tempo di lettura stimato: 10 minuti]

Il 13 novembre 2008, il giornalista russo Mikhail Beketov, caporedattore del giornale locale Khimkinskaya Pravda, viene fermato da due uomini sull'uscio di casa. Con una sbarra di ferro gli fracassano le mani e le gambe e gli fratturano il cranio. In seguito all'attacco Beketov rimane paralizzato, senza 4 dita, la gamba destra amputata, con danni al cervello che gli impediscono di parlare. Morirà nel 2013 per un attacco cardiaco.

L'8 novembre del 2010, Oleg Kashin, giornalista del Kommersant, viene aggredito da due uomini, armati di una mazza metallica. Gli rompono le gambe, le braccia e la mandibola, infieriscono sulla sua mano destra con la quale il giornalista scriveva. Dopo una settimana in coma, Kashin riesce a riprendersi dalle violenze subite e ora scrive per testate russe e straniere, tra cui il Guardian, e si batte per la libertà della stampa russa.

Pochi giorni prima dell'attacco a Kashin, era toccato ad Anatoly Adamchuk, reporter del giornale locale Zhukovskie Vesti, essere fermato e picchiato anche lui da due uomini. Adamchuk viene addirittura accusato di aver pagato mille rubli i suoi assalitori e di organizzato il proprio pestaggio.

Gli attacchi a Beketov, Kashin e Adamchuck sono legati tutti dallo stesso filo rosso. I tre giornalisti si stavano occupando degli impatti ambientali derivanti dalla costruzione di un'autostrada da Mosca a San Pietroburgo che avrebbe permesso di velocizzare il trasporto di merci da una capitale all'altra.

L'idea di costruire la nuova autostrada era stata discussa la prima volta dal ministero dei Trasporti nel 2004. Il percorso prevedeva di tagliare in due il Khimki Forest Park, una foresta di querce secolari, abitata da alci e tantissime specie diverse di uccelli, ritenuta dagli ecologisti un ecosistema unico vicino Mosca. Se realizzata, spiegavano gli esperti, l'autostrada avrebbe potuto danneggiare irrimediabilmente un sito speciale di interesse scientifico: la palude mesotrofica di mirtilli e l'alveo del fiume Klyazma. Dal 2004, però, spiega la giornalista ambientale Yevgenia Chirikova, il progetto viene portato avanti nella più grande segretezza, fino al 2006, quando l'allora sindaco di Khimki, Victor Strelchenko, svela il percorso definitivo, scelto tra 3 alternative possibile, senza aver coinvolto la cittadinanza: era quello più impattante da un punto di vista ambientale.

Beketov e Kashin iniziano a scrivere articoli che criticano la distruzione della foresta di Khimki, cercano di svelare gli interessi pubblici e privati dietro la realizzazione dell'autostrada e accusano di corruzione i funzionari locali. Adamchuck si occupa delle proteste degli ambientalisti e, contestualmente, inizia ad approfondire anche il caso della foresta di Djukovskiy, un altro bosco nei pressi di Mosca che si pensava di abbattere. Fino a quando la loro voce non viene messa a tacere – nel caso di Kashin e Adamchuk solo temporaneamente – dagli attacchi di ignoti assalitori.

giornalisti, ambiente, censura, cambiamento climatico
via CPJ

Si pensa che i giornalisti ambientali si occupino di notizie "leggere" sulla natura, che scrivano di delfini, orsi polari, uccelli, alberi o cerchino al massimo di destare l'attenzione dell'opinione pubblica sull'emergenza del cambiamento climatico. Un lavoro privo di rischi, insomma, e che non mette a repentaglio la propria vita.

Ma, come mostrano le storie di Beketov, Kashin e Adamchuck, così non è. Perché, spesso, chi si occupa di giornalismo ambientale fa inchieste sul campo, per raccontare storie che parlano di politiche energetiche, sviluppo industriale e rurale, rendite fondiarie, inquinamento e consumo di suolo, e hanno a che fare con intrecci di potere e di conflitti tra interessi privati e diritti delle comunità locali.

Per capire cosa fanno i giornalisti ambientali e cosa li mette in difficoltà, spiega il giornalista investigativo Marc Shapiro sul Guardian, c'è un termine proveniente dalle scienze naturali: la "cascata trofica". Ad esempio, "l'aumento delle temperature crea le condizioni per la nascita di nuovi insetti, che trasmettono nuove malattie alle colture, che a loro volta provocano un calo dei raccolti, che porta a prezzi alimentari più alti e tutto ciò può provocare tensioni e conflitti sociali". Sul campo, i giornalisti ambientali ripercorrono la cascata al contrario. Partono dalla contaminazione di un fiume da parte di una fabbrica o dalla distruzione di ecosistemi da parte di una miniera e poi vanno a ritroso chiedendosi: Come è successo? Chi sono i responsabili? "Per arrivare spesso a società occidentali quotate in borsa che non rispettano i diritti umani e che cercano di non avere tra i piedi chi può portare alla luce eventuali abusi".

I luoghi dove i giornalisti fanno ricerche e inchieste sul campo sono crocevia di interessi sovra-locali che hanno impatti territoriali. E così, l'avvicinarsi a questi interessi di potere porta loro a esporsi ad aggressioni, violenze, pressioni, minacce. «Un problema non nuovo – ha commentato il direttore esecutivo del Comitato per la Protezione dei Giornalisti (CPJ), Joel Simon – diventato più acuto con l'accelerazione dei cambiamenti climatici e di cui è importante parlare sempre di più».

Secondo il CPJ sono 13 i giornalisti ambientali uccisi negli ultimi 10 anni. Ma almeno altri 16 omicidi potrebbero essere associati a inchieste giornalistiche su tematiche ambientali che vanno dal business dell'agricoltura ai disboscamenti illegali, dagli illeciti nelle concessioni per le estrazioni minerarie ai casi di inquinamento di falde acquifere e fiumi.

Tra i casi raccolti da CPJ, le storie di Desidario Camangyan, anchorman di una stazione radio locale, ucciso dopo aver dedicato 4 puntate di seguito al disboscamento illegale nella provincia di Davao nelle Filippine, e di Ardiansyah Matra’is, giornalista dell'emittente locale Merauke TV, ucciso mentre stava seguendo i progetti per un grande sviluppo dell'agrobusiness a Merauke, in Indonesia.

In India, nel 2015, il giornalista indipendente Jagendra Singh è stato ucciso, assalito da una banda che, dopo essere riuscita a entrare nella sua abitazione, lo ha cosparso di benzina e gli ha dato fuoco. Poche settimane prima di morire il giornalista aveva pubblicato un post sui social in cui raccontava di essere stato minacciato: “Politici, criminali, poliziotti, tutti mi stanno dando la caccia. Scrivere la verità sta condizionando pesantemente la mia vita”.

Singh – che secondo la polizia si è suicidato – stava indagando sull’estrazione illegale di sabbia dal fiume Garra, utilizzata per estrarre minerali e prelevata per realizzare progetti di costruzione di bonifica. Un business multimiliardario vietato in sempre più Stati di tutto il mondo a causa dell’erosione delle coste, delle inondazioni e degli effetti sull’ambiente di tale attività. Dopo la morte di Singh, altri due giornalisti sono stati uccisi mentre indagavano sull'estrazione di sabbia in India: Karun Misra nel 2016 e Sandeep Sharma nel marzo 2018.

Poi ci sono i giornalisti rimasti uccisi mentre stavano documentando sul campo manifestazioni e scontri tra forze dell'ordine e nativi indigeni. Come la giornalista della radio Renacer Kokonuko, María Efigenia Vásquez Astudillo, colpita nel 2017 mentre stava documentando gli scontri tra la polizia antisommossa e i membri della comunità indigena Kokonuko contro la presenza di una compagnia privata su un territorio visto come ancestrale, nel dipartimento di Cauca nel sud-ovest della Colombia. L’indagine è ancora aperta e sta cercando di stabilire se il colpo di arma da fuoco che poi ha ucciso la giornalista sia partito dagli agenti o dai manifestanti. Secondo la Fundación para la Libertad de Prensa (FLIP), Vásquez stava partecipando alla protesta come membro della comunità, ma stava anche documentando l'evento, pratica comune nei territori indigeni. «Aveva la stessa missione di tutti noi: documentare [cosa stava succedendo]», ha detto a FLIP Emildre Avirama, una collega di Renacer Kokonuko, unico mezzo di informazione ufficiale nel comune di Puracé.

In Brasile, nel 2017, sono state uccise 57 persone tra giornalisti e attivisti. L’allora presidente Michel Temer – scrive Global Witness – ha indebolito le misure di protezione nei confronti di reporter e attivisti ambientali, rendendo più facile a società impegnate nell'agrobusiness - associate ad almeno 12 degli omicidi del 2017 - di imporre i loro progetti alle comunità senza che sia richiesto il loro consenso. In totale, si legge in un altro rapporto di Global Witness, sono stati uccisi 207 attivisti solo nel 2017, a testimonianza, commenta ancora Marc Shapiro sul Guardian, di quanto sia rischioso occuparsi di ambiente e di come il rispetto dei diritti umani e della libertà di informazione non possano essere separati.

"L'omicidio – scrive CPJ – è la forma massima di censura", che viene esercitata in tanti modi, attraverso pressioni e altre forme di condizionamento. Di recente, un rapporto del relatore delle Nazioni Unite sulla povertà estrema e i diritti umani, Philip Alston, ha duramente condannato il presidente degli Stati Uniti Donald Trump per aver "messo a tacere" la scienza del clima e ha criticato il presidente del Brasile, Jair Bolsonaro, per aver promesso di realizzare delle miniere nella foresta pluviale amazzonica.

In particolare, negli Stati Uniti, il Sabin Center for Climate Change Law e il Climate Science Legal Defense Fund hanno avviato subito dopo le elezioni del 2016 un progetto dal titolo “Silencing Science Tracker” per tenere traccia dei tentativi del governo di limitare o proibire la ricerca scientifica, la formazione, la discussione, la pubblicazione o l'uso di informazioni scientifiche.

Trump, USA, clima, ricerca, censura

Nel 2013 Rodney Sieh, giornalista indipendente della Liberia, ha rivelato il coinvolgimento di un ex ministro dell'Agricoltura in un caso di corruzione nell'utilizzo di fondi stanziati per combattere la malattia parassitaria e infettiva del verme della Guinea. Sieh è stato condannato a 5mila anni di carcere e multato per quasi 1,5 milioni di euro per diffamazione, ha scontato tre mesi nel carcere più famoso della Liberia, prima di essere scarcerato dopo una enorme protesta internazionale.

Sempre nel 2013, il reporter canadese Miles Howe è stato arrestato più volte mentre seguiva le proteste della Elsipotog First Class a New Brunswick contro il fracking. «Molte volte ero l'unico giornalista presente a documentare arresti violenti. Durante una manifestazione, un membro della Royal Canadian Mounted Police mi indicò come uno dei manifestanti», racconta Howe. La sua attrezzatura fu sequestrata e la polizia perquisì la sua abitazione oltre a proporgli di spiare i manifestanti in cambio di un lauto pagamento.

Nel caso del giornalismo ambientale – nota Eric Freedman, professore di Giornalismo al Knight Center for Environmental Journalism della Michigan State University – le linee di demarcazione tra giornalismo e attivismo sono più sfumate e questo porta molto spesso le società oggetto di inchieste giornalistiche ad accusare i reporter di solidarizzare o impegnarsi in prima persona con le istanze dei manifestanti.

Questa situazione, aggiunge Freedman, autore anche di una ricerca sulle condizioni professionali dei giornalisti ambientali, è ancora più frequente quando il tema dell’ambiente incrocia la questione dei diritti dei nativi e sono i giornalisti indigeni a far scoprire lo sfruttamento legale e illegale delle risorse naturali, delle foreste e della terra, come abbiamo visto nel caso di María Efigenia Vásquez Astudillo, in Colombia, o della battaglia dei nativi americani di Standing Rock contro la costruzione di un oleodotto sulle loro terre. In questi casi, si legge nella ricerca, sembra esserci meno consapevolezza da parte dei giornalisti ambientali dei rischi che corrono nella loro attività, percepita come meno pericolosa rispetto a chi si occupa di criminalità organizzata, droga, guerra e corruzione, rendendoli così ancora più vulnerabili alle violenze, alle pressioni, agli abusi di potere che spesso restano impuniti.

Infine, ci sono le conseguenze sulla salute psico-fisica. I pochi studi al riguardo evidenziano effetti persistenti, tra cui disturbi da stress post-traumatico, depressione e ricorso a sostanze stupefacenti. Se ci sono giornalisti in grado di riprendersi e trarre anche forza dalle sofferenze subite, altri vivono nella paura di ritorsioni o provano senso di colpa se sono sopravvissuti mentre altri colleghi sono morti sul campo.

«In generale, i giornalisti sono una tribù piuttosto resiliente», spiega Bruce Shapiro, direttore esecutivo del Dart Center for Journalism and Trauma della Columbia University. «I loro tassi di stress post-traumatico e depressione sono di circa il 13-15%, simile a quelli di chi si occupa di pronto soccorso. I giornalisti ambientali hanno spesso un senso della missione superiore alla media». Questo atteggiamento, però, spiega Freedman, a volte si traduce in riluttanza a cercare aiuto o nel sottovalutare gli effetti delle pressioni cui devono far fronte. Miles Howe, ad esempio, ha ammesso di aver sofferto di gravi problemi psicologici in seguito ai suoi ripetuti arresti, ma di essersi rivolto a uno psicologo solo due anni dopo aver lasciato il giornalismo e di essersi pentito di non averlo fatto.

Il Green Blood Project

"Forbidden Stories" – un gruppo di 15 media partner, tra cui il Guardian, El País e Le Monde, che lo scorso anno ha pubblicato un'indagine sull'omicidio di Daphne Caruana Galiziaha lanciato il progetto Green Blood che ha l’obiettivo di proseguire le indagini avviate da giornalisti ambientali che sono stati costretti ad abbandonare il loro lavoro per le pressioni, minacce e ritorsioni ricevute.

In 8 mesi, i partner di Green Blood hanno collaborato con i giornalisti locali per raccogliere documenti e testimonianze e condurre ricerche scientifiche per monitorare i danni ambientali di tre contesti: una miniera d'oro in Tanzania, una di nichel in Guatemala e l'estrazione di sabbia nel sud dell'India.

In Tanzania, Green Blood ha ripreso l’inchiesta che giornalisti stranieri e locali non hanno potuto portare avanti in seguito alle pressioni di polizia e autorità statali sull’impatto di una miniera d’oro, di proprietà di Acacia Mining, il cui azionista di maggioranza è il colosso canadese Barrick, nella regione del North Mara. Sono almeno una decina i reporter che sono stati arrestati, minacciati o censurati dalle autorità tanzaniane per aver tentato di indagare e documentare sulla miniera. Due giornali sono stati chiusi e parecchi giornalisti hanno perso il lavoro.

Anche solo avvicinarsi alla miniera, a più di mille chilometri da Dar er Salaam, la più grande città della Tanzania, era diventato rischioso, scrive Marion Guégan e Cécile Schilis-Gallego su Green Blood. Nel 2011, quattro giornalisti furono arrestati mentre erano in viaggio per denunciare la morte di diverse persone nei pressi della miniera d’oro.

Forbidden Stories ha tracciato la filiera dell’oro che parte dalla miniera di North Mara fino alla raffineria MMTC-PAMP in India per poi essere distribuito a diverse società tecnologiche come Apple, Canon e Nokia che pure, scrivono le due giornaliste, si promuovono come etiche e rispettose dell’ambiente. Gli abitanti dei villaggi intorno alla miniera hanno dovuto convivere per decenni con le conseguenze ambientali dell’estrazione dell’oro. Tra i sottoprodotti, alti livelli di metalli pesanti sono stati rinvenuti nelle acque del fiume Mara che dà il nome alla regione. Le autorità locali hanno multato la Acacia Mining per 5,6 miliardi di scellini tanzaniani (pari a poco più di 2 milioni di euro) per l’inquinamento di una diga di contenimento. La società ha dichiarato a Forbidden Stories di «aver iniziato la pianificazione e la progettazione di un nuovo magazzino di stoccaggio».

I reati ambientali non sono gli unici di cui la società mineraria è stata accusata. Organizzazioni non governative hanno documentato 22 presunti omicidi da parte della polizia o dei responsabili della sicurezza della miniera dal 2014, oltre a numerosi casi di violenze e stupri nei confronti di abitanti dei villaggi che tentavano di avvicinarsi alla miniera per estrarre da soli l’oro. Con la privatizzazione dell'industria mineraria tanzaniana, gli abitanti del villaggio di North Mara hanno perso infatti la loro fonte primaria di reddito: l'estrazione artigianale.

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Il fotografo Carlos Choc via Guardian

In Guatemala, il giornalista Carlos Choc, membro di una comunità Maya di Q'eqchi in El Estor, ha subito dal 2017 minacce e ritorsioni da parte degli agenti di polizia locali per aver documentato gli scontri tra forze dell’ordine e pescatori nei pressi di una miniera di nichel. Un gruppo di pescatori stava protestando contro le autorità locali e la Solway, proprietaria della miniera, accusata di aver contaminato il lago Izabal, la loro principale fonte di mezzi di sussistenza.

Choc, che aveva ripreso l’uccisione di un pescatore, colpito al petto da un poliziotto, è stato presto accusato di aver fomentato i pescatori contro i lavoratori della miniera: «La Solway mi ha accusato di aver portato armi da fuoco, un machete, un bastone e di essermi messo alla guida del gruppo. Le uniche mie armi erano una macchina fotografica, un registratore, il mio cellulare e il mio portatile».

Choc ha dovuto vivere clandestinamente per oltre un anno, lontano dai suoi figli, per evitare la detenzione preventiva (come accaduto a un suo collega, arrestato con le stesse accuse) in attesa di un’udienza.

In India, la giornalista Sandhya Ravishankar ha subito minacce dopo aver iniziato a scrivere articoli sull’estrazione illegale di sabbia (e su cui stava indagando Jagendra Singh nel 2015) da parte della V. V. Mineral nello Stato del Tamil Nadu, nel sud del paese.

La compagnia di estrazione mineraria estrae più sabbia di quella ufficialmente consentita in luoghi in cui l’attività estrattiva è proibita. In un rapporto pubblicato a maggio, il Programma ambientale delle Nazioni Unite ha sottolineato gli impatti ambientali e sociali dell'estrazione della sabbia - sia da fiumi che da spiagge - affermando che si tratta di una questione di importanza globale.

Da quando ha iniziato a coprire giornalisticamente la questione, Ravishankar ha cominciato a essere pedinata, video-sorvegliata, minacciata telefonicamente e via Internet. «Sandhya Ravishankar ha un'antipatia personale verso la nostra compagnia", ha affermato il portavoce della società d’estrazione mineraria in una dichiarazione ufficiale insinuando anche che la giornalista lavorasse per compagnie concorrenti. Ravishankar non torna nella sua regione dal 2015 perché teme per la sua incolumità.

Immagine in anteprima via greenubuntu.com

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Sea Watch: perché le critiche all’ordinanza del Gip non reggono e le responsabilità dell’Italia


[Tempo di lettura stimato: 16 minuti]

I fatti salienti

12 giugno del 2019

La nave Sea Watch 3, battente bandiera olandese, effettua il soccorso di 53 persone nella zona SAR (search and rescue) libica. Una segnalazione dell’aereo Colibri avvertiva di una potenziale situazione di pericolo. La Sea Watch, più vicina al punto di evento SAR, soccorreva i naufraghi, informando i centri di coordinamento dei soccorsi di: Italia, Olanda, Malta, e Libia. La Libia dichiarava di assumere il controllo dell’evento SAR, ma la motovedetta libica, una volta raggiunto il punto, si allontanava senza dare alcuna indicazione alla Sea Watch. Quest’ultima, quindi, procedeva a richiedere alle autorità di Italia, Malta, Olanda e Libia, l’indicazione del POS (place of safety). La Libia assegnava il POS al porto di Tripoli, la Sea Watch rispondeva che la Libia non è considerata “punto di soccorso sicuro”, quindi richiedeva un diverso POS, o il trasbordo su altra unità. L’Italia, invece, rispondeva di non essere l’autorità competente, senza però indicare alcun POS. La Sea Watch si dirigeva, quindi, verso nord.

13 giugno

Il Ministero dell’interno italiano inviava una comunicazione alla Sea Watch intimando di non entrare in acque italiane, perché l’ingresso sarebbe stato considerato “non inoffensivo”. La Sea Watch si avvicinava a Lampedusa pur rimanendo in acque internazionali con manovra “up and down”.

14 giugno

Veniva pubblicato in G.U. il decreto legge 53/2019 (decreto sicurezza bis) che modificava il T.U. in materia di immigrazione (D.Lgs 286/1998), inasprendo le sanzioni per alcune fattispecie delittuose legate all’immigrazione clandestina. In particolare l’art. 1 recita: “Il Ministro dell'interno, Autorità nazionale di pubblica sicurezza ai sensi dell'articolo 1 della legge 1° aprile 1981, n. 121, nell'esercizio delle funzioni di coordinamento di cui al comma 1-bis e nel rispetto degli obblighi internazionali dell'Italia, può limitare o vietare l'ingresso, il transito o la sosta di navi nel mare territoriale, salvo che si tratti di naviglio militare o di navi in servizio governativo non commerciale, per motivi di ordine e sicurezza pubblica ovvero quando si concretizzano le condizioni di cui all'articolo 19, comma 2, lettera g), limitatamente alle violazioni delle leggi di immigrazione vigenti, della Convenzione delle Nazioni Unite sul diritto del mare, con allegati e atto finale, fatta a Montego Bay il 10 dicembre 1982, ratificata dalla legge 2 dicembre 1994, n. 689. Il provvedimento e' adottato di concerto con il Ministro della difesa e con il Ministro delle infrastrutture e dei trasporti, secondo le rispettive competenze, informandone il Presidente del Consiglio dei ministri”.

15 giugno

In attuazione della nuova formulazione dell’art. 1 del decreto sicurezza bis, veniva emanato il Provvedimento interministeriale a firma del Ministro dell’Interno, di concerto col Ministro della Difesa e quello delle Infrastrutture e Trasporti, col quale veniva disposto il divieto di ingresso, transito e sosta della nave Sea Watch 3 nel mare territoriale nazionale.

Veniva predisposto un sopralluogo sulla Sea Watch, e nei giorni successivi alcuni naufraghi sbarcavano per motivi sanitari. La comandante della Sea Watch reiterava più volte la richiesta all’Italia di assegnazione di un POS, allegando rapporti dettagliati sulla situazione dei naufraghi a bordo. L’Italia perseguiva nel non indicare alcun POS.

26 giugno

La Sea Watch si dirigeva verso le acque territoriali, e due motovedette della G.d.F. le intimavano l’alt, ordinando di uscire dalle acque territoriali in base al provvedimento interministeriale di cui sopra. La Sea Watch non ottemperava e si fermava solo in vicinanza del porto di Lampedusa, chiedendo dove ormeggiare. La G.d.F. saliva a bordo per controlli ed acquisizioni documentali, invitando la nave ad attendere disposizioni.

28 giugno

Veniva aperto fascicolo di indagini a carico della comandante Carola Rackete da parte della procura di Agrigento.

29 giugno

La Sea Watch avviava i motori e si dirigeva verso Lampedusa. Giunta all’ormeggio, un’unità della G.d.F. si frapponeva fra la banchina e la motonave nel tentativo di impedire l'attracco, comunque la Sea Watch ormeggiava urtando la nave della GDF, che però riusciva a sfilarsi e ad allontanarsi. La comandante veniva arrestata dalla GDF e posta agli arresti domiciliari.

Leggi anche >> Sea Watch: i 16 giorni in mare, il porto vicino più sicuro, l’impatto con la Gdf, la decisione del Gip di liberare la comandante

L’ordinanza del Gip

La Procura della Repubblica di Agrigento chiede la convalida dell’arresto della comandante della Sea Watch, e l’applicazione del divieto di dimora in Agrigento. Con l’ordinanza emessa il 2 luglio 2019, il Giudice per le indagini preliminari di Agrigento, invece, non convalidando l’arresto ordina la scarcerazione della comandante. Ovviamente si tratta di un provvedimento interlocutorio, limitato all’applicazione della misura cautelare richiesta e non riguardante il merito dell'accusa.

I reati contestati sono:

  • Il delitto di cui all’art. 1100 del codice della navigazione, perché “compiva atti di violenza nei confronti della nave da guerra” della GDF. Il riferimento è al mancato rispetto dell’ordine di fermarsi e non entrare nel porto di Lampedusa, e di aver urtato la motovedetta della GDF.
  •  E il delitto di cui all’art. 337 c.p. perché “usava violenza per opporsi ai pubblici ufficiali presenti a bordo della vedetta” della GDF, mentre compivano atti di polizia marittima. Il riferimento è alle stesse condotte di cui all’art. precedente.

La motivazione richiama implicitamente un altro provvedimento del tribunale di Agrigento (sentenza del 7 ottobre 2009, caso Cap Anamur), riprendendone degli stralci. Si tratta di una vicenda con molte analogie con quella della Sea Watch, anche se i reati contestati erano differenti. Il comandante della nave Cap Anamur e l'equipaggio erano imputati di aver compiuto attività diretta a favorire l’ingresso clandestino nel territorio nazionale di migranti (che non avevano i requisiti per l’ingresso nel territorio italiano). La vicenda è del 2004, e nel 2010 gli imputati sono stati tutti assolti per “adempimento di un dovere”, cioè il fatto, pur commesso, non costituisce reato.

Allo stesso modo anche il Gip di Agrigento conclude nel senso che il comportamento della comandante della Sea Watch è scriminato dall’adempimento di un dovere imposto da una norma di diritto internazionale.

Il quadro normativo

Per comprendere la decisione del Gip occorre ricostruire il quadro normativo in materia di soccorso in mare. In particolare occorre evidenziare che lo Stato italiano si conforma alle norme del diritto internazionale generalmente riconosciute. Sono norme derivanti da varie fonti, come ad esempio fonti comunitarie (Unione europea), oppure trattati o convenzione internazionali. Tali norme sono richiamate a livello costituzionale dall’art. 10.

Art. 10. L’ordinamento giuridico italiano si conforma alle norme del diritto internazionale generalmente riconosciute.

L’art. 10 si riferisce appunto alle norme di diritto internazionale sancendone l'obbligatorietà all’interno dell’ordinamento italiano. È emanazione del fondamentale principio pacta sunt servanda (cioè i patti vanno rispettati), come da art. 26 della Convenzione sul diritto dei trattati di Vienna (1969): “Ogni trattato in vigore vincola le parti e deve essere da esse eseguito in buona fede”. Tali accordi assumono un carattere sovraordinato rispetto alle norme interne, come previsto dall’art. 117 Cost. (livello subcostituzionale). Il diritto internazionale, infatti, si basa sulla fiducia tra gli Stati e il mancato rispetto di accordi firmati e ratificati ha sempre delle conseguenze importanti per lo Stato in violazione.

Art. 117 Cost. La potestà legislativa è esercitata dallo Stato e dalle Regioni nel rispetto della Costituzione, nonché dei vincoli derivanti dall'ordinamento comunitario e dagli obblighi internazionali

La fonte primaria del diritto del mare è la Convenzione delle Nazioni Unite sul diritto del mare di Montego Bay (UNCLOS 1982), ratificata da 164 Stati, compreso l’Italia nel 1994. L’art. 98 è la norma principale in materia, pienamente sussunta nell’ordinamento italiano.

Articolo 98 Convenzione Montego Bay - Obbligo di prestare soccorso
1. Ogni Stato deve esigere che il comandante di una nave che batte la sua bandiera, nella misura in cui gli sia possibile adempiere senza mettere a repentaglio la nave, l'equipaggio o i passeggeri:
a) presti soccorso a chiunque sia trovato in mare in condizioni di pericolo;
b) proceda quanto più velocemente è possibile al soccorso delle persone in pericolo, se viene a conoscenza del loro bisogno di aiuto, nella misura in cui ci si può ragionevolmente aspettare da lui tale iniziativa;
c) presti soccorso, in caso di abbordo, all'altra nave, al suo equipaggio e ai suoi passeggeri e, quando è possibile, comunichi all'altra nave il nome della propria e il porto presso cui essa è immatricolata, e qual'è il porto più vicino presso cui farà scalo.
2. Ogni Stato costiero promuove la costituzione e il funzionamento permanente di un servizio adeguato ed efficace di ricerca e soccorso per tutelare la sicurezza marittima e aerea e, quando le circostanze lo richiedono, collabora a questo fine con gli Stati adiacenti tramite accordi regionali.

L’art. 98, quindi, impone ad ogni comandante di prestare soccorso alle persone in pericolo in mare nel modo più veloce possibile. Il secondo comma prevede che gli Stati creino un servizio permanente di ricerca e soccorso (SAR) in mare, e che collaborino con gli Stati adiacenti. Tale norma è espressione del principio fondamentale della “solidarietà in mare”, come sancito dalla medesima Convenzione, e rientra tra le norme che non possono essere derogate da accordi tra gli Stati. L’art. 311 dispone che sono salvi soltanto gli altri accordi internazionali compatibili con la Convenzione stessa.

A tale Convenzione si affiancano altre norme internazionali, come la Convenzione internazionale sulla ricerca e il salvataggio marittimo (Convenzione di Amburgo o SAR), entrata in vigore nel 1985, che asserisce che “Tutti i soggetti, pubblici o privati informati di avaria o difficoltà per imbarcazioni o persone in mare, devono intervenire quando ci siano vite in pericolo”. Tale convenzione si basa sul principio della cooperazione internazionale e stabilisce che il riparto delle zone SAR avvenga d’intesa con gli Stati interessati. Anche la Convenzione SAR impone uno specifico obbligo di soccorso e assistenza alle persona in mare, “indipendentemente dalla nazionalità dallo stato di tale persona o dalle circostanze in cui la persona si trova”, quindi senza alcuna distinzione, nemmeno di stato giuridico, imponendo altresì il dovere di sbarcare i naufraghi in un “luogo sicuro”.

Al punto 3.1.9 la Convenzione SAR dispone: “Le Parti (cioè gli Stati, nda) devono assicurare il coordinamento e la cooperazione necessari affinché i capitani delle navi che prestano assistenza imbarcando persone in pericolo in mare siano dispensati dai loro obblighi e si discostino il meno possibile dalla rotta prevista, senza che il fatto di dispensarli da tali obblighi comprometta ulteriormente la salvaguardia della vita umana in mare. La Parte responsabile della zona di ricerca e salvataggio in cui viene prestata assistenza si assume in primo luogo la responsabilità di vigilare affinché siano assicurati il coordinamento e la cooperazione suddetti, affinché i sopravvissuti cui è stato prestato soccorso vengano sbarcati dalla nave che li ha raccolti e condotti in luogo sicuro, tenuto conto della situazione particolare e delle direttive elaborate dall’Organizzazione (Marittima Internazionale). In questi casi, le Parti interessate devono adottare le disposizioni necessarie affinché lo sbarco in questione abbia luogo nel più breve tempo ragionevolmente possibile”.

È da notare che all’epoca l’Italia fu il primo paese del Mediterraneo a stipulare accordi con i paesi frontisti.

La Convenzione SAR trova corrispondenza negli articoli 68 e 70 del Codice della navigazione.

Art. 69. (Soccorso a navi in pericolo e a naufraghi). L'Autorità marittima, che abbia notizia di una nave in pericolo ovvero di un naufragio o di altro sinistro, deve immediatamente provvedere al soccorso, e, quando non abbia a disposizione ne' possa procurarsi i mezzi necessari, deve darne avviso alle altre autorità che possano utilmente intervenire.
Art. 70. (Impiego di navi per il soccorso). Ai fini dell'articolo precedente, l'autorità marittima o, in mancanza, quella comunale possono ordinare che le navi che si trovano nel porto o nelle vicinanze siano messe a loro disposizione con i relativi equipaggi.

Poi c’è la Convenzione di Londra (SOLAS) firmata nel 1974 e resa esecutiva in Italia nel 1980, che impone al comandante di una nave di prestare soccorso alle persone in pericolo in mare.

Il quadro normativo, che il Gip ricostruisce solo sinteticamente, evidenzia, quindi, un obbligo positivo in capo agli Stati di predisporre tutte le misure e di adottare tutte le prassi per garantire una salvaguardia effettiva della vita umana in mare. I comandanti delle navi, indipendentemente dalla bandiera della stessa, che entrino in contatto con persone che si trovino in pericolo o che ricevano chiamate di soccorso sono obbligati ad intervenire, e chi si rifiuta si rende colpevole di omissione di soccorso (art. 1158 Cod. Nav.).

La conclusione pacifica è che il comandante della Sea Watch aveva un doppio obbligo:

  1. L’obbligo di ricercare le persone in pericolo segnalate in mare, e di prestare loro soccorso, indipendentemente dal fatto che siano migranti o meno (dal loro status giuridico), nel momento in cui gli viene segnalata la situazione di pericolo o comunque ne viene a conoscenza.
  2. L’obbligo di condurre i naufragi in una località che sia davvero sicura.

Solo in tal modo il comandante viene sollevato dalle responsabilità giuridiche derivanti dalle norme internazionali e interne.

Questo è chiarito anche nella relativa pagina della Guardia Costiera: “L'obbligo di prestare soccorso dettato dalla convenzione internazionale di Amburgo, non si esaurisce nell'atto di sottrarre i naufraghi al pericolo di perdersi in mare, ma comporta anche l'obbligo accessorio e conseguente di sbarcarli in un luogo sicuro (c.d. "place of safety")”. Lo Stato deve coadiuvare al massimo il comandante della nave, non ostacolarlo.

Place of safety

L'Organizzazione marittima internazionale (IMO, dall'inglese International Maritime Organization) è l'istituto della Nazioni Unite che si occupa di sviluppare i principi e le tecniche della navigazione marittima internazionale al fine di promuovere la progettazione e lo sviluppo del trasporto marittimo internazionale rendendolo più sicuro ed ordinato. L’IMO, ad esempio, definisce i protocolli per le indagini sugli incidenti marittimi, gli standard per gli abbordi in mare, per le dotazioni e le impiantistiche di sopravvivenza e salvataggio (SOLAS). L’IMO emana linee guida e emendamenti alle Convenzioni internazionali che sono vincolanti.

Con le linee guida della IMO (e gli emendamenti alle Convenzioni) viene, infatti, definito il concetto di POS, place of safety (risoluzione 153/2004, 155/2004 e in particolare le risoluzione Maritime Safety Commitee 167 del 2004, Guidelines on the treatment of persons rescued at sea). Il POS è “la località in cui le operazioni di soccorso si considerano concluse e dove la sicurezza dei sopravvissuti o la loro vita non sia minacciata; dove le necessità umane primarie (cibo, alloggio, servizi medici) possano essere soddisfatte e possa essere organizzato il trasporto dei sopravvissuti nella destinazione vicina o finale” (6.12).

Le linee guida chiariscono anche (6.13) che la nave soccorritrice non può essere considerato un “luogo sicuro” solo perché in quello specifico momento i naufraghi non sono in immediato pericolo, precisando che la nave soccorritrice, quindi, è solo un “luogo sicuro temporaneo”. I governi devono, continua l’emendamento, fare in modo che i naufraghi rimangano il minor tempo possibile sulla nave soccorritrice.

Le linee guida stabiliscono inoltre che “lo Stato responsabile per la regione SAR in cui sono stati recuperati i sopravvissuti deve occuparsi di fornire un luogo sicuro o di assicurare che tale luogo venga fornito”. Le linee guida sono vincolanti per l’Italia.

In sintesi il “luogo di sbarco” deve essere un “luogo sicuro”, nel senso che deve garantire, oltre alla integrità fisica dei naufraghi anche la possibilità di fare valere i diritti fondamentali, a partire dalla richiesta di asilo. Non può essere qualificato “luogo sicuro” un porto di sbarco nel quale i naufraghi vengano arrestati e detenuti dalle autorità di polizia senza un controllo giurisdizionale e senza potere accedere all’esercizio effettivo dei propri diritti fondamentali. Le linee guida insistono particolarmente nel ruolo attivo dello Stato costiero nel sollevare la nave soccorritrice dal “peso” non indifferente di gestire a bordo le persone salvate.

Il concetto di Place of Safety è strettamente legato al principio di non respingimento affermato dall’art. 33 della Convenzione di Ginevra. L'interpretazione della Corte europea dei diritti dell’uomo stabilisce che gli Stati devono astenersi dal rinviare (anche indirettamente) una persona in uno Stato dove potrebbe correre il rischio reale di essere sottoposta a tortura o a pene o a trattamenti inumani o degradanti. Né gli Stati possono rinviare una persona in territori dove la loro vita è minacciata per motivi di razza, religione, nazionalità, appartenenza ad un gruppo sociale. Sempre secondo la CEDU le azioni eseguite da una nave possono chiamare in causa la responsabilità di uno Stato interessato quando questo Stato non garantisce lo sbarco in un porto sicuro, porto sicuro che non è quello dello Stato di bandiera né quello più vicino geograficamente. Il POS può essere individuato solo in uno Stato che garantisca effettivamente l’applicazione della Convenzione di Ginevra e delle altre Convenzioni internazionali a tutela dei diritti dell’uomo. La Libia, ad esempio, non ha mai aderito alla Convenzione di Ginevra.

In estrema sintesi la nave che materialmente effettua il soccorso è solo il tramite temporaneo del soccorso (luogo sicuro provvisorio, emendamenti IMO, 6.14), che è a carico della nazione competente. Il comandante della nave rimane, però, responsabile delle persone soccorse fino a quando dette persone non siano state portate in un luogo effettivamente sicuro. Insomma, lasciare sulla nave i naufraghi, oppure portarli in un luogo non sicuro non solleva in alcun modo il comandante della nave dalle sue responsabilità nei confronti dei naufraghi, né lo Stato.

In tal senso gli obblighi scaturenti dalle norme internazionali sono rivolte a due soggetti differenti. Da un lato il comandante della nave che effettua materialmente il soccorso, dall’altro lo Stato che ha una serie di specifici obblighi consistenti nel sollevare la nave soccorritrice dal “peso” di gestire i naufraghi a bordo. È evidente che la valutazione relativa a tale “peso” non deve necessariamente concretarsi in una emergenza medica grave, ma è una banale valutazione in termini di mantenimento, vitto, assistenza medica ecc…. (sentenza trib. Agrigento 2010).

È importante notare che i due ordini di obblighi scaturenti dalla normativa internazionale sono del tutto sciolti dalle questioni sulla ripartizione dei naufraghi qualora siano essi anche migranti, ripartizione che è determinata da altre convenzioni internazionali, ma che non interessano in alcun modo la fase SAR. Ad esempio le linee guida IMO stabiliscono che anche le operazioni di identificazione e definizione dello status delle persone soccorse non vanno effettuate se determinano degli ostacoli o ritardi alle operazioni di sbarco. Gli obblighi in materia di immigrazione non limitano in alcun modo gli obblighi del comandante della nave, imponendo, ad esempio, di portare i migranti in un certo Stato piuttosto che in un altro, né l’obbligo a carico della Stato competente per la SAR, il quale è tenuto a coadiuvare in tutto e per tutto il soccorso e il trasferimento al POS.

A conferma l’art. 10 ter del D. Lgs 286/98 (T.U. sull’immigrazione) che recita: “Lo straniero rintracciato in occasione dell'attraversamento irregolare della frontiera interna o esterna ovvero giunto nel territorio nazionale a seguito di operazioni di salvataggio in mare è condotto per le esigenze di soccorso e di prima assistenza presso appositi punti di crisi allestiti nell'ambito delle strutture di cui al decreto-legge 30 ottobre 1995, n. 451, convertito, con modificazioni, dalla legge 29 dicembre 1995, n. 563, e delle strutture di cui all'articolo 9 del decreto legislativo 18 agosto 2015, n. 142. Presso i medesimi punti di crisi sono altresì effettuate le operazioni di rilevamento fotodattiloscopico e segnaletico, anche ai fini di cui agli articoli 9 e 14 del regolamento UE n. 603/2013 del Parlamento europeo e del Consiglio del 26 giugno 2013 ed è assicurata l'informazione sulla procedura di protezione internazionale, sul programma di ricollocazione in altri Stati membri dell'Unione europea e sulla possibilità di ricorso al rimpatrio volontario assistito”.

Cioè lo Stato ha l’obbligo “di soccorrere e fornire prima assistenza, allo straniero che abbia fatto ingresso, anche non regolare, nel territorio dello Stato (ordinanza GIP).

Si può quindi sintetizzare la situazione in questo modo:

  • Il comandante della Sea Watch una volta ricevuta la segnalazione della presenza di naufraghi è obbligato a recuperare i naufraghi e caricarli a bordo.
  • Il comandante deve quindi chiedere un POS.
  • Una volta ricevuta l’indicazione del POS il comandante ha l’obbligo di valutare se il POS sia effettivamente un “luogo sicuro”, altrimenti rimane comunque responsabile del destino dei naufraghi.
  • La Libia è l’unico Stato (tra i 4 contattati) ad aver indicato un POS, cioè Tripoli;
  • In base ad una serie di valutazioni esterne (es. la Libia non ha ratificato la Convenzione di Ginevra sulla stato dei rifugiati, né ha preso parte alle principali Convenzioni internazionali in materia di diritti umani contro le torture, le raccomandazioni del Commissario per i diritti umani del Consiglio d’Europa, recenti pronunce giurisprudenziali come la sentenza del GUP di Trapani del 3 maggio 2019, ecc...) la Libia non è identificabile come POS (vedi anche altro articolo su ValigiaBlu).
  • L’Italia non ha mai indicato alcun POS, limitandosi a intimare alla Sea Watch di non entrare in acque territoriali, pur essendo lo Stato competente ai sensi della SAR (escluso la Libia ovviamente).
  • Il comandante della Sea Watch non ha avuto altra scelta che identificare da sé il POS e quindi portare i naufragi al POS così determinato.

Sintetizzando in maniera brutale:

  • Il comandante della Sea Watch ha ottemperato agli obblighi derivanti dai trattati internazionali, salvando i naufragi e portandoli al POS.
  • L’Italia non ha ottemperato agli obblighi derivanti dai trattati internazionali, rifiutandosi di indicare un POS, rifiutandosi di cooperare nel salvataggio dei naufraghi e nello sbarco, addirittura frapponendo ostacoli allo sbarco dei naufraghi.

Le critiche all’ordinanza

Il provvedimento del Gip di Agrigento nella sua motivazione è stringata ma fa riferimento o richiama altri provvedimenti e norme nazionali ed internazionali. La prima considerazione da fare, quindi, è che una lettura del provvedimento non è sufficiente per comprendere il percorso argomentativo del giudice.

La seconda considerazione è che parte della motivazione ricalca un precedente provvedimento (sentenza del 15 ottobre 2010, caso Cap Anamur), per cui non si tratta affatto di un provvedimento estemporaneo di un singolo giudice, bensì di un percorso argomentativo che parte da lontano, e che ritrova le sue basi nelle norme internazionali (citate). Il Gip di Agrigento si muove, quindi, nel solco di precedenti decisamente ben motivati.

Le critiche al provvedimento sono state molte. Ad esempio si è scritto che il Gip avrebbe rilevato un contrasto tra norme (norme internazionali recepite nell’ordinamento italiano) e il decreto sicurezza bis, e che in presenza di una situazione di questo tipo il giudice non può disapplicare la legge ma deve sollevare la questione al giudice delle leggi, la Corte Costituzionale. In realtà il Gip ha escluso un conflitto tra norme, sostenendo che il decreto sicurezza bis non si applica semplicemente al caso in questione (salvataggio di naufraghi) ma si applica ai soli casi di traffico di migranti (“limitatamente alle violazioni delle leggi di immigrazione vigenti”). La nave, infatti, non era impegnata nel “carico o lo scarico di materiali, valuta o persone in violazione delle leggi e dei regolamenti doganali, fiscali, sanitari o di immigrazione vigenti nello Stato costiero” (nel qual caso la sua attività sarebbe stata in violazione della Convenzione di Montego Bay) bensì in operazioni di search and rescue imposte dalle Convenzioni internazionali. Il comandante impegnato in una SAR è soggetto agli obblighi della normativa internazionale specifica, ed è obbligato a salvare i naufraghi e trasportarli in un POS che sia realmente sicuro. La normativa in materia di regolamentazione dei migranti casomai interviene in un secondo momento, dopo lo sbarco.

Ai migranti, infatti, deve essere garantito il diritto di essere sottoposti alle verifiche amministrative necessarie per stabilirne l’identità e la provenienza. Ma queste non sono incombenze a carico del comandante della nave soccorritrice, ma a carico dello Stato. Quindi la normativa impone prima di procedere allo sbarco (o al trasbordo su altra nave), cioè a mettere in sicurezza i naufraghi, sollevando la nave soccorritrice da responsabilità nei loro confronti, e poi si attivano le procedure relative alla ripartizione e gestione dei migranti. Lo Stato italiano, nel caso specifico, eccetto alcuni migranti sbarcati per motivi di salute, si è limitato a rifiutarsi di cooperare con la nave senza indicare alcun POS, mancando proprio ai suoi obblighi in materia di SAR.

Questi obblighi nascono dalle convenzioni internazionali ratificate dall’Italia, e costituiscono un dato normativo al quale deve conformarsi l’intero ordinamento italiano. Al giudice spetta in prima battuta l'interpretazione delle norme e quindi, prima di sollevare una questione di costituzionalità, come da giurisprudenza dominante della Consulta, deve rinvenire un'interpretazione delle norme che sia conforme alla Costituzione e ai trattati internazionali. Cosa che ha fatto il Gip di Agrigento.

Molte discussioni si sono avute sul POS e sulla sua individuazione. Questo è un falso problema perché, come detto, si tratta di obblighi a carico dello Stato. Vi sono convenzione che stabiliscono la ripartizione delle aree SAR e quindi l’individuazione del POS. Ma l’individuazione del POS non avviene tramite i criteri stabiliti dal Regolamento di Dublino e norme collegate, che si limita ad individuare lo Stato competente a esaminare le richieste di asilo o comunque la ripartizione dei migranti. Cioè, anche se lo Stato destinatario finale è diverso dall’Italia (rimanendo al caso specifico) questo non incide assolutamente sulla individuazione del POS come luogo di sicurezza effettivo dove sbarcare i naufraghi/migranti. Insomma, le questioni relative all’individuazione del POS sono secondarie rispetto all’obbligo primario derivante dalla normativa SAR. In tale prospettiva, poi, occorre non dimenticare che l’Italia non ha mai indicato alcun POS, con ciò contravvenendo proprio a tale normativa.

Come pure si è sostenuto che la comandante avesse scelto discrezionalmente il POS. Cosa non vera, perché la comandante ha contattato ben 4 Stati chiedendo un POS, laddove l’unico POS indicatogli (dalla Libia) era palesemente (sulla base di valutazioni già effettuate da altri, compreso il Tribunale di Agrigento) un porto non sicuro. Nessuno degli altri Stati ha indicato un POS, nemmeno l’Italia, pur essendone obbligata in base alle norme internazionali. E quindi alla fine la comandante ha dovuto fare la sua valutazione. L’errore che si fa in questo caso è nel ritenere che al comandante non deve interessare il luogo di sbarco, laddove invece il comandante è responsabile del destino dei naufragi e viene sollevato da responsabilità solo nel momento in cui li porta in un “porto sicuro”. Piuttosto, nel caso specifico, è mancata la cooperazione da parte dell’Italia, anch’essa imposta dalle norme internazionali. A tal proposito va evidenziato che gli emendamenti IMO del 2004 stabiliscono che anche i naufraghi possono concorrere ad indicare il luogo di sbarco sicuro e comunicarlo al comandante della nave sulla quale si trovano, il quale, sulla base degli elementi a sua conoscenza ha il potere finale di stabilire la rotta della nave.

Altri hanno sollevato dubbi sulla questione della “nave da guerra”, sostenendo che una motovedetta della Finanza sarebbe effettivamente una nave da guerra nonostante il Gip non la consideri tale. Infatti vi è una sentenza della Cassazione del 2006 che la qualifica come tale sulla base di una legge del 1956. Il Gip rimarca, però, che la Corte Costituzionale, cioè il giudice delle leggi, precisa che le navi della G.d.F. sono navi da guerra solo “quando operano fuori dalle acque territoriali ovvero in porti esteri ove non vi sia una autorità consolare” (sent. 35/2000). Come riportato nell’altro articolo di ValigiaBlu sulla vicenda, secondo l’ex comandante della Guardia Costiera, De Falco, la convenzione di Montego Bay all'articolo 29 «definisce cos’è la nave da guerra: dice che la nave da guerra è una nave militare, come quella della finanza, purché sia comandata da un Ufficiale di Marina. Non da un finanziere. Allora, io credo se ne possa discutere, ma in base alle regole internazionali la nave da guerra è un’altra cosa». In effetti se ne può discutere, ma questo elemento è probabilmente il meno rilevante all’interno della intera vicenda.

Conclusioni

In conclusione il Gip di Agrigento ha ritenuto che il comandante della Sea Watch avesse agito nell’esecuzione di un dovere fondamentale imposto da una norma di diritto internazionale, o quanto meno nella ragionevole persuasione di trovarsi in tali condizioni. In tal senso, quindi, stabiliva che le condotte fossero scriminate.

Non si tratta, come pure qualcuno ha adombrato, di uno sconfinamento del potere giudiziario nel campo della regolamentazione dei fenomeni migratori, anzi la particolarità dell’ordinanza sta proprio nel fatto che il tutto viene ricondotto nel suo giusto alveo, la valutazione di un singolo evento che, nello specifico è stato configurato come operazione di salvataggio in mare. Le considerazioni relative alla gestione dei migranti non sono entrate nel provvedimento in questione.

Di contro, non si può non osservare che il rinvio di migranti in porti non sicuri di fatto significa consentire agli Stati di liberarsi dagli obblighi derivanti dalle Convenzioni internazionali col pretesto delle operazioni di controllo delle frontiere, e cioè subordinare alla difesa dei confini la vita delle persone. Che è esattamente quello che sta succedendo oggi in Italia.

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Libra: (tanti) dubbi e (alcune) certezze sulla moneta virtuale annunciata da Facebook


[Tempo di lettura stimato: 9 minuti]

(L'autore è professore associato di Organizzazione Aziendale)

L’annuncio era atteso da tempo e il 18 giugno Facebook ha svelato il progetto di creare una propria moneta virtuale: Libra. L’iniziativa potrebbe avere un impatto radicale sia sulla quotidianità di molte persone – facilitando il trasferimento di denaro – sia su alcuni settori economici, in primis quello bancario.

Come la immagina Facebook

Vado al bar e pago con 2 Libre la colazione, poi prenoto la vacanza con gli amici in Giappone e pago 300 Libre per l’alloggio direttamente via cellulare. Mando agli amici sul gruppo WhatsApp il totale e le quote individuali di 100 Libre a testa. Mi rispondono direttamente via WhatsApp mandandomi le Libre dovute, che sono direttamente accreditate nel mio portafoglio virtuale.

1. Non ho dovuto comprare Yen né convertire gli Yen in Euro per permettere ai miei amici di pagarmi.
2. La transazione internazionale è stata quasi immediata (e la promessa è con commissioni molto più basse di quella delle carte di credito).
3. I miei amici mi hanno pagato subito (tranne quello che è permanentemente in ritardo, ma quella è una storia diversa).

Vediamo ora cosa si sa del progetto, se e perché dovrebbe interessarci e quali sono le (molte) domande che non hanno una risposta chiara. Il tutto complicato da qualche dubbio su privacy e modello organizzativo.

Le (poche) certezze

Chi: Facebook è il promotore e l’attore principale che sta portando avanti il progetto. Dal 2020 l’impegno è di far gestire Libra da un’associazione d’imprese che sarà costituita ad hoc e si chiamerà Libra Association, indipendente e non profit.

Che cosa: Libra, come moneta digitale, vuole essere un mezzo di pagamento semplice e rapido che permetta di trasferire denaro con la stessa facilità con cui inviamo una foto su WhatsApp o Messenger (non a caso entrambi di proprietà di Facebook).

Quando: Facebook ha pianificato di essere operativa sul mercato con Libra dal 2020. Per ora quindi ci sono solo un annuncio e un white paper, che è una descrizione pubblica del progetto.

Dove: Essendo una moneta digitale non ha confini. Si potrà mandare una Libra all’amico in Spagna come riceverne dal parente che vive in Cile senza bisogno di passare da un conto corrente bancario ma semplicemente tramite un portafogli virtuale (chiamato wallet).

Perché: Facebook punta a “reinventare una moneta globale e un’infrastruttura finanziaria semplice” e soprattutto a servire quella fascia di persone che non ha (o non vuole avere) diretto accesso ai servizi bancari tradizionali. I pagamenti sarebbero via smartphone e la promessa è che saranno veloci, sicuri e semplici.

Quanto: Secondo delle stime, ci sono circa 1,7 miliardi di persone (circa il 30% della popolazione mondiale) che non hanno accesso ad un sistema bancario tradizionale. Inoltre, anche per chi ha un conto corrente, i costi e i tempi per trasferire delle somme di denaro all’estero o per concludere una transazione sono spesso alti.

In che modo: Sapete già come ricaricare il vostro credito telefonico. Probabilmente con una modalità simile (ad oggi non ci sono certezze su questo punto) potrete ricaricare il vostro portafogli virtuale di Libra. Ad esempio ricaricate dal tabaccaio vicino casa 10 Libra e li pagate 8 Euro (o 9 Dollari, o 973 Yen a seconda di dove siate). Quelle Libre possono poi essere inviate ovunque nel mondo e a chiunque le accetti direttamente attraverso l’app selezionata.

Con quali mezzi: Facebook dichiara che partirà con una blockchain privata e permissioned (con permesso), ovvero seguendo il modello in cui un’autorità centrale seleziona preventivamente i nodi che possono verificare le transazioni. Forse anticipando le critiche di eccessiva centralizzazione, Facebook dichiara di tendere in futuro a una blockchain permissionless – dove chiunque può partecipare al processo di verifica dei blocchi senza dover avere un’autorizzazione ex-ante. Questa intenzione è nobile ma difficile da realizzare: il processo da un sistema completamente centralizzato a uno decentralizzato è complesso e in assenza di cambiamenti nelle motivazioni degli attori privati coinvolti sembra poco realistico.

Le (tante) domande aperte

Chi controlla Libra?

Oggi il controllo è al 100% di Facebook. Dal 2020 dovrebbe passare alla Libra Association, che potrebbe contare sui 28 membri fondatori tra cui Facebook, Visa, Mastercard, Paypal, Vodafone, Iliad, Stripe, eBay, Uber, Coinbase e su altri che si andranno aggiungendo nel tempo. I fondatori formalmente dovrebbero avere lo stesso peso sulle decisioni, ma c’è un’alea di incertezza sia sulle modalità operative di questo meccanismo sia sull’effettiva possibilità che attori piccoli possano concretamente condizionare decisioni e interessi di aziende molto più grandi e influenti.

Di sicuro tutte le decisioni su Libra, da quelle tecniche a quelle commerciali, saranno prese in maniera centralizzata da un unico attore, la Libra Association.

Dati e informazioni dettagliati sull’Associazione? 

Galullo e Mancuzzi sul Sole 24 Ore del 27 giugno hanno verificato che l’associazione non è stata ancora formalmente costituita a Ginevra e che il palazzo in cui dovrebbe avere sede ancora non ospita i loro uffici. Qualche giorno prima il New York Times confermava che i primi 28 fondatori ancora non hanno versato la loro quota (stimata in almeno 10 milioni a testa). In questo momento, l’Associazione è un progetto aperto i cui dettagli non sono pubblici (e forse nemmeno tutti ben definiti, a giudicare dalle dichiarazioni di alcuni dei manager delle diverse società coinvolte). Dato il ruolo centrale dell’Associazione, capire in dettaglio in che modo funzionerà e quali sono esattamente i meccanismi di governance è fondamentale per capire come Libra potrebbe evolvere.

Perché ci sono così tante aziende interessate a partecipare a Libra? 

Per alcune aziende l’interesse è chiaro. Pensate a Uber, se tutti i clienti potessero pagare in Libra invece delle carte di credito ne avrebbe un chiaro vantaggio (ipotizzando che le commissioni possano essere più basse). Altre aziende, come Vodafone o Coinbase hanno già una forte esperienza in progetti simili. Vodafone dieci anni fa ha lanciato il progetto "m-pesa", un servizio di trasferimento di denaro via cellulare ad oggi attivo in 10 Paesi (Kenya, Egitto, Albania, etc.). Coinbase è una piattaforma di exchange per le cryptovalute. Interessante anche chiedersi come gli interessi di queste aziende siano allineati con quelli di realtà come Visa e Mastercard (o anche Paypal) il cui core business attuale è proprio fondato sul sistema di pagamenti. Se Libra fosse una soluzione radicalmente innovativa, cosa potrebbe portare tutte queste aziende a collaborare in un’unica direzione? La chiave è di nuovo nei meccanismi di governance e nel modello di business che si dovrebbe chiarire in futuro.

Come guadagna l’Associazione?

La premessa è che il Business Model, ovvero il modello attraverso cui l’Associazione crea e raccoglie valore, non è chiarissimo. Ci dovrebbero essere delle commissioni sulle transazioni effettuate (ad esempio una percentuale della somma inviata o una quota fissa ogni tot invii), ma non sono specificate. Il primo dubbio è proprio su questi margini. Se fossero zero, l’Associazione rinuncerebbe a una fonte di ricavi, se fossero troppo alti i potenziali clienti perderebbero parte dei motivi per non rivolgersi ai canali di pagamento tradizionali (dalle banche alle carte di credito ai sistemi di pagamento elettronico come Paypal). Un’altra possibile fonte di ricavi potrebbe essere costituita dagli interessi sui depositi. Quando compro con i miei Euro delle Libre, passerà del tempo finché quelle monete digitali saranno convertite di nuovo da me o da qualcun altro in Euro. Durante quel tempo l’Associazione ha la disponibilità degli Euro e quindi potrebbe maturare un interesse che tratterrebbe per sé. È importante notare che queste due fonti di ricavi (commissioni e interessi) sono storicamente sempre state usate dalle banche tradizionali per generare profitti.

I miei dati sono sicuri? La mia privacy?

Negli ultimi anni Facebook è incappata in diversi comportamenti almeno poco trasparenti, il più famoso è lo scandalo di Cambridge Analytica, o situazioni in cui degli hacker hanno avuto accesso a dati di milioni di utenti (nome, telefono, mail, indirizzo, ultimi luoghi visitati etc) come successo nell’estate del 2018. Facebook ha cercato di rassicurare i possibili clienti di Libra creando un’altra azienda, chiamata Calibra e posseduta al 100% da Facebook. Sarà Calibra e non direttamente Facebook a entrare formalmente in Libra Association. Che questa distinzione formale sia sufficiente a rassicurare gli utenti e conquistarne la fiducia è una sfida aperta. Finché il modello organizzativo e quello di business di Libra Association non sarà chiaro in tutti i dettagli e validato sul mercato ci sarà sempre il dubbio che l’uso dei dati dei nostri pagamenti, magari insieme a quello dei social network e dei nostri spostamenti fisici, si riveli talmente utile per le aziende da diventare una fonte di profitto in sé. I più critici verso questo esperimento già hanno richiamato il concetto di “colonialismo digitale” di Tom McPhail per sensibilizzare al rischio dell’accentramento di troppe attività e troppi dati nelle mani di poche aziende.

Ma almeno i miei soldi sono sicuri?

Ci sono almeno tre tipi principali di rischio associabile alle monete digitali:
1) volatilità; 2) furto; 3) solidità del gestore.

La volatilità è la tendenza a variazioni forti e imprevedibili del prezzo. Bitcoin (qui per approfondire) ad esempio è una cryptovaluta altamente volatile, perché il suo prezzo può variare anche molto in pochissimo tempo (con aumenti o contrazioni di oltre il 30% del prezzo anche in intervalli molti brevi). Libra intende invece essere uno stablecoin ovvero uno strumento poco soggetto a volatilità perché ancorato a un paniere di asset stabili e a basso rischio, come titoli di debito a breve e altre valute internazionali. La promessa è che ogni Libra acquistata sarà garantita da un investimento ragionevolmente sicuro che sarà mantenuto all’interno della Libra Reserve gestita sempre dall’Associazione. Inoltre il whitepaper assicura che ogni Libra sarà creata solo come contropartita di un versamento di una "moneta fiat" (Euro, Dollaro, ecc) e dell’accantonamento di quella moneta nella Riserva. Solo nel momento in cui un utente versa degli Euro l’Associazione creerà l’equivalente in Libra; simmetricamente quando l’utente richiederà di convertire le sue Libra (e ritirare l’equivalente in Euro) quelle verranno “distrutte” nel sistema. Questo meccanismo, ben conosciuto storicamente in tutti i sistemi, dovrebbe riuscire a garantire contenute oscillazioni del prezzo della Libra, ma ancora mancano dettagli su come questo complesso sistema dovrebbe funzionare (anche in relazione ai dubbi precedenti sul modello di business).

Dal punto di vista della sicurezza tecnica poco si può per ora dire con certezza. La tecnologica blockchain ormai è ben collaudata, ma è nell’uso e nel modello di implementazione del sistema di pagamento che più spesso si trovano le vulnerabilità. Ovviamente la presenza di attori importanti già attivi nel sistema di pagamenti genera una certa fiducia dal punto di vista operativo, ma dovremo attendere maggiori dettagli per poter capirne di più.

L’ultimo punto riguarda la solidità del sistema in sé. In Italia ad esempio un conto corrente ha una serie di garanzie che dovrebbero assicurare il correntista per un massimo di centomila euro. In caso di fallimento della banca, i soldi che ho nel conto corrente fino a quel massimo dovrebbero essere garantiti da un apposito fondo. Libra, non essendo un soggetto bancario non deve (ad oggi) rispettare queste garanzie e quindi ogni utente si fida che le Libra che ha in portafoglio verranno veramente convertite in valuta tradizionale dietro sua richiesta. Nel caso non avvenisse, si aprirebbero scenari nuovi e altrettanto incerti.

E i criminali?

Qualsiasi sistema di pagamento ha una certa probabilità di essere usato per attività illecite o criminali. I contanti sono per esempio un mezzo da sempre molto gradito a chi opera in modi non trasparenti. Potenzialmente anche Libra potrebbe essere usato per attività criminali. Facebook ha precisato che tutti i possessori di wallet saranno identificati attraverso un documento e che l’Associazione sarà disponibile a fornire i dati necessari alle autorità giudiziarie in caso di formale richiesta. I rischi ci saranno, ma potenzialmente non saranno più alti di quelli già sopportati da altri sistemi di pagamento.

Alla fine Facebook ha ricreato Bitcoin?

Libra si basa su una blockchain privata e permissioned posseduta da un attore centrale che può prendere qualsiasi decisione sul proprio sistema (tanto da mettere in dubbio l’utilità di utilizzare una soluzione basata su blockchain). Cosa vuol dire in concreto? Che la Libra Association de facto assume il ruolo di banca centrale del proprio sistema di pagamenti. Dove Bitcoin è per sua natura decentralizzato e creato per evitare un soggetto intermediario, Libra Association è un broker, un gestore che centralizza le decisioni. La centralizzazione delle decisioni è sicuramente uno strumento efficiente, è invece più problematico assicurare che le decisioni siano prese in maniera trasparente o nell’interesse dei più. Libra Association potrebbe teoricamente decidere che alcuni tipi di transazioni non devono avvenire, o che alcuni utenti non possano più accedere al proprio sistema o imporre altri tipi di limitazioni. Essendo un attore privato e essendo il decisore finale di quel sistema di pagamento poco si potrebbe fare per contrastarne la discrezionalità.

Ma quindi è una banca?

No, e non solo perché in caso affermativo dovrebbe ottenere le necessarie autorizzazioni. Alcune caratteristiche sembrano avvicinare Libra Association all’operatività tipica di una banca, con la gestione dei portafogli, la raccolta di denaro e del relativo interesse, l’applicazione di commissione sui pagamenti. Altri fattori la rendono distante, a cominciare dalla mancanza di chiara regolamentazione, all’assenza di obblighi a garanzia e alle caratteristiche dell’impianto di business.

Reazioni delle istituzioni?

Il più forte e chiaro effetto dell’annuncio di Facebook è stata la presa di posizione delle varie istituzioni. Quando a muoversi è un colosso di questa portata, l’attenzione sale. Pochi giorni fa House Financial Services Committee della Camera degli Stati Uniti ha convocato in udienza i vertici di Facebook e Libra per chiedere chiarimenti. Il giorno prima, il 16 luglio, si terrà un’udienza simile presso il Senato. Richieste di chiarimento sono arrivate anche dalle principali banche centrali, a cominciare dalla Banca Centrale Europea (BCE). Il Garante europeo per la protezione dei dati ha espresso interesse ma anche auspicato un accurato controllo da parte delle diverse agenzie.

Futuro? 

Il primo effetto che avrà quest’annuncio sarà un aumento dell’interesse nel regolare il settore delle monete virtuali. Fino ad ora con Bitcoin le istituzioni avevano avuto una controparte non convenzionale. Non c’era un unico interlocutore, non c’era una nazione di riferimento. Inoltre quando il prezzo dei bitcoin è precipitato, stessa sorte ha avuto l’attenzione del grande pubblico. Facebook e Libra hanno invece un chiaro volto, sono (o saranno) soggetti chiaramente individuabili giuridicamente e quindi inizierà una più lunga partita per regolare un settore che ad oggi continua ad essere in una zona di opacità per quanto concerne la normativa di riferimento.

Una lunga battaglia si profila all’orizzonte.

Immagine in anteprima via Techcrunch.com

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Sea Watch: i 16 giorni in mare, il porto vicino più sicuro, l’impatto con la Gdf, la decisione del Gip di liberare la comandante


[Tempo di lettura stimato: 25 minuti]

di Angelo Romano, Claudia Torrisi, Andrea Zitelli

Ieri sera la gip di Agrigento ha deciso di liberare la comandante della nave Sea Watch 3, Carola Rackete, dopo alcuni giorni trascorsi agli arresti domiciliari.

In questo articolo abbiamo ricostruito la vicenda della Sea Watch 3, dal salvataggio dei naufraghi fino all'arresto della comandante della nave, affrontando tutte le questioni al centro delle discussioni in questi 16 giorni: le convenzioni internazionali sul soccorso in mare, come si individua e si stabilisce che cos’è un luogo sicuro dove far sbarcare i naufraghi, quali sono le responsabilità dello Stato di bandiera della nave, il contesto giuridico, istituzionale e politico in cui Carola Rackete ha dovuto prendere una decisione per individuare un luogo verso cui dirigersi, i reati contestati alla capitana di Sea Watch 3 fino al presunto speronamento della motovedetta della Guardia di Finanza durante le fasi di attracco al porto di Lampedusa.

Sea Watch 3: dal salvataggio dei naufraghi alle scarcerazione della comandante della nave

Il 12 giugno la nave dell’ONG tedesca, Sea Watch 3, battente bandiera olandese, comunica di aver soccorso 52 persone su un gommone a circa 47 miglia di Zawiya, città a Nord-ovest della Libia.

Dopo il salvataggio, l'ONG pubblica una comunicazione ricevuta dalla 'Libyan Navy Coast Guard' in cui viene indicato Tripoli come luogo sicuro più vicino "dove prendersi cura dei bisogni urgenti dei soccorsi a bordo". Sea Watch risponde però che non sbarcherà i naufraghi nella città indicata perché la Libia "non è porto sicuro". Il ministro dell’Interno italiano, Matteo Salvini avverte però che se l’ONG non avesse riportato i migranti in Libia, ne avrebbe risposto pienamente.

Sea Watch comunica che, "avendo ricevuto come unica indicazione il porto di un Paese in guerra", si sta dirigendo verso Nord, "il porto sicuro più vicino alla posizione del soccorso: Lampedusa".

Nel frattempo, sulla vicenda, interviene la Commissione europea tramite la portavoce Natasha Bertaud che conferma che la Libia non è un luogo sicuro: "Tutte le imbarcazioni che navigano con bandiera Ue sono obbligate a rispettare il diritto internazionale quando si tratta di ricerca e soccorso, cosa che comprende la necessità di portare le persone salvate in un porto sicuro. La Commissione ha sempre detto che queste condizioni attualmente non ci sono in Libia”. Che il paese libico non fosse definito un "luogo sicuro" era già stato chiarito in precedenza dalla Comunità internazionale. I libici infatti non hanno mai firmato la Convenzione di Ginevra del 1951 dei diritti dei rifugiati e, secondo un rapporto di dicembre delle Nazioni Unite, basato su diversi sopralluoghi, in diversi campi di detenzione in Libia migranti e rifugiati vengono sottoposti a "orrori inimmaginabili" e “violazioni e abusi” da parte di funzionari statali, gruppi armati, contrabbandieri e trafficanti di uomini. Da oltre tre mesi, inoltre, è in atto un conflitto interno per la conquista del controllo del paese. Proprio ieri notte un attacco aereo sul centro di detenzione di Tajoura, alla periferia di Tripoli, ha ucciso almeno 40 migranti, 80 sono rimasti feriti, secondo fonti ufficiali del governo di Tripoli.

Leggi anche >> Il caos libico, il dramma umanitario, il pericolo ISIS, gli allarmismi sui “clandestini” pronti a partire

Lo stesso ministro degli Esteri italiano, Enzo Moavero Milanesi, dichiarerà il 28 giugno: «La definizione di porto sicuro viene dalle convenzioni internazionali, queste condizioni per la Libia non ci sono. Non siamo noi a dirlo. So che da questo nascono varie precisazioni di carattere mediatico su convergenze di posizioni o meno, ma è un dato di fatto del diritto internazionale».

Una volta arrivata nelle vicinanze di Lampedusa, la nave della ONG resta al limite delle acque territoriali per rispettare un divieto di ingresso contenuto nelle nuove disposizioni del "Decreto sicurezza bis" voluto da Salvini – entrato in vigore il 15 giugno e ora in Parlamento per la sua conversione in legge –, che tra le altre cose consente al Ministero dell’Interno di vietare l'ingresso nell'acque territoriali italiane ad alcune navi «per motivi di ordine e sicurezza», pena il pagamento di multe di migliaia di euro e anche la possibilità del sequestro dell'imbarcazione in caso di reiterazione della condotta.

Intanto, dalla Sea Watch 3 comunicano che, dopo tre giorni in mare senza aver ricevuto l'indicazione di un luogo sicuro, è stato annunciato loro dal Centro Nazionale di Coordinamento del Soccorso Marittimo di Roma un controllo medico dei naufraghi sulla nave. Al termine della visita, dieci persone vengono fatte sbarcare per ragioni mediche (sempre per urgenze mediche nei giorni successivi verranno fatte sbarcare sull'isola una persona il 22 giugno e altre due nella notte tra il 24 e il 25 giugno). Tra i naufraghi che restano sulla nave, anche tre minori non accompagnati.

Nel frattempo da diverse parti arrivano proposte per accogliere i naufraghi sulla nave in mare a 15 miglia da Lampedusa. Cinquanta Comuni tedeschi offrono la loro disponibilità, ma da parte del governo federale tedesco si comunica che si aspetta una soluzione condivisa a livello europeo. Anche in Italia la Diocesi di Torino si rende "disponibile ad accogliere senza oneri per lo Stato i migranti della Sea Watch". Il ministro dell’Interno italiano respinge però la disponibilità avanzata dall'arcivescovo di Torino.

Dopo più di 10 giorni in mare senza l'indicazione di un porto sicuro, alcuni naufraghi presentano un ricorso alla CEDU (la Corte europea dei diritti dell’uomo) per denunciare una “grave violazione dei diritti umani” da parte del governo italiano e richiedere "misure provvisorie" per chiedere all'Italia di consentire lo sbarco. Rivolgono anche un appello in cui dichiarano: «Siamo stanchi, siamo esausti. Fateci scendere». La portavoce della ONG, Giorgia Linardi, denuncia che «le persone rimaste a bordo ci chiedono fino a che punto bisogna sentirsi male per potere essere sbarcate. Alcuni naufraghi cominciano a minacciare di buttarsi in mare». Il ministro dell'Interno resta sulla sua posizione: «Attendo con pieno rispetto la sentenza di Strasburgo ma qualunque essa sia il mio atteggiamento non cambia di una virgola. La Sea Watch in Italia non arriva, può restare in mare fino a Natale e Capodanno».

Il 25 giugno, la Corte di Strasburgo rende nota la propria decisione: respinge il ricorso perché per i richiedenti non ci sarebbe nell'immediato il rischio di danni irreparabili, ma dice comunque “al governo italiano che conta sulle autorità del Paese affinché continuino a fornire tutta l’assistenza necessaria alle persone che si trovano a bordo della nave in situazione di vulnerabilità a causa dell’età o dello stato di salute ”.

Come si legge in un'analisi da parte del sito specializzato Diritto penale contemporaneo, la decisione della CEDU non deve però essere interpretata "né come un’anticipazione della posizione della Corte rispetto ad un eventuale ricorso proposto dalle stesse persone per violazione dei propri diritti fondamentali" né come un avallo sovranazionale alla politica del governo italiano nei confronti delle organizzazioni non governative. "La portata della pronuncia – invece – deve essere contestualizzata nel quadro di un consolidato orientamento restrittivo in materia di misure provvisorie, le quali vengono concesse soltanto a fronte di un imminente rischio di danno irreparabile («an imminent risk of irreparable harm»)". Diritto penale contemporaneo spiega inoltre che più della metà delle richieste che sono state accolte proviene da persone in procinto di essere espulse o estradate verso Paesi dove rischiano di subire torture o morire, una situazione almeno in parte diversa da quella sulla Sea Watch 3, "dove non è in corso un respingimento verso la Libia, i naufraghi essendo pur sempre nelle mani dei loro soccorritori".

Il giorno prima della decisione della Corte, la comandante della nave, Carola Rackete, in un'intervista rilasciata a Repubblica, aveva dichiarato di star aspettando cosa avrebbe stabilito la Corte europea dei diritti dell'uomo, ma che poi non avrebbe avuto altra scelta che far sbarcare i naufraghi a Lampedusa «per portarli in salvo»: «So cosa rischio. (...) Io sono responsabile delle 42 persone che ho recuperato in mare e che non ce la fanno più. Quanti altri soprusi devono sopportare? La loro vita viene prima di qualsiasi gioco politico o incriminazione. Non bisognava arrivare a questo punto».

Dopo 14 giorni in mare, il 26 giugno, così, l'ONG comunica di aver preso le decisione di entrare nelle acque territoriali italiane "non per provocazione ma per necessità", nonostante il divieto imposto dal governo Lega-M5s. Una volta arrivata a circa 3 miglia dalla costa di Lampedusa, la Sea Watch 3 viene affiancata da una motovedetta della guardia costiera. La comandante Rackete dichiara in un video che le autorità italiane sono salite sull'imbarcazione, controllando documenti e passaporti in attesa di istruzioni ulteriori da parte dei loro superiori: «Spero vivamente che possano presto far scendere dalla nave le persone soccorse». Intanto Salvini definisce l'azione della ONG "una provocazione" e "un atto ostile", chiama in causa l'Olanda, avverte che i migranti "non sbarcheranno", di voler schierare "la forza pubblica" e invoca il sequestro della nave e l'arresto della comandante e dell'equipaggio.

Da parte invece del Commissario ai diritti umani del Consiglio d'Europa, Dunja Mijatovic, arriva la richiesta di "dare il permesso alla Sea Watch di far sbarcare le persone senza conseguenze per il capitano, l'equipaggio e l'armatore". Mijatovic assicura inoltre che continuerà a "sollecitare gli altri Stati a prendersi la loro parte di responsabilità" nelle operazioni di ricerca e salvataggio e nell'accoglienza di rifugiati e richiedenti asilo. Il commissario ricorda poi che "assistere le persone in pericolo in mezzo al mare e farle sbarcare rapidamente in un posto sicuro è un diritto umano e un obbligo umanitario e non può divenire un ostaggio di considerazioni politiche". Il Commissario europeo per le migrazioni, Dimitris Avramopoulos, dichiara che si sta lavorando per ricollocare in alcuni Stati membri, che si sono resi disponibili, i naufraghi sulla nave ma avverte che questa soluzione "è possibile solo una volta sbarcati. Per questo spero che l'Italia, in questo caso, contribuisca a una veloce soluzione per quanti sono a bordo".

Il giorno dopo, la Sea Watch 3 si avvicina ulteriormente al porto di Lampedusa, a una distanza di circa 500 metri da terra. Accanto però restano una motovedetta della Guardia di finanza e una della Guardia costiera. Arriva poi una prima risposta dei Paesi Bassi in cui si dichiara di comprendere le preoccupazioni per le azioni della nave, ma che loro non sono obbligati a prendere i naufraghi. La comandante Rackete, parlando con i giornalisti a bordo, dice che le autorità «ci hanno promesso una soluzione rapida» e avverte che «la situazione a bordo è peggiorata, abbiamo gente che ha detto che si vuole buttare a mare, dobbiamo entrare in porto per prevenire i problemi». Intanto, una delegazione di parlamentari (Partito democratico, +Europa, Sinistra Italiana) sale a bordo della Sea Watch 3.

Riccardo Magi, deputato di +Europa, dichiara che i parlamentari non scenderanno fino a quando non sarà trovata una soluzione. Il ministro dell'Interno, ospite di "Diritto e Rovescio" su Rete 4, ribatte però che, al contrario di quanto richiesto dalla Commissione europea per trovare una soluzione condivisa tra diversi Stati, l'autorizzazione dello sbarco su suolo italiano è legato a determinate condizioni:

Intanto, però, secondo quanto riportato da Magi, la situazione durante il sedicesimo giorno in nave, diventa sempre più problematica:

Nel frattempo sembra proseguire positivamente la possibilità di un accordo a livello europeo sulla possibile ricollocazione dei naufraghi sulla nave.

La portavoce della Commissione europea, Natascha Bertaud, torna a ribadire però che il ricollocamento sarà possibile solo in caso di sbarco dei naufraghi.

Sempre il 28 giugno, viene pubblicata la notizia che la comandante Rackete è indagata dalla Procura di Agrigento per favoreggiamento dell'immigrazione clandestina e violazione dell'articolo 1099 del Codice della navigazione contestato al comandante che non obbedisca all'ordine di una nave da guerra nazionale per essere entrata nelle acque territoriali dell'Italia nonostante l'ordine di fermarsi da parte delle autorità. Dalla procura, scrivono i media, sottolineano che si tratta di un atto dovuto dopo l'informativa della Guardia di Finanza trasmessa agli uffici giudiziari di Agrigento.

L'avvocato della ONG, Leonardo Marino, parla dell'esistenza di una "scriminante" perché per "stato di necessità" la sua assistita sarebbe stata costretta ad entrare nelle acque territoriali italiane. L'avvocato si riferisce all'articolo 54 del Codice penale italiano che stabilisce che "non è punibile chi ha commesso il fatto per esservi stato costretto dalla necessità di salvare sé od altri dal pericolo attuale di un danno grave alla persona, pericolo da lui non volontariamente causato, né altrimenti evitabile, sempre che il fatto sia proporzionato al pericolo". Sempre il 28 giugno la portavoce Linardi dichiara che la situazione a bordo continua a essere insostenibile: «C'è un via vai continuo di navi e ispezioni. Situazioni che creano scompiglio, aspettative. Una situazione difficile per l'equipaggio da tenere sotto controllo perché non sappiamo quando la situazione si risolverà».

Nella notte del 29 giugno, dopo più di due settimane in mare senza indicazione di un luogo sicuro dove sbarcare, la Sea Watch decide di entrare nel porto di Lampedusa.

Ad accogliere la nave sulla terra ferma, diverse persone presenti applaudono l'arrivo, mentre altre riempiono di insulti l'equipaggio. L'ex senatrice della Lega, Angela Maraventano, urla: «Non fate scendere nessuno perché questa sera ci scappa il morto» e a chi le chiedeva se si trattava di una minaccia, Maraventano risponde annuendo: «Una minaccia, qual è il problema?». I 40 naufraghi presenti a bordo sbarcano poi all'alba dopo 17 giorni in mare.

Durante la manovra di avvicinamento al porto della Sea Watch 3, una motovedetta della Guardia di Finanza tenta di bloccare l'imbarcazione (del peso di 600 tonnellate) della ONG frapponendosi fra la Sea Watch e il molo. Quando i finanzieri vedono che l'operazione di blocco non stava riuscendo perché la Sea Watch non si stava fermando, spostano velocemente la propria imbarcazione.

In base a quanto riportato dall'agenzia Ansa, uno dei finanzieri presenti a bordo della motovedetta afferma: «Avevamo tentato di fermarla più volte prima ancora che entrasse in porto, quando ha messo la prua in direzione Lampedusa, e poi quando è arrivata in prossimità del molo, mettendoci di traverso. Ma il comandante non ha risposto all'alt, non ha voluto sentire ragioni e ha continuato a manovrare, venendo verso di noi». «La Sea Watch – proseguono gli uomini delle fiamme gialle – si è avvicinata manovrando con le eliche di prua, spinta dal vento. Da bordo ci hanno detto 'spostatevi' e nient'altro, il comandante non ha fatto nulla per evitarci». I finanziari spiegano che il loro compito «era quello di non far attraccare la nave che era priva di autorizzazione. Ed è quello che abbiamo fatto finché abbiamo potuto. Poi ci siamo dovuti sfilare, se fossimo rimasti lì, se fossimo rimasti incastrati, la nave avrebbe distrutto la motovedetta».

Sulla manovra effettuata, la portavoce della Sea Watch, Linardi, dichiara che la comandante si è scusata con la Guardia di Finanza «per quell'incidente», ma spiega che Rackete ha dichiarato che non aveva altra scelta se non quella di entrare in porto: «Ciò detto, Carola ha effettuato le proprie manovre molto lentamente e in qualche modo è anche un fatto che l'unità della Guardia di Finanza ha deciso di infilarsi nello spazio già ridotto della nave e la banchina nel momento in cui la nave stava attraccando». Riccardo Magi (+Europa), presente sulla scena, dichiara di essere stato sorpreso dalla motovedetta dei finanzieri che «a manovra iniziata si è andata a infilare» tra la nave dell'ONG e la banchina. Il politico afferma inoltre di essere pronto a testimoniare quanto ha visto «in ogni sede».

Una volta terminata la manovra di attracco, Carola Rackete viene poi fermata in flagranza di reato "per resistenza o violenza contro una nave da guerra" (art. 1100 del Codice della navigazione) e per resistenza a pubblico ufficiale (era già indagata a piede libero, come visto prima, per favoreggiamento dell'immigrazione clandestina), condotta agli arresti domiciliari e la nave sequestrata.

Riguardo alla contestazione dell'articolo 1100 del Codice della navigazione, alcuni hanno avanzato diverse critiche. Secondo l'ex comandante della Guardia Costiera e ora senatore del Gruppo Misto, Gregorio De Falco, la convenzione di Montego Bay all'articolo 29 «definisce cos’è la nave da guerra: dice che la nave da guerra è una nave militare, come quella della finanza, purché sia comandata da un Ufficiale di Marina. Non da un finanziere. Allora, io credo se ne possa discutere, ma in base alle regole internazionali la nave da guerra è un’altra cosa». In una sentenza della Cassazione del 2006, però, la motovedetta della Guardia di Finanza viene qualificata come 'nave da guerra' "soprattutto perché è lo stesso legislatore che indirettamente iscrive il naviglio della Guardia di Finanza in questa categoria, quando nell'art. 6 della legge 13.12.1956 n. 1409 (norme per la vigilanza marittima ai fini della repressione del contrabbando dei tabacchi) punisce gli atti di resistenza o di violenza contro tale naviglio con le stesse pene stabilite dall'art. 1100 cod. nav. per la resistenza e violenza contro una nave da guerra".

Intanto, il ministro dell'Interno esulta per la conclusione della vicenda, con l'arresto della comandante e il sequestro della Sea Watch 3 e annuncia che sarebbe già pronto, in caso non fosse confermata la galera a Rackete, "un decreto di espulsione" per la Germania. Nel frattempo, diversi esponenti di paesi membri, tra cui il ministro degli esteri della Germania e del Lussemburgo chiedono che la comandante venga liberata. Vengono anche lanciate diverse raccolte di fondi (una anche in Germania) per sostenere l'ONG tedesca che superano in pochi giorni il milione di euro.

Nel pomeriggio del 1 luglio si svolge poi l'interrogatorio della comandante davanti al Gip (Giudice per le indagini preliminari). La procura di Agrigento chiede la convalida dell'arresto in flagranza di reato dalla Guardia di Finanza dopo l'approdo forzato a Lampedusa ma, come misura cautelare, ritiene sia sufficiente il divieto di dimora rispetto agli arresti domiciliari. Lo stesso giorno, durante una conferenza stampa, il procuratore di Agrigento Luigi Patronaggio parla di manovra azzardata da parte della comandante della Sea Watch: «In particolare è stato valutato negativamente come volontario la manovra effettuata con i motori laterali che ha prodotto lo schiacciamento della motovedetta verso la banchina». Inoltre, la procura non ritiene che c'era uno "stato di necessità" perché la Sea Watch «aveva ricevuto nei giorni precedenti assistenza medica ed era in continuo contatto con le autorità marittime e militari per ogni tipo di assistenza». Nei prossimi giorni (il 9 luglio), Rackete dovrà essere sentita dai magistrati del pool anti-immigrazione della Procura di Agrigento riguardo poi alla contestazione di favoreggiamento dell'immigrazione clandestina nei suoi confronti.

Si apre inoltre un altro caso: inizia a circolare in Rete, rilanciata anche da diversi media come l'agenzia Adnkronos, una foto segnaletica della comandante. Un'immagine che per legge non potrebbe essere diffuso pubblicamente. Per questo la questura di Agrigento avvia un'indagine interna per capire chi ha diffuso per primo la foto.

Alcuni osservatori hanno infine ricordato la vicenda della nave 'Cap Anamur' che 15 anni fa, dopo giorni di stallo in acque internazionali, "forzò il blocco navale imposto dal governo Berlusconi per impedire lo sbarco a Porto Empedocle dei naufraghi salvati". Nel 2009, dopo cinque anni, il tribunale di Agrigento ha assolto tutti gli imputati, arrestati subito dopo lo sbarco, dall'accusa di favoreggiamento dell'immigrazione clandestina perché "il fatto non costituisce reato". Come sottolinea però Pagella Politica le dinamiche tra i due casi sono differenti, come il reato per cui i due comandanti delle navi sono stati arrestati.

Il 2 luglio arriva poi la decisione del Gip di Agrigento: l'arresto non viene convalidato e nei confronti della comandante della Sea Watch 3 non viene disposta nessuna misura cautelare. Rackete torna dunque libera. Il Gip, nella sua ordinanza, esclude il reato di resistenza e violenza a nave da guerra perché, come scritto  in una sentenza della Corte Costituzionale* del 2000 (n. 35), "le unità navali della Guardia di Finanza sono considerate navi da guerra 'solo quando operano fuori dalle acque territoriali (...)'", mentre nel caso della Sea Watch la motovedetta dei finanziari "operava in acque territoriali". Inoltre, il giudice ritiene che il reato di resistenza a pubblico ufficiale sia stato giustificato da una 'scriminante' legata all'avere agito 'all'adempimento di un dovere' (si tratta cioè di una scriminante, regolata dall'articolo 51 del codice penale, in base alla quale è esclusa la punibilità in caso di adempimento di un dovere imposto da una norma giuridica o da un ordine dell'autorità), in base agli obblighi stabiliti dal diritto internazionale (e dalle leggi italiane) per quanto riguarda il salvataggio in mare di persone in pericolo, che non si esaurisce nella presa a bordo di naufraghi, ma nella loro conduzione finale in un luogo sicuro. La scelta di dirigere la nave verso Lampedusa, poi, non è stata strumentale ma obbligata in quanto i porti della Libia e della Tunisia non sono ritenuti sicuri. Infine, secondo il giudice, il 'decreto legge Sicurezza bis' “non è applicabile alle azioni di salvataggio in quanto riferibile solo alle condotte degli scafisti“. Il procuratore Patronaggio dichiara che dopo aver letto le motivazioni, «valuterà un'eventuale impugnazione».

Il ministro dell'Interno ha criticato duramente la decisione del Gip, affermando che "la sentenza non fa onore all'Italia". Sentito dall'Adnkronos, inoltre, il prefetto di Agrigento Dario Caputo dichiara di aver firmato un decreto di espulsione nei confronti di Rackete: «Vedremo cosa accade adesso perché è previsto un ulteriore interrogatorio ma nulla impedisce la firma del decreto di espulsione». Il Fatto quotidiano spiega però che "la convalida di un eventuale provvedimento di allontanamento dovrebbe essere disposta dal giudice monocratico. Ma, sussistendo a carico della comandante un procedimento penale pendente per favoreggiamento dell’immigrazione clandestina, comunque la giovane tedesca non potrebbe essere mandata via dall’Italia senza il nulla-osta della Procura di Agrigento che la indaga e che la interrogherà il 9 luglio".

Nelle stesse settimane in cui la nave della ONG non aveva ricevuto l'indicazione di un luogo sicuro dove sbarcare i naufraghi,  a Lampedusa sono arrivati oltre 200 migranti con barchini in maniera autonoma o salvate dalla di Guardia di Finanza e Guardia Costiera. Secondo i dati ufficiali dell'UNHCR, poi, dall'1 gennaio 2019 in Italia sono arrivate oltre 2mila persone, circa 1050 a Malta, 12.522 in Spagna e 18mila in Grecia.

via UNHCR

In Italia, nello stesso periodo, in base ai dati del Ministero dell'Interno, erano arrivate nel 2018 oltre 16mila persone, mentre nel 2017 85mila. In totale gli sbarchi in Italia sono calati dell’80% tra il 2018 e il 2017. Un diminuzione iniziata a partire da luglio di due anni fa  – anche grazie in particolare all'accordo raggiunto con le milizie libiche dall’allora ministro dell’Interno Marco Minniti durante il governo Gentiloni e il sostegno alla cosiddetta “Guardia costiera libica” – e poi proseguita durante il governo Conte.

Il luogo sicuro dove sbarcare: Olanda, Libia, Malta, Tunisia o Lampedusa?

Perché la Sea-Watch 3 ha fatto rotta proprio verso l’Italia e non verso altri paesi?  Oltre alla Libia sono state tirate in ballo come altre possibili destinazioni la Tunisia, Malta, la Spagna o la Grecia. Salvini, addirittura, ha detto alla trasmissione su Radio1 "Radio Anch’io" che in quel lasso di tempo la nave “sarebbe andata e tornata dall’Olanda due volte”.

Ma la dichiarazione del ministro dell'Interno è una distorsione di quanto previsto dal diritto internazionale. Diverse convenzioni internazionali infatti disciplinano il soccorso in mare e stabiliscono che i naufraghi, una volta soccorsi, debbano essere portati nel primo “luogo sicuro” (Place of safety o POS) con la minore deviazione di rotta possibile della nave soccorritrice. 

Ideato dall’Organizzazione Marittima Internazionale (IMO), il Place of safety è un luogo dove non vi sia serio rischio che la singola persona possa essere soggetta alla pena di morte, a tortura, persecuzione, trattamenti inumani o degradanti, o anche dove la sua vita o la sua libertà siano minacciate per motivi di razza, religione, nazionalità, orientamento sessuale, appartenenza ad un determinato gruppo sociale o orientamento politico.

Secondo l’UNHCR, il POS è “un luogo che fornisca le garanzie fondamentali ai naufraghi”. Le persone tratte in salvo devono essere portate dove:

  1. La sicurezza e la vita dei naufraghi non è più in pericolo. Per questa ragione, non sono considerati “sicuri”, paesi dove vige la pena di morte o dove anche un solo migrante salvato in mare possa essere perseguitato per ragioni politiche, etniche o di religione. 
  2. Le necessità primarie (cibo, alloggio e cure mediche) sono soddisfatte.  
  3. Può essere organizzato il trasporto dei naufraghi verso una destinazione finale.

Un “luogo sicuro”, aggiunge l’agenzia delle Nazioni Unite, “deve essere individuato dal MRCC (Maritime Rescue Coordination Centre) che ha la responsabilità del coordinamento delle operazioni stesse. In altre parole, se è la centrale operativa di Roma a ricevere la richiesta d’aiuto deve anche scegliere il luogo dove portare i naufraghi”.

Nel caso specifico della Sea Watch 3, come ha ricordato Fabio Sabatini, professore associato di Politica economica all’Università La Sapienza, altre destinazioni ipotizzate, come Grecia o Spagna, sono state scartate “perché sono più lontane". Anche l’Olanda è “un porto sicuro ovviamente troppo lontano. Per raggiungerla, la Sea Watch avrebbe dovuto passare per l’Oceano Atlantico, che è molto più pericoloso del Mediterraneo. Ciò avrebbe messo a rischio la vita dei naufraghi (...)”. La nave, insomma, non poteva andare “due volte in Olanda”, in Spagna o in Grecia. Inoltre, poi, avrebbe potuto farlo solo se uno di questi paesi avesse dato disponibilità per rompere lo stallo, come nel caso dell’Aquarius nell’estate del 2018, che si diresse verso la Spagna dopo che il premier Pedro Sanchez aveva indicato Valencia come porto di attracco. In quell’occasione, comunque, la nave era stata scortata da alcune motovedette italiane per garantire la sicurezza di migranti – in parte trasferiti su navi italiane – ed equipaggio in una traversata lunga e dunque potenzialmente pericolosa. 

Pur essendo poi i Paesi Bassi lo Stato di bandiera della Sea Watch 3, il paese non aveva nessun obbligo internazionale di accogliere i migranti, come molti hanno invece detto. E non lo aveva né sulla questione dell’individuazione del porto di sbarco – sulla quale hanno rilevanza le convenzioni internazionali e il diritto del mare – né sull’esame delle domande d’asilo e l’accoglienza delle persone soccorse. 

Il professor Fulvio Vassallo, Paleologodel Dipartimento di Scienze giuridiche dell’Università di Palermo, ha spiegato che nelle operazioni SAR, “il criterio dello Stato di bandiera è arbitrario e non garantisce una sollecita conclusione delle operazioni di soccorso in un porto sicuro”. Non a caso, ha aggiunto, questo criterio “non è mai stato applicato in anni di soccorsi nel Mediterraneo perché è sussidiario. Non garantisce lo svolgimento rapido delle procedure di soccorso imposto dalle convenzioni internazionali”.

La Sea Watch 3 è sicuramente territorio olandese, in base alla Convenzione di Montego Bay del 1982 che stabilisce che lo Stato di bandiera eserciti una giurisdizione esclusiva sulla nave che ha la sua bandiera. Questo però non significa automaticamente che in base al Regolamento di Dublino spetti ai Paesi Bassi farsi carico delle domande di asilo dei migranti saliti a bordo. Come ha spiegato il contrammiraglio Nicola Carlone (Capo del terzo reparto del Comando generale del Corpo delle Capitanerie di Porto-Guardia Costiera italiana) in audizione in Commissione Schengen nel 2017, infatti, «Dublino si applica nel momento in cui si arriva a terra, non è applicabile a bordo delle navi. Il caso Hirsi lo dimostra. Unità governative che non hanno personale specializzato a bordo per poter fare lo screening non possono essere considerate la frontiera d'ingresso per l'applicazione della Convenzione di Dublino».  Il “caso Hirsi” a cui si riferisce Carlone è una vicenda giudiziaria che ha visto la condanna nel 2012 dell’Italia da parte della Corte europea dei diritti dell’uomo per la politica dei “respingimenti in mare” dei migranti voluta dall’ultimo governo Berlusconi. La sentenza dice che le procedure per l’esame delle richieste di protezione internazionale dei migranti sono talmente complesse che non è pensabile vengano fatte a bordo di una nave, e devono quindi essere fatte a terra, in un Place of safety.

Per quanto poi riguarda la Libia, come abbiamo visto sopra, si tratta di una paese non ritenuto sicuro e quindi non adatto per lo sbarco di naufraghi.  Francesca De Vittor, ricercatrice in Diritto internazionale dell’Università Cattolica del Sacro Cuore e socia di ASGI, ha precisato a Radio1 così che la ONG «ha ritenuto che il paese a cui chiedere il porto sicuro fosse l’Italia e l’ha fatto sulla base di una normativa internazionale che in effetti faceva pensare che l’Italia fosse il posto più adeguato». De Vittor si riferisce al fatto che «nella Convenzione SAR sulla ricerca e soccorso in mare si dice che gli Stati rilevanti quando un soccorso avviene – che non sono lo Stato competente per quella zona SAR ma tutti gli Stati coinvolti – cooperano nella definizione di un porto di sbarco sicuro che possa liberare il prima possibile il capitano della nave dalla responsabilità di quel soccorso e concluderlo». Non potendo tornare in Libia, ha aggiunto, la capitana si è rivolta “al porto sicuro più prevedibile sulla base delle convenzioni che si rivolgono a tutti gli Stati costieri coinvolti – come è l’Italia – chiedendo di cooperare”. 

In un’intervista a Repubblica, infatti, la capitana della nave Carola Rackete ha spiegato che Sea Watch 3 non si è diretta a Malta perché le è stata negata l’autorizzazione (e inoltre, come abbiamo visto, era più distante rispetto a Lampedusa) e non ha preso in considerazione la Tunisia perché “non ha una normativa che tuteli i rifugiati”. 

Tuttavia è molto dibattuto se la Tunisia possa essere classificata o meno come un Place of safety. Secondo l’Alto Commissariato delle Nazioni Unite per i rifugiati (Unhcr) il paese nordafricano può essere considerato un luogo sicuro nonostante non abbia ancora adottato una legge che regolamenti le richieste di asilo. 

Come ha spiegato a Valigia Blu la direttrice comunicazioni dell'UNHCR con incarico di portavoce per il Sud Europa, Carlotta Sami, «con il Global Compact on Refugees (GCR), prevediamo che alcuni paesi del Nord Africa adottino la legislazione sui rifugiati quest'anno. Nel frattempo, l'UNHCR continuerà a fornire supporto e competenze come concordato con i paesi ospitanti». Detto questo, «la Tunisia, come tutti i paesi nordafricani (ad eccezione della Libia), è parte della Convenzione di Ginevra del 1951 e ha ratificato la Convenzione OUA del 1969 [ndr, è la Convenzione dell’Organizzazione dell’Unità Africana che regola gli aspetti specifici dei problemi dei rifugiati in Africa, adottata ad Addis Abeba nel 1969, entrata in vigore nel 1974 e ratificata da 45 paesi nel 2015]» e «dunque è porto sicuro ma necessita di supporto nella fase di gestione delle domande di asilo» e, per questo motivo «non è nella condizione di ricevere flussi di richiedenti molto ingenti».  Inoltre, la Tunisia ha ratificato la convenzione di Amburgo del 1979 ma non ha provveduto “a dichiarare formalmente qual è la sua specifica area di responsabilità SAR”, come precisato a Valigia Blu dall’Organizzazione Marittima Internazionale (IMO), agenzia specializzata delle Nazioni Unite, istituita con lo scopo di promuovere la cooperazione marittima tra i paesi membri e garantire la sicurezza della navigazione e la protezione dell’ambiente marino.

Proprio perché la Tunisia non si è dotata ancora di una regolamentazione sul diritto di asilo, diversi attivisti, organizzazioni non governative e alcuni giuristi mettono in dubbio che il paese nordafricano possa essere ritenuto un luogo sicuro per migranti e rifugiati. Il mese scorso, ad esempio, Medici senza frontiere (MSF) ha scritto sul suo profilo Twitter che "la Tunisia non ha un sistema di asilo funzionante e quindi non può essere definito un luogo sicuro" e che i place of safety “più vicini per i salvataggi nel Mediterraneo centrale sono l'Italia o Malta".

Una valutazione simile è stata fatta più recentemente da Pasquale De Sena, Professore Ordinario di Diritto Internazionale alla Cattolica di Milano, che su Avvenire ha spiegato che «la Tunisia, a sua volta, non può dirsi "porto sicuro", sia perché non è in regola con la protezione internazionale dei migranti, sia perché di recente una nave con 75 migranti a bordo è stata tenuta ferma per giorni».

De Sena fa riferimento alla vicenda del rimorchiatore egiziano Maridive 601 che il 31 maggio scorso ha salvato a qualche miglia dalla Libia 75 naufraghi, tra cui 30 minori, in maggioranza del Bangladesh, ed è stato tenuto fermo dalle autorità tunisine quasi tre settimane prima di permettergli di attraccare al porto di Zarzis. Il rimorchiatore – stando a quanto sostenuto da Alarm Phone (servizio telefonico che fornisce ai migranti un numero da chiamare in caso di difficoltà) – si è diretto verso la Tunisia dopo essere stato ignorato dalle autorità italiane e maltesi nonostante si trovasse in difficoltà in acque internazionali. 

Secondo quanto ricostruito dal Guardian, le autorità tunisine hanno inizialmente negato l’attracco perché i centri per i migranti di Medenine erano sovraffollati e avrebbero accordato lo sbarco solo dopo che i 75 naufraghi a bordo avessero rinunciato a qualsiasi richiesta di protezione internazionale e accettato di farsi rimpatriare nel paese di origine. 

Una volta sbarcate il 18 giugno, le 75 persone sono state trasferite in un centro di detenzione tunisino. Una settimana dopo, come confermato dall’Organizzazione Internazionale per le Migrazioni (OIM), l’organizzazione intergovernativa dell’ONU che segue in Tunisia i programmi di rimpatrio volontario, i primi 32 naufraghi hanno fatto ritorno in Bangladesh “desiderosi di ritornare a casa”. Versione messa in dubbio dal Forum Tunisien pour les Droits Economiques et Sociaux (FTDES) – che ha denunciato di non essere riuscito a conoscere il luogo dove si trovavano i naufraghi nonostante le ripetute richieste – e da parenti e attivisti per i diritti umani secondo i quali, riporta il Guardian, i migranti provenienti dal Bangladesh sono stati costretti ad accettare il loro rimpatrio pur di non essere rispediti in Libia e sotto la minaccia di vedersi sottratti, una volta sbarcati, cibo, acqua e cure mediche. Il capo missione dell'OIM in Tunisia, Lorena Lando, ha respinto le accuse: «Nessuno dei migranti è stato deportato. [Loro] desideravano tornare. Lo IOM non deporta né costringe nessuno a tornare». 

La vicenda della nave Maridive dovrebbe «far riflettere sul fatto che la Tunisia sia considerata un luogo sicuro, poiché le nostre fonti hanno suggerito che i migranti potrebbero essere immediatamente rimpatriati o espulsi dal paese», ha commentato sempre al Guardian, Giorgia Linardi, di Sea Watch in Italia. 

Nella gran parte dei casi, la Tunisia è una deviazione del percorso migratorio verso l’Europa, spiega a Politico Matteo De Bellis, un ricercatore di Amnesty International. Chi vi arriva, sta scappando disperato dalla Libia e non desidera rimanere in un paese con un tasso di disoccupazione del 15% e un sistema sanitario ed educativo deficitario.

Una volta arrivati in Tunisia, prosegue l’articolo di Politico, i migranti hanno 60 giorni per decidere se vogliono chiedere asilo in Tunisia od optare per il programma di rimpatrio volontario gestito dallo IOM. Se una domanda di asilo viene respinta restano due strade: “Rimanere in Tunisia illegalmente o pagare i contrabbandieri per tornare in Libia e cercare nuovamente di andare in Europa".

In assenza di un sistema di asilo funzionante, i richiedenti asilo che vedono riconosciuta la loro domanda si trovano a vivere in una dimensione sospesa, scrive Sara Creta su Al Jazeera: il paese non ha né la capacità né i mezzi per ospitare i rifugiati. A marzo il governo tunisino ha dichiarato di voler chiudere il centro per migranti a causa del sovraffollamento. Il centro ospitava all’epoca 200 persone, quasi il triplo rispetto alla capienza ufficiale. La maggior parte dei migranti sono stati trasferiti in un edificio affittato dalla Mezzaluna Rossa a Zarzis, altri sono stati spostati in appartamenti privati a Medenine sostenuti economicamente da UNHCR e IOM. 

Inoltre, continua Al Jazeera, non ci sono programmi che favoriscano una maggiore autosufficienza dei rifugiati e più opportunità di sostentamento: ufficialmente, i rifugiati non sono autorizzati a lavorare e, pertanto, non esiste un sistema formale di protezione per coloro che trovano lavoro. Sotto questo aspetto, l’UNHCR sta spingendo per trovare delle soluzioni. 

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via UNHCR

Secondo i dati diffusi dall’Unhcr, nel 2018 c’erano in Tunisia 1066 rifugiati e 256 richiedenti asilo, con un incremento del 73% rispetto all’anno precedente e destinato ulteriormente a salire entro la fine del 2019, come mostrato già dall’ultimo rapporto disponibile, risalente al 31 maggio, secondo il quale sono 1917 le persone seguite dalle azioni dell’Alto Commissariato per i Rifugiati delle Nazioni Unite.

Carola Rackete, dunque, si è trovata a prendere una decisione in questo contesto istituzionale, giuridico e politico, muovendosi – ha commentato il ricercatore di ISPI, Matteo Villa, in dibattuti thread su Twitter – in una zona grigia del diritto internazionale che non descriverebbe a sufficienza l'individuazione del place of safety.

Il luogo sicuro – ha spiegato Villa a Valigia Blu – è quasi sempre definito in negativo per cui «ti viene detto che non devi sbarcare in un luogo che non è sicuro». C’è consenso sul fatto che la Libia non è un luogo sicuro, come attestato da UNHCR e IOM e sostenuto di recente anche dal ministro degli Esteri Moavero, ce n’è meno su altri, come nel caso della Tunisia. 

A questo poi si aggiungono gli obblighi previsti dal diritto internazionale marittimo, anch’essi a dire del ricercatore così poco stringenti da lasciare spazio alla discrezionalità di Stati e comandanti. «Di solito – prosegue l’analista di Ispi – si dice che il criterio da seguire è quello del luogo geograficamente vicino, ma non è scritto in nessuna convenzione: si desume questa cosa perché le convenzioni internazionali parlano di minima deviazione di rotta». Una situazione che crea una zona grigia in cui muoversi.

«Facciamo l’esempio di un mercantile che sta andando da una zona SAR (Search And Rescue) maltese verso Alessandria d’Egitto», spiega ancora Villa: «Mettiamo che questa nave trovi un gommone sul suo tragitto e inizi un’operazione di salvataggio. Ora non è per niente chiaro che il mercantile debba virare verso Malta, ma potrebbe dire: “Io li porto ad Alessandria perché ero diretto lì e mi costa molto portarli a Malta”. Se tutti sono d’accordo che l’Egitto è un luogo sufficientemente sicuro per le persone imbarcate, questa operazione si può fare». 

Nel caso di una nave che sta in mare per svolgere un’attività di ricerca e salvataggio, invece, non ci si può appellare al criterio di “minima deviazione della rotta” perché «la rotta sarà decisa solo dopo l’operazione di salvataggio».

Nel caso specifico, Sea Watch 3 ha fatto il salvataggio in zona SAR libica, informando tra le varie autorità anche l’RCC libico che ha indicato per la prima volta Tripoli come luogo sicuro. L’ONG ha risposto di non poter far sbarcare i naufraghi in un luogo non sicuro, come la Libia, chiedendo che fosse indicato un altro place of safety senza però ricevere alcuna risposta. A quel punto, commenta ancora l’analista di Ispi, «la nave si trova in acqua internazionali. In assenza di altre indicazioni da parte del coordinamento della zona SAR di competenza, il comandante può decidere dove dirigersi». Per questo motivo, non c’è una certezza giuridica in base alla quale stabilire un place of safety, ma la nave che ha effettuato il salvataggio può dichiarare di non andare in determinati luoghi perché ritenuti non sicuri. Allo stesso tempo, gli Stati non possono porre limitazioni a delle imbarcazioni che si muovono verso i luoghi ritenuti sicuri all’interno del proprio territorio. 

A tutto questo si aggiunge il “paradosso libico”. Per le convenzioni internazionali, il responsabile del coordinamento dei salvataggi è lo Stato che coordina la zona di ricerca e soccorso in cui è avvenuto il salvataggio. Da quando a giugno 2018 la Libia ha annunciato di aver ricostruito il coordinamento sulla sua zona SAR, riconosciuta dall’IMO, ha i requisiti tecnici per poter coordinare le operazioni di salvataggio e sicurezza, nonostante sia ritenuta luogo non sicuro per i migranti che potrebbero sbarcare. Tutto questo crea la situazione paradossale che quello libico «è l’unico RCC al mondo che tecnicamente quando coordina un salvataggio non può indicare se stesso come luogo sicuro», afferma Villa. Una contraddizione enorme «non risolvibile perché non si può dichiarare decaduta la zona SAR libica finché la Libia continuerà a voler coordinare i salvataggi».

*Aggiornamento 4 luglio 2019: in un precedente versione avevamo scritto che la sentenza a cui si richiamava la Gip di Agrigento per la non configurazione come "nave da guerra" di una motovedetta della GdF era della Corte di Cassazione, mentre è della Corte Costituzionale.   

Foto in anteprima via Ansa

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