Il vero terrore della Casta? Il referendum No Porcellum

[Tempo di lettura stimato: 3 minuti]

C’è un Porcellum da abolire. E serve il nostro impegno.

... Se i canali di partecipazione sono ostruiti, se la legge elettorale impedisce agli elettori di scegliere i propri rappresentanti ma delega la scelta ai capipartito, se la rappresentanza è debole e incerta, è la politica che deve essere chiamata in causa: la cattiva politica, naturalmente...” (Ezio Mauro) 
Insisto da giorni, di fronte alla cattiva politica noi cittadini siamo chiamati all’impegno e alla partecipazione affidandoci alla “democrazia” (lasciamo perdere per piacere “le rivoluzioni” e “il potere al popolo”).

C’è un referendum da firmare . Cominciamo da qui. 

In Parlamento ci sono già da tempo proposte per una nuova legge elettorale (per non parlare delle 350mila firme raccolte da Grillo per una iniziativa di legge popolare e finite in un cassetto del Senato da 4 anni), ma i partiti, che si dicono - tutti - contro il Porcellum, non hanno, a quanto pare, alcuna intenzione di restituirci il diritto di scegliere i nostri rappresentanti. 
Il referendum, depositato da Arturo Parisi e Andrea Morrone, è una grande occasione (a proposito all’inizio a sostegno dell’iniziativa c’era anche Veltroni, poi si è ritirato e infine ieri ha deciso di firmare... c’è grossa crisi, è evidente. Magari invece di scrivere le lettere a Repubblica potrebbe spiegare questo atteggiamento yo yo).
Servono 500mila firme entro fine settembre così da poter votare il referendum questa primavera, se ovviamente i due quesiti presentati saranno ammessi. Missione impossibile? Ci dobbiamo provare. 
L’IDV e Sinistra Ecologia e Libertà hanno già deciso di appoggiare il referendum e la raccolta firme. Il PD per ora non risponde all’appello (io ogni giorno mi permetto di inviare questo tweet al Segretario: @pbersani è ora di cambiare la legge elettorale, appoggia il referendum www.firmovotoscelgo.it #noporcellum #ciao). 
Intanto il prof. Prodi ha pubblicamente appoggiato i due quesiti e per ora voce solitaria dentro al maggior partito d’opposizione Giuseppe Civati con Prossima Italia si è mobilitato per la raccolta firme. 
Prima di chiudere due paroline sul leggendario dimezzamento dei parlamentari che fa tanto figo in questi giorni e di cui tutti parlano da PDL a PD passando per la Lega. La dovete smettere di prenderci in giro. Questa dovrebbe essere la misura anti-casta? Dimezzare la rappresentanza mantenendo le liste bloccate? Ma io vi faccio un applauso per l’ipocrisia e per la furbata che state provando a rifilarci.

A parte che per quanto riguarda la rappresentanza in Parlamento siamo in linea con altri Paesi, semmai siamo i più costosi. Ma come giustamente ha scritto Luca Telese

Provate infatti a immaginare: con le liste bloccate, se scompare dal parlamento un eletto su due, chi verrebbe tutelato? Ovviamente i capibastone e i leccascarpe dei leader. Essere eletti, a destra e a sinistra, costerebbe molto di più, e avremmo fatto un altro passo verso la democrazia censitaria. La democrazia degli oligarchi che sembra la nuova passione trasversale della politica italiana, la ricetta per uscire dalla crisi. 

L’unica argomentazione apparentemente convincente, quella secondo cui ci sarebbe un risparmio economico, per me è risibile: basterebbe abolire un ente per gli orfani dei garibaldini o un’autorità di bacino per risparmiare di più. Mentre invece, tutto questo fumo negli occhi dei gerarchi di partito ha un unico obiettivo: sviare l’attenzione dalla madre di tutte le sciagure. Ovvero dal porcellum. Finché ci saranno i nominati, infatti, 500 o 1.000 non fa differenza, ci sarà una rappresentanza azzoppata nel nostro Paese. 

Combattere la casta davvero significa spostare il potere di scelta dei rappresentanti dalle segreterie agli elettori. Punto. 
Cosa fare? 
1) FIRMARE vai nel tuo Comune e firma i due quesiti 
 
2) PASSAPAROLA fai conoscere a tutti i tuoi contatti il referendum. www.firmovotoscelgo.it 
3) AIUTACI a monitorare le firme confermando di aver firmato il referendum sul sito www.iofirmoincomune.it
Arianna Ciccone
@valigia blu - riproduzione consigliata

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Cosa prevede la convenzione Autostrade – Anas e la sua revoca

[Tempo di lettura stimato: 7 minuti]

Il giorno successivo il crollo di una parte del “Ponte Morandi” a Genova in cui sono morte almeno 39 persone, con decine di persone ferite e altre ancora disperse, il presidente del Consiglio, Giuseppe Conte, ha annunciato che il governo ha deciso di:

«(...) Avviare le procedure di revoca della concessione alla società Autostrade, sulla quale incombeva l'obbligo e l'onere di curare la manutenzione del viadotto».

Una decisione, ha specificato Conte, che va “al di là di quelle che sono le verifiche che verranno fatte in sede penale” perché non si può “attendere i tempi della giustizia penale” in quanto il governo ha il “compito di far viaggiare tutti i cittadini in sicurezza”. Simili dichiarazioni sulla revoca della concessione ad Autostrade per l'Italia erano state fatte in precedenza dal ministro dell’Interno Matteo Salvini, dal ministro del Lavoro e dello Sviluppo Economico, Luigi Di Maio e da quello dei Trasporti, Danilo Toninelli.

Leggi anche >> Quello che si sapeva da tempo del “Ponte Morandi” di Genova

Successivamente, però, in base a nuove dichiarazioni di esponenti del governo, la decisione di avviare una procedura è sembrata più sfumata.  In una nota il Ministero dei Trasporti ha dato notizia che è stata istituita che una "Commissione ispettiva" il cui lavoro "è il primo atto" con cui si "intende fare luce sull'accaduto e avviare tutti gli accertamenti necessari". "Le risultanze del lavoro svolto dalla Commissione – si legge ancora – entreranno nella valutazione per la procedura di un'eventuale revoca della concessione". Nel Il blog delle stelle viene pubblicato un post in cui si legge: "Attendiamo il lavoro dei tecnici inviati dal ministro Toninelli, attendiamo il lavoro della magistratura nell’accertare eventuali responsabilità, ma non attendiamo neanche un minuto di più a esigere – insieme ai ministri Di Maio e Toninelli – le immediate dimissioni dei vertici di autostrade per l’Italia. Quel ponte necessitava di una profonda manutenzione da decenni! Bene ha fatto il ministro delle Infrastrutture, a evocare, qualora ce ne siano le condizioni, anche il ricorso alla revoca della concessione e alle eventuali multe connesse ad inadempienze".  Il ministro dell'Interno, Salvini, ha dichiarato infine che "da Autostrade puntiamo ad ottenere, nell'immediato, fondi e interventi a sostegno dei parenti delle vittime, dei feriti, dei 600 sfollati e della Comunità di Genova tutta, anche in termini di esenzione dai pedaggi. Di tutto il resto parleremo soltanto dopo".

Nella serata di ieri arriva però una dichiarazione di Luigi Di Maio sembra far tornare certa la decisione sulla revoca: "Chi non vuole revocare le concessioni deve passare sul mio cadavere. C’è la volontà politica del Governo: vogliamo revocare queste concessioni".

Cosa prevede la convenzione tra Anas e Autostrade per I’Italia

Come spiega il Post “le autostrade italiane, comprese quelle gestite da Autostrade per l’Italia, sono un bene di proprietà dello Stato, ma sono state spesso gestite da società 'concessionarie' che gestiscono la rete autostradale e ne raccolgono i profitti pagando in cambio un canone allo Stato”. In questo caso, il canone pagato è del 2,4% dei proventi netti da pedaggio, mentre la durata prevista della concessione arriva al 31 dicembre 2038, ma è stata prevista una proroga fino al 2042 dopo che l’Ue ha dato il via libera agli investimenti per fare altre opere (come ad esempio la Gronda di Genova), a patto di applicare degli incrementi tariffari limitati.

Sul ponte Morandi correva l’autostrada A10, gestita, insieme ad altre autostrade (in totale la gestione arriva a quasi la metà delle rete autostradale formata da 6668 km complessivi), da Autostrade per l’Italia (di Atlantia, controllata dalla famiglia Benetton) in base a una convenzione tra Anas (dal 2012 è subentrato il Ministero dei Trasporti) e la società firmata il 12 ottobre 2007 e diventata efficace l’8 giugno 2008.

Fino a gennaio dello scorso anno queste convenzioni erano secretate, poi però sotto il governo Gentiloni, con il ministro dei Trasporti guidato da Graziano Delrio, sono state rese pubbliche in parte (mancavano, specifica il Corriere della Sera, ad esempio, i piani economico-finanziari). Al riguardo Toninelli ha annunciato che verranno desecrate “integralmente tutti i contratti in essere con i concessionari autostrade” e pubblicati sul sito del Ministero dei Trasporti.

Tra gli obblighi previsti per il Concessionario (cioè Autostrade per l’Italia) all’articolo 3, comma 1, lettera b), c’è quello del “mantenimento della funzionalità delle infrastrutture concesse attraverso la manutenzione e la riparazione tempestiva delle stesse”.

I poteri del concedente (cioè lo Stato) sono stabiliti dall’articolo 7: può richiedere informazioni ed effettuare controlli, “con poteri di ispezioni, di accesso, di acquisizione della documentazione e delle notizie utili in rispetto degli obblighi” di Autostrade per l’Italia. Nella lettera d) del comma 1 si legge che lo Stato, in caso di inosservanza da parte del Concessionario degli obblighi stabiliti o in caso di una sua mancata ottemperanza alle richieste di informazioni e i documenti acquisiti non siano veritieri, può irrogare, “salvo che il caso costituisca reato”, sanzioni amministrative pecuniarie non inferiori a 25mila euro e non superiori a 150 milioni. Nel testo si aggiunge anche che “in caso di reiterazione delle violazioni” lo Stato ha la facoltà di “proporre al ministro competente la sospensione o la decadenza della concessione”.

Con l’articolo 8 della convenzione viene previsto che nel caso in cui lo Stato accerti che si sia verificato un grave inadempimento riguardo gli obblighi stabiliti, provvederà a comunicare gli elementi dell’accertamento effettuato stabilendo “un congruo termine” entro il quale Autostrade per l’Italia dovrà provvedere, “in ordine degli accertamenti”, fornendo le proprie giustificazioni. Se il tempo stabilito trascorrerà senza che Autostrade abbia presentato i chiarimenti e giustificazioni richiesti, oppure se quest’ultime non vengano accettate dallo Stato, allora il concedente può avviare il procedimento che porterà alla decadenza dalla concessione.

La decadenza è regolata dall’articolo 9 della convenzione e viene dichiarata nel caso in cui “perdura la grave inadempienza” da parte del Concessionario, cioè Autostrade per l’Italia, degli obblighi previsti.

Una volta constatato il perdurare degli inadempimenti da parte del Concessionario, lo Stato lo diffida ad adempiere ai suoi obblighi entro un termine di tempo non inferiore a 90 giorni. Se non vengono rispettati i tempi della prima diffida, il Concedente può intimare Autostrade per l’Italia di rispettare gli obblighi entro un ulteriore lasso di tempo di 60 giorni. Se anche queste tempistiche non vengono rispettate, allora il Ministero delle Infrastrutture stabilirà la decadenza con decreto legge.

Al termine del procedimento di decadenza, lo Stato dovrà comunque pagare ad Autostrade per l’Italia un importo corrispondente al valore attuale netto dei ricavi della gestione, “prevedibile dalla data del provvedimento di scadenza sino alla scadenza della concessione, al netto dei relativi costi, oneri, investimenti ed imposte prevedibile nel medesimo periodo” (il testo di come stabilire l’importo continua prevedendo anche altra clausole).

Nell'articolo 9 bis del contratto si trova poi scritto che "fermo restando quanto previsto dall'articolo 9", Autostrade per l'Italia "avrà diritto, nel rispetto del principio dell'affidamento, a un indennizzo/risarcimento" che lo Stato dovrà pagare nel caso di "recesso, revoca, risoluzione, anche per inadempimento del Concedente, e/o comunque cessazione anticipata del rapporto di Convenzione pur indotto da atti e/o fatti estranei alla volontà" della Stato, anche "di natura straordinaria e imprevedibile".

Lorenzo Salvia sul Corriere della Sera scrive che “considerato che nell’ultimo anno gli utili di Autostrade per l’Italia sono stati pari quasi a un miliardo di euro, 968 milioni” e la scadenza prevista della concessione per il 2042, l’indennizzo che lo Stato dovrà pagare si aggirerebbe intorno ai 20 miliardi di euro. Questa calcolo viene riportato anche dal Sole 24 ore e dal Fatto Quotidiano.

Ma quindi revocare la concessione è possibile?

Come abbiamo visto a livello il procedimento è possibile, ma, come scrive Marcello Clarich sul Sole 24 Ore, "richiede necessariamente una serie di approfondimenti tecnici, giuridici ed economici da avviare con le dovute forme" e termina con un indennizzo che lo Stato dovrà pagare.

Luigi Olivieri sul blog Phastidio.net spiega che nel contratto tra le due parti (agli articoli 9 e 9-bis) sono previste quattro ipotesi di interruzione anticipata del rapporto: decadenza, recesso, revoca e risoluzione. In particolare, continua Olivieri, la decadenza opera sul piano amministrativo ed "è generalmente conseguenza dello spirare del termine o del venire a mancare delle condizioni soggettive od oggettive (carenza che può anche essere originaria del rapporto concessorio, ma scoperta dopo) necessarie per l’efficacia di provvedimenti amministrativi finalizzati a permettere ad un privato l’esercizio di attività o anche di concessioni. Ma la decadenza può anche conseguire ad inadempimenti gravi (...)". Per quanto riguarda la revoca: "è un provvedimento amministrativo che priva di efficacia durevole un altro precedente provvedimento, ed ha alla base sopravvenuti motivi di pubblico interesse, oppure un mutamento della situazione di fatto non prevedibile al momento dell’adozione del provvedimento revocato o, ancora, una nuova valutazione dell’interesse pubblico originario".

Comunque, precisa Olivieri, questi atti di interruzione di rapporti durevoli hanno un elemento comune: "un iter procedurale che passa dalla comunicazione (se non dalla vera e propria diffida) dell’intenzione di avvalersene, con invito a rimuovere le situazioni che possono portare allo scioglimento del vincolo, per poi giungere successivamente all’adozione del provvedimento, nel rispetto dei termini previsti per consentire al concessionario di “controdedurre” e giustificare il proprio comportamento".

Maurizio Caprino specifica sempre su il Sole 24 ore, che le incognite giuridiche sono tante, “a partire dal fatto che non è mai stata mossa alcuna contestazione formale per gravi inadempienze, come richiesto in prima battuta dalla convenzione. Poi occorrerà vedere come il ministero delle Infrastrutture riuscirà a dettagliare le accuse che ora muove alla società. Potrà farlo solo con il materiale in possesso della sua Svca (Struttura di vigilanza sulle concessioni autostradali, ex-Ivca, incorporato nel 2013 dopo che per decenni la vigilanza era stata discutibilmente affidata all’Anas), che non ha mai brillato per efficacia. Per esempio, i controlli sulle condizioni delle infrastrutture venivano svolti spesso da vetture in movimento, senza deviare il traffico per esami più approfonditi. La Svca, poi, non ha abbastanza personale per fronteggiare i suoi compiti istituzionali (problema comune a molti uffici ministeriali)”.

Inoltre, si legge ancora sul quotidiano, “è prevedibile che un eventuale provvedimento di revoca della concessione verrà impugnato (ndr davanti al Tar e poi al Consiglio di Stato) da Autostrade per l’Italia, aprendo un contenzioso che non potrà non essere lungo e combattuto data l’importanza della posta in palio”.

La risposta di Autostrade per l'Italia e di Atlantia

Dopo gli annunci di una possibile revoca, la società ha pubblicato una nota in cui si legge che "si dichiara fiduciosa di poter dimostrare di aver sempre correttamente adempiuto ai propri obblighi di concessionario, nell'ambito del contraddittorio previsto dalle regole contrattuali che si svolgerà nei prossimi mesi". Questa fiducia "si fonda sulle attività di monitoraggio e manutenzione svolte sulla base dei migliori standard internazionali". Nella nota la società specifica che "peraltro non è possibile in questa fase formulare alcuna ipotesi attendibile sulle cause del crollo" e dichiara che "sta lavorando alacremente alla definizione del progetto di ricostruzione del viadotto, che completerebbe in cinque mesi dalla piena disponibilità delle aree".

Anche Atlantia, che gestisce Autostrade per l'Italia, ha pubblicato un comunicato in cui si legge che, "in relazione a quanto annunciato in merito all’avvio di una procedura finalizzata alla revoca della concessione nella titolarità della controllata Autostrade per l’Italia, deve osservare che tale annuncio è stato effettuato in carenza di qualsiasi previa contestazione specifica alla concessionaria ed in assenza di accertamenti circa le effettive cause dell’accaduto". Inoltre, continua Atlantia, "pur considerando che anche nell’ipotesi di revoca o decadenza della concessione - secondo le norme e procedure nella stessa disciplinate - spetta comunque alla concessionaria il riconoscimento del valore residuo della concessione", cioè un risarcimento.

Aggiornamento 17 agosto, ore 11:30: Abbiamo aggiornato l'articolo inserendo il contenuto dell'articolo 9 bis della convenzione tra Anas e Autostrade per l'Italia e gli articoli di Marcello Clarich e Luigi Olivieri sulla differenza tra decadenza e revoca di un contratto.

Foto in anteprima via Ansa

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Quello che si sapeva da tempo del “Ponte Morandi” di Genova

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La storia del "ponte Morandi" – nel cui crollo di ieri di un suo tratto sono morte decine di persone e altrettante sono rimaste ferite – è lunga e contrassegnata da critiche all'opera e da denunce riguardo la sua sicurezza.

Visuale del "Ponte Morandi" prima del crollo, via grondadigenova.it

Il Sole 24 ore spiega che il viadotto Polcevera dell'autostrada A10, chiamato ponte Morandi poiché intitolato all'ingegnere Riccardo Morandi che lo progettò, "attraversa il torrente Polcevera, a Genova, tra i quartieri di Sampierdarena e Cornigliano" e "fu costruito tra il 1963 e il 1967 dalla Società Italiana per Condotte d'Acqua". Il ponte, via principale di ingresso e di uscita dalla città ligure, si compone di una struttura mista: "cemento armato precompresso per l'impalcato e cemento armato ordinario per le torri e le pile".

Questo viadotto, però, secondo quanto riferiva nel 2016 a Ingegneri.info Antonio Brencich, professore associato di Costruzioni in cemento armato all'Università di Genova, presentò fin da subito «aspetti problematici, oltre l'aumento dei costi di costruzione preventivati». «È necessario ricordare – raccontava Brencich – un’erronea valutazione degli effetti differiti (viscosità) del calcestruzzo che ha prodotto un piano viario non orizzontale. Ancora nei primi anni ’80 chi percorreva il viadotto era costretto a fastidiosi alti-e-bassi dovuti a spostamenti differiti delle strutture dell’impalcato diversi da quelli previsti in fase progettuale. Solo ripetute correzioni di livelletta hanno condotto il piano viario nelle attuali accettabili condizioni di semi-orizzontalità».

Il sito Ingegneri.info specificava inoltre che "il ponte sul Polcevera fu interessato da imponenti lavori di manutenzione straordinaria, tra cui la sostituzione dei cavi di sospensione a cavallo della fine anni ’80 primi anni ’90, con nuovi cavi affiancati agli stralli originari". Per tutti questi motivi, in un'altra intervista a Primo Canale rilasciata sempre nel 2016, lo stesso Brencich aveva definito il "ponte Morandi" «un fallimento dell'ingegneria», perché una struttura di questo tipo sarebbe dovuta durare 70, 80, 100 anni senza lavori di manutenzione di quel genere, mentre in questo caso erano stati necessari dopo appena 30 anni dalla sua realizzazione. Il professore concludeva che quando il costo della manutenzione avrebbe superato il costo della realizzazione, allora il ponte sarebbe dovuto essere sostituito. Riguardo queste sue considerazioni di due anni fa, Brencich ha detto ieri all'Linkiesta: «Non dissi niente di sconvolgente, in quell’intervista, ma mi limitai a dare argomenti a ciò che a Genova in molti, esperti e profani, sostenevano da tanto tempo: che il ponte Morandi andasse sostituito e ricostruito».

In una nota uscita dopo il crollo, Autostrade per l’Italia (società che ha in concessione il tratto della A10 da Savona a Genova ed è controllata da Atlantia della famiglia Benetton) ha comunicato che erano in corso lavoro di consolidamento "della soletta del viadotto e che, come da progetto, era stato installato un carro-ponte per consentire lo svolgimento delle attività". Inoltre nei mesi scorsi era stato indetto un bando di gara di 20 milioni di euro per "interventi di retrofitting strutturale del viadotto Polcevera": "Nel dettaglio – ricostruisce l'agenzia Radiocor – gli interventi di adeguamento del viadotto (...) prevedevano «il rinforzo degli stralli di pila numero 9 e 10 poiché quelli di pila 11 sono stati oggetto di rinforzo già negli anni 90», si legge nel bando. Le pile, tecnicamente parlando, sono le strutture portanti verticali che sorreggono le arcate di un ponte. L’intervento doveva consistere nella «disposizione di nuovi cavi esterni che vanno dal traversone dell’impalcato fino alla sommità delle antenne» del ponte".

Autostrade per l’Italia ha specificato che "le cause del crollo saranno oggetto di approfondita analisi", ma Stefano Marigliani, direttore Autostrade del Tronco genovese, ha intanto precisato che in base alla loro conoscenza non c'era nessun pericolo di crolli: «Il ponte è soggetto a ispezioni costanti, è un'opera assolutamente monitorata. I lavori in corso erano di ordinaria manutenzione».

Che il viadotto Polcevera e la sua sicurezza o meno fossero al centro del dibattito pubblico da anni, lo dimostra però anche l'interrogazione dell'ex senatore ligure del gruppo Misto Maurizio Rossi rivolta, sempre nell'aprile di due anni fa, all'allora ministro delle Infrastrutture Graziano Delrio in cui sottolineava che "recentemente, il ponte è stato oggetto di un preoccupante cedimento dei giunti che hanno reso necessaria un'opera straordinaria di manutenzione senza la quale è concreto il rischio di una sua chiusura" e domandava "se corrisponda al vero che il ponte Morandi, viste le attuali condizioni di criticità, potrebbe venir chiuso almeno al traffico pesante, entro pochi anni, gettando la città nel totale caos (criticità che Rossi aveva già avanzato nel 2014 in un'altra interrogazione indirizzata a Maurizio Lupi, allora ministro delle Infrastrutture).

L'interrogazione, a cui l'ex senatore ha dichiarato di non aver mai ricevuto risposta, puntava ad avere chiarimenti sulle problematiche legate "alla situazione viaria della città di Genova e del ponente ligure critica da anni a causa della carenza di infrastrutture ferroviarie e autostradali". Intervistato ieri dall'Agi, Rossi ha spiegato che “(...) il tema del ponte è sempre stato all’attenzione di tutti i genovesi: il traffico enorme, i centinaia di tir spesso fermi in coda, destavano preoccupazione. La mia interrogazione partiva dalla paura che il ponte venisse bloccato, come ho scritto, mai avrei pensato che potesse collassare, è una cosa impensabile”. Il senatore domandava per questo motivo al ministro del governo Gentiloni perché il progetto individuato più di dieci anni prima per risolvere queste carenze varie e cioè "la costruzione della Gronda di Genova che libererebbe dal traffico la viabilità autostradale intorno alla città alleggerendo tutto il traffico verso e dal ponente" fosse fermo da anni.

Contro la Gronda – cioè una tangenziale da scavare tra le montagne dietro la città per bypassare l'attuale nodo composto da pezzi di tre autostrade (A7, A10 e A12) le prime due delle quali sono particolarmente strette e tortuose nell'area urbana, spiega il Sole 24 ore – nel corso degli anni si sono schierati per motivi legati ai suoi "costi ambientali, sociali" ed economici ritenuti "insostenibili" i Comitati No Gronda, il Movimento 5 stelle ma anche l'ex sindaco di centro-sinistra di Genova, Marco Doria, che due anni fa (in contrasto con il Partito Democratico a livello regionale), la definì un'opera non più adeguata e prioritaria.

Nel 2012, proprio contro chi si opponeva alla Gronda, l’allora Presidente degli industriali di Genova, Giovanni Calvini, avvertiva: «Voglio essere chiaro. Questa giunta [ndr guidata da Doria] non può pensare che la realizzazione dell'opera non sia un problema suo. Perché guardi, quando tra dieci anni il Ponte Morandi crollerà, e tutti dovremo stare in coda nel traffico per delle ore, ci ricorderemo il nome di chi adesso ha detto “no”».

Lo scorso settembre è stata sancita, tramite decreto ministeriale, l'approvazione del progetto definitivo e dichiarata la pubblica utilità dell'opera. Ad aprile di quest'anno, poi, l'Ue ha approvato "il piano di investimenti presentato dall’Italia per una serie di interventi sulla rete autostradale: 8,5 miliardi in tutto, con quasi la metà per il nuovo 'passante' genovese". Sulla realizzazione del progetto, però, ci sono ancora questioni aperte. A inizi agosto il ministro delle Infrastrutture, Danilo Toninelli, ha infatti spiegato in Parlamento che la Gronda, insieme ad altre grandi opere, verrà sottoposta a un'analisi costi benefici che contempla anche «l'abbandono del progetto laddove sia dimostrato che il complesso dei costi è superiore a quello dei benefici».

Foto in anteprima via Ansa (siamo stati autorizzati per l'uso)

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Maila, uccisa di botte, massacrata a mani nude dal marito. Ancora un femminicidio che potevamo evitare

[Tempo di lettura stimato: 5 minuti]

Maila Beccarello è stata uccisa a 37 anni la notte tra il 7 e l’8 agosto nella sua casa di Cavarzere, un comune di poco meno di 14 mila abitanti in provincia di Venezia. A riempirla di botte a mani nude fino a provocarne la morte è stato il marito, Natalino Boscolo Zemello, di due anni più giovane, che si trovava a casa agli arresti domiciliari per reati di tentata estorsione e violenza privata. È stato lui stesso a chiamare il 118, intorno alle 5 e 45 del mattino: in un primo momento ha ammesso al telefono di aver ucciso la moglie parlando confusamente di “una lite”, salvo poi ritrattare dicendo che la donna era “caduta dalle scale”.

Quello che i carabinieri hanno trovato una volta raggiunta l’abitazione, ricostruisce VeneziaToday, sono le “tracce di un massacro”: “Sangue ovunque, sulle pareti, nelle stanze, nel bagno”. Il corpo esanime e tumefatto di Maila era davanti la porta d’ingresso, dove probabilmente l’aveva trascinato lo stesso Boscolo Zemello, lasciando impronte insanguinate in tutta la casa. Successivamente, durante l’interrogatorio di garanzia, l’uomo ha detto di aver reagito a un’aggressione di Maila, ma di non avere avuto l’intenzione di ucciderla: “L’ho colpita solo con due schiaffi e un pugno, poi le ho dato una spinta e ha sbattuto il viso contro il muro”. Il resto delle ferite, secondo il suo racconto, la donna se le sarebbe procurate cadendo. La versione, però, non ha convinto il giudice che ha convalidato l’arresto, per il quale si è trattato di omicidio volontario.

Boscolo Zemello è stato definito da alcuni quotidiani un “detenuto modello”, uno che agli arresti domiciliari “non aveva mai sgarrato”. Quello con Maila era «un matrimonio come tanti, con liti che però non erano mai arrivate alle mani, salvo un paio di volte», ha detto l’avvocato Andrea Zambon, che difende l’uomo. I vicini hanno descritto Maila e il marito come una “coppia normale”, sostengono di non aver “mai sentito litigi” e di non essersi accorti di nulla all’alba dell’8 agosto. Non un urlo, non un botto, nonostante le case siano molto vicine le une alle altre.

A Cavarzere tutti sapevano: non era la prima volta, Boscolo Zemello l’aveva già picchiata. E i segni delle violenze Maila li portava tutti addosso. Come nota Francesca Visentin su la 27esimaOra, basta guardare le foto del cambiamento fisico della donna dal giorno delle nozze, sette anni fa, ad oggi: “Florida e con una folta chioma scura di capelli quel giorno del ‘sì’, magrissima, ossa sporgenti, occhiaie profonde, capelli radi e sguardo velato dalla disperazione nelle ultime foto”.

Il titolare di un bar a poche centinaia di metri dalla casa dove abitava ha raccontato al Corriere del Veneto che la donna veniva a fare colazione tutte le mattine, «parlava poco, ma era una brava ragazza, conosciuta da tutti. Da qualche tempo però si muoveva solo mascherata da un paio di ampi occhiali scuri e sulle braccia si riconoscevano dei brutti lividi. A chi le domandava cosa le fosse successo rispondeva che era caduta dalla bicicletta. Poi proseguiva con le sue passeggiate, sempre da sola, al massimo accompagnata dalla madre». Un’amica ricorda che questo inverno Maila parlava di divorzio: «Tre anni fa era felice e soddisfatta, ma l’anno scorso diceva di essere in procinto di separarsi. Mi scriveva che non ce la faceva più, che era costretta a fare una vita da cani e che voleva andarsene».

Una signora che spesso aveva aiutato i coniugi in casa ha detto a un giornale locale di non aver mai notato «nulla di strano», salvo il fatto che «qualche volta Maila aveva dei lividi sul braccio. Ho pensato qualcosa, ma era sempre solare, buona, gentile, non diceva mai nulla quindi ho lasciato perdere. Lui forse era geloso, ma lei era una moglie perfetta, sempre attenta». Così una barista della zona: «Era una brava ragazza, veniva a prendere il caffè ma dai segni che aveva sul volto non era difficile intuire qualcosa. Lei però diceva sempre che andava tutto bene, e parlava di tutt’altro come se niente fosse».

Nell’ultimo anno Maila era stata ricoverata al pronto soccorso di Adria cinque volte. In nessun caso aveva fatto cenno ai maltrattamenti. Così come non ne aveva mai parlato con le forze dell’ordine, nonostante, come raccontato dal comando di Chioggia al Corriere del Veneto, fosse “spesso in caserma da sola per via dei domiciliari del marito”. “Noi siamo pronti a muoverci anche per segnalazioni anonime (…) Se solo avesse trovato il coraggio di parlare saremmo intervenuti subito. E se avesse avuto la forza di scappare di casa e lui avesse provato ad inseguirla avremmo potuto accusarlo di evasione”.

Maila, dunque, non aveva denunciato, mentiva sui lividi, cambiava discorso, non lasciava la casa dove viveva con il suo assassino. Perché? Queste sono le domande, dice Visentin su La27esimaOra, che si fanno vicini, compaesani e forze dell’ordine. Come se ci fosse una “colpa” di Maila in quello che le è successo. Ma i quesiti da porsi, secondo la giornalista, sarebbero altri. Possibile che nessuno abbia sentito nulla o sia intervenuto? E soprattutto: perché le donne vittime di violenza continuano a essere lasciate sole?

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«Ci dispiace di non aver saputo e potuto fare di più per lei. Di sicuro era una persona molto riservata, mai aveva fatto trapelare il suo disagio», ha detto a VeneziaToday Floriana Nicolè, responsabile di una struttura riabilitativa frequentata dalla madre di Maila. «Siamo a conoscenza - ha aggiunto - di casi simili e sappiamo anche quanto sia difficile reagire e chiedere aiuto, se non altro perché rifugi antiviolenza sul territorio non ce ne sono, sono lontani dalle donne del posto. Questo comporta la necessità di spostarsi. Ma non tutte hanno l'autonomia e l'indipendenza economica per farlo». Per Nicolè, tra l'altro, «l'informazione spesso non è sufficiente o non ugualmente accessibile. Dobbiamo poi pensare che i meccanismi che si innescano in queste circostanze sono complessi».

La questione dell'informazione e del coinvolgimento dei centri antiviolenza è centrale. «L’Italia ha ratificato la Convenzione di Istanbul nel 2013, ma in questi cinque anni pochissimo è stato fatto per creare quel sistema integrato di interventi che dovrebbe articolarsi intorno ai centri antiviolenza e favorire l’emersione del fenomeno», spiega a Valigia Blu Lella Palladino, presidente di D.i.Re, una rete che riunisce 80 centri anti violenza in 18 regioni italiane. «Da tempo – aggiunge – ad esempio chiediamo che, a fronte di una sospetta violenza domestica, i medici dei pronto soccorso forniscano alle donne un pieghevole con le informazioni sui centri antiviolenza della zona, ma questo ancora non avviene se non in rari casi».

Palladino ricorda che «è solo nei centri antiviolenza che le donne possono trovare sostegno anche senza denunciare i partner violenti, cosa che non sempre sono disposte a fare per tanti motivi. E spetta naturalmente sempre alla donna decidere qual è il percorso che vuole intraprendere».

C'è poi una convinzione radicata secondo cui le violenze domestiche siano dei panni sporchi da lavare in casa. «È indubbio - afferma - che tutto cospira per far credere alle donne che l’unica possibilità sia ‘resistere’, a cominciare dal fatto che la violenza maschile è spesso socialmente e culturalmente condonata e accettata come parte della relazione».

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Non aiuta la rappresentazione della violenza che fanno i media, che «si occupano di questo tema praticamente solo nei casi di femminicidio, e troppo spesso sono costretti a scrivere che la donna aveva già denunciato il partner, ma ciò non era bastato a salvarla. Mentre solo nei centri antiviolenza della rete D.i.Re vengono accolte ogni anno circa 22 mila donne, che via via riprendono in mano la propria vita».

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La vicenda dei migranti che avrebbero chiesto Sky. Esempio perfetto di cattivo giornalismo e di una politica senza scrupoli

[Tempo di lettura stimato: 8 minuti]

Ieri mattina Il Giornale di Vicenza ha pubblicato un articolo a firma di Valentino Gonzato dal titolo "I richiedenti asilo vogliono Sky. Scatta la protesta".

Secondo quanto raccontato dal giornalista, lunedì 6 agosto, una ventina di migranti, ospitati in un centro di accoglienza straordinaria di Vicenza gestito dalla Cooperativa Cosep di Padova si sono presentati davanti alla Questura, per chiedere l'abbonamento a "Sky per potersi guardare il campionato di calcio", "avere l'aria condizionata", "ottenere la carta di identità", dicendosi inoltre "stanchi di mangiare sempre le stesse cose". I migranti (circa una ventina si legge nell'articolo), avrebbero protestato di fronte alla Questura "nella speranza di essere accontentati" dopo che la cooperativa che gestisce il centro aveva ignorato le loro richieste. Dopo che alcuni portavoce dei manifestanti sono stati ascoltati da un funzionario, il gruppo è tornato nelle strutture di accoglienza. La protesta, precisa Gonzato, "è stata inscenata nel primo pomeriggio di lunedì [ndr 6 agosto] ma la notizia è trapelata solamente ieri" [ndr 8 agosto. Grassetto nostro].

L'articolo, viene pubblicato anche sul profilo Facebook del quotidiano vicentino e la vicenda riportata al suo interno suscita immediatamente l'indignazione di molte persone intervenute con commenti del genere "agli immigrati si dà quel che gli italiani non posso permettersi", "gli italiani costretti a mantenere gli immigrati", "gli immigrati hanno tutto, gli italiani non hanno niente", ed è cavalcata politicamente. L'assessore regionale al Lavoro, Elena Donazzan ha auspicato che con l'attuale governo «cambi radicalmente la gestione di questa gente, rimandandola a casa», l'eurodeputata Mara Bizzotto, capogruppo della Lega a Bruxelles, ha affermato che «i clandestini presunti profughi di Vicenza che protestano in Questura perché pretendono di avere Sky per vedere le partite di calcio meritano di tornare in Africa di corsa. Questi personaggi, tutti richiedenti asilo politico da anni (alcuni hanno persino presentato ricorso in tribunale dopo che la loro domanda è stata bocciata), devono capire che la pacchia è veramente finita e che possono tranquillamente tornare a casa loro senza nessuna possibilità di rimettere piede in Italia». «Altro che proteste e manifestazioni – ha proseguito Bizzotto – questa gente, che è mantenuta dallo Stato con colazione, pranzo e cena gratis, che non lavora e che passa le giornate a bighellonare, va rimpatriata il prima possibile. Si è mai visto al mondo che chi scappa veramente dalla guerra protesti perché non vede le partite di calcio su Sky? Siamo seri: le sceneggiate di questi falsi profughi di Vicenza sono l'ennesima presa in giro verso milioni di italiani in difficoltà che non sanno come arrivare alla fine del mese e che mai si sognerebbero di protestare per avere l'abbonamento a Sky». Un campionario dei cliché sull'accoglienza e l'integrazione.

Nel pomeriggio la notizia viene riportata anche da altre testate giornalistiche locali. Il Corriere del Veneto titola "«Vogliamo Sky e l’aria condizionata»: la protesta dei migranti. Donazzan: rimandiamoli a casa". Il virgolettato delle richieste dei migranti viene ribadito anche nell'attacco del pezzo, che nel suo prosieguo, oltre a riportare anche le dichiarazioni di Bizzotto e Donazzan, racconta che il sit-in dei migranti è stato pacifico, "il presidio non ha bloccato l’ingresso e l’uscita di altre persone dalla questura" e, per questo motivo, "nei confronti dei manifestanti non è stato preso alcun provvedimento", e che i richiedenti asilo, ricevuti da un funzionario di polizia, "hanno rivolto principalmente due richieste: una velocizzazione della pratica per le carte d’identità e un miglioramento delle condizioni dell’ospitalità". Tra le richieste, si legge nell'articolo, "ci sarebbe appunto anche quella di avere Sky". Un condizionale viene trasformato, dunque, in virgolettato sia nel titolo che nell'attacco del pezzo senza mai indicare una fonte diretta.

"Migranti in Questura: chiedono carta d'identità, pasti migliori, climatizzatori e Sky" è il titolo scelto da Il Gazzettino. L'articolo fornisce qualche dettaglio in più rispetto agli altri: ci fa sapere che a illustrare "al funzionario competente, in modo assolutamente pacifico, le richieste avanzate" sarebbero stati i due migranti che parlavano meglio l'italiano e che "uno dei migranti ha anche sollecitato la possibilità di poter ottenere Sky per vedere le prossime partite di calcio". La presunta richiesta di una persona diventa il bisogno di una collettività.

Nella serata di ieri, il giornalista Fabio Butera pubblica un post su Facebook in cui mette in discussione le ricostruzioni della vicenda fatta fino ad allora.

Siccome non ho un cazzo da fare, dopo aver letto questa notizia ho chiamato la Questura di Vicenza per avere...

Pubblicato da Pha Bioh su Giovedì 9 agosto 2018

Butera racconta di aver contattato sia la Questura che la Prefettura di Vicenza e di aver appurato che a nessuno di loro risultava che i migranti avessero chiesto un abbonamento Sky per poter vedere le partite del campionato di calcio. «Lo abbiamo letto sul giornale anche noi», avrebbe dichiarato al giornalista il vicecapo-gabinetto che si è occupato della questione. A quel punto Butera contatta Valentino Gonzato che per primo aveva parlato della vicenda per chiedere quali fossero le fonti a cui aveva attinto per scrivere l'articolo e se avesse sentito anche la voce dei richiedenti asilo. A queste domande Gonzato avrebbe risposto "di avere una sua fonte che non può rivelare" e di non aver sentito i migranti perché "non c'è stato tempo".

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Il post di Butera diviene in poco tempo virale, richiamando l'attenzione di testate giornalistiche nazionali e di tante persone che sui social network iniziano a porre dubbi sull'effettiva ricostruzione dell'intera vicenda.

Il Corriere della Sera, Il Fatto Quotidiano e anche Repubblica contattano la Questura e la Prefettura che confermano quanto scritto da Butera nel suo post su Facebook: i migranti si sono effettivamente presentati di fronte alla Questura ma tra le loro richieste non c'erano né l'abbonamento Sky né l'aria condizionata, e "nella riunione tra i responsabili della Prefettura e quelli della Cosep [ndr la cooperativa che gestisce il centro che ospita i richiedenti asilo] si è parlato solo delle richieste di residenza e di problematiche generiche legate al cibo". La Questura ha, inoltre, precisato a Il Fatto Quotidiano che i migranti non hanno protestato né manifestato, come scritto in alcuni articoli o dichiarato dall'eurodeputata leghista Bizzotto: «Se 15 persone che parlano con un funzionario pubblico sono una protesta, allora all’anagrafe di Roma ogni giorno c’è una sommossa».

Sentito da Valigia Blu, il gabinetto della Questura di Vicenza ha detto che lunedì scorso una quindicina di richiedenti asilo si sono presentati in modo pacifico senza inscenare alcuna forma di protesta agli uffici della Questura e che alcuni di loro sono stati ricevuti da un funzionario, ma di non essere in grado di sapere di cosa si è parlato durante il colloquio. In ogni caso, ha concluso la Questura, si tratta di «richieste che non sono di sua competenza ma della Prefettura». La Prefettura, a sua volta, ci ha detto di non aver ricevuto i migranti che protestavano davanti alla Questura ma di aver incontrato i responsabili della cooperativa Cosep. «Con loro abbiamo parlato delle questioni relative all'iscrizione anagrafica, la certificazione di residenza e i documenti d’identità, documenti necessari per poter avere un lavoro regolare. E poi abbiamo parlato di problematiche relative al cibo e di soluzioni per avere migliori condizioni di ospitalità. La fantomatica richiesta di un abbonamento Sky l'abbiamo letta sui giornali, da noi nessuno ha chiesto questo».

Anche la Cosep, la cooperativa di Padova che gestisce il centro di accoglienza straordinaria di Vicenza che ospita, come si legge sul sito, "55 migranti, provenienti dal corno d’Africa e dal Bangladesh", ha confermato a Valigia Blu quanto dichiarato dalla Prefettura e ha spiegato di essere venuta a conoscenza della vicenda dai giornali e che l'unica richiesta avanzata, per quanto è dato loro sapere, è quella anagrafica.

La richiesta di avere Sky e l'aria condizionata, dunque, non c'è mai stata. La Questura e la Prefettura non hanno potuto smentire né confermare questa notizia perché semplicemente non c'era. Almeno ufficialmente. Né si capisce come sia saltata fuori. Nel frattempo, il Corriere del Veneto ha provveduto a modificare titolo e attacco del pezzo.

Qui la prima versione:

 

Qui la versione modificata:

Molte persone hanno condiviso il post di Butera e gli articoli di Corriere della Sera e Il Fatto Quotidiano nei commenti sulla pagina de Il Giornale di Vicenza su Facebook, chiedendo al quotidiano una rettifica o chiarimenti che non sono arrivati. C'è stato poi chi sta segnalando la notizia come falsa su Facebook per chiederne la rimozione. Come in altre occasioni, i social sono stati un argine contro la disinformazione.

Stamattina leggo questo post di Pha Bioh su diverse bacheche. "Siccome non ho un cazzo da fare, dopo aver letto questa...

Pubblicato da Roberta Pagnoni su Venerdì 10 agosto 2018

Abbiamo provato a contattare la redazione de Il Giornale di Vicenza e, in particolare, l'autore dell'articolo Valentino Gonzato, per potergli chiedere se confermava quanto sostenuto da Butera nel suo post e fargli alcune domande, ma non abbiamo ancora avuto risposte:

C'è fonte che può dare riscontro alle richieste e non può essere rivelata? E se sì, perché la scelta dell'anonimato? È vero che non c'è stato tempo di sentire i richiedenti asilo che avrebbero formulato la richiesta? E poi quanti sono quelli che hanno formulato la richiesta considerato che Il Gazzettino in un altro articolo parla di una persona?

Ieri il Giornale di Vicenza ha pubblicato un nuovo articolo replicando sostanzialmente quanto già scritto nel primo pezzo di Gonzato e non rispondendo alle questioni sollevate da Butera e dalle altre testate che hanno cercato di appurare quanto accaduto e da quanto dichiarato da Questura e Prefettura.

Venerdì sera nonostante le smentite e i chiarimenti, è arrivato il tweet del Ministro dell'Interno, Matteo Salvini:

Il Ministro non solo twitta una cosa risultata senza riscontri, con il rischio di aizzare esseri umani contro altri esseri umani, ma evidentemente non ha nemmeno letto l'articolo da lui stesso condiviso. Visto che il titolo de Il Giornale è: "I migranti vogliono Sky". Ma la questura nega tutto. E nel corpo dello stesso articolo si può leggere: "La Lega però aveva cavalcato la vicenda, erroneamente riportata anche da noi".

La questione più rilevante dell'intera vicenda è il ricorso all'anonimato delle proprie fonti. In altre parole, è stato pubblicato un articolo senza prove a sostegno, riportando un sentito dire trapelato dopo alcuni giorni, non verificato e non verificabile, senza alcun riscontro e ignoto persino alle fonti ufficiali (Questura e Prefettura) che della vicenda si sono occupati in prima persona. L'ennesima notizia non verificata che finisce con il generare indignazione e contribuisce a rafforzare l'immaginario di cui si nutrono le narrazioni sugli immigrati e l'accoglienza. Un modo di usare il giornalismo per avvelenare il clima e inquinare il dibattito pubblico. Un esempio perfetto di cattivo giornalismo. E di cattiva politica che cavalca senza scrupolo queste notizie sebbene siano risultate senza fondamento.

L'11 agosto Il Giornale di Vicenza pubblica un ulteriore articolo a doppia firma (Diego Neri e Valentino Gonzato) in cui si legge che già la sera del 3 agosto, "all'interno del centro culturale San Paolo" alcuni richiedenti asilo, ospitati dalla cooperativa Cosep, "si stavano lamentando in maniera molto accesa". Per calmare gli animi, dopo una telefonata degli operatori, "la sala radio della questura aveva inviato poliziotti in borghese". La situazione così, continua il quotidiano locale, si sarebbe calmata "dopo qualche minuto di tensione". Neri e Gonzato specificano a questo punto che "fra le lamentele dei migranti, espresse direttamente sia agli operatori che agli agenti" arrivati sul posto [ndr ripetute poi lunedì 6 in questura a un funzionario] che comprendevano "la possibilità di avere un documento d'identità per poter lavorare, pietanze adatte agli usi e ai costumi degli immigrati di fede musulmana, una tv funzionante e anche - da parte di alcuni di loro - l'aria condizionata in alcuni ambienti per proteggersi dall'afa", ci sarebbe stata "anche la richiesta di avere Sky per riuscire a vedere i programmi televisivi delle loro reti nazionali".

Nel primo articolo pubblicato dal giornale a firma del solo Gonzato era stato invece scritto che i migranti avevano chiesto Sky "per potersi guardare il campionato di calcio" e che, come si leggeva nel titolo, la "protesta" di lunedì 6 davanti alla Questura era scattata principalmente per questo motivo. Il Giornale di Vicenza scrive poi che "su richiesta anche della questura, la cooperativa aveva inviato in viale Mazzini e alla prefettura una relazione dettagliata di quanto avvenuto quella sera e nei giorni precedenti, con un elenco dei problemi che gli operatori stavano incontrando con il gruppo di africani. Quella relazione era stata poi girata alla procura, affinché valutasse eventuali profili di reato". Nell'articolo compare anche un virgolettato del procuratore di Vicenza Antonio Cappelleri: «Ho letto la documentazione ma non ho ravvisato, al momento, reati specifici. Si tratta di comportamenti inurbani e maleducati, che non rappresentano violazione di legge». Il contenuto di questo fascicolo "sarà valutato nel dettaglio nelle prossime settimane" e archiviato nel caso non vi fossero riscontrati "comportamenti violenti o minacciosi".

Quindi, in conclusione, dalla versione volevano Sky "per potersi guardare il campionato di calcio il calcio" si è passati alla versione "volevano Sky per guardare le loro reti nazionali" (non ci risultano inoltre pacchetti Sky per vedere queste reti nazionali africane). E inoltre anche da questo stesso dossier si evince che non è scattata una protesta per questo motivo specifico, ma la richiesta sarebbe stata avanzata insieme ad altre.

Aggiornamento 13 agosto: l'articolo è stato aggiornato aggiungendo quanto riportato nel pezzo pubblicato da Il Giornale di Vicenza di sabato 11 agosto.

Foto in anteprima via Pha Bioh

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Sui vaccini diamoci tutti una calmata

[Tempo di lettura stimato: 10 minuti]

Il Senato ha rinviato al 2019 l'esclusione da nidi e scuole materne dei bambini che non hanno il certificato che dimostra di aver ricevuto le vaccinazioni previste. La decisione ha scatenato l'ennesima diatriba sui vaccini, in Italia. Una discussione che si trascina ormai da mesi e che periodicamente risale nei titoli delle homepage dei quotidiani e nei trend di Twitter. Non solo per i provvedimenti che vengono presi in materia, ma anche per le improvvide uscite di esponenti di partiti, leader, ministri.

Sul provvedimento votato al Senato, rimando al commento di Roberta Villa, giornalista scientifica e medico, che prova a mettere nella giusta prospettiva la questione e a chiarire quali conseguenze potrebbe avere questo rinvio, con argomentazioni che trovo ragionevoli.

Non voglio parlare qui, di nuovo, di vaccini da un punto di vista scientifico. Su Valigia Blu già nel 2015 abbiamo pubblicato un “vademecum antibufale” per rispondere ad alcuni dei luoghi comuni, delle falsità, degli errori più diffusi a riguardo. Ne abbiamo parlato anche quando Matteo Salvini aveva detto che «dieci vaccini sono un rischio» e in occasione di una denuncia del Codacons. Non è perciò proprio necessario ripetere cose scritte più volte, da tutti quelli che da anni lavorano, e bene, alla comunicazione e alla divulgazione sui vaccini. Ben prima che l'argomento diventasse caldo e attirasse l'attenzione di media, politici, commentatori.

Quello su cui vorrei soffermarmi, questa volta, è proprio lo stato e il livello del dibattito pubblico. Un dibattito che sta assumendo ormai spesso i contorni di una guerra santa. I vaccini non sono più un tema medico, sono una specie di vessillo da srotolare e sventolare nelle schermaglie sui social media e non solo. Trascinandosi dietro altri temi-bandiera, che non c'entrano nulla ma che servono a definire, ingabbiare, le identità degli schieramenti: l'euro, la TAV, l'Europa, la Russia, l'immigrazione, etc.

Come siamo arrivati a questo? Credo che un elemento che complica la discussione pubblica sui vaccini sia il fatto che questo tema contiene due questioni in una, come si è cercato di ricordare innumerevoli volte (spesso, purtroppo, invano): quella della loro sicurezza ed efficacia e quella delle politiche vaccinali, cioè dell'insieme delle strategie da adottare per mantenere, nel tempo, sufficienti coperture vaccinali nella popolazione.

Da quando disponiamo dei vaccini abbiamo di fatto un “obbligo biologico” di impiegare questi strumenti per difenderci, sia come individui che come popolazione, da molte malattie infettive. Perché le malattie infettive (tranne quelle non contagiose, come il tetano) sono un fenomeno che riguarda sia gli individui che la popolazione. Questo obbligo biologico deve diventare anche un obbligo legale? Dobbiamo decidere, come comunità, di introdurre sanzioni per chi non vaccina i propri figli? Dobbiamo impedire l'accesso ad alcuni luoghi pubblici (come asili e scuole) a chi non è in regola con il calendario delle vaccinazioni? Oppure basta migliorare l'informazione presso la popolazione?

Anche questo, su Valigia Blu, lo abbiamo scritto in più di un'occasione: quelle domande riguardano una questione che andrebbe distinta da quella della sicurezza ed efficacia dei vaccini. Soprattutto perché, mentre sulla seconda possiamo registrare un ampio consenso scientifico, le politiche sanitarie in materia di vaccini sono a tutt'oggi una materia molto più dibattuta tra gli addetti ai lavori. Si riscontrano infatti orientamenti, provvedimenti e leggi differenti perfino tra i paesi europei. Quando scrivevo che un confronto informato sull'obbligo è legittimo lo facevo per riportare, per correttezza di informazione, un fatto.

L'impressione è che alcuni dei suoi sostenitori interpretino quella dell'obbligo e delle sanzioni come una scelta soprattutto politica: definire e difendere un principio, mettere in qualche modo la comunità di fronte a una scelta netta. La definisco "politica" non per diminuire il valore di questa posizione, come a dire che è "di parte". La definisco "politica" nell'accezione più alta. Il principio che si vuole difendere con la scelta dell'obbligo lo condivido in pieno. Però se l'obiettivo non è solo difendere giusti principi, ma è davvero anche quello di mantenere nel corso degli anni una percentuale di popolazione vaccinata sufficiente, è necessario chiedersi se l'estensione dell'obbligo a dieci vaccini (dai quattro per i quali era già previsto prima) sia una misura non solo giusta, ma anche sufficiente. In altri termini: bisogna chiedersi se concentrarsi solo sull'obbligo sia la strategia vincente.

Non ho quindi alcuna contrarietà di principio all'obbligo vaccinale. Ma i dubbi che si possono avere non sono solo etici e politici, ma anche scientifici. In un post precedente avevo ricordato i risultati di un'analisi svolta nell'ambito del progetto ASSET, che ha confrontato le coperture vaccinali per poliomielite, morbillo e pertosse in diversi paesi europei. I dati mostravano che le coperture vaccinali per queste tre malattie non sembrano dipendere dallo “stato legale” dei tre vaccini (obbligatori o solo raccomandati). Stefania Salmaso, dell'Istituto Superiore di Sanità, in una lettera alla rivista dell'Associazione italiana di epidemiologia, richiamando il caso del Veneto, che aveva deciso di sospendere l'obbligo vaccinale, scrive:

...i risultati registrati nella Regione Veneto non sono stati ottimali né sono stati diversi dal resto del Paese. Più che indicare il fallimento della sospensione dell’obbligo, l’osservazione sembrerebbe indicare la non rilevanza della presenza/assenza dell’obbligo legale come determinante per l’adesione della popolazione target all’offerta vaccinale.

Molti faticano a rendersi conto della complessità di queste questioni. Nella semplificazione mediatica “a favore dei vaccini” è diventato “a favore dell'obbligo”. Chi rifiuta i vaccini è ovviamente anche contro l'obbligo. L'etichetta di “free-vax” serve a coprire quella di no-vax, che sostengono un principio di libertà e autonomia che in realtà serve quasi sempre a mascherare tesi prive di fondamento scientifico. Ma non tutti quelli che mettono in dubbio una legge che introduce obblighi e sanzioni sono per forza antivaccinisti.

Anche perché l'oggetto della discussione dell'ultimo anno e mezzo è stato non il principio dell'obbligo (che già c'era, in Italia, almeno per quattro vaccini, anche se in effetti era un obbligo ormai “sulla carta”). Ma come applicarlo in un testo di legge. Un testo composto di articoli, commi, disposizioni, spesso sconosciuti ai più. La ministra della Salute Giulia Grillo è stata accusata di voler creare classi differenziate (“classi ghetto”, si è detto perfino) per i bambini immunodepressi, che per il loro stato di salute non possono vaccinarsi. In realtà, come nota Antonio Clavenna, ricercatore dell'Istituto di ricerche farmacologiche Mario Negri, il ministro ha riproposto ciò che era già presente nell'articolo 4 della legge approvata nel 2017. Cioè la possibilità di inserire i bambini immunodepressi in classi dove sono presenti bambini già vaccinati.

È una misura utile e opportuna? È una inutile scemenza? Se ne può e deve discutere e non entro nel merito. Ma accusare il ministro di aver proposto un provvedimento già presente in una legge approvata nella legislatura precedente come fosse una sua bizzarra trovata, è scorretto dal punto di vista dell'informazione. Inquina la discussione, introducendovi continui pretesti per attacchi, battute, accuse, che accentuano la polarizzazione delle posizioni perché trasformano qualsiasi affermazione sui vaccini in una bandierina di una parte o dell'altra. Un continuo "rumore di fondo" di litigi e polemiche.

E parlando dell'informazione, non si può non pensare alla responsabilità dei media. Giulia Grillo è stata attaccata perché in un'intervista al Corriere della Sera ha detto che «non puoi illudere la gente che non morirà nessuno. Dobbiamo essere realisti». Questa frase è stata poi riportata in varie versioni. Alcune attribuivano alla Grillo parole mai pronunciate. C'è chi ha titolato che avrebbe detto «bisogna accettare le morti per morbillo». Probabilmente Grillo intendeva dire che nel breve e medio periodo, nonostante l'introduzione di nuove leggi, ci potranno essere altre morti causate dalla malattia. E che dovranno trascorrere anni, anche a coperture ottimali raggiunte, prima di poter affermare che questo rischio si sia quasi azzerato. La ministra avrebbe però dovuto chiarire meglio il suo pensiero (o il giornale avrebbe dovuto invitarla a farlo). Ma in una situazione come questa bisognerebbe essere ancora più rigorosi nel riportare correttamente le dichiarazioni degli esponenti politici. Questo, semmai ci fosse bisogno di specificarlo, non significa difendere questo o quel governo. È un problema che riguarda il giornalismo e l'informazione.

Il problema del mantenimento delle coperture vaccinali lo si potrebbe laicamente (e davvero scientificamente) affrontare in una visione di lungo periodo. Non condizionata dai cambi di governo, dalle campagne elettorali, dagli scontri tra e nei partiti. Per questo motivo sono d'accordo con chi dice che, al punto in cui siamo, con una legge già approvata dal Parlamento, il rinvio votato al Senato è un errore. Soprattutto per la confusione e il disorientamento che crea in una opinione pubblica già sballottata da opinioni contrastanti.

Questo brutto clima ci fa perdere di vista quello che dovrebbe essere l'obiettivo di tutti, al di là delle divisioni che si sono create in questo periodo: una visione, per le politiche vaccinali, non solo di lungo periodo, ma anche più ampia di quella che emerge da un dibattito, come quello attuale, concentrato solo su asili e scuole elementari.

Si dovrebbe parlare di più dell'organizzazione dell'offerta vaccinale. Eva Benelli, giornalista che si occupa di comunicazione istituzionale in campo sanitario, ha pubblicato un post su Facebook che dà un'idea delle tante criticità, e anche delle tante contraddizioni, che ancora si riscontrano in Italia in questo campo.

Dovremmo parlare della necessità di recuperare i giovani adulti non immunizzati contro il morbillo, perché non hanno contratto la malattia da piccoli o di chi non ha completato le vaccinazioni previste. In Italia, come riporta il portale Epicentro dell'Istituto Superiore di Sanità, ci sono stati dal 1 gennaio al 10 dicembre 2017 4885 casi segnalati di morbillo. Sebbene l'incidenza maggiore si sia registrata tra i bambini di meno di un anno, il 74% dei casi ha riguardato persone di 15 o più anni di età. L'età mediana è stata di 27 anni. Cito ancora l'intervento di Stefania Salmaso:

Attualmente si continuano a registrare in Italia epidemie e decessi dovuti al morbillo [...] proprio a causa di adolescenti e giovani adulti rimasti suscettibili troppo a lungo.

Sono tutte persone iscritte al "partito no vax"? No di certo. Sono semmai soggetti classificabili nel più ampio gruppo di "esitanti". Persone che ritardano la decisione di vaccinarsi, che sono incerte, che nutrono dubbi o che non sono coscienti dei rischi che corrono. Lo spettro delle attitudini nei confronti dei vaccini è infatti molto più sfumato della divisione netta tra pro-vax e anti-vax. C'è poi chi non è nemmeno certo di aver contratto il morbillo durante l'infanzia o che ha ricevuto una sola dose di vaccino (e non lo ricorda). I trenta-quarantenni di oggi erano bambini negli anni '80, quando le coperture vaccinali per una dose di morbillo nella popolazione erano bassissime perché si vaccinava poco contro questa malattia.

Dovremmo poi parlare del personale ospedaliero e degli operatori sanitari. Nel 2017 ci sono stati 315 casi segnalati di morbillo in questa categoria. Perché? Per lo stesso insieme di cause elencate prima. Del fenomeno della esitazione verso i vaccini tra gli operatori sanitari si è occupato perfino lo European Centre for Disease Prevention and Control.

I casi di morbillo tra medici e infermieri non dovrebbero suscitare forse indignazione e preoccupazione? Forse però medici e infermieri che si ammalano di morbillo sono un bersaglio polemico poco appetibile e interessante. È più facile prendere in giro le “mamme informate", una categoria di comodo che consente di continuare a descrivere la questione dei vaccini come uno scontro tra "chi ha studiato" e chi no.

Mi permetto peraltro di osservare, a questo proposito, che coloro che ridicolizzano i somari, gli ignoranti, i “laureati su Youtube/Google” (strumenti che peraltro se ben usati possono essere utilissimi) perché si azzardano a contestare gli esperti, spesso sono i primi a non tirarsi indietro quando si tratta di dire la propria su questioni difficili.

Tempo fa avevo sintetizzato questa situazione con una battuta: i no-vax sono esperti di vaccini, i pro-vax di politiche vaccinali. Battute a parte, quello che voglio dire è che un po' tutti, indipendentemente dalle simpatie politiche e dalle idee personali, si addentrano in questioni più grandi di loro. E,  sia chiaro, è un loro diritto. A differenza di altri, io non ho mai pensato che un non esperto debba rimanere muto, in silenziosa adorazione, davanti a un camice bianco. Ma se l'umiltà, la necessità di informarsi, di capire, di riflettere, sono virtù (e lo sono), allora credo dovrebbero imparare a praticarle in tanti. Non solo quelli che oggi vengono additati come “ignoranti”.

In un clima come quello che si è creato attorno ai vaccini, è inevitabile che anche nel paese saltino i nervi e che a qualcuno venga in mente di organizzare iniziative assurde. Due casi di cronaca di questi giorni sono eloquenti in questo senso. A Chiavari un gelataio ha deciso di esporre sulla vetrina del proprio negozio un cartello che intima ai no-vax di non entrare. «Non siete i benvenuti nella mia gelateria», recita. C'è chi applaude e dice che «poco importa se i no-vax si sentono ghettizzati». Il problema è che se un no vax è davvero tale, cioè una persona che rifiuta completamente vaccini, si è già ghettizzato da solo per ciò che ci dovrebbe interessare realmente, che non è andare in gelateria (quello lo farà comunque) ma in un centro vaccinale. Ma forse anche la logica ci ha ormai abbandonati. E poi il gelataio che fa? Legge nel pensiero i clienti o fa loro esami sui vaccini? Non è dato sapere. Nei pressi di Roma, invece, un B&B ha pensato che la clientela da premiare fosse quella dei "free-vax". Maxi sconti per loro. Per fortuna questa bella voglia di creare luoghi separati ed esclusivi e di appiccicare stigma sembra per ora manifestarsi in pochi e isolati episodi. Ma chissà.

Da questi casi di cronaca (che, va senza dire, ovviamente scatenano le discussioni più infiammate e inutili possibili), si è quasi tentati di pensare a un paese spaccato a metà, equamente diviso tra pro-vax e no-vax. Quando invece non è così. La copertura vaccinale contro il morbillo nel 2017 era il 91,68% (tra l'altro, il calo iniziato nel 2013 si è arrestato nel 2015 e si è registrato un aumento già nel 2016, un anno prima dell'approvazione della nuova legge sui vaccini). Dal punto di vista epidemiologico è un numero ancora basso, che deve crescere e raggiungere almeno il 95%. Ma dal punto di vista sociale e politico, è un dato che mostra che le famiglie davvero no-vax sono una piccola minoranza. Apparsa forse più grande di quello che è anche per il rumore che ha fatto, per l'esposizione mediatica che ha conquistato e per i suoi slogan. Anche tra chi vaccina ci sono senz'altro tanti che hanno dubbi o esitazioni. Ma alla fine, per fortuna, vaccinano.

In questa disputa quasi quotidiana sui vaccini si è finiti per accapigliarsi perfino attorno a questioni anche più grandi e difficili come il rapporto tra scienza e democrazia e scienza e politica. Temi che vanno ben oltre i vaccini. L’affermazione del 5 stelle Davide Barillari, «la politica viene prima della scienza», è una frase buttata lì, uno slogan, che di per sé non ha ovviamente senso. Ma lo sarebbe anche l’affermazione contraria (“la scienza viene prima della politica”). Il problema di affermazioni come queste non è tanto il loro “grado di verità” (se sono cioè vere o false), ma il fatto che non sono argomentate, a partire dalla definizione del significato dei termini. Perché chi le pronuncia non si rende neanche conto della portata dei temi che tocca.  E non basta essere virologi per discuterne sensatamente perché sarebbero di competenza di altre discipline (e si sente infatti la mancanza di un approccio multidisciplinare). Di sicuro Barillari non finirà nei libri di filosofia della scienza, ma quando un tema sanitario diventa un derby giocato a colpi di slogan (“la scienza non è democratica”, “la politica viene prima della scienza”, “vota la scienza”, “vogliono riportarci al Medioevo” - credo che prima o poi i medievisti si incateneranno nelle piazze e bloccheranno le strade per questo continuo abuso della parola "Medioevo"), la responsabilità è di tanti. E il risultato è lo scadimento del livello del dibattito pubblico a cui assistiamo.

Vaccini, scienza, democrazia, politica. Grande è il caos in questo periodo. E purtroppo non è creativo. Perché discussioni così male impostate e avvelenate difficilmente ci aiuteranno a crescere come comunità e a diventare capaci di svolgere dibattiti pubblici alti e degni dell'importanza delle questioni che dobbiamo affrontare. Credo che chi si batte per la “razionalità” e la “ragione” dovrebbe preoccuparsi innanzitutto di questo.

In conclusione: sui vaccini diamoci tutti una calmata.

Immagine via Pixabay

AGGIORNAMENTO 11 AGOSTO, ORE 10: in un passaggio sulla copertura vaccinale per il morbillo, la frase «tra l'altro, ha ripreso a crescere già dal 2015, due anni prima dell'approvazione della nuova legge sui vaccini» è stata corretta così: «tra l'altro, il calo iniziato nel 2013 si è arrestato nel 2015 e si è registrato un aumento già nel 2016, un anno prima dell'approvazione della nuova legge sui vaccini»

AGGIORNAMENTO 13 AGOSTO, ORE 17:40: all'inizio del post è stata inserita la parola "materne" all'interno della frase «il Senato ha rinviato al 2019 l'esclusione da nidi e scuole».

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Cosa sappiamo sui troll russi in Italia e sull'”attacco” su Twitter al Capo dello Stato

[Tempo di lettura stimato: 12 minuti]

La scorsa settimana diversi giornali italiani pubblicano notizie sull'attività dell'Internet Research Agency (IRA), "una fabbrica di troll russa", con circa 400 dipendenti e con sede a San Pietroburgo che ha lo scopo di inquinare il dibattito in Occidente e su un "attacco coordinato" su Twitter nei confronti del Presidente della Repubblica, Sergio Mattarella.

Leggi anche >> Le interferenze russe in Italia: cosa sappiamo

Abbiamo ricostruito quello che è emerso finora delle due questioni non direttamente collegate tra di loro.

I dati pubblicati da FiveThirtyEight sull'attività dei troll russi in America

Il 31 luglio Oliver Roeder pubblica un articolo su FiveThirtyEight in cui dice di essere venuto in possesso di 3 milioni di tweet pubblicati tra febbraio 2012 e maggio 2018 (la stragrande maggioranza dal 2015 al 2017) dalla Internet Research Agency (IRA), un’agenzia di San Pietroburgo, in Russia, che “conduceva una campagna sofisticata e coordinata” per diffondere disinformazione attraverso i social media e inquinare il dibattito riguardo la politica americana. All'inizio di quest'anno, si legge nell’articolo, il Dipartimento di Giustizia statunitense ha accusato 13 cittadini russi dipendenti dell’IRA di interferire nei processi elettorali e politici americani.

I dati sono stati ricavati da due professori della Clemson University, Darren Linvill e Patrick Warren che, usando un software avanzato di tracciamento dei social media, hanno estratto i tweet da migliaia di profili che Twitter ha riconosciuto essere associati all'IRA, e poi condivisi con FiveThirtyEight per renderli disponibili ad altri ricercatori e a un pubblico più ampio: «Finora ci sono solo due cervelli che li osservano. Più cervelli potrebbero trovare Dio-sa-cosa», ha detto Linvill a proposito della sua ricerca. Le loro analisi fanno parte di un working paper, attualmente in fase di revisione (e quindi verifica) di una rivista accademica, dal titolo Troll Factories: The Internet Research Agency and State-Sponsored Agenda Building.

In particolare il documento di Linvill e Warren analizza tutti i tweet pubblicati da profili riconducibili all’IRA tra il 19 giugno 2015 e il 31 dicembre 2017. Ci sono anche alcuni tweet pubblicati al di fuori di questo intervallo di date, scrive Roeder, ma non consentono di analizzare le interconnessioni tra i vari profili in modo esaustivo. Inoltre, nel momento in cui Twitter ha sospeso questi account, ha eliminato anche i loro tweet dalla visualizzazione pubblica.

Linvill e Warren dividono il trolling dell'IRA in cinque categorie o ruoli distinti: Troll destro, Troll sinistro, News Feed, Hashtag Gamer e Fearmonger.

via Fivethirtyeight.com.

“I troll di destra non fanno altro che parlare di politica tutto il giorno, diffondono messaggi sovranisti e di destra e, dopo la nomination di Trump, hanno sostenuto la sua candidatura alla presidenza degli Stati Uniti”, spiegano i ricercatori nel paper, mentre quelli di sinistra “hanno discusso di identità di genere (ad esempio, #LGBTQ) e religiosa (ad es. #MuslimBan), adottano spesso le personalità degli attivisti di Black Lives Matter, in genere esprimendo sostegno per Bernie Sanders e derisione per Hillary Clinton, chiaramente cercando di dividere il Partito Democratico e abbassare l'affluenza alle urne”. I News Feed sono misteriosi, si presentano come aggregatori di notizie locali, con nomi come @OnlineMemphis e @TodayPittsburgh, e le notizie che linkano sono in genere fondate. Gli Hashtag Gamers sono specializzati nel creare giochi di parole con gli hashtag: molti dei loro tweet sono innocui, ma alcuni sono socialmente divisivi, nello stile dei troll di destra o di sinistra. I Fearmongers (ndr, nella traduzione letterale: “i paurafondai”), relativamente rari nel database, diffondono notizie su una finta crisi, come i tacchini contaminati dalla salmonella nei giorni precedenti il Ringraziamento.

«Analizzare questi dati consente di vedere, di ora in ora, cosa pubblicavano questi account Twitter e osservare la struttura di ciò che l’agenzia stava facendo in quel momento», spiega Linvill. Non è possibile stabilire se quest’azione abbia avuto un effetto o meno sulle elezioni del 2016, ma certamente ha creato scompiglio, scrive Roeder. E, spiegano i due ricercatori, la campagna di disinformazione si è estesa oltre il periodo delle elezioni presidenziali statunitensi. «Ci sono stati più tweet nell’anno successivo alle elezioni che in quello che le ha precedute. Non è solo una questione di elezioni. È un continuo intervento nel dibattito politico in America», spiega Warren.

Questa ricerca, concludono i due docenti nel paper, può essere utilizzata per “analizzare la natura qualitativa dei singoli tweet e fornire una comprensione più dettagliata dell'efficacia di questa campagna nel tempo. Questi dati possono anche essere utilizzati per capire meglio come le tattiche dell'IRA si adattano nel tempo e, analizzando i tweet non inglesi, in contesti diversi”. E se è vero che “i tentativi della Russia di distrarre, dividere e demoralizzare sono stati definiti una forma di guerra politica, (...) questa analisi ha fornito informazioni sui metodi utilizzati dall'IRA per intraprendere questa guerra”.

I troll russi e l'Italia, cosa scrivono Corriere e Repubblica

L'attività dei troll russi, targati IRA, sarebbe stata registrata anche in Italia, riportano Corriere della Sera e Repubblica, partendo dai dati pubblicati da FiveThirtyEight.

Sul Corriere della Sera Federico Fubini scrive che in base a quanto è emerso dai file pubblicati una parte del materiale è in italiano poiché i profili della «fabbrica» russa, negli ultimi anni, hanno rilanciato "con una serie di retweet altri profili noti per essere al centro della conversazione sul social network degli ambienti simpatizzanti con le forze populiste in Italia", come Movimento 5 stelle e Lega.

Il giornalista avverte comunque che, sulla base del materiale disponibile, non si può ipotizzare che il M5S e il partito guidato da Matteo Salvini abbiano ricercato o concordato un sostegno da parte delle fabbriche di troll della Russia, ma aggiunge che "è invece evidente dall’enorme massa di post su Twitter, in parte ancora da decifrare, che da parte dei «troll» si sono voluti sostenere i partiti populisti in Italia. In altri termini, esistono indizi di un tentativo di interferenza esterna a favore dei populisti nella vita politica del nostro Paese".

Fubini fa poi l'esempio di un profilo (non più esistente ora in rete, ma attivo fino alla primavera del 2017) che "sembra al centro" di questa parte dei documenti inerenti l'Italia: "@Elena07617349". Questo account pubblicava ad esempio contenuti contro Barack Obama (in inglese), contro l'area politica intorno a Matteo Renzi o contro gli sbarchi "quando dialogava in italiano con un profilo chiamato «123stoka #iostoconsalvini»".

Giuliano Foschini e Fabio Tonacci su Repubblica, sempre in base a quanto pubblicato dal sito americano, portano un altro esempio di questa attività di troll russi:

Ricordate la storia del figlio dell'ex ministro del Lavoro, Giuliano Poletti, finito nella polemica perché il giornale che dirigeva incassava finanziamenti pubblici? Nel mezzo della bufera spuntò un tweet di Poletti jr che, reagendo alle polemiche, insultava gli italiani. Quel tweet, scoprì il debunker David Puente, era un falso. Un fotomontaggio. Rilanciato da un profilo twitter, "Noemi", che aveva più di 50mila seguaci, quasi tutti simpatizzanti del Movimento 5 Stelle. Un profilo che all'improvviso sparì. Si scopre ora che dietro questa storiella non c' era un buontempone ma una fabbrica di troll russa, la Internet Research Agency (...).

In base a una prima analisi, continuano i due giornalisti, è interessante verificare "come molti di questi profili fake creati a San Pietroburgo interagissero con altissima frequenza con profili di sostenitori della Lega e del Movimento 5 Stelle, come nel caso appunto della bufalara 'Noemi' scoperta da Puente".

L'analisi di Wired e di Repubblica dei tweet pubblicati da FiveThirtyEight

Riccardo Saporiti, dopo aver scaricato i tweet e aver isolato quelli in italiano (18mila su più di 3 milioni, lo 0,6% del totale), ha analizzato i dati su Wired. Il giornalista mette in evidenza diverse questioni critiche.

Innanzitutto non sempre il tweet compreso nella colonna del database con il valore "italian" è scritto in italiano. Inoltre, su 18mila tweet, 13mila sono retweet, cioè il rilancio di contenuti prodotti da altri. Ad esempio "@Elena07617349", l'account che il Corriere cita come figura cardine, "non compare mai nella colonna che contiene il nome degli autori dei tweet. Appare invece numerose volte nel testo dei cinguettii. Il che significa che questi tweet sono risposte a contenuti da lei pubblicati".

Per provare poi a capire da dove arrivino questi tweet, Saporiti scrive che ci si può affidare alla colonna "region", dove si trova il nome del paese da cui è partito il contenuto: "Ben 12mila, ovvero circa due terzi, arrivano dall’Italia. Altri 4mila dagli Stati Uniti, mentre 2mila hanno origine sconosciuta. E la Russia? Sono appena 4", dei quali solo uno sembra di propaganda russa.

Passando poi ad analizzare i contenuti di questi migliaia di tweet, il giornalista scrive:

(...) Scorrendo il dataset si trovano molti rilanci delle prime pagine del Corriere dello Sport e di Tuttosport. Testate che non si capisce come possano avere a che fare con la propaganda filorussa. C’è anche un tweet dedicato al trailer della settima stagione di Game of Thrones. Diversi anche i retweet di un cinguettio del giornalista di Repubblica Vittorio Zucconi, critico sulla riforma fiscale del presidente Trump. E nei confronti di ogni “fesso che l’ha votato”. Non esattamente una dichiarazione in linea con una Russia che sostiene l’attuale inquilino della Casa bianca.

Infine, Saporiti commenta la tempistica di questi tweet. Per il giornalista di Wired "volendo influenzare le elezioni italiane, ci si aspetterebbe che l’attività dei troll si fosse intensificata a ridosso del voto", mentre in realtà "sono appena tre i tweet presenti nel dataset pubblicati tra il 1° gennaio e il 4 marzo di quest’anno. Due dei quali proprio nel tardo pomeriggio del giorno delle elezioni".

Insomma, tutti questi aspetti non dimostrano che "non esista qualcosa come la propaganda russa a favore dei movimenti populisti e sovranisti italiani", ma che "probabilmente l’eventuale prova dell’esistenza di questi troll e della loro azione nel nostro Paese" non si trova nel dataset pubblicato da FiveThirtyEight.

Il giorno successivo l'articolo di Wired, anche Repubblica pubblica una radiografia dei 18mila tweet in lingua italiana prodotti da 143 profili creati dall'IRA.

In totale i tweet in cui si parlavano di politica sarebbero stati 1898, cioè il 10% del totale. Il quotidiano spiega che in essi in parte si screditava il governo Renzi, si esaltava l'attuale ministro degli Interni, Matteo Salvini, e si amplificavano tweet che riguardavano "il contrasto alle migrazioni, fatti di sangue particolarmente cruenti e sanzioni della Russia".

via Repubblica

Sul fatto che questi account retwittassero (in gran parte) o twittassero con frequenza notizie non politiche, Repubblica cita l'opinione di un analista che sta analizzando il dossier: «Questo non deve sorprendere. Perché i profili fake devono comportarsi come quelli 'normali' per non dare nell'occhio e non essere bloccati. Ecco perché si muovono a 360 gradi».

L'analisi mostra inoltre come questi account avessero un numero di follower molto basso. Infine, spesso questi profili interagivano con account di simpatizzanti del Movimento 5 Stelle e della Lega.

L'intervista dei quotidiani italiani ai due ricercatori americani

Il 3 agosto Il Messaggero pubblica l'intervista al ricercatore Patrick Warren. Il ricercatore afferma che tramite il loro lavoro «hanno trovato numerosi account italiani» e che sono «sicuri che siano troll russi». Warren specifica però che non può parlare di una strategia italiana di questi account: «Capirne il contesto sta alla vostra intelligence».

Il giorno successivo, Darren Linvill, l'altro ricercatore americano, dichiara al Fatto Quotidiano che «la maggior parte dei tweet italiani arriva a marzo e aprile del 2017 con un altro piccolo picco a settembre e ottobre 2017» e che «è molto difficile stimare il possibile impatto delle operazioni russe su qualsiasi elezione. Stiamo facendo ulteriori analisi per ottenere una risposta migliore, ma dubito che ogni risposta sarà mai certa. Ci sono troppe variabili sconosciute».

L'articolo del Corriere della Sera sull'"attacco coordinato" su Twitter a Mattarella

In un secondo articolo sempre Federico Fubini sul Corriere della Sera racconta di un'altra questione – non legata direttamente alla vicenda dei profili e tweet emersa dal paper pubblicato da FiveThirtyEight –: un "attacco" su Twitter coordinato nei confronti del Presidente della Repubblica, Sergio Mattarella, dopo la sua decisione a fine maggio di non nominare Paolo Savona come ministro dell'Economia:

Domenica 27 maggio, a partire dal tardo pomeriggio, il capo dello Stato Sergio Mattarella inizia a fare i conti con il lato deteriore dei «social network». Senza che fosse chiaro come e da dove sia partito l’ordine, migliaia di profili di Twitter iniziano improvvisamente a bombardare la Rete con la stessa parola d’ordine: #MattarellaDimettiti. Luigi Di Maio, oggi vicepremier e già leader della prima forza politica del Paese, aveva appena chiesto la messa in stato d’accusa del garante della Costituzione che si era limitato a esercitare le sue prerogative: aveva rifiutato di avallare la scelta di un esponente anti-euro come ministro dell’Economia senza che ciò fosse stato discusso nei programmi elettorali.

Il giornalista scrive che quell'azione collettiva era stata "chiaramente coordinata con cura" e ciò "lo si intuiva dall’attivismo di tanti snodi digitali, molti dei quali anonimi e tutti impegnati a far crescere il più in fretta possibile il rumore di fondo attorno allo slogan prescelto".

Cosa era successo? In base a quanto riporta Marzio Breda, sempre sullo stesso quotidiano, la notte tra il 27 maggio e il 28 maggio scorsi, intorno alle due, su Twitter, "in pochissimi minuti si registrano circa 400 nuovi profili, tutti riconducibili a un’unica origine". Da questi profili iniziano a partire migliaia di messaggi contro Sergio Mattarella chiedendogli di dimettersi. L'hashtag #MattarellaDimettiti era comunque iniziato a girare su Twitter nella mattinata di domenica 27 maggio. In base al lavoro della Polizia Postale si sarebbe stabilito che "la fonte di tutto è una sola". L'indagine però non riesce a stabilire il punto di congiunzione "tra la galassia dei social network e una precisa cabina di regia". Il giornalista scrive che quest'ultima, con alta probabilità, dovrebbe esser stata creata all’estero, "anche se nessuno è in grado di dire se c’entrino gli operatori russi impegnati in azioni di disturbo nella campagna elettorale americana". È utile specificare che in quei giorni migliaia di persone avevano twittato messaggi a sostegno di Mattarella, prevalendo nelle citazioni, secondo l'analisi di DatamediaHub, su quelli che ne chiedevano le dimissioni. Inoltre, su Twitter gli utenti attivi al mese sono circa 7,9 milioni e un milione e mezzo quelli giornalieri.

Fubini racconta però un "dettaglio" che sarebbe sfuggito a tutti e cioè che circa venti (ma probabilmente anche di più) di quegli account Twitter coinvolti nella campagna digitale contro il capo dello Stato e appartenenti a italiani ignari di tutto, avevano una "storia controversa": "Nel passato recente quei profili su Twitter (...) erano stati usati una o più volte dalla Internet Research Agency (Ira) di San Pietroburgo per far filtrare nel nostro Paese la propria propaganda a favore dei partiti populisti, dei sovranisti e degli anti-europei". Ciò significa, spiega il giornalista, che quegli «account» che tempo prima, a loro insaputa, erano stati sollecitati e rilanciati in rete da parte di agenti russi sotto copertura, ora "stavano attaccando Mattarella".

Fubini spiega che è "impossibile sapere se i troll russi, nascosti nella loro «fabbrica dei falsi» a San Pietroburgo, abbiamo avuto un ruolo anche nell’alimentare l’ultima campagna contro il capo dello Stato" perché i dati che potrebbero chiarire tale questione "non sono di dominio pubblico". Di certo invece c'è che alcuni di questi account "erano già stati sollecitati dai russi in modo occulto, dunque a loro insaputa, in casi precedenti", in base al paper dei due ricercatori americani pubblicati da FiveThirtyEight.

L'indagine della Procura di Roma

Su questo "attacco" online a Mattarella esce la notizia che "sarà formalmente aperto dalla Procura di Roma (...) un fascicolo d’indagine". L’inchiesta, affidata al pool di magistrati che si occupa dell’antiterrorismo, ipotizza i reati di attentato alla libertà del presidente della Repubblica e offesa all'onore e al prestigio del Capo dello Stato. Nell'elenco dei reati ipotizzati c'è anche la «sostituzione di persona», poiché i primi accertamenti effettuati dalla polizia postale avrebbero dimostrato che tutti i profili utilizzati erano falsi e servivano a schermare l’autore dell’assalto.

Fiorella Sarzanini sul Corriere della Sera scrive che, in attesa delle indagini dell'antiterrosimo, "le verifiche effettuate nelle scorse settimane da investigatori e intelligence avrebbero consentito di acquisire alcuni elementi preziosi per individuare chi aveva deciso di scagliarsi contro il capo dello Stato":

I falsi profili utilizzati su Twitter risultano essere stati creati da server esteri, in particolare estoni e israeliani. Ma questo non vuol dire che siano partiti da quegli Stati. Anzi. È verosimile che gli account generati probabilmente da un’unica fonte, siano stati aperti in Italia e che il rimando a quei Paesi servisse esclusivamente a confondere. Dunque una strategia sofisticata e condotta da esperti per impedire che si arrivasse a chi ha pianificato l’operazione. Una prima analisi confermerebbe che il primo segnale proveniva da una regione settentrionale.

La giornalista racconta anche che nei giorni successivi il 27 maggio alla Procura di Roma erano state depositate diverse denunce per chiedere l’apertura di un’inchiesta contro Mattarella per alto tradimento, dopo la rinuncia alla nomina di Savona. Si trattava di esposti che riprendevano esplicitamente le dichiarazioni di Luigi Di Maio, di molti esponenti di primo piano del Movimento, ma anche della leader di Fratelli d’Italia, Giorgia Meloni, su una possibile richiesta di messa in stato di accusa al Parlamento di Mattarella (azione poi non realizzatasi).

Il compito della Polizia Postale sarà quindi quello "di ricostruire quanto accaduto, rintracciare gli account, individuare i server. E così dare un’identità a chi ha compiuto un atto ritenuto eversivo proprio perché prende di mira la più alta carica dello Stato. L’esito di queste verifiche sarà poi incrociato con l’identità di chi ha presentato le denunce proprio per scoprire se ci sia stata un’unica regia dietro l’attacco che mirava a indebolire il Quirinale". Al momento, comunque, conclude Sarzanini, "sembra esclusa la possibilità che dietro questo attacco ci siano account russi".

Secondo quanto riporta Repubblica, infine, l'indagine poi non si concentrerà solo sul "caso Mattarella" ma anche sull'attività in Italia dell'IRA, in quanto nei prossimi giorni la Polizia postale acquisirà il database con i 3 milioni di tweet estratti e analizzati dall'Fbi.

L'audizione al Copasir del direttore del Dis

Lunedì 6 agosto, sempre sul Corriere della Sera, viene pubblicato un articolo di Sarzanini in cui si spiega che nell'audizione al Copasir (Comitato parlamentare di controllo sui servizi segreti) del direttore del Dipartimento delle informazioni per la sicurezza (DIS) Alessandro Pansa, prevista da tempo, è stato ampliato, dopo richiesta del Partito Democratico, l'ordine del giorno per affrontare quest'ultime vicende:

Al Parlamento il capo dell’intelligence consegnerà un dossier che ricostruisce quanto accaduto la notte tra il 27 e il 28 maggio. Evidenziando come quel bombardamento di tweet non abbia nulla a che fare con il Russiagate, cioè con i troll di Mosca che sarebbero stati utilizzati per influenzare la campagna negli Stati Uniti che ha portato all’elezione di Donald Trump. Del resto la prima traccia utile trovata dagli specialisti avvalora la possibilità che a generare l’operazione sia stato un account creato sullo «snodo dati» di Milano.

In base a quanto ricostruito dalla giornalista del Corriere, "il primo profilo sarebbe stato creato con un’iscrizione avvenuta in Italia — quella dello «snodo dati» che si trova a Milano — ma in maniera schermata in modo da far figurare che provenisse dall’estero". Mentre i server stranieri (in Estonia o in Israele) sarebbero stati utilizzati per gli altri account (almeno 150 nei primi minuti). Secondo gli investigatori dietro ci sarebbe stata un’unica mano, "quasi certamente una società specializzata in questo tipo di attività".

Al termine dell'audizione al Cosapir, le agenzie stampa pubblicano la notizia che Pansa, che non avrebbe fornito alcun dossier ai commissari, ha riferito che sugli attacchi online al Capo dello Stato “sono in corso i necessari approfondimenti da parte delle strutture specializzate della nostra intelligence” e “al momento non è possibile formulare conclusioni”. L'Ansa scrive che gli 007 hanno in sostanza ribadito che si tratta di un lavoro molto lungo poiché sono centinaia i profili che vanno ricercati (molti dei quali sono stati cancellati): "Uno screening complesso che non ha ancora consentito di accertare l'origine dell'attacco. Al momento dunque, non sono emerse ancora 'evidenze' sulla matrice. Fermo restando, ha ricordato ai commissari Pansa, che sia in occasione del referendum del dicembre 2016 sia per le elezioni del 4 marzo l'intelligence aveva fatto una serie di approfondimenti su possibili attacchi via web, non rivelando però alcun elemento concreto".

Immagine in anteprima via shepetivka.com.ua.

 

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Abbiamo bisogno di un’emergenza per affrontare il razzismo?

[Tempo di lettura stimato: 7 minuti]

Abbiamo bisogno di un’emergenza razzismo per trattare – e magari affrontare politicamente – il problema razzismo in Italia? Abbiamo bisogno di fissare un numero limite, e attendere che sia varcato dalla violenza xenofoba, perché gli editorialisti e l'opinione pubblica siano autorizzati a esprimere la loro preoccupazione, esortino le istituzioni a intervenire, e perché quest’ultime agiscano secondo quanto è in loro potere?

Lo chiedo perché in questi ultimi mesi si sono documentati episodi violenti a sfondo razziale, tra aggressioni e omicidi, da nord a sud, provocando a margine della cronaca un dibattito polarizzato sul dilemma emergenza sì/no. Ma al di là dell’eco mediatica c’è una difficoltà a monte nel raccogliere e valutare sul piano statistico questo tipo di crimini,  per cui il dibattito rischia semplicemente di protrarsi all’infinito. Eppure la carenza e la frammentarietà dei dati sono il prodotto di una politica evidentemente disinteressata a perimetrare statisticamente il fenomeno, ed è quindi parte del problema. Come evidenzia Davide Maria De Luca sul Post, circa i crimini motivati dall’odio razziale

Il governo francese produce un rapporto annuale che quest’anno è lungo ben 412 pagine. Quello britannico realizza un rapporto annuale più sintetico, 33 pagine, ma ugualmente ricco di dati e statistiche. In Italia l’unico documento ufficiale disponibile è un PDF di tre pagine che raccoglie tutti i dati dal 2010 al 2017.
Per farsi un’idea di quel che accade nel nostro paese è quindi necessario districarsi in una giungla di dati, spesso incompleti, parziali e difficile da paragonare, che provengono da fonti governative e ministeriali, istituzioni internazionali e organizzazioni non governative.

È anche difficile inquadrare nel breve periodo i casi, perché non tutti i crimini che hanno come una vittima un non bianco sono automaticamente a sfondo razziale: occorre un certo tipo di contesto e movente. Gridare subito all’allarme razzista dietro il caso del giorno può essere controproducente, a dispetto delle buone intenzioni, e può prestare il fianco a chi persegue una linea negazionista.

Emblematico in tal senso è il ferimento della discobola Daisy Osakue con un uovo lanciato da un auto. Un episodio che fin dall’inizio lasciava qualche dubbio sulla matrice xenofoba: come ammesso dalla stessa aggredita, la zona di notte è frequentata da prostitute, perciò sarebbe stato più sensato parlare di aggressione misogina. Ma, forse anche per l’appartenenza politica dell’aggredita, il Partito Democratico per una volta tanto è andato giù duro nel condannare l’episodio. Martina l’ha inquadrato nella “spirale razzista”.

Renzi ha invece parlato di “schifosi razzisti” e di un’Osakue “selvaggiamente picchiata”.

Poi però la realtà è diventata un apologo su quanto è subdolo il bias di conferma. Si è scoperto infatti che tra gli autori dell’aggressione c’è il figlio di un consigliere comunale del Partito Democratico. Ciò ha creato non poco imbarazzo tra le fila del partito, e ha per l'appunto offerto una sponda alla destra xenofoba.

Possiamo dunque perderci nella spirale del dibattito, o renderci conto che essa, alla lunga, si avvita su se stessa fino a distanziarsi dal problema che dovrebbe trattare. Perché parlare del problema razzismo solo a fronte di episodi violenti, valutando addirittura se il problema esista oppure no in base all’occorrenza statistica, è come parlare di mafia solo sulla base del numero di attentati ed esecuzioni. È un fenomeno più radicato e complesso degli episodi più violenti che può esprimere.

Retrocediamo un attimo, dunque, e prendiamo la prospettiva dei corpi come soggetti politici. Un considerevole numero di persone in Italia non è costituita da cittadini bianchi, ma da persone che hanno desideri e istanze, e fanno parte di comunità; ma la loro esistenza, ancora prima di essere colpita con violenza e premeditazione dalle recrudescenze razziste, tende a essere repressa o relegata su un piano astratto, fino a farne oggetti mediatici, periferia del dibattito pubblico e della vita politica del paese. E questo avviene da ben prima dell’insediamento del nuovo governo, e non riguarda certo solo un’area politica. Casomai in partiti come la Lega ci sono meno scrupoli ad assecondare pulsioni xenofobe, fino a integrarle nella propria agenda politica, con il non tacito consenso del Movimento 5 Stelle. Come fa presente la scrittrice Igiaba Scego su Facebook (citando Sartre), "dove sono i neri"?

Questa è una domanda che Sartre ha posto ai brasiliani che lo avevano invitato negli anni '50 a visitare il paese...

Pubblicato da Igiaba Scego su Mercoledì 1 agosto 2018

Prendiamo ad esempio l’attentato di Macerata: era subito chiara la matrice fascista, per la militanza politica di Luca Traini e per la dinamica stessa dell’attentato. Ma da più parti si è derubricato il fatto a “Far west” o a “gesto di un folle”, si è invitato a “non strumentalizzare”; pochissimi politici (come Brignone, Acerbo e il Ministro Orlando) sono andati a trovare le vittime, certificando la loro esistenza, la dignità dei loro corpi feriti. Si è parlato molto dei nigeriani a Macerata, si è creata una strumentale correlazione tra la morte di Pamela Mastropietro e l’attentato, usandola come argomento contro chi condannava la strage (dimenticando, chissà perché, che i soldi per la dose venivano da un italiano che li elargì in cambio di un rapporto sessuale). Ma quanto si è dato voce ai nigeriani di Macerata?

Nei giorni successivi, inoltre, si è cercato di impedire la manifestazione antirazzista, che si è poi svolta in una città blindata, sottoposta per giorni e giorni al bombardamento mediatico sul rischio incidenti. Un partito con vocazione maggioritaria e un’agenda politica antirazzista avrebbe dovuto essere là, abbracciare quella folla. Invece l’allora segretario del Pd ha preferito andarsene a Perugia a parlare a una platea di simpatizzanti. Mentre su Twitter gli Scalfarotto erano soprattutto allarmati per i cori sulle foibe – che hanno riguardato pochi manifestanti su 20mila.

https://twitter.com/ivanscalfarotto/status/962413424553709569

Prendiamo a Firenze la morte del senegalese Idy Diene, ucciso a colpi di pistola da un pensionato. Come ricordato da Repubblica, Diene proveniva dallo stesso villaggio di Samb Modou, una delle due vittime della strage di Firenze del 2011, quando il militante di CasaPound Gianluca Casseri sparò su un gruppo di senegalesi, uccidendosi poche ore dopo per evitare la cattura. Diene aiutava la vedova e la figlia di Modou; la sua morte riapre nella comunità senegalese una ferita profonda, dolorosa. Scatena la paura di non poter girare per strada senza che qualcuno, arbitrariamente, decida che la pelle nera è abbastanza per fare di un uomo un bersaglio. Il caso è talmente sentito che in Senegal è proclamato il lutto nazionale.

Quali sono state le reazioni politiche a caldo? Il sindaco Nardella ha inizialmente rifiutato di incontrare la comunità senegalese, e poi, a seguito di alcune proteste tumultuose, col corteo di senegalesi che ha rovesciato alcune fioriere e cestini dell’immondizia, ha condannato “la protesta violenta”, specificando che “i violenti, di qualsiasi provenienza, vanno affidati alla giustizia”.

In pratica ha messo sullo stesso piano delle fioriere e Idy Diene, intanto che definiva l’assassino “uno squilibrato”. In un tale contesto, la proclamazione del lutto cittadino appare una maldestra toppa. E perché ai senegalesi (che poi si sono autotassati per ripagare le fioriere) non è stata concessa la definizione di “popolazione molto stanca e preoccupata”, come per i cittadini di Gorino, che alzarono barricate contro l’arrivo di venti migranti?

Parlando ancora di Nardella, che differenza c’è tra la ruspa della retorica salviniana e il video dove il sindaco si immortala vicino alla ruspa durante lo sgombero di un campo abusivo?

Lo scorso giugno ha suscitato orrore la proposta di Salvini di censire i rom, ma come dimenticare l’idea segregazionista di bus riservati a rom, proposta da Pd e Sel nel comune di Borgataro? Era il 2014. E, sempre a proposito di rom, quanti politici, dopo il ferimento di una bambina da parte di un 50enne, sono andati a incontrare i genitori, o la comunità dove la famiglia viveva? Forse ha prevalso il pensiero che, insomma, farsi fotografare circondati da rom può turbare gli elettori e i cittadini stanchi?

La questione è centrale perché se la propaganda xenofoba ha bisogno di creare un nemico, una cultura politica antirazzista non può tenere ai margini quei gruppi sociali che possono diventare un bersaglio, o trattarli come qualcosa che sì, insomma, un po' crea imbarazzo. Nell'allontanamento dei loro corpi politici, nel linguaggio fatto di distinguo, riduzionismi, ammiccamenti più o meno freudiani, si indeboliscono gli anticorpi democratici e si crea un terreno più fertile perché la cultura razzista prosperi. Non è un caso se Armando Spataro, procuratore capo di Torino, nel commentare la crescita di reati contro gli immigrati ha sottolineato la passività delle persone presenti.

Se si rinuncia ai comportamenti, alla forza dei gesti, si lascia più spazio a una politica puramente retorica, e quindi alla propaganda, dove hanno gioco facile quegli slogan che avvolgono contenuti altrimenti irricevibili, o i dettagli insignificanti (lo smalto sulle unghie di una persona salvata dal naufragio) deformati e ingigantiti fino a cancellare il contesto.

È in un quadro simile che, per esempio, il ministro Fontana può arrivare a proporre l'abolizione della legge Mancino, che sarebbe una "sponda normativa usata dai globalisti per ammantare di antifascismo il loro razzismo anti-italiano".
Quella del razzismo contro gli italiani, e il corollario retorico che vuole gli italiani i veri discriminati, a vantaggio degli immigrati, è una costruzione retorica di per sé demenziale e priva di consistenza, ma può trovare terreno in un immaginario che marginalizza i gruppi sociali presi di mira, proprio quelli tutelati dalla legge Mancino.

Ho detto demenziale, sì, perché altrimenti devo essere stato molto distratto negli ultimi mesi e anni. Mi sono perso infatti i comizi in cui Cécile Kyenge invitava gli stranieri a commettere reati a danno degli italiani, a spazzarne via le case abusive a colpi di ruspa, a rimpiangere i tempi in cui i cristiani erano dati in pasto ai leoni nel Colosseo, a irridere il maschio bianco perché ce l’ha piccolo, a invocare il benaltrismo di fronte ai poveri italiani aggrediti da stranieri che urlavano “ora c’è la Kyenge, vi sistema lei”; mi sono perso i media mainstream appresso, a rilanciarne passivamente dichiarazioni provocatorie, o a sostenerla. Mi sono perso le manifestazioni dove si urlava “Siamo tutti Kabobo”, gli appelli a non esasperare i cittadini stranieri perché altrimenti c’è il rischio emulazione. Così come mi sono sfuggiti i numerosi casi di annunci di lavoro con la dicitura “astenersi italiani”, gli annunci immobiliari con la dicitura “non si affitta agli italiani”, il blocco dei treni mattutini con i pendolari italiani che si recano al lavoro, e che una volta arrivati si sentono urlare “tornatevene a casa vostra”, gli autisti neri che non fanno salire i passeggeri bianchi. Perché altrimenti questa cosa del razzismo verso gli italiani proprio non sta in piedi.

Anche se in serata è arrivata una specie di rettifica, nel frattempo per bocca di un Ministro si è sdoganato un altro po' di odio, e si è tastato il terreno per verificare quanto in basso si può far scendere l'asticella della civiltà.

Foto in anteprima via Ansa

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Ahed Tamimi, rilasciata dopo 8 mesi di reclusione: “Le donne sono una parte fondamentale della lotta palestinese per la libertà”

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Ahed Tamimi, la diciassettenne palestinese condannata per aver aggredito un soldato israeliano, è stata liberata domenica mattina dopo otto mesi di reclusione.

Nonostante la data prevista di scarcerazione fosse il 19 agosto, Tamimi è stata rilasciata con 21 giorni di anticipo dalla fine della pena. Nei giorni scorsi il padre, Bassem Tamimi, aveva dichiarato all'agenzia di stampa turca Anadolu Agency che la figlia sarebbe stata scarcerata durante il fine settimana.

«La resistenza continuerà fino alla fine dell'occupazione», ha detto la ragazza al momento del rilascio. Dopo aver parlato brevemente ai giornalisti, Tamimi ha incontrato il presidente palestinese Mahmoud Abbas nel quartier generale presidenziale a Ramallah, prima di rientrare a Nabi Saleh, il piccolo villaggio dove vive con la famiglia. «Ahed Tamimi è un modello per la lotta palestinese per la libertà, l'indipendenza e la creazione del nostro stato palestinese indipendente», ha dichiarato Abbas all'agenzia di stampa palestinese WAFA.

Diventata il simbolo della protesta palestinese dopo essere stata ripresa livestreaming il 15 dicembre 2017 dalla madre (rilasciata anche lei oggi) in un video diventato virale mentre prendeva a pugni, schiaffi e calci due soldati israeliani per allontanarli dall'esterno della sua abitazione, Ahed Tamimi è stata arrestata nella notte tra il 18 e il 19 dicembre 2017, nel corso di un raid filmato dall'esercito israeliano, e detenuta per tre mesi prima di essere condannata, nel marzo scorso, a otto mesi di carcere dopo aver patteggiato la pena che prevedeva anche il pagamento di 5mila shekels, pari a circa 1200 euro.

Tra i motivi che avrebbero spinto Tamimi ad affrontare i militari israeliani ci sarebbe stato, in quello stesso giorno, il ferimento del cugino Mohamed, di 15 anni, colpito alla testa, durante una manifestazione, da un proiettile di gomma sparato da un soldato israeliano, che lo ha preso al naso, rompendogli la mascella e perforando la parte sinistra del cervello che gli è stata rimossa.

Leggi anche >> La storia di Ahed Tamimi, 17 anni, in carcere e sotto processo per aver cacciato con schiaffi e calci soldati israeliani dalla sua casa

Secondo quanto dichiarato dal padre della ragazza, la famiglia è consapevole che Ahed è diventata un simbolo per il popolo palestinese e per questo motivo sarebbe sua intenzione visitare molte città palestinesi, tra cui Betlemme, nei prossimi giorni.

https://twitter.com/Ogra_SF/status/1023630157721088001

In una conferenza stampa svoltasi all'esterno della sua abitazione nel pomeriggio di ieri, Tamimi ha ringraziato attivisti e media per il supporto ricevuto durante la detenzione. La ragazza ha dichiarato di essere estremamente felice di trovarsi tra le braccia della famiglia, ma ha aggiunto che la sua "felicità non è completa" fino a quando ci saranno altri prigionieri nelle carceri israeliane.

«La mia felicità non è completa senza le mie sorelle [prigioniere palestinesi] che non sono con me, spero che anche loro saranno liberate».

«Voglio dire che il potere è della gente, e la gente può decidere il proprio destino e il proprio futuro. Le donne sono una parte fondamentale della lotta palestinese per la libertà, e il loro ruolo continuerà ad espandersi non solo nella lotta, ma anche facendo nascere nuove generazioni che possano proseguirla. Dobbiamo dire: "Basta, basta all'occupazione"».

Tamimi, che attualmente è in libertà vigilata, si è astenuta dal dire se schiaffeggerebbe di nuovo un soldato israeliano, ma si è espressa su questioni che vanno dalla demolizione di un villaggio beduino alle proteste di Gaza, alla legge dello Stato-Nazione di Israele, approvata dalla Knesset lo scorso 18 luglio, in cui si sancisce, tra l'altro, che Gerusalemme è la capitale di Israele.

«Al-Quds [termine arabo per Gerusalemme] era e resterà la capitale del popolo palestinese, e il popolo palestinese è il fondamento della lotta per la sua libertà», ha dichiarato Tamimi.

La ragazza ha inoltre raccontato di voler studiare per intraprendere la carriera di avvocato per richiamare alla responsabilità l'occupazione dei territori palestinesi.

«Il messaggio con cui ho lasciato i prigionieri è che la lotta popolare contro l'occupazione continuerà e quello che vi porto da parte loro è che chiedono l'unità nazionale palestinese, insieme al sostegno per i residenti di Khan al-Ahmar e per quelli di Gaza e al supporto per il proseguimento della Marcia del Ritorno».

Il giorno precedente alla liberazione di Ahed Tamimi, è stato arrestato dalla polizia israeliana a Betlemme, insieme all'italiano Salvatore Tukios e al palestinese Mustafa Al Araj, lo street artist italo-olandese Jorit Agoch che ne ha dato notizia attraverso i suoi account social.

Nel post in cui denuncia l'arresto, Jorit scrive: "Siamo stati arrestati a Betlemme dall'esercito israeliano. Chiunque possa aiutarci, per favore, lo faccia".

Jorit si trovava da qualche giorno a Betlemme per realizzare sul muro che separa Israele dalla Cisgiordania il ritratto di Ahed Tamimi.

Nel corso della serata di sabato, il Consolato generale a Gerusalemme e l'ambasciata a Tel Aviv, in stretto raccordo con la Farnesina, hanno dichiarato in una nota di seguire "con la massima attenzione il caso dei due italiani fermati a Betlemme, ai quali stanno fin d'ora prestando ogni possibile assistenza, in contatto con le autorità locali e le famiglie".

Poche ora prima di essere arrestato in un'intervista rilasciata a Repubblica Jorit aveva raccontato un precedente contatto avvenuto con l'esercito israeliano. «Avevo iniziato a disegnare il volto della giovane attivista palestinese vicino al gate, dove c'è il varco nel muro di separazione israeliano ma i soldati ci hanno visto dalla torretta, sono usciti con i mitra e ci hanno inseguito. Siamo scappati e abbiamo ricominciato il murale in un luogo meno sorvegliato. Qui non dovremmo avere problemi». Così non è stato.

Il gigantesco murale raffigura lo sguardo di Ahed che restituisce "forza di volontà e rabbia di un popolo", spiega Jorit. «Sono sempre stato attivo su questo fronte, provo a sostenere una lotta che ritengo giusta con quello che so fare: la street art. È nato tutto in poco tempo. Una settimana fa sono riuscito ad arrivare a Betlemme, volevo portare questa ragazza all'attenzione dell'opinione pubblica».

Nel pomeriggio di domenica tutti e tre i ragazzi fermati sono stati rilasciati. Per Jorit e Tukios è stato disposto un procedimento di espulsione che prevede che lascino  il paese entro 72 ore.

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