Il vero terrore della Casta? Il referendum No Porcellum

[Tempo di lettura stimato: 3 minuti]

C’è un Porcellum da abolire. E serve il nostro impegno.

... Se i canali di partecipazione sono ostruiti, se la legge elettorale impedisce agli elettori di scegliere i propri rappresentanti ma delega la scelta ai capipartito, se la rappresentanza è debole e incerta, è la politica che deve essere chiamata in causa: la cattiva politica, naturalmente...” (Ezio Mauro) 
Insisto da giorni, di fronte alla cattiva politica noi cittadini siamo chiamati all’impegno e alla partecipazione affidandoci alla “democrazia” (lasciamo perdere per piacere “le rivoluzioni” e “il potere al popolo”).

C’è un referendum da firmare . Cominciamo da qui. 

In Parlamento ci sono già da tempo proposte per una nuova legge elettorale (per non parlare delle 350mila firme raccolte da Grillo per una iniziativa di legge popolare e finite in un cassetto del Senato da 4 anni), ma i partiti, che si dicono - tutti - contro il Porcellum, non hanno, a quanto pare, alcuna intenzione di restituirci il diritto di scegliere i nostri rappresentanti. 
Il referendum, depositato da Arturo Parisi e Andrea Morrone, è una grande occasione (a proposito all’inizio a sostegno dell’iniziativa c’era anche Veltroni, poi si è ritirato e infine ieri ha deciso di firmare... c’è grossa crisi, è evidente. Magari invece di scrivere le lettere a Repubblica potrebbe spiegare questo atteggiamento yo yo).
Servono 500mila firme entro fine settembre così da poter votare il referendum questa primavera, se ovviamente i due quesiti presentati saranno ammessi. Missione impossibile? Ci dobbiamo provare. 
L’IDV e Sinistra Ecologia e Libertà hanno già deciso di appoggiare il referendum e la raccolta firme. Il PD per ora non risponde all’appello (io ogni giorno mi permetto di inviare questo tweet al Segretario: @pbersani è ora di cambiare la legge elettorale, appoggia il referendum www.firmovotoscelgo.it #noporcellum #ciao). 
Intanto il prof. Prodi ha pubblicamente appoggiato i due quesiti e per ora voce solitaria dentro al maggior partito d’opposizione Giuseppe Civati con Prossima Italia si è mobilitato per la raccolta firme. 
Prima di chiudere due paroline sul leggendario dimezzamento dei parlamentari che fa tanto figo in questi giorni e di cui tutti parlano da PDL a PD passando per la Lega. La dovete smettere di prenderci in giro. Questa dovrebbe essere la misura anti-casta? Dimezzare la rappresentanza mantenendo le liste bloccate? Ma io vi faccio un applauso per l’ipocrisia e per la furbata che state provando a rifilarci.

A parte che per quanto riguarda la rappresentanza in Parlamento siamo in linea con altri Paesi, semmai siamo i più costosi. Ma come giustamente ha scritto Luca Telese

Provate infatti a immaginare: con le liste bloccate, se scompare dal parlamento un eletto su due, chi verrebbe tutelato? Ovviamente i capibastone e i leccascarpe dei leader. Essere eletti, a destra e a sinistra, costerebbe molto di più, e avremmo fatto un altro passo verso la democrazia censitaria. La democrazia degli oligarchi che sembra la nuova passione trasversale della politica italiana, la ricetta per uscire dalla crisi. 

L’unica argomentazione apparentemente convincente, quella secondo cui ci sarebbe un risparmio economico, per me è risibile: basterebbe abolire un ente per gli orfani dei garibaldini o un’autorità di bacino per risparmiare di più. Mentre invece, tutto questo fumo negli occhi dei gerarchi di partito ha un unico obiettivo: sviare l’attenzione dalla madre di tutte le sciagure. Ovvero dal porcellum. Finché ci saranno i nominati, infatti, 500 o 1.000 non fa differenza, ci sarà una rappresentanza azzoppata nel nostro Paese. 

Combattere la casta davvero significa spostare il potere di scelta dei rappresentanti dalle segreterie agli elettori. Punto. 
Cosa fare? 
1) FIRMARE vai nel tuo Comune e firma i due quesiti 
 
2) PASSAPAROLA fai conoscere a tutti i tuoi contatti il referendum. www.firmovotoscelgo.it 
3) AIUTACI a monitorare le firme confermando di aver firmato il referendum sul sito www.iofirmoincomune.it
Arianna Ciccone
@valigia blu - riproduzione consigliata
Segnala un errore

LINEE GUIDA AI COMMENTI

Cosa c’è di vero nelle accuse al professor Conte

[Tempo di lettura stimato: 17 minuti]

di Angelo Romano e Andrea Zitelli

Il curriculum di Giuseppe Conte, indicato da Lega e Movimento 5 Stelle come possibile presidente del consiglio del loro governo, è stato al centro di discussioni e polemiche a partire da un articolo di Jason Horowitz corrispondente dall'Italia del New York Times. Conte nel suo curriculum indica di aver perfezionato i suoi studi soggiornando un mese ogni estate dal 2008 al 2012 alla New York University. Il giornalista ha contattato l'Università che però ha risposto dicendo di non avere il suo nome in qualità di studente o membro dello staff nei registri, cosa che Conte non ha mai sostenuto. Abbiamo contattato anche noi l'Università che in pratica ha confermato la versione di Conte, come spieghiamo più avanti.

In questo post proviamo a ricostruire anche tutti gli altri elementi controversi emersi rispetto al suo curriculum e che non corrispondono a quanto dichiarato.

Sempre ieri al centro delle polemiche il presunto appoggio del professore al "metodo" Stamina, un trattamento risultato poi una truffa. Abbiamo ricostruito sia la questione di Conte come legale della famiglia di Sofia, bambina "simbolo" della vicenda Stamina, sia qual è stato il suo ruolo all'interno della fondazione 'Voa Voa Onlus – Amici di Sofia'.

Va inoltre sottolineato che a differenza di quanto molti giornali hanno pubblicato, a partire da NYT, Guardian e Washington Post, il prof. Conte non è mai stato avvocato personale di Luigi Di Maio. Questa la dichiarazione che abbiamo ricevuto dal suo ufficio stampa: “Luigi Di Maio non ha mai conferito alcun incarico al Prof. Giuseppe Conte. Pertanto l’affermazione secondo cui Giuseppe Conte sarebbe l'avvocato personale di Di Maio, non corrisponde al vero”.

Giuseppe Conte e i curricula gonfiati

In un lungo articolo sul New York Times, il corrispondente dall’Italia per il quotidiano americano Jason Horowitz ha ricostruito un profilo di Giuseppe Conte, l’avvocato, professore ordinario di Diritto Privato all’Università di Firenze e docente sempre di Diritto Privato alla Luiss di Roma, indicato lunedì scorso da Luigi Di Maio e Matteo Salvini come possibile futuro presidente del Consiglio di un governo formato da Movimento 5 Stelle e Lega. Va specificato che è prerogativa del presidente della Repubblica, Sergio Mattarella, individuare la figura alla quale affidare l’incarico della formazione del nuovo governo.

Nel tracciare il profilo di Conte, definito da Horowitz “un elegante professore di giurisprudenza di 54 anni con un gusto per i gemelli e i fazzoletti da taschino bianchi”, con “una lunga carriera presso studi legali romani e frequentazioni con i cardinali del Vaticano” e la cui qualifica principale, senza alcuna base politica o esperienza governativa, “potrebbe essere la sua volontà di attuare un programma governativo concordato dai leader dei due partiti populisti”, il giornalista del New York Times ha verificato il curriculum piuttosto esteso dell’avvocato che vanta numerose pubblicazioni e diverse esperienze di perfezionamento degli studi all’estero.

Già un paio di mesi fa, quando durante la campagna elettorale Luigi Di Maio lo aveva indicato come ministro alla “Pubblica amministrazione, deburocratizzazione e meritocrazia” in un eventuale governo Cinque Stelle, erano circolate alcune biografie di Conte che sottolineavano il suo curriculum internazionale e, in particolare, i periodi di perfezionamento a Yale, alla Sorbonne e alla New York University, dove, ricostruisce Horowitz, il professore di Diritto Privato “ha affermato di aver ‘perfezionato e aggiornato i suoi studi’ durante il soggiorno al college per almeno un mese ogni estate tra il 2008 e il 2012”. Ma, Michelle Tsai, una portavoce della New York University, contattata dal giornalista del New York Times, ha detto che non c’è traccia nei registri dell’università di uno studente o un membro della facoltà (ndr, degli studi di legge) con il cognome “Conte”, aggiungendo, però, l’eventualità che Giuseppe Conte potesse aver frequentato dei corsi di uno o due giorni, per i quali l’università non prevede una registrazione delle generalità.

Nello specifico Horowitz ha fatto riferimento a due curricula di Conte disponibili in Rete: uno è quello presente sul sito dell’Associazione Civilisti Italiani, l’altro caricato nel 2013 sul sito della Camera dei Deputati, quando Giuseppe Conte fu uno dei candidati al Consiglio di Presidenza della Giustizia Amministrativa, l’organo di autogoverno della giustizia amministrativa.

Nel primo curriculum, molto più schematico, Conte aveva scritto di aver perfezionato i suoi studi giuridici alla New York University negli anni 2008 e 2009, mentre in quello presentato alla Camera si legge che “dall'anno 2008 all'anno 2012 ha soggiornato, ogni estate e per periodi non inferiori a un mese, presso la New York University, per perfezionare e aggiornare i suoi studi”, come riportato fedelmente dal giornalista statunitense nel suo articolo per il New York Times.

L’articolo di Horowitz è stato ripreso da diversi giornali italiani che hanno puntato l’attenzione sulla specializzazione senza riscontri. Repubblica ha pubblicato un articolo dal titolo “Conte specializzato alla New York University, il corrispondente del New York Times: ‘Non risulta negli archivi dell’università’

Anche il Corriere ha titolato sulla “specializzazione che non risulta”

Su Twitter, alcuni utenti hanno iniziato a precisare che era errato parlare di specializzazione. In altre parole, Conte non aveva indicato nei diversi curricula presentati titoli mai conseguiti né ha mai parlato di "specializzazione", ma di “periodo di perfezionamento”, formula alla quale di solito si ricorre per attività non documentabili come, ad esempio, soggiorni, frequentazione di seminari o periodi di ricerca in biblioteca.

Per questo motivo, il fatto che Giuseppe Conte non fosse presente nei registri dell’università di New York né come studente né come membro della Facoltà non significa automaticamente che avesse dichiarato il falso nei suoi curricula, come sottolineato anche dal professore di Oslo, Mads Andenas, studioso di diritto contrattuale europeo e direttore del British Institute of International and Comparative Law: “I professori studiano in biblioteca per tali soggiorni durante le vacanze estive, e non sono ‘staff’ o ‘students’”. Nei contesti indicati nel curriculum, spiega Andenas in un altro tweet, Conte non era un docente né teneva una cattedra, ma ha fatto quello che dovrebbero fare dottorandi e professori: “Trascorrere del tempo nelle biblioteche universitarie all'estero, prendendo sul serio la lingua inglese e il diritto comparato”.

Nel corso della giornata l’Adnkronos ha pubblicato uno scambio di email risalente al 2014, di cui è venuto in possesso, tra Conte e Mark Geitstfeld, docente alla School of Law della New York University. Nelle email, Conte annunciava un suo soggiorno a New York e confermava a Geitstfeld l’inserimento del collega statunitense all’interno del comitato scientifico della rivista italiana “Giustizia civile”, pubblicata dalla casa editrice Giuffrè e diretta dallo stesso Conte. La corrispondenza tra i due professori, spiega Adnkronos, proverebbe che Conte aveva una certa frequentazione della New York University, come testimoniato da un altro scambio di email, sempre risalente al 2014, con Radu Popa, “all'epoca responsabile dei servizi di accesso e utilizzo dei sistemi informatici della biblioteca della NYU e all'assegnazione delle chiavi di accesso wi-fi e delle postazioni per la ricerca”.

Da noi contattata, Michelle Tsai ha risposto confermando quanto già detto ad Horowitz e cioè che “Giuseppe Conte non è mai stato uno studente né è stato mai designato come docente della New York University), cosa che in ogni caso il prof. Conte non ha mai sostenuto nel suo Cv, e aggiungendo che “sebbene il professor Conte non avesse uno status ufficiale alla NYU, gli è stato concesso il permesso di condurre ricerche nella biblioteca della New York University tra il 2008 e il 2014, e ha invitato un professore di giurisprudenza della NYU a far parte del consiglio di una rivista di diritto italiana”. Confermando di fatto quanto sostenuto dal professore nel suo curriculum. In pratica da questa risposta emerge che il professore non ha mentito sulla tipologia di quel soggiorno.

"Come già indicato dalla NYU, dall'esame dei nostri registri non risulta che Giuseppe Conte abbia frequentato l'Università come studente o che sia stato nominato membro della facoltà. Nonostante il signor Conte non avesse uno status ufficiale alla NYU, gli è stato concesso il permesso di condurre ricerche alla biblioteca di Legge della New York University tra il 2008 e il 2014 e ha invitato un professore di giurisprudenza della NYU a far parte del consiglio di una rivista italiana di diritto".

As NYU indicated previously, we reviewed our records, and they do not reflect Giuseppe Conte having been at the University as a student or having an appointment as a faculty member. While Mr. Conte had no official status at NYU, he was granted permission to conduct research in the NYU Law library between 2008 and 2014, and he invited an NYU Law professor to serve on the board of an Italian law journal.

Thanks,

Michelle Tsai

Office of Public Affairs

New York University

In un comunicato diffuso in mattinata, il Movimento 5 Stelle ha precisato che, a proposito della New York University, Conte ha sempre parlato di perfezionamento dei suoi studi senza mai citare corsi o master specifici, e che “come ogni studioso, ha soggiornato all’estero per studiare, arricchire le sue conoscenze, perfezionare il suo inglese giuridico”.

Tuttavia, come segnalato sempre su Twitter dalla giornalista Jeanne Perego, c’erano anche altri punti ambigui nei curricula del docente di Diritto Privato. Nel curriculum caricato sul sito dell’Associazione Civilisti Italiani, Conte ha inserito tra le esperienze di perfezionamento degli studi giuridici un periodo all’International Kultur Institut (IKI) di Vienna nel 1993, mentre nel cv inserito sul sito della Camera, si fa riferimento nella sezione dedicata all’attività scientifica e didattica a un più generico soggiorno di studio a Vienna di tre mesi. Dal sito emerge che l’Istituto è una scuola di tedesco e non di diritto.

Il Corriere della Sera ha provato a contattare l’IKI. Un suo portavoce ha spiegato di “di non potere dire sugli studenti attuali o del passato appellandosi alla Datenschutz, la difesa della privacy. La stessa persona ha però spiegato che non vengono tenuti corsi di tedesco giuridico ma solo corsi di tedesco generale”.

Questi, però, non sono gli unici punti oscuri dei curricula di Giuseppe Conte. Il Post ha contattato tutte le università e gli enti presso i quali Giuseppe Conte ha dichiarato di aver svolto periodi di perfezionamento, insegnato o lavorato (Yale e la Duquesne University di Pittsburgh nel 1992, la Sorbona di Parigi nel 2000, il Girton College dell’Università di Cambridge nel settembre 2001) e, nel corso della giornata, ha via via aggiornato il suo articolo individuando quelle parti del curriculum del futuro presidente del Consiglio che sembravano non trovare riscontro nelle verifiche effettuate.

L’Università di Cambridge, riporta il Guardian, ha fatto sapere che non può immediatamente confermare o negare se il professore di Diritto Privato abbia frequentato l’università, ma una fonte universitaria ha detto alla Reuters in via confidenziale di non aver trovato alcuna traccia di studi di Conte e che potrebbe aver frequentato un corso tenuto da terze parti. Anche per quanto riguarda la Sorbona, secondo prime verifiche fatte da Repubblica, “il nome di Conte non figura nella banca dati di studenti, ricercatori, dottorandi di nazionalità straniera che hanno frequentato il principale ateneo parigino”. Un dirigente dell’università ha spiegato che l’avvocato italiano potrebbe aver frequentato un laboratorio estivo.

Il Messaggero non ha trovato riscontri di rapporti di Conte con la Duquesne University di Pittsburgh negli Stati Uniti e con l’Università di Malta. Il Post ha sentito la direttrice dell’ufficio marketing e comunicazione della Duquesne University, Bridget Fare: “nei primi anni Novanta Conte era coinvolto nella gestione di un programma che permetteva a studenti italiani di seguire dei corsi della Duquesne University e ‘si è occupato di ricerca in ambito giuridico e di migliorare la collaborazione con Villa Nazareth’, l’organizzazione italiana che finanziava il programma di studi all’estero”. Anche Horowitz aveva confermato i legami di Conte con l’università di Pittsburgh e Villa Nazareth. Il giornalista americano ha intervistato Carla Lucente, professoressa di lingua e letteratura moderna, e Nicholas P. Cafardi, rettore emerito e professore di diritto canonico, entrambi alla Duquesne University, che hanno detto di conoscere Giuseppe Conte e di apprezzarne il talento.

A Malta, Conte ha dichiarato di aver tenuto un insegnamento nell'estate del 1997 nell'ambito del Corso internazionale di studi “European Contract and Banking Law”. Al Messaggero un portavoce dell’università maltese ha detto di poter confermare che “non c'è traccia che Giuseppe Conte abbia mai fatto parte del corpo docenti permanente dell'università. Questo non esclude che egli abbia potuto essere coinvolto in alcune letture organizzate nell'estate del 1997 dalla defunta Foundation for International Studies (FIS)”, una “entità separata” dalla University of Malta, con la quale era stata attivata una collaborazione. Va detto che Conte non ha mai dichiarato di far parte del corpo docenti permanente dell’università e, in base al rapporto annuale del 1997-98 del rettore dell’università, il corso di “European Contract and Banking Law” era una summer school tenuta nel mese di agosto e organizzata in collaborazione con la Sapienza di Roma.

Il Post ha, inoltre, verificato che Conte non è stato designato a far parte del Social Justice Group presso l’Unione Europea, come affermato nel cv disponibile sul sito della Camera. Non esiste nessun organismo del genere all’interno dell’Ue, il “Social Justice in European Private Law” era un collettivo di professori di diverse università europee che nel 2004 aveva redatto un Manifesto al quale, in base a quanto riportato da un libro universitario pubblicato nel 2009, Conte ha aderito un anno dopo la sua diffusione. Martijn Hesselink, a capo dei docenti che hanno scritto il documento, ha detto a Il Post che Conte non è mai stato parte del gruppo che ha lavorato alla stesura del Manifesto e che il gruppo si era auto-costituito e vi si accedeva su base volontaria.

Infine, sempre secondo quanto appurato da Il Post, nel cv presentato alla Camera, Conte ha dichiarato di essere consulente legale della Camera di Commercio, dell’Industria e dell’Artigianato di Roma, ma “dagli archivi online della Camera di Commercio risulta che negli ultimi dieci anni Conte ha svolto una sola consulenza, nel 2008, ricevendo un compenso di 1.920 euro per la sua partecipazione alla ‘commissione per la Regolazione del Mercato’”.

Da un paio di giorni, come notato da Il Foglio, sul sito dello studio legale Alpa, di cui, secondo il curriculum, Conte sarebbe uno dei cofondatori, “le pagine web riguardanti Giuseppe Conte sono state rimosse o non sono più funzionanti”.

Contattato dal quotidiano, lo studio Alpa ha specificato che lo Studio Legale non è uno studio di associati, che Alpa ha avuto come socio storico fino al 2012 Tommaso Galletto e che Conte non lavora per il professor Alpa (del quale, stando a quanto scrive l’Huffington Post, è allievo accademico e ha curato diversi volumi) e che il suo nome non è mai stato presente sul sito come avvocato dello studio. Ma, spiega Luciano Capone nell'articolo, sul sito del Consiglio nazionale forense il domicilio indicato dall’avvocato Giuseppe Conte coincide con l’indirizzo e il numero telefonico dello studio legale Alpa e, secondo quanto raccolto dal giornalista, Conte, "era un 'of counsel', un semplice collaboratore dello studio Alpa".

Abbiamo provato a contattare Giuseppe Conte per chiedere chiarimenti sulle sue esperienze di perfezionamento all’estero, non ci siamo riusciti e abbiamo contattato l'ufficio stampa di Luigi Di Maio che ha semplicemente replicato inviandoci il comunicato stampa del Movimento 5 Stelle.

Che rapporto c’è tra Stamina e Conte?

C’è anche un’altra questione del passato di Giuseppe Conte che fa discutere: il suo appoggio o meno al cosiddetto “metodo Stamina”, una trattamento riconosciuto dalla comunità scientifica privo di qualsiasi validità e la cui applicazione ha prodotto anche dei procedimenti penali nei confronti di diversi imputati, tra cui il suo stesso ideatore, Davide Vannoni, che ha patteggiato un anno e dieci mesi).

Leggi anche >> Il post definitivo sul metodo Stamina

Conte e il lavoro da legale dei genitori di Sofia, la bimba “simbolo” del vicenda Stamina

Nel 2013 Conte è stato per diversi mesi l’avvocato della famiglia di Sofia De Barros, una bambina che soffriva di una malattia neurodegenerativa incurabile (poi morta lo scorso 31 dicembre). I genitori di Sofia, Guido De Barros e Caterina Ceccuti, all’epoca si stavano battendo nelle aule giudiziarie per far continuare alla propria figlia il trattamento con il “metodo” Stamina (che prevedeva 5 infusioni di presunte cellule staminali) presso gli Spedali di Brescia, dopo che il tribunale di Firenze a gennaio dello stesso anno aveva bloccato quello specifico trattamento per la bambina.

Dopo la decisione del tribunale fiorentino, un servizio della trasmissione televisiva “Le Iene” sulla vicenda aveva creato molto clamore intorno alla vicenda. La madre ai primi di marzo aveva anche scritto una lettera con una richiesta di aiuto all’allora ministro della Salute, Renato Balduzzi, il quale, pochi giorni dopo, aveva comunicato di aver incontrato i genitori di Sofia e di star cercando insieme a loro una soluzione concreta in tempi brevissimi. Balduzzi, che era stato attaccato duramente dopo il servizio de “Le Iene”, aveva precisato anche che “le ispezioni e le verifiche condotte da molti mesi e da più organi” sulle attività della Stamina Foundation presso gli Spedali di Brescia avevano trovato “gravi anomalie e problemi di sicurezza”, che mettevano “quelle procedure fuori dalle leggi europee e italiane”. Il ministro della Salute, tra le altre cose, si riferiva all’ordinanza dell’Aifa (cioè l’Agenzia italiana del farmaco) di maggio 2012, impugnata da Vannoni, che vietava la collaborazione dell’Ospedale bresciano con la onlus Stamina Foundation. Il “metodo” Stamina, era criticato per le sue procedure non a norma, per la sua non riscontrata valenza scientifica e il suo ideatore, inoltre, era finito sotto inchiesta, insieme a diversi dei suoi collaboratori, da parte della Procura di Torino.

Il 12 marzo, poi, il legale della famiglia, Giuseppe Conte, comunica che la bambina potrà tornare a Brescia per essere ricoverata, dopo il via libera agli Spedali di Brescia della seconda infusione di “cellule staminali” prodotte con metodo Stamina da parte del ministro Balduzzi, del presidente dell'Istituto Superiore di Sanità e del direttore generale dell'Aifa, scriveva Repubblica. Per Balduzzi si trattava di una decisione che conciliava «il rispetto delle norme e delle sentenze della magistratura con la situazione eccezionale nella quale si trova la bambina. Si tratta di quella soluzione concreta che, incontrando i genitori di Sofia mi ero impegnato a favorire entro sette giorni». A commento della notizia, Conte aveva dichiarato da Il Tirreno: «La situazione della piccola Sofia è molto particolare, perché la sua è una cura che si inquadra nell’ambito delle cure compassionevoli, vale a dire quelle somministrate in mancanza di una valida alternativa terapeutica su pazienti in pericolo di vita o esposti a gravi danni alla salute». L’avvocato della famiglia proseguiva specificando che per il futuro «non invochiamo genericamente il diritto alla salute o a cure compassionevoli ma chiediamo che Sofia completi un protocollo di cure che è stato già concordato, approvato ed eseguito con una prima infusione di cellule staminali. Un principio di civiltà giuridica secondo cui, al di là di provvedimenti amministrativi ed indagini di rilievo penale, il paziente deve completare il trattamento concordato con i sanitari che hanno responsabilità della cura. Nessun ostacolo giuridico può frapporsi al diritto di Sofia di ottenere il completamento del trattamento iniziato».

Due giorni dopo, però, la direzione degli Spedali fa sapere alla famiglia che Sofia non potrà completare l’intero trattamento “a meno di un'imposizione da parte delle autorità giuridiche o sanitarie nei confronti degli Spedali”. Una novità inaspettata a cui il legale della famiglia reagiva con queste parole, riportate da La Nazione: ''La situazione che ci viene attualmente prospettata ripropone una inaccettabile interruzione del trattamento terapeutico. È impensabile che a Sofia sia nuovamente sottratta la speranza, alimentata in seguito alla prima infusione, di una migliore qualità della vita. È impensabile offrire ai suoi genitori la prospettiva di rivivere l'angoscia già sperimentata in coincidenza con l'attesa della seconda infusione”. “I tempi della malattia di Sofia e l'accelerazione da questa impresa – prosegue Conte – non si confanno ai distinguo dei responsabili sanitari e ai tempi richiesti dalle verifiche giudiziarie in corso. Chiedo a tutte le Autorità e a tutti i Responsabili sanitari, come pure a tutti i nostri interlocutori in questa drammatica vicenda di assumersi la responsabilità – in scienza e coscienza, e ciascuno per quanto di sua competenza – di assicurare a Sofia il celere completamento del trattamento terapeutico già iniziato”.  

Il 19 marzo 2013, però, la situazione per Sofia si sblocca. Il tribunale di Livorno – dove nel frattempo i genitori avevano preso la residenza, spostandola da Firenze, per poter così rivolgersi a un altro giudice – accoglie il ricorso d’urgenza presentato da Conte e concede il completamento del “trattamento” Stamina alla bambina negli Spedali di Brescia. Circa quattro mesi dopo, poi, lo stesso Tribunale di Livorno, confermava la propria decisione. Un sentenza che seguiva l’entrata in vigore del cosiddetto “decreto Balduzzi” di marzo, modificato in Parlamento e approvato definitivamente a fine maggio dal Senato (con 259 sì, 2 no e 6 astenuti. Pochi giorni prima alla Camera i voti favorevoli erano stati 504 e un solo voto contrario), che consentiva a chi aveva già iniziato le terapie con il metodo Stamina di continuarle e prevedeva l'avvio di una sperimentazione del metodo Stamina – promossa dal ministero della Salute, con l’Aifa, il Centro nazionale trapianti e coordinata dall'Istituto Superiore di Sanità con la sola condizione della sicurezza dei pazienti – della durata 18 mesi per cui venivano stanziati 3 milioni di euro in due anni. Successivamente, a inizi ottobre del 2014, il comitato di esperti bocciò il “metodo” Stamina, con il ministro della Salute, Beatrice Lorenzin (subentrata a Balduzzi, dopo che il governo Letta ad aprile 2013 prese il posto dell’esecutivo Monti) suggerì come unica via “la soppressione del decreto Balduzzi”, aggiungendo che dal punto di vista “sanitario e scientifico la questione è chiusa, è conclusa”. Circa un anno dopo, il Parlamento definì un errore l'aver dato il via alla sperimentazione.

Riguardo l’impegno di Conte nella causa dei De Barros per far continuare il “trattamento” Stamina alla propria figlia, la famiglia ai media ha negato che l’avvocato lo abbia fatto perché simpatizzante del ‘metodo’ ideato da Vannoni: «Il professore ci aiutò, ci seguì legalmente nel ricorso per proseguire con le cure a Sofia, ma non lo fece perché sostenitore di Stamina, non era il metodo in discussione ma l'aiuto a una bambina malata». I genitori continuano raccontando che «era il 2013 e Sofia aveva fatto una prima infusione di staminali agli Spedali Civili di Brescia, approvata dal comitato etico dell'ospedale. Poi il tribunale di Firenze bloccò la terapia, e a quel punto decidemmo di fare ricorso, e tramite un amico di famiglia contattammo il professor Conte». «Il professor Conte – spiega ancora Caterina Ceccuti al Corriere della Sera – dimostrò una grande sensibilità alla causa di Sofia perché non volle nulla in cambio, lo fece pro bono, perché penso si sentisse toccato dalla vicenda avendo anche lui un figlio più o meno della stessa età. Accettò anche per il fatto che la cura era regolarmente somministrata da un ospedale pubblico, e che c’erano le basi per la continuità terapeutica: la bambina aveva già iniziato la terapia».

Lo stesso Davide Vannoni – su cui la Procura di Torino, lo scorso 15 maggio, ha chiesto un nuovo rinvio a giudizio per un’indagine sull’applicazione della sua “terapia” all’estero in Georgia, nonostante nel patteggiamento del 2015 si era impegnato a rinunciare a proseguire l’applicazione del “trattamento” –, sentito dalla trasmissione radiofonica ‘Un giorno da Pecora’ ha dichiarato di non aver mai conosciuto Giuseppe Conte: «Non ci ho nemmeno mai parlato direttamente. Conte è uno dei mille avvocati che hanno sostenuto altrettante richieste di pazienti che cercavano di ottenere le cure Stamina presso l'ospedale di Brescia».

Conte e l'associazione “Voa Voa Onlus – amici di Sofia”

Altra questione sollevata nel dibattito sul possibile sostegno di Conte a Stamina, è quella relativa al suo ruolo all’interno dell’associazione ‘Voa Voa Onlus – amici di Sofia’, il cui presidente e legale è sempre Guido De Barros, padre di Sofia.

In un articolo di ieri, il Manifesto, raccontando i rapporti intercorsi tra l’avvocato Conte e la famiglia De Barros, scrive anche: “Non si è trattato solo di un impegno professionale, tanto è vero che Conte figura anche – con l’attrice Gina Lollobrigida (...) – tra i promotori di una fondazione che si batte proprio per la «libertà di cura»”.

Come riportano Repubblica Firenze e Corriere Fiorentino (i due articoli sono identici, quindi hanno un’unica fonte, forse un’agenzia o un comunicato stampa) di cinque anni fa, il 26 giugno 2013, nasce a Firenze il Comitato Promotore della Fondazione 'Voa Voa', “dal titolo del libro che Caterina Ceccuti ha scritto e dedicato alla sua bimba, Sofia, 3 anni e mezzo, divenuta il simbolo della battaglia per l'accesso alle cure compassionevoli da parte di persone affette da malattie rare”. Gli articoli spiegano che Gina Lollobrigida era componente e fondatrice del Comitato: «Voa voa – ha ricordato Lollobrigida – era il modo in cui Sofia diceva 'vola vola' prima di ammalarsi». Si legge inoltre che tra i componenti del comitato figurano, “oltre i genitori di Sofia” e “Lollobrigida”, l'avvocato Giuseppe Conte. In un altro articolo de La Nazione, del 27 giugno 2013, viene specificato che la firma dell’avvocato Conte, insieme a quelle dei genitori di Sofia e di Lollobrigida, compare nell’”atto notarile” del comitato. I giornali riportano poi che prima beneficiaria sarebbe stata “la Fondazione Stamina che si occupa delle cure compassionevoli presso gli Spedali Civili di Brescia”.

Qualche settimana dopo, media locali riportano la notizia che erano stati raccolti “ben 21.550 euro” tramite l’asta di beneficenza promossa dal Comitato «Voa Voa! onlus» per sostenere le cure di bambini gravemente malati e che la somma ottenuta sarebbe stata interamente utilizzata “per l’acquisto di materiale da laboratorio necessario ai biologi di Stamina Foundation così da portare avanti le cure compassionevoli sui bambini gravemente malati, come la piccola Sofia De Barros, negli Spedali Civili di Brescia”.

La famiglia De Barros, però, nega anche che Conte aderì all’associazione: «Noi volevamo fare una fondazione, e avevamo istituito un comitato con dentro anche personaggi celebri come la Lollobrigida. Lui non era incluso, e non partecipò a nessuna riunione. Poi peraltro l'idea della fondazione naufragò, e facemmo un'associazione 'Voa Voa', con la quale Conte non ha nulla a che fare». Nell’atto costitutivo dell’associazione “Voa Voa! Onlus - Amici di Sofia”, che porta la data del 24 ottobre 2013, il nome di Conte non compare.  

Per capire meglio la questione, abbiamo contattato sia l’associazione Voa Voa che Claudio De Barros. L’associazione e il suo presidente hanno confermato e ribadito a Valigia Blu quanto dichiarato ieri ai media. Alla domanda se i giornali si fossero sbagliati nel riportare il nome di Conte tra i firmatari dell’atto notarile della fondazione, De Barros ha risposto che non si trattava di un errore: “Volevamo includere Conte fra i fondatori in qualità di legale (utile alla causa), annunciandolo nel comunicato stampa, ma successivamente è stato Conte stesso a voler limitare il suo sostegno esclusivamente al ricorso in tribunale”.

Riguardo infine i 21.550 euro raccolti dal comitato Voa Voa nel luglio 2013 e utilizzati “per l’acquisto di materiale da laboratorio necessario ai biologi di Stamina Foundation”, Vannoni ha dichiarato sempre a ‘Un Giorno da Pecora’ che la sua fondazione non ha mai ricevuto finanziamenti da nessuno, compreso ‘Voa Voa’.    

È doveroso da parte del giornalismo verificare quanto dichiarato dai politici, e quindi è doveroso verificare la veridicità di quando dichiarato nel curriculum. Non si può vedere in questo un tentativo di screditare. Ma è altrettanto doveroso riportare in modo corretto le questioni (vedi i titoli sulla "specializzazione" a New York di cui Conte non ha mai parlato, il tentativo di verificare affermazioni mai fatte e l'accusa di sostegno a stamina – qualcuno ha anche titolato "il prof. Stamina" e questo di certo non fa onore al giornalismo).

Siamo in un paese in cui l'asticella è molto bassa, in altri paesi quando un Ministro dice il falso sul suo titolo di studio, come è successo con la Ministra Fedeli, ci sono conseguenze e ci si ritira dalla vita politica. Tanto per fare un esempio (ce ne sarebbero altri: dalle accuse di plagio alle condanne per corruzione). Il curriculum del professor Conte, in un contesto in cui di fronte a situazioni ben più gravi non succede nulla, sembrerebbe poca cosa. C'è un "però" importante a nostro avviso: un movimento, che ha fatto della trasparenza, dell'onestà e dell'essere totalmente differenti rispetto al sistema che dice di combattere la propria identità e su questo ha vinto le elezioni, non può permettersi una simile "scivolata" (per scivolata, visto che alcuni lettori ci chiedono di chiarire, ci riferiamo alle parti del Cv non precise, o "gonfiate", o quella specifica sulla designazione al Social Justice Group che non è risultata tale) .

Foto in anteprima via Ansa

Segnala un errore

LINEE GUIDA AI COMMENTI

Terremoto Centro Italia: “Tutto è fermo, siamo ancora al 24 agosto 2016”

[Tempo di lettura stimato: 17 minuti]

di Claudia Torrisi e Andrea Zitelli

Fino alla notte del 24 agosto 2016, Francesco Amici viveva in un’antica fortezza medievale, Castel di Luco, a pochi chilometri dal Comune di Acquasanta Terme, in provincia di Ascoli Piceno. Una struttura unica che aveva ereditato dalla famiglia, e che era la sua abitazione e il suo lavoro: alcune camere per accogliere i turisti e un piccolo ristorante dove venivano serviti prodotti locali.

È lì che si trovava quando una scossa di magnitudo 6.0 ha devastato l’area lungo la Valle del Tronto.

«Castel di Luco è un bene culturale – spiega Francesco a Valigia Blu – sul quale avevo costruito il mio ideale di vita che era stato anche quello dei miei genitori, dei miei nonni. Avevo rinunciato a tante cose pur di portare avanti un progetto che aveva un valore diverso da quello economico, riguardava quello che avrei fatto nella vita e lasciato poi ai posteri. E in un giorno tutto è stato annientato».

La struttura è stata dichiarata inagibile, circondata da grossi cavi e supporti metallici, mentre i lavori di messa in sicurezza e ricostruzione sono impigliati in lungaggini burocratiche. Francesco adesso vive in una casa prestatagli da sua cognata, ad Acquasanta Terme, in una logorante attesa. «La notte del terremoto è stata tragica. La prima scossa ha lesionato il castello in maniera molto importante, quelle successive ancora di più», racconta. Quel che è peggio, però, «è che tutto è fermo. Siamo ancora al 24 agosto 2016».

Quando tutto è cominciato

Alle 3.36 del 24 agosto di quasi due anni fa, la terra trema in Centro Italia. Un sisma di magnitudo 6.0 colpisce i territori di Abruzzo, Lazio, Marche e Umbria. Il crollo di abitazioni e palazzi provoca 299 morti, con migliaia di persone coinvolte, numerosi feriti e gravi danni sul territorio, riporta la Protezione Civile. Le zone dove il terremoto ha provocato più morti e danni sono quelle dei Comuni di Amatrice, Accumoli, Arquata del Tronto. Tra i primi a parlare c'è l'allora sindaco di Amatrice, Sergio Pirozzi, che denuncia il dramma della situazione: «Il paese non c'è più». 

Circa due mesi dopo, il 26 e il 30 ottobre, due nuove forti scosse di terremoto – la seconda di magnitudo 6.5 è la più forte degli ultimi 30 anni in Italia, certifica l’Istituto Nazionale di Geofisica e Vulcanologia (INGV) – colpiscono ancora il Centro Italia, in particolare il confine tra Umbria e Marche. Il risultato è che, nonostante non ci siano morti, il numero degli sfollati cresce di molto, così come i danni. Castelluccio, una piccola frazione di Norcia, in Umbria, è praticamente rasa al suolo. 

A inizio del nuovo anno poi, il 18 gennaio 2017, quattro scosse (di magnitudo sopra il 5.0) si verificano ancora nei territori delle regioni centrali, questa volta in particolare tra Lazio e Abruzzo. Diverse ore dopo, inoltre, una slavina distrugge l’Hotel Rigopiano a Farindola, in provincia di Pescara. In totale moriranno 34 persone, 29 della quali solo nell’Hotel.

Nel complesso, certifica la Protezione Civile in un fascicolo inviato all’Unione europea, i danni causati da tutti questi terremoti vengono quantificati in quasi 24 miliardi di euro.

Il piano di assistenza alla popolazione e di ricostruzione del governo

In questi cinque mesi, diverse scosse e le loro conseguenze hanno sconvolto la vita di persone, famiglie, piccoli paesi e città in Centro-Italia. Dal 25 agosto 2016, il governo dichiara lo stato di emergenza e circa un mese dopo individua il cosiddetto “cratere”, cioè i territori che hanno subito i danni maggiori. L’allora presidente del Consiglio, Matteo Renzi, annuncia che i paesi distrutti dal sisma sarebbero stati ricostruiti «come erano prima e dove erano prima». Pochi giorni dopo la prima scossa dell’estate, Vasco Errani (Pd), ex governatore dell’Emilia Romagna, è nominato Commissario Unico per la ricostruzione. Durante la prima conferenza stampa, si annuncia che ci sarà «un lavoro di gestione del territorio in sinergia con le istituzioni» delle 4 Regioni colpite. Il nuovo Commissario dichiara inoltre che per la ricostruzione saranno messe «al centro trasparenza, controlli» e promette «meno burocrazia possibile».

Come si legge nel rapporto pubblicato dal Commissario Unico nel 2017 – che fa il punto su come è stata affrontata a livello organizzativo e legislativo la ricostruzione –, le zone del Centro Italia coinvolte presentano diverse difficoltà: “Gli eventi sismici 2016/2017 colpiscono un territorio più complesso ed eterogeneo rispetto a quelli coinvolti negli eventi passati (ndr ad esempio, gli edifici colpiti dal terremoto in Emilia Romagna del 2009 furono circa 40mila, mentre ora si parla di oltre 340mila unità)". Inoltre, si tratta di un territorio già "fortemente provato dalla crisi economica e dal conseguente spopolamento, con istituzioni locali di piccole dimensioni che difficilmente possono sostenere, senza i necessari supporti, l’impatto, non soltanto economico ma anche procedurale, di una ricostruzione così vasta e significativa”.

Da agosto 2016 a gennaio 2017, il territorio su cui si è concentrata l’azione governativa tramite l’assistenza alle popolazioni prima e la fase di ricostruzione poi, è inoltre aumentato di volta in volta raggiungendo una vasta area di 8000 kmq: “I Comuni investiti sono stati 140 (più del 50% localizzati a un’altitudine superiore ai 900 metri), dei quali 130 hanno meno di 10.000 abitanti e 56 ne hanno meno di 1000. Le persone colpite sono quasi 600mila; di queste il 25% è rappresentato da anziani over 65 anni”, mentre gli sfollati sono 40mila. Le Marche è stata la Regione più colpita per il numero di Comuni coinvolti: 85, che rappresenta il 35% del totale. 

Comuni coinvolti distinti per fasi, via Rapporto Commissario straodrdinario ricostruzione (2017)

Visto che di mese in mese, i Comuni colpiti aumentavano così come i danni, i governi che si sono succeduti – quello a guida Matteo Renzi e poi quello Gentiloni – hanno prodotto diversi strumenti legislativi nel corso del tempo.

Il primo e il più importante è stato il decreto legge n.189/2016 che disciplina "gli interventi per la riparazione, la ricostruzione, l'assistenza alla popolazione e la ripresa economica nei territori delle Regioni Abruzzo, Lazio, Marche e Umbria, interessati dagli eventi sismici del 24 agosto 2016”. La fase della ricostruzione (suddivisa in pubblica e privata) prevista dal decreto era fondata su alcuni punti principali:

a) Uffici speciali di ricostruzione, istituiti da ogni Regione unitamente agli enti locali interessati, con il compito di gestire la ricostruzione.
b) Un fondo per la ricostruzione, istituito dal Ministero dell’Economia e delle Finanze, con le risorse destinate alla contabilità speciale del Commissario Straordinario e che per gli interventi di immediata necessità è prevista una dotazione iniziale di 200 milioni di euro per il 2016.
c) Una struttura commissariale centrale utile a coordinare l’attività degli uffici speciali per la ricostruzione e ad attuare le decisioni del Commissario Straordinario.

Inoltre, viene creata una Struttura di Missione per la Prevenzione e il Contrasto Antimafia per la Ricostruzione Post-Sisma. 

Nelle legge di Bilancio 2017 (approvata il 7 dicembre 2016 durante gli ultimi giorni del governo Renzi), vengono stanziati in totale più di 7 miliardi di euro per interventi “di riparazione, ricostruzione, assistenza alla popolazione e ripresa economica” spalmati per 30 anni, dal 2017 al 2047.

A queste misure, spiega Adriano Biondi su Fanpage, si affianca il “sisma bonus”, cioè la detrazione per gli interventi di ristrutturazione e messa in sicurezza sismica degli edifici: “la detrazione si applica fino al 50% per gli immobili adibiti ad abitazione o attività produttiva (per spese complessive non superiori a 96mila euro), ma può arrivare al 70% e all’80% nel caso in cui dagli interventi derivi una diminuzione di una o due classi di rischio sismico”.

Nel corso del tempo, inoltre, sono stati stanziati ulteriori risorse economiche e prodotte nuove misure per le zone colpite dalle scosse sismiche del Centro Italia (qui gli interventi nel dettaglio). 

Lo scorso 22 febbraio, il governo Gentiloni ha prorogato (per la seconda volta) “per ulteriori 180 giorni, lo stato di emergenza in conseguenza degli eccezionali eventi sismici che hanno colpito il territorio delle Regioni Lazio, Marche, Umbria e Abruzzo il 24 agosto 2016, il 26 e il 30 ottobre 2016 e il 18 gennaio 2017 (...)” con lo stanziamento di ulteriori fondi per 570 milioni di euro, “di cui 300 milioni a valere sul Fondo per le emergenze nazionali e 270 milioni mediante utilizzo delle risorse disponibili sulla contabilità speciale intestata al Commissario straordinario per la ricostruzione”.

I ritardi e le criticità a un anno dal primo sisma

A un anno da quel 24 agosto, denunce di enti e persone del luogo e approfondimenti giornalistici hanno fatto però emergere criticità, ritardi, disagi, problematiche nel piano di assistenza e ricostruzione dei territori del Centro Italia.

Lo scorso giugno, Repubblica titola: “Terremoto, la ricostruzione nel caos: in strada il 92 per cento delle macerie”. Nell’articolo, gli inviati Giuliano Foschini e Fabio Tonacci raccontano che le macerie delle strutture crollate sono ancora a terra, che le casette (le cosiddette SAE, cioè strutture abitative di emergenza) per chi non ha più una casa sono ancora pochissime e che la ricostruzione è ancora un miraggio.
Identica situazione viene riscontrata e raccontata da Virginia Piccolillo sul Corriere della Sera gli stessi giorni. 

Tra le cause di questa situazione, denunciano i giornalisti, c’è proprio quella che il Commissario unico della Ricostruzione aveva promesso ci sarebbe stata il meno possibile: la burocrazia, tra decreti leggi aggiornati, interpretazioni delle norme, autorizzazioni richieste e decine di ordinanze dello stesso Commissario, con alcune di queste che aggiornavano le precedenti. Ad esempio, spiega il sindaco di Accumuli, Stefano Petrucci, a Gabriella Cerami dell’Huffington Post: «All'inizio alle amministrazioni competeva solo la rimozione delle macerie sulle strade e nelle piazze. Le nuove norme hanno stabilito invece che anche i privati potessero, tramite una apposita procedura, delegare al pubblico lo sgombero di detriti e calcinacci dalle proprie abitazioni. E questo ha creato confusione: ci ha costretti a rallentare tutto e fare nuove stime, nuovi piani».

Tra i problemi maggiori, la gestione delle macerie da rimuovere e la concessione della “casette”. Per quanto riguarda la prima questione, Repubblica scrive che in base a una una stima (pubblicata anche in un rapporto di Legambiente) ci sono più di 2 milioni di tonnellate di macerie da rimuovere: “da quel 24 agosto, quando il primo terremoto distrusse Amatrice e Accumoli, la macchina dell'emergenza è stata in grado di portarne via 176mila e 700, meno dell'8 per cento”. Nelle quattro Regioni coinvolte i lavori sono partiti, in diversi casi, in ritardo e con lentezza: Nelle province di Macerata, Fermo e Ascoli, le più colpite dalla scossa del 30 ottobre, si procede a passo di lumaca. Per dire: ci sono voluti cinque mesi e sette autorizzazioni perché la Conferenza dei servizi autorizzasse la ditta Htr a portare macerie nel sito di stoccaggio di Arquata. Htr vince l'appalto a novembre, i camion si sono mossi ad aprile. Accanto a questa lavorano due aziende pubbliche che si occupano di rifiuti (...). È una precisa scelta del governo, che ha equiparato le macerie a ‘rifiuti urbani non pericolosi’, dunque scommettendo sugli operatori che normalmente si occupano della spazzatura”.

Per quanto riguarda la consegna delle "casette", lo scrittore Alessandro Chiappanuvoli, in un articolo su Internazionale, scrive che le Sae consegnate un anno dopo il sisma sono circa 400 su oltre 3600 richieste, spiegando anche l’intricato meccanismo dei numerosi passaggi burocratici – secondo il calcolo di Repubblica 11, tra autorizzazioni e passaggi di responsabilità tra diversi enti – richiesti per riuscire ad avere alla fine un tetto sopra alla testa. Stesso ritardo si riscontra anche nella distribuzione delle stalle agli allevatori che a causa del sisma non potevano più utilizzare le proprie. Dopo un anno, scrive Laura Della Pasqua su Panorama, è pronta solo una stalla su tre. IO Donna racconta la storia di Michela Paris, 30 anni, fra gli allevatori marchigiani con la stalle inagibili: “Hanno richiesto stalle e fienili d’emergenza alla Regione Marche ma ancora non sono stati montati”.

In un video reportage sempre su Internazionale, Davide Olori del gruppo di ricerca indipendente Emidio di Treviri, aggiunge inoltre che «ogni opzione» prevista dalle istituzioni per l’emergenza ha manifestato delle criticità e racconta l’esempio delle persone ospitate negli alberghi, anche verso la costa: «Stare in Hotel per due settimane, un mese, non diventa problematico, ma dopo un anno condividere una stanza di hotel di 10mq con un’intera famiglia sta portando un malessere diffuso». Una situazione di forte disagio raccontata dagli sfollati negli alberghi della costa marchigiana (in alcuni casi distanti centinaia di km dalla loro terra) a Greta Privitera su Vanity Fair: «C’è chi pensa che noi siamo “i fortunati” perché diamo l’impressione di essere in vacanza da dieci mesi, ma questo è un esilio forzato, difficile da sopportare».

Difficoltà e problemi nel piano di assistenza e ricostruzione sono stati evidenziati anche nelle lettera che il presidente dell’Anci, Antonio Decaro (Pd), scrisse al presidente del Consiglio due mesi prima il primo anniversario dal terremoto del 24 agosto. Decaro rivolge un appello per un incontro urgente perché serve uno “sforzo corale” per riuscire a dare "risposte immediate e operative": ci sono "ritardi nella realizzazione delle soluzioni abitative di emergenza e nella rimozione delle macerie" – scrive Decaro –, in alcuni casi difetta "il coordinamento necessario per gestire situazioni inevitabilmente complesse" e "non aiuta non poter disporre di uffici regionali per la ricostruzione capaci di fornire riscontri in tempi certi".

La situazione negli ultimi mesi

A settembre 2017, il commissario straordinario per la Ricostruzione, Vasco Errani, lascia il proprio incarico. Al suo posto il governo nomina la sottosegretaria all'Economia, Paola De Micheli (Pd). 

A novembre, poi, il capo della Protezione civile, Angelo Borrelli (Fabrizio Curcio aveva lasciato l’incarico ai primi di agosto per motivi personali), durante un video forum sul sito dell’Ansa, fa il punto della situazione e risponde sui ritardi e complicanze per quanto riguarda “casette”, macerie e ricostruzione. Riguardo le strutture abitative di emergenza, Borrelli parla di «un ritardo contenuto rispetto ai tempi preventivati», dovuto essenzialmente a vari motivi tecnici e di procedure legislative per l’approvazione del progetto da parte dei Comuni coinvolti nelle prime due fasi delle quattro previste per la loro progettazione, urbanizzazione dell’area, realizzazione e consegna. Tra le aree con più problematiche ci sono quelle nelle Marche, specifica Borrelli. Il capo della Protezione civile ipotizza poi che entro la fine del 2017 sarebbero state consegnate nelle quattro Regioni del Centro Italia oltre l’80% delle strutture abitative di emergenza. Fino a quel momento il numero delle casette fornite è salito a 1100. Quindi, specifica Borrelli, per fine dicembre le casette consegnate sarebbero state poco più di 3mila.  

Sulle macerie, la Protezione Civile dichiara che in totale ci sono 2milioni e 600mila tonnellate di materiale. Fino a novembre, erano state rimosse oltre 400mila tonnellate, cioè circa il 15% del totale. Prima della ricorrenza di un anno dal terremoto, specifica Borrelli, tutte le Regioni «avevano completato la rimozione delle macerie nelle aree pubbliche», mentre erano ancora lì quelle nelle aree di proprietà dei privati. 

Sulla ricostruzione, il capo della Protezione civile afferma che il quadro normativo va necessariamente modificato. Ad esempio, ritiene non normale che dopo più di un anno non siano ancora iniziati i lavori alle case colpite dal terremoto e classificate come B, cioè gli edifici che hanno subito danni lievi. Il sito Sibilla online, ad esempio,  calcola come nella regione Marche a un anno dal terremoto è stato avviato lo 0,67% dei cantieri potenziali per la riparazione delle case con danni lievi. (Sulla strada della semplificazione delle norme previste per questa fase, il governo Gentiloni ha approvato il decreto fiscale e la legge di bilancio 2018).

La promessa di oltre l’80% delle casette consegnate entro lo scorso natale però non viene mantenuta. Secondo i dati forniti dalla stessa Protezione civile, al 22 dicembre sono state consegnate il 51% delle casette richieste, al 30 dicembre il 58%. Inoltre, durante la stessa consegna delle strutture abitative di emergenza, in alcuni casi, si verificano però dei problemi. Ad esempio, Chiara Gabrielli su Quotidiano.Net riporta che nell’area di Terracino, ad Accumuli, gli sfollati si sono rifiutati di entrarci perché “luce, gas e acqua non funzionano”, frigorifero e forno non sono montati. In quegli stessi giorni di natale, il cattivo stato di diverse casette consegnate è denunciato anche dal coordinamento dei Comitati civici e dai Sindaci di alcuni comuni del cratere, soprattutto nelle Marche.

Ma anche quelle consegnate mesi prima, riporta Agi, in altri casi, “da Amatrice – e frazioni – ad Arquata del Tronto. hanno fatto registrare un blocco nell'erogazione dell'acqua calda, per via dei boiler montati sui tetti” che non “hanno retto alle rigide temperature” di quei giorni.

A queste denunce, il governo risponde che, in base agli elementi forniti dalla Protezione civile, «in merito alla presunta inadeguatezza delle strutture abitative d'emergenza per le località di montagna», queste «sono state progettate in modo da risultare idonee a tutte le zone climatiche italiane», mentre «in relazione ai casi limitati di infiltrazioni di acqua dal soffitto», si sta celermente provvedendo «all'eliminazione definitiva delle eventuali difettosità, al fine di garantire ai cittadini alloggiati nelle suddette strutture adeguate condizioni di vivibilità anche durante il rigido periodo invernale».

Lo scorso 10 aprile, un nuova scossa di magnitudo di 4.7, con epicentro a Muccia, in provincia di Macerata, nelle Marche, rinnova e accresce i timori fra i terremotati. Il sisma, inoltre, provoca danni e cedimenti del mobilio, di caldaie e lo sbriciolamento di alcuni muretti esterni, in alcune “casette”.

Repubblica si domanda “come vengono costruite?”, anche in base  ad approfondimenti giornalistici, denunce della Cgil nella zone del maceratese e le conseguenti indagini giudiziarie, che mostrerebbero “che nei cantieri delle Sae erano presenti operai non specializzati e sottopagati, a volte costretti a pagare il pizzo alle ditte per poter lavorare. Schiavi come nelle campagne, con l’unica differenza che i caporali questa volta sono imprenditori che lavorano con soldi pubblici. Sono in corso indagini delle direzioni distrettuali antimafia per verificare se, come sembra, in quei cantieri si siano infiltrate società in odore di criminalità organizzata, come accadde dopo il terremoto dell’Aquila”. Il procuratore capo di Macerata, Giovanni Giorgio, nel comunicare l’apertura delle indagini ha anche precisato che erano «già in corso da tempo, a opera della polizia, della guardia di finanza e dei carabinieri, controlli sui cantieri edili, connessi alle costruzioni post sisma». 

Oggi a che punto siamo? Poco più di un mese fa, il Commissario straordinario alla ricostruzione, De Micheli, durante un’intervista a Io Donna, annuncia una sanatoria “chirurgica” che dovrebbe aiutare a superare «certi piccoli abusi» del passato nelle case danneggiate e sbloccare così la cosiddetta «ricostruzione leggera».

Questo mentre, denunciano diversi media, la ricostruzione nel cratere è al palo in certi aree o prosegue con estrema lentezza. Il 14 maggio è stata inaugurata a Bolognola, in provincia di Macerata, la prima opera pubblica della ricostruzione: l’ex caserma del Corpo forestale. Per quanto riguarda la ricostruzione privata, lo scorso gennaio, il Commissario De Micheli, durante la conferenza stampa per l’annuncio di un accordo di finanziamento da 350 milioni di euro destinati a famiglie e imprese per i lavori di ricostruzione, ha parlato di «numeri non roboanti» e che che nell’intero cratere sono stati avviati 600 cantieri. Durante la cerimonia, il presidente del Consiglio Gentiloni ha dichiarato: «(...) Dobbiamo saperlo, la ricostruzione durerà mesi e anni».

Alcuni antichi borghi e frazioni colpite dal terremoto, come Pescara del Tronto, nelle Marche, dove il 24 agosto 2016 sotto le macerie morirono 47 persone, potrebbero però non essere più ricostruiti dove si trovavano prima perché il terreno, dopo il sisma, sarebbe inadatto a ospitare nuove case. Lo scrive Paolo G. Brera su Repubblica: «Riunirò l’assemblea dei residenti – spiega al giornalista il sindaco Aleandro Petrucci – e metteremo ai voti le soluzioni alternative che ci proporranno gli esperti. Sceglieremo a maggioranza dove ricostruire il paese. La vecchia Pescara del Tronto, invece, potrebbe diventare un museo della nostra memoria, è un’idea su cui stanno lavorando 70 architetti». Stessa situazione nel Lazio, nella frazioni di Libertino, Tino e San Giovanni che andranno abbandonate perché si trovano su terreni non sicuri, riporta La Stampa. Lo scorso anno, per decidere come e dove ricostruire, è stato incaricato un gruppo di lavoro, il Centro di microzonazione sismica, composto da 25 enti e centri di ricerca, geologi e ingegneri, con il compito di effettuare una radiografia della zona del cratere. Lo scorso 5 maggio è stato annunciato che la mappa geologica “che aiuterà a guidare la ricostruzione” nei circa 140 Comuni colpiti dalle sequenze sismiche è pronta.  

Sulle “casette”, il 15 maggio la Protezione Civile ha comunicato che ne sono state consegnate 3260, quasi il 90% del totale ordinate dalle Regioni: 1514 nelle Marche (su 1825 ordinate), 787 nel Lazio (su 824), 742 in Umbria (su 758) e 217 in Abruzzo (su 238). Infine, nel Lazio e nella Marche, le due Regioni dove si concentrano la maggior quantità di macerie, la rimozione continua. Nel primo, ha dichiarato a fine aprile Claudio Di Berardino, assessore regionale al Lavoro e nuovi diritti e Politiche della ricostruzione: «Ad oggi abbiamo rimosso circa il 50% del totale e si prevede di completare i lavori entro 6 mesi». Nelle Marche, a fine marzo il presidente della Regione Marche, Luca Ceriscioli, ha comunicato che restano ancora da rimuovere 640mila tonnellate del milione in totale stimato. In circa un anno e 9 mesi sono state rimosse 360mila tonnellate di macerie. La Regione Umbria ha comunicato a Valigia Blu che al 20 maggio sono state rimosse 55mila tonnellate, pari al 55% delle macerie attese (stimate in circa 100mila tonnellate).

La vita a quasi due anni dal terremoto

Alice Corradini gestisce insieme al fratello un’azienda agricola biologica ad Amandola, in provincia di Fermo. L’hanno creata i suoi genitori nel 1989, quando avevano deciso di tornare nelle Marche dalla provincia di Milano. Cinquanta ettari di terra, bovini, suini e una filiera di lavorazione e consegna della carne cortissima.

«Con il sisma di agosto 2016 abbiamo perso sia la casa, che il laboratorio di macelleria aziendale, entrambi sono diventati inagibili. Con le scosse di ottobre sono diventati da demolire. Con quelle di gennaio 2017 accompagnate dalla neve, invece, sono crollati anche i fienili. L’unica cosa che è rimasta su è la stalla», racconta. In questo modo Alice ha potuto proseguire la sua attività di allevamento, mentre per la lavorazione da quasi due anni si appoggia al laboratorio di macelleria generosamente concesso da un mattatoio di un paese vicino, in attesa che il modulo lavorativo urgente richiesto sia utilizzabile.

Come allevatori, Alice e la sua famiglia hanno potuto fare domanda non per le casette di legno Sae, ma per un Mapre (Moduli abitativi prefabbricati rurali emergenziali), un container in lamiera. «La nostra vita è cambiata – dice – anche se meno rispetto ad altre persone, perché noi il modulo l’abbiamo nel cortile della nostra vecchia casa, dovevamo stare vicino agli animali che alleviamo. Altri si sono dovuti spostare altrove».

Prima di entrare nel container, Alice ha vissuto fino alla vigilia di Natale del 2016 in un camper prestato dalla cugina: «Il Mapre era pronto, ma ci dicevano che finché non c’erano i mobili non potevamo entrare. Il punto è che per due mesi e mezzo siamo andati a fare la doccia dai vicini dopo aver lavorato in stalla, non era pensabile continuare così. E così siamo entrati lo stesso. Ed è stato un bene perché poi la ditta che doveva portare i mobili è sparita e ce li hanno consegnati il 21 gennaio 2017, quando c’è stata quella nevicata tremenda. Avremmo dovuto vivere in camper mentre fuori c’era un metro e mezzo di neve».

Nonostante i disagi, Alice vuole essere ottimista: «A distanza di due anni la situazione è pressoché invariata. Il container è terribile e d’inverno fa una condensa pazzesca, avrei preferito che ci fosse stata l’onestà intellettuale di dire ‘più di così non possiamo fare’. Ma spero che prima o poi le cose si muovano. Certo, il fatto che la ricostruzione ancora non sia iniziata e ci sia stata questa gestione dell’emergenza potrebbe farci tirare delle conclusioni».

Francesco Amici lamenta chiaramente il mancato coinvolgimento delle popolazioni colpite dal sisma nel dopo terremoto. «Noi che abbiamo subito il terremoto – da tutti i punti di vista, sia fisico che mentale – non siano stati chiamati a essere partecipi nel percorso di ricostruzione delle nostre vite. Siamo stati tenuti fuori da tutto. Eppure il sisma è come se ci avesse distrutti, usciamo da questa esperienza con altre prospettive di vita, altri tipi di malattie. Siamo altre persone», spiega. Una dei lasciti più ingombranti del terremoto è la mancanza della possibilità di fare progetti: «L’uomo per sua natura progetta, io non riesco a farlo. E la cosa che mi pesa di più è che non posso farlo per i miei figli. Con la chiusura di Castel di Luco è come se a un certo punto tutto quello che mio padre e mia madre avevano costruito per me fosse stato azzerato. E io non ho la possibilità di ricominciare pian piano, devo solo aspettare. Invece io voglio tornare a essere protagonista della mia vita».

Secondo Davide Falcioni, giornalista di Fanpage e attivista delle Brigate di Solidarietà Attiva (un’associazione di volontariato sin da subito impegnata nelle zone del sisma), l’opinione generale nel cratere è che per tornare alla normalità «occorreranno ancora decenni».

Il gruppo delle BSA ha portato assistenza nell’immediato alle popolazioni colpite: dal cibo ai vestiti, alle coperte, ai letti, alle stufe. «Addirittura abbiamo portato prima della Protezione civile delle roulotte, avute da donazione private», ricorda Falcioni. Successivamente, l’assistenza da materiale è diventata legale, sono nati gruppi di ricerca sulle conseguenze del sisma ed è stato impostato un lavoro mirato a tessere reti per tenere insieme le comunità.

Il nuovo vademecum Oissa 2, a cura di Alterego - Fabbrica dei diritti, è finalmente disponibile (anche online). A oltre...

Pubblicato da Brigate di Solidarietà Attiva - Terremoto Centro Italia su venerdì 23 marzo 2018

Una delle cose portate avanti dalle BSA è stata la costruzione di luoghi di ritrovo per le persone colpite dal sisma. «La Protezione civile nelle aree Sae non li ha previsti – spiega Falcioni - Ognuno vive nella sua casetta ma non c’è un luogo dove le persone possano ritrovarsi per fare associazione, riunioni, vita comunitaria che non sia andare al bar o al ristorante».

L’obiettivo, prosegue, «è far restare le gente il più vicino possibile alle loro case. Cerchiamo di informare la popolazione e favorire e supportare l’organizzazione di comitati, che poi possano interloquire con le istituzioni. Portiamo un minimo di livello di assistenza e consulenza, anche politica. Parliamo di persone che magari per 60 anni non sono mai andate a una manifestazione, e ora si trovano a dover lottare».

A essere preoccupante, secondo Falcioni, è lo stato psicologico degli abitanti: «Sono state generate aspettative che sin dai primi giorni dopo il sisma sono state disattese, a partire da ‘ritornerete nelle vostre case’. Tutte sistematicamente tradite, e questo pesa enormemente». Senza contare, aggiunge, che le scosse «continuano, e generano uno stato di tensione costante. Ti svegli la mattina e senti una scossa, pensi di rilassarti e senti una scossa. La gente è molto provata anche da questo».

Alcuni studi hanno mostrato come dopo il sisma il consumo di farmaci contro ansia e insonnia sia cresciuto del 72% nelle zone colpite. L’aumento è stato confermato dal dottor Massimo Mari, coordinatore della funzione psicologica dei servizi alla persona per le vittime del terremoto nella Regione Marche, che ha spiegato di aver notato una crescita del consumo di benzodiazepine, cioè di tranquillanti minori nell’area di Camerino del 70%, mentre «aumenti minori sono stati riscontrati anche per antidepressivi e antipsicotici, rispettivamente del 7% e 3,8%. L’aumento quindi c’è stato. E, sì, le persone stanno ancora molto male perché il trauma è stato estremamente violento».

Secondo i report del presidio di supporto psicologico e assistenza infermieristica di Emergency nei comuni di Camerino, Pieve Torina, Muccia, Visso e Tolentino, il susseguirsi delle oltre 80mila scosse da agosto 2016 ha posto la popolazione “in uno stato di continua sollecitazione, in particolare rileviamo un pensiero pervasivo relativo agli eventi sismici, elevata reattività agli stimoli, ipervigilanza soprattutto all’arrivo della sera, difficoltà notevoli nell’addormentarsi e disturbi del sonno”. Ai medici vengono riferite dai pazienti “numerose situazioni di conflitti relazionali (familiari, coniugali e/o sociali) sia nati a seguito del sisma, sia pregressi a questo evento e da questa condizione slatentizzati. Quello che si osserva si può definire una condizione di ‘lutto della progettualità’, un vissuto di natura depressiva che coinvolge tutti i livelli di funzionamento sociale, dall'individuo alla comunità”.

La condizione è particolarmente delicata per la popolazione sfollata che è stata ospitata negli alberghi della costa, lontano dai loro paesi d’origine, come successo a molti abitanti della maggior parte dei comuni tra l’Amatriciano e il Piceno. Alcuni di loro, afferma Emergency, stanno “rientrando dalle zone costiere e prendendo possesso dei Sae. Il rientro in un territorio profondamente cambiato e l’impossibilità, nella stragrande maggioranza dei casi, di rientrare nella propria abitazione pone la popolazione in uno stato di ulteriore fragilità e difficoltà di adattamento”.

Come ha spiegato un attivista della rete Terre in Moto in un’intervista, infatti, comunità intere che sono state disperse: «Il rapporto nei paesi è molto basato sulla prossimità. Anche nei paesi che non sono stati distrutti, molti abitanti sono andati via, perché avevano la casa danneggiata o perché non vedevano più un futuro lì, e questo significa relazioni sociali che si interrompono, bar e negozi che chiudono».

Secondo Emanuele Sirolli, psicologo volontario del Gruppo umana solidarietà (Gus), vivere a lungo in un albergo, sradicato dalla propria vita può causare alienazione, per cui in generale «le persone che hanno ancora un lavoro stanno meglio o che in qualche modo stanno cercando di riavviare la propria attività, anche se costretti a viaggiare per centinaia di chilometri al giorno».

Il gruppo di ricerca Emidio di Treviri (un progetto nato dalle BSA) ha condotto uno studio per cercare di capire cosa ha significato per gli abitanti del cratere allontanarsi dai propri luoghi di origine e trapiantarsi in nuovi contesti. “Se avessimo potuto scegliere di rimanere nessuno sarebbe venuto qui, ma non abbiamo avuto altra scelta, in molti dovevano portare via i bambini dalle tende, altri avevano a carico persone molto anziane che avevano bisogno di cure”, ha spiegato ai ricercatori una donna di 50 anni ospitata in una struttura di San Benedetto del Tronto.

Molti intervistati hanno manifestato quello che viene definito “displacement trauma”, una sindrome di spaesamento che emerge quando le persone vengono forzosamente delocalizzate, con conseguenze per la salute. I disturbi – alimentari, psichici, fisici – vengono acuiti dal “prolungamento dell’incertezza”, che aumenta anche il ricorso ai farmaci.

Se avessero preso decisioni diverse, noi saremmo rimasti qui tre mesi e avremmo resistito anche a star lontani e nonostante la difficoltà avremmo reagito. Dopo tutto questo tempo, e nessuna soluzione reale, il conflitto aumenta, siamo lasciati vivere”, ha detto ai ricercatori Renato, un altro degli intervistati. “Siamo sopravvissuti al terremoto e ci sta uccidendo lo Stato. Ci hanno detto di cambiare medico, di prenderlo qui, ma io non l’ho fatto. Preferisco prendere la macchina e tornare a casa, ho bisogno di vedere che succede e di sapere che tornerò”.

Foto in anteprima via Ansa

Segnala un errore

LINEE GUIDA AI COMMENTI

Grande coalizione, contratto per il programma e coinvolgimento della base. Come è andata in Germania

[Tempo di lettura stimato: 7 minuti]

di Alessandro Alviani

Le elezioni del 4 marzo scorso non hanno dato una maggioranza politica che potesse permettere a un partito o a una coalizione di governare. Da oltre 70 giorni c’è uno stallo istituzionale. Da marzo, infatti, ci sono stati alcuni tentativi di intesa tra i maggiori partiti e coalizioni, ma nessuna è andata a buon fine.

Il 9 maggio però qualcosa è cambiato. Silvio Berlusconi ha dato il via libera all’alleato Matteo Salvini della Lega per provare a fare un’alleanza di governo con il Movimento 5 Stelle, senza la conseguenza politica di una rottura della coalizione di centrodestra.

Dopo quell’annuncio del presidente di Forza Italia, Lega e Movimento 5 stelle, in diversi incontri riservati tra i due leader e pochi collaboratori e parlamentari dei rispettivi partiti, hanno fatto il punto su programma e sul nome del futuro presidente del Consiglio.

Dopo diversi giorni di bozze pubblicate dai media, ieri è stato reso noto il testo del cosiddetto "contratto di governo" definitivo tra Lega e M5S composto da 57 pagine. Sul nome invece di chi guiderà il nuovo esecutivo non è stata ancora raggiunta un’intesa. Salvini ha comunque detto che il prossimo lunedì andrà dal Presidente della Repubblica, Sergio Mattarella, con un nome.

Già poco prima dell’inizio delle consultazioni del Presidente della Repubblica per trovare una maggioranza di governo, Luigi Di Maio, capo politico dei Cinque Stelle, aveva proposto l’idea di stipulare un contratto di governo “come in Germania”. “Sappiamo”, aveva detto Di Maio, “che non ci sono numeri perché una forza politica governi da sola e dobbiamo essere concreti: io voglio proporre ai miei interlocutori un contratto di governo come in Germania. Mettiamoci attorno a un tavolo, decidiamo le cose da fare”.

In un post sul “Blog delle stelle”, lo stesso Di Maio aveva specificato: “Proponiamo un contratto di governo come quello che viene sottoscritto dalle principali forze politiche in Germania dal 1961. È un contratto in cui scriviamo nero su bianco, punto per punto, quello che vogliamo fare, dove si spiega per filo e per segno come si vogliono fare le cose e in quanto tempo. Dentro si inseriscono tutti i dettagli delle cose che si devono fare, si firma davanti agli italiani e poi si realizza. Quello che c'è scritto è ciò che il governo si impegna a fare". Il contratto, proseguiva il leader M5S, non si configurava, dunque, come un accordo né un’alleanza ma come un impegno che “forze alternative e distanti tra di loro assumono davanti ai cittadini, prendendosi la responsabilità di lavorare insieme per il bene degli italiani”.

Lega (che alle elezioni ha ricevuto oltre 5milioni e mezzo di voti) e M5S (quasi 11 milioni di voti) hanno poi voluto sottoporre il contratto stipulato ai loro rispettivi sostenitori. Ieri, ad appena un giorno dalla versione definitiva, gli iscritti del Movimento 5 stelle hanno votato (dalle 10 alle 20) il programma sulla piattaforma Rousseau, che, solo tre giorni fa, il garante della Privacy, Antonello Soro, ha definito ancora vulnerabile a possibili attacchi hacker.

Leggi anche >> Grillo, gli hacker e la democrazia diretta: fallimento a 5 Stelle

Gli iscritti "certificati" su Rousseau (oltre 120mila), dopo aver ricevuto un sms con una password, potevano leggere e votare l'intero programma e decidere con un sì o un no se approvare o meno il "contratto" di governo. Al termine della votazione online, Luigi Di Maio ha comunicato che il "contratto" ha ricevuto il voto favorevole del 94% dei votanti. In totale, hanno votato 44.796 (cioè circa lo 0,4% dei voti presi alle elezioni): per il sì 42.274, per il no 2.522 no.  Il M5S ha precisato inoltre che un Notaio ha garantito la regolarità del voto.

La Lega invece, durante il fine settimana, predisporrà nelle maggiori piazze italiane oltre 1000 gazebo per far votare il programma di governo. Il Corriere della Sera spiega che "si potrà votare dalle 9 alle 18" alcuni dei punti salienti discussi in questi giorni, "non l’intero testo, che sarà comunque consultabile sul sito e in ogni postazione di voto". Il quotidiano aggiunge poi che "verrà presa nota dell’identità dei votanti, per dare una veste formale alla consultazione cui tutti sono invitati". Quindi, sembra di capire che tutti coloro che si presenteranno ai gabezo con l'intenzione di votare potranno farlo, non solo gli iscritti. 

Di seguito la scheda che verrà consegnata a chi andrà votare nei gazebo della Lega.

via Ansa

Come è andata in Germania tra Cdu, Csu e Spd

174 pagine contro 58, 14 capitoli contro 30, nove firme - quelle dei segretari generali, dei capigruppo e dei presidenti dei tre partiti alleati - apposte in calce in diretta tv contro le firme dei due leader di coalizione davanti un notaio, oltre una settimana data alla base per esprimersi contro un fine settimana: le differenze tra il Koalitionsvertrag su cui si regge il quarto governo Merkel e il "Contratto per il cambiamento del governo" siglato da M5S e Lega sono evidenti. Ripercorriamo le tappe che hanno portato in Germania alla sigla del contratto di coalizione tra Cdu, Csu e Spd, nonché le modalità con cui è stato approvato dagli iscritti e la sua struttura.

I tempi

169: tanti sono i giorni trascorsi dalle politiche del 24 settembre 2017 fino alla firma del contratto, il 12 marzo 2018. Per la Germania si è trattato di un record, dovuto all'insolita complessità delle trattative per la formazione del nuovo governo. Di fronte al risultato della Spd, crollata al 20,5% (il peggior risultato del dopoguerra), il candidato cancelliere socialdemocratico, Martin Schulz, ha annunciato la sera stessa del voto di non voler ripetere l'esperienza della Grande Coalizione e di voler andare all'opposizione. Il 24 ottobre – a un mese esatto dal voto – la Cdu di Merkel e i cugini bavaresi della Csu hanno avviato le trattative con i Verdi e i liberali della Fdp per un'inedita coalizione 'Giamaica', che sono durate 27 giorni: il 20 novembre la Fdp ha annunciato il fallimento dei colloqui.

Anche per effetto del pressing esercitato dal presidente della Repubblica, il socialdemocratico Frank-Walter Steinmeier, la Cdu/Csu e la Spd hanno iniziato a discutere di una possibile riedizione della Grande coalizione. Il 7 dicembre un congresso della Spd ha dato il via libera ai colloqui preliminari con la Cdu/Csu, che si sono svolti dal 7 al 12 gennaio 2018 e sono sfociati in un documento di 28 pagine che rappresenta il nucleo del contratto vero e proprio. Il 21 gennaio un congresso straordinario dei socialdemocratici ha acconsentito all'avvio delle trattative di coalizione, che si sono tenute dal 26 gennaio al 7 febbraio (12 giorni in tutto). È in questa fase che è stato definito il contratto di coalizione: il testo è stato elaborato da 18 gruppi di lavoro su altrettanti temi, a cui si aggiungono altri quattro gruppi più ristretti, uno dei quali composto soltanto dai leader di Cdu, Csu e Spd.

Il voto delle rispettive basi

I tre partiti hanno deciso di coinvolgere le loro basi con modalità e tempi differenti. L'8 febbraio i vertici e il gruppo parlamentare della Csu hanno approvato il Koalitionsvertrag. Il 26 febbraio è stata la volta della Cdu: un congresso del partito di Merkel ha votato a larghissima maggioranza – appena 27 'no' su 975 delegati – il contratto. La Spd ha deciso invece di organizzare un referendum tra gli iscritti.

Il referendum della Spd

La consultazione è stata preceduta da sette conferenze regionali, organizzate tra il 17 e il 25 febbraio in varie città tedesche, durante le quali i principali esponenti nazionali hanno informato la base sui contenuti del contratto.

Al referendum hanno potuto partecipare tutti coloro che sono risultati iscritti al partito entro le 18 del 6 febbraio, indipendentemente dalla loro cittadinanza e dalla loro età (per aderire alla Spd bisogna avere almeno 14 anni). In totale gli aventi diritto sono stati 463.723. I voti espressi sono stati 378.437 (78,4%), quelli validi 363.494. I sì sono stati 239.604 (66,02%), i no 123.329 (33,98%). A titolo di paragone: alle elezioni del 24 settembre la Spd ha raccolto circa 11,4 milioni di "secondi voti" (nel sistema elettorale tedesco il "secondo voto" è determinante per la suddivisione dei seggi al Bundestag).

Due le modalità previste per partecipare al referendum: per posta e online. Gli iscritti in Germania – la quasi totalità - hanno potuto votare esclusivamente per posta: entro il 20 febbraio hanno ricevuto un plico contenente, oltre a del materiale esplicativo, una scheda col quesito vero e proprio ("Il partito socialdemocratico dovrebbe stipulare il contratto negoziato nel febbraio del 2018 con la Cdu e la Csu?"), da riporre in una busta blu, che andava inserita in una busta rosa insieme a una dichiarazione giurata ("Garantisco di aver siglato personalmente la scheda elettorale allegata"). Sono state prese in considerazione solo le schede ricevute entro la mezzanotte del 2 marzo. Per andare sul sicuro, gli iscritti sono stati invitati a rispedire la scheda già il 27 febbraio.

Per ovviare ai tempi lunghi delle poste, gli iscritti all'estero, che sono appena 2.300 circa, hanno espresso il loro voto online. Ognuno ha ricevuto un'apposita mail, che riassumeva i passi da seguire. Gli iscritti hanno dovuto anzitutto richiedere un Pin (per farlo, era necessario inserire il numero della propria tessera e la data di nascita). Il voto vero e proprio è stato espresso su un'apposita piattaforma della Spd protetta da login: i dati di accesso erano costituite dal numero della propria tessera e dal Pin precedentemente ottenuto.

Il partito non ha specificato quanti abbiano partecipato al voto online (qui i risultati complessivi).

Secondo la Spd, il referendum è costato circa 1,5 milioni di euro.

Il contratto di coalizione

Più che il Koalitionsvertrag, l'accordo tra M5S e Lega ricorda, nella genericità di molti dei suoi passaggi, il pre-contratto di coalizione tedesco, cioè il documento siglato da Cdu, Csu e Spd il 12 gennaio, al termine dei loro colloqui preliminari. Il Koalitionsvertrag vero e proprio si contraddistingue per un livello di dettaglio molto più elevato, con effetti paradossali: il tema "Immigrazione", un cavallo di battaglia della Lega, viene liquidato nel testo M5S-Lega in tre pagine, contro le sei che il Koalitionsvertrag dedica a "Immigrazione" e "Integrazione" (un termine, quest'ultimo, assente nel "Contratto per il cambiamento"). Per non parlare delle priorità. Un esempio: il tema "Europa", che nell'accordo M5S-Lega costituisce il 29esimo capitolo su 30, occupa il primo posto nel Koalitionsvertrag.

Tralasciando le differenze più evidenti, relative ad esempio al rispetto dei vincoli europei ("Il Patto di stabilità e crescita resterà anche in futuro la nostra bussola", si legge nell'intesa tra Cdu, Csu e Spd), emergono anche dei potenziali riferimenti mancati. Uno su tutti: il "vincolo di mandato". Il contratto M5S-Lega, che prende a modello in modo tanto esplicito quanto fuorviante l'esempio tedesco, cita, a torto, l'esempio portoghese, ma dimentica paradossalmente il Koalitionsvertrag: "i gruppi parlamentari della coalizione votano in modo uniforme. Ciò vale anche per le questioni che non sono oggetto delle politiche concordate. Sono esclusi cambi di maggioranza", si legge in fondo al contratto tedesco. Un passaggio che stride in modo evidente con l'articolo 38 della Costituzione tedesca, secondo il quale i deputati "sono soggetti soltanto alla loro coscienza", ma che rappresenta da tempo una costante dei contratti di coalizione in Germania: lo si ritrova tal quale, ad esempio, già nel contratto Spd-Verdi del 1998. Si tratta della concretizzazione di un principio ben noto in Germania, quello della Fraktionsdisziplin, cioè della disciplina del gruppo parlamentare, che punta a garantire una certa omogeneità nel comportamento di voto di un partito al Bundestag. Un meccanismo che non si basa su "sanzioni" immediate per chi vi si sottrae (che sarebbero incostituzionali), quanto su metodi meno diretti, come ad esempio la mancata ricandidatura alle prossime elezioni. In ogni caso, il deputato tedesco che decida di uscire dal partito col quale è stato eletto al Bundestag o venga estromesso da esso mantiene il suo mandato.

Immagine in anteprima via Pixabay

Segnala un errore

LINEE GUIDA AI COMMENTI

Il lavoro in Italia è cambiato: meno industria, più servizi, salari più bassi. Senza investimenti in innovazione, non ci sarà occupazione di qualità

[Tempo di lettura stimato: 5 minuti]

di Francesco Seghezzi

Nei giorni in cui si discute di programmi, contratti e proposte per i prossimi mesi e anni, può essere utile riportare lo sguardo alla realtà dei fatti per analizzarli e cercare di comprenderli. Questo è tanto più urgente se parliamo di lavoro, un tema che, a dispetto di quanto si tende a dire, ha avuto un ruolo centrale nella recente campagna elettorale poiché, in un modo o nell'altro, lambisce la vita di ogni persona.

Un'analisi della situazione del mercato italiano, con una prospettiva che ci consente di rileggere gli ultimi dieci anni, ce la offre l'Istat nel suo consueto rapporto annuale sulla situazione del paese, con dati aggiornati al 2017. Dal capitolo dedicato al lavoro, ricco di dati e approfondimenti, due evoluzioni colpiscono particolarmente e vanno quindi approfondite: l'evoluzione dell'occupazione nei settori e quella nelle professioni. Infatti, se letti insieme questi dati sembrano dirci chiaramente che chi nega profondi, e forse epocali, cambiamenti nel mercato del lavoro italiano ha torto, nel migliore dei casi, o vuole consolarsi immaginando un passato che non c'è più, nel peggiore.

Meno industria, più servizi. Si ma quali?

Ma veniamo ai numeri. Il dato più macro che balza all'occhio subito è quello che mostra come tra il 2008 e il 2017 in Italia si siano persi 895mila occupati nel settore dell'industria (358mila nell'industria in senso stretto e 537mila nelle costruzioni, con un calo pari al 27,5%) e si siano guadagnati 810mila occupati in quello dei servizi, con una sostanziale stabilità (+17mila) dell'agricoltura.

Fin qui quasi nulla di nuovo, l'evoluzione dei mercati del lavoro dei paesi sviluppati va in questa direzione da anni. Quasi perché, sebbene sia dal 1980 che gli occupati sono in calo nel settore dell'industria, questa diminuzione è iniziata più tardi che in altri paesi (negli USA l'inizio è stato nel 1953) ed è stata più lenta. E questo ci porta a vivere ciò che altri Stati hanno vissuto qualche decennio dopo, con l'aggravante di viverlo contestualmente a una crisi che non aveva nell'industria la sua causa iniziale.

Ma a parte questo è interessante vedere dove si sono creati posti di lavoro nei servizi. A fronte di un aumento complessivo degli occupati del 5,3%, tre sono le categorie che guidano la crescita. La prima è quella degli alberghi e della ristorazione (+25,1%), a dimostrazione di come il settore sia in forte espansione, anche per i vantaggi dell'e-commerce e della nuova ondata di interesse per il mondo food. La seconda è quella della sanità e dell'assistenza sociale (+14,1%) e la terza quella dei servizi alle famiglie, che ha visto un vero e proprio boom pari all'84,4%. Gli aumenti in queste ultime due categorie, che da sole hanno portato a 576mila occupati in più, si possono spiegare considerando i profondi cambiamenti demografici che il nostro paese sta vivendo e che l'hanno portato a essere il secondo più vecchio al mondo.

Altri settori in crescita sono poi quello dei servizi alle imprese (+7%), che ha registrato uno sviluppo soprattutto negli ultimi anni grazie ai processi di digitalizzazione e internazionalizzazione che richiedono, soprattutto alle piccole e medie imprese, un supporto strategico, e, in misura inferiore, il settore della logistica e quello dell'informazione e della comunicazione. In calo, invece, il commercio (-4,8%), probabilmente colpito prima dall'affermarsi della grande distribuzione e poi, soprattutto, dall'e-commerce, e la pubblica amministrazione, per la quale pesa il blocco delle assunzioni.

Dai settori alle professioni, il nodo produttività

Oltre alla divisione tra settori, l'Istat ci offre anche una preziosa classificazione per professioni, che aiuta a illuminare meglio lo scenario che stiamo tracciando. Nello stesso arco di tempo (2008-2017), infatti, il numero di operai e artigiani è diminuito di 1 milione di unità, pari al 16,2% in meno, trend confermato anche negli ultimi anni e che la ripresa non ha fermato. Parallelamente guadagnavano spazio le professioni esecutive nel commercio e nei servizi (+861mila), cresciute di 104mila unità nel solo arco di tempo 2016-2017.

Fin qui i numeri rispecchiano più o meno quanto era prevedibile visto l'andamento dei macro-settori economici, con un travaso di occupazioni che potremmo definire di tipo medio ed esecutivo (esclusi gli artigiani) dall'industria ai servizi. Più interessanti sono le altre due categorie che l'Istituto di statistica individua: abbiamo avuto un aumento di 437mila unità (pari al 20,9%) tra il personale non qualificato e una diminuzione di 362mila unità (-4,3%) tra le professioni qualificate e tecniche. Questo trend sembra essersi rallentato negli ultimi anni, con il 2016-2017 che ha visto il personale non qualificato stazionario e una crescita di 145mila occupati tra le professioni qualificate e tecniche. Ma nonostante questo il calo è marcato e aiuta a spiegare il perché i livelli di produttività del lavoro sono sostanzialmente fermi nell'ultimo decennio.

Quali conseguenze?

Da questi dati, ai quali il Rapporto Istat ne aggiunge altri particolarmente interessanti sulle tipologie contrattuali che potrebbero essere in parte legate (si pensi al rapporto tra occupazione a termine e il settore dei servizi alla persona), si possono trarre alcune conclusioni.

La prima è quella che nell'ultimo decennio il volto del mercato del lavoro è cambiato radicalmente, con alcuni settori prima marginali (i servizi alle famiglie) che hanno guadagnato ampio spazio e con spostamenti di centinaia di migliaia di lavoratori tra un settore e l'altro. Ed essendo tali spostamenti avvenuti in un periodo di crisi, che ha portato con ampia probabilità all'esplosione di molte situazioni che da anni vivevano profonde criticità, è difficile immaginare che siano avvenuti volontariamente, con tutte le conseguenze che questo porta sugli equilibri psico-fisici, ma anche socio-economici, delle persone.

La seconda conseguenza riguarda i salari, che sappiamo essere piatti, se non in calo, da oltre un decennio. Infatti, il passaggio da occupazioni nel settore dell'industria, spesso tutelate da contratti collettivi recanti buone tutele per i lavoratori e salari dignitosi, ad alcune branche dei servizi meno tutelate e con salari inferiori, ha inciso molto sugli equilibri complessivi. Con tutte le conseguenze che questo ha avuto in termini di tenuta sociale del paese.

Siamo all'interno di un trend irreversibile? Se il riferimento è allo svuotamento del settore manifatturiero a vantaggio di quello dei servizi, sì. Ma questo andamento significa ben poco se non analizzato nel dettaglio. E il dettaglio ci dice che l'irreversibilità macro non è per forza negativa. Basta vedere infatti come in tanti paesi europei, lavorare nei servizi non significa solamente lavoro a basso valore aggiunto concentrato nei servizi alla persona, ma un lavoro altamente produttivo nei settori ICT, finanziari, di consulenza avanzata. Tanto che molti dei lavoratori di questi servizi sono occupati proprio presso imprese manifatturiere, così da far scomparire, nelle economie che investono in innovazione, la netta distinzione (ormai manualistica) tra settore secondario e settore terziario. E probabilmente il nodo è proprio in questi investimenti in innovazione che generano lavoro di qualità, domanda di competenze, processi formativi e nuovi modelli organizzativi.

Immagine in anteprima via Istat

Segnala un errore

LINEE GUIDA AI COMMENTI

La storia dietro la foto virale di un uomo disabile ucciso durante le proteste a Gaza

[Tempo di lettura stimato: 2 minuti]

Durante le proteste e le manifestazioni di lunedì lungo il confine tra Gaza e Israele in cui l'esercito israeliano ha ucciso circa 60 palestinesi, sui social sono state condivise molte immagini di quello che stava accadendo.

Leggi anche >> Gaza: le proteste dei palestinesi, la violenza dell’esercito israeliano e le ragioni della ‘Marcia del ritorno’

Tra queste, una di quelle divenute più virali è stata quella condivisa su Twitter dal giornalista freelance Alex Kane (che ora ha cancellato il proprio tweet).

La foto, scriveva Kane, mostrava una delle persone uccise dall'IDF: un palestinese senza gambe di nome Fadi Abu Saleh (di 29 anni) ripreso la settimana scorsa mentre fronteggiava i soldati israeliani. In un secondo momento, il giornalista aveva però specificato che non c'erano fonti certe che potessero accertare la vera identità dell'uomo.

E in effetti si trattava di un'altra persona. Rose Troup Buchanan su Buzzfeed News ha ricostruito e verificato la storia dietro quella foto e ha scoperto che la persona ritratta non era "Fadi Abu Salah", come identificato erroneamente nel (primo) tweet di Alex Kane, dopo che un'agenzia di stampa locale aveva riportato la notizia della morte di Salah durante le proteste a Gaza.

Il fotografo di AFP, Mahmud Hams, prosegue Buzzfeed, ha invece identificato l'uomo ripreso in foto come Saber al-Ashqar, anch'egli 29enne, e non Salah, aggiungendo di averlo fotografato durante la manifestazione al confine dell'11 maggio scorso, l'ultima a cui aveva assistito. Hams ha così confermato al sito statunitense di credere che Ashqar non sia stato ucciso durante le proteste del 14 maggio.

Un'altra immagine che ritrae al-Ashqar è stata pubblicata il 12 maggio su Facebook dal Palestinian Information Center. Nella foto, si vede l'uomo mentre risponde ai cecchini israeliani lanciando una pietra.

Saber Alashqar, 29, who lost his legs because of Israel, responds to Israeli snipers by hurling stones during the #GreatReturnMarch in the #Gaza Strip.

Pubblicato da The Palestinian Information Center su sabato 12 maggio 2018

La persona uccisa, dunque, non sarebbe Saber al-Ashqar, cioè l'uomo ripreso in foto, ma Fadi Abu Salah, anch'egli disabile. Salah aveva perso entrambe le gambe nel 2008 durante un bombardamento israeliano su Gaza.

Buchanan ha anche pubblicato nel proprio articolo una foto che riprende Fadi Abu Salah da vivo. La stessa immagine è stata condivisa da diversi utenti su Twitter (qui anche un video di Al Jazeera, pubblicato il 4 aprile scorso, in cui Fadi Abu Salah viene intervistato).

La giornalista, inoltre, ha contatto Walid Mahmoud Rouk, un amico di Salah, che ne ha confermato la morte.

Foto in anteprima via Alex Kane

Segnala un errore

LINEE GUIDA AI COMMENTI

Gaza: le proteste dei palestinesi, la violenza dell’esercito israeliano e le ragioni della ‘Marcia del ritorno’

[Tempo di lettura stimato: 13 minuti]

di Angelo Romano e Andrea Zitelli

Almeno 58 palestinesi sono stati uccisi e più di 2000 feriti da parte dell’esercito israeliano, durante le proteste di ieri al confine di Gaza e Israele, riporta la BBC, citando fonti ufficiali palestinesi. 

Dietro le proteste di ieri si sono sommate varie cause: le manifestazioni organizzate per la cosiddetta “Marcia del ritorno” – che culmineranno, oggi 15 maggio, nell’anniversario dei 70 anni della “Nakba” (in arabo “catastrofe”), nel 1948, quando fu fondato lo Stato di Israele e oltre 700mila palestinesi, al termine del primo conflitto arabo-israeliano, furono sfollati o costretti ad abbandonare le proprie case – e in parte anche l’apertura ufficiale dell’ambasciata americana a Gerusalemme, in un giorno definito “grande” da Trump e storico dal primo ministro israeliano Benjamin Netanyahu.

via Guardian

Una decisione, quest’ultima, presa dal governo americano lo scorso dicembre, quando il presidente Donald Trump aveva annunciato che la sede dell’ambasciata sarebbe stata spostata da Tel Aviv, dove si trovano le rappresentanze diplomatiche degli altri Paesi, nella cosiddetta Città Vecchia, riconoscendola di fatto come capitale di Israele. Una mossa che fece infuriare i palestinesi e il mondo musulmano, che da tempo rivendicano la parte orientale di Gerusalemme come capitale di un futuro Stato palestinese. Circa 6 mesi fa, dopo la notizia delle decisione presa da Trump, il portavoce palestinese Nabil Abu Rdainah aveva comunicato che il presidente Mahmoud Abbas (Abu Mazen) lo aveva avvertito “delle pericolose conseguenze che una simile decisione potrebbe avere sul processo di pace e sulla sicurezza e stabilità della regione e del mondo”.

Durante le manifestazioni di ieri al confine, alcuni manifestanti nella Striscia di Gaza hanno tentato di attraversare la recinzione che separa l'enclave da Israele, riporta Al Jazeera. «Oggi è il grande giorno in cui attraverseremo la recinzione e diremo a Israele e al mondo che non accetteremo di essere occupati per sempre», ha spiegato all'agenzia di stampa Reuters un insegnante di scienze a Gaza. I corrispondenti del Guardian raccontano che ci sono state “grandi proteste” anche in tutta la Cisgiordania e all'interno della stessa Gerusalemme in contemporanea all'inaugurazione dell'ambasciata. L'esercito israeliano ha comunicato che circa 35.000 palestinesi hanno preso parte a "violente rivolte" lungo la barriera, che “i terroristi di Hamas hanno cercato di sfondare le difese israeliane e attaccare i nostri civili” e che i propri soldati hanno risposto operando "secondo le procedure standard".

Il leader palestinese Mahmoud Abbas ha condannato quanto accaduto e ha parlato di "massacri” israeliani contro il proprio popolo, dichiarando tre giorni di lutto, riporta la BBC. Il primo ministro Netanyahu ha dichiarato che "ogni nazione ha il diritto di difendere i propri confini, Hamas afferma chiaramente che le sue intenzioni sono distruggere Israele e manda migliaia di persone a sfondare il confine con questo scopo".

Secondo il ministro degli esteri iraniano “il regime israeliano massacra innumerevoli palestinesi a sangue freddo durante una protesta nella più grande prigione a cielo aperto. Nel frattempo, Trump celebra il trasferimento illegale dell’ambasciata Usa e i suoi collaboratori arabi cercano di distogliere l’attenzione”. Un duro commento è arrivato anche dalla Turchia, con diversi tweet del portavoce Bekir Bozdag: “L’amministrazione americana è responsabile tanto quanto Israele di questo massacro”, aggiungendo che “decisioni ingiuste e illegali” hanno portato a questi incidenti. Proprio in Turchia, a Istanbul, nella serata di ieri, migliaia di sostenitori dei palestinesi si sono radunati per protestare contro l’inaugurazione dell'ambasciata statunitense a Gerusalemme. Al contrario, la Casa Bianca ha dichiarato che la sola responsabilità delle decine di “tragiche morti” di ieri spetta ad Hamas.

L’Alto rappresentante dell'Unione per gli affari esteri e la politica di sicurezza, Federica Mogherini, ha comunicato che "decine di palestinesi, tra i quali bambini, sono stati uccisi e centinaia feriti dal fuoco israeliano oggi, durante proteste di massa vicino alla barriera di Gaza” e che per questo l’Europa si aspetta "che tutti agiscano con il massimo autocontrollo per evitare ulteriori perdite di vite". Anche il segretario generale delle Nazioni Unite, Antonio Guterres, si è detto "particolarmente preoccupato" per la situazione a Gaza, sottolineando che “vediamo una moltiplicazione di conflitti, che sembrano vecchi e non muoiono mai, sono particolarmente preoccupato oggi nel sentire le notizie su quello che sta accadendo a Gaza, con un alto numero di persone uccise”. L’Alto commissario per diritti umani delle Nazioni Unite, Zeid Ra'ad al-Hussein, ha definito “le uccisioni scioccanti”, affermando che le centinaia di feriti dal fuoco israeliano “devono fermarsi ora”: “Il diritto alla vita deve essere rispettato. I responsabili di oltraggiose violazioni dei diritti umani devono essere chiamati a rispondere delle loro azioni. La Comunità Internazionale deve garantire giustizia per le vittime”. Amnesty International ha parlato di un altro orribile esempio di uso eccessivo della forza da parte dell’esercito israeliano.

Cinquanta dei 62 palestinesi uccisi durante le proteste di lunedì 14 maggio lungo il confine tra Gaza e Israele sarebbero attivisti di Hamas, stando a quanto dichiarato mercoledì scorso da Salah Albardawil, un alto funzionario di Hamas stesso, scrive Haaretz.

Il portavoce delle Forze di Difesa Israeliane (IDF) ha pubblicato su Twitter un video in cui Albardawil afferma, durante un’intervista, che 50 dei palestinesi uccisi lunedì scorso erano membri di Hamas.

Tra le persone uccise c’è il figlio del co-fondatore di Hamas, Abdel Aziz al-Rantisi, mentre uno degli oltre 2000 feriti è i figlio del leader politico anziano dell’organizzazione palestinese, Ismail Haniyeh. Hamas, la Jihad islamica e altre fazioni fanno parte del popolo palestinese e chi è stato ucciso lungo il confine stava manifestando in modo disarmato e stava facendo una protesta legittima civile, ha detto Albardawil. «Questo non autorizza l’esercito israeliano a massacrarli: qualcuno di loro era armato o stava mettendo in pericolo un soldato?», si è chiesto il funzionario di Hamas durante l’intervista.

Il giorno successivo alle proteste, il 15 maggio, l’IDF aveva comunicato che almeno 24 dei 62 palestinesi uccisi sul confine di Gaza erano militanti, alcuni della Jihad islamica, la maggior parte membri di Hamas. Sempre martedì, funzionari della sanità di Gaza hanno messo in dubbio l’ipotesi, circolata nelle ore immediatamente successive alle proteste, che una bambina di 9 mesi, Layla Ghandour, fosse morta a causa dei lacrimogeni israeliani sparati lungo il confine. Secondo quanto affermato da un medico, che ha chiesto di rimanere anonimo, la bambina era affetta da patologie preesistenti che fanno pensare che la sua morte non sia stata causata dai gas lacrimogeni. La famiglia di Layla Ghandour aveva detto che la bambina era finita nell’area dove si stavano svolgendo le proteste per errore. Al Mezan, un gruppo per i diritti umani di Gaza, ha annunciato di stare esaminando le circostanze che hanno portato alla morte della bambina.

Da quando, lo scorso 30 marzo, è iniziata la “Marcia del ritorno”, per quasi due mesi, ogni venerdì, decine di migliaia di palestinesi si sono radunati per protestare lungo la frontiera con Israele. All’interno della Striscia di Gaza, i manifestanti hanno costruito un accampamento con diverse tende corrispondenti ai villaggi e alle città distrutte durante la “Nakba”. Non è la prima volta che i palestinesi ricordano la "catastrofe". Nel 2011 migliaia di palestinesi provenienti da Libano, Siria, Cisgiordania, Gaza e Israele marciarono lungo i confini con lo Stato israeliano. L'esercito rispose con l’utilizzo di armi da fuoco sui confini libanesi, siriani e di Gaza, uccidendo decine di persone e ferendone centinaia, scrive 972mag.

Leggi anche >> La storia di Ahed Tamimi, 17 anni, in carcere e sotto processo per aver cacciato con schiaffi e calci soldati israeliani dalla sua casa

In un’intervista al webmagazine israelo-palestinese (ndr, +972 è il codice telefonico condiviso da israeliani e palestinesi), a marzo, poco prima dell’inizio delle proteste, Hasan al-Kurd, uno degli organizzatori della “Marcia del ritorno”, aveva spiegato che l’obiettivo era organizzare manifestazioni pacifiche precedenti al “Nakba Day” (marce settimanali, gare ciclistiche e altri eventi), «istituendo degli accampamenti tra i 700 e i 1000 metri dalla recinzione del confine israeliano, al di fuori della zona cuscinetto imposta unilateralmente dall’esercito israeliano. Vogliamo che partecipino tante famiglie. Vogliamo vivere in pace, con gli israeliani. Ci assicureremo che la protesta non si trasformi in violenza, almeno dalla nostra parte», aveva detto al-Kurd.

via New York Times

Ma così non è stato. Già prima dell’inizio delle manifestazioni, le forze di sicurezza israeliane avevano lanciato una campagna pubblica che dipingeva la "Grande Marcia del Ritorno" come un violento evento sponsorizzato da Hamas. Il generale Gadi Eizenkot, capo dello staff delle Forze di Difesa Israeliane, aveva annunciato il ricorso a 100 cecchini e diverse brigate di fanteria, affermando che i militari non avrebbero permesso «infiltrazioni di massa» da parte dei palestinesi o danni alle recinzioni lungo il confine con Gaza. «Se le vite sono in pericolo, c'è il permesso di aprire il fuoco», aveva aggiunto.

Prima di ieri, almeno 40 palestinesi erano stati uccisi dai tiratori scelti e dai cecchini israeliani nei pressi del confine di Gaza e altri 1500 erano stati feriti da colpi di arma da fuoco, secondo i dati diffusi dalle Nazioni Unite a fine aprile.

Gran parte delle vittime, si legge nel comunicato, è costituita da manifestanti palestinesi disarmati, colpiti da munizioni vere. Tra questi anche due giornalisti: Yaser Murtaja è morto durante la manifestazione del 6 aprile, colpito al petto da un'arma fuoco nonostante indossasse un giubbotto con scritto “stampa”; Ahmed Abu Hussein è stato ucciso mentre stava seguendo le proteste del 13 aprile. Nella giornata di ieri, i giornalisti rimasti feriti sono stati sette, scrive l'organizzazione indipendente Committee to Protect Journalists. 

Come ha ricostruito Jennifer Williams su Vox, in generale, la maggioranza dei manifestanti ha protestato pacificamente negli accampamenti allestiti nei pressi del confine. Gruppi “più piccoli di uomini, prevalentemente giovani, hanno rotolato pneumatici in fiamme e lanciato pietre e bottiglie molotov verso le vicine truppe israeliane”. Le forze militari di Israele, inclusi i 100 cecchini schierati lungo le barriere con Gaza, hanno risposto con lacrimogeni, proiettili di gomma e munizioni vere.

L’incidente più grave, prima di ieri, sì è verificato il 27 aprile, quando, scrivono Iyad Abuheweila e David M. Halbfinger sul New York Times, alcuni palestinesi hanno superato la barriera e sono arrivati a meno di un chilometro di distanza dalla comunità israeliana di Nahal Oz e l’esercito israeliano ha reagito uccidendo 4 persone fra cui un ragazzo di 15 anni. «Era la prima volta che vedevamo questo tipo di attacco sincronizzato e mirato alla recinzione, ed è qualcosa che non tollereremo in alcun modo», ha detto al New York Times il tenente colonnello Jonathan Conricus, portavoce dell'esercito israeliano, sottolineando di essere rimasti sorpresi dalla rapidità dell’azione.

Per il giornalista di Haaretz, Amos Harel, quanto accaduto il 27 aprile «è solo una prova generale di quello che potrebbe succedere il 15 maggio». I funzionari israeliani temono che la marcia possa trasformarsi in un tentativo di violazione del confine, come accennato dai leader stessi di Hamas, scrive Vox: “Se ciò dovesse accadere, potrebbe benissimo essere l’inizio di un conflitto più prolungato o addirittura degenerare in una guerra totale, la quarta tra Israele e Gaza in appena un decennio”.

Le Nazioni Unite, sempre nel comunicato di fine aprile, si sono dette preoccupate per l’uso eccessivo della forza da parte delle truppe israeliane e le condizioni critiche in cui versano gli ospedali di Gaza che, dopo anni di embargo, faticano a far fronte al massiccio afflusso di vittime, riuscendo a garantire a malapena i servizi essenziali.

via Nazioni Unite

Diversi gruppi per i diritti umani hanno sostenuto che le forze di sicurezza israeliane stanno usando una forza spropositata contro manifestanti che non rappresentano una minaccia imminente, scrive ancora Vox. Le numerose vittime – si tratta del più alto spargimento di sangue dal 2014 – ha spinto Nazioni Unite e Unione Europea a chiedere indagini internazionali su quanto stava accadendo.

Secondo un'indagine del gruppo israeliano per i diritti umani B'Tselem,  l'82% dei palestinesi uccisi da Israele nella Striscia di Gaza nell'ultimo anno e mezzo, comprese le vittime durante la “Marcia del ritorno”, sono stati “non combattenti” che hanno partecipato a proteste disarmate, coltivando la loro terra o tentando di attraversare il confine per trovare lavoro. Solo il 15% partecipava alle ostilità e, di questi, solo il 2% ha lanciato razzi o colpi di mortaio. In altre parole, commenta Michael Omer-Man su 972mag, non sembra esserci una correlazione tra proteste violente lungo il confine e numero di palestinesi uccisi.

Rapporto razzi lanciati verso Israele e vittime palestinesi da Novembre 2016 a Febbraio 2018 – via 972mag

L'esercito israeliano, prosegue Vox, ha respinto le accuse di uso eccessivo della forza, affermando di agire "contro proteste violente, attività terroristiche (...) e tentativi di infiltrarsi in Israele". I militari «hanno agito secondo i protocolli ed evitato di colpire i civili schierati lì da Hamas. Chiunque partecipa a queste proteste violente si mette a rischio», ha dichiarato un portavoce delle Forza di Difesa Israeliane (IDF). Secondo Israele, molti dei manifestanti uccisi erano impegnati attivamente in azioni violente. L'IDF ha anche pubblicato un filmato che mostra due uomini palestinesi con fucili d'assalto che cercano di sfondare il muro di confine israeliano. Entrambi gli uomini sono stati uccisi dal fuoco dei carri armati israeliani. Da parte loro, i media palestinesi hanno trasmesso alcuni video che mostrano le truppe israeliane colpire i manifestanti.

Già dopo la prima manifestazione del 30 marzo scorso, quando erano morte 16 persone, B'Tselem ha esortato i soldati israeliani a disobbedire all'ordine di aprire il fuoco sui manifestanti. Quattro importanti gruppi israeliani per i diritti umani hanno chiesto il mese scorso all'Alta Corte di giustizia di revocare le regole di ingaggio che permettono di sparare ai dimostranti che non rappresentano un pericolo per la vita umana. The Elders, un gruppo di ex leader internazionali, tra cui l'ex Segretario generale dell'ONU Kofi Annan, l'ex presidente degli Stati Uniti Jimmy Carter e il premio Nobel per la pace Desmond Tutu, ha rilasciato una dichiarazione lo scorso 10 maggio chiedendo a Israele di rispettare la legge internazionale e fermare ulteriori esecuzioni a Gaza.

In un durissimo editoriale su Hareetz, il giornalista israeliano Gideon Levy ha criticato l’operato dell’IDF che, in generale, sta godendo del sostegno pressoché totale dell’opinione pubblica locale:

L'uccisione di palestinesi è accettata in Israele in modo più leggero rispetto all'uccisione di zanzare. Non c'è niente di più economico in Israele del sangue palestinese. Se ci fossero cento o anche mille morti, Israele avrebbe comunque esaltato l'esercito israeliano. Ma un esercito che si vanta di sparare a un contadino sulla sua terra, mostrando il video sul suo sito web per intimidire gli abitanti di Gaza; un esercito che schiera carri armati contro i civili e vanta di cento tiratori che aspettano i manifestanti è un esercito che ha perso ogni freno.

I significati delle proteste

Ricondurre le proteste di questi giorni esclusivamente alle rivendicazioni politiche e militari di Hamas, o allo spostamento dell’ambasciata americana a Gerusalemme, o alle condizioni di povertà degli abitanti della Striscia di Gaza, costretti all’embargo aereo, via mare e via terra da Israele da più di dieci anni o alla richiesta di tornare alle proprie terre fa perdere tanti pezzi di questa storia, scrive Donald Mcintyre sul Guardian. Ognuna di queste è una delle tante trame che si intrecciano e si sovrappongono per spiegare le proteste di questi mesi. L’immagine di questa complessità è data proprio da cosa succede durante le manifestazioni, "dove si mescolano suoni di festa, musica, venditori di cibo per strada con il sibilo dei gas lacrimogeni e dei proiettili, sparati dalle truppe israeliane sui giovani che lanciano sassi e molotov".

Sicuramente, spiega il giornalista del Guardian, le proteste hanno l’approvazione attiva di Hamas, che paga un indennizzo alle famiglie vittime delle proteste e fornire un supporto logistico per le manifestazioni, dal noleggio dei terreni agricoli dove sistemare le tende alle aree giochi per i bambini. Ma dire che le “rivolte sono controllate da Hamas”, come ha ripetutamente affermato Israele, fa perdere tutti gli altri pezzi. “Decine di migliaia di persone disarmate non partecipano a una manifestazione di massa, organizzata nonostante le minacce di Israele, solo per ubbidire ad Hamas”, scrive Amira Hass su Hareetz. “Hamas non è Gaza e Gaza non è Hamas. La volontà degli abitanti di Gaza di camminare verso quel recinto non è una misura del loro sostegno ad Hamas. Misura il loro desiderio di esprimersi come umani e rivendicare la propria libertà, anche a rischio immediato", aggiunge sempre su Hareetz Marilyn Garson, impegnata sul campo dal 1998 al 2015 e autrice del blog “Transforming Gaza”.

“Ci sono diversi motivi per cui questa non è l’intera storia”, prosegue Mcintyre. Innanzitutto, la protesta è partita come disarmata e non violenta. È stata l’idea di un gruppo di giovani intellettuali e studenti palestinesi ed è stata approvata sia da Hamas che dai suoi rivali di Fatah. Alle manifestazioni, come scrivono Mersiha Gadzo e Anas Jnena su Al Jazeera, sta partecipando attivamente “un gran numero di donne e ragazze” (rimanendo anche ferite) come non si era mai visto prima, anche con l’organizzazione di comitati e attività culturali.   

Una foto diventata virale mostra ad esempio una ragazza di 16 anni di nome Hind Abu Ola fuggire dalla recinzione del confine mentre dietro di lei quattro ragazzi unendo le mani formano una catena umana per proteggerla dai possibili proiettili dei cecchini israeliani. Gadzo e Jnena spiegano che la ragazza poco prima aveva soccorso i giovani palestinesi mentre stavano perdendo conoscenza a causa della grande quantità di gas lacrimogeni caduta vicino alla recinzione. Il Comitato delle donne della marcia, successivamente, ha onorato Abu Ola come simbolo della resistenza delle donne.

Inoltre, spiega lo scrittore Atef Abu Saif, la cui famiglia è stata costretta a lasciare i territori nel 1948, l’idea di una protesta non violenta non avrebbe potuto diffondersi senza l’uso dei social media e della Rete. I manifestanti si sono organizzati non per rompere il confine, ma per fare una “dimostrazione pacifica e dire a Israele dopo 70 anni, e dopo altri 100, che senza il riconoscimento dei nostri diritti non potrà godere della pace. Sappiamo che non possiamo sconfiggerti. Sei uno dei paesi più forti del mondo… ma sappiamo che la nostra volontà è forte. Se Israele vuole appartenere a questo territorio, deve fare pace con i palestinesi”.

A tutto questo, va aggiunto l’embargo che ha trasformato Gaza in una prigione a cielo aperto: i residenti hanno accesso a sole quattro ore di elettricità al giorno, solo il 10% ha accesso all'acqua potabile pulita e il tasso di disoccupazione è del 46%, con quella giovanile oltre il 60%. Il New York Times, ad esempio, racconta la disperazione di una parte delle persone che protestano, come un ragazzo di 22 anni di nome Saber al-Gerim povero e senza speranze di riscatto sociale: "Non mi importa se mi sparano o no. La morte o la vita, è la stessa cosa". Ma, questa volta, scrive Mcintyre, le proteste hanno attirato anche membri della classe media più ricca. E poi c’è il desiderio di pace e del riconoscimento del “diritto al ritorno” da parte dei discendenti di chi è dovuto fuggire nel 1948.

“La ‘Marcia del ritorno’, che continui o meno, mostra a Israele e al mondo intero che gli abitanti della Striscia di Gaza non sono solo persone da compatire, ma una forza politicamente consapevole”, scrive ancora Amira Hass. “Le date scelte non nascono da un calcolo cinico: il 30 marzo è la Giornata della terra, in cui si ricordano gli omicidi dei manifestanti palestinesi cittadini d’Israele che nel 1976 protestarono contro l’esproprio della loro terra, ed è una giornata nazionale che unisce tutti i palestinesi. Il dolore per la perdita della propria patria non è una messinscena. La scelta di un’azione di sei settimane lungo il confine è un tentativo politico di forzare il blocco esterno imposto da Israele, ma anche di superare quello interno”.

Le proteste di questi giorni, conclude Hass, scuotono “il pilastro fondamentale della politica israeliana, cioè l’idea di stroncare il progetto nazionale palestinese separando la Striscia di Gaza dal resto della società palestinese in Cisgiordania e Israele. Questa strategia, portata avanti per ventisette anni, ha contribuito a far nascere due governi palestinesi separati, e questo ha favorito i progetti di Israele. La marcia non fa altro che cercare di aggirare l’ostacolo dei due governi”.

 

Aggiornamento 17 maggio, ore 15,35: Abbiamo aggiornato l'articolo inserendo la dichiarazione di un alto funzionario di Hamas, Salah Albardawil, secondo la quale 50 dei 62 palestinesi uccisi durante le proteste del 14 maggio lungo il confine di Gaza sarebbero attivisti di Hamas.

 

Foto in anteprima via Twitter

Segnala un errore

LINEE GUIDA AI COMMENTI

Scontro Israele-Iran: cosa sta succedendo, i possibili scenari

[Tempo di lettura stimato: 5 minuti]

di Angelo Romano e Andrea Zitelli

Dopo le accuse di Israele all’Iran di aver mentito sull’accordo sul nucleare, lo scontro tra i due Stati si è spostato a un livello militare sul terreno della guerra in Siria (l’Iran è alleato del presidente Bashar al-Assad) e precisamente sull’altopiano roccioso del Golan, a circa 50 km dalla capitale siriana Damasco.

Leggi anche >> Israele accusa l’Iran di non rispettare gli accordi sul nucleare. Cosa dicono gli esperti

Cosa è successo nel Golan

Le forze di difesa israeliane (IDF) hanno detto che mercoledì 9 maggio sono stati lanciati 20 razzi dalle forze militari iraniane verso le alture del Golan, un’area occupata per la maggior parte da Israele dopo la guerra dei Sei giorni del 1967, in Medio Oriente, e in seguito annessa con un mossa non riconosciuta a livello internazionale, spiega la BBC.

via BBC

Quattro dei 20 razzi lanciati, ha dichiarato il portavoce dell’IDF, il colonnello Jonathan Conricus, sono stati intercettati dal sistema di difesa aereo israeliano, mentre gli altri 16 non hanno raggiunto i loro obiettivi. Non ci sono stati, inoltre, feriti o danni.

L'Osservatorio siriano per i diritti umani, un gruppo di monitoraggio con sede nel Regno Unito, ha confermato che i razzi sono stati lanciati contro il Golan occupato, ma ha specificato che l'attacco è arrivato dopo un bombardamento israeliano sulla città smilitarizzata di Baath, continua la BBCAnche una fonte dell’alleanza militare a guida iraniana, che sostiene il governo siriano, ha riferito all'agenzia di stampa AFP che le forze israeliane avrebbero attaccato per prime.

La reazione militare di Israele è stata massiccia e ha colpito decine di obiettivi militari iraniani all’interno della Siria. Il ministro della difesa israeliana, Avigdor Lieberman, durante una conferenza stampa, ha dichiarato che «se l'Iran ci colpisce con una pioggerellina qui (ndr in Israele), li colpiremo con un diluvio lì» e ha aggiunto: «Spero che la questione sia conclusa e che tutti abbiano recepito il messaggio».

L’esercito siriano ha comunicato tuttavia di aver sventato “un nuovo atto di aggressione israeliano" e di aver "distrutto gran parte" dei missili israeliani. L’attacco avrebbe ucciso tre persone, ferendone diverse e demolito una stazione radar e un deposito di armi. Secondo l’ong Ondus (Osservatorio nazionale per i diritti umani), che ha sede in Inghilterra, invece i morti sarebbero 23, tra cui cinque soldati siriani e 18 tra gli alleati.

Giovedì 10 maggio, il primo ministro israeliano Benjamin Netanyahu ha affermato che il suo paese ha agito in quel modo perché «l'Iran ha attraversato una linea rossa». Il presidente iraniano Hassan Rouhani, durante una telefonata con la cancelliera tedesca Angela Merkel, ha spiegato che Teheran non vuole "nuove tensioni" in Medio Oriente: "L'Iran ha sempre cercato di ridurre le tensioni nella regione, cercando di rafforzare la sicurezza e la stabilità". Il portavoce del ministro degli Esteri iraniano, Bahram Qasemi, ha successivamente detto che l'Iran condanna fermamente gli attacchi israeliani in Siria: “Il silenzio della comunità internazionale incoraggia l'aggressione di Israele. La Siria ha tutto il diritto di difendersi".

Il presidente francese Emmanuel Macron e Angela Merkel hanno lanciato "un appello alla distensione", così come la Russia, preoccupata dall'escalation di tensioni tra Israele e Iran, scrive Repubblica. La Casa Bianca, in un comunicato, ha condannato gli attacchi missilistici del regime iraniano dalla Siria contro Israele: “Sosteniamo con forza il diritto di Israele di agire per legittima difesa”.

Quali sono i possibili scenari futuri?

“Se il momento preciso dello scoppio delle ostilità è stata una sorpresa, il fatto che sia accaduto lo è di meno”, scrive Peter Beaumont sul Guardian. Da più di un anno i funzionari israeliani parlavano di una minaccia iraniana e prospettavano l’ipotesi di un conflitto nel nord della Siria. I media occidentali hanno diffuso in questi mesi immagini satellitari di provenienza israeliana che mostravano presunte nuove strutture iraniane, ritenute centri di deposito armi e trasferimento missili a Hezbollah. Inoltre, anche a livello diplomatico, nelle ultime settimane, lo Stato israeliano sembrava aver messo in atto una strategia politica di continua provocazione dell’Iran, prosegue il giornalista.

Anche da un punto di vista geopolitico, i segnali lasciavano presagire uno scoppio delle ostilità, spiega ancora il Guardian. Da un lato, Israele stava cercando di prevenire il rafforzamento di possibile minacce, come esplicitamente affermato dal ministro della Difesa Avigdor Lieberman in un recente discorso ai soldati: «Stiamo affrontando una nuova realtà: l'esercito libanese, in cooperazione con Hezbollah, l'esercito siriano, le milizie [sciite] in Siria e soprattutto quelle iraniane stanno diventando un fronte unico contro lo Stato di Israele». Dall’altro, l’Iran – pur non entrando direttamente nei conflitti, come già fatto dopo la guerra con l’Iraq in Yemen, Libano e Siria, dove è intervenuto per sostenere gli sciiti – ha dato l’impressione di cercare di ampliare la sua influenza nell’area e di diventare una minaccia per Israele.

Alla luce degli ultimi attacchi bisognerà capire cosa cambia nella competizione nell’area tra Israele e Iran. In questo particolare momento, con la Russia che ha chiesto una tregua, l’Iran rischia di restare isolato in uno scontro diretto, che potrebbe vedere gli Stati Uniti schierati accanto a Israele, mentre in Libano è sempre più probabile una guerra tra israeliani e Hezbollah. Uno scenario pericoloso sia a breve che a lungo termine, conclude Beaumont.

«Non penso che Israele sia interessato a continuare una guerra prolungata con l'Iran che potrebbe espandersi in altre aree come in Libano con Hezbollah», ha detto ad Al Jazeera Yossi Mekelberg, professore di Relazioni Internazionali alla Regent's University di Londra. Con questo attacco l’Iran si sentirà quasi obbligato a rispondere, prosegue il docente universitario, e, «quando iniziano queste cose, non sai mai come finirà e chi si fermerà». Per questo motivo, spiega Mekelberg, Israele ha cercato subito di far capire di non essere interessato a generare un conflitto: «Dicendo: “Abbiamo raggiunto i nostri obiettivi”, Israele sta effettivamente affermando “Ci piacerebbe fermarci”».

Secondo Ghanbar Naderi, un analista politico iraniano, è molto improbabile che l'Iran si tiri indietro e rinunci all’influenza guadagnata in Siria negli ultimi anni: «Questa non è la prima volta che Israele attacca la Siria dalle alture del Golan e certamente non sarà l'ultima. Ci aspettiamo ulteriori attacchi nelle prossime settimane e mesi, ma il fatto è che l'Iran rimarrà in Siria».

In Siria, l'Iran è uno dei più potenti sostenitori del presidente siriano, Bashar al-Assad, ricostruisce Sewell Chan sul New York Times. Intervenuto per la prima volta nel conflitto siriano a sostegno delle forze governative di Assad, “l’Iran ha approfittato del caos della guerra in Siria per costruire una infrastruttura militare nel paese, addestrando le milizie sciite con il suo potente corpo delle Guardie rivoluzionarie”. Anche se i ribelli siriani hanno costantemente perso terreno e non rimangono chiare minacce al governo di Assad, prosegue Chan, “l'Iran e i suoi alleati sono rimasti in Siria”, continuando “a formare e a equipaggiare i combattenti, rafforzando i legami con i suoi alleati sciiti in Iraq e il gruppo militante Hezbollah in Libano nella speranza di costruire un fronte unico in caso di una nuova guerra”.

«La strategia è quella di rendere la Siria un fronte praticabile, come il Libano meridionale, sia a scopo offensivo che di difesa, nel caso in cui scoppiasse un'altra guerra tra Hezbollah e Israele», ha detto al New York Times Amir Toumaj, ricercatore presso la Fondazione per la difesa delle democrazie. Secondo Natan Sachs, direttore del Centro per le Politiche del Medio Oriente alla Brookings Institution, l’obiettivo degli attacchi aerei sulla Siria da parte di Israele è impedire il trasferimento di armi dall'Iran a Hezbollah.

Anche per Sachs, i combattimenti tra i due Stati probabilmente continueranno. «L'Iran ora vorrà reagire. È improbabile che rinunci ai suoi obiettivi in ​​Siria dopo aver speso così tanti sforzi nel conflitto siriano. Potrebbero persino tentare di portare gli Hezbollah del Libano nella mischia a un certo punto. E Israele certamente non resterà fermo». È questo, per Martin Indyk, ex ambasciatore degli Stati Uniti in Israele, lo scenario peggiore, con la guerra che si diffonde in Libano, Hezbollah che decide di lanciare da lì missili verso Israele e lo Stato israeliano che risponde come fatto in Siria: «È nell'interesse di Israele mantenere il conflitto in Siria, dove Israele ha un vantaggio schiacciante. L'Iran può guardare altrove, dove ha più influenza».

Foto in anteprima via The Wall Street Journal

 

Segnala un errore

LINEE GUIDA AI COMMENTI

Muntadhar al-Zaidi, dal lancio delle scarpe contro Bush alla candidatura al parlamento iracheno

[Tempo di lettura stimato: 4 minuti]

Sono trascorsi quasi 10 anni da quando, il 14 dicembre 2008, il giornalista iracheno di al-Baghdadiya TV Muntadhar al-Zaidi attirò l'attenzione dei media internazionali per aver lanciato le sue scarpe verso l'allora presidente degli Stati Uniti d'America George W. Bush. La protesta ebbe luogo durante una conferenza stampa, svoltasi a Baghdad, organizzata per illustrare i successi conseguiti grazie all'invasione da parte della coalizione a guida americana per porre fine, dopo gli attacchi dell'11 settembre 2001, al regime di Saddam Hussein, accusato di possedere armi di distruzione di massa e di legami con il terrorismo islamico di Al Qaeda (entrambe le accuse risultarono prive di fondamento).

Nonostante il tentativo di difesa da parte del primo ministro iracheno Nouri al-Maliki, al-Zaidi riuscì quasi a colpire l'ex capo della Casa Bianca con i suoi due mocassini, gridando: «Questo è un bacio di addio da parte del popolo iracheno, cane. Da parte delle vedove, degli orfani e di coloro che sono stati uccisi in Iraq».

via APTN video

Il giornalista venne immediatamente immobilizzato da agenti della sicurezza e condannato successivamente a 3 anni di detenzione per aver aggredito un leader straniero. Alla fine scontò nove mesi, trasferendosi poi a Beirut. Dopo il suo rilascio, dichiarò di aver subito torture da parte di funzionari e guardie irachene che gli avevano provocato la rottura dei denti, fratture ossee e altre lesioni.

Evan Vucci/AP

Durante il processo, al-Zaidi confessò di aver già pensato di mettere in atto un gesto analogo due anni prima, in occasione di una visita del presidente americano in Giordania, ma di non aver premeditato di farlo durante la conferenza stampa di Baghdad. Ciò che lo aveva spinto a sfilarsi le scarpe e a lanciarle sarebbe stato il sorriso glaciale di Bush che lo avrebbe fatto infuriare mentre parlava dei risultati ottenuti in Iraq. Quella smorfia aveva richiamato alla sua mente "l'assassinio di oltre un milione di iracheni, la mancanza di rispetto per la sacralità delle moschee e delle case, gli stupri delle donne".

«Stava parlando e allo stesso tempo sorrideva gelidamente al primo ministro (iracheno), dicendo al premier che avrebbe cenato con lui», raccontò ai giudici. «All'improvviso non ho visto più nessuno nella stanza tranne Bush, ho sentito il sangue di innocenti scorrere sotto i suoi piedi mentre sorrideva gelidamente come se fosse venuto a cancellare l'Iraq con una cena di addio».

In un editoriale pubblicato dal Guardian nel 2009, dopo esser uscito di prigione, al-Zaidi aveva scritto: «Quando ho lanciato la scarpa verso il criminale George Bush, volevo esprimere il mio rifiuto verso le sue bugie, la sua occupazione del mio paese, il mio rifiuto di veder uccidere la mia gente. Il mio rifiuto verso il saccheggio della ricchezza del mio paese e la distruzione delle sue infrastrutture. E la cacciata dei suoi figli causando una diaspora».

La protesta di al-Zaidi lo ha reso talmente famoso nel mondo arabo che la fabbrica dei mocassini lanciati contro il presidente statunitense, ribattezzò il modello "Bye Bye Bush". La scarpa fu poi immortalata con una statua realizzata in vetroresina e rame che venne esposta nell'orfanotrofio di Tikrit. «Gli orfani che hanno aiutato lo scultore nella costruzione di questo monumento sono stati vittime della guerra di Bush», aveva dichiarato il direttore dell'orfanotrofio Faten Abdulqader al-Naseri. «Il monumento è un regalo alla prossima generazione per ricordare l'azione eroica del giornalista».

Embed from Getty Images

Dieci anni dopo il lancio delle scarpe, al-Zaidi è nuovamente protagonista delle vicende irachene. È candidato alle prossime elezioni parlamentari che si terranno sabato 12 maggio – le prime dopo la dichiarazione del dicembre scorso del governo iracheno della sconfitta dell'ISIS – nella lista nazionalista Saeroun, nata dall'alleanza tra il partito Istiqama dell'ayatollah Muqtada al-Sadr, personalità religiosa sciita, e sei gruppi laici tra cui il Partito Comunista Iracheno.

La lista è una delle 88 che partecipano alle elezioni alle quali sono chiamati ad esprimere il proprio voto circa 24 milioni di iracheni. I 328 seggi del parlamento saranno assegnati secondo un sistema proporzionale, anche se 46 sono riservati ai curdi e almeno un quarto alle donne.

L'ambizione di al-Zaidi è quella di diventare, un giorno, il leader del proprio paese.

Tornato in Iraq solo due mesi fa – dopo aver girato l'Europa e aver fondato un'organizzazione umanitaria per aiutare le vittime della guerra irachena - il giornalista 39enne ha dichiarato in un video pubblicato sulla pagina Facebook dedicata alla sua campagna elettorale, seguita da più di 120.000 persone, "di voler sostenere le persone oppresse e di volersi schierare contro gli oppressori" e di "voler perseguire quelli che rubano il denaro del popolo iracheno".

Con un tweet dal suo account ha annunciato "di voler spazzare via la corruzione".

In un'intervista rilasciata lo scorso 2 maggio alla CNN ha dichiarato di non aver alcun problema con l'America o con gli americani. «Il mio unico problema è con l'ex presidente George W. Bush, che ha occupato il mio paese e ha ucciso la mia gente. Se diventerò primo ministro o presidente, la prima cosa che farò sarà chiedere agli Stati Uniti d'America di scusarsi ufficialmente con tutti gli iracheni, di risarcire le vittime e di giudicare responsabile l'ex presidente George W. Bush».

Foto in anteprima via APTN video

Segnala un errore

LINEE GUIDA AI COMMENTI

Israele accusa l’Iran di non rispettare gli accordi sul nucleare. Cosa dicono gli esperti

[Tempo di lettura stimato: 9 minuti]

Aggiornamento 9 maggio 2018: Donald Trump ha deciso di ritirare gli Stati Uniti dall'accordo sul nucleare raggiunto nel 2015 dall'ex presidente americano Barack Obama insieme a Regno Unito, Francia, Cina, Russia e la Germania. Durante la conferenza stampa (qui il discorso integrale) di martedì 8 maggio in cui ha annunciato il ritiro dall'intesa e il ritorno di una parte delle sanzioni economiche nei confronti di Teheran, Trump ha detto che l'accordo era stato «negoziato così male che anche se l'Iran facesse tutto quello che gli viene chiesto, il regime rimarrebbe vicino al break-out nucleare. È solo una questione di tempo».

Per giustificare l'uscita, il presidente americano ha dichiarato che oggi, in base ai documenti di intelligence resi noti la scorsa settimana da Israele, si ha la prova definitiva che la promessa iraniana dello sviluppo di un programma pacifico di energia nucleare era una bugia. Questo nonostante gli analisti che si occupano di nucleare e gli esperti di Iran abbiano dichiarato che nelle rivelazioni del primo ministro israeliano Netanyahu non c'erano “né informazioni sostanzialmente nuove né prove che l’accordo nucleare sia fallito o sia stato violato” da parte dell'Iran.

Il giorno dopo l'annuncio di Trump, inoltre, l'IAEA (l'International Atomic Energy Agency che sta monitorando il rispetto iraniano dell'intesa) ha reso noto che può confermare che l'Iran sta attuando gli impegni previsti nell'accordo.

Il presidente francese Macron in un tweet ha detto che Francia, Germania e Regno Unito si rammaricano della decisione degli Stati Uniti. L'Unione europea ha comunque ribadito il sostegno all'accordo raggiunto tre anni fa. L'Alto rappresentante per la politica estera dell'Ue, Federica Mogherini, ha specificato che «l'accordo nucleare appartiene all'intera comunità internazionale e l'Ue è determinata a preservarlo, al popolo iraniano dico: fate in modo che nessuno lo smantelli, è uno dei più grandi obiettivi mai raggiunti dalla comunità internazionale», aggiungendo che «l'intesa funziona e garantisce che l'Iran non sviluppi armi atomiche».

L'Iran, con il Presidente Hassan Rouhani, ha risposto che «al contrario di quanto dice Trump, rimarremo in questo accordo anche senza Washington. Continueremo a trattare. Tutto dipende dall'interesse del nostro Paese, che dobbiamo difendere. Se nel contesto di nuove trattative sarà rispettato, allora lo manterremo».

...

Aggiornamento 7 maggio 2018: L’Observer (il settimanale del Guardian) ha rivelato che collaboratori del Presidente americano, Donald Trump, lo scorso maggio hanno ingaggiato un'agenzia di intelligence privata israeliana per orchestrare un’operazione "sporca" contro due personalità chiave dell'amministrazione Obama che nel 2015 hanno contribuito a negoziare l'accordo nucleare iraniano e cioè Ben Rhodes, uno dei massimi consiglieri sulla sicurezza nazionale di Barack Obama, e Colin Kahl, vice assistente dell’ex vicepresidente Joe Biden.

Secondo le fonti consultate dall’Observer, i funzionari legati a Trump hanno contattato gli investigatori privati pochi giorni dopo la visita di Trump a Tel Aviv di un anno fa: “una fonte con i dettagli di questa operazione ha detto: «L'obiettivo era screditare coloro che erano fondamentali per realizzare l'intesa, rendendo più facile l’uscita dall’accordo».

L’Observer parla inoltre di “documenti incendiari” che mostrerebbero come all’agenzia di intelligence privata sia stato chiesto di indagare sulle vite personali, sulle carriere politiche di Rhodes e Kahl, e se i due avessero in qualche modo beneficiato personalmente o politicamente dell’accordo raggiunto con l’Iran. “Agli investigatori – continua il settimanale britannico – è stato anche detto di contattare importanti giornalisti e professionisti – dal New York Times, a MSNBC, dall'Atlantic, a Vox e al quotidiano israeliano Haaretz – che hanno avuto frequenti contatti con Rhodes e Kahl per capire se avessero violato qualsiasi protocollo condividendo informazioni riservate.

Sebbene le fonti abbiano confermato che il contatto e un piano iniziale di attacco sono stati forniti agli investigatori privati dai collaboratori di Trump, non è chiaro quanto lavoro sia stato effettivamente intrapreso, da quanto tempo o di cosa ne è stato fatto del materiale raccolto. Non è noto inoltre se tutto questo costituisse solo una parte di una più ampia collaborazione Trump-Netanyahu per indebolire l'accordo con l’Iran o se gli investigatori avessero preso di mira altre personalità come John Kerry, il principale firmatario dell'accordo da parte dell’America.

...

Entro il prossimo 12 maggio, il presidente degli Stati Uniti, Donald Trump deciderà se rinnovare l’accordo sul nucleare (denonimato JCPOA, cioè  Joint Comprehensive Plan of Action) raggiunto a Vienna con l’Iran nell’estate 2015, durante la presidenza di Barack Obama, insieme ai cinque membri permanenti del Consiglio di sicurezza Onu (Usa, Regno Unito, Francia, Cina e Russia) e la Germania. L’intesa, in sostanza, prevedeva di eliminare “progressivamente le sanzioni economiche imposte all’Iran negli ultimi anni, mentre l’Iran ha accettato di limitare il suo programma nucleare e permettere alcuni periodici controlli da parte dell’ONU alle sue installazioni nucleari”, spiegava il Post.

Trump, lo scorso gennaio, nel confermare l’accordo raggiunto aveva anche specificato: «Questa è l'ultima chance per migliorare l'accordo con l'Iran. Se questo non accadrà gli Stati Uniti si ritireranno immediatamente. Nessuno dubiti della mia parola, lo farò». Il presidente americano è infatti da sempre critico su quanto raggiunto con Teheran perché, scriveva tre anni fa, si trattava di un’intesa “dannosa”, “costruita male” e che avrebbe aumentato l’“incertezza” e ridotto la “sicurezza per l’America, gli alleati, tra cui Israele”.

“Teheran ha mentito sulle armi nucleari”, l’accusa di Netanyahu

Sul futuro dell’accordo sembra ora pesare quanto riferito il 30 aprile scorso, durante una conferenza stampa (qui il testo integrale del discorso), proprio dal primo ministro israeliano Benjamin Netanyahu, anche lui da sempre oppositore all’accordo, definito a suo tempo un “errore storico” che avrebbe aggravato le tensioni nella regione e alimentato “gli sforzi iraniani per distruggere Israele”.

Netanyahu ha affermato che il Mossad, il servizio segreto d’intelligence israeliana, è riuscito a entrare in possesso di mezza tonnellata di documenti provenienti dall’archivio segreto iraniano sul programma di sviluppo delle armi nucleari che svelerebbero che l’Iran ha mentito rispetto alle sue dichiarazioni di disimpegno nucleare, continuando in realtà «a preservare ed espandere il suo know-how sulle armi nucleari per un uso futuro»: «L'Iran punta a dotarsi di almeno cinque ordigni nucleari analoghi a quelli utilizzati su Hiroshima». Il primo ministro israeliano ha continuato affermando che all’interno di queste migliaia di file ottenuti ci sono «grafici, progetti, foto, video incriminanti e altro ancora». Questo materiale è stato condiviso «con gli Stati Uniti che hanno garantito  sulla loro autenticità» e, continua Netanyahu, sarà fatto anche «con altri paesi e con l'Agenzia internazionale per l'energia atomica».

Il primo ministro israeliano ha spiegato inoltre che da anni si sa che l'Iran ha un programma segreto di armi nucleari chiamato “Project Amad” (elaborato negli anni 1999 - 2003) ma che ora è possibile dimostrare che si trattava di «un programma completo per progettare, costruire e testare armi nucleari» e che Tehran «sta segretamente conservando il materiale del “Progetto Amad” da utilizzare quando lo vorrà per sviluppare armi nucleari».

Cosa dicono gli esperti delle accuse di Israele

Quella che per Netanyahu è una rivelazione, per gli analisti che si occupano di nucleare e gli esperti di Iran, erano già in gran parte di dominio pubblico, “molte della quali già accessibili in rapporti internazionali pubblicati nel 2011 e nel 2015”, scrivono Max Fisher e Amanda Taub sul New York Times. Il primo ministro israeliano non ha dato “né informazioni sostanzialmente nuove né prove che l’accordo nucleare sia fallito o sia stato violato”.

Lo stesso scrive Zack Beauchamp su Vox: “Dina Esfandiary, (...) del King's College di Londra, mi ha detto che il discorso di Netanyahu è stato «francamente deludente». Suzanne Maloney, una studiosa dell'Iran alla Brookings Institution, ha detto di non aver sentito «nulla di nuovo». E Kingston Reif, esperta della proliferazione nucleare all’Arms Control Association, dice «già sapevamo» la maggior parte di quanto riferito nel discorso di Netanyahu”.

Beauchamp spiega poi che, in un momento del suo discorso, Netanyahu suggerisce che l’atto di conservare questi vecchi file da parte dell’Iran è già di per sé una violazione dell'accordo, anche se non era chiaro quale fosse la parte dell'intesa a cui si riferiva. In ogni caso, per James Acton, direttore del programma di politica nucleare del Carnegie Endowment, continuare ad avere questi documenti non violerebbe l’accordo con l’Iran sul nucleare: «Presumo che questo requisito non sia stato incluso perché è stato considerato non verificabile».

Inoltre, si legge ancora su VOX, gli esperti aggiungono che bisogna specificare che l’accordo con l’Iran non è in realtà basato sulla fiducia, ma “su ispezioni rigorose che hanno confermato che Teheran di fatto non sta mentendo ad esempio sul riavvio di centrifughe (ndr per la produzione di armi nucleari) vietate” in base all’intesa raggiunta 3 anni fa. Questa, specifica Beauchamp, non è solo l’opinione di esperti esterni, ma anche del segretario alla Difesa americana, James Mattis, che il 14 aprile scorso, durante la testimonianza resa in Senato, ha dichiarato che le disposizioni presenti nell’accordo sulle ispezioni dell’IAEA sono ben progettate per individuare possibili violazioni iraniane, come ad esempio un programma segreto di bombardamento.

L’IAEA: non ci sono prove di ricerca iraniana per armi nucleari dopo il 2009

Il giorno dopo la conferenza stampa di Netanyahu, l’International Atomic Energy Agency (IAEA) ha rilasciato un comunicato ufficiale in cui specifica che “nel dicembre 2015, il direttore generale della IAEA, Yukiya Amano, ha presentato la valutazione finale sulle passate e presenti questioni in sospeso relative al programma nucleare iraniano al Consiglio dei Governatori dell’IAEA”.

In questa relazione, “l’Agenzia ha valutato che, prima della fine del 2003, era in atto una struttura organizzativa in Iran idonea al coordinamento di una serie di attività rilevanti per lo sviluppo di un ordigno esplosivo nucleare” ma che “sebbene alcune attività abbiano avuto luogo dopo il 2003, non facevano parte di uno sforzo coordinato”.

La valutazione dell’Agenzia è che queste attività non sono andate oltre gli studi scientifici, le analisi di fattibilità e l’acquisizione di alcune competenze e capacità tecniche rilevanti. Lo stesso rapporto certifica che l’Agenzia non ha trovato indicazioni credibili di attività in Iran che facessero pensare  allo sviluppo di un ordigno nucleare dopo il 2009. L’IAEA afferma così che in base alla “relazione del direttore generale, il consiglio dei governatori ha dichiarato che l’esame di questo problema è stato chiuso”.

L’Agenzia conclude il suo comunicato sottolineando che, in linea con la propria prassi, “valuta tutte le informazioni rilevanti in materia di salvaguardia a sua disposizione” ma che tuttavia, non è sua prassi “discutere pubblicamente questioni relative a tali informazioni”.

Sentito dal Guardian, Olli Heinonen, l’ex ispettore capo dell’IAEA, dopo aver visto la presentazione di Netanyahu, ha ribadito quanto già sostenuto dagli esperti: «Ho visto solo molte immagini che avevo visto in precedenza. Alcune di esse sono state trasmesse al consiglio in una sessione riservata nel febbraio 2008». Diverse di quelle “prove” erano già state rese pubbliche dalla stessa agenzia nel 2011 in un dettagliato rapporto.

Le reazioni di America, Europa e Iran

Il presidente Trump, dopo la conferenza stampa di Netanyahu, ha dichiarato: “Quello che è successo oggi e che è accaduto di recente mostra che ho avuto ragione al 100%”. Sulla decisione che dovrà prendere il 12 maggio prossimo, però, non ci sono ancora certezze: "Vedremo cosa succede. Non vi dico cosa farò ma in molti credono di saperlo".

In un comunicato della Casa Bianca si legge che “gli Stati Uniti sono a conoscenza delle informazioni appena rilasciate da Israele e continuano a esaminarle attentamente. Queste informazioni forniscono nuovi e convincenti dettagli sugli sforzi dell'Iran per sviluppare armi nucleari (...). Questi fatti sono coerenti con ciò che gli Stati Uniti sanno da tempo: l'Iran aveva un programma di armi nucleari robusto e segreto che ha cercato, non riuscendoci, di nascondere al mondo e alla sua stessa gente”.

Come ha mostrato il giornalista del New York Times, Max Fisher, in una precedente versione del comunicato si leggeva che l’Iran “ha” (has) un programma di armi nucleari, per poi essere corretto successivamente in “aveva” (had).

https://twitter.com/eu_eeas/status/991042447605190656

L’Alto rappresentante dell'Unione europea per gli affari esteri e la politica di sicurezza, Federica Mogherini, ha risposto al primo ministro israeliano tramite un comunicato ufficiale affermando che saranno valutati i dettagli delle dichiarazioni e di attendere la valutazione dell’agenzia indipendente IAEA. Mogherini ha ricordato poi che l'accordo nucleare raggiunto nel 2015 “non si basa su presupposti di buona fede o di fiducia” ma “su impegni concreti, meccanismi di verifica e un monitoraggio molto rigoroso” eseguiti dall’IAEA, che finora ha attestato per dieci volte che “l'Iran ha rispettato pienamente i suoi impegni”. L’Alto rappresentante conclude affermando di non aver "visto da parte di Netanyahu argomenti che provino una violazione da parte dell'Iran" dell’accordo.

Il ministro degli esteri iraniano, Javad Zarif, ha respinto le accuse di Netanyahu e ha parlato di “presunte rivelazioni di intelligence” pochi giorni prima del 12 maggio.

L’obiettivo “politico” del discorso di Netanyahu

Se la maggior parte delle cose rivelate da Netanyahu erano già note, perché allora tutta questa attenzione, si domanda Beauchamp sempre su Vox: “In parte per intimidire l’Iran, mostrando che l'intelligence israeliana potrebbe infiltrarsi nelle strutture di maggiore sicurezza iraniane. Ma per lo più, era un discorso rivolto al Presidente Trump prima della scadenza del 12 maggio. (....) Un punto che Netanyahu ha quasi ammesso alla fine del suo discorso: «Tra pochi giorni, il Presidente Trump prenderà la sua decisione sull'accordo. (...) Sono sicuro che farà la cosa giusta»".

C’è attesa sulla decisione che prenderà il Presidente americano. Il segretario generale dell’ONU, Antonio Guterres, durante un’intervista alla BBC, ha dichiarato che «c'è il rischio reale di un conflitto se Donald Trump dovesse decidere di non rispettare l'accordo sul nucleare stipulato nel 2015». Per scongiurare l’uscita degli Usa, Trump ha imposto agli europei tre condizioni, scrivono Annalisa Perteghella e Tiziana Corda su Ispi online: la rimozione delle limitazioni temporali e geografiche alle ispezioni di qualsiasi sito nucleare (ma anche militare) iraniano, l’introduzione di nuove sanzioni sul programma missilistico iraniano, l’estensione della durata delle limitazioni al programma nucleare iraniano previste dall’accordo.

Lo scorso 29 aprile Regno Unito, Germania e Francia hanno confermato il loro appoggio all’accordo, specificando però anche che c’erano importanti elementi che l’intesa non copre ma che devono essere affrontati, inclusi i missili balistici, cosa succederà quando l’accordo scadrà e l’attività di destabilizzazione della regione da parte dell’Iran.

Il presidente Hassan Rouhani, da parte sua, ha dichiarato che Trump non ha il "diritto" di rinegoziare l'accordo, aggiungendo che Tehran "non accetterà alcuna restrizione oltre i suoi impegni" nel futuro.

Foto in anteprima via Reuters/Amir Cohen

 

Segnala un errore

LINEE GUIDA AI COMMENTI

Spagna: la condanna solo per ‘abuso’ dello stupro di gruppo di una 18enne scatena le proteste dai social alle strade #IoTiCredo

[Tempo di lettura stimato: 9 minuti]

Il 26 aprile il tribunale di Navarra ha condannato in primo grado cinque uomini accusati di aver stuprato in gruppo una ragazza di 18 anni a luglio del 2016, durante la festa di San Fermin, a Pamplona, nel nord della Spagna. La vicenda è conosciuta in tutta la Spagna e non solo come il caso “La Manada”, “il branco”, dal nome del gruppo Whatsapp di cui facevano parte i cinque accusati.

I cinque sono stati condannati a nove anni di carcere per "abuso sessuale" e non per "aggressione sessuale" (stupro): secondo i giudici, infatti, nel caso della Manada non ci sarebbero state violenza palese o intimidazione, necessarie per la legge spagnola perché si configuri il secondo reato. L'accusa ha annunciato che ricorrerà in appello.

La sentenza – trasmessa in diretta televisiva - ha scatenato indignazione e proteste nel paese: migliaia di persone sono scese in piazza per tre giorni di fila per manifestare contro una decisione troppo morbida nei confronti degli stupratori.

Da un po’ di anni diversi gruppi di donne denunciano abusi e molestie sessuali durante i festeggiamenti di San Fermin, a Pamplona, capoluogo della regione della Navarra: «Per anni è stata venduta come una festa dove poteva succedere di tutto, dove potevi fare qualsiasi cosa volessi senza conseguenze», aveva detto un’esponente della Plataforma de Mujeres contra la Violencia Sexista nel 2015, un anno prima dei fatti dello stupro de "La Manada".

Lo stupro di San Fermin

La notte del 7 luglio 2016 una ragazza di diciotto anni si trovava da sola a plaza del Castillo: era venuta da Madrid a Pamplona con un amico per partecipare alla festa di San Fermin, ma i due si erano persi di vista. Essendo abbastanza ubriaca, si era seduta su una panchina per riprendersi, prima di raggiungere l’auto dove lei e l’amico avrebbero riposato.

Le si erano avvicinati cinque giovani spagnoli provenienti da Siviglia, tra i 24 e i 27 anni, che si erano messi a chiacchierare con lei. Verso le 3 di notte il gruppo si era offerto di accompagnarla verso la macchina. Mentre camminavano, però, gli uomini l’avevano spinta dentro il portone di una casa, l’avevano violentata riprendendo la scena con il cellulare e promettendo in video di inviare poi tutto agli amici. Il racconto dello stupro è terrificante. L’ha ricostruito il fotografo italiano Victor Serri in questo thread su Twitter.

Dopo circa mezzora i cinque uomini si erano allontanati per andare in albergo a dormire, abbandonando la ragazza lì dentro mezza nuda e rubandole il cellulare. Lei si era rivestita ed era uscita in strada dove, in lacrime, aveva incontrato una coppia che l’aveva soccorsa e aiutata a chiamare la polizia.

Alle 6 e 50 del mattino uno dei ragazzi ha iniziato a inviare messaggi al gruppo Whatsapp “La Manada” di cui i 5 facevano parte insieme ad altri amici che non erano venuti a Pamplona, vantandosi di quanto accaduto quella notte. Gli altri hanno risposto in maniera euforica, raccontando di avere anche video e foto dell’ “impresa”. Già alcuni giorni prima del viaggio nello stesso gruppo i cinque facevano battute sul doversi attrezzare con cloroformio, Roipnol o altre droghe dello stupro per il viaggio a Pamplona.

In seguito alla denuncia della ragazza, la polizia ha identificato gli autori dello stupro di San Fermin e disposto l’arresto senza cauzione. I cinque sono quindi rimasti in prigione preventiva fino al processo.

Gli accusati si chiamano José Ángel Prenda, Alfonso Cabezuelo, Antonio Manuel Guerrero, Jesús Escudero e Ángel Boza. Cabezuelo é un militare, Guerrero è un membro della Guardia Civil, un corpo di polizia militare. Entrambi, insieme a Prenda ed Escudero risultano coinvolti in un altro caso di violenza sessuale – precedente a quello di San Fermino, ma il cui caso giudiziario si è aperto successivamente grazie alle investigazioni sui telefoni cellulari del gruppo. La ragazza era stata drogata e stuprata da quattro di loro mentre riprendevano la scena: al suo risveglio si è ritrovata sul sedile di dietro di un'auto. La vittima non ricordava assolutamente nulla e ha scoperto di essere stata stuprata in gruppo solo adesso che sono venuti alla luce i video dei cellulari.

Le critiche al processo

Giornali e media di tutto il mondo si sono occupati del caso dello stupro di San Fermin. Il processo è iniziato a novembre del 2017. L’accusa per il gruppo di cinque uomini era quella di aggressione sessuale, un reato con una pena dai 15 ai 22 anni di carcere. Gli accusati si sono sempre dichiarati innocenti.

Tutto il giudizio si è basato sull’analisi di 7 video - per un totale di 96 secondi di registrazione - girati quella notte dai membri del “branco”. I filmati non sono pubblici (sono stati visionati solo da giudici, accusa e difesa), e stando al rapporto della polizia mostrano la ragazza con "gli occhi chiusi" e un atteggiamento “passivo e neutro”. L’avvocato della donna ha definito i video «ripugnanti».

Secondo la difesa – che chiedeva l’assoluzione - la ragazza sarebbe stata consenziente al rapporto sessuale, avendo baciato uno dei cinque stupratori. Gli avvocati degli imputati hanno anche dichiarato che il fatto che i video mostrino la donna immobile e con gli occhi chiusi durante l’atto costituirebbe una prova del consenso. «L’assioma dell’accusa è che una donna non possa conoscere cinque uomini e avere un rapporto di gruppo consenziente», ha detto Jesús Pérez, legale di uno degli accusati.

La Procura, invece, ha sempre sostenuto che non c’era nessun consenso della vittima. «Gli imputati vorrebbero farci credere che quella notte hanno incontrato una ragazza di 18 anni, con una vita normale, che, dopo venti minuti di conversazione con persone sconosciute, ha acconsentito ad avere un rapporto sessuale di gruppo con ogni tipo di penetrazione, talvolta simultanea, senza preservativo», ha dichiarato la pm, Elena Sarasate. Per l’accusa, i fatti sono invece avvenuti “sotto violenza e intimidazione”: la ragazza era immobile perché terrorizzata.

Lei stessa, nel resoconto delle dichiarazioni rilasciate in aula a porte chiuse, ha raccontato la paura provata quando quei cinque uomini l’hanno spinta dentro il portone: “Ero totalmente scioccata, non sapevo cosa fare, volevo che tutto succedesse velocemente e chiudevo gli occhi per non vedere niente”.

Sin dal principio, il processo è stato oggetto di critiche e proteste da parte dell’opinione pubblica spagnola. «La vittima di stupro è stata messa nella posizione di dover dimostrare di non essere responsabile di essere stata stuprata da cinque uomini – cinque», ha commentato al Guardian Argelia Queralt, docente di diritto all’Università di Barcellona ed esperta di questioni di genere.

La Corte di Navarra ha stabilito che il processo si tenesse a porte chiuse per proteggere la privacy della ragazza e salvaguardare sia lei che gli accusati da “un’indesiderata esposizione al pubblico”. Per questa ragione, racconta El Confidencial, il tribunale ha proibito la “diffusione o pubblicazione di immagini” ritraenti i cinque componenti del gruppo.

La decisione aveva scatenato le critiche dell’opinione pubblica: perché proteggere la privacy degli stupratori? Le proteste si sono fatte più intense quando a metà novembre i giudici hanno stabilito di non ammettere come prove a processo i messaggi scambiati sul gruppo Whatsapp “La Manada” (sia prima che durante il viaggio a Pamplona), e di consentire invece che venisse prodotto in giudizio un rapporto sulla vittima commissionato dalla difesa a un detective privato, che aveva monitorato per mesi la sua vita offline e online dopo la violenza.

https://twitter.com/anaisbernal/status/930430708010635264

Il report comprendeva anche alcune fotografie che mostravano la ragazza sorridente in compagnia di alcuni amici o mentre beveva alcol. L’obiettivo era mostrare che stava vivendo una vita normale, e che non aveva subito traumi – e dunque screditare il suo racconto.

Come ha notato la scrittrice spagnola Almudena Grandes, si vuole “colpevolizzare la vittima de ‘La Manada’ e seminare dubbi sulla sua condotta morale, perché dopo essere stata violentata ha osato uscire, bere con le amiche, invece di restare a casa con le persiane abbassate e il capo cosparso di cenere”.

Per reazione, sul web moltissimi utenti hanno iniziato a diffondere le foto dei cinque accusati per lo stupro di San Fermin.

Migliaia di donne, invece, si sono riversate davanti al ministero della Giustizia di Madrid (e in altre città) in supporto alla vittima, gridando “Yo sì te creo”, “Io ti credo”.

La sentenza

A quasi due anni di distanza dai fatti di San Fermin, il 26 aprile il tribunale ha condannato i cinque accusati a nove anni di carcere per “abuso sessuale continuato”, un reato minore rispetto a quello di “aggressione sessuale” (stupro) per cui l’accusa aveva chiesto una pena di vent’anni.

Come spiega El Pais, in entrambi i reati “il fatto è lo stesso: attentare alla libertà sessuale di una persona. Se c’è stata violenza o intimidazione si parla di aggressione sessuale, se si ritiene che non ci sia stata, si parla di abuso”.

La sentenza ha accertato tutte le circostanze raccontate dalla ragazza, a partire dal fatto che il gruppo di uomini l’ha trascinata dentro un portone, penetrandola sei volte “senza la sua acquiescienza”.

La donna, si legge nel documento dei giudici, sembra “assente, tiene gli occhi chiusi tutto il tempo, non realizza nessun gesto, non prende iniziativa per quanto riguarda l’atto sessuale, né interagisce con gli imputati”, i quali invece, al contrario, “mostrano chiari atteggiamenti di ostentazione in relazione alla situazione, che sottolineano attraverso sorrisi”. Il video “mostra chiaramente che la denunciante è sottomessa alla volontà degli imputati, che la usano come mero oggetto per soddisfare i loro istinti sessuali”.

Il tribunale, però, non ha ravvisato violenza, né intimidazione vera e propria, solo un “consenso viziato”: la ragazza non ha espresso il consenso, ma non l’ha neanche negato, e per questo la condanna è stata emessa per abuso e non per stupro.

Nel frattempo, i due membri de “La Manada” appartenenti all’esercito e alla Guardia Civil continueranno a percepire il 75% dello stipendio. Nei prossimi mesi tutti e cinque potrebbero già essere fuori dal carcere.

Uno dei giudici, Ricardo Javier González, addirittura, propendeva per l’assoluzione degli accusati, sostenendo che in nessuna delle immagini fornite come prova durante il processo nell’espressione della ragazza o nei suoi movimenti aveva intravisto qualche opposizione, rifiuto, disgusto, ripugnanza, paura, sofferenza, dolore, smarrimento o altri sentimenti simili. Anzi, la sua espressione gli sembrava “rilassata e distesa”.

Secondo Estefanny Molina, avvocata dell’organizzazione Women’s Link, la condanna per abuso e non per stupro è «molto preoccupante, perché può creare un precedente negativo, che con le prove fornite, che includevano un video, non è stato considerato che esistessero violenza e intimidazioni».

La ministra della Difesa, María Dolores de Cospedal, ha dichiarato che i nove anni comminati ai membri de “La Manada” le sembrano «pochi»: «Come persona, come cittadina e come donna mi costa prendere atto del contenuto della sentenza», sottolineando come forse sia il caso di pensare di cambiare il codice penale riguardo cosa è considerato stupro e cosa no. Una possibilità a cui anche altri partiti hanno aperto.

Amnesty International ha fortemente criticato la decisione dei giudici di Navarra, sostenendo che "il mancato riconoscimento giuridico che il sesso non consenziente costituisce stupro incoraggia l'idea che è responsabilità delle donne proteggersi dallo stupro stesso"; mentre Purna Sern, coordinatrice esecutiva della sezione ONU per l'uguaglianza di genere, ha dichiarato che la sentenza del caso “La Manada” è troppo lieve, e «sottostima la gravità» degli stupri.

#HermanaYoSìTeCreo: le proteste in piazza e sui social

Sin dalla lettura della sentenza manifestazioni di protesta si sono tenute in tutta la Spagna. Il pomeriggio stesso circa diecimila persone, in maggioranza donne, si sono riunite a Madrid, davanti alla sede del ministero della Giustizia e hanno marciato fino al Parlamento.

Le proteste sono andate avanti per tre giorni di fila in diverse città del paese. In migliaia hanno manifestato per dire che “non è un abuso, è uno stupro”, ed esprimere solidarietà alla ragazza del caso “La Manada” e a tutte coloro che hanno subito violenza sessuale.

Sabato scorso a Pamplona un corteo di oltre 30 mila persone ha sfilato per la città.

L’indignazione si è riversata per le strade così come sui social media, dove in migliaia hanno twittato usando gli hashtag #HermanaYoSìTeCreo (sorella, io ti credo), #NoEstàsSola (non sei sola), #NoEsAbusoEsViolacion (non è abuso, è stupro), #NoEsNo (no è no).

Nel giro di poco tempo, la petizione lanciata su Change.org per chiedere la destituzione i giudici responsabili della sentenza ha raggiunto oltre 1.340.000 firme. E proprio le associazioni spagnole di magistrati hanno giudicato “eccessive” e “sproporzionate” le proteste e le critiche di questi giorni.

Anche da un gruppo di 16 suore carmelitane di clausura di Hondarribia, nella diocesi di San Sebastián, ha apertamente condannato la sentenza. “Noi viviamo in clausura, portiamo un abito quasi fino alle caviglie, non usciamo di notte (se non per andare al pronto soccorso), non andiamo a feste, non assumiamo alcolici e abbiamo fatto voto di castità", hanno scritto su Facebook. "Questa è una scelta che non ci rende migliori né peggiori di chiunque altro, anche se paradossalmente ci rende più libere e felici di altri. E perché è una scelta libera, difenderemo con tutti i mezzi a nostra disposizione (questo è uno) il diritto di tutte le donne a fare liberamente il contrario senza che vengano giudicate, violentate, intimidite, uccise o umiliate per questo. Sorella, io ti credo".

Nosotras vivimos en clausura, llevamos un hábito casi hasta los tobillos, no salimos de noche (más que a Urgencias), no...

Pubblicato da Patricia Carmelitas Hondarribia Noya su giovedì 26 aprile 2018

Circa duemila psicologhe e psichiatre specialiste nel trattamento di vittime di maltrattamenti e abusi sessuali, invece, hanno firmato una lettera indirizzata al ministero della Giustizia, in cui affermano che “la paralisi e il blocco sono reazioni automatiche e normali in situazioni di panico”, e per questo non ha senso sollevare la questione del consenso.

Tra le mobilitazioni social di protesta per la sentenza di Pamplona e in supporto delle vittime di violenza sessuale, su Twitter ha iniziato a diffondersi l’hashtag #cuentalo (raccontalo), attraverso il quale migliaia di donne stanno condividendo le loro esperienze di molestie e abusi.

L’iniziativa è partita dalla scrittrice Cristina Fallarás, che ha deciso di lanciare l’hashtag perché “quasi tutte noi abbiamo sofferto di una qualche forma di aggressione sessuale”.

In poche ore #cuentalo è diventato virale, raccogliendo migliaia di storie non solo in Spagna, ma in molti paesi dell’America Latina.

L’hashtag continua a crescere e, scrive El Confidencial, “testimonianza dopo testimonianza sta aprendo uno spazio di riflessione per uomini e donne che si pentono di non aver reagito in passato davanti a situazioni di molestie e comportamenti sessisti, sia in prima che in terza persona”.

L'accusa ha annunciato che ricorrerà contro la sentenza del tribunale Navarra, mentre l'avvocato della difesa chiederà nei prossimi giorni la messa in libertà dei condannati.

(Foto: Paco Puentes, El País)

Segnala un errore
LINEE GUIDA AI COMMENTI