Il vero terrore della Casta? Il referendum No Porcellum

[Tempo di lettura stimato: 3 minuti]

C’è un Porcellum da abolire. E serve il nostro impegno.

... Se i canali di partecipazione sono ostruiti, se la legge elettorale impedisce agli elettori di scegliere i propri rappresentanti ma delega la scelta ai capipartito, se la rappresentanza è debole e incerta, è la politica che deve essere chiamata in causa: la cattiva politica, naturalmente...” (Ezio Mauro) 
Insisto da giorni, di fronte alla cattiva politica noi cittadini siamo chiamati all’impegno e alla partecipazione affidandoci alla “democrazia” (lasciamo perdere per piacere “le rivoluzioni” e “il potere al popolo”).

C’è un referendum da firmare . Cominciamo da qui. 

In Parlamento ci sono già da tempo proposte per una nuova legge elettorale (per non parlare delle 350mila firme raccolte da Grillo per una iniziativa di legge popolare e finite in un cassetto del Senato da 4 anni), ma i partiti, che si dicono - tutti - contro il Porcellum, non hanno, a quanto pare, alcuna intenzione di restituirci il diritto di scegliere i nostri rappresentanti. 
Il referendum, depositato da Arturo Parisi e Andrea Morrone, è una grande occasione (a proposito all’inizio a sostegno dell’iniziativa c’era anche Veltroni, poi si è ritirato e infine ieri ha deciso di firmare... c’è grossa crisi, è evidente. Magari invece di scrivere le lettere a Repubblica potrebbe spiegare questo atteggiamento yo yo).
Servono 500mila firme entro fine settembre così da poter votare il referendum questa primavera, se ovviamente i due quesiti presentati saranno ammessi. Missione impossibile? Ci dobbiamo provare. 
L’IDV e Sinistra Ecologia e Libertà hanno già deciso di appoggiare il referendum e la raccolta firme. Il PD per ora non risponde all’appello (io ogni giorno mi permetto di inviare questo tweet al Segretario: @pbersani è ora di cambiare la legge elettorale, appoggia il referendum www.firmovotoscelgo.it #noporcellum #ciao). 
Intanto il prof. Prodi ha pubblicamente appoggiato i due quesiti e per ora voce solitaria dentro al maggior partito d’opposizione Giuseppe Civati con Prossima Italia si è mobilitato per la raccolta firme. 
Prima di chiudere due paroline sul leggendario dimezzamento dei parlamentari che fa tanto figo in questi giorni e di cui tutti parlano da PDL a PD passando per la Lega. La dovete smettere di prenderci in giro. Questa dovrebbe essere la misura anti-casta? Dimezzare la rappresentanza mantenendo le liste bloccate? Ma io vi faccio un applauso per l’ipocrisia e per la furbata che state provando a rifilarci.

A parte che per quanto riguarda la rappresentanza in Parlamento siamo in linea con altri Paesi, semmai siamo i più costosi. Ma come giustamente ha scritto Luca Telese

Provate infatti a immaginare: con le liste bloccate, se scompare dal parlamento un eletto su due, chi verrebbe tutelato? Ovviamente i capibastone e i leccascarpe dei leader. Essere eletti, a destra e a sinistra, costerebbe molto di più, e avremmo fatto un altro passo verso la democrazia censitaria. La democrazia degli oligarchi che sembra la nuova passione trasversale della politica italiana, la ricetta per uscire dalla crisi. 

L’unica argomentazione apparentemente convincente, quella secondo cui ci sarebbe un risparmio economico, per me è risibile: basterebbe abolire un ente per gli orfani dei garibaldini o un’autorità di bacino per risparmiare di più. Mentre invece, tutto questo fumo negli occhi dei gerarchi di partito ha un unico obiettivo: sviare l’attenzione dalla madre di tutte le sciagure. Ovvero dal porcellum. Finché ci saranno i nominati, infatti, 500 o 1.000 non fa differenza, ci sarà una rappresentanza azzoppata nel nostro Paese. 

Combattere la casta davvero significa spostare il potere di scelta dei rappresentanti dalle segreterie agli elettori. Punto. 
Cosa fare? 
1) FIRMARE vai nel tuo Comune e firma i due quesiti 
 
2) PASSAPAROLA fai conoscere a tutti i tuoi contatti il referendum. www.firmovotoscelgo.it 
3) AIUTACI a monitorare le firme confermando di aver firmato il referendum sul sito www.iofirmoincomune.it
Arianna Ciccone
@valigia blu - riproduzione consigliata

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Londra, oltre 6mila persone bloccano i ponti: “Il cambiamento climatico è una minaccia per l’umanità e il governo deve agire”

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Migliaia di manifestanti ieri hanno occupato i ponti sul Tamigi per esprimere la loro preoccupazione sul cambiamento climatico. Una delle più importanti azioni pacifiche di disobbedienza civile in Gran Bretagna negli ultimi decenni, lo ha definito il Guardian. Ottantacinque persone sono state arrestate.

Dalle 10 di ieri mattina i manifestanti, fra cui molte famiglie e pensionati, si sono diretti in massa verso 5 dei principali ponti di Londra. Un'ora dopo i varchi erano tutti occupati. Alcuni manifestanti si sono incatenati tra loro e hanno iniziato a cantare.

Leggi anche >> Cambiamento climatico: media e politica hanno fallito davanti alla più grande storia dei nostri tempi

La protesta fa parte di una campagna di disobbedienza civile di massa organizzata dal movimento di protesta Extinction Rebellion, che fa pressione sui governi affinché trattino la questione del cambiamento climatico per quello che è: una minaccia per l'umanità.

«Il 'contratto sociale' è stato infranto... e quindi non è solo un nostro diritto, ma un nostro dovere morale, eludere l'inazione del governo e ribellarci per difendere la vita stessa», ha detto al Guardian Gail Bradbrook, uno dei organizzatori.

Nelle ultime due settimane più di 60 persone sono state arrestate per aver preso parte ad atti di disobbedienza civile organizzati da Extinction Rebellion, dall'incollare se stessi agli edifici governativi a bloccare le strade principali della capitale.

Ieri, secondo gli organizzatori, hanno preso parte alle proteste circa 6.000 persone. E a partire dalla prossima settimana sono previste nuove iniziative: piccole squadre di attivisti si sparpaglieranno nel centro di Londra bloccando strade e ponti.

«Data la portata della crisi ecologica che stiamo affrontando, questa è la risposta adeguata», ha affermato Bradbrook. «Occupare le strade per apportare cambiamenti come i nostri predecessori hanno fatto prima di noi. Solo questo tipo di sconvolgimento economico su larga scala può, in tempi brevi, portare il governo a un tavolo per discutere le nostre richieste. Siamo pronti a rischiare tutto per il nostro futuro».

Il movimento - si legge sempre sul Guardian - chiede al governo di ridurre le emissioni di anidride carbonica a zero entro il 2025 e di istituire una "assemblea dei cittadini" per elaborare un piano d'azione di emergenza simile a quello visto durante la seconda guerra mondiale.

Extinction Rebellion, che è stato fondato solo un paio di mesi fa, ha raccolto, nelle scorse settimane, 50mila sterline grazie a piccole donazioni.

Attualmente il movimento ha uffici nel centro di Londra e negli ultimi mesi ha tenuto riunioni in tutto il paese, informando sulla portata della crisi climatica e invitando le persone a partecipare ad azioni dirette durante questo fine settimana.

«Abbiamo il dovere di agire» - dicono - «E siamo pronti anche ad andare in carcere per questa lotta contro la crisi climatica».

Intanto, tanti piccoli gruppi locali stanno nascendo e si stanno organizzando in tutto il paese. Un paio di settimane fa la campagna ha attirato l'attenzione dei media quando è emerso che fra i 100 accademici, che hanno deciso di affiancarsi al movimento, c'è anche l'ex arcivescovo di Canterbury, Rowan Williams.

I 100 accademici, in una lettera pubblicata sul Guardian, hanno scritto: «Nonostante abbiamo visioni e competenze accademiche diverse, siamo uniti su questo stesso punto: non possiamo tollerare il fallimento di questo o di qualsiasi altro governo a intraprendere azioni incisive ed urgenti nei confronti del peggioramento della crisi ecologica. La scienza è chiara, i fatti sono incontrovertibili, ed è inconcepibile per noi che i nostri figli e nipoti debbano sopportare il peso terrificante di un disastro senza precedenti a causa delle nostre stesse azioni».

È del mese scorso il rapporto “Global Warming of 1,5°C” dell’Intergovernmental Panel on Climate Change (IPCC) che avverte: carestie, siccità, scioglimento dei ghiacciai, distruzione delle barriere coralline, depauperamento delle specie vegetali e animali, migrazioni forzate a causa di inondazioni e catastrofi naturali saranno gli effetti più drammatici del riscaldamento globale nel caso in cui non riusciremo a limitare l'aumento delle temperature a 1,5 gradi entro il 2050.

Intanto il movimento di protesta ha avviato anche contatti internazionali, organizzando, ad oggi, 11 eventi in sette paesi, tra cui Stati Uniti, Canada, Germania, Australia e Francia.

«Per mettere in discussione il sistema che ci sta uccidendo, dobbiamo essere coraggiosi e ambiziosi», ha affermato Rupert Read, docente di filosofia presso la University of East Anglia. «Dobbiamo creare una rete in tutto il mondo, unire le forze e imparare gli uni dagli altri».

Foto anteprima via Voanews

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Disinformazione, propaganda e cattiva informazione: come difendersi dagli agenti del caos informativo

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L’UNESCO ha pubblicato la guida “Journalism, 'Fake News' and Disinformation: A Handbook for Journalism Education and Training”, uno strumento indispensabile che si rivolge a giornalisti e formatori, ma che può essere estremamente utile anche ai lettori. Il libro è disponibile gratuitamente sul sito ufficiale in formato pdf in lingua inglese.

Negli ultimi anni l’informazione è stata al centro del dibattito pubblico e politico, tutti abbiamo ascoltato almeno una volta il termine “fake news”, spesso utilizzato a sproposito da giornalisti, commentatori e politici. Purtroppo, infatti, l’allarmismo sulle “fake news” ha portato con sé conseguenze disastrose, come diversi tentativi in Europa (ma non solo) di legiferare “sulla verità”, che sembrano ispirati più all’autoritarismo cinese o a un romanzo distopico che ai valori europei di libertà di parola.

Leggi anche >> Davvero le ‘fake news’ sono una minaccia per la democrazia?

Come abbiamo scritto più volte su Valigia Blu, le notizie false, la disinformazione, la propaganda e la cattiva informazione si combattono facendo buon giornalismo e creando una cultura dell'informazione, offrendo cioè ai lettori gli strumenti necessari per saper riconoscere il giornalismo di qualità e distinguerlo dalle bufale. Ed è attorno a questa convinzione che si sviluppa la guida “Journalism, 'Fake News' and Disinformation”, che abborda il problema dell’informazione nella sua complessità, condividendo buone pratiche e strumenti che possono servire a tutti, giornalisti e non.

La guida, scritta da ricercatori, giornalisti ed esperti nella lotta contro la disinformazione, esplora la natura stessa del giornalismo: il pensiero critico, la ricerca dei fatti, la verifica costante e la pubblicazione responsabile di informazioni affidabili. Il libro è diviso in sette moduli: l’importanza della fiducia per il giornalismo; la definizione di “caos informativo”; la trasformazione digitale; l’alfabetizzazione alle notizie (“media and information literacy”); la verifica dei fatti; la verifica sui social media; come difendersi da attacchi e abusi online. Un curriculum formativo essenziale per chiunque abbia a cuore la buona informazione.

Leggi anche >> I pericoli della lotta alle fake news. Internet neutro e pensiero critico sono fondamentali

Tanto la disinformazione come il cattivo giornalismo da sempre hanno fatto parte della società in cui viviamo e di certo non scompariranno domani. Pensare di poter eliminare completamente le famigerate “fake news” è un idea ingenua che non tiene conto della natura umana e, oltre a essere spesso utilizzata in chiave strumentale e propagandistica, può portare a conseguenze negative per la libertà di pensiero e la democrazia stessa.

La fiducia in un giornalismo esemplare

Partendo dalla consapevolezza che la disinformazione esiste ed esisterà sempre, la priorità per chiunque voglia difendere il diritto a una corretta informazione dovrebbe essere quella di educare i cittadini a una cultura dell’informazione. La sfida per i giornalisti è differenziarsi ulteriormente dagli spacciatori di bufale, con una dedizione e un’attenzione che oggi più che mai sono urgenti e necessarie. Un giornalismo esemplare orientato alla trasparenza è sicuramente il primo passo per difendere l’ecosistema informativo e (ri)stabilire un rapporto di fiducia con i cittadini.

Nello scenario attuale, il giornalismo assume un ruolo democratico fondamentale. Questo, però, non significa ergere i giornalisti a paladini della libertà, ma piuttosto stimolare una riflessione nel settore informativo sui problemi esistenti, i pregiudizi e gli errori fatti finora, con l’obiettivo di migliorare. Porsi delle regole etiche condivise, dei criteri di qualità elevati e posizionare il lettore al centro del proprio lavoro è il primo passo che il giornalismo deve compiere per differenziarsi dai distributori di disinformazione. La fiducia è un qualcosa per cui bisogna lottare ogni giorno.

Come scrive il professor Charlie Beckett della London School of Economics:

“Le ‘fake news’ sono la miglior cosa che è accaduta negli ultimi anni. Danno al giornalismo mainstream di qualità l’opportunità per dimostrare il proprio valore, fondato sulla capacità, l’etica, la relazione con i lettori e l’esperienza. È una chiamata d’allarme per stimolare a essere più trasparenti, rilevanti e ad apportare valore alle vite delle persone. Adesso il giornalismo ha la possibilità di sviluppare un nuovo modello di business fondato sulla verifica dei fatti e agire come una alternativa migliore alle falsità.”

Un giornalismo etico che valorizza la trasparenza e la responsabilità davanti ai lettori è la chiave di volta per difendere i fatti e la verità dal caos informativo.

Conoscere il ciclo disinformativo e i suoi agenti

La disinformazione spesso arriva mascherata da satira o parodia, si nasconde dietro i titoli click-bait dei giornali, l’uso ingannevole di dichiarazioni, foto o statistiche, o anche la condivisione sui social di dati e fatti decontestualizzati, notizie false, etc. Può avere fini economici o propagandistici. Può essere fabbricata a tavolino o frutto di errori giornalistici.

Leggi anche >> Facile dire fake news. Guida alla disinformazione

Allo stesso tempo, è importante differenziare tra i produttori di notizie false, coloro che le riprendono e diffondono (in buona o cattiva fede) e chi le condivide sui social media (di nuovo, in buona o cattiva fede). Le motivazioni di ognuno di questi “agenti del caos informativo” possono essere diverse.

Proviamo a vedere assieme un esempio di queste dinamiche.

Un sito che produce abitualmente disinformazione razzista pubblica una notizia falsa su un richiedente asilo che compie un gesto deplorevole. Il gestore del sito può essere spinto da diverse motivazioni: potrebbe trattarsi di una persona razzista che vuole diffondere odio contro i migranti, potrebbe essere parte di un progetto disinformativo organizzato e finanziato da un movimento xenofobo o da un partito, o potrebbe semplicemente esserci dietro un tornaconto economico (a più visualizzazioni corrispondono generalmente più click sui banner pubblicitari e quindi un maggiore guadagno).

Una volta vista la luce, la notizia falsa inizia a diffondersi all’interno di una nicchia definita, ma a un certo punto viene ripresa da un politico di estrema destra durante un programma televisivo. Il politico è consapevole che quell’informazione, vera o falsa che sia, è funzionale al suo discorso propagandistico e sa che non sarà verificata in tempo reale dai giornalisti presenti in studio. Le sue dichiarazioni verranno poi rilanciate dai media, verranno pubblicati articoli che inseriranno quell’informazione falsa nel titolo come virgolettato. La verifica arriverà in un secondo momento e avrà un’esposizione mediatica sicuramente inferiore alle dichiarazioni incendiarie fatte in prima serata. La motivazione del politico è chiaramente propagandistica, ma non è il solo ad aver partecipato alla diffusione della bufala: il programma televisivo che l’ha ospitato è stato utilizzato come palcoscenico e i giornali che hanno rilanciato e amplificato quelle dichiarazioni, dando una certa autorità a un messaggio che fino a prima era relegato in una nicchia ben definita. Consapevolmente o no, sono anch’essi “agenti del caos informativo” e le loro motivazioni possono essere molteplici.

Sia prima che dopo le dichiarazioni del politico e la conseguente amplificazione dei media mainstream, la notizia falsa è condivisa sui social in tutti i formati che ha assunto: il post originale del sito che l’ha inventata, il video con le dichiarazioni televisive del politico che se n’è servito, gli articoli che l’hanno amplificata, gli articoli che smentiscono la bufala, gli articoli che attaccano i fact-checker di essere pagati da Soros, e così via. Le persone che condividono questi contenuti sui propri profili Facebook o su Twitter hanno motivazioni differenti: possono pensare che si tratti di una notizia vera, oppure non importa loro che sia vera o falsa ma la condividono perché è stata diffusa dal proprio politico di riferimento, o “semplicemente” si tratta di persone razziste che retroalimentano continuamente le proprie convinzioni condividendo sui social solo notizie xenofobe.

Leggi anche >> La bufala delle carte prepagate ai migranti finanziate da Soros

Una dinamica a cui abbiamo assistito più volte. Agenti diversi, con ruoli diversi e motivazioni diverse, che contribuiscono in maniera diversa al caos informativo. Cosa possono fare i giornalisti e i cittadini per disinnescare questo fenomeno?

I giornalisti hanno il dovere di studiare e conoscere il funzionamento del ciclo disinformativo e il ruolo di ogni "agente del caos" coinvolto, in modo da potersi sottrarre tempestivamente a questo meccanismo. Per non essere utilizzati da chi sull’odio e le falsità costruisce il proprio modello economico o propagandistico.

E i lettori possono trarre anch’essi grande beneficio dalla conoscenza di queste dinamiche, dato che nell’era del giornalismo digitale non siamo solamente destinatari passivi delle notizie, ognuno di noi nel suo piccolo è un 'distributore' di informazioni, ma soprattutto ognuno di noi può contribuire all’ecosistema informativo in maniera informata e virtuosa con i propri commenti, segnalazioni e ragionamenti.

L’alfabetizzazione alle notizie come riparo alla disinformazione

L'alfabetizzazione alle notizie è un concetto che abbiamo particolarmente a cuore e di cui abbiamo parlato in diverse occasioni su Valigia Blu. La guida UNESCO usa i termini inglesi “media literacy” e “information literacy” e si riferisce alle nozioni sul funzionamento dei mezzi di comunicazione e sul lavoro dei giornalisti che danno al lettore il potere di discernere con più facilità tra informazione affidabile e informazione ingannevole.

La trasparenza nel giornalismo non è solo un modo di guadagnare la fiducia dei lettori, come insiste la guida UNESCO sin dai primi capitoli, ma permette ai giornalisti di condividere con il pubblico le diverse fasi del processo investigativo, gli strumenti e le modalità con cui viene svolta un’indagine e i metodi di verifica dei fatti utilizzati quando si lavoro a una notizia. Il giornalismo non può limitarsi a riportare i fatti, ma per sopravvivere deve coinvolgere i lettori, condividere con loro la conoscenza, il metodo e le pratiche della buona informazione, offrire un valore aggiunto e differenziale alle loro vite. Un giornalismo migliore rende i lettori migliori.

No, non è facile. Si chiede alle redazioni di fare uno sforzo che forse dieci o vent’anni fa non era neanche immaginabile. Ma il giornalismo oggi non può permettersi il lusso di arroccarsi in una torre d’avorio, se non altro perché quella torre è pericolante e corre il rischio di crollare da un momento all’altro. Come abbiamo scritto prima, stiamo parlando di un “giornalismo esemplare”. E la scelta delle parole non è casuale: il giornalismo deve dare il buon esempio, deve formare i propri lettori, offrire loro gli strumenti per districarsi nel caos informativo. È questa la grande opportunità offerta dalle “fake news”, di cui parla Beckett, è questo il momento di sfruttarla.

Immagine in anteprima via Rappler

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Cosa ci piace, cosa non ci piace di Valigia Blu. La parola ai lettori

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Imparziale, trasparente e approfondita. Si potrebbero riassumere con questi tre aggettivi le risposte che hanno dato i partecipanti al questionario che abbiamo lanciato lo scorso mese su Surveymonkey per chiedere a chi frequenta la nostra pagina su Facebook e Twitter o ci segue attraverso la Newsletter o Telegram di valutare l'edizione 2018 di Valigia Blu.

Confrontarsi con i lettori è sempre un momento critico, di stimolo per i feedback ricevuti e, al tempo stesso, di messa in discussione dei propri convincimenti e di verifica del punto a cui si è arrivati e delle tracce lasciate. Lo facciamo ogni giorno conversando e confrontandoci sui social, lo facciamo quando chiediamo a chi ci segue di rispondere a un questionario per valutare la nostra attività informativa, esprimere critiche,  proporre idee e suggerimenti per migliorare.

La partecipazione è stata più alta rispetto agli anni precedenti, segno anche di quanto è cresciuta la comunità intorno a Valigia Blu su tutti i nostri canali di diffusione. Nelle tre settimane che è stato aperto, 1047 persone hanno risposto al questionario e 926 (l'88%) lo hanno portato a termine rispondendo a tutte le domande. Di questi, 316 sono iscritti alla Newsletter e 192 al nostro canale Telegram. Notevole è stata anche la partecipazione alle domande facoltative a risposta aperta in cui chiedevamo di darci suggerimenti e spiegarci per quale motivo erano rimasti soddisfatti o delusi da Valigia Blu: ci sono arrivati ben 1182 commenti.

Nel complesso, il lavoro fatto da Valigia Blu nel 2018 ha soddisfatto le persone che hanno partecipato al questionario (il voto massimo che si poteva dare era 5). Nel dettaglio, il 72,97% si è dichiarato totalmente soddisfatto, il 23,88% abbastanza soddisfatto, l'1,05% né soddisfatto né insoddisfatto, l'1,91% parzialmente insoddisfatto, lo 0,19% per nulla soddisfatto.

Inoltre, il 95,49% ha detto di ritenere utili gli articoli rispetto alle proprie esigenze informative (anche in questo caso si poteva esprimere un voto da 1 a 5). Nel dettaglio, sono stati indicati come i più utili gli articoli di debunking su casi di cronaca, gli approfondimenti sui flussi migratori, il sistema di accoglienza e come fermare le morti in mare, il fact-checking su temi scientifici (come vaccini, xylella e cambiamento climatico), le analisi su leggi, politica e istituzioni e la sezione dedicata al disordine informativo, alla disinformazione e all'alfabetizzazione mediatica. Ogni partecipante poteva scegliere al massimo tre tematiche e alcuni si sono lamentati nei commenti di non aver potuto esprimere tutte le opzioni desiderate.

Imparziale, trasparente e approfondita

I commenti di chi si è dichiarato soddisfatto hanno sottolineato soprattutto il patto di fiducia che si è instaurato tra Valigia Blu e la propria community che, stando a quanto si legge nelle risposte date, si fonda, in particolare, sull'obiettivo che Valigia Blu si è dato: contribuire, nel suo piccolo, a un’ecologia dell’informazione. Un'attività giornalistica sintetizzabile nello slogan della scorsa campagna di crowdfunding: “Basata sui fatti, aperta a tutti, sostenuta dai lettori”.

Leggendo i commenti di chi ha risposto al questionario, Valigia Blu è stata apprezzata per 3 aspetti: l’imparzialità, la trasparenza e i contenuti approfonditi in un contesto dove le informazioni sono frammentate, distorte, non appurate e il lavoro di verifica richiede tempi che i lettori spesso non hanno.

Perché Valigia blu svolge in maniera esemplare e trasparente il lavoro di controllo sulle notizie che io non ho modo di fare.

Adoro il livello di approfondimento di molti articoli e, pur avendo chiaramente una linea editoriale sensibile per alcuni temi specifici (immigrazione, razzismo, ambiente, innovazione in senso lato), gli articoli non risultano mai particolarmente faziosi.

In questo contesto, Valigia Blu – secondo i commenti che ci sono arrivati – ha svolto un lavoro di mediazione giornalistica che ha consentito ai lettori di potersi fare un’idea fondata sui fatti.

Nei momenti di sconforto, quando i fatti che accadono sembrano disperanti, irrazionali e irreali (capita ultimamente che gli eventi sorprendano, sul filo della fantapolitica soprattutto, oltre l'immaginazione) VB scava, spiega, contestualizza, rende comprensibile.

In generale, chi si è detto soddisfatto del lavoro di Valigia Blu nel 2018 ha apprezzato la scelta degli argomenti affrontati, il taglio con cui sono stati trattati, il fatto di «privilegiare l’accuratezza e la veridicità alla velocità», e ha riconosciuto una metodologia di lavoro e una esposizione dei contenuti peculiari: verifica delle fonti (messe a vista negli articoli), ricostruzione dell’evoluzione di una notizia per potersi fare un’idea, link citati nel testo in modo tale da poterli consultare e incrociare autonomamente, incoraggiando a informarsi a loro volta.

I temi trattati negli articoli sono approfonditi e non danno nessuna informazione per scontata: ciò da la possibilità al lettore di avere una panoramica chiara e tutti i dettagli per ricavarne una lettura non superficiale.

Perché viene sempre dato modo all'utente, attraverso la pubblicazione di link anche incrociabili tra di loro, di verificare in maniera appropriata la veridicità delle informazioni presenti in rete.

Ripercorrete sempre le notizie a partire da come è nata una news, cosa si sa per certo, su cosa e come poi la news prende piede. È un gran lavoro di intelligence.

A questo si aggiungono altri due aspetti sottolineati dai lettori: la cura e la moderazione dei commenti e, quando segnalati, l’attenzione a correggere gli errori.

Approfondimenti puntuali e obiettivi. Immediate eventuali correzioni. Ottima gestione della pagina Facebook, soprattutto per ciò che riguarda la moderazione dei commenti.

Per la tempestiva e accurata informazione sui temi di attualità. Perché non semplifica la complessità, ma aiuta a leggerla e interpretarla. Per la maturità e il garbo nella gestione del confronto su Facebook. Siete molto bravi a sovvertire le dinamiche polarizzanti e di contrapposizione tipiche dei social, dimostrate che un dialogo è possibile.

È proprio grazie a questo lavoro di mediazione giornalistica, letto in alcuni commenti come «impegno civile»,  che i lettori hanno detto di aver acquisito fiducia in come Valigia Blu lavora.

Per la qualità delle scelte editoriali, la correttezza nella gestione delle risposte degli utenti ai post, la capacità di mantenere alto il livello della discussione, la puntualità dei riferimenti alle fonti, l'approfondimento degli argomenti e l'onestà intellettuale di sapersi mettere in discussione. Non ultimo, il fatto di non speculare sulle notizie e di mantenere l'obiettivo sulla dignità e i diritti delle persone coinvolte.

Una trentina di commenti (sugli oltre mille arrivati) hanno segnalato alcuni aspetti che non hanno soddisfatto per come Valigia Blu ha lavorato quest’anno. In particolare, i commenti hanno riguardato le tipologie e la scarsa varietà di fonti utilizzate nel coprire temi di politica internazionale, la moderazione dei commenti ritenuta a volte non rispettosa delle opinioni altrui, l’intestardirsi nell’insistere su alcuni particolari argomenti come i vaccini e la questione dei migranti, ritenuti polarizzanti e ideologicamente schierati.

Pensavo foste imparziali e apolitici Questa insistenza sui migranti è fastidiosa e ottiene l'effetto opposto.

A differenza dell'anno precedente, in riferimento al quale avevo partecipato alla valutazione ottima, quest'ultimo anno di pubblicazioni ho ravvisato un'attitudine più schierata, meno "fredda", articoli sempre più personalizzati dagli autori. Fermo restando la cura e la professionalità nel fare informazione attenta, garantendo l'interesse principale che rimane quello di informare il lettore correttamente, devo ammettere che ho apprezzato meno alcune prese di posizione esplicite, soprattutto nella gestione del flusso di commenti ai quali spesso risponde il giornalista in persona.

Se insistiamo su certi argomenti è perché pensiamo che si tratta di argomenti importanti e delicati per la nostra società e, proprio perché polarizzanti, ci sembra giusto stabilire i fatti quando il dibattito pubblico si infiamma.

Rispetto alla moderazione dei commenti, una persona non ha apprezzato la nuova policy rispetto ai commenti che diffondono notizie false. Dal luglio scorso, abbiamo deciso, infatti, di non ospitare e oscurare questi tipi di commenti "se non si è capaci di fornire fonti, link ed evidenze di quello che si sostiene, e quello che viene pubblicato contraddice palesemente le versioni ufficiali di più fonti". Abbiamo preso questa decisione dopo un commento a un nostro post che riportava affermazioni false. Quando abbiamo chiesto fonti, prove ed evidenze di quello che sosteneva perché non risultava da nessuna parte e si configurava come falsa informazione, il lettore che aveva postato il commento non ha fornito prove ed evidenze. Per questo motivo, per contenere la diffusione della falsa informazione abbiamo deciso di nascondere il commento, visibile solo all'utente e ai suoi amici. I commenti oscurati (finora sono 2), raccolti in un post su Medium, saranno resi nuovamente visibili a tutti nel momento in cui saranno fornite fonti ed evidenze.

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Sempre più giovani lasciano l’Italia: “Che dolore quel biglietto di solo andata”

[Tempo di lettura stimato: 4 minuti]

Nei giorni scorsi una "lettrice" di Valigia Blu ci ha scritto un messaggio in chat su Facebook. S. O. ha deciso insieme al suo ragazzo di partire dall'Italia con un biglietto di sola andata. Da quando, in un post su Facebook ha annunciato la sua partenza, altre quattro persone hanno fatto un annuncio simile al suo.

"Cercando qualche dato sull'emigrazione italiana all'estero ho ritrovato un vostro articolo del 2015, e mi è venuto da ridere. Una di quelle risate amare, un po' da humour nero. L'avete intitolato come la canzone di Caparezza ["Fuga dall'Italia: da qua se ne vanno tutti"] che mi ossessiona all'incirca da luglio, vale a dire da quando ho deciso che, fra quei tutti che se ne vanno da qua, ci sarei stata anche io.

Il volo di andata, per due, vale a dire io e il mio ragazzo, è prenotato per il 3 gennaio, destinazione Tenerife. Il volo di ritorno non esiste. Non esiste per ora, non esisterà per sempre? Chi lo sa.

Partiamo solo con lo zaino in spalla, che già il bagaglio in stiva ci verrebbe a costare troppo, e poi pesa.

Pesa come questo cielo plumbeo, pesa come il terrore di un fiume che possa straripare o di una mareggiata che ci possa cancellare.

Pesa come una scritta razzista che leggi sul muro, o come una frase di disprezzo ascoltata sempre meno a mezza voce in piazza, al mercato, sull'autobus.

Pesa come quella partita iva che non ho mai potuto aprire perché l'unico anno in cui ho provato a lavorare abbastanza da poter -ipoteticamente- sia pagare le tasse sia guadagnare abbastanza da vivere, e non sopravvivere, sono finita ad un passo dall'esaurimento.

E quindi zaino in spalla e via, verso l'infinito ed oltre.

Annunciamo a tutti la partenza, via Facebook.

Poco più di un mese dopo leggo un annuncio praticamente identico al mio, ma non era il mio. Una mia amica parte, un altro biglietto di andata senza quello di ritorno. E ieri, giusto ieri, un terzo annuncio. Un'altra ragazza, quasi mia coetanea – mi sono dimenticata di dirvi che ho 31 anni – lascia l'Italia. Mi è preso quel dolore lancinante al petto che ero riuscita a evitare sinora: "Da qua se ne vanno tutti" diventa quasi una minaccia, non solo una profezia. Ed è una canzone del 2011.

Continuerò a leggervi dall'estero, sarete l'Italia che mi mancherà.

Purtroppo temo che quello che non mi mancherà sarà molto, molto di più".

La lettera di S. O. ricorda, per certi versi, la storia di emigrazione che Elena Torresani aveva scritto su Valigia Blu alcuni anni fa in un post dal titolo "Solo un'altra che se ne va". Arrabbiata, disillusa, Elena scriveva: "Siamo in tanti ad andarcene, ormai è un’emorragia. Io sono solo una di una folla, ma stavolta sono io e non un altro: questo, nella mia sceneggiatura personale, fa la differenza. Tutto è diverso quando sei tu e non un altro. Per questo, in Italia lascio un lavoro a tempo indeterminato, una casa, un’auto, la mia famiglia e tutte le certezze, le radici che ho. Parto arrabbiata, con la fretta di chi sente di abbandonare una nave che sta affondando".

Le storie di S. O. ed Elena Torresani sono quelle di centinaia di migliaia di italiani che ogni anno emigrano. Secondo i dati forniti dall'Anagrafe degli italiani residente all'estero (Aire) e dall'Istat, scrive Elisabetta Tola in un articolo su Agi, , il numero di persone in uscita dal nostro paese è in costante incremento.

Leggi anche >> Fuga dall’Italia: da qua se ne vanno tutti

All'inizio del 2018, i cittadini italiani registrati come residenti all'estero erano più di 5,1 milioni. Il 42,2% delle persone emigrate hanno lasciato l'Italia da più di 15 anni, il 21% lo ha fatto negli ultimi 5 anni, il 17% tra 5 e 10 anni fa.

Nel 2017 hanno lasciato l'Italia quasi 130mila persone , il 2,7% in più rispetto al 2016, il 6,3% in più rispetto a tre anni fa e oltre il 14% in più se si fa riferimento a 5 anni fa. E, a fronte di un incremento delle partenze, i rientri dall'estero nel nostro paese si fanno sempre più ridotti.

Poco meno di un terzo delle persone che emigrano è costituito da giovani tra i 18 e i 34 anni ma, osservando con attenzione i dati dell'Aire, ci si accorge che l'incremento maggiore è rappresentato da cittadini italiani tra i 50 e i 74 anni. In altre parole, a partire non sono solo i cosiddetti cervelli in fuga, ma anche anziani e persone di mezza età. Si tratta di una novità rispetto agli anni scorsi che ricorda le ondate migratorie del '900, osserva Tola.

La Fondazione Migrantes ha dato una duplice lettura di questo nuovo fenomeno. Da un lato, molte famiglie partono con i figli al seguito, dall'altro ci sono molti genitori che decidono di seguire il percorso migratorio di figli e nipoti. Infine, c'è il caso degli emigrati di ritorno, coloro che ripartono dopo essere rientrati da un periodo all'estero, o per seguire i figli, a loro volta emigranti, o perché delusi dall'esperienza di rientro. L'Italia non era quella immaginata da lontano.

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La Germania ridiscute il ‘reddito di cittadinanza’ Hartz IV: cosa non funziona della misura contro la povertà

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di Alessandro Alviani

Il reddito di cittadinanza? «Finalmente ho capito che non è una misura assistenziale, ma uno strumento di politica attiva per il lavoro, come il nostro Hartz IV», avrebbe detto il ministro del Lavoro tedesco, Hubertus Heil, al vicepremier Luigi di Maio, secondo la ricostruzione fornita dal leader dei 5 Stelle al termine di un incontro avvenuto tra i due a ottobre a Berlino. A un mese di distanza, la Spd – il partito di Heil – è tornata ora a discutere l’abolizione dell’Hartz IV, il sussidio, cioè, sul quale è modellato il "reddito di cittadinanza". «Appartiene al passato», ha spiegato al settimanale Focus il segretario generale dei socialdemocratici, Lars Klingbeil, inserendosi così in un dibattito in corso da mesi all’interno del partito. Hartz IV «è superato, sia nel nome che nella sua struttura», ha aggiunto. «Stiamo lavorando a un nuovo modello». Anche i Verdi, un tempo alleati di Schröder, vogliono mandare in soffitta l'Hartz IV: il co-leader Robert Habeck propone di sostituirlo con un sistema che prevede un assegno più elevato e abolisce sia le sanzioni che l'obbligo di accettare un lavoro. E la Cdu di Angela Merkel, pur difendendo l'Hartz IV, suggerisce di riformarlo.

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Ma come funziona questo ammortizzatore, che è oggetto da anni di forti polemiche in Germania e continua a dividere profondamente la Spd? Cosa comporta? E che effetti ha avuto sulla società tedesca?

L’Hartz IV – che nel linguaggio comune ha mutuato il suo nome da Peter Hartz, consigliere per le tematiche sociali e del lavoro del governo Schröder, ma ufficialmente si chiama “Arbeitslosengeld II” – è stato introdotto nel 2005, nell’ambito di un più ampio pacchetto di riforme finalizzate a tagliare i costi dello stato sociale, a rilanciare l’economia e ad abbattere la disoccupazione, note come Agenda 2010.

Non si tratta di una classica indennità di disoccupazione, che in Germania è nota come “Arbeitslosengeld I”. Quest’ultimo strumento, che è destinato a chi ha perso il lavoro e negli ultimi due anni ha versato contributi per almeno 12 mesi, viene versato per un periodo massimo di 24 mesi ed è calcolato partendo dagli stipendi lordi degli ultimi 12 mesi.

L’Hartz IV, invece, è un sussidio sociale che può essere richiesto da chi risiede stabilmente in Germania, ha tra 15 e 65 anni, può lavorare per almeno tre ore al giorno, non ha un patrimonio sufficiente per mantenersi in modo autonomo, non ha un lavoro oppure guadagna meno del minimo vitale (fissato a 9.000 euro l’anno).

Di norma ammonta a 416 euro al mese per un maggiorenne, anche se varia molto a seconda della composizione del nucleo familiare: due partner, ad esempio, ricevono 374 euro l’uno, mentre se si hanno figli sono previste delle maggiorazioni, che vanno da 240 euro per i bambini sotto i 6 anni fino a 316 euro per i ragazzi tra 14 e 18 anni. L’assegno è finalizzato a coprire le spese per gli alimenti, il vestiario e la corrente elettrica, ma anche per l’istruzione e le attività ricreative. È stato calcolato che un destinatario dell’Hartz IV può contare in tutto su 4,83 euro al giorno per i pasti. All’assegno base si aggiungono poi le spese per l’affitto e il riscaldamento, le quali vengono coperte a parte dallo Stato, che si fa anche carico, insieme agli altri assicurati, dei costi dell’assicurazione sanitaria.

Un ruolo centrale in questo modello spetta ai cosiddetti Jobcenter (la versione tedesca dei centri per l’impiego), che stipulano coi beneficiari un vero e proprio contratto in cui sono fissate le misure necessarie per il loro reinserimento professionale.

Il sistema prevede, inoltre, una serie di sanzioni, che vanno fino al taglio completo della prestazione. Secondo i dati diffusi a ottobre dall’Agenzia federale del lavoro, in totale le sanzioni comminate nella prima metà del 2018 sono state quasi 450.000 (-25.800 rispetto a un anno fa).

In oltre tre quarti dei casi la ragione va ricercata in mancate comunicazioni ai Jobcenter (ad esempio quando non ci si presenta a un appuntamento in un centro per l’impiego e non si dimostra che la propria assenza era dovuta a motivi importanti). In situazioni simili il sussidio viene ridotto del 10%. Se si rifiuta un lavoro accettabile o un’offerta di formazione o aggiornamento professionale, il taglio ammonta invece al 30%. Al terzo no si perde del tutto l’assegno. Lo scorso anno le persone a cui è stato tolto sono state 34.000. A titolo di paragone: oggi in Germania l’Hartz IV viene percepito da 4,08 milioni di persone.

In totale l’anno scorso l’assegno dell’Arbeitslosengeld II è costato 21 miliardi di euro, cui vanno aggiunti 6,5 miliardi per il pagamento degli affitti e delle spese di riscaldamento. Nei piani del governo federale queste somme non dovrebbero cambiare sensibilmente nel 2018.

Da anni il sussidio è oggetto di controverse discussioni. Pensato come un strumento per facilitare il rapido reinserimento nel mondo del mercato del lavoro, l’Hartz IV è accusato dai critici di essersi trasformato in un mostro burocratico e di aver favorito il precariato. Non tutti quelli che ricevono l'Hartz IV sono disoccupati. Tra loro ci sono anche persone che hanno un lavoro, ma guadagnano troppo poco, per cui ottengono un'integrazione dai Jobcenter. Sono gli "Aufstocker", che comprendono coloro che, ad esempio, svolgono un minijob che garantisce uno stipendio massimo di 450 euro al mese, ma anche tanti (205mila) che hanno un regolare lavoro a tempo pieno. Dall'introduzione del salario minimo, nel 2015, il numero di questi ultimi è sceso di appena 7mila unità. In totale gli Aufstocker sono circa 1,2 milioni, cioè un quarto del totale dei beneficiari del sussidio. La somma che lo Stato versa loro è in crescita: l'anno scorso ha superato quota 10 miliardi di euro. Il sistema delle sanzioni previste per chi non accetta un lavoro – spiega la sociologa Dorothee Spannagel – non fa che aumentare la quota degli Aufstocker: «Le persone non ricevono più l'Hartz IV perché sono in cerca di un lavoro, bensì perché devono incrementare il loro stipendio».

Secondo la deputata della Linke Sabine Zimmermann, si è rivelato un programma di «impoverimento di ampie fasce della popolazione». Dalla risposta fornita a marzo dal governo federale a un’interrogazione parlamentare della stessa Zimmermann emerge che, dal 2007 al 2017, hanno ricevuto l’Hartz IV in totale 18,2 milioni di persone. Di queste, circa 5,5 milioni avevano meno di 15 anni. Alla luce di questi dati, ci sono due ragioni che fanno pensare a un impoverimento della popolazione: una numerica (18 milioni di persone che hanno ricevuto il sussidio in 10 anni sono un'enormità) e una legata all'entità del sussidio, secondo la deputata, troppo bassa: «Le prestazioni non proteggono dalla povertà e non garantiscono una partecipazione adeguata alla società».

Le associazioni attive nei servizi sociali, come la Caritas, chiedono da anni di aumentare l’assegno, in quanto lo considerano troppo basso per consentire ai beneficiari di condurre una vita dignitosa e per impedire che scivolino ai margini della società. Con gli anni, infatti, nel dibattito pubblico l’espressione “Hartz IV” ha finito per caricarsi di connotazioni profondamente negative ed è diventato quasi oggetto di stigmatizzazione per chi lo riceve.

Il suo reale impatto sul crollo della disoccupazione in Germania (2,2 milioni di senza lavoro a ottobre 2018, contro i circa 5 milioni del 2005) resta molto dibattuto. Secondo l'economista tedesca Dalia Marin del Centre for Economic Policy Research, la causa principale della ripresa economica tedesca degli ultimi anni non va cercata tanto nelle riforme del mercato del lavoro e dei sussidi sociali volute da Schröder, quanto semmai in un processo di decentralizzazione della contrattazione salariale e di aumento della competitività iniziato già a metà anni Novanta.

Per la Paritätischer Wohlfahrtsverband, la sigla che riunisce le associazioni attive nel sociale, l’Hartz IV è stato un flop in quanto il 42% dei disoccupati di lungo periodo ricevono il sussidio da oltre quattro anni e oltre un milione addirittura dalla sua introduzione. L'obiettivo della riforma era consentire un rapido reinserimento dei disoccupati nel mondo del lavoro, ma secondo la Paritätischer Wohlfahrtsverband molti sono rimasti impigliati in un sistema dal quale non sono più usciti, per cui, a loro dire, Hartz IV è diventato un binario morto.

Nel 2015 "Presa Diretta", la trasmissione di Rai 3 condotta da Riccardo Iacona, ha dedicato una puntata al funzionamento di Hartz IV, mostrando come una misura pensata per sostenere chi finisce sotto un livello di sostentamento dignitoso rischi di diventare il peggiore degli incubi possibili. «Ti danno lavori umilianti, devi prendere tutto quello che ti offrono, che non ha nulla a che fare con la tua storia professionale, e se rifiuti a poco a poco ti tolgono tutto, fino all'assistenza sanitaria», racconta un ex manager di case di riposo finito nel circuito di Hartz IV. «Devi essere sempre a disposizione del Jobcenter. Non puoi nemmeno allontanarti dalla tua città. Una persona è stata chiamata alle 8 di mattina per un appuntamento alle 9 per un lavoro di un giorno solo. E non poteva non presentarsi!». Per questo motivo, aggiunge un altro intervistato, c'è una corsa per non scivolare nel sussidio, che significherebbe sacrificare la propria vita e l'impossibilità di coltiva ogni interesse, ogni passione. «Hanno cancellato lo stato sociale e l'hanno trasformato in sovvenzione per le aziende», commenta l'ex manager di case di riposo.

Sul funzionamento del sussidio, l'ex responsabile di un Jobcenter e dal 2015 deputata di Linke nel parlamento di Amburgo, Inge Hannemann, ha scritto un libro dal titolo "La dittatura di Hartz IV". A "Presa Diretta", Hannemann spiega come i Jobcenter abbiano il potere di decidere il destino delle persone che prendono il sussidio, racconta la storia di uno studente di 15 anni al quale hanno detto di smettere di studiare e iniziare a lavorare: «I genitori prendevano l'Hartz IV, l'assegno di assistenza, e noi abbiamo detto al ragazzo che doveva andare a lavorare così i soldi che guadagnava li potevamo decurtare dal sussidio. E non ci si può difendere: se io come genitore e come studente provo a ribellarmi, mi viene ridotto il sussidio. Sai cosa si dice in Germania? Quando entri nell'Hartz IV non ne esci più». Se una persona rifiuta un lavoro, i Job Centre possono ridurre il sussidio fino a zero mettendola nell'impossibilità di poter pagare l'affitto, comprare cibo e medicine: «In poche parole, le tolgo tutto. È terribile. Il mio compito dovrebbe essere quello di aiutare le persone a trovare lavoro o una formazione, ma il lavoro non c'è», o spesso sono lavori da pochi euro l'ora. «Il nostro superiore ci ordinava di fare in modo che un determinato numero di persone prendesse questi lavori da 1 o 2 euro l'ora. (...) È una riforma perfetta per le ditte dei lavori da 1 euro l'ora che hanno guadagnato tantissimo. All'Italia che guarda alla Germania come esempio, dico: attenti, non funzionerà», concludeva Hannemann nel 2015.

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Non manca però chi difende questo ammortizzatore sociale. «Dal 2007 il numero dei disoccupati di lungo periodo è sceso del 40%, da allora i percettori del sussidio sono diminuiti del 17%», ha spiegato il presidente dell’Agenzia federale del Lavoro, Detlef Scheele.

Pochi mesi fa il ministro della Sanità, Jens Spahn, candidato alla guida della Cdu al congresso di dicembre, aveva sollevato accese polemiche sostenendo che «l’Hartz IV non significa povertà, ma è la risposta alla povertà» e che con l’Hartz IV «ognuno ha ciò di cui ha bisogno per vivere».

Immagine in anteprima via Das Erste 1

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USA, i sopravvissuti della strage di Parkland: “Nel 2020 ci candidiamo noi”

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«Sto tremando di rabbia adesso. È come se stessi rivivendo la stessa sensazione che ho provato la notte del 14 febbraio. Sono così arrabbiata che non so cosa fare con questa rabbia»,  commenta a caldo i risultati elettorali Jacyln Corin, studentessa della Marjory Stoneman Douglas High School a Parkland, nel sud della Florida, dove a febbraio 14 ragazzi e 3 professori furono uccisi da Nikolas Cruz, uno studente diciannovenne che era stato espulso dalla scuola.

Jaclyn è una delle adolescenti che, insieme a Cameron Kasky, David Hogg, Sarah Chadwick, Emma González e altri studenti sopravvissuti alla strage, subito dopo il massacro, ha dato vita a #NeverAgain, un movimento per dire all’America che quanto accaduto non era avvenuto per caso e avrebbe potuto essere evitato e per riformare la legge sul controllo delle armi. Con il suo contributo, Jaclyn sognava di “poter cambiare il mio Stato, il mio paese, e il mondo”.

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Da allora, il gruppo di studenti ha organizzato lo scorso marzo una grandissima manifestazione a Washington Dc, la March for Our Lives, e ha percorso in autobus l’America, toccando i 20 Stati, scelti tra quelli più colpiti dalla violenza armata o dove è fortemente diffusa la cultura delle armi, effettuando circa 50 fermate nell'arco di due mesi. per convincere i giovani ad andare a votare alle elezioni di metà mandato del 6 novembre con un messaggio ben preciso: “End gun violence”. Basta con le armi, basta con la violenza a mano armata.

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Dopo mesi di campagna senza sosta sui social e porta a porta per convincere quanta più gente ad andare a votare e sostenere quei candidati che si sono schierati per un maggiore controllo sulle armi, studenti, amici, genitori delle vittime del massacro del 14 febbraio si erano riuniti in un ristorante della catena Hurricane Grill & Wings, a meno di un chilometro dalla Marjory Stoneman Douglas High School.

Quando Jaclyn prende in mano il microfono per commentare i risultati della tornata elettorale relativi alla Florida, delusione, tristezza, rabbia e frustrazione sono i principali stati d’animo in sala. I Democratici sono maggioranza nella Camera dei Rappresentanti, nel Congresso sono riuscite a entrare le prime donne musulmane, le prime native, la donna più giovane, in Colorado Jared Polis è diventato il primo governatore di uno Stato americano dichiaratamente gay, alcuni repubblicani appoggiati dalla National Rifle Association (NRA), la potente lobby delle armi, hanno perso in collegi particolarmente difficili come Virginia e Texas, tutte storie di persone che, come scrive il Guardian, “hanno infranto barriere” che sembravano invalicabili, ma proprio in Florida, a meno di 9 mesi dalla strage di Parkland e pochi giorni dopo un’altra sparatoria in un centro Yoga a Tallahassee in cui sono morte due persone e cinque sono rimaste ferite, gli elettori hanno premiato candidati dichiaratamente contro un maggiore controllo sulle armi.

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Pubblicato da Valigia Blu su Mercoledì 7 novembre 2018

Dopo tanto impegno, gli studenti che sono sopravvissuti alla sparatoria di Marjory Stoneman Douglas e i genitori dei loro compagni di classe che sono stati uccisi hanno preso consapevolezza che dovranno vivere in uno Stato in cui il governatore e due senatori hanno una lunga storia di sostegno alla lobby delle armi, scrive Lois Beckett, corrispondente negli Usa del Guardian.

«La gente qui ama le armi. È un po’ folle. Semplicemente non ci arrivano, non è qualcosa che sentono», dice Mitchell Dworet, indossando una maglietta con il ritratto di suo figlio Nicholas, uno degli studenti uccisi a febbraio.

«Mi sento come un debuttante alla prima partita nel campionato di Baseball», commenta a BuzzFeed Matt Deitsch, capo stratega di #NeverAgain e, a 21 anni, uno degli organizzatori più adulti. «La Florida è sempre stata così», prosegue Deitsch. «Non sono davvero sorpreso dai risultati, considerando che vivo in Florida e conosco chi ci abita».

Le ragioni della delusione

Le sconfitte più brucianti sono arrivate dalla Florida, come detto, dal Texas e dalla Georgia. In Texas, il senatore repubblicano uscente Ted Cruz ha battuto Beto O’Rourke, la cui candidatura aveva acceso le speranze dei Democratici dopo una campagna elettorale durante la quale si era messo in ascolto della voce degli abitanti. In Georgia, Stacey Abrams, candidata per i Democratici a diventare governatrice (ed eventualmente la prima governatrice afroamericana di tutto il paese), è stata sconfitta dal repubblicano Brian Kemp, mentre in Florida, Andrew Gillum è stato superato da Ron DeSantis, ex deputato quarantenne, grande sostenitore del presidente degli Stati Uniti, Donald Trump. Per il risicato margine tra i due candidati, sia Abrams, in Georgia, che Gillum, in Florida, hanno chiesto il riconteggio dei voti. A un giorno dal voto, osservava Patricia Mazzei sul New York Times, i risultati finali delle 5 competizioni elettorali in Florida (la corsa a governatore e quelle per i seggi al Senato e alla Camera) erano tutti in bilico. Al Senato, lo scarto tra il democratico Bill Nelson e il repubblicano Rick Scott è di soli 22mila voti e, come previsto dalla legge della Florida, molto probabilmente scatterà il riconteggio elettronico.

La sconfitta di Gillum, spiega Jelani Cobb sul New Yorker, è stata come una doccia gelata, soprattutto dopo i sondaggi più recenti che davano il candidato dei Democratici in leggero vantaggio in una competizione che era stata presentata quasi come un referendum sul presidente Trump. Da un lato, c’era, infatti, DeSantis, che aveva ricevuto l’endorsement della NRA, dall’altra, Gillum che, in campagna elettorale, aveva sostenuto la riforma della giustizia penale, si era battuto per il ripristino del diritto di voto per chi è stato in galera e ha scontato gli anni di carcere in vista delle presidenziali del 2020, e per maggiori controlli sulle armi, soprattutto dopo la strage di Parkland. Per questo motivo, gli attivisti di #NeverAgain erano delusi e arrabbiati.

L’NRA, la potente lobby americana delle armi, non ha esitato a celebrare le vittorie di Cruz e DeSantis. “Dio benedica il Texas”, “Congratulazioni a Ron DeSantis per aver vinto. DeSantis lavorerà duramente per proteggere i diritti dei cittadini rispettosi della legge”, si legge in due tweet pubblicati subito dopo l’esito delle elezioni.

In Tennessee, la repubblicana Marsha Blackburn, la prima donna di quello Stato a entrare nel Congresso nonostante fosse stata scoraggiata da colleghi del suo partito, era anche una delle candidate più finanziate dall’NRA.

"Il cambiamento raramente arriva all'improvviso"

Se c’è un insegnamento che gli attivisti di Parkland hanno appreso da questa tornata elettorale è che il cambiamento raramente arriva all’improvviso, ma è qualcosa che si ottiene giorno dopo giorno superando una  forte opposizione, scrive Remy Smidt su BuzzFeed.

Nonostante i risultati di Texas e Florida (e, in particolare, di Beto O’Rourke e Gillum), sono tanti i motivi di soddisfazione, ha twittato Michael Skolnik, attivista dei diritti civili.

Innanzitutto, secondo i dati ufficiosi, ben 33 candidati appoggiati da NRA sono stati battuti. Si tratta, scrive Skolnik, del risultato migliore di sempre.

Secondo il Gifford Law Center, sono 41 i candidati appoggiati da NRA ad aver perso la loro competizione elettorale.

Nel 19esimo distretto di New York, Antonio Delgado, laureato in legge ad Harvard, ha battuto John Faso, uno dei 10 candidati più finanziati dalla lobby delle armi. In un collegio del Texas, Colin Allred, avvocato per i diritti civili ed ex giocatore di Football Americano, ha superato il repubblicano Pete Sessions, membro del Congresso da ben 11 anni e presidente dell’importante House Rules Committee. Allred ha concentrato la sua campagna elettorale su leggi più severe sulle armi, lo sviluppo di energie rinnovabili e accesso crescente all’assistenza sanitaria e all’istruzione. Il distretto dove Allred si è candidato è uno dei più duri del Texas, particolarmente vicino ai Repubblicani e poco ricettivo ai messaggi dei Democratici, scrive Anne Helen Petersen su BuzzFeed.

Poi c’è Sharice Davids, la prima donna nativa americana eletta nel Congresso e prima deputata lebsbica del Kansas, cresciuta da una madre single veterana dell’esercito, che ha battuto il deputato repubblicano Kevin Yoder, eletto in questo seggio dal 2011 e tra i candidati più sostenuti da NRA.

Due delle vittorie più significative sono state quelle di Jason Crow, in Colorado, e Jennifer Wexton, in Virginia, contro due dei maggiori candidati sostenuti da NRA. Veterano delle guerre in Iraq e Afghanistan dopo gli attacchi dell’11 settembre, Crow ha superato Mike Coffman, in carica dal 2009 in un distretto che include Aurora, dove 12 persone sono morte in una sparatoria di massa nel 2012. March For Our Lives aveva visitato Aurora a luglio.

L’ex procuratore Jennifer Wexton ha prevalso su Barbara Comstock con un programma incentrato sull’espansione dell’assistenza sanitaria, l’innalzamento del salario minimo e un maggiore controllo sulle armi. David Hogg, uno degli studenti che ha dato vita a #NeverAgain e al tour elettorale degli studenti di Parkland contro le armi per tutti gli Stati Uniti, ha ricordato come Comstock avesse sbattuto la porta in faccia a lui e sua sorella durante una visita a Washington.

Ma la vittoria che ha destato più entusiasmo è stata quella di Lucy McBath nel sesto distretto della Georgia sulla candidata repubblicana Karen Handel, che solo l'anno scorso aveva vinto un'apposita elezione speciale in quello stesso distretto.

In un’intervista a BuzzFeed dello scorso settembre, Lucy McBath ha raccontato di essere cresciuta in una casa dove si respiravano i valori e le lotte dei movimenti per i diritti civili, “una delle prime basi per un ingresso nella politica”. Suo padre era, infatti, presidente della sezione dell’Illinois della NAACP, l’“Associazione nazionale per la promozione delle persone di colore”. Ma a spingere McBath a candidarsi è stato l’omicidio di suo figlio, Jordan Davis, assassinato nel 2012 in una stazione di servizio della Florida da un uomo bianco che ha sparato verso la sua auto perché la musica dello stereo era troppo alta e il ragazzo aveva rifiutato di abbassare il volume.

«È una telefonata che nessun genitore vorrebbe mai ricevere», ha dichiarato McBath a proposito dell’uccisione di suo figlio. «Da sei anni sono una mamma in missione».

A luglio, il tour degli studenti raggiunse Roswell, in Georgia, e McBath partecipò al loro evento. "Hai detto che ti ho ispirato: è la tua gentilezza e lotta che ispira me e tutti quelli che ti circondano", ha twittato Emma González ad agosto, con una sua foto insieme alla candidata.

https://twitter.com/Emma4Change/status/1024642541692641280

Il voto giovanile

L’altra grande novità di queste elezioni è stato l’incremento vertiginoso del voto giovanile. Gli studenti di Parkland, ha twittato Lois Beckett del Guardian, consideravano una vittoria un’affluenza dei giovani tra il 25 e il 30%.

Secondo le stime di The Circle, l’istituto di ricerca che monitora i dati sull’affluenza, in questa tornata elettorale si è registrato il dato più alto degli ultimi 25 anni, con un incremento del 10% rispetto alle elezioni di metà mandato del 2014. All’epoca aveva votato un giovane su cinque, in questa occasione ha votato 1 su 3.

«Questi dati mostrano un notevole incremento della partecipazione giovanile al voto e sono la testimonianza degli sforzi fatti da un gruppo eterogeneo sostenuto nelle comunità e nei campus di tutto il paese», ha detto Kei Kawashima-Ginsberg di The Circle. Da questo punto di vista, prosegue l’istituto di ricerca, si può parlare di un vero e proprio effetto Parkland: “il sostanziale aumento dell'affluenza giovanile è per molti aspetti il ​​culmine di un ciclo elettorale in cui i giovani hanno avuto un impatto straordinario attraverso il loro attivismo e l'enfasi sulla registrazione degli elettori”.

Secondo John Della Volpe, direttore dei sondaggi all'Institute of Politics, Parkland ha dato la scossa a un movimento che stava comunque nascendo. «Una "generazione traumatizzata" è diventata una "generazione energizzata"», ha commentato Della Volpe. Gli studenti della Marjory Stoneman Douglas High School hanno dato «ai giovani modi molto specifici per impegnarsi: iscriversi per votare, firmare una petizione, chiamare un legislatore» e questo ha contribuito a plasmare un'agenda più progressista.

Il voto di Washington per un maggior controllo sulla vendita delle armi

Contemporaneamente, i cittadini dello Stato di Washington sono stati chiamati a votare sulla cosiddetta “Iniziativa 1639”.

Gli elettori hanno approvato una misura che innalza l'età per acquistare fucili semiautomatici da 18 a 21 anni e richiede un controllo più approfondito, addestramento per l’utilizzo delle armi e un periodo di attesa di 10 giorni lavorativi per l'acquisto. Per i suoi sostenitori, la nuova misura contribuisce a ridurre le sparatorie di massa, anche se una ricerca, scrive Vox, mostra che le restrizioni delle armi d'assalto non hanno un effetto significativo sul numero degli omicidi: le sparatorie con fucili, inclusi i fucili d'assalto, costituiscono meno del 3% degli omicidi delle armi negli Stati Uniti. E secondo i dati federali degli ultimi decenni, le pistole costituiscono la stragrande maggioranza - oltre il 70 per cento - delle armi da fuoco usate negli omicidi.

“Nel 2020 ci candidiamo noi”

Nonostante la delusione, Jaclyn non si dà per vinta. «Non smetteremo di combattere, te lo assicuro. È quello che farò per il resto della mia vita», dice guardando il padre di Joaquin Oliver, un ragazzo di 17 anni assassinato alla Marjory Stoneman Douglas High School a febbraio.

«Questi risultati dimostrano soltanto che abbiamo molto altro da fare», spiega al Guardian David Hogg, diplomato lo scorso anno alla Marjory Stoneman Douglas e che ha ritardato l'inizio del college per dedicarsi a tempo pieno alla campagna elettorale. «Questa sarà una lunga battaglia in salita».

Appena alcuni giorni fa c’è stata una nuova strage in un bar frequentato da universitari in California: 12 persone sono state uccise da un veterano della Marina. Si è trattato della 311esima sparatoria di massa dall’inizio dell’anno, 314 persone sono morte e 1270 sono rimaste ferite. Come è possibile – si chiede Lois Beckett – che continuano a esserci così tanti massacri nonostante sempre più politici si stanno spendendo per un maggior controllo sulle armi e in alcuni Stati, come proprio la California, ci sono leggi restrittive? Forse perché non le attuano.

Per Matt Deisch, uno dei coordinatori del gruppo, il risultato di queste elezioni è solo l’inizio: “Un gruppo di ragazzini seduti su un pavimento di un salone ha organizzato la più grande protesta nella storia americana... un giro del bus di 63 giorni... oltre 200 tappe... ha registrato centinaia di migliaia di gente... e sconfitto 27 (!!!) candidati sostenuti da NRA”.

Il lavoro fatto non è perduto perché – ha aggiunto – la loro missione è una «maratona, non uno sprint» e useranno questi risultati per avvicinarsi alle elezioni presidenziali del 2020.

Secondo Hogg, il prossimo passo sarà quello di non delegare, ma di formare altri giovani, fare pressione per leggi più severe e candidarsi in prima persona. In passato, aveva detto di voler andare al college dopo le elezioni di metà mandato ma, rivolgendosi a un amico, ha detto: «Penso di aver bisogno di prendere altri due anni sabbatici».

 

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Cosa prevede il decreto sicurezza e immigrazione, criticità e rischi di incostituzionalità

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"Un decreto disumano, pericoloso e inaccettabile". Sono queste le motivazioni che muoveranno oggi la manifestazione organizzata a Roma dal Baobab Experience, insieme ad altri attivisti e associazioni, contro il cosiddetto "decreto sicurezza e immigrazione" del governo M5S-Lega, passato con la fiducia (qui il testo) al Senato mercoledì 7 novembre (per arrivare all'esame della Camera). Secondo gli organizzatori infatti si tratta di un provvedimento che "si fonda su logiche di paura e repressione e una volta convertito in legge dal Parlamento minerà le basi per la convivenza interculturale. (...) Un obbrobrio giuridico contestato da più parti e in più punti, profondamente anticostituzionale". Il ministro dell'Interno, Matteo Salvini, ha invece parlato di "giornata storica" per l'approvazione a Palazzo Madama.

Questo decreto – che interviene su differenti ambiti come l'accoglienza, la cittadinanza, la pubblica sicurezza, il contrasto alla mafia – ha ricevuto fin dall'inizio dure critiche da associazioni ed enti nazionali e internazionali, in particolare per come viene affrontata l’immigrazione. L’UNHCR ha espresso “preoccupazione per alcune norme del Decreto Legge che appaiono in potenziale contrasto con la normativa internazionale sui rifugiati e sui diritti umani, rischiando di indebolire il livello generale di tutela con particolare riferimento alle persone vulnerabili e con esigenze specifiche”. Diversi giuristi hanno invece evidenziato rischi di incostituzionalità di diverse norme presenti nel testo. Nicola Gratteri, procuratore di Catanzaro, ha inoltre definito le misure di sicurezza e di contrasto alla mafia, presenti all'interno del decreto, «piccole cose, robetta, riforme molto marginali rispetto a quella che è la realtà criminale in Italia, sia comune che organizzata».

In questo approfondimento:

Gli interventi su accoglienza e cittadinanza
Gli altri ambiti affrontati nel decreto: pubblica sicurezza, codice antimafia e beni confiscati
Il contesto in cui si inserisce il decreto
Critiche e possibili effetti

Gli interventi su accoglienza e cittadinanza

Il decreto legge si divide in tre parti. La prima parte, quella più sostanziosa, riguarda la gestione dell’accoglienza in Italia e questioni legati all’immigrazione, come l’acquisizione e la cittadinanza italiana. Vediamo cosa stabiliscono le norme che più di tutte hanno sollevato dubbi e critiche.

  • Dalla protezione umanitaria ai permessi speciali

Prima di analizzare le nuove disposizioni del decreto in materia di protezione concessa ai richiedenti asilo, è necessario ricostruire brevemente il contesto legislativo che regola(va) le richieste di asilo politico in Italia.

Una volta arrivato in Italia, un migrante, dopo aver effettuato domanda di protezione internazionale ed essere ritenuto idoneo, poteva avere accesso a tre forme di protezione: rifugiato politico, protezione sussidiaria e protezione umanitaria. Le prime due sono regolate dal decreto legge n. 251 del 2007 (che attua la direttiva europea n.83/2004), modificato poi, diversi anni dopo, dal decreto legislativo n.18/2014. La terza forma, invece, è un riconoscimento, della durata di due anni, previsto dalle leggi italiane (regolata dal decreto legge n. 286/1998 e dal n.25/2008) e viene concessa nel caso in cui non vengano riconosciute le altre due forme e ricorrano "seri motivi", in particolare di "carattere umanitario". 

Questo però non significa che una qualche forma di protezione umanitaria sia riconosciuta in Europa soltanto in Italia. Il Servizio studi del Senato chiarisce infatti che questa tipologia di protezione è resa sulla base di normative nazionali, “giacché si tratta di fattispecie distinta da quella della protezione internazionale, la quale (soltanto) è definita dalla normativa dell'Unione europea”. Ad esempio, in base a un rapporto dell’aprile scorso dell'Eurostat (cioè l’Ufficio statistico dell'Unione europea), si ricava che in Europa nel 2017 sul numero complessivo di riceventi protezione (538.120), il 14% (77.500) l'ha ottenuta per ragioni umanitarie.

Il dossier del Servizio Studi del Senato (un testo a cui faremo riferimento per analizzare le misure previste dal decreto) specifica che per quanto riguarda l’Italia, la protezione umanitaria può essere distinta in ‘esterna’ alla procedura di asilo e ‘interna’.

La prima, quella ‘esterna’, è regolata dal Testo unico dell’immigrazione (decreto legislativo n. 286 del 1998, articolo 5, comma 6) ed è concessa e rilasciata dal Questore quando ricorrono "seri motivi di carattere umanitario o risultanti da obblighi costituzionali o internazionali dello Stato italiano”. L'autorità amministrativa che rilascia questo speciale permesso di soggiorno accerta così, tramite la documentazione fornita dal richiedente, i motivi della richiesta, legati a "oggettive e gravi situazioni personali che non consentono l'allontanamento dello straniero dal territorio nazionale".

La protezione umanitaria 'interna' (regolata dall'articolo 32, comma 3 del decreto legislativo n. 25 del 2008) è concessa quando una domanda di protezione internazionale, presentata da un richiedente, non viene accolta dalla Commissione territoriale (che ha compito di riconoscere o negare la protezione) ma sussistono "gravi motivi di carattere umanitario". Anche in questo caso a rilasciare il permesso di soggiorno è il Questore.

Il Centro Studi del Senato spiega che in entrambe le forme, devono ricorrere "seri" o "gravi" motivi di carattere umanitario (rilevati nel primo caso dal Questore direttamente, nel secondo caso dalla Commissione in modo vincolante per il Questore) e che un’indice di questi motivi si trova nel Testo Unico dell’Immigrazione (all’articolo 19, comma 1): "In nessun caso può disporsi l'espulsione o il respingimento verso uno Stato in cui lo straniero possa essere oggetto di persecuzioni per motivi di razza, di sesso, di lingua, di cittadinanza, di religione, di opinioni politiche, di condizioni personali o sociali, ovvero possa rischiare di essere rinviato verso un altro Stato nel quale non sia protetto dalla persecuzione".

La Corte di Cassazione, in una sentenza depositata lo scorso febbraio, scrive che la protezione umanitaria “pur non avendo un esplicito fondamento nell'obbligo di adeguamento a norme internazionali o europee, (...) è tuttavia richiamata dalla Direttiva comunitaria n. 115/2008, che prevede che gli Stati possano rilasciare in qualsiasi momento, «per motivi umanitari, caritatevoli o di altra natura», un permesso di soggiorno autonomo o un'altra autorizzazione che conferisca il diritto di soggiornare a un cittadino di una Paese terzo il cui soggiorno è irregolare”. Inoltre, i giudici specificano che i “seri motivi” di carattere umanitario, per cui viene concessa questa forma di protezione, "non vengono tipizzati o predeterminati, neppure in via esemplificativa, dal legislatore, cosicché costituiscono un catalogo aperto". Questi motivi sono comunque "accomunati dal fine di tutelare situazioni di vulnerabilità attuali o accertate (...) come conseguenza discendente dal rimpatrio dello straniero, in presenza di un’esigenza qualificabile come umanitaria, cioè concernente diritti umani fondamentali protetti a livello costituzionale e internazionale".

Infine, secondo un costante orientamento della Corte Costituzionale, “la protezione umanitaria costituisce una delle forme di attuazione dell'asilo costituzionale (in base all’articolo 10 della Costituzione), unitamente al rifugio politico e alla protezione sussidiaria, evidenziandosi anche in questa funzione il carattere aperto e non integralmente tipizzabile delle condizioni per il suo riconoscimento, coerentemente con la configurazione ampia del diritto d'asilo contenuto nella norma costituzionale, espressamente riferita all'impedimento nell'esercizio delle libertà democratiche, ovvero ad una formula dai contorni non agevolmente definiti e tutt'ora oggetto di ampio dibattito”.

In questo “ampio dibattito” si inserisce il leader della Lega, Matteo Salvini, che a giugno scorso, da ministro dell’Interno, aveva annunciato l’intenzione di rivedere la protezione umanitaria.

La stretta su questa tipologia di protezione inizia il 4 luglio, quando il Ministero dell’Interno invia una circolare in cui, tra le altre cose, richiama le Commissioni territoriali a una più rigorosa valutazione “dell’esame delle circostanze di vulnerabilità degne di tutela”, in particolar modo della protezione umanitaria. Per Salvini infatti la protezione umanitaria è stata concessa con troppa leggerezza.   

Dal 2014 al 2017, nella maggior parte dei casi esaminati, l’umanitaria, tra le tre forme di protezione, è stata quella più concessa. Un trend che si è confermato anche nel 2018, anche se a settembre di quest’anno c’è stato un primo ridimensionamento.

via ISPI

Con il decreto sicurezza, il governo Conte interviene così direttamente su questa forma di protezione. La relazione tecnica che accompagna il provvedimento definisce infatti una sproporzione la differenza tra queste percentuali di concessione, con quella umanitaria a prevalere nettamente sulle altre. Il motivo di questa situazione, si legge ancora, sarebbe la definizione legislativa della protezione umanitaria “dai contorni incerti, che lascia ampi margini ad una interpretazione estensiva”.

Per questo motivo, il decreto legge abroga questa forma di protezione come istituto generale (che durava due anni se rilasciata al termine della procedura di protezione internazionale), tipizzando però diverse tipologie di permessi di soggiorno speciali, con differenti durate:

1) Per cure mediche: la durata è stabilita dal tempo attestato dalla certificazione sanitaria, ma comunque non deve superare l'anno. È rinnovabile se persistano le condizioni di salute di particolare gravità certificate.

2) Per le vittime di violenza o di grave sfruttamento con concreti pericoli per l'incolumità della persona.

3)
Per le vittime di violenza domestica (che si verifica con violenza o abuso): ha la durata di un anno e consente l'accesso ai servizi assistenziali e allo studio ma anche l’iscrizione nell’elenco anagrafico previsto per i servizi alle persone in cerca di lavoro.

4)
Per situazioni di contingente ed eccezionale calamità che non consentono alla persona il rientro e la permanenza nel Paese di provenienza in condizioni di sicurezza: la sua durata è di sei mesi (e può essere rinnovato per altri 6 mesi) e consente di svolgere attività lavorativa ma non può essere convertito in permesso di soggiorno per motivi di lavoro.

5)
In casi di particolare sfruttamento del lavoratore straniero che abbia presentato denuncia e cooperi nel procedimento penale contro il datore di lavoro: consente lo svolgimento di attività lavorativa e alla sua scadenza può essere convertito in permesso di soggiorno per lavoro. 

6)
Per atti di particolare valore civile (ad autorizzarne il rilascio è il Ministro dell'interno, su proposta del prefetto competente): ha durata di due anni ed è rinnovabile. Consente l’accesso allo studio e di svolgere attività lavorativa. Può essere convertito in permesso di soggiorno per motivi di lavoro.

7)
Per i casi di non accoglimento della domanda di protezione internazionale e al contempo della non possibilità di espulsione e respingimento verso uno Stato in cui il richiedente possa essere oggetto di persecuzione per motivi di razza, di sesso, di lingua, di cittadinanza, di religione, di opinioni politiche, di condizioni personali o sociali (ovvero possa rischiare di essere rinviato verso un altro Stato nel quale non sia protetto dalla persecuzione) o ancora, verso un Stato per cui si abbiano fondati motivi di ritenere che egli rischi di esservi sottoposto a tortura.

Come spiega ancora il Centro Studi del Senato, alcuni di questi permessi di soggiorno "speciali" erano già previsti dalle leggi italiane, come quelli per vittime di violenza o grave sfruttamento, di violenza domestica, di particolare sfruttamento lavorativo, ma ora vengono ridefiniti dal decreto legge. Altre fattispecie invece – “per le quali non sarebbe comunque possibile il rimpatrio, posti i principi fondamentali dell'ordinamento italiano e internazionale” – non erano “puntualmente disciplinate dal Testo unico (trovando semmai applicazione nelle prassi delle Commissioni territoriali per il riconoscimento della protezione internazionale)”, mentre ora il provvedimento le tipizza e disciplina. 

La Commissione territoriale, quindi, può ora riconoscere due forme di protezione – rifugiato o protezione sussidiaria – o respingere la domanda. In base alle nuove disposizioni, la Commissione non trasmette infatti più al Questore la pratica della domanda respinta nel caso ritenga "che possano sussistere gravi motivi di carattere umanitario", ma si limita a valutare se ci sono o meno i presupposti per negare l’espulsione. Nel caso questi presupposti ci siano, i commissari trasmettono gli atti al Questore per un rilascio di un permesso di soggiorno, descritto in questo caso come una “protezione speciale” della durata massima di un anno.

  • Tempi di permanenza più lunghi nei Centri per i rimpatri (CPR)

Il decreto aumenta il tempo di permanenza dello straniero nei Centri per i rimpatri (CPR, gli ex CIE). Come spiegavamo in un articolo di approfondimento sul sistema di accoglienza in Italia dello scorso anno, in questi centri vengono trasferiti i migranti che, una volta arrivati in Italia, non presentano domanda di asilo, risultano non avere i requisiti per proporla dopo i primi accertamenti, sono ritenuti un pericolo “per l'ordine e la sicurezza pubblica” (la valutazione tiene conto di eventuali condanne, anche con sentenza non definitiva) e sono in attesa della convalida del provvedimento di espulsione.

Il provvedimento del governo porta il periodo massimo di trattenimento all’interno dei CPR da 90 giorni a 180 giorni. I giudici della Corte costituzionale in diverse sentenze hanno stabilito che il trattenimento dello straniero all'interno di questi centri, essendo una misura che incide sulla libertà personale, deve essere adottata rispettando le garanzie dell'articolo 13 della Costituzione, che vieta alcuna forma "di detenzione, di ispezione o perquisizione personale, né qualsiasi altra restrizione della libertà personale, se non per atto motivato dell'autorità giudiziaria e nei soli casi e modi previsti dalla legge". Il decreto stabilisce anche entro 3 anni dalla sua entrata in vigore per la costruzione e il completamento di questi centri si possa ricorrere a "una procedura negoziata senza previa pubblicazione del bando di gara".

Secondo il precedente piano del governo Gentiloni, un CPR sarà creato in ognuna delle 21 Regioni, con 1600 posti in tutto e posizionati preferibilmente fuori dai centri urbani e vicino a infrastrutture di trasporto. Lo scorso luglio i media parlavano di cinque Centri per il rimpatrio attivi in tutta Italia (Roma, Bari, Brindisi, Torino, Potenza) per un totale di 538 posti. Alcune Regioni e Comuni, tra cui quelli guidati da esponenti leghisti, si erano infatti opposti all’apertura di queste strutture nei loro territori. Pochi giorni dopo essere divenuto Ministro dell’Interno, Matteo Salvini, ha dichiarato che le riserve degli esponenti leghisti sarebbero state superate.

A settembre, durante una conferenza stampa a Milano, Salvini ha dichiarato che “l’obiettivo è raddoppiare a breve termine e triplicare entro la metà dell’anno prossimo il numero dei posti nei centri per l’espulsione”. In base quanto dichiarato dal Dipartimento per le libertà civili e l’immigrazione è previsto l’avvio delle strutture di Gradisca d’Isonzo , Modena e Macomer. Entro il prossimo anno, invece, dovrebbero partire i CPR di Oppido Mamertina e di Montichiari.

Ai primi di ottobre al termine di un incontro al Viminale, il presidente della Conferenza delle Regioni, e governatore dell'Emilia-Romagna, Stefano Bonaccini (Pd), ha dichiarato che Salvini vuole continuare nella linea del suo predecessore Minniti, cioè la presenza di un CPR in ogni Regione: “Nell'individuazione che il governo dovrà fare si tenga conto anche del rapporto con i territori, rispetto a dove quei Centri verranno collocati; soprattutto che questo non porti a sguarnire i contingenti, già a volte ridotti, delle forze dell'ordine che ci sono sul territorio e quindi che laddove arrivi un Centro per il rimpatrio vi sia una dotazione di personale adeguato delle forze dell'ordine in aumento, per la presenza di quel luogo". Bonaccini, inoltre, nel presentare le richieste della Conferenza avanzate a Salvini, ha chiesto che i CPR siano “con posti da un minimo di 60 a massimo un centinaio stranieri, luoghi contenuti nei quali è più facile garantire la sicurezza e il rispetto dei diritti umani”.

Proprio sul rispetto dei diritti umani, il Garante nazionale dei diritti delle persone detenute ha pubblicato a settembre un rapporto, dopo aver visitato tra febbraio e marzo 2018 quattro dei cinque CPR attivi in Italia. Nel documento si denunciano diverse criticità come ad esempio “scadenti condizioni materiali e igieniche delle strutture, assenza di attività, mancata apertura dei Centri alla società civile organizzata, scarsa trasparenza a partire dalla mancanza di un sistema di registrazione degli eventi critici e delle loro modalità di gestione, non considerazione delle differenti posizioni giuridiche delle persone trattenute e delle diverse esigenze e vulnerabilità individuali, difficoltà nell’accesso all’informazione, assenza di una procedura di reclamo per far valere violazioni dei diritti o rappresentare istanze”.

Il Ministero dell’Interno, tramite il capo del Dipartimento Immigrazione, Gerarda Pantalone, ha replicato con una lettera (che contiene anche le risposte dei Prefetti in riferimento alle problematiche sollevate sui singoli CPR) al rapporto del Garante, affermando che lo Stato è “costantemente impegnato (...) nel migliorare le strutture e mantenere standard di vivibilità, nel pieno rispetto dei diritti della persona” ma che questi sforzi, “con significativi oneri”, vengono “spesso vanificati dai continui e violenti comportamenti degli ospiti in danno dei locali e degli arredi, con dirette negative conseguenze sulle loro stesse condizioni di vita”.

  • Come cambiano i fondi per i rimpatri volontari

Il governo Conte con questo decreto modifica e diversifica anche la destinazione di fondi già stanziati dal precedente governo per i rimpatri volontari assistiti, cioè quella tipologia di rimpatri (introdotti dal Testo Unico sull’immigrazione) che prevede la possibilità di ritorno a quei migranti che non possono o non vogliono restare nel paese che li ospita e che per questo desiderano ritornare nel Paese di origine.

Per favorire e incrementare l’utilizzo di questa misura, l’esecutivo di Paolo Gentiloni, nella legge di Bilancio 2018, aveva previsto “l'avvio, in via sperimentale, di un Piano nazionale per la realizzazione di interventi di rimpatrio volontario assistito comprensivi di misure di reintegrazione e di reinserimento dei rimpatriati nel Paese di origine, per il periodo 2018-2020”, spiega il Centro Studi per il Senato. Era stata autorizzata per la sua attuazione una spesa di 3,5 milioni di euro per il triennio 2018-2020: 500 mila per il 2018; 1,5 milioni di euro per il 2019 e altri 1,5 milioni di euro per il 2020.

L’attuale governo, invece, stabilisce che questi fondi non siano per i soli rimpatri volontari assistiti. Per questo motivi i 3,5 milioni di euro, individuati nella scorsa legge di bilancio, potranno essere destinati anche ad altre forme di rimpatrio.

  • Le nuove regole per la negazione della protezione internazionale

Il provvedimento amplia la lista dei reati che, in caso di condanna definitiva, comporta il diniego e la revoca della protezione internazionale. In precedenza i soli reati previsti erano ad esempio l’associazione di tipo mafioso, l'associazione finalizzata al traffico di droga e al contrabbando di tabacchi, terrorismo, strage, omicidio e rapina aggravata. Ora, a questi si aggiungono: resistenza a pubblico ufficiale, lesioni personali gravi, mutilazioni genitali femminili, lesioni personali gravi o gravissime a un pubblico ufficiale in servizio di ordine pubblico in occasione di manifestazioni sportive, furto aggravato dal porto di armi o narcotici, furto in abitazione aggravato dal porto di armi o narcotici.

Il decreto, con l'articolo 10, interviene anche sulla disciplina che regola le decisioni di rigetto che la Commissione territoriale può adottare, una volta terminato il procedimento di esame della domanda del richiedente asilo. Si tratta di una delle nuove norme che ha ricevuto più critiche da parte di associazioni di settore e giuristi. Innanzitutto, in base a un emendamento al testo originario del decreto viene previsto che i commissari possono rigettare la domanda di asilo "se, in una parte del territorio del Paese di origine (ndr quindi non più nell'intero Paese), il richiedente non ha fondati motivi di temere di essere per­seguitato o non corre rischi effettivi di subire danni gravi o ha accesso alla protezione contro persecuzioni o danni gravi, può legalmente e senza pericolo recarvisi ed esservi ammesso e si può ragionevolmente supporre che vi si ristabilisca”.

Viene inoltre istituita una procedura "accelerata" di esame della domanda da parte Commissione nel caso in cui lo straniero “è sottoposto a un procedimento penale per uno dei reati riconosciuti di particolare gravità dall’ordinamento (ndr terrorismo, strage, mafia, omicidio, rapina aggravata, sfruttamento sessuale dei minori e violenza sessuale) e ricorrono le condizioni che consentono, previa valutazione, il trattenimento del richiedente”. In questo caso il Questore dovrà comunicare la notizia alla Commissione territoriale. Questa comunicazione dovrà avvenire anche nel caso in cui il richiedente sia stato condannato, anche con sentenza non definitiva.

Una volta ricevuta questa comunicazione, la Commissione deve convocare “nell’immediatezza” il richiedente asilo per un’audizione e adottare una “contestuale decisione”. Un emendamento approvato in Commissione precisa che i commissari dovranno decidere se concedere la protezione internazionale, sospendere il procedimento o rigettare la domanda. Nel caso di un diniego, lo straniero è obbligato a lasciare il territorio nazionale, con procedura di espulsione, anche nel caso in cui abbia presentato ricorso contro la decisione della Commissione.

Dopo l’approvazione in Consiglio dei Ministri del decreto, questa nuova misura prevedeva, come si legge nel comunicato stampa ufficiale, una formulazione più rigida: se un richiedente asilo veniva condannato per i reati elencati sopra, in caso di condanna in primo grado, scattava “la sospensione del procedimento per la concessione della protezione e l’espulsione del cittadino straniero” e un’identica procedura era “prevista nel caso in cui il soggetto imputato per tali reati, benché non ancora condannato, sia ritenuto di particolare pericolosità sociale”. Questa prima "formulazione" era già stata criticata da diversi esperti di diritto costituzionale perché presentava rischi di incostituzionalità. 

Inoltre, Ugo De Siervo, ex presidente della Corte Costituzionale, sentito da Pagella Politica, aveva sottolineato un'altra problematica rispetto all'obiettivo della norma: "Anche l’espulsione stessa sarebbe problematica: serve che un Paese riconosca di essere il Paese di origine, che accetti di riprendersi il suo cittadino. Servono accordi in tal senso che al momento sono piuttosto rari ed eccezionali".

Infine, c’è anche da considerare, sottolinea in un ulteriore articolo Pagella Politica, cosa stabilisce il diritto internazionale per l’espulsione del richiedente dei limiti: “In particolare non è possibile rimandare i migranti, anche se condannati in via definitiva o ritenuti pericolosi per la sicurezza dello Stato, in Paesi che non garantiscono il rispetto dei diritti umani (dove per esempio è prevista la pena di morte, vietata dalla nostra Costituzione, o si è a conoscenza di trattamenti disumani e degradanti in carcere, tortura, e via dicendo)”.

  • Come cambia il sistema di accoglienza in Italia

Il nuovo decreto cambia anche la tipologia di stranieri che possono accedere alla rete territoriale dello Sprar, cioè il Sistema di protezione per richiedenti e rifugiati che ha come funzione principale l’integrazione.

Prima dell’entrata in vigore del provvedimento, nella rete SPRAR, che punta all'integrazione, potevano entrare i richiedenti asilo e coloro a cui era stata riconosciuta la domanda di protezione internazionale. Ora il decreto interviene sui beneficiari di questo programma, riducendo la platea di persone che possono entrare nella rete SPRAR a chi ha già ottenuto una protezione internazionale (rifugiato o sussidiaria), ai titolari dei permessi dei soggiorni “speciali”, ai minori stranieri non accompagnati (richiedenti e non).

Sono quindi esclusi i richiedenti asilo, cioè coloro che hanno presentato una domanda e sono in attesa di un responso. Per questo motivo viene modificato anche il nome del progetto: si passa da “Sistema di protezione per richiedenti asilo, rifugiati e minori stranieri non accompagnati” a “Sistema di protezione per titolari di protezione internazionale e per i minori stranieri non accompagnati”. 

Cambia anche l’articolazione del nostro sistema di accoglienza. In precedenza c'era una prima accoglienza e una seconda accoglienza.

La prima era formata dagli Hub regionali e dai CAS, cioè i Centri di accoglienza straordinaria, dove vengono soddisfatte “le esigenze essenziali” come l'identificazione dello straniero, l'avvio della procedura di esame della domanda di asilo, l'accertamento delle condizioni di salute e la sussistenza di eventuali situazioni di vulnerabilità che comportino speciali misure di assistenza. L’individuazione del CAS viene fatta dalle Prefetture, dopo aver sentito “l'ente locale nel cui territorio è situata la struttura”. In caso di "estrema urgenza", invece, la legge consente alla prefettura di ricorrere "a procedure di affidamento diretto", cioè senza interpellare ad esempio il Comune in cui il Centro dovrà sorgere.

via Def 2018.

Da tempo, la quasi la totalità dei richiedenti asilo si trova nei CAS, dove manca però un controllo metodico, pubblico e imparziale che permetta di monitorare la qualità e il verificarsi di “fenomeni speculativi legati alla lunga durata dell’accoglienza, con il conseguente rischio di generare interessi degli enti gestori”, aveva sottolineato la Commissione di inchiesta parlamentare sull’accoglienza.

La seconda accoglienza, invece, è formata dalla rete territoriale dello SPRAR –formata da progetti di Enti locali, che vi accedono volontariamente, in cui vengono coinvolti piccoli gruppi di migranti – si attiva una volta esaurita la prima fase di accoglienza e nel caso in cui i richiedenti siano privi di mezzi di sussistenza adeguati e punta principalmente all'integrazione della persona.

Il decreto toglie ogni riferimento alla seconda accoglienza. In questo modo, il richiedente asilo avrà accesso alle misure "essenziali" di accoglienza previste nell’originaria prima accoglienza, cioè gli Hotspot e dei CAS.

Un'ulteriore norma si concentra invece sulle cooperative sociali che lavorano nel settore dell'integrazione e nell’assistenza agli stranieri, prevedendo l’obbligo di pubblicare ogni tre mesi, sui proprio siti, l'elenco dei soggetti a cui vengano versate somme per lo svolgimento di servizi finalizzati ad attività di integrazione, assistenza e protezione sociale.

  • Le nuove disposizioni per l’acquisizione e la revoca della cittadinanza italiana

Si interviene inoltre sulle procedure di acquisizione della cittadinanza italiana. In primo luogo, se prima, passati due anni dalla presentazione della domanda di cittadinanza per matrimonio, senza che l’autorità competente si fosse espressa, diventava impossibile rigettare l’istanza stessa, ora non sarà più così e non scatterà più questa forma di "silenzio assenso". Viene anche portata da ventiquattro a quarantotto mesi (cioè quattro anni) il termine per la conclusione dei procedimenti di riconoscimento della cittadinanza per matrimonio e per naturalizzazione.

Inoltre, il decreto inserisce un’ulteriore condizione richiesta per l’acquisto della cittadinanza da parte di stranieri per matrimonio e per concessione di legge: quella di un’adeguata conoscenza della lingua italiana, non inferiore al livello B1,  che prevede “la capacità di sostenere conversazioni semplici su argomenti noti o di interesse, comprendendo gli elementi principali in un discorso, la capacità di comprendere l’essenziale di trasmissioni radiofoniche e televisive su argomenti di attualità o temi di interesse personale o professionale, la comprensione di testi scritti di uso corrente legati alla sfera quotidiana o al lavoro, la scrittura di testi semplici su argomenti noti o di interesse”, precisa il Centro Studi del Senato.

Ancora, il contributo richiesto (istituito nel 2009 durante il governo Berlusconi all’interno del “pacchetto sicurezza”) per gli atti relativi alla cittadinanza italiana  aumenta, passando da 200 euro a 250 euro.

Il decreto interviene anche sulla revoca della cittadinanza concessa. In caso di condanna definitiva per i seguenti reati – terrorismo o eversione dell’ordine costituzionale, ricostituzione, anche sotto falso nome o in forma simulata, di associazioni sovversive, partecipazione a banda armata, assistenza agli appartenenti ad associazioni sovversive o associazioni con finalità di terrorismo, anche internazionale – il Ministro dell’Interno, entro 3 anni dalla sentenza di condanna, propone la revoca della cittadinanza al Presidente della Repubblica che la può adottare tramite decreto. Questa ipotesi non si applica, però, a coloro che hanno la cittadinanza iure sanguinis, cioè hanno un genitore o un ascendente di cittadinanza italiana. Su quest’ultimo aspetto, il Centro Studi del Senato specifica “andrebbe valutato se, a fronte di una condanna definitiva per determinati reati, sia configurabile che le conseguenze (in termini di revoca della cittadinanza) differiscano in base alla modalità con cui la cittadinanza sia stata acquisita”.

Gli altri ambiti trattati nel decreto

Il provvedimento, oltre che su immigrazione, interviene anche su altre materie.

Viene integrato il catalogo dei reati che consentono, nel corso del procedimento penale, l’uso di braccialetti elettronici. A questa lista si aggiungono il reato di maltrattamenti in famiglia e stalking.

Per prevenire poi atti di terrorismo si prevede che chi noleggia veicoli senza conducenti (esclusi quelli per servizi di mobilità condivisa, come ad esempio il car sharing) comunichi i dati identificativi dei clienti al CED (cioè il Centro Elaborazione Dati, una banca dati di supporto informatico alle Forze di Polizia) in contemporanea alla stipula del contratto e comunque prima del momento della consegna del veicolo. Questi dati possono essere conservati per un periodo non superiore a sette giorni. Bisogna specificare che le modalità di trasmissione di questi dati e la loro conservazione verranno definite tramite un successivo decreto del Ministero dell'Interno, dopo aver sentito il parere del Garante per la protezione dei dati personali.

In tutti i Comuni capoluogo, viene consentito anche alla Polizia municipale di utilizzare, in via sperimentale, i taser. Al termine della sperimentazione, saranno le amministrazioni comunali a deliberare, con un proprio regolamento, se assegnare in maniera effettiva queste armi a impulsi elettrici alla polizia locale. I costi per la sperimentazione e la formazione del personale saranno a carico dei Comuni e delle Regioni.

Viene anche estesa l’applicazione del DASPO (cioè il divieto di accesso alle manifestazioni sportive) ai soggetti sospettati di reati di terrorismo, anche internazionale, e di altri reati contro lo Stato e l’ordine pubblico. La Commissione ha approvato inoltre un emendamento che prevede un aumento del contributo delle società organizzatrici di eventi calcistici per il mantenimento dell'ordine pubblico, in particolare i costi delle ore di lavoro straordinario e dell'indennità delle Forze di polizia. Inoltre, si estende alle aree su cui insistono presidi sanitari e a quelle destinate allo svolgimento di fiere, mercati e pubblici spettacoli l’applicazione del DASPO urbano.

Il provvedimento introduce anche un nuovo reato nel codice penale, quello di “esercizio molesto dell'accattonaggio”: verrà sanzionato con la pena dell'arresto da tre a sei mesi e con un’ammenda da 3 mila euro a 6 mila euro “chiunque esercita l'accattonaggio con modalità vessatorie o simulando deformità o malattie o attraverso il ricorso a mezzi fraudolenti per destare l'altrui pietà”. Inoltre, verranno sanzionati come reati (con la reclusione da uno a sei anni) sia il blocco stradale, che l’ostruzione o ingombro dei binari. Riguardo poi l’esercizio abusivo dell’attività di parcheggiatore, il decreto prevede, in caso di ipotesi aggravate, la pena dell'arresto da sei mesi a un anno e un’ammenda da 2 mila euro a 7 mila euro.

Vengono stanziate anche risorse (15 milioni di euro nel 2018 e a 49,15 milioni di euro per ciascuno degli anni dal 2019 al 2025) alla Polizia di Stato e ai Vigili del Fuoco. I soldi saranno indirizzati al potenziamento dei sistemi informativi per il contrasto al terrorismo internazionale, compreso il potenziamento dei nuclei Nucleare-Batteriologico-Chimico-Radiologico dei Vigili del Fuoco e a interventi di manutenzione straordinaria e adeguamento di strutture e impianti. Ulteriori risorse sono destinate al potenziamento e alla sicurezza delle strutture penitenziarie. Inoltre,  viene autorizzata la spesa di poco meno di 40 milioni di euro per il pagamento degli straordinari, a partire dal 2018, alla Polizia di Stato, ai Carabinieri, alla Guardia di Finanza e alla Polizia penitenziaria. È consentito poi ai Comuni che hanno rispettato i vincoli di equilibrio di bilancio nel triennio 2016-2018, di poter assumere nel 2019 personale della polizia municipale.

A settembre Matteo Salvini aveva annunciato, durante una visita a Bari, che nel decreto sarebbero state previste 4mila assunzioni nelle forze dell’ordine (2.500 poliziotti e 1.500 vigili). Come aveva però sottolineato Fiorenza Sarzanini sul Corriere della Sera a inizi ottobre, “nel «pacchetto» controfirmato dal Quirinale e pronto per l’esame del Parlamento, quella «voce» non esiste”. Sul punto, il 21 ottobre scorso, c’è stata un’interpellanza della deputata di Forza Italia Matilde Siracusano in cui si chiedeva al governo che fine avessero fatto le assunzioni (e le relative risorse stanziate) annunciate dal Ministro dell’Interno all’interno del decreto sicurezza e immigrazione. Stefano Candiani, sottosegretario di Stato per l’Interno, aveva risposto che il piano assunzioni sarà presente nella legge di Bilancio 2019 che deve essere approvata, e non più quindi nel decreto legge in questione.  

Modificata anche la disciplina che regola il reato di invasione di terreni o edifici. Il decreto riscrive interamente l'articolo 633 che lo definisce “modificando la pena detentiva (dagli attuali ‘fino a due anni’ a ‘da uno a tre anni’), ridefinendo le circostanze aggravanti: è prevista la pena della reclusione da due a quattro anni e una multa nel caso in cui il fatto sia commesso da più di cinque persone oppure da persona palesemente armata,  intervenendo sulla nuova ipotesi aggravata e prevedendo che nel caso in cui l'invasione sia commessa da due o più persone, la pena per i promotori o gli organizzatori è aumentata”, spiega il Centro Studi del Senato. Inoltre, viene permesso l’uso di intercettazioni telefoniche per la fattispecie aggravata di questo reato.

Tra le misure previste ci sono anche alcune modifiche al codice Antimafia. Sul Sole 24 ore Dario Albanese spiega che le modifiche in questione non sono numerose e si concentrano quasi tutte su aspetti di carattere procedimentale.

La novità di maggiore rilievo, specifica il giurista, “riguarda i meccanismi di ‘coordinamento’ tra i soggetti (il Procuratore della Repubblica, il procuratore nazionale antimafia e antiterrorismo, il questore e il direttore della Direzione investigativa antimafia) cui spetta il compito di dare avvio al procedimento di prevenzione patrimoniale, tramite ad esempio la misura della confisca.

Per migliorare questo coordinamento tra diverse autorità ed evitare pregiudizi alle attività di indagine – in particolare per quanto riguarda la criminalità organizzata – condotte dal pubblico ministero nei confronti di soggetti spesso indagati in procedimenti penali paralleli e di ampio raggio, nel 2017 il governo Gentiloni aveva introdotto una serie di obblighi informativi a carico del questore e del direttore della Dia nei confronti del procuratore distrettuale, come la necessità di una comunicazione della proposta da effettuare almeno dieci giorni prima della presentazione al tribunale. Un obbligo che, se non rispettato, comportava l'inammissibilità della proposta. La nuova disposizione invece, tra le altre cose, abolisce “la previsione dell’inammissibilità della proposta presentata in mancanza di una previa comunicazione al procuratore della Repubblica”. In questo modo, continua Albanese, “l’esigenza di evitare eventuali pregiudizi per le indagini viene in parte sacrificata, in nome degli «equilibri» di un sistema che vedrebbe l’autorità giudiziaria e l’autorità di pubblica sicurezza «collocati in posizione paritetica» (così la relazione illustrativa del decreto)”.

Inoltre, in base a un emendamento approvato in Commissione al Senato, è previsto che in caso di conferma di un decreto impugnato di misure di carattere patrimoniale, i giudici della Corte d'appello dovranno mettere a carico della parte privata che ha proposto l'impugnazione il pagamento delle spese processuali. In base alla legge n.161 del 17 ottobre 2017, questa misura esisteva solo il giudizio in primo grado. Ora, il provvedimento del governo Conte, la applica anche in appello.

Vengono poi apportate delle novità nelle procedure di gestione e destinazione dei beni confiscati alle organizzazioni mafiosi. Riguardo la nomina e revoca dell'amministratore giudiziario, cioè colui che a cui è affidata la gestione dei beni confiscati, il decreto prevede che i criteri di nomina vengano stabiliti tramite un successivo decreto ministeriale e stabilisce che gli incarichi possibili non possano comunque essere più di tre.

Oltre a diversi interventi sui compiti dell'Agenzia nazionale per l'amministrazione e la destinazione dei beni sequestrati e confiscati, a un incremento delle risorse per le commissioni incaricate di gestire enti sciolti per mafia, il decreto si concentra anche sulla destinazione dei beni e delle somme confiscate, regolata dall’articolo 48 del Codice antimafia.

Attualmente i beni immobili confiscati possono ad esempio essere “mantenuti al patrimonio dello Stato; essere trasferiti in via prioritaria al patrimonio del Comune ove l'immobile è sito o essere trasferiti al patrimonio del Comune, se confiscati per il reato di Associazione finalizzata al traffico illecito di sostanze stupefacenti o psicotrope (articolo 74 del Testo Unico in materia di stupefacenti)”.

Con il decreto quest’ultima possibilità di destinazione cambia e viene meno l’automatismo del trasferimento al Comune dei beni nel caso di confisca a seguito del reato previsto all'articolo 74 del TU, per la loro destinazione a centri di cura e recupero di tossicodipendenti o a centri e case di lavoro per i riabilitati. Secondo la relazione illustrativa del decreto, questa modifica “tiene conto della circostanza che non tutti i beni confiscati per tale reato possono prestarsi a tali usi e che gli enti coinvolti potrebbero comunque non essere in grado di utilizzarli”.

Per quanto poi riguarda la vendita dei beni confiscati, il provvedimento amplia la platea dei possibili acquirenti. Il Centro Studi del Senato spiega infatti che la nuova norma “prevede la possibilità di aggiudicazione al migliore offerente, con il bilanciamento di rigorose preclusioni e dei conseguenti controlli, allo scopo di assicurare che il bene non torni all'esito dell'asta nella disponibilità della criminalità organizzata”. Inoltre, viene introdotta una procedura di regolarizzazione dell'immobile nei casi di irregolarità urbanistiche sanabili.

Il contesto in cui si inserisce il decreto

Per quanto riguarda gli sbarchi di migranti in Italia, rispetto allo stesso periodo dello scorso anno, si è registrato (in base agli ultimi dati disponibili forniti dal Ministero dell'Interno) un calo dell'80% e dell'86% rispetto al 2016. La diminuzione degli arrivi è iniziata a luglio 2017 durante il governo Gentiloni, anche grazie all'accordo raggiunto in Libia con le milizie locali dall’allora ministro dell’Interno Marco Minniti (secondo diverse inchieste giornalistiche il patto però sarebbe stato raggiunto con milizie precedentemente coinvolte nel traffico di essere umani, con situazioni di estrema criticità dei migranti trattenuti nei campi di detenzione libici). Il calo degli arrivi è poi continuato anche sotto il governo Conte.

La richieste di asilo, poi, come riporta Agi, sono calate sia in Italia che nei 28 paesi dell’Unione europea. Stando ai dati forniti da Eurostat, nel terzo trimestre del 2018, in Italia le domande sono diminuite del 60% rispetto allo stesso periodo del 2017 e del 23% rispetto ai primi tre mesi dell’anno, registrando il numero più basso in assoluto di richieste. Il prefetto Gerarda Pantalone, capo dipartimento per le Libertà civili e l'Immigrazione del Ministero dell'Interno, durante un'audizione in Senato, ha tenuto a specificare però che c'è ancora «una grossa pendenza di richieste di asilo in atto (ndr quelle degli anni passati non ancora esaminate)», e cioè poco meno di 115 mila. Bisogna specificare che per velocizzare l'esame di queste pendenze, in conversione del decreto sicurezza al Senato, è stato inserito un emendamento che prevede l'istituzione, dal 1° gennaio 2019 con durata massima di otto mesi, di ulteriori sezioni – fino a un massimo di dieci – delle Commissioni territoriali.

Le persone provenienti da paesi terzi che hanno fatto richiesta di asilo per la prima volta in Europa sono state 137mila, una cifra simile a quelle registrate nel 2014, prima dei picchi della cosiddetta crisi migratoria del 2015 e del 2016. Il numero di domande presentate in Italia (quasi 14 mila) rappresenta il 10% del totale delle richieste fatte nell’Ue. Il 25% di richiedenti asilo è stato registrato in Germania (33700 domande), seguita da Francia (26100, 19%), Grecia (16300, 12%) e Spagna (16200, 12%).

Già nel 2017, riporta Eurostat, c’era stato un calo drastico del numero di domande di asilo nell’Ue, quando quasi 705mila richiedenti asilo avevano inoltrato domanda di protezione internazionale negli Stati membri dell'Unione europea, poco più della metà di quelle presentate nel 2016, quando erano state 1,3 milioni. Anche il numero di richiedenti asilo alla prima domanda è in diminuzione, scesi da 1,2 milioni nel 2016 a 650 mila nel 2017. Lo scorso anno in Italia erano state inoltrate 127mila richieste, il 20% di tutte le domande presentate in Europa. Un dato inferiore solo a quello registrato in Germania (198mila domande, il 31% di tutta l’Ue). Anche le richieste accettate sono state in diminuzione nel 2017: i 28 Stati dell’Ue hanno concesso la protezione a 538mila richiedenti asilo, il 25% in meno rispetto al 2016.

Passando alla presenza di richiedenti asilo nel sistema di accoglienza, anche in questo caso si è registrato un calo nel tempo: al 31 agosto 2017 i migranti/richiedenti asilo erano 196.285, passati poi a 173.603 al 3 aprile 2018, fino ad arrivare agli attuali 149 mila. Inoltre, secondo gli ultimi dati ufficiali forniti a ottobre dal prefetto Sandra Sarti, presidente Commissione Nazionale per il diritto di Asilo, i tempi per vedere riconosciuta o respinta la propria domanda di asilo sono passati dai 12 mesi per gli anni 2016 e 2017 ai 9 mesi del 2018. 

Per quanto riguarda poi la situazione della sicurezza pubblica in Italia, come riferito in audizione al Senato da Vittoria Buratta, direttrice della Direzione centrale per le statistiche sociali e il censimento della popolazione dell’Istat, “l’aumento di alcuni reati, soprattutto di criminalità predatoria (in particolare furti e rapine), che si erano acutizzati negli anni della crisi economica, si attesta in diminuzione dal 2015. In costante diminuzione anche gli omicidi, stabili i cosiddetti reati violenti, mentre sono in aumento le truffe e le frodi informatiche”.

Buratta ha poi specificato che “se si analizza il dato per cittadinanza dell’autore del reato, secondo i dati delle statistiche di polizia, nel 2016 gli stranieri hanno commesso poco meno del 30% (29,2%) dei reati totali (soprattutto quelli contro il patrimonio – borseggi, furti e rapine – e di favoreggiamento e sfruttamento della prostituzione), una quota in calo rispetto al dato del 2007 (35,3%)”. Va detto inoltre – chiarisce ancora il dirigente dell’Istat – “che la maggior parte degli stranieri che commettono reati sono irregolari, ma questo dato è strettamente legato al tipo di reato” e che “purtroppo non vi sono dati recenti rispetto a questo punto e si segnala una forte carenza informativa statistica”. L’unica fonte documentata è infatti il rapporto sulla criminalità 2010 del Ministero dell’Interno, in cui venne riportata la percentuale di stranieri irregolari tra gli autori stranieri di reato.

Critiche e possibili effetti

  • Su accoglienza e immigrazione: rischi di incostituzionalità e possibili conseguenze  

Sul Sole 24 Ore i giuristi Carlo Melzi d'Eril e Giulio Enea Vigevani scrivono che il governo Conte pare “trattare il fenomeno migratorio da un’ottica quasi esclusivamente securitaria, disciplinandolo insieme a mafia e terrorismo”. Melzi d’Eril e Vigevani si pongono poi innanzitutto la domanda se è legittimo in questo caso l’uso del decreto legge, cioè se “sono davvero presenti gli straordinari casi di necessità e urgenza che la Costituzione richiede”. I due giuristi spiegano di avere più di un dubbio in proposito: “La giustificazione per il decreto legge, proprio nelle parti relative agli stranieri, sembra basata su emergenze più percepite che concrete. (...) Lo stesso allarme terrorismo, che l’esecutivo pone a giustificazione della norma sulla revoca della cittadinanza, sembra non riflettere la realtà: in fondo, il nostro Paese non è teatro di attentati terroristici da un quarto di secolo”. Dubbi che si pone anche Marco Ruotolo, professore ordinario di Diritto costituzionale Università degli Studi Roma Tre, durante un’audizione in Senato, e a quali aggiunge ne un altro che si concentra sul requisito dell’omogeneità di un decreto leggo, come affermato dalla stessa Corte Costituzionale: “Quali sono le ragioni che possono consentire di qualificare come ‘omogeneo’ un decreto-legge che interviene su ambiti così diversi?”.

Le criticità non si limitano però solo allo strumento del decreto, ma anche al suo contenuto. In particolare i due giuristi sul Sole 24 ore si riferiscono alla “revoca della cittadinanza a chi non è italiano per nascita ed è stato definitivamente condannato per delitti commessi con finalità di terrorismo o di eversione dell’ordinamento costituzionale”. Questa disposizione “frantuma” il concetto di cittadinanza, introducendone una “di serie b” rispetto a quella che appartiene a chi è italiano dalla nascita: “Banalmente, per lo stesso reato, sono previste conseguenze diverse, sicché i cittadini non sono più uguali davanti alla legge”. Inoltre, “la disciplina potrebbe generare apolidia, uno status eccezionale per una persona, in contrasto con un’antica convenzione internazionale che appunto vieta agli Stati di creare nuovi apolidi”. Per il professore Salvatore Curreri, anch'egli sentito in audizione, tutto questo alla fine porterebbe a un «mancato rispetto del principio di eguaglianza».

Sulla costituzionalità di questa nuova previsione, si è concentrato criticamente anche il professore Marco Benvenuti, professore associato di Istituzioni di diritto pubblico presso l’Università degli studi di Roma “La Sapienza” e membro dell’Associazione Italiana Costituzionalisti (AIC), durante un’audizione in Senato. Benvenuti innanzitutto spiega che “il tema della revoca della cittadinanza non ha nulla a che vedere con i diritti ‘degli altri”, cioè degli stranieri, ma parla di noi cittadini, riguarda i nostri diritti, la nostra condizione giuridica. (...) La cittadinanza, infatti, è stata qualificata dalla Corte costituzionale come uno ‘stato giuridico costituzionalmente protetto’ e dalla Corte di cassazione come un ‘diritto di primaria rilevanza costituzionale’. Per questo, essa sola è ritenuta, per costante giurisprudenza amministrativa, irrevocabile”. Il professore specifica così che “non è consentito al legislatore – e tanto meno al governo in sede di decretazione di urgenza – differenziare la condizione giuridica non dello straniero, ma, in questo frangente, del cittadino sulla base del modo di acquisto della cittadinanza, sia esso per nascita, oppure per beneficio di legge o per concessione”.

Benvenuti conclude il suo intervento analizzando un altro aspetto critico della nuova norma: cioè i reati previsti per la proposta di revoca della cittadinanza rispetto all’articolo 22 della Costituzione che stabilisce che “nessuno può essere privato, per motivi politici (...) della cittadinanza”. Il professore spiega infatti che “le fattispecie di reato la cui condanna definitiva implica la revoca della cittadinanza” sono sì “delitti tutti certamente gravi e dunque da punire con la giusta severità, ma anche, al di là del loro discusso inquadramento quali delitti politici” sono “delitti determinati da motivi politici”, con la conseguente impossibilità, in base appunto a quanto previsto dall’articolo 22 della Costituzione, che dalla loro commissione possa arrivare la revoca della cittadinanza.  

Il decreto però, secondo ancora Ruotolo, professore ordinario di Diritto costituzionale Università degli Studi Roma, presenta anche altri punti a rischio incostituzionalità: “Ad esempio il prolungamento a 180 giorni del trattenimento presso i CPR che pone interrogativi di compatibilità con l’articolo 13 della Costituzione (ndr che non ammette alcuna forma di detenzione, di ispezione o perquisizione personale, né qualsiasi altra restrizione della libertà personale, se non per atto motivato dell'autorità giudiziaria e nei soli casi e modi previsti dalla legge)". Su questo decisione ha espresso forti perplessità anche il Garante nazionale dei diritti delle persone detenute secondo cui l'estensione proposta della durata massima del trattenimento non sembra trovare una giustificazione in un'esigenza effettiva del sistema, né sembra essere idonea al raggiungimento dello scopo che vuole ottenere. Il Garante specifica infatti che l’analisi dei rapporti percentuali tra persone rimpatriate e persone trattenute mostra che la media dei rimpatri effettuati rispetto alle persone trattenute – indipendente dai diversi termini di trattenimento vigenti nel tempo – si è sempre attestata attorno al 50%. Questo dimostrerebbe che l’efficacia del sistema del trattenimento non è direttamente correlata all’estensione dei termini massimi di permanenza nei CPR, ma che segue un andamento proprio: "Molto, ovviamente, dipende dal livello di cooperazione offerto da ciascun Paese di provenienza dei cittadini stranieri" per i rimpatri.  

Ruotolo continua a elencare i “dubbi di costituzionalità" sul decreto che potrebbero pure manifestarsi sull’art. 10 del decreto legge: "[La norma] prevede che, in caso di sottoposizione a procedimento penale o di condanna anche non definitiva per reati di particolare allarme sociale, la Commissione territoriale competente a valutare la richiesta di protezione umanitaria si pronunci con 'procedimento immediato'; in caso di diniego si procede subito a espulsione". Secondo il professore si tratta di una fattispecie che può porre problemi di compatibilità non solo con l’articolo 27 della Costituzione (cioè la presunzione di non colpevolezza) ma anche con il diritto di difesa di cui all’articolo 24 Cost., "impedendo di fatto la possibilità di difendersi davanti al giudice in un procedimento penale che non ha ancora condotto a sentenza definitiva di condanna”. Anche Salvatore Curreri, professore di Diritto Pubblico all’Università di Enna, sempre in audizione in Senato, specifica che su questo punto (come anche per altri) si possono configurare profili di incostituzionalità.

Massimo Luciani, professore di diritto pubblico e diritto costituzionale alla Sapienza di Roma, sempre in audizione al Senato, sottolinea ulteriori aspetti problematici. Quello più delicato è la decisione dell’abolizione dei “motivi umanitari” tra le concessioni di permesso di soggiorno per i richiedenti asilo. Luciani, partendo da due recenti sentenze della Cassazione che si occupano dell’interpretazione dell’articolo del Testo unico che regola la concessione della protezione per “motivi umanitari”, spiega che i giudici sembrano ancorare la protezione umanitaria direttamente all’articolo 10 della Costituzione e che quindi le norme presenti all’articolo 6, comma 5 del Testo Unico, che il decreto modifica, siano attuative della Costituzione.

Inoltre, il professore spiega che le ragioni di carattere umanitario non coinvolgono soltanto l’esercizio delle libertà politiche e civili, ma, secondo la Corte di Cassazione, il presupposto per l’esercizio di questi diritti. Se questa interpretazione della Cassazione, continua Luciani, fosse condivisa dalla Corte Costituzionale ci sarebbero dei problemi di legittimità costituzionale: “Il decreto legge ha cancellato il riferimento generale alle ragioni umanitarie, tipizzando le ipotesi di protezione. La tipizzazione non è costituzionalmente illegittima, quello che lascia perplessi è che questa tipizzazione non abbraccia tutte le ipotesi che si ricollegano all’articolo 10 della Costituzione, secondo questa giurisprudenza della Cassazione”.

L'ASGI (Associazione per gli studi giuridici giuridici sull'immigrazione) in un'altra audizione in Senato, solleva, oltre a quelle già elencate, un'altra questione di legittimità costituzionale: "L’eliminazione dello SPRAR a favore di un’accoglienza dei richiedenti asilo soltanto in strutture governative o emergenziali, le quali si limitano ad erogare servizi essenziali, appare viziata da manifesta illegittimità costituzionale per violazione dell’art. 117, comma 1 Cost. nella parte in cui si violano gli artt. 17 e 18 sulle condizioni di accoglienza della Direttiva 2013/33/UE". L'Associazione spiega che il decreto non prevede "un sistema di accoglienza strutturato e con standard minimi conformi alla Direttiva circa l’accoglienza nei CAS, i quali a questo punto sarebbero ben poco straordinari, ma ordinari, senza che si prevedano precise assicurazioni circa il rispetto degli standard concernenti l’apprendimento della lingua, il necessario orientamento legale, il sostegno delle categorie più vulnerabili, l’assistenza psicologica, la tutela della vita familiare, le normali condizioni di vita, cioè tutte quelle condizioni minime indicate" nei due articoli citati della direttiva.

Proprio il passaggio da una sistema di accoglienza per i richiedenti asilo che prevedeva due tipologie (prima – Hotspot, Cas – e seconda accoglienza – Sprar –), a uno con un unico canale previsto tramite i Cas, per l’ANCI (cioè l'associazione italiana dei Comuni italiani) risulta essere una scelta non comprensibile. Per l’associazione dei Comuni infatti, in questo modo, si privilegia “il sistema privato, quello delle grosse concentrazioni anche in piccoli Comuni, quello dei centri “improvvisati” sui territori, al di fuori da ogni pianificazione territoriale, gestiti in molti casi da operatori economici che nulla hanno a che fare con l’erogazione di servizi alla persona. Il sistema, in una parola, che più problemi ha creato ai Sindaci e alle comunità”.

L’ANCI denuncia anche che il provvedimento comporterà una “precarizzazione della posizione dei migranti sul territorio” perché con l’abrogazione della protezione umanitaria si crea un rischio di “aumento esponenziale delle persone in condizioni di irregolarità che, in assenza di concrete politiche di incentivi al rimpatrio, sono obbligatoriamente destinate a ingrossare le fila del lavoro nero, dell’irregolarità delle occupazioni abusive e quindi del degrado”. L’associazione dei Comuni porta come argomento a questa possibilità le stime dell’ISPI (Istituto per gli studi di politica internazionale) secondo le quali ci sarebbe un aumento delle persone irregolari nei prossimi due anni.

Simili ipotesi di rischi e criticità sono sollevate anche da Daniela Di Capua, direttrice dello SPRAR. Di Capua afferma che il fatto che i richiedenti asilo non possano accedere a questo sistema comporterebbe due conseguenze: la prima è che le molte persone in uscita dalla prima accoglienza e che non potranno più entrare nello SPRAR, prive di strumenti utili per una loro parziale autonomia per il tempo di permanenza in Italia, rischiano di creare nuova sacche di marginalità sociale, anche rafforzando il lavoro nero e la piccola criminalità; la seconda è che, per come è stato concepito lo SPRAR, l’ideale è la presa in carico del richiedente fin dal primo momento, non dal momento in cui diventa titolare di una protezione internazionale come previsto del decreto, perché altrimenti lo straniero si trova a ricominciare da capo il suo percorso nell’accoglienza.

Infine, il Centro Astalli, Emergency, la Società Italiana di Medicina delle Migrazioni, Medici Senza Frontiere e altre associazioni, in una lettera al Parlamento, aggiungono che un maggiore tasso di irregolarità è correlato a un maggiore vulnerabilità in termini di salute: “La misura coinvolgerà anche molte persone in condizioni di fragilità (anziani, donne in gravidanza, persone affette da disabilità, (...) vittime di tratta-tortura-violenze, ecc) che, non potendo accedere al sistema SPRAR, saranno inserite in centri di accoglienza che non prevedono misure adeguate alla presa in carico delle specifiche vulnerabilità. Considerando inoltre che molte delle persone in arrivo sono sopravvissute a traumi estremi nel Paese di origine e lungo la rotta migratoria (in particolare in Libia), quali torture, lavori forzati e abusi gravissimi l’inserimento al di fuori del circuito SPRAR limita la possibilità di un’opportuna presa in carico, con gravi rischi di ritraumatizzazioni”. 

  • Lotta alla mafia, quali effetti?

    Considerazioni e critiche sono arrivate anche su altri aspetti del decreto, come ad esempio la parte sulle modifiche al codice antimafia. Nicola Gratteri, procuratore della Repubblica di Catanzaro, riguardo quanto previsto nel provvedimento del governo, ad esempio, ha affermato che le nuove norme sono «piccole cose, robetta, riforme molto marginali rispetto a quella che è la realtà criminale in Italia, sia  comune, che organizzata». Per Gratteri «le riforme strutturali da fare nel mondo della giustizia, della sicurezza, sono radicali, importanti e per fare quelle ci vuole tanto coraggio, tanta libertà e tanta volontà».

Critiche sono state sollevate in particolare sulla possibilità, previste nel decreto, di  mettere in vendita i beni confiscati alle mafie. In un appello unitario, Acli, Arci, Articolo 21, Avviso Pubblico, Centro Studi "Pio La Torre", Cgil, Cisl, Uil, Federazione Nazionale della Stampa Italiana, Legambiente e Libera scrivono che questa norma "significherà una cosa soltanto: che lo Stato si arrende di fronte alle difficoltà del loro pieno ed effettivo riutilizzo sociale, come prevede la legge". Da parte di Raffaele Cantone, presidente nazionale dell'Anticorruzione, invece sono arrivati apprezzamenti su questa misura: «Nel dl sicurezza ci sono molte norme che non condivido ma una non può non essere condivisibile ed la possibilità di vendita dei beni confiscati alle mafie». Il magistrato precisa che «certamente servono norme rigorose per evitare che vengano riacquistati dalle mafie anche se possiamo sempre confiscarli di nuovo». Proprio su questo aspetto, però, Francesco Gianfrotta, della Fondazione Osservatorio Agromafie, denuncia, su Questione Giustizia, che le misure previste nel provvedimento per contrastare il rischio evocato da Cantone non sarebbero sufficienti.

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Affido condiviso, manifestazioni in tutta Italia: “La proposta Pillon intrisa di violenza da respingere senza condizioni”

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Sabato 10 novembre in diverse città d’Italia associazioni, centri anti violenza, sigle sindacali, movimenti, comitati cittadini e organizzazioni per l’infanzia scenderanno in piazza per protestare contro il disegno di legge 735 di riforma del diritto di famiglia proposto dal senatore leghista Simone Pillon.

Leggi anche >> Assegno familiare, affido, genitorialità: cosa prevede il disegno di legge Pillon e quali sono le sue criticità

Il testo (qui esaminato in maniera più approfondita, assieme alle questioni che solleva) prevede la mediazione obbligatoria per separazioni e divorzi nel caso in cui ci siano figli minorenni, una divisione esattamente a metà del tempo passato con l’uno o l’altro genitore (con una doppia residenza per il minore) così come dei costi di mantenimento. Inoltre, introduce nell’ordinamento italiano la PAS (la sindrome da alienazione parentale), di cui soffrirebbero i bambini che, nel caso di separazioni, si rifiutano e si dichiarano impauriti di incontrare un genitore perché traviati volontariamente dall’altro – un disturbo che, nonostante venga spesso tirato in ballo nei procedimenti, non trova riconoscimento nel mondo scientifico.

Il ddl si trova al momento in commissione Giustizia al Senato dove si stanno svolgendo le audizioni. L’iter si preannuncia lungo e, in un’intervista a ELLE, il vicepremier e ministro del Lavoro e dello Sviluppo Economico Luigi Di Maio ha spiegato che «questa legge non è nei programmi di approvazione dei prossimi mesi perché così non va», e che quindi il provvedimento sarà emendato. Il mese scorso il sottosegretario alla Presidenza del Consiglio con delega alle Pari Opportunità Vincenzo Spadafora (del M5s) aveva espresso dubbi sul ddl Pillon, così come altri esponenti del Movimento 5 Stelle che ne hanno chiesto modifiche.

Sin dalla presentazione del ddl è partita la mobilitazione. La rete D.i.Re – che raggruppa circa 80 centri anti violenza in tutta Italia – ha lanciato una petizione che ha oltre 100mila firme e definisce il disegno di legge un testo “completamente decontestualizzato” e slegato da ciò che “accade nei tribunali, nei territori e soprattutto tra le mura domestiche”.

Quello che lamentano associazioni contro la violenza sulle donne e per la difesa dei bambini, infatti, è che il ddl Pillon renderebbe più complicati i divorzi – o particolarmente gravosi per la parte più debole economicamente che in Italia, stando a dati e statistiche, il più delle volte è quella femminile – e potrebbe avere conseguenze molto rischiose in situazioni di abusi o violenza, anche sui minori. Questi ultimi, in virtù del principio della “bigenitorialità perfetta” non avrebbero alcuna possibilità di scelta o di far valere i propri bisogni e desideri.

«Separarsi non è mai facile. Ma farlo con le nuove regole che vorrebbe imporre il ddl Pillon rischia di essere un dramma soprattutto se – come molto spesso accade – il motivo della separazione è proprio la violenza maschile», ha spiegato Lella Palladino, presidente di D.i.Re.

Una nota del movimento femminista Non Una di Meno – che sarà presente in piazza – definisce il disegno di legge “una proposta intrisa di violenza”, da respingere “senza condizioni”.

Alla manifestazione ha aderito anche il Cismai, il Coordinamento dei Servizi contro il maltrattamento e l'abuso all'infanzia, che è tra i gruppi che sono stati auditi in commissione Giustizia al Senato sul ddl.

Il Cismai aderisce alla manifestazione contro il ddl Pillon del 10 novembre 2018.Le ragioni della nostra contrarietà...

Pubblicato da Cismai su Martedì 6 novembre 2018

Secondo la presidente Gloria Soavi, «l'approccio del ddl Pillon è generalista e finisce con il penalizzare le complessità delle situazioni. È pensato sulle istanze degli adulti e non tiene conto dei diritti delle bambine e dei bambini, delle ragazze e dei ragazzi. Abbiamo bisogno invece di avanzare sulla strada dei diritti dei minori e non retrocedere: se un bambino manifesta la volontà di non incontrare un genitore la prima cosa da fare è capire perché e non pensare che uno dei due genitori lo stia influenzando o, peggio, che il bambino menta».

Contro il ddl Pillon non ci sono però solo associazioni e gruppi a difesa di donne e infanzia. In una lettera inviata al Governo, le relatrici speciali delle Nazioni Unite sulla violenza contro le donne, Dubravka Šimonović e Ivana Radačić (presidente anche del gruppo di lavoro sulla questione della discriminazione verso le donne), hanno espresso preoccupazione sul disegno di legge, che comporterebbe “una grave regressione” per i diritti delle donne, “alimentando la disuguaglianza di genere e la discriminazione, privando le sopravvissute alla violenza domestica di importanti protezioni”. Innanzitutto, la mediazione obbligatoria tra i coniugi quando nella separazione è coinvolto un minore. Questa previsione, secondo la lettera, “potrebbe essere molto dannosa se applicata a casi di violenza domestica”. Non a caso, come ricordano le due relatrici, la Convenzione di Istanbul sulla violenza sulle donne vieta “processi alternativi di risoluzione delle controversie, inclusa la mediazione e conciliazione, in relazione a tutte le forme di violenza”. Il ddl quindi, si porrebbe in contrasto con la Convenzione, per questo e altri punti, tra cui il fatto che “il bambino, anche se vittima di violenza, sarà tenuto a incontrare il genitore violento”.

Pillon ha risposto alla lettera – di “due tizie dell’ONU” – dicendo che il lavoro parlamentare sarebbe proseguito con le audizioni, e che alla fine si sarebbe costruito “il testo unificato nel rispetto del contratto di governo”.

Anche giuristi hanno espresso perplessità sul disegno. Per il magistrato Fabio Roia, presidente della sezione misure di prevenzione del Tribunale di Milano e autore del saggio “Crimini contro le donne, politiche, leggi e buone pratiche”, ad esempio, il disegno di legge sull’affido condiviso può avere dei profili di incostituzionalità. «Basti pensare – ha spiegato – alle convenzioni internazionali ratificate dal nostro paese che in forza dell’articolo 117, comma 1 della Costituzione, sono a tutti gli effetti leggi dello Stato. (…) Ci può essere quindi un conflitto con l’articolo 117 per alcuni principi del ddl Pillon in palese contrasto con alcune convenzioni. Penso a quella di New York e di Istanbul che pongono al centro della contesa tra adulti l’interesse del bambino. E che pongono i genitori sul piano di una responsabilità che deve essere esercitata ma sempre nell’interesse del minore. Non esiste un diritto a essere padre o madre a prescindere dal diritto del minore. Ma c’è un diritto a essere padri e madri sempre mettendo al primo posto il benessere del proprio figlio. L’impianto del disegno di legge sconfessa questa impostazione».

La questione dell’interesse dei minori, stando alle dichiarazioni di Pillon, dovrebbe essere la linea guida del disegno di legge. Secondo Grazia Ofelia Cesaro, avvocata e presidente della Camera Minorile di Milano, questo principio è invece nel ddl “del tutto dimenticato”, e non per via di una svista: La ratio legis della proposta riformatrice è, da un lato, quella di fornire ai genitori il diritto di decidere, essi soli, della vita dei figli; dall’altro, in ogni caso, di limitare comunque tale potere di scelta entro ipotesi preconfezionate e standardizzate, senza la possibilità che si valutino soluzioni flessibili a seconda delle esigenze del minore coinvolto e del nucleo familiare, come previsto dall’attuale normativa che già permette ove possibile e conforme alla vita dei bambini, modulazioni di tempi più flessibili”.

In questo senso, anche secondo la legale, il ddl “oltre ad essere impraticabile in molti casi, è anche evidentemente incostituzionale”, dal momento che l’ordinamento italiano “conosce la tutela del best interest of the child quale principio immanente, di natura costituzionale e di derivazione sovranazionale, e quindi valorizzato anche ai sensi dell’art. 117 Cost. con riferimento alla Convenzione di New York del 1989 ed agli altri strumenti pattizi che vincolano l’Italia al rispetto dell’interesse del minore, rispetto al quale si valuta la costituzionalità delle leggi”.

Due sarebbero quindi, per l’avvocata Cesaro, gli scenari in caso di approvazione: l'incostituzionalità o il ricorso alla Consulta con tutti i tempi che comporta. “La prima, è la molto probabile susseguente declaratoria della sua incostituzionalità, allorché si ritenga impossibile un’interpretazione della stessa adeguatrice al principio del best interest of the child”; la seconda, “è una sua interpretazione costituzionalmente orientata, che dunque inserisca per via ermeneutica il criterio della valutazione in concreto dell’interesse del minore, anche laddove lo stesso è stato volutamente tralasciato”.

La ripartizione perfetta tra i due genitori prevista dal ddl, stando alla relazione esplicativa, sarebbe ispirata dalla Risoluzione n. 2079 del 2015 del Consiglio d’Europa, che ha consigliato agli Stati membri di adottare normative per assicurare l’effettiva uguaglianza tra padre e madre nei confronti dei figli. In realtà, fa notare Cesaro, il ddl non è conforme neanche a questa previsione. A differenza che nella Risoluzione del Consiglio d’Europa, infatti, nel testo di Pillon manca sia il riferimento alla violenza domestica come eccezione, sia la possibilità di adattare lo schema dei tempi paritari secondo necessità e all’interesse del minore. “Così come – aggiunge – del tutto assente, dall’articolato del disegno di legge presentato al Senato, è ogni riferimento alla valorizzazione del minore quale soggetto titolare di uno specifico potere d’iniziativa”.

Tutti questi punti si sommano agli allarmi lanciati dai centri anti violenza, dalle associazioni a tutela dei minori e di giuristi e giuriste che lavorano con casi di violenza e abusi, nonché a chi avverte che la direzione intrapresa sia quella di rendere sostanzialmente impossibile il divorzio (a meno che non si disponga di redditi molto alti).

Le previsioni del ddl vanno messe insieme alle posizioni espresse da Pillon durante convegni e interviste: a favore del matrimonio indissolubile e contro l’aborto. Il disegno di legge si pone dunque in linea con una visione fortemente patriarcale della società, condivisa con buona parte dell’apparato di governo a partire dal ministro per la Famiglia Lorenzo Fontana, che rischia di portare l’Italia indietro di più di 50 anni.

«Dobbiamo purtroppo riconoscere che i diritti fondamentali, una volta faticosamente conquistati, non lo sono per sempre», ha detto intervistata dal Sole24Ore proprio sul ddl Pillon, Maria Gabriella Luccioli, che è stata la prima donna presidente di sezione in Cassazione. «È vero piuttosto che essi vanno attentamente custoditi e difesi da iniziative improvvide, spesso dettate da motivi ideologici disancorati dalla realtà e indifferenti alle esigenze dei soggetti più deboli».

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La bufala delle carte prepagate ai migranti finanziate da Soros

[Tempo di lettura stimato: 3 minuti]

Negli ultimi giorni alcuni media (tra cui Libero e il blog del Giornale, Gli Occhi della Guerra) hanno contribuito a diffondere anche in Italia la notizia falsa di presunte carte prepagate finanziate da George Soros e offerte ai migranti attraverso UNHCR (l'Alto commissariato delle Nazioni Unite per i rifugiati), con l'obiettivo di "foraggiare l'invasione", come ha scritto qualcuno sui social.

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Il sito di fact-checking americano Snopes e gli italiani David Puente e Butac hanno già smentito e ricostruito la genesi dell'ennesima bufala anti-Soros.

La fonte della notizia falsa è il sito sloveno Nova24, che oltre a essere un noto diffusore e fabbricatore di bufale è conosciuto per i suoi contenuti xenofobi, complottisti, di estrema destra e antisemiti, tra cui la negazione dell'Olocausto.

La storia diffusa da Nova24, e ripresa acriticamente da Libero e dal Giornale, si basa su una testimonianza non verificabile di un poliziotto croato che avrebbe dichiarato che ai migranti che attraversano i Balcani verrebbero distribuite delle carte prepagate:

«I migranti illegali che rispediamo a casa, nel giro di pochi giorni si ripresentano per provare a rientrare in Croazia. Alcuni sono molto poveri, ma la maggior parte di loro sono ben equipaggiati, con scarpe e vestiti nuovi, smartphone sofisticati e di ultima generazione, persino armi. E tutti hanno in dotazione una Mastercard senza nome ma con la dicitura UNHCR e un numero stampigliato. Quello che non ci spieghiamo è da quale conto ritirino i soldi dagli sportelli automatici».

Questa dichiarazione è stata tradotta in diverse lingue e spacciata come una dichiarazione ufficiale della polizia croata, ma in realtà il primo a pubblicarla è stato Nova24, che non fornisce nessuna informazione per poterne verificare l'autenticità. Tra l'altro, come fa notare David Puente, il sito sloveno aveva già contribuito a diffondere in Montenegro una versione simile della bufala a fine ottobre, ma in quel caso si citava la Bosnia-Erzegovina e non la Croazia.

Informazioni false e manipolate, falso contesto e falsa equivalenza con la consapevolezza di ingannare per fomentare l'odio razzista

Snopes spiega la strategia usata da Nova24 per fabbricare la bufala: mettere insieme tre notizie senza alcuna correlazione tra loro per dare vita a una sorta di complotto oscuro orchestrato e gestito dal "burattinaio Soros".

La prima notizia è quella di un programma di UNHCR lanciato in Moldavia nel 2011 e ampliato nel 2016, che ha permesso ai beneficiari dei sussidi offerti dalla ONG di accedere ai propri soldi tramite bancomat o utilizzando lo smartphone. Lo scopo dell'iniziativa quindi era semplicemente accelerare e facilitare la distribuzione dei sussidi che UNHCR assegna ai rifugiati.

La altre due notizie fanno riferimento a due iniziative separate di Mastercard. Una partnership del 2016 tra la compagnia finanziaria, il Ministero del Lavoro serbo e l'associazione umanitaria Mercy Corps che aveva come obiettivo l'utilizzo di carte prepagate ("MasterCard Aid and Prepaid") ai rifugiati che soddisfacessero determinati criteri.

E una partnership del 2017, che non ha nulla a che fare con i progetti menzionati finora, tra Mastercard e Soros, di cui parla anche Reuters, per la creazione di un'entità separata chiamata "Humanity Venture" con il proposito di offrire soluzioni private a problemi sociali come la disoccupazione, l'accesso alla sanità, la disuguaglianza educativa e l'esclusione finanziaria tra i migranti e le comunità che li ospitano.

Ricapitoliamo: L'Alto commissariato delle Nazioni Unite per i rifugiati ha partecipato a un progetto per permettere ai rifugiati di prelevare il sussidio che gli spetta usando il bancomat. Mentre Soros ha partecipato a un programma differente di inclusione, in partnership con Mastercard. E in nessun caso Soros sta finanziando la distribuzione di carte prepagate Mastercard tra i migranti attraverso UNHCR.

Disinformazione creata a tavolino con l'obiettivo di fomentare l'odio razzista

I fabbricatori di notizie false in questo caso utilizzano una strategia da manuale. E infatti per analizzare la sua costruzione possiamo fare riferimento alle categorie elencate da Claire Wardle e Hossein Derakhshan nella loro guida “Journalism, 'Fake News' and Disinformation: A Handbook for Journalism Education and Training”.

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Siamo di fronte a un caso di disinformazione (notizia falsa creata con consapevolezza e con l'obiettivo di manipolare i lettori) che si serve di informazioni ingannevoli (la falsa correlazione tra notizie vere che non hanno nulla a che fare l'una con l'altra), crea un falso contesto (decontestualizza cronologicamente e geograficamente fatti separati tra loro e li utilizza per creare una realtà alternativa in un contesto differente), con l'obiettivo di attaccare una persona (George Soros) e fomentare l'odio verso un determinato gruppo sociale (i migranti).

...

Aggiornamento 9 novembre, ore 20:00: Venerdì mattina UNHCR Italia ‏ha diffuso un comunicato ufficiale nel quale esprime sdegno in merito alle accuse false contro l’agenzia e la sua portavoce Carlotta Sami e nel pomeriggio ha pubblicato un video per spiegare il funzionamento delle sue carte prepagate:

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Il maestro yemenita che ha trasformato la sua casa in una scuola per 700 studenti

[Tempo di lettura stimato: 7 minuti]

Nello Yemen in guerra da più di tre anni è impossibile garantire l'istruzione a bambine e bambini e a ragazze e ragazzi in età scolare per una serie di motivi che vanno dalle cattive condizioni di salute dovute alla carestia alla inaccessibilità delle strutture scolastiche, dall'arruolamento dei minori all'interno del conflitto alla necessità delle famiglie di mandare i figli a lavorare per potersi procurare il cibo.

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Secondo i dati raccolti dall'Unicef, infatti, sono almeno 2 milioni gli studenti ad aver abbandonato l'istruzione (mezzo milione dall'inizio della guerra) mentre altri 4 milioni tra bambine e bambini della scuola primaria rischiano di perdere l'anno in corso a causa del mancato pagamento da più di due anni degli stipendi degli insegnanti.

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Inserita in questo contesto, l'iniziativa di un docente per favorire l'accesso all'istruzione acquista, se possibile, ancora più valore e importanza.

A Taiz, la terza città più importante dello Yemen, nel cuore della guerra, dove le due parti del conflitto - gli Houthi da un lato e il governo internazionalmente riconosciuto dello Yemen dall'altro - hanno schierato forze in vari distretti, Adel al-Shorbagy, maestro e papà, ha trasformato la propria casa in una scuola. L'idea è scaturita dalla difficoltà dei bambini nel raggiungere incolumi le scuole - che spesso rimanevano chiuse - a causa di mine e bombardamenti aerei.

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«Tutte le scuole erano chiuse e i nostri figli rimanevano in strada», ha raccontato Shorbagy alla Reuters. «Abbiamo così aperto le porte di questo edificio con un'iniziativa comunitaria. Era mio dovere nazionale e umanitario nei confronti del vicinato».

Il primo anno risultavano iscritti alle lezioni della scuola di Shorbagy circa 500 bambine e bambini, ragazze e ragazzi di età compresa tra i 6 e i 15 anni. Oggi, quando suona la campanella di latta al mattino, all'ingresso dello stabile si è già formata una lunghissima coda di 700 studenti in attesa.

REUTERS/Anees Mahyoub

All'interno della casa-scuola, pareti con mattoni a vista si alternano a spazi vuoti che dovrebbero esserci occupati da finestre. Tende strappate fungono da muri divisori delle aule dove si studiano matematica, scienze e inglese, seguendo il programma statale previsto prima dell'inizio della guerra. Gli studenti si arrangiano come possono: seduti sul pavimento, si stringono tra loro, senza avere spazio per potersi muovere, dove a stento riescono a scrivere. Gli uni accanto agli altri, condividono i libri donati, seguendo i 16 insegnanti volontari che spiegano le lezioni su una lavagna rotta.

REUTERS/Anees Mahyoub

Nonostante l'ambiente fatiscente e la mancanza di materiali, la scuola è in sovrannumero in un paese in cui l'istruzione pubblica è limitata. L'unica alternativa in città è offerta dalle scuole private che prevedono il pagamento di una retta di 100000 riyal yemeniti all'anno (400 dollari), inaccessibile per la maggior parte delle famiglie. Basti considerare che lo Yemen è il paese più povero del mondo arabo e che nel 2014, secondo i dati forniti dal World Food Program USA, metà della popolazione viveva con meno di 2 dollari al giorno.

Dall'inizio del conflitto a marzo 2018 si sono contate più di 2500 scuole fuori uso, di cui circa due terzi danneggiati dagli attacchi, il 27% chiuso e il 7% usato per scopi militari o come rifugio per gli sfollati.

Il 9 settembre scorso è iniziato in Yemen l'anno scolastico 2018/2019. In una piccola scuola nella provincia di Saada, la gioia dei ragazzi nell'incontrare i propri compagni si è alternata a dolore e tristezza. All'appello mancavano decine di studenti, precisamente 40, uccisi il 9 agosto scorso, insieme ad altre 11 persone, in un attacco lanciato dalla coalizione saudita, mentre si trovavano in uno scuolabus per una gita organizzata da un seminario pro-Houthi. Se inizialmente l'obiettivo è stato definito "legittimo", nei giorni successivi il massacro è stato giustificato dai suoi autori sostenendo che fosse in risposta a un missile lanciato dallo Yemen nella città saudita di Jizan 24 ore prima. Grazie alla condanna internazionale - critiche di Stati Uniti e Regno Unito principali sostenitori militari della coalizione incluse - Riyadh ha poi detto che sarebbe stata aperta un'indagine e che i responsabili sarebbero stati condannati.

«Il loro sangue non è stato versato invano, li vendicheremo con l'istruzione, li vendicheremo imparando», ha dichiarato alla Reuters Hanash, un giovane studente che si trovava sullo scuolabus. "Ringrazio Dio per essere sopravvissuto all'attacco, un crimine odioso".

Tra i ragazzi scampati alla strage c'è chi frequenta le lezioni seduto sulla sedia a rotelle accanto ai compagni. Tra tutti c'è chi teme altri attacchi nel paese devastato dalla guerra e dalla fame.

REUTERS/Naif Rahma Un piccolo studente sopravvissuto al massacro del 9 agosto 2018

«Siamo tristi perché abbiamo perso i nostri compagni di scuola più cari e siamo preoccupati che il nemico colpisca la scuola», ha detto Sadiq Amin Jaafar, 15 anni. «Ma continueremo a studiare».

Secondo Abdul Wahab Salah, un insegnante della scuola frequentata dai ragazzi sopravvissuti al massacro, la paura degli attacchi della coalizione a Saada, roccaforte degli Houthi, non scoraggia né il corpo docente né gli studenti. «Ci addolora aver perso tanti nostri studenti. Erano eccezionali e seri. Siamo preoccupati (di altri attacchi), ma continueremo a costruire le generazioni future».

Se la situazione è complicata per gli studenti, può dirsi altrettanto per due terzi degli insegnanti delle scuole statali principalmente della parte settentrionale del paese, che da due anni attendono di ricevere il proprio stipendio. Ciononostante, alcune insegnanti yemenite non vengono meno al proprio impegno per offrire la possibilità ai propri alunni di sperare in un futuro migliore.

Fathimah Saeed Ahmed insegna matematica in una quinta elementare presso una scuola di Sana'a. Sposata, con quattro figli, Fathimah e suo marito non sono retribuiti dal mese di ottobre 2016. «Mi impegno a venire a scuola per continuare a insegnare. Due dei miei figli vengono con me ogni giorno e, se scioperassi, sarebbero i primi a essere colpiti e privati dell'istruzione», ha raccontato agli operatori dell'Unicef. «Come madre, so quanti sacrifici i genitori devono fare per mandare i propri figli a scuola e conosco il dolore che provano quando i bambini vengono lasciati senza istruzione. Come insegnante, non soffro solo per la sospensione degli stipendi, ma anche per la mancanza di materiale scolastico, come i libri di testo per i miei studenti. Li prendo in prestito dal mio vicino che manda i suoi figli in una scuola privata. Riassumo le lezioni sulla lavagna, chiedendo agli studenti di scrivere i miei appunti nei loro quaderni, che sono l'unico riferimento per lo studio e la preparazione degli esami».

Nada Al Muhaiya insegna inglese. È sposata e ha sei figli, di cui quattro frequentano scuole pubbliche. «La mia più grande motivazione per continuare a insegnare e non cercare un altro lavoro, è che voglio dare un esempio agli altri insegnanti e incoraggiarli a continuare ad insegnare ai nostri figli, che potrebbero diventare futuri leader» racconta Nada. «Se non mando i miei figli a scuola, quale sarà il loro futuro? Combattenti armati o senzatetto? Tutti i miei studenti sono bambini che stanno vivendo situazioni molto difficili».

La realtà dei piccoli combattenti armati, purtroppo, non è estranea al conflitto in Yemen. Le agenzie delle Nazioni Unite stimano che da marzo 2015 a febbraio 2017 siano stati arruolati, da tutte le parti coinvolte nella guerra, quasi 1500 bambini soldato. Human Rights Watch aveva già accusato, nel maggio 2015, gli Houthi di arruolare, addestrare e impiegare bambini soldato.

Per Amnesty International gli Houthi hanno reclutato minori, anche di 15 anni, per mandarli a combattere. Secondo dati raccolti dalla ONG nel 2017, attraverso il racconto di alcuni familiari si è potuto registrare un incremento del reclutamento di bambini che non potevano andare più a scuola. Con l'aggravarsi della crisi economica molte famiglie non sono più riuscite a sostenere le spese di trasporto per mandare i figli nelle scuole ancora aperte dopo l'inizio del conflitto.

Due delle persone intervistate da Amnesty International hanno dichiarato di aver ricevuto dagli Houthi promesse di incentivi economici, da 20000 a 30000 rial yemeniti al mese (da 75 a 115 euro circa) per ogni bambino nel caso in cui diventasse martire sul fronte di guerra. Nella maggior parte dei casi i bambini arruolati provenivano dagli ambienti più poveri.

Nel rapporto annuale dell'ONU su bambini e conflitti armati di maggio 2018 sia gli Houthi che le forze della coalizione guidata dall'Arabia Saudita sono stati accusati di aver reclutato nel 2017 842 bambini soldato, tra cui alcuni minori di appena 11 anni. La maggior parte dei ragazzi aveva tra i 15 e i 17 anni, e quasi i due terzi combattevano per gli Houthi. Il resto è stato utilizzato dalle forze armate yemenite, dalle Security Belt Forces - una milizia che risponde agli ordini degli Emirati Arabi Uniti -, dalle milizie della resistenza popolare sostenitrice del governo e dai membri di Al-Quaida presenti nella Penisola araba.

Nel rapporto si legge che i bambini soldato sono stati per lo più usati per sorvegliare posti di blocco e edifici governativi, per pattugliare o portare cibo e acqua e per portare attrezzature. Anche l'ONU, come Amnesty International, sostiene che le milizie Houthi arruolino i minori dietro compenso.

In un paese sempre più sull'orlo di una delle più grandi carestie, molti sono i ragazzi che scelgono di abbandonare la scuola per aiutare le proprie famiglie, come accaduto a quella di Safia Abduh, madre di cinque figli. Suo marito, ex operaio del ministero dell'Energia, era tra i 500000 dipendenti pubblici non retribuiti da due anni. Impossibilitati a sostenere le spese scolastiche della scuola privata, la famiglia ha trasferito i ragazzi in una scuola pubblica vicina.

Due anni dopo, alla morte del marito a causa del colera, due dei figli di Safia, il quindicenne Samir e il tredicenne Fadhel hanno dovuto smettere di frequentare la scuola per aiutare la mamma e i tre fratelli più piccoli.

Samir guadagna meno di 1500 rial (5 euro) al giorno, per otto ore di lavoro, in una piantagione di qat, una pianta masticata da milioni di yemeniti, nella periferia di Sana'a.

Fadhel raccoglie bottiglie di plastica vuote da strade e cassonetti per venderle ad aziende di riciclaggio.

Insieme, con grandi sforzi, guadagnano circa 130 euro al mese. Per Safia la decisione di lasciare la scuola da parte dei figli è stata straziante, ma sapeva che non avevano altra scelta. «Quando mi hanno detto che avrebbero abbandonato la scuola, non ho potuto fermarli", ha raccontato a Deutsche Welle. «Ci sono altri tre bambini che hanno bisogno di mangiare».

Foto anteprima REUTERS/Anees Mahyoub via PRI

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