Il vero terrore della Casta? Il referendum No Porcellum

[Tempo di lettura stimato: 3 minuti]

C’è un Porcellum da abolire. E serve il nostro impegno.

... Se i canali di partecipazione sono ostruiti, se la legge elettorale impedisce agli elettori di scegliere i propri rappresentanti ma delega la scelta ai capipartito, se la rappresentanza è debole e incerta, è la politica che deve essere chiamata in causa: la cattiva politica, naturalmente...” (Ezio Mauro) 
Insisto da giorni, di fronte alla cattiva politica noi cittadini siamo chiamati all’impegno e alla partecipazione affidandoci alla “democrazia” (lasciamo perdere per piacere “le rivoluzioni” e “il potere al popolo”).

C’è un referendum da firmare . Cominciamo da qui. 

In Parlamento ci sono già da tempo proposte per una nuova legge elettorale (per non parlare delle 350mila firme raccolte da Grillo per una iniziativa di legge popolare e finite in un cassetto del Senato da 4 anni), ma i partiti, che si dicono - tutti - contro il Porcellum, non hanno, a quanto pare, alcuna intenzione di restituirci il diritto di scegliere i nostri rappresentanti. 
Il referendum, depositato da Arturo Parisi e Andrea Morrone, è una grande occasione (a proposito all’inizio a sostegno dell’iniziativa c’era anche Veltroni, poi si è ritirato e infine ieri ha deciso di firmare... c’è grossa crisi, è evidente. Magari invece di scrivere le lettere a Repubblica potrebbe spiegare questo atteggiamento yo yo).
Servono 500mila firme entro fine settembre così da poter votare il referendum questa primavera, se ovviamente i due quesiti presentati saranno ammessi. Missione impossibile? Ci dobbiamo provare. 
L’IDV e Sinistra Ecologia e Libertà hanno già deciso di appoggiare il referendum e la raccolta firme. Il PD per ora non risponde all’appello (io ogni giorno mi permetto di inviare questo tweet al Segretario: @pbersani è ora di cambiare la legge elettorale, appoggia il referendum www.firmovotoscelgo.it #noporcellum #ciao). 
Intanto il prof. Prodi ha pubblicamente appoggiato i due quesiti e per ora voce solitaria dentro al maggior partito d’opposizione Giuseppe Civati con Prossima Italia si è mobilitato per la raccolta firme. 
Prima di chiudere due paroline sul leggendario dimezzamento dei parlamentari che fa tanto figo in questi giorni e di cui tutti parlano da PDL a PD passando per la Lega. La dovete smettere di prenderci in giro. Questa dovrebbe essere la misura anti-casta? Dimezzare la rappresentanza mantenendo le liste bloccate? Ma io vi faccio un applauso per l’ipocrisia e per la furbata che state provando a rifilarci.

A parte che per quanto riguarda la rappresentanza in Parlamento siamo in linea con altri Paesi, semmai siamo i più costosi. Ma come giustamente ha scritto Luca Telese

Provate infatti a immaginare: con le liste bloccate, se scompare dal parlamento un eletto su due, chi verrebbe tutelato? Ovviamente i capibastone e i leccascarpe dei leader. Essere eletti, a destra e a sinistra, costerebbe molto di più, e avremmo fatto un altro passo verso la democrazia censitaria. La democrazia degli oligarchi che sembra la nuova passione trasversale della politica italiana, la ricetta per uscire dalla crisi. 

L’unica argomentazione apparentemente convincente, quella secondo cui ci sarebbe un risparmio economico, per me è risibile: basterebbe abolire un ente per gli orfani dei garibaldini o un’autorità di bacino per risparmiare di più. Mentre invece, tutto questo fumo negli occhi dei gerarchi di partito ha un unico obiettivo: sviare l’attenzione dalla madre di tutte le sciagure. Ovvero dal porcellum. Finché ci saranno i nominati, infatti, 500 o 1.000 non fa differenza, ci sarà una rappresentanza azzoppata nel nostro Paese. 

Combattere la casta davvero significa spostare il potere di scelta dei rappresentanti dalle segreterie agli elettori. Punto. 
Cosa fare? 
1) FIRMARE vai nel tuo Comune e firma i due quesiti 
 
2) PASSAPAROLA fai conoscere a tutti i tuoi contatti il referendum. www.firmovotoscelgo.it 
3) AIUTACI a monitorare le firme confermando di aver firmato il referendum sul sito www.iofirmoincomune.it
Arianna Ciccone
@valigia blu - riproduzione consigliata
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Blockchain: cosa è e come funziona la nuova ‘rivoluzione’ tecnologica

[Tempo di lettura stimato: 8 minuti]

Il tormentone dell’estate 2018 sono le discussioni su Blockchain. Chi non ne vuol sapere troppo e godersi indisturbato le vacanze può passare direttamente al post scriptum.

Negli ultimi mesi sembra che Blockchain sia diventata la nuova lotteria tecnologica che spazzerà via tutti i problemi del mondo. La raccontano come l’antidoto alle notizie false, la cura per eliminare le lungaggini burocratiche, la soluzione per comprare i biglietti della metro o per creare nuove forme di confronto.

Peccato, perché alzare le aspettative e crearne di irrealistiche può avere un effetto negativo sulla fiducia verso questa tecnologia. Blockchain - inteso come tecnologia e insieme di regole che la governano - ha delle potenzialità notevoli, che però sono accompagnate, come sempre, da condizioni di applicabilità e limiti.

Blockchain in sintesi

Blockchain è un “registro distribuito e aperto che permette di annotare le transazioni tra due parti in maniera verificabile e permanente”. Insomma, è qualcosa di estremamente noioso per i più: un sistema per gestire dati distribuiti tra molti computer. Ma in alcuni ambiti applicativi può creare delle soluzioni non praticabili fino a poco fa (per alcuni rivoluzionarie), da qui tutta l’attenzione che sta ricevendo.

Semplificando (molto), Blockchain è un libro mastro, replicato su molteplici computer, dove registrare gli scambi conclusi tra utenti. Blockchain è disegnata per assicurare che ogni transazione avvenga regolarmente e che nessuno possa modificare quelle informazioni in futuro.

Blockchain consente di condividere informazioni relative alle transazioni in maniera distribuita (senza alcun attore centrale che faccia da intermediario unico), trasparente (ogni nodo della rete mantiene una copia del database comune a tutti) e tuttavia sicura da manomissioni (nessuno può modificare una transazione già registrata e validata sulla Blockchain).

Come è nata e alcuni concetti base

Blockchain originariamente è stata sviluppata come tecnologia alla base di Bitcoin e ha progressivamente conquistato interesse e spazi anche oltre le criptovalute.

Leggi anche >> Come ti spiego i Bitcoin al Cenone di Natale

Nella Blockchain – tradotto letteralmente: "catena di blocchi" – un insieme di transazioni sono raggruppate in un blocco, che il sistema valida e aggiunge agli altri precedentemente creati. Ogni blocco è collegato tramite un codice di riferimento a quelli precedenti, in modo che la sequenza di tutti i blocchi formi una catena, da cui in inglese "Blockchain". Questa catena è trasmessa e conservata a tutti i computer che compongono il sistema.

I computer che decidono di far parte di una Blockchain sono chiamati “nodi” e contribuiscono a validare e trasmettere le singole transazioni all’interno del network. Quando un nuovo nodo si aggiunge alla rete riceve una copia completa della Blockchain (che va dalla prima transazione effettuata fino all’ultima).

È una rivoluzione?

Quando vendiamo o acquistiamo una casa, la transazione è registrata dal notaio nel Registro Immobiliare (il catasto). Chi volesse verificare la proprietà dell’immobile deve consultare quel registro. La stessa cosa succede per i conti correnti (i dati sono gestiti dalla singola banca), la residenza e altri dati anagrafici (gestiti dal Comune), la situazione pensionistica (gestita dall’ente di previdenza). Siamo immersi in un sistema in cui, per molti aspetti della nostra quotidianità, un soggetto terzo (catasto, banca, comune) tiene traccia di informazioni che ci riguardano e le garantisce. Questo soggetto terzo centralizza la raccolta e lo scambio delle informazioni assumendo il ruolo di intermediario e garantendone l’autenticità.

Uno dei motivi per cui ci si rivolge a degli intermediari è per aumentare la fiducia dei contraenti nell’affidabilità della transazione. Se il venditore fosse l’unico soggetto a mantenere traccia degli estremi della transazione, potrebbe essere tentato di alzare il prezzo di vendita concordato e chiedere più soldi; simmetricamente, se l’acquirente fosse l’unico depositario dei termini dell’accordo, potrebbe cercare di abbassarne il prezzo. Se invece i dati sono trascritti e mantenuti da un soggetto terzo, i contraenti confidano ragionevolmente che i termini dell’accordo vengano registrati e conservati senza alterazioni.

Su questo aspetto Blockchain è estremamente innovativo: rende possibile progettare sistemi aperti in grado di registrare, verificare e conservare transazioni senza l’intervento di alcun intermediario. Bastano le due parti della transazione. Il meccanismo è basato su un sistema non centralizzato ma distribuito: i dati sono conservati da molti nodi piuttosto che da uno solo. I contraenti spostano la loro fiducia dagli intermediari al sistema, perché confidano (a ragione) che Blockchain registrerà e conserverà inalterati i dati della loro transazione.

Allora è Blockchain stesso a fare da intermediario? La risposta breve è sì, ma con alcune precisazioni. La principale riguarda la natura stessa dell’intermediazione. Mentre con gli intermediari tradizionali ci si fida che una persona o un’organizzazione si comporterà secondo le nostre aspettative, con Blockchain ci si fida della bontà del sistema e non dell’operato di un singolo soggetto. Blockchain, infatti, non è una persona né un’organizzazione, ma un sistema codificato per gestire informazioni. Mi fido di come funziona il sistema e delle norme che lo regolano, sapendo che le azioni eseguite da Blockchain sono automatiche e non soggette a decisioni di individui o organizzazioni*.

Dove si usa Blockchain?

Blockchain si basa su un modello di gestione dei dati che rende possibile qualcosa che prima era difficile anche solo immaginare: rendere sicure transazioni tra soggetti distribuiti geograficamente senza l’uso di intermediari centrali. All’interno di questi confini, Blockchain è una tecnologia rivoluzionaria. Tuttavia quelle stesse caratteristiche la rendono adatta a un ristretto numero di scenari d’uso.

Molte delle applicazioni di Blockchain sono ancora in fase di sperimentazione, mentre già sono molti gli esempi di programmi falliti. R3 è un progetto lanciato nel 2014 con ambiziosi piani per sviluppare una piattaforma Blockchain per un consorzio delle più grandi banche mondiali. Nonostante enormi investimenti, ad oggi, quelle promesse non sono state soddisfatte: R3 ha più volte rimodellato le proprie ambizioni e voci sempre più insistenti descrivono l’azienda in forte crisi.

Non è un caso che ad oggi la larga maggioranza delle applicazioni Blockchain si concentri nel mondo della finanza o delle criptoavlute da cui trae origine (con il chiaro dominio di Bitcoin come ambito di applicazione). Stanno lentamente anche emergendo casi d’uso interessanti per distribuire voucher alimentari a popolazioni in difficoltà da parte del World Food Program o esempi di sistemi per sostituire le attività di registrazione e di attestazione della proprietà su dei beni o per garantire la tracciabilità di alcuni scambi (dai generi alimentari alla trasparenza sulle donazioni).

Caso d’uso nelle criptovalute: Bitcoin

Quando invii un bonifico bancario, stai dando mandato alla banca di prendere 10 Euro dal tuo conto corrente e di aggiungerli a quello del ricevente. La banca registrerà nel proprio database (sistema di raccolta e gestione dei dati) quella transazione. Se tutto funziona correttamente, dopo qualche giorno avrai un’operazione in uscita (segno -) e la controparte una in entrata (segno +). Tutti i dati di questa transazione sono conservati e garantiti dalla banca. Per questo ci sono molteplici sistemi di protezione dei dati bancari: occorre garantire che i dati delle transazioni rimangano intatti anche in caso di malfunzionamento, errore o attacco informatico.

Con Blockchain i dati delle transazioni non sono conservati su un unico computer. Sono invece mantenuti su un gran numero di computer distribuiti per il mondo (a Luglio 2018 si contano 9650 nodi che fanno parte della Blockchain di Bitcoin). Ogni computer ha la stessa importanza degli altri (sistemi peer-to-peer) e su ognuno sono registrati esattamente gli stessi dati e le stesse transazioni. Ogni nodo conserva un registro con tutti i trasferimenti di Bitcoin conclusi dal 2009 fino ad oggi. Questo vuol dire che chi volesse attaccare o manomettere le transazioni registrate non potrebbe limitarsi ad entrare in un solo computer per modificare i dati ma dovrebbe entrare quasi simultaneamente in tutti i 9650 nodi (in realtà basterebbe controllarne la maggior parte, ma in questo articolo adotteremo questa semplificazione*). Inoltre, poiché ogni blocco di transazioni è legato al blocco di transazioni precedenti (catena di blocchi), non è possibile modificare una transazione passata senza andare a manipolare tutti i blocchi aggiunti successivamente. Su tutti i 9650 computer.

Facciamo un esempio. Ipotizziamo che il 26 Aprile 2018 intorno alle 10 di mattina Giovanna abbia pagato a Carlo 229 bitcoin. Quella transazione è stata registrata nel blocco numero #520000 (un blocco è un contenitore che raccoglie un insieme di transazioni). Dopo quattro giorni Carlo vuole provare a manomettere quella transazione aggiungendo uno zero per essere più ricco. Il 30 Aprile, mentre cerca un modo per truffare il sistema, si accorge che nel frattempo sono stati aggiunti 550 blocchi (si è arrivati al #520550). Ogni blocco ha un legame con il precedente. Quindi se Carlo vuole modificare anche solo uno spazio o uno zero del blocco #520000, dovrà manomettere anche il blocco successivo (#520001) altrimenti il legame sarebbe spezzato e il sistema si accorgerebbe della manomissione. Ma ovviamente se manomette il #520001 dovrà modificare anche quello successivo (#520002) e tutti gli altri che sono stati creati nel frattempo. Quindi Carlo, per truffare il sistema dopo 4 giorni, deve manomettere 550 blocchi (e deve farlo in fretta prima che ne vangano aggiunti altri). Non solo, ma deve farlo in maniera pressoché simultanea per tutti i 9650 nodi distribuiti nel mondo. Conclusione: Carlo rimarrà felicemente con i suoi 229 bitcoin senza aggiungere alcuno zero.

Caso d’uso nella logistica di prodotti alimentari: Carrefour

Un esempio di Blockchain usato nella logistica è quello che sta portando avanti la catena della grande distribuzione Carrefour. A inizio 2018 Carrefour ha introdotto in Francia la Blockchain per tracciare la filiera di alcuni generi alimentari, iniziando dal pollo d’Auvergne e il pomodoro Marmande. In Italia da Settembre la Blockchain permetterà di tracciare digitalmente, in maniera trasparente e consultabile anche dal consumatore finale, il pollo allevato all’aperto e senza antibiotici da 29 allevamenti, 2 mangimifici e 1 macello. I clienti (tramite un QR code) potranno accedere a tutti i dati della filiera alimentare, dall’origine fino al punto vendita. Le caratteristiche delle Blockchain garantiranno l’immutabilità di quei dati.

Se da una parte queste iniziative sono rivolte ad aumentare la fiducia del consumatore, rimane una questione aperta. L’immutabilità dei dati risolve un problema (la possibilità di modificarli ex-post quando conviene) ma non garantisce sull’attendibilità e veridicità dei dati immessi in ogni passaggio della filiera. Ovvero se inserisco un dato non veritiero, Blockchain incorporerà nel sistema senza filtri quell'informazione non accurata o falsa: semplicemente non consentirà di modificarlo successivamente.

Le Blockchain sono tutte uguali?

Possiamo definire diversi tipi di Blockchain in base al loro grado di apertura. È definita “permissionless” (senza permesso) quella in cui chiunque può partecipare al processo di verifica dei blocchi senza dover avere un’autorizzazione ex-ante per poter aggiungere la propria capacità computazionale a quella del sistema. Bitcoin è una Blockchain permissionless: ogni computer può diventare parte del sistema (full node) senza ricevere alcuna autorizzazione preventiva purché rispetti le regole stabilite per ogni nodo della catena stessa. Al contrario, una Blockchain di tipo “permissioned” (con permesso) è quella in cui un’autorità centrale o un consorzio seleziona preventivamente i nodi che possono verificare le transazioni.

Spesso le Blockchain con o senza permesso preventivo vengono confuse con quelle di tipo pubblico o privato. In una Blockchain pubblica ognuno può avere accesso ai dati conservati nella catena, avendo quindi la possibilità sia di leggere sia di sottomettere le transazioni. In una Blockchain privata, invece, l’accesso ai dati (così come la sottomissione di nuove transazioni) sono ristrette solo agli attori scelti dall’autorità centrale (spesso quindi l’accesso alla Blockchain privata è ristretto ai membri di una singola organizzazione o di una associazione).

La differenza tra queste due categorizzazioni è sottile (e in realtà ancora in divenire): persmissionless/permissioned si riferisce a un problema di autorizzazione – COSA può fare un nodo e se per farlo ha bisogno o meno di un’autorizzazione preventiva; public/private si riferisce a un problema di autenticazione – CHI può accedere ai dati. Nei casi concreti quasi sempre una Blockchain pubblica è anche permissionless (come nel caso di Bitcoin) in modo da ridurre l’esigenza di un intervento di terze parti e autorità intermediatrici. Simmetricamente le Blockchain private sono quasi sempre permissioned perchè le organizzazioni che le gestiscono hanno interesse a restringere accesso e uso solo ai loro membri.

Alla fine è una rivoluzione o no?

Blockchain funziona al meglio in un sistema distribuito aperto (che quindi vuole o deve far a meno di nodi centrali) dove la priorità è garantire la non modificabilità delle transazioni concluse. In tutti gli altri scenari Blockchain presenta molte inefficienze rispetto alle tradizionali soluzioni centralizzate.

Quindi per capire se Blockchain può essere innovativa in un certo ambito ci dobbiamo chiedere: il sistema in questione deve essere distribuito e aperto? La priorità del sistema è la conservazione e la non modificabilità dei dati registrati? Se la risposta a una di queste domande è negativa, allora una combinazione di tradizionali sistemi di gestione di dati e crittografia può spesso bastare senza dover ricorrere a Blockchain, che per design è – a parità di condizioni - più costosa e lenta. Blockchain è inefficiente per sua stessa natura, ed è questa sua inefficienza a garantirne la robustezza in contesti distribuiti e aperti.

Un altro elemento spesso sottostimato in fase di disegno dei sistemi Blockchain riguarda i nodi: la struttura della catena è forte solo se può contare sulla partecipazione di numerosi nodi autonomi e indipendenti. Ma i nodi devono avere un interesse o una motivazione per investire parte delle loro risorse nella sicurezza del sistema. Nella Blockchain di Bitcoin questa motivazione deriva dalla possibilità di ricevere come ricompensa i nuovi bitcoin generati nel blocco. In molte altre sperimentazioni il problema del numero di nodi è sottostimato, finché ci si accorge che una Blockchain con 3 nodi è un inutile spreco di risorse.

Cosa c’è in un blocco?

Ogni blocco della Blockchain è caratterizzato da almeno quattro parti:

1. Dati sulle transazioni: le informazioni di tutte le transazioni raccolte nel blocco stesso.
2. Timestamp: data e ora in cui il blocco è stato generato.
3. Hash: un numero che identifica in maniera univoca il singolo blocco.
4. L’hash del blocco precedente: in questo modo ogni blocco è legato in maniera diretta al blocco precedente. Ipotizziamo per esempio che il blocco #99 abbia come valore dell’hash la stringa 6f49c2f. Il blocco successivo #100 che ipotizziamo con hash a09db6f, dovrà avere nel campo “hash del blocco precedente” lo stesso valore 6f49c2f.

Come fanno i diversi nodi a concordare quali blocchi aggiungere alla catena?

Nella Blockchain di Bitcoin i full node (in italiano “nodi completi”) sono nodi che hanno convalidato l’intera catena Blockchain in modo indipendente ed autonomo e applicano tutte le regole di Bitcoin (es. ogni blocco può creare solo un certo numero di nuovi bitcoin, attualmente 12.5; ogni transazione deve rispettare il formato di dati stabilito; ogni transazione deve contenere le firme corrette per poter spendere i bitcoin, etc.). Solo i full node possono aggiungere un nuovo blocco alla Blockchain. Per farlo devono raggiungere un “consenso” con gli altri nodi completi. Il consenso viene raggiunto quando un full node condivide con gli altri il così detto proof-of-work (POW) e gli altri lo verificano e lo accettano. Il POW consiste in una sorta di puzzle matematico difficile da risolvere, ma la cui soluzione è facile da verificare.

Quindi i full node devono impiegare consistenti risorse computazionali per risolvere il problema, ma una volta trovata la soluzione questa è facilmente verificabile dagli altri nodi. Ad oggi servono in media 10 minuti per creare nuovo blocco nella catena Bitcoin. Il primo full node che risolve il puzzle può aggiungere il nuovo blocco e ottenere come ricompensa i nuovi bitcoin creati nel blocco . Questa ricompensa funge da incentivo economico per motivare i full node a contribuire alla catena di Bitcoin. Sebbene il POW sia uno dei meccanismi più diffusi per raggiungere il consenso, ne esistono anche molti altri tra cui il proof-of-activity o il proof-of-stake.

Come funziona l’hash e la risoluzione dei problemi per generare i blocchi?

Un nodo può generare un blocco quando risolve un puzzle. Come dire che se voi riuscite a decodificare la seguente stringa (cioè trovare il messaggio al suo interno), avrete diritto ad una ricompensa:

9105888CFA30DE00D70E800BE55451413C4CCDA27FA4B198212247C3687DFB34

In questa stringa è stato crittografato un messaggio usando un algoritmo chiamato SHA-256 (Secure Hash Algorithm). Questo algoritmo genera degli hash (quasi-)unici a lunghezza fissa di 256-bit con la caratteristica di consentire una “facile” criptazione di un messaggio mentre la sua decodifica è (oggi) praticamente impossibile. Nella stringa criptata sopra, il messaggio è: “Visto come è facile verificare la correttezza di questo hash?”. Esistono molti generatori online di SHA-256 hash (qui un esempio) da provare per vedere quanto è facile criptare un messaggio che nessuno riuscirà decodificare (scrivete nello spazio di testo il messaggio che volete codificare, notando come ad ogni carattere che inserite l’hash cambi completamente). Allo stesso tempo con i generatori online è facile controllare che la soluzione che vi ho proposto al puzzle sia corretta. Basta inserire la risposta (“Visto come…” ecc) nel campo testo e controllare che l’hash del puzzle sia quello che avevo indicato sopra (9105…etc.). Nella Blockchain di Bitcoin i nodi cercano la soluzione al puzzle e, quando la trovano, la comunicano a tutti gli altri nodi che così possono controllare facilmente (come avete fatto voi con la stringa qui sopra) che la soluzione trovata sia effettivamente corretta.

P.S. Se siete in vacanza e volete tagliare corto la conversazione con l’ennesima persona che vi chiede se sapete cosa sia Blockchain, impostate una faccia annoiata e rispondete rapidi: “Blockchain è disegnato per garantire la sicurezza di un sistema distribuito aperto anche in presenza di un modello avversario con tolleranza bizantina ai guasti”. Poi allontanatevi tranquilli, non verrete più disturbati.

*Rimandiamo ad un altro momento la spiegazione di dettaglio ed esaustiva di altri aspetti di Blockchain (come vulnerabilità, attacco 51%, Sybil-resistance, meccanismi per far evolvere la catena, smart contract, problemi di governance, impatto e modelli organizzativi, etc.) che costringerebbe la gran parte dei lettori ad utilizzare immediatamente la formula consigliata nel post scriptum. Per chi volesse intanto approfondire, un buon punto di partenza non tecnico è Tapscott e Tapscott (2016).

Altra iniziativa da seguire è l’Osservatorio e Forum sulla Blockchain dell’Unione Europea che presenta anche una mappa (in crowdsourcing) delle iniziative basate su questa tecnologia.

Immagine in anteprima via pixabay.com

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Le polemiche sulle ONG, le critiche a Travaglio e cosa ci dicono i fatti finora emersi

[Tempo di lettura stimato: 19 minuti]

[ha collaborato Angelo Romano]

Un editoriale di Marco Travaglio sulle ONG (che attualmente non sono presenti nel Mediterraneo per le operazioni di salvataggio), sulle conseguenze delle loro attività in mare, sul presunto "legame acclarato" fra alcune di loro e gli scafisti libici e sulla situazione in Libia, ha provocato la reazione di giornalisti specializzati in questi temi e studiosi che hanno criticato e denunciato le semplificazioni, inesattezze ed errori di quanto scritto dal direttore del Fatto Quotidiano.

Abbiamo ricostruito il dibattito, analizzando i punti principali della discussione.

Cosa ha scritto Travaglio

Lo scorso 10 luglio, il direttore de Il Fatto Quotidiano, Marco Travaglio, ha scritto un editoriale in cui, commentando ed esprimendo solidarietà all'iniziativa “Una maglietta rossa per fermare l'emorragia di umanità” (promossa da Libera e altre associazioni, come ANPI e Arci) che puntava a sensibilizzare le persone sul tema dei migranti e dei morti in mare, ha criticato chi, tra le "magliette rosse", ha collegato l'ultimo naufragio al largo delle coste libiche (di cui si è avuta notizia lo scorso 2 luglio) "alle politiche del governo italiano" con il rischio di trasformare "una bella iniziativa per non dimenticare una tragedia quotidiana che dura da anni" in "un'arma di distrazione di massa dai veri responsabili", cioè "i trafficanti di esseri umani".

Tra le argomentazioni presentate, Travaglio, rifacendosi alle posizioni del procuratore di Catania, Carmelo Zuccaro, afferma che le organizzazioni non governative (ONG), impegnate nel salvataggio in mare, hanno agevolato, senza dolo, gli affari dei trafficanti di persone, permettendogli di impiegare "natanti sempre più pericolanti, proprio perché sicuri di dover percorrere un tratto di mare molto limitato prima della "consegna" sincronizzata (il "salvataggio" è tutt'altra cosa) del carico umano alle imbarcazioni private" e ostacolato le indagini dei magistrati: "se nessuno li vede (ndr "gli scafisti"), li intercetta, li identifica, è impossibile incriminarli e arrestarli".

Sul punto, il direttore del Fatto Quotidiano aggiunge:

Il legame fra alcune Ong e gli scafisti, ormai acclarato e addirittura rivendicato dalle interessate, non è di tipo economico, ma fattuale: le Ong agiscono, anche con le migliori intenzioni, come "pull factor" che rende i viaggi meno costosi e rischiosi, dunque più appetibili e redditizi. E questa non è necessariamente materia penale, perché i reati presuppongono il dolo, cioè l'intenzione di sostenere i trafficanti, che non è il movente delle Ong. Ma, se un fatto non è reato, non vuol dire che non sia vero.

Il giornalista, spiegando poi ai propri lettori quale politica sta portando avanti il governo Conte, insieme all'Unione europea, per stabilizzare la situazione in Libia – aiutare cioè il governo di Tripoli "ad affermare e perimetrare la sua sovranità, unica premessa per operazioni efficaci di controllo del mare e dei flussi" –, avverte che "ora in Libia premono per partire chi dice 700 mila, chi dice 1 milione di persone" e che "l'Italia non può accogliere" quel numero di migranti.

Travaglio specifica infine che "quando le navi delle ONG scorrazzavano nel "Mar West" Mediterraneo e i porti italiani (e solo quelli) erano sempre aperti (....), si registrò il triste record di 35mila affogati in 15 anni" mentre "i morti cominciarono a calare, e di parecchio, quando Minniti smise di ululare all'egoismo dell'Europa e si rimboccò le maniche: impose quelle regole alle ONG e provò a stabilizzare la Libia, aiutando Tripoli a riaffermare uno straccio di sovranità sul suo territorio e le sue acque". E "il governo Conte prosegue su quella strada" contribuendo a evitare che ci siano più sbarchi sulle nostre coste: "l'equazione 'più ONG, meno morti' è falsa: è vera invece quella 'meno sbarchi, meno morti'".

Le risposte a Travaglio

Su quanto scritto da Travaglio sono arrivate sui social diverse risposte da altri giornalisti e studiosi che da tempo si occupano del fenomeno migratorio con articoli, inchieste, studi e reportage sul campo.

Innanzitutto a Marco Travaglio viene chiesto da più parti, tra cui da Diego Bianchi (conosciuto con il nome di "Zoro"), conduttore del programma televisivo "Propaganda Live" su La7,  da chi sarebbe stato "acclarato" il legame fra alcune ONG e gli scafisti e da quale organizzazione non governativa sarebbe stato "rivendicato".

  • Il "pull factor" (un fattore di attrazione)

Matteo Villa, ricercatore dell'ISPI (cioè l'Istituto per gli studi di politica internazionale), ha mostrato che la presenza delle imbarcazioni delle ONG nel Mediterraneo non "ha avuto alcun effetto significativo sulla variazione delle partenze dalla Libia".

Alla stessa conclusione il ricercatore era arrivato nel maggio scorso all'interno di un fact-checking su diverse questioni legate ai flussi migratori, in cui si legge che "a determinare il numero di partenze tra il 2015 e oggi sembrano essere stati dunque altri fattori, tra cui per esempio le attività dei trafficanti sulla costa e la 'domanda' di servizi di trasporto da parte dei migranti nelle diverse località libiche".

La tesi di un "pull factor" delle ricerche e soccorso era stata sollevata lo scorso anno nel rapporto Risk Analysis 2017 di Frontex (cioè l'Agenzia europea della guardia di frontiera e costiera) in cui si leggeva che tra le “conseguenze involontarie” delle operazioni in prossimità delle coste della Libia c'è quella di “agire da pull factor, aggravando le difficoltà legate al controllo delle frontiere e al salvataggio in mare”.

Su questa possibilità, diverse autorità internazionali e nazionali avevano espresso un parere negativo, come avevamo ricostruito in questo approfondimento:

"Per Federico Soda, Direttore dell’Ufficio di Coordinamento per il Mediterraneo dell'OIM, non solo «la presenza di navi nel Mediterraneo non rappresenta un fattore di attrazione», ma «parlare di pull factor è fuorviante», perché i migranti sono spinti da tanti altri fattori «tra cui il principale è il deterioramento delle condizioni di vita in Libia, e sono sempre di più le persone che scappano in quanto vittime di violenze e abusi».

In audizione al Comitato Schengen della Camera dei deputati (...), il contrammiraglio Nicola Carlone, capo del reparto Operazioni della Guardia Costiera, ha espressamente precisato che la presenza delle ONG «non comporta quello che viene detto fattore di attrazione» e «non dà impulso alle partenze», poiché si tratta di un fenomeno «governato esclusivamente a terra, secondo modalità decise dalle organizzazioni criminali». Ugualmente, in Commissione Difesa al Senato il comandante generale del Corpo delle Capitanerie di porto, Vincenzo Melone, ha spiegato che l'area di ricerca e soccorso «non è la causa di questo evento epocale, né può essere la soluzione, che deve essere politica. La gestione dei soccorsi in mare è sintomo di una malattia che nasce e si sviluppa altrove, sulla terraferma, ed è li che bisogna intervenire».

Sempre a Palazzo Madama, (...) l'ammiraglio Enrico Credendino, comandante di EunavforMed – operazione Sophiaha precisato che più che di pull factor bisognerebbe parlare di push factor, cioè di quei fattori che spingono i migranti a partire: «Ho incontrato cinque ambasciatori del Sahel a New York, ai quali ho detto che noi probabilmente come Unione europea non spieghiamo ai loro cittadini i rischi dei viaggi nel Mediterraneo. Tutti e cinque mi hanno risposto che mi sbagliavo, e che chi parte sa esattamente quello a cui va incontro: sa che molti moriranno nel deserto, che le donne verranno abusate durante il viaggio, che le famiglie saranno distrutte. Ciononostante scelgono di partire e accettano i rischi piuttosto che restare a casa loro». Credendino ha poi ricordato che anche Mare Nostrum era stata accusata di essere fattore d'attrazione, ma «quando è terminata e quattro mesi dopo è iniziata Mare Sicuro non c'è stato un decremento delle partenze, anzi. Il che vuol dire che questo collegamento tra fattore attrazione e navi in mare non è così immediato»".

Sul fatto poi che, come scrive il direttore del Fatto Quotidiano, la presenza delle ONG a ridosso delle acque territoriali libiche avrebbe permesso ai trafficanti di impiegare natanti sempre più pericolanti "proprio perché sicuri di dover percorrere un tratto di mare molto limitato", Lorenzo Bagnoli, giornalista freelance, in un post su Facebook, scrive che ad esempio "i gommoni sono solo una delle tipologie possibile delle imbarcazioni utilizzate dai migranti e si usano da ben prima che le Ong entrassero in azione (ironia della sorte, ne avevo scritto per Il Fatto quotidiano)".

Sempre lo scorso anno sull'utilizzo di imbarcazioni sempre più instabili e pericolose da parte dei trafficanti e le cause delle morti in mare avevamo riportato quanto scriveva la Guardia Costiera italiana e sosteneva chi se ne era occupato: "Stando al rapporto 2016 sulle attività SAR della Guardia Costiera, i trafficanti hanno sensibilmente peggiorato le condizioni dei viaggi in mare: sono aumentate le partenze notturne o in condizioni non favorevoli, i gommoni vengono preferiti ai barconi e riempiti di persone fino all'inverosimile. Questo fa sì che le imbarcazioni abbiano un'autonomia molto minore. Intervistato da OpenMigration Lorenzo Pezzani, uno dei ricercatori autori dello studio Death by rescue che ha indagato sui naufragi di aprile 2015, ha affermato che il cambiamento di strategia dei trafficanti «c’era già stato nel 2015, quando le ONG erano ancora poche, ed è quindi assurdo imputare a loro questa situazione»".

Ad esempio, nel settembre di tre anni fa Repubblica scriveva che "il lavoro svolto fino ad oggi dalle Procure siciliane ha (...) permesso di sottrarre ai trafficanti di uomini molte imbarcazioni, in linea anche con la nuova missione EuNavFor Med voluta dall'Unione Europea. I trafficanti preferiscono così ultimamente acquistare i gommoni, spesso realizzati artigianalmente: 'Abbiamo accertato che non si tratta di gommoni provenienti da enti di marineria specializzati, ma mezzi di scarsa fattura, con poca sicurezza di galleggiabilità. Sono gommoni che hanno un'autonomia dalle dieci alle dodici ore'.".

  • 700mila - 1 milione di persone pronte a partire dalla Libia

Sul numero delle persone che in Libia premerebbero per partire per l'Italia e che secondo quanto riportato da Travaglio sarebbero tra le 700mila e 1 milione, Francesca Mannocchi, giornalista che ha pubblicato diversi reportage dalla Libia, ha chiesto al direttore del Fatto Quotidiano la fonte di questi dati, perché, come precisa la giornalista, la stima dei migranti presenti in Libia non equivale al numero delle persone che sarebbero intenzionate a partire.

  • Il rapporto tra sbarchi e morti in mare

Sui morti in mare, gli sbarchi e la presenza delle ONG, la giornalista di Internazionale, Annalisa Camilli, spiega che non è corretta l’equazione ‘meno sbarchi, meno morti’ perché “la mortalità deve essere calcolata in relazione alle persone partite e non a quelle arrivate”. Secondo i dati dell’Alto Commissariato delle Nazioni Unite per i Rifugiati (UNHCR), i morti in mare nei primi sei mesi dell’anno, hanno già raggiunto quota mille, rendendo di fatto quella del Mediterraneo centrale la rotta più pericolosa del mondo.

Se è vero che dall’estate del 2017 il numero degli sbarchi sulle nostre coste è sensibilmente diminuito (al 30 giugno di quest’anno gli arrivi sulle nostre coste risultano calati dell’80,22% rispetto al 2017 e del 76,41% rispetto al 2016), è anche vero che è aumentato in proporzione il numero delle persone che perdono la vita durante la traversata. Carlotta Sami, direttore comunicazioni con incarico di portavoce per il Sud Europa dell'UNHCR, nel corso della trasmissione Agorà su Rai Tre,  ha affermato che se fino allo scorso anno nel Mediterraneo moriva 1 persona su 39, nei primi sei mesi del 2018 il dato è pressoché raddoppiato (1 morto ogni 19 persone partite) e, nel solo mese di giugno, è morta una persona su 6.

Un dato che, scrive il ricercatore di Ispi, Matteo Villa, sta riportando il numero assoluto di morti e dispersi in mare ai livelli precedenti al luglio 2017, quando si era cominciata a registrare una drastica riduzione delle partenze dalla Libia.

L’aumento dei morti e dispersi in mare, prosegue il ricercatore, si è verificato nel momento in cui la cosiddetta "Guardia Costiera libica" ha incrementato il numero di interventi: nei primi sei mesi sono diminuiti i migranti che sono riusciti a raggiungere l’Italia (circa la metà rispetto all’86% del 2017), è aumentato il numero delle persone intercettate dalle motovedette libiche (il 44% rispetto al 12% dell’anno scorso) e riportate in Libia e quello dei morti durante la traversata (il 4,5%, praticamente il doppio dell’anno prima).

https://twitter.com/emmevilla/status/1014068496584597504

Tutto questo, scrive in un altro tweet Villa, è dovuto essenzialmente a tre fattori: “Le ong sono coinvolte sempre di meno nei salvataggi, i mercantili non intervengono perché temono di essere bloccati per giorni in attesa di avere indicazioni sul porto di sbarco e la guardia costiera libica non ha né i mezzi né la competenza per occuparsi dei salvataggi”. 

La replica di Travaglio

Marco Travaglio ha replicato a quanto scritto da Bianchi ("Zoro") e Mannocchi con un secondo articolo.

Il giornalista inizia ribattendo alla richiesta di Diego Bianchi. Riguardo il chiarimento da chi sarebbe stato "acclarato" il legame fra alcune ONG e gli scafisti, Travaglio cita il caso di una ONG, la Jugend Rettet:

"Gentile Zoro, sul web può trovare i filmati, le fotografie e l'audio delle intercettazioni dei responsabili di un'Ong, la tedesca Jugend Rettet, e della sua nave Iuventa sequestrata un anno fa a Trapani perché - spiegò il procuratore Ambrogio Cartosio - «è accertato che i migranti vengono scortati dai trafficanti libici e consegnati non lontano dalle coste all'equipaggio che li prende a bordo della Iuventa. Non si tratta dunque di migranti 'salvati', ma recuperati, consegnati. E poiché la nave della Ong ha ridotte dimensioni, questa poi provvede a trasbordarli presso altre unità di Ong e militari».

Travaglio scrive così di "consegne sincronizzate grazie a comunicazioni dirette o indirette (tramite mediatori e favoreggiatori) con gli scafisti, ai quali veniva poi consentito di smontare e riprendersi i motori dai gommoni (che per legge andrebbero distrutti) e infine venivano graziosamente restituiti tre barconi, subito riutilizzati nei giorni seguenti per altri traffici di esseri umani".

Per il giornalista si tratta dello "stesso scenario descritto mesi prima dal procuratore di Catania Carmelo Zuccaro nelle audizioni in Parlamento, a proposito di altre Ong, e poi immortalato da altre indagini di varie Procure siciliane". Se poi, continua Travaglio, "alcune indagini (diversamente da quella di Trapani, che s'è vista confermare il sequestro della Iuventa fino in Cassazione) non hanno finora accertato reati, non significa che non abbiano acclarato fatti oggettivi".

Riguardo poi la seconda parte della richiesta, cioè da quale ONG sarebbe stato "rivendicato" il legame con i trafficanti, il direttore del Fatto Quotidiano prima descrive quello che accadrebbe in mare, rivelato "spesso dai satelliti militari puntati sul Mediterraneo":

"Navi di Ong salpavano all'improvviso dai porti europei (soprattutto italiani) e facevano rotta verso un punto X del mare, in simultanea o addirittura in anticipo sulla partenza di un barcone carico di migranti dalla costa libica che, guardacaso, puntava dritto verso X. Il che, salvo immaginare sistematici casi di telepatia o continue apparizioni dell' arcangelo Gabriele, dimostra un coordinamento fra scafisti (o loro complici) e Ong, sempre nel posto giusto al momento giusto per rilevare il carico umano, spesso al confine delle acque territoriali libiche, o financo oltre".

Poi afferma che questo modus operandi "è stato più volte rivendicato dalle ONG coinvolte (sorvolando ovviamente sui contatti telefonici: ammetterli sarebbe confessare il favoreggiamento). L'argomento è: 'Così si salvano più vite'" che, afferma Travaglio, non risulta essere vero perché "le consegne sincronizzate avvengono senza pericoli di vita, dunque non sono salvataggi, ma incentivi al traffico di migranti".

Travaglio passa poi alla domanda di Mannocchi sul numero di migranti pronti a partire in Libia: tra i 700mila e un milione. Il giornalista specifica innanzitutto che  quel dato "è frutto delle stime di numerosi osservatori della realtà libica, fra cui Lorenzo Cremonesi del Corriere, uno degli inviati più seri e informati sul Medio Oriente e il Nordafrica". Poi, aggiunge, che quei migranti vogliano partire per l'Europa lo desume "dal fatto che difficilmente i disperati del Mali, o del Niger, o della Nigeria lasciano le loro case e attraversano il deserto accompagnati da trafficanti senza scrupoli che li pestano e li depredano, per trascorrere le vacanze estive in un campo-lager della Libia".

Le risposte a Travaglio e cosa dicono finora le indagini


Diego Bianchi ringrazia Travaglio per la risposta scrivendo che "la conferma da parte sua del fatto che di 'acclarato' e 'addirittura rivendicato' circa il legame tra 'alcune Ong e gli scafisti' non ci sia nulla è molto importante". Zoro fa riferimento al fatto che Travaglio ha risposto citando un'indagine ancora in corso su diversi membri dell'equipaggio di una ONG e quindi senza ancora una richiesta di rinvio a giudizio e di conseguenza anche di un processo e di relative sentenze.

  • Cosa è emerso finora dall'inchiesta a Trapani

Lo scorso 2 agosto la nave "Iuventa" della ONG Jugend Rettet è stata sequestrata (qui il decreto del sequestro preventivo del Tribunale di Trapani) dai magistrati. La Procura di Trapani sta indagando per il reato di favoreggiamento dell'immigrazione clandestina. Gli episodi contestati dagli inquirenti, come riportato in un precedente articolo, sono tre: il 10 settembre 2016, il 18 giugno 2017 e il 26 giugno 2017, anche se ve ne sono altri che ai pm fanno ritenere "abituale" una certa condotta dell'equipaggio. Durante la conferenza stampa, avvenuta dopo il sequestro della nave, l'allora procuratore di Trapani, Ambrogio Cartosio (poi passato alla Procura di Termini Imerese), aveva detto: «Si è accertato che questa imbarcazione abbia effettuato interventi non per salvare dei soggetti in pericolo di vita, ma per trasbordare sull'imbarcazione delle persone scortate dai trafficanti libici».

Il procuratore aveva detto di aver documentato (con foto e video) degli incontri in mare tra membri dell’equipaggio e scafisti, ma escludeva collegamenti (anche per scopi economici) tra l’ONG e trafficanti libici: «Un collegamento stabile tra la ONG e i trafficanti libici è pura fantascienza». Proprio per questo motivo, la Procura non sta indagando anche per il reato di associazione a delinquere. Per Cartosio infatti «le finalità dei trafficanti erano ben diverse rispetto a quelle dell’equipaggio Iuventa» che avrebbe commesso quanto imputato «per motivi umanitari».

Nelle carte dell’inchiesta emerge anche che, in uno degli episodi contestati, uomini dell’equipaggio della Iuventa avrebbero consentito a persone che operavano al confine delle acque territoriali libiche di recuperare tre imbarcazioni utilizzate dai migranti per la partenza dalle coste nordafricane, una delle quali riutilizzata il 26 giugno per un'altra partenza, spiegava RaiNews. Nelle riunioni operative sui salvataggi, scrivevano gli inquirenti, viene invece sempre raccomandato a chi interviene di rendere inutilizzabili i natanti utilizzati per trasportare i migranti (questa attività – prescritta anche nel cosiddetto "codice di condotta" stipulato dall'allora ministro Minniti – non è quindi prevista "per legge", come scrive Travaglio, ma raccomandata).

L'avvocato della ONG ha presentato ricorso contro il sequestro della nave, ma la Cassazione, lo scorso 24 aprile, lo ha confermato: “Il ricorso ovviamente non entrava nel merito dei fatti contestati dalla procura di Trapani, contestavamo la legittimità della giurisdizione italiana”, aveva commentato l'avvocato.

Mercoledì 11 luglio poi, la procura di Trapani ha notificato 20 avvisi di garanzia (tra soggetti identificati a bordo della Iuventa, personale di Medici senza frontiere e Save The Children e Padre Mussie Zerai) di natura strettamente procedurale, scrive Tgr Sicilia, "poiché è necessario effettuare verifiche e accertamenti su personal computer e cellulari. Proprio la natura di questo tipo di accertamento – definito irripetibile – prevede la presenza dei difensori, a garanzia degli indagati". Riguardo la notifica ricevuta, Save The Children ha comunicato che "si tratta di un atto dovuto per consentire di partecipare all’ispezione dei dispositivi elettronici sequestrati alcuni mesi orsono, permettendo di esercitare il diritto alla difesa".

Fonti della Procura citate da Repubblica Palermo avrebbero inoltre precisato "che dagli atti di indagine non emerge in alcun modo che l'operato delle navi umanitarie, che in più occasioni avrebbero soccorso i migranti in acque libiche e con modalità ancora da accertare, possa nascondere fini illeciti di qualsiasi natura. Se le Ong hanno violato le norme lo hanno fatto solo per fini umanitari dando precedenza assoluta alla salvezza delle vite umane".

  • Lo scenario evocato da Zuccaro e quello della procura di Trapani

Nel suo secondo editoriale, Travaglio ha scritto che lo scenario emerso dall'indagine della Procura di Trapani sarebbe uguale a quello descritto lo scorso anno dal procuratore di Catania Carmelo Zuccaro.

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Il procuratore siciliano, in base a un’indagine conoscitiva sul “fenomeno” delle organizzazioni non governative e su indicazioni ricevute da Frontex e dalla Marina Militare, aveva parlato di contatti e chiamate con soggetti sulla terraferma libica, di possibili finanziamenti ricevuti dalle organizzazioni criminali che organizzano i viaggi in mare e sugli scopi delle ONG aveva detto: «Potrebbe anche essere che da parte di alcuni di queste organizzazioni non governative si perseguono finalità di destabilizzazione, ad esempio, dell’economia italiana». Parole che avevano provocato forti polemiche. Motivo per cui Zuccaro aveva poi precisato che sul ruolo di «alcune ONG sulle operazioni di salvataggio di migranti e sui loro finanziamenti» aveva delle «ipotesi di lavoro, che non sono al momento prove» e di aver voluto denunciare «un fenomeno e non singole persone».

Uno scenario quindi diverso rispetto a quanto emerso finora dall’indagine di Trapani, in cui si parla di incontri/contatti in mare tra uomini dell’equipaggio di Jugend Rettet e trafficanti, di fantascienza se si ipotizza un collegamento (anche economico) stabile tra la ONG e i trafficanti libici e di finalità della Iuventa comunque “umanitaria”.

  • Le inchieste di Palermo e Catania

Dell'operato di alcune ONG si sono occupate anche la Procura di Palermo e quella di Catania.

Lo scorso 20 giugno, dopo la richiesta della Procura di Palermosono state archiviate dal Gip (cioè il giudice delle indagini preliminari) le accuse contro le ONG Pro Activa Open Arms e Sea Watch. Alla luce delle indagini svolte, come scrive la Procura nel chiedere l'archiviazione, non sono stati ravvisati "elementi concreti che portano a ritenere alcuna connessione tra i soggetti intervenuti nel corso delle operazioni di salvataggio a bordo delle navi delle Ong e i trafficanti operanti sul territorio libico".

Nel marzo 2018 la Procura di Catania, guidata dal procuratore Carmelo Zuccaro, pone sotto sequestro la nave della ONG Proactiva Open Arms, ormeggiata al porto di Pozzallo, in provincia di Ragusa. I magistrati ipotizzano il reato di associazione a delinquere finalizzata all'immigrazione clandestina: per i pm ci sarebbe una volontà da parte degli indagati di portare i migranti in Italia anche violando legge e accordi internazionali, non consegnandoli alle navi della Guardia Costiera libica, scrive Agi.

Pochi giorni dopo il Gip di Catania, nel confermare il sequestro, fa cadere però l'accusa di associazione a delinquere, mentre resta in piedi quella di aver favorito l'immigrazione clandestina. Il Gip si era dichiarato non competente a livello territoriale per i reati contestati e aveva passato il fascicolo al Gip di Ragusa. Venendo meno l’accusa di associazione a delinquere, infatti, la competenza territoriale del tribunale di Catania – che ha una specifica autorità per i reati associativi – era decaduta, spiega Annalisa Camilli su Internazionale.

A metà aprile, poi, il Gip di Ragusa dispone il dissequestro della nave perché sostiene che l'ONG abbia agito in uno "stato di necessità", regolato dall’articolo 54 del codice penale che stabilisce l’impunità per chi ha commesso un reato “costretto dalla necessità di salvare sé o altri dal pericolo attuale di un danno grave”. Un mese dopo, il tribunale del Riesame di Ragusa conferma il dissequestro della nave, rigettando il ricorso della Procura contro la decisone del Gip.

I magistrati infine rinunciano a ricorrere in Cassazione contro questa decisione. La procura di Catania ha continuato comunque l'indagine sul soccorso nel marzo scorso di 218 migranti operato dalla Open Arms. Lo scorso 5 aprile gli indagati sono stati convocati dai magistrati catanesi, ma non si sono presentati perché, spiegavano i loro avvocati, l'invito a comparire era stato "recapitato nonostante il provvedimento del Gip di Catania che, ritenendo non seria l'imputazione associativa, ha ordinato la trasmissione degli atti alla Procura di Ragusa per competenza". A metà giugno, poi, "il perito nominato dalla procura di Catania per analizzare i cellulari sequestrati ai due indagati ha preso in mano per la prima volta i due apparecchi. I controlli, però, sono stati posticipati perché i telefoni avevano inseriti i rispettivi codici Pin. «I nostri assistiti hanno già fatto sapere che li forniranno. Non hanno nulla da temere», hanno comunicato gli avvocati", scrive MeridoNews. Il 10 luglio, poi, è stata pubblicata la notizia della disposizione della consulenza tecnico legale da parte dei magistrati per recuperare i file dei telefonini sequestrati agli indagati.

  • I movimenti delle ONG e l'uso di satelliti militari

Travaglio ha inoltre raccontato di quanto rivelato da satelliti militari riguardo a movimenti di navi di ONG salpate "all'improvviso" dai porti europei (soprattutto italiani) per far rotta verso un punto X del mare, "in simultanea o addirittura in anticipo sulla partenza di un barcone carico di migranti dalla costa libica che, guardacaso, puntava dritto verso X".

La fonte di questa ricostruzione è un articolo uscito il 22 marzo scorso sul Fatto Quotidiano a firma di Antonio Massari in cui si parlava di ipotesi investigative sull'operato delle ONG e non di fatti assodati. Il giornalista, in base a proprie fonti, scriveva che "grazie a un satellite nella disponibilità del ministero della Difesa – e delle nostre agenzie – i poliziotti del Servizio centrale operativo e gli investigatori della Guardia di Finanza, stanno raccogliendo informazioni essenziali" sull'operato delle Organizzazioni non governative. Gli elementi raccolti "hanno convinto gli inquirenti che tra ONG e scafisti si siano realizzati nel tempo contatti" (che avrebbero "in qualche modo agevolato il business dei trafficanti") e in base a filmati satellitari gli investigatori "avrebbero riscontrato che, agli assembramenti dei migranti sulla costa, pronti a imbarcarsi, corrispondevano precisi movimenti delle navi di alcune ONG". Massari scrive anche che "in soccorso" è giunta anche "una sofisticata tecnologia israeliana" che ha permesso di far emergere "altre coincidenze sospette che rafforzano l’ipotesi dei contatti tra scafisti e volontari". Nessuno però, concludeva il giornalista de Il Fatto, "ha messo in discussione che l’intento delle ONG sia esclusivamente umanitario".

  • La situazione in Libia

Anche Francesca Mannocchi ha replicato a Marco Travaglio, a cui, tra le altre cose, aveva chiesto da dove provenisse il dato delle 700mile – 1 milione di persone pronte a partire dalla Libia verso l'Italia. Mannocchi scrive che in Libia lo IOM (cioè l'Organizzazione Internazionale per le Migrazioni) "stima la presenza di 700mila migranti, presenza non significa pronti-a-partire, dato che semplicemente non esiste":

E il direttore Travaglio, mentre ironizza sulle vacanze nei lager (ah, ma non erano centri di accoglienza per voi?) dovrebbe sapere che per lunghi anni la Libia è stato paese di destinazione e non di transito. Paese cioè in cui decine di persone si recavano per lavorare e garantire un'entrata alle loro famiglie. Secondo IOM prima della caduta del regime di Gheddafi i migranti in Libia erano tra due milioni e due milioni e mezzo, molti dei quali andati via - non in Europa, per capirci, scappati e anche evacuati dalle organizzazioni internazionali verso i propri paesi di origine.

La giornalista continua spiegando che "la linea ufficiale dell'IOM (...) è che 'non si può assolutamente fare una stima delle persone che vogliono partire, la maggior parte delle persone che si trovano in Libia è acclarato che non vogliono partire, molte non hanno un piano migratorio' e quindi, conclude Mannocchi, "quello che dice Travaglio dimostra una conoscenza superficiale del tema Libia e del tema migratorio".

La parole di Mannocchi trovano corrispondenza nelle dichiarazioni sulla situazione in Libia del portavoce dell'IOM, Flavio di Giacomo, intervistato  sul Fatto Quotidiano nel giugno scorso. Di Giacomo è intervenuto anche sui social, dopo quanto scritto da Travaglio, per ribadire il concetto.

Il direttore del Fatto, nel suo secondo editoriale cita come una delle fonti del dato sui migranti in Libia pronti a partire verso le coste italiane, Lorenzo Cremonesi, giornalista del Corriere della Sera. Cremonesi nell'agosto del 2017 ha scritto un articolo in cui raccontava che per i migranti in arrivo dall’Africa la Libia stava diventando un gigantesco imbuto. Il giornalista spiegava che i migranti in attesa di partire a ridosso delle spiagge libiche verso l'Europa sarebbero stati "decine di migliaia", mentre quelli presenti nel paese africano sarebbero stati «circa un milione»: "Adesso pare che la cifra sia scesa a 6-700 mila. Alcuni cercano di tornare ai luoghi di origine. Ma sono pochissimi. La grande maggioranza è bloccata".  Cremonesi, quindi, non parla di 700mila-1milione di persone pronte a partire dalla Libia verso l'Italia, come scritto da Travaglio nel primo editoriale. Si tratta dunque, come specificato nel secondo editoriale, di una sua deduzione non basata su dati ufficiali.

La replica del Fatto Quotidiano

Il direttore del Fatto Quotidiano e il vice direttore Stefano Feltri hanno pubblicato un terzo commento, sabato 14 luglio, in risposta all'articolo di Annalisa Camilli su Internazionale.

I due giornalisti ribadiscono che c'è un "legame" "acclarato" e "rivendicato" tra alcune ONG e i trafficanti di esseri umani e riguardo le indagini in corso scrivono che "un conto sono i fatti, acclarati fin da subito, un altro le valutazioni giudiziarie sulla loro rilevanza penale e sull'attribuzione degli eventuali reati a tizio o caio. Gli equipaggi delle navi delle ONG indagate potranno essere anche tutti assolti, ma se – come nel caso della Iuventa (...), e non solo – le indagini evidenziano contatti (per usare un eufemismo) con scafisti, quei contatti restano. Saranno magari rapporti in buona fede, a fin di bene, ma sempre rapporti con scafisti (...)".

Travaglio e Feltri ritornano poi sulla questione del "pull factor" e citano il lavoro di Villa dell'ISPI: "Matteo Villa, ricercatore dell'Ispi, citato dalla Camilli e da altri fact checking che contestano il Fatto, nega che sulla base dei dati si possa sostenere che le ONG incentivino i migranti a partire". Secondo i due giornalisti però "il limite di queste analisi è che tendono a considerare la presenza o l' assenza di ONG come l'unico fattore rilevante, a parità di contesto. Mentre il contesto cambia parecchio e i morti in mare dipendono molto, per esempio, anche dalle condizioni atmosferiche alla partenza o da che tipo di barcone usano i trafficanti".

"Lo stesso Villa – proseguono il direttore e il vice direttore del Fatto – ha chiarito che il modo più efficace per salvare vite in mare è ridurre le partenze. Cosa che è avvenuta nell'estate 2017 per effetto della strategia italiana gestita dall'allora ministro dell'Interno Marco Minniti. In quei mesi difficili Minniti ha stretto accordi con le tribù della Libia a Sud che controllano i territori da cui transita il redditizio flusso di migranti, poi ha sostenuto la Guardia costiera libica e ha cercato di convertire i trafficanti delle coste in guardiani che fermassero le partenze. Dietro congruo compenso".

Leggi anche >> AP: “L’Italia ha stretto accordi con le milizie libiche per fermare i flussi di migranti”

La risposta di Villa dell'ISPI

Villa risponde al Fatto quotidiano con un thread su Twitter.

Il ricercatore spiega così che è falso quanto sostenuto da Travaglio e Feltri riguardo il presunto limite della sua analisi. Villa poi continua scrivendo che "si dice che io sostenga che 'il modo più efficace per salvare vite in mare è ridurre le partenze'. Questo è VERO, ma a patto che si sostituisca 'salvare vite in mare' con 'prevenire morti in mare'. Non è la stessa cosa", argomentando, in una serie di tweet, il motivo:

Leggi anche >> Report e i servizi su migranti e ONG: un mare di critiche

Foto in anteprima via Darrin Zammit Lupi / Reuters.

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Dopo lo stop ai signori del copyright, il Parlamento europeo ferma le tech company americane: no al trasferimento dei dati dei cittadini

[Tempo di lettura stimato: 5 minuti]

Due buone notizie per i diritti dei cittadini nello stesso giorno. Dopo il rinvio della riforma della direttiva copyright a settembre (si tratta di questione complessa, si consiglia di leggere l’articolo di Fabio Chiusi e quello di Valigia Blu, altri link sono all’interno degli articoli), il Parlamento europeo ha approvato una risoluzione che prevede la possibile sospensione del Privacy Shield. Un colpo verso l’industria del copyright e uno verso l’industria tecnologica, a tutela dei diritti dei cittadini.

Il Privacy Shield è una decisione (1250/2016, operativa dal primo agosto 2016) che ha sostituito il precedente Safe Harbour, invalidato dalla Corte di Giustizia europea a seguito di un ricorso di Max Schrems, e che autorizza il trasferimento dei dati dei cittadini europei da parte delle aziende americane negli Usa. Il problema è dato dal fatto che la legislazione Usa è meno tutelante rispetto a quella europea. Ad esempio, consente alle agenzie di sicurezza (come l’Nsa) di accedere a tutti i dati indiscriminatamente, e quindi ben oltre i poteri delle agenzie europee.

L’Europa ha sempre temuto (e lo scandalo NSA ha provato tali timori) che le aziende americane potessero trasferire i dati dei cittadini europei negli Usa, permettendo un uso dei suddetti dati anche in contrasto con le normative europee. Per questo l’Unione europea pretese un accordo per garantire la tutela dei dati degli europei, cosa che non si realizzò mai. Quindi la Commissione europea se ne uscì nel 2001 col Safe Harbour (che non è un accordo ma una decisione della Commissione), una versione annacquata della normativa europea, per il quale bastava una semplice adesione per ritenere che l’azienda fosse rispettosa delle regole europee, spesso senza nemmeno alcun controllo, ma in base ad una mera autocertificazione.

La decisione del 2001 ha, però, impedito ai Garanti europei di valutare ed eventualmente intervenire a tutela dei cittadini europei. E questo in violazione dell’art. 28 della direttiva 95/46. Con il trasferimento negli Usa dei suoi dati, infatti, un cittadino europeo non ha alcuna possibilità di ricorso o impugnazione contro l’Nsa o un’agenzia di sicurezza americana, poiché l’FTC ha competenza solo sulle questioni commerciali e quindi sulle aziende. Insomma, il cittadino europeo non aveva alcun giudice a cui rivolgersi, e la colpa era proprio del Safe Harbour che bloccava eventuali interventi dei Garanti europei. Da cui l'invalidazione.

Si trattò di un pesante “schiaffo” alla politica della Commissione europea che per oltre un anno aveva ignorato le richieste del Parlamento in merito alla sospensione del Safe Harbour per motivi di sicurezza nazionale (ricordiamo le notizie di intercettazioni addirittura di capi di Stato europei).

In the eyes of our citizens, the US is guilty of espionage and data theft. There is no confidence in these negotiators. As long as the Americans do not want to commit to protecting EU citizens' data and to respect us, there is no basis for a trade agreement (Helmut Scholz, membro del Parlamento europeo, durante le negoziazioni sul TTIP)

A seguito dell’invalidazione del Safe Harbour, i Garanti nazionali riacquistarono il potere di sindacare il trattamento dei dati da parte delle aziende americane (e quindi il trasferimento negli Usa). Ma il 2 febbraio 2016 la Commissione Europea e il Segretario al Commercio per il governo americano presentano il Privacy Shield che sostituisce il Safe Harbour. Un accordo che quasi nessuno più si aspettava perché, nonostante varie promesse, gli Usa non avevano fatto alcuno sforzo per modificare la loro legislazione. A tempo scaduto, invece, arriva l’annuncio.

Nella realtà il Privacy Shield non è un accordo giuridico bensì politico, cioè un modo per prendere tempo autorizzando i trasferimenti dei dati negli Usa. Una sconfitta negoziale per l’Europa. L’unica effettiva novità è la possibilità per l’FTC americana di imporre alle aziende Usa le decisioni dei Garanti europei. Considerato che la Federal Trade Commission ha giurisdizione sulle questioni commerciali e non sui diritti umani, ci si chiede fin dove potrà, o vorrà, spingersi.

La proposta della Commissione europea è un affronto alla Corte di giustizia europea, che ha ritenuto illegale il Safe Harbour, così come per i cittadini di tutta Europa. La proposta si basa solo su una dichiarazione da parte delle autorità statunitensi e sulla loro interpretazione della situazione giuridica relativa alla sorveglianza da parte dei servizi segreti degli Stati Uniti. Si tratta della svendita del diritto fondamentale alla protezione dei dati da parte della UE (Jan Philipp Albrecht, membro del Parlamento europeo, relatore del GDPR)

La tutela degli europei negli Usa si basa principalmente sul Judicial Redress Act, approvato nel febbraio del 2016 proprio tra le “promesse” degli Usa, ad estendere i diritti degli americani anche agli europei. Prima la privacy era a tutela solo dei cittadini Usa. In realtà presenta tali e tante limitazioni da essere praticamente inutile (es. non si applica al materiale investigativo compilato “a fini di contrasto”, una categoria generica nella quale i tribunali americani ci infilano di tutto, compreso i controlli preventivi; e alcune agenzie governative sono esentate dall'applicazione della legge, come l’NSA).

Stesso discorso per l’accordo Umbrella, la cui unica novità è di considerare “trattamento” anche la raccolta dei dati mentre in precedenza per gli americani il trattamento era solo l’accesso, per cui potevano (vedi Nsa) raccogliere quantità enormi di dati senza problemi, salvo poi accedere con specifiche query (ricerche) ai dati (in tal modo per loro l’accesso era “mirato”).

Le problematiche legate alla decisione della Commissione quindi sono parecchie, come anche la circostanza che le misure di sorveglianza negli Usa sono ammesse per scopi del tutto generici e non identificati (es. conduzione di affari esteri), e gli Usa ammettono una raccolta indiscriminata non solo dei metadati ma anche dei contenuti (es. testo delle mail).

Inoltre, già nella fase dei negoziati pesanti critiche si sono addensate sul Privacy Shield. Nel maggio del 2016 il Parlamento europeo esprime le proprie preoccupazioni sui negoziati con gli Usa. Ma la risoluzione non legislativa viene ignorata dalla Commissione.

Dopo l’approvazione, il 6 aprile 2017, in sessione plenaria il Parlamento torna sulla questione, chiedendo alla Commissione europea di condurre una valutazione approfondita sul Privacy Shield, anche in relazione ai provvedimenti restrittivi sulla privacy adottati dalla nuova amministrazione americana. Anche questa ignorata.

Inoltre pende già un ricorso contro il Privacy Shield dinanzi alla Corte di Giustizia europea (causa T-738/16, La Quadrature du Net c/Commissione ) e un rinvio dell'Alta Corte irlandese nel caso Schrems c/ Facebook (Schrems 2), in considerazione del fatto che la sorveglianza di massa degli Usa risulta ancora in essere.

Rimangono, quindi, intatte tutte le preoccupazioni sul Privacy Shield:

  • Accesso delle autorità pubbliche Usa ai dati trasferiti.
  • Possibilità di raccolta indiscriminata dei dati non conforme ai criteri di necessità e proporzionalità.
  • Ruolo del mediatore ritenuto non sufficientemente indipendente.
  • Complessità dei meccanismi di ricorso ritenuti né efficaci né semplici.

Ed ecco che il 5 luglio 2018 il Parlamento europeo vota e adotta una risoluzione in base alla quale il Privacy Shield non fornisce la necessaria protezione dei dati prevista (cioè sostanzialmente equivalente a quella europea) per i cittadini dell’UE. Il Parlamento chiede impegni vincolanti e prove per garantire che la raccolta dei dati non sia indiscriminata e che l’accesso non sia condotto su base generalizzata, cioè in contrasto con le norme UE.

Il Parlamento si mostra particolarmente contrario alla recente legge degli Usa (CLOUD Act) che espande i poteri delle forze di polizia americane di accedere ai dati delle persone attraverso i confini internazionali senza passare per gli strumenti di assistenza giudiziaria reciproca (MLAT) che prevedono adeguate garanzie e ripartizioni delle competenze.

Critica, infine, l’operato della Commissione, in quanto non ha riavviato i dialoghi sull’accordo e non ha predisposto alcun piano di azione per ovviare alle problematiche emerse, invitandola a sospendere il Privacy Shield alla data del primo settembre se gli Usa non si conformano alle norme europee.

Il Privacy Shield è attualmente lo strumento utilizzato per il trasferimento dei dati negli Usa di circa 4.000 aziende, compreso i grandi del web, come Google, Facebook, Microsoft, Amazon e Twitter. Alcune di queste aziende prevedono altri strumenti (clausole contrattuali) per il trasferimento, ma in generale la sospensione del Privacy Shield potrebbe significare l’impossibilità di utilizzare molti servizi forniti da aziende con sede negli Usa.

In realtà solo la Commissione europea può sospendere il Privacy Shield, e al momento non pare intenzionata a farlo. L’idea, piuttosto, è di lavorare con all'amministrazione Usa per risolvere i problemi evidenziati.

Questo è un problema molto serio per l'industria tecnologica degli Stati Uniti e Unione europea. Finché si applicano le norme Usa ai flussi di dati, la CGUE non potrà mai dire che un contratto sia valido, dopo aver invalidato il Safe Harbor in conseguenza delle leggi sulla sorveglianza degli Usa. Fin quando gli Usa non modificano le proprie norme non vedo nessun soluzione possibile (Maximiliam Schrems).

Foto in anteprima via Eldia.es

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La “bufala Xylella” è una bufala

[Tempo di lettura stimato: 9 minuti]

Nei giorni scorsi si sono riaccesi i riflettori sull’epidemia che da alcuni anni sta decimando gli ulivi della Puglia meridionale, distruggendo non solo l’economia agricola di quel territorio ma anche il suo paesaggio rurale, di cui le piantagioni di ulivo sono tra gli elementi caratteristici. E mentre il contagio avanza, minacciando di investire anche la parte settentrionale della Regione, il “caso Xylella” torna a far discutere in seguito a un intervento di Pietro Perrino, pubblicato su Il Fatto Quotidiano, e a un post apparso su blog di Beppe Grillo, firmato dalla giornalista tedesca Petra Reski. Perrino, un ricercatore oggi in pensione, un tempo direttore dell’allora Istituto del Germoplasma del Consiglio Nazionale delle Ricerche (CNR), nell’articolo sul Fatto nega che il batterio Xylella fastidiosa sia la causa del Complesso del Disseccamento Rapido, la malattia che sta uccidendo gli ulivi in Puglia. L’origine della patologia andrebbe invece ricercata nella desertificazione e nell’inquinamento ambientale. Scrive Perrino:

La fisica quantistica insegna che l’inquinamento causa malattie perché interferisce negativamente con le frequenze vibrazionali degli organismi viventi.

Fisica quantistica, frequenze, vibrazioni. Si tratta di un vocabolario ricorrente nel mondo “alternativo” e in molte pubblicazioni del settore, che utilizzano questo linguaggio e il richiamo alla fisica quantistica per dare autorevolezza e sostegno a tesi pseudoscientifiche o comunque prive di evidenze. Parole come “quantistico” e “frequenza” hanno naturalmente un loro significato e valore scientifico. Ma in quel contesto questo significato viene completamente perso. Perrino inoltre non fornisce alcuna evidenza a sostegno di quanto denuncia e di un possibile ruolo della desertificazione e dell’inquinamento ambientale, che sono problemi seri e reali. Ma per stabilire se siano responsabili di un determinato fenomeno (in questo caso, una patologia vegetale che colpisce una certa specie), è necessario fornire delle prove.

Peraltro chiamare in causa l’inquinamento definendolo, come fa Perrino, qualcosa che «interferisce sulle frequenze vibrazionali degli organismi viventi», vuol dire deformare e banalizzare il problema stesso che si intende denunciare. Invece di parlare delle possibili, reali, conseguenze che in certe circostanze l’inquinamento può avere per l’ambiente e gli organismi viventi, Perrino ne fa oggetto di una tesi fantasiosa, risibile e priva di riscontri. Non solo. Perrino, nel suo intervento, arriva perfino a fare pubblicità a prodotti che dovrebbero essere capaci proprio di «influenzare positivamente le frequenze delle piante».

Molti si potrebbero chiedere come sia possibile che uno scienziato, ex dirigente del CNR, si faccia sostenitore, in pubblico, di tesi che l’opinione comune associa di solito al mondo della Rete, ai social media o, genericamente, alla “ignoranza”. Ma non ci si deve stupire. La biografia e il curriculum di un ricercatore non sono garanzia di autorevolezza né di infallibilità (soprattutto quando si esprime su temi che non sono di sua stretta competenza). Ci sono diversi, celebri, esempi di scienziati affermati (perfino Nobel) che, come può accadere anche a persone comuni non esperte, si innamorano o diventano megafono di pseudoscienze (Perrino è noto tra l’altro anche per alcune tesi “alternative” sui vaccini).

Il post sul blog di Beppe Grillo parla di “bufalite Xylella”,“truffa della Xylella”, “fabbricatori della bufala della Xylella”, “bufalite Xylella”. Il messaggio è abbastanza chiaro: non siamo di fronte a un’epidemia, ma a una bufala. Cioè, un falso elaborato ad arte da coloro che «non sono mai stati in grado di fornire una verità – una briciola di prova scientifica per le loro affermazioni». Una gigantesca bufala, scrive Grillo.

L’autrice, riferendosi a Xylella, scrive “il batterio”. Proprio così, tra virgolette. Come a voler ribadire che di Xylella non si può affermare neanche che sia un batterio, che davvero esiste, ma solo un’invenzione. Il post rimanda quindi il lettore all’articolo di Perrino sul Fatto (pezzo che peraltro è intitolato “la bufala Xylella”).

Tesi negazioniste, “alternative” o complottistiche sulla malattia degli ulivi pugliesi circolavano già nel 2015, quando della vicenda si parlava ormai anche al di fuori del territorio interessato e della cerchia degli addetti ai lavori. L’attrice Sabina Guzzanti se ne era fatta “portavoce” arrivando a parlare di “batterio finto”. In quel caso, la tesi era che Xylella fosse il risultato di una manipolazione di laboratorio realizzata allo scopo di eliminare gli ulivi del Salento e sostituirli con altri, geneticamente modificati, prodotti dalla multinazionale Monsanto (che attualmente non sono ancora stati coltivati né prodotti. E anche se esistessero, non sarebbe possibile coltivarli in Italia).

La Procura di Lecce, nell’indagine giudiziaria che ha poi coinvolto alcuni ricercatori dell’Università di Bari e del CNR, aveva dato credito all’ipotesi che il contagio degli ulivi potesse essere stato innescato da una “fuga” del batterio da un laboratorio. Quindi, ci si troverebbe di fronte a un reato di diffusione colposa di malattia. L’ipotesi aveva già in partenza pochi elementi fattuali dalla propria parte. Il rilascio nel batterio nell’ambiente sarebbe avvenuto in una zona della Puglia molto lontana da quella (vicino a Gallipoli, in provincia di Lecce) dove si sono registrati i primi focolai di disseccamento degli ulivi. Soprattutto, i batteri Xylella usati in quell’occasione erano di una sottospecie diversa da quella che era già stata isolata negli ulivi malati. La stessa procura però avanzava altre ipotesi. Xylella sarebbe presente da almeno vent’anni nella Regione e potrebbe non essere la causa della malattia, che andrebbe ricercata in altri fattori. Le due ipotesi, come si può notare, difficilmente possono sostenersi l’un l’altra.

Le evidenze sul ruolo di Xylella nella malattia degli ulivi

Dal 2016 ad oggi si sono aggiunti dati ed evidenze che non solo hanno reso ancora meno credibili le diverse narrazioni “alternative”, ma hanno permesso di escludere anche ipotesi scientificamente più plausibili sulle cause della malattia che sta colpendo gli ulivi. Nel 2013, infatti, le analisi svolte sulle piante malate indicavano diversi organismi biologici possibilmente coinvolti: alcune specie di funghi, le larve di un lepidottero chiamato rodilegno giallo e il batterio Xylella fastidiosa (con la sputacchina come insetto vettore che trasporta il batterio da una pianta all’altra). Molti indizi, come la stessa modalità di diffusione della malattia, facevano pensare a Xylella come sospettato principale per la morte degli ulivi, anche se non era ancora chiaro in che misura la sua azione fosse, da sola, determinante. Con il tempo però il ruolo preponderante del batterio e la stretta correlazione tra la sua presenza e la malattia emergevano sempre più chiaramente.

Leggi anche >> Emergenza Xylella in Puglia: tra scienza, indagini e complotti

A marzo del 2016 l’Autorità Europea per la Sicurezza Alimentare ha reso noti i risultati di uno studio che aveva l’obiettivo di verificare la suscettibilità all’infezione da parte di Xylella di alcune varietà di olivo e di altre specie vegetali e di fornire un’accurata descrizione dei sintomi che l’infezione causa sugli ulivi e altre piante ospiti. Lo studio, condotto da ricercatori dell’Università di Bari e del CNR, è servito anche ad ottenere ulteriori evidenze riguardo al ruolo di Xylella. Gli scienziati hanno isolato il batterio da una pianta di ulivo che aveva i tipici sintomi della malattia e con quello stesso microorganismo hanno infettato altre piante. Alcune di queste sono state fatte crescere in laboratorio, in un ambiente separato dall’esterno e in condizioni controllate. Altre sono state invece collocate in campo aperto, vicino ad altri esemplari di ulivo all’interno della zona infetta.

Dopo un anno le piante cresciute in laboratorio mostravano tutti i segni della malattia. In particolare la varietà Cellina di Nardò, una delle più diffuse in Salento, si è dimostrata molto suscettibile all’infezione. Mentre, come era già stato notato, il Leccino e alcune altre varietà sono apparse più resistenti. Sugli ulivi fatti crescere in campo i sintomi erano invece meno evidenti. Queste piante, a differenza di quelle che si trovavano in laboratorio, hanno sperimentato le variazioni climatiche stagionali durante il periodo in cui si è svolto l’esperimento, tra il 2014 e il 2015. In inverno le basse temperature hanno probabilmente rallentato la crescita dei batteri e quindi anche la progressione della malattia. Sul campo i ricercatori hanno potuto anche verificare che la sputacchina è capace di trasmettere la malattia a piante non ancora infette. Dopo sei mesi di esposizione alle popolazioni di insetto, la presenza di Xylella è stata riscontrata in piante ancora apparentemente sane.

In laboratorio gli scienziati hanno portato a termine con successo anche un altro esperimento: sono riusciti a re-isolare il batterio dalle piante infettate artificialmente. Riassumendo: Xylella è stato isolato da un ulivo che aveva contratto la malattia, è stato inoculato in piante sane, dove si è moltiplicato e ha prodotto i sintomi del disseccamento, e infine stato ritrovato al loro interno. Questi passaggi costituiscono quello che viene chiamato un “test di patogenicità”, cioè un esame che ha lo scopo di verificare se un microorganismo è davvero l’agente eziologico (cioè la causa) di una malattia infettiva. Se prima a carico di Xylella c’erano solo pesanti indizi, ora abbiamo anche una prova della sua colpevolezza. Il gruppo del CNR e dell’Università di Bari ha riportato i risultati dei test di patogenicità di Xylella anche in una pubblicazione su Scientific Reports del dicembre dell’anno scorso.

Altri dati contribuiscono a rendere il quadro più completo. È stato osservato, in condizioni sperimentali, che le specie di funghi, che si pensava potessero essere coinvolte nella malattia, una volta inoculate negli ulivi causano solo lievi sintomi di disseccamento, a differenza di quanto fa Xylella. Diventa quindi meno credibile il coinvolgimento di altri organismi, almeno come cause capaci da sole di scatenare la malattia.

Un altro studio, pubblicato nel 2016 su European Journal of Plant Pathology, ha aggiunto un altro importante tassello. Il campionamento effettuato su ulivi malati nelle province di Lecce e Brindisi ha confermato che c’è un solo ceppo di Xylella che sta causando la malattia. Cioè quel ceppo ST53, isolato in Costa Rica, che era già risultato geneticamente identico ai batteri rinvenuti in precedenza nelle piante malate. In sintesi: possiamo affermare che c’è un solo ceppo di Xylella attualmente responsabile di ciò che sta succedendo agli ulivi in Puglia. E ciò smentisce quanto affermato dalla Procura di Lecce, che aveva parlato di “nove ceppi” di batterio.

I dati dei monitoraggi nella zona infetta

Se Xylella è davvero il patogeno responsabile della malattia degli ulivi, dovremmo anche riscontrare sul territorio una significa associazione tra il batterio e la malattia. I sostenitori delle tesi “alternative”, o comunque chi afferma che riguardo a Xylella non esistono ancora sufficienti certezze per dire alcunché, citano spesso i dati dei monitoraggi effettuati sul campo per dimostrare che non è vero che la malattia è associata alla presenza del batterio. Viene affermato per esempio che le analisi avrebbero mostrato che solo una piccola percentuale di piante malate, attorno al 2%, risulterebbe infetta da Xylella. Ma i dati del monitoraggio vanno correttamente interpretati e non possono essere richiamati per determinare l’incidenza di Xylella tra gli ulivi malati. Il monitoraggio non viene effettuato a questo scopo, ma per tracciare il confine tra la zona infetta e la cosiddetta “zona cuscinetto”, un’area a nord di quella infetta dove il microorganismo non dovrebbe esserci.

Il monitoraggio serve quindi a confermare che questa zona sia davvero libera dal batterio. Per questa ragione, come spiegano i ricercatori, molti campioni provengono proprio da questa zona, dove non ci si attende la presenza del patogeno. Al confine con la zona cuscinetto è stata individuata una “zona di contenimento”, che si trova all’interno della zona infetta. Nella “zona di contenimento” il batterio c’è ma la sua presenza è ancora sporadica, perciò ci si può aspettare di non trovare un'elevata percentuale di piante infettate. Inoltre i sintomi della malattia compaiono dopo alcuni mesi e il suo decorso, in alcune varietà di ulivo, può essere più lento. L’analisi di piante infettate di recente, notano sempre i ricercatori, può dare falsi negativi perché il microorganismo è presente ma a concentrazioni ancora basse.

Per dimostrare che nella zona infetta, dove l’epidemia è ormai diffusa, l’incidenza di Xylella è elevata (e che esiste quindi una stretta associazione tra batterio e malattia) sono state analizzati ulivi malati nel territorio di 11 comuni della provincia di Lecce, che è tutta zona infetta. I ricercatori hanno scelto solo esemplari che avessero almeno il 70% della chioma compromessa e che fossero quindi a uno stadio avanzato della malattia. 500 piante di ulivo (350 di varietà Ogliarola e 150 di Cellina di Nardò, le varietà più suscettibili alla malattia). Hanno quindi svolto due diversi test diagnostici per verificare la presenza di Xylella in queste piante. Di questi 500 ulivi è risultato positivo il 97,2% e il 99,4% a seconda del test impiegato. I due test hanno una diversa sensibilità e non sono infallibili. Ma le due elevate percentuali dimostrano che quando le analisi vengono svolte in aree dove l’epidemia è diffusa e la malattia conclamata, l’associazione tra Xylella e disseccamento dell’ulivo è chiara. E non si tratta solo di una correlazione. Ma anche di un rapporto causa (Xylella) - effetto (malattia). Non è perciò più nemmeno realistico pensare che il batterio sia solo un opportunista, cioè un organismo che colonizza piante già malate e debilitate.

Nel frattempo, proprio il monitoraggio dimostra che l’epidemia continua a spostarsi verso nord. La zona infetta comprende ormai le intere province di Lecce e Brindisi e buona parte di quella di Taranto. E ora anche un comune di quella di Bari, Locorotondo. La pagina Facebook del sito Infoxylella riporta la mappa con i nuovi confini della zona infetta.

PUBBLICATA LA DECISIONE DI ESECUZIONE (UE) 2018/927 CON LA NUOVA DEMARCAZIONE DELLA ZONA INFETTA

Facendo seguito all'...

Pubblicato da infoxylella.it su Sabato 30 giugno 2018

Cosa può insegnarci la vicenda Xylella

Sulla malattia degli ulivi pugliesi sono stati fatti circolare insinuazioni, sospetti, teoremi che contrastavano tra di loro e che perciò si smentivano a vicenda. Ma contrastavano anche con le evidenze che, nel frattempo, gli scienziati iniziavano a raccogliere. Tutto ciò ha contribuito a generare nell’opinione pubblica confusione e disinformazione. La prospettiva di dover abbattere piante che, oltre al valore economico, hanno anche un indubbio valore culturale, paesaggistico e identitario, ha spinto una parte dell’opinione pubblica locale ad abbracciare atteggiamenti negazionisti o “scettici” nei confronti della realtà e gravità di un’epidemia, che purtroppo avanza e continuerà ad avanzare se le misure di contenimento non saranno applicate in modo efficace. Oppure, a trovare colpevoli diversi da quello nei cui confronti abbiamo, invece, le prove più schiaccianti.

Anche la vicenda Xylella rappresenta un esempio interessante e significativo del complesso rapporto tra scienza e società. Rodrigo P. P. Almeida, ricercatore americano esperto di Xylella, scriveva nel 2016 su Science:

Un'importante lezione che ci dà l'epidemia di Xylella fastidiosa è che le strategie per gestire malattie di piante che hanno una importanza sociale devono andare oltre le soluzioni tecniche e includere le componenti sociali, economiche, politiche e culturali.

Almeida osservava che, mentre reagire in tempi rapidi è la chiave per gestire con successo le epidemie, costruire fiducia tra i diversi soggetti interessati è un'operazione che può richiedere anni. Nel caso di Xylella in Italia nell'applicazione delle misure per impedire la diffusione della malattia è mancata la cooperazione tra le parti interessate.

Gestire un’epidemia di questo tipo richiede perciò che si intervenga, tempestivamente, non solo per contenere l'agente patogeno ma anche per prevenire contrapposizioni e scontri poi difficilmente ricomponibili e sanabili. Come nota la comunicatrice della scienza Beatrice Mautino:

In pratica, per Almeida, se le strategie di contenimento non fossero state percepite come decisioni calate dall’alto e si fosse impostata una strategia di comunicazione corretta, forse oggi non saremmo a questo punto.

Questa è una delle lezioni che ci può dare la vicenda Xylella. L'auspicio è che possa essere una lezione già per il presente, non solo per il futuro. Prima che sia troppo tardi.

Foto in anteprima via La Gazzetta del Mezzogiorno

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L’ossessione per Soros e la bufala della sostituzione etnica

[Tempo di lettura stimato: 6 minuti]

In questi giorni il Ministro dell'Interno Matteo Salvini ha accusato ripetutamente il filantropo miliardario George Soros, fondatore della ONG Open Society Foundations, di avere un piano segreto per riempire l'Europa di migranti.

Una settimana fa, Repubblica riportava queste dichiarazioni pronunciate dal ministro al Circo Massimo:

"Porti chiusi per tutta l'estate alle navi delle ONG. Vedranno l'Italia solo in cartolina, e l'Italia non sarà sola a comportarsi così. Continueremo a salvare tutti quelli che sono da salvare, ma con gli Stati che faranno gli Stati. E non saremo più soli. Come mi dicono i militari italiani e persino quelli libici - spiega il ministro - le navi delle ONG aiutano gli scafisti, consapevolmente o meno: la loro presenza è un pericolo per chi parte e un invito a nozze per gli scafisti. Chi finanzia le ONG? C'è l'Open Society Foundations di Soros che ha un chiaro disegno, quello di un'immigrazione di massa per cancellare quella che è un'identità che può piacere o meno ma che mi dispiacerebbe venisse distrutta".

Anche nelle sue recenti apparizioni televisive, Salvini non ha perso occasione per rilanciare la sua battaglia personale contro il filantropo ungherese, che nella propaganda leghista è rappresentato come una sorta di eminenza grigia che sta dietro ai flussi migratori del Mediterraneo.

In un comunicato diffuso questa settimana, la Open Society Foundations nega le accuse del ministro e, citando le dichiarazioni fatte durante il programma In Onda su La 7, chiede a Matteo Salvini di "smetterla di ripetere false affermazioni" in questo senso. "George Soros ritiene che l'Europa abbia bisogno di una soluzione ampia e pan europea per affrontare le migrazioni, compresa la riforma del Regolamento di Dublino III e un aumento degli aiuti per promuovere la democrazia e la prosperità nei Paesi che sono fonte della maggior parte dell'immigrazione verso l'Europa". La Open Society Foundations, conclude il comunicato, "non fornisce sostegno finanziario alle operazioni di ricerca e soccorso condotte nel Mediterraneo dalle varie ONG, anche se lodiamo questi sforzi umanitari".

Le teorie del complotto su Soros non sono nate oggi in Italia, ma affondano le proprie radici nella tradizione complottistica dell'estrema destra. Chi fa riferimento alla cosiddetta teoria della "sostituzione etnica" è convinto che la crisi dei migranti sarebbe in realtà parte di un piano segreto dei potenti del pianeta (di volta in volta vengono tirati in ballo politici, banche, imprenditori o, in questo caso, miliardari come Soros) per sostituire le "razze europee" attraverso l'accoglienza di milioni di migranti, contribuendo in questo modo a smantellare la cultura europea e a creare un popolo debole e facilmente manipolabile. Questa tesi è conosciuta anche con il nome "Piano Kalergi".

Molte persone che usano queste teorie, quando si trovano davanti alla richiesta di prove ed evidenze, non sanno come sostenere e argomentare le loro affermazioni.

E Matteo Salvini non è l'unico politico a essersi appropriato di queste teorie per il suo discorso propagandistico. Leonardo Bianchi, in un capitolo del suo libro La Gente, ricostruisce la genealogia dell'ossessione per Soros e la sua penetrazione nel dibattito pubblico in Italia.

Chi è Soros?

George Soros, miliardario 87enne, filantropo e fondatore della ONG Open Society Foundations incarna da anni nell’immaginario dell’estrema destra, ma anche della sinistra radicale, una sorta di burattinaio supremo che muove i fili e decide le sorti della geopolitica mondiale.

Le teorie del complotto che lo vedono protagonista sono molto popolari negli ambienti della cosiddetta “informazione alternativa” americana ed europea. La loro genesi, oltre a essere continua, sembra sottostare alle regole di un generatore automatico di bufale.

Come spiega Al Jazeera, infatti, il nome di Soros è ricorrente nella propaganda informativa e nella retorica politica populista, costantemente associato ad accuse che lo ritraggono come un’eminenza grigia che controlla le sorti di qualsiasi organizzazione, manifestazione, istanza o rivendicazione di stampo progressista: dal femminismo, all’integrazione, passando per l’antifascismo. Ma c’è anche chi è arrivato ad accusarlo in tv (su Fox News) di essere stato complice dell’Olocausto (un’affermazione per lo meno curiosa, trattandosi di un ebreo sopravvissuto alla persecuzione nazista).

George Soros è nato a Budapest nel 1930 in una famiglia di religione ebraica sopravvissuta all’occupazione nazista in Ungheria, che ha causato la morte di oltre un milione di ebrei. Nel 1947 si trasferisce in Inghilterra, dove si laurea alla London School of Economics e inizia a lavorare nel settore bancario. A partire dagli anni Settanta si arricchisce grazie a dei fondi di investimento. La biografia del magnate non è priva di controversie: la sua attività economica lo ha visto infatti coinvolto in diverse speculazioni che negli anni Novanta hanno causato la svalutazione della sterlina e della lira. È stato inoltre condannato per insider trading in una vicenda legata all’acquisizione di azioni di una banca francese.

Luca Serafini in un articolo pubblicato su Rivista Studio descrive efficacemente Soros come un multimilionario dal passato controverso che promuove un modello di società aperta e liberale che è visto negativamente da anti-capitalisti e anti-globalisti di qualsiasi estrazione. La grottesca psicosi complottistica che fa di lui “l’oscuro burattinaio di una rivoluzione mondiale” si deve essenzialmente a un salto logico che collega in maniera deterministica e univoca le sue idee e la sua attività politica a notizie false su fatti di attualità.

La Open Society Foundations, da lui fondata nel 1979, è un’organizzazione non governativa presente, anche attraverso organizzazioni indipendenti, in diversi paesi del pianeta che tra i suoi obiettivi ha anche quello di esercitare pressioni sulla politica degli Stati allo scopo di promuovere riforme e ideali liberali di tipo progressista.

“Tuttavia, una cosa è dire che Soros finanzia, ad esempio, organizzazioni per la difesa dei diritti civili in Russia, altra cosa è dire che le proteste per i diritti civili in Russia siano orchestrate da Soros o che egli paghi i manifestanti per scendere in piazza. È proprio questo tipo di salto logico che ha reso Soros una presunta eminenza grigia che, fomentando scientemente l’opposizione ai governi anti-democratici, starebbe in realtà tentando di rimuovere gli ostacoli per il dominio della finanza mondiale e dunque di se stesso (versione di sinistra), o che starebbe cercando di costruire un ordine globale in cui vengano distrutti valori tradizionali come quelli di nazione, famiglia naturale, identità culturale (versione di destra)”, scrive Serafini.

Per cui, nonostante la Open Society Foundations non fornisca alcun sostegno finanziario alle operazioni di ricerca e soccorso condotte nel Mediterraneo dalle varie ONG, il fatto stesso che abbia una relazione con certe organizzazioni e con determinate cause viene utilizzato come "prova definitiva" di una strampalata teoria che non trova alcun riscontro nella realtà, come quella della "sostituzione etnica".

Come nascono e come si diffondono le bufale su Soros

Le teorie del complotto, al pari delle fiabe o dei racconti popolari di tradizione orale, non hanno una struttura rigida e immutabile, ma durante il loro percorso di diffusione si arricchiscono di sfumature e varianti. Detto in altro modo, queste storie hanno la capacità di adottare la forma di qualsiasi contenitore narrativo. Ecco perché, una volta creata e idealizzata la figura del personaggio antagonista (in questo caso Soros), è possibile ispirarsi a un fatto di attualità per cucire attorno a lui un ruolo oscuro e diabolico che attinge a piene mani da narrazioni già consolidate nell’immaginario culturale degli ambienti cospirazionisti: come il complotto giudaico massonico, il nuovo ordine mondiale, la sostituzione etnica (o Piano Kalergi), etc.

Così Soros diventa il burattinaio che muove i fili dei movimenti di protesta afroamericani, il finanziatore occulto della marcia della donne negli Stati Uniti, il pianificatore di una sostituzione etnica su scala globale, o addirittura il promotore di “falsi attentati” terroristici come nel caso di Charlottesville. Tutte queste bufale, che non si appoggiano a nessuna evidenza o prova concreta, ma che si basano sul salto logico che abbiamo descritto nei paragrafi precedenti, sono puntualmente sbugiardate da anni.

Sempre Serafini, nella sua analisi, riassume così questa dinamica: “L’unione dei complottisti di tutto il mondo contro il nemico comune George Soros è quindi dovuta a una serie di fattori che fanno del suo personaggio un unicum: Soros è impegnato a finanziare proprio ciò che spaventa a tutte le latitudini autocrazie e populisti”.

Il ciclo delle bufale su Soros segue un itinerario ormai consolidato: la notizia falsa nasce e si diffonde inizialmente online in quell’universo culturale che gira attorno ai fabbricatori e divulgatori di notizie false ma poi, come spesso accade in America e in Europa, alcuni politici utilizzano la bufala nelle loro dichiarazioni pubbliche (come ha fatto Salvini) e queste vengono riprese dai media mainstream che si limitano a riportare il virgolettato del politico (come sta succedendo in Italia). Ed è così che una bufala senza nessuna prova a sostegno assume una parvenza di autorevolezza agli occhi dell’opinione pubblica.

"Il mito di George Soros - scrive Leonardo Bianchi nel suo libro - torna molto utile all’immaginario politico dell’estrema destra occidentale. La figura del burattinaio supremo, per giunta ebreo, serve a screditare sia le cause che le persone che le fanno proprie. A chi protesta, si rivolta, manifesta o compie azioni umanitarie è negata ogni spontaneità e dignità politica; se lo fa è perché prende soldi da Soros. I veri rivoluzionari, di contro, sono quelli che scorgono dappertutto la sua ingerenza maligna."

Alexander Reid Ross, autore del libro Against the Fascist Creep, intervistato da Al Jazeera, spiega che le teorie del complotto su Soros seguono una larga tradizione antisemita dell’estrema destra e che molto probabilmente si tramanderanno nel tempo anche quando Soros non ci sarà più. Al miliardario ungherese viene attribuito lo stesso ruolo che prima di lui era stato cucito attorno ai Rothschild, la famiglia di banchieri di religione ebraica. Quando morirà Soros, probabilmente, un altro miliardario incarnerà le fantasie dell’antisemitismo mondiale e diverrà il nuovo protagonista del complotto giudaico-massonico.

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Il reddito di cittadinanza è una cosa seria: l’ebook gratuito di Valigia Blu

[Tempo di lettura stimato: 2 minuti]

Da qualche anno il tema del “reddito di cittadinanza” è entrato nel dibattito nazionale politico in Italia. Tra i più grandi sostenitori della misura c’è il Movimento 5 Stelle, che l’ha lanciata prima nella campagna politica del 2013 e poi ha presentato un progetto di legge nel corso della scorsa legislatura. Recentemente la proposta è stata inserita anche nell'accordo di governo stretto tra Movimento 5 Stelle e Lega.

In realtà, come avevamo già specificato a suo tempo, quello proposto dal M5S non è un “reddito di cittadinanza” – erogato in modo incondizionato a tutti cittadini di un paese, su base individuale, senza alcuna verifica della condizione economica o richiesta di disponibilità a lavorare –, ma un “reddito minimo garantito”, cioè limitato nel tempo, a cui si accede solo in base a specifici criteri.

Per capire e chiarire quelle che sembrano solo piccole differenze di termini, mentre invece segnano un approccio totalmente differente al welfare e alla società, lo scorso anno abbiamo pubblicato un approfondimento sul “reddito di cittadinanza”. Un tema al centro del dibattito internazionale che pone questioni e sfide importanti per le nostre società – disuguaglianze economiche e sociale, povertà, automazione del lavoro e innovazione tecnologica – e impone una riflessione collettiva anche al di là di posizioni ideologiche.

Da questo approfondimento abbiamo realizzato un ebook (scaricabile gratuitamente in versione pdf e epub e mobi). Il lavoro, suddiviso in 6 capitoli, ripercorre la storia dell’idea, spiega perché è ritornata attuale, ricostruisce il dibattito mostrando le posizioni a favore e quelle contrarie e presenta i casi pilota nel mondo.

All'interno dell'ebook si trova anche un link all'intervento (con sottotitoli in italiano) di Guy Standing, tra i massimi esperti di "basic income", tenuto al Festival Internazionale del Giornalismo 2018 di Perugia.

Scarica l'ebook:

 

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I danni che la direttiva sul copyright farà alle nostre libertà e cosa possiamo fare per contrastarla

[Tempo di lettura stimato: 12 minuti]

Aggiornamento 5 luglio: Il Parlamento europeo ha respinto – con 278 voti favorevoli, 318 contrari e 31 astensioni – l'avvio dei negoziati fra Parlamento, Consiglio e Commissione Ue sulla proposta di direttiva per la riforma del copyright. Di conseguenza, la posizione del Parlamento sarà discussa, emendata e votata nel corso a settembre.

...

Ci sono voluti 10 anni perché Stephanie Lenz ottenesse giustizia in un tribunale. Dieci anni, dopo aver postato su Youtube il video nel quale mostrava con l'orgoglio di una madre il proprio figlioletto, Holden di 18 mesi, che balla nella propria cucina sulle note di una musica di sottofondo, poco udibile. 29 secondi di video, che però vengono cancellati dalla Universal, perché quella musica di sottofondo è niente di meno che il brano di Prince, Let's go crazy.

La signora Lenz non si dà per vinta, e inizia una battaglia legale contro la multinazionale. Il classico caso Davide contro Golia, che assume importanza perché ciò che la Universal vuole vietare è un comportamento comune a milioni di persone. Ogni giorno milioni di genitori scattano foto e fanno riprese ai figli per condividerli online con parenti e amici lontani. Ma quelle riprese spesso contengono contenuti protetti: parti di brani musicali, loghi sulle magliette, sculture o edifici nello sfondo.

Nel corso del processo, portato avanti dalla EFF (Electronic Frontier Foundation), la domanda era semplice: un titolare dei diritti ha l'obbligo di valutare se ad un contenuto si applicano le eccezioni al copyright? Oppure può disinteressarsene tranquillamente e limitarsi a dire che quella musica poco udibile in sottofondo, quel logo sulla maglietta della persona ritratta è nella sua titolarità, e quindi l'intero video va buttato giù?

Ci sono voluti 10 anni perché si chiudesse il caso. Oggi Holden va alla scuola media. Domani, in Europa, potremmo avere un problema simile.

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Nei prossimi giorni (4 e 5 luglio) la proposta di riforma della Direttiva Copyright sarà discussa dal Parlamento europeo in seduta plenaria. Di seguito passerà al Consiglio dell’Unione europea, per poi tornare al Parlamento per l’approvazione definitiva (dicembre o gennaio 2019).

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Una riforma serve...

È indubitabile che una riforma della normativa in materia di copyright sia necessaria, per armonizzare le regole tra i vari Stati dell’Unione. Purtroppo, nonostante una buona partenza, la riforma si è persa in una regolamentazione settoriale che guarda a specifici aspetti perdendo in ambizione e coraggio.

Il presupposto del framework legislativo è che i titolari dei diritti non riescono a monetizzare adeguatamente i loro prodotti, perché vi sarebbe, nell’ecosistema digitale, un'ingiusta distribuzione dei profitti nella catena di diffusione delle opere online. Per risolvere questo “problema” la Commissione ha proposto di introdurre l’obbligo per le piattaforme di utilizzare strumenti di filtraggio dei contenuti e di operare con l’accordo dei titolari dei diritti al fine di rimuovere e di impedire il caricamento di contenuti in violazione dei diritti.

(c) http://hicksvillecomics.com/

L’approccio supply-side, cioè di inibizione all’accesso dei contenuti, implica una visione dell’ecosistema Internet estremamente riduttiva, come se fosse un banale canale di distribuzione unidirezionale (come la Tv per capirci). In tal senso non vengono tenute in considerazione le peculiarità di un ambiente multidirezionale nel quale il “consumatore finale” è scomparso del tutto, sostituito da una figura ibrida consumatore-produttore. Un ruolo che lo stesso Ofcom britannico (l’equivalente dell’Agcom) ritenne importante, in uno studio del 2013, per creare nuovi posti di lavoro nell’economia emergente.

L’errore, se di tale si tratta, è di considerare il copyright come un mezzo per garantire ai titolari dei diritti (non tanto gli artisti quanto i distributori e produttori) il controllo esclusivo dei loro lavori. In realtà il copyright è un insieme di diritti complessi volti a promuovere la creatività nell'interesse pubblico. Per tutelare la creatività il primo passo è l’estensione delle eccezioni alla rete Internet. La proposta di riforma amplia, invece, i diritti dei titolari senza nemmeno considerare seriamente le eccezioni.

Non solo, le norme finiscono per essere contraddittorie tra loro e in contrasto con gli altri framework legali dell’Unione, poiché gli obblighi di monitoraggio dei contenuti degli utenti sono in contrasto con la direttiva eCommerce. La normativa europea vieta un controllo generalizzato dei contenuti immessi dagli utenti perché violerebbe i diritti fondamentali dei cittadini. Per superare questo divieto la direttiva copyright non impone tale monitoraggio, ma lo "suggerisce" caldamente alle piattaforme online, le quali si troverebbero nella condizione di dover rispondere di tutti i contenuti immessi dagli utenti oppure, appunto, introdurre "volontariamente" (si fa per dire) un monitoraggio generalizzato.

Nell’avviare il progetto legislativo, la Commissione europea ha più volte sostenuto l’importanza di basarsi su studi e ricerche, ma anche qui emerge chiaramente l’intento puramente propagandistico, quando poi si è scoperto che almeno uno studio condotto per conto della Commissione non è stato pubblicato perché non confermava le tesi di partenza della Commissione medesima. Di questo rapporto solo una piccola parte, quella che evidenzia l’impatto negativo della pirateria sui film, è stato diffuso in una pubblicazione di Benedikt Hertz e Kamil Kiljański, entrambi membri del team di economia della Commissione europea.

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Quindi, invece di creare le basi per un ambiente digitale unico all’interno del quale diffondere e alimentare la cultura e il commercio, il tutto si è risolto in norme draconiane che andranno ad impattare negativamente sui diritti fondamentali dei cittadini e sulle stesse attività economiche di numerose aziende.

In breve, si propone di “tutelare” l’intera industria del copyright (e l’editoria con l’art. 11) dal “pericolo” delle nuove tecnologie, castrando queste ultime e comprimendo i diritti fondamentali dei cittadini.

...Ma non questa riforma

Con la proposta di riforma i diritti fondamentali saranno a rischio:

  • Libertà di impresa, poiché le aziende che operano online dovranno fare i conti con ulteriori spese per adeguare i propri sistemi ai nuovi obblighi, che comportano “falsi positivi” nelle procedure di identificazione di contenuti in presunta violazione del copyright.
  • Diritto alla privacy, perché la direttiva obbliga al controllo generalizzato dei contenuti immessi dagli utenti al fine di riconoscere quali contenuti sono in violazione del copyright.
  • Libertà di espressione e di informazione, in quanto le aziende preferiranno rimuovere tutti i contenuti dubbi o semplicemente segnalati da aziende di grandi dimensioni e che comunque possono avviare azioni legali, così determinando un aumento esponenziale delle rimozioni anche solo per non correre il rischio di dover rispondere di contenuti altrui.
  • Presunzione di innocenza, poiché la direttiva non prevede alcun sistema di bilanciamento e risarcimento per le rimozioni avvenute in assenza di violazioni del copyright, considerando tutti gli utenti dei potenziali violatori delle leggi.

Di contro, il diritto che la direttiva si propone di tutelare non è un diritto fondamentale. In nessun trattato o norma il copyright è considerato tale. L’industria del copyright da anni fa lobbismo a favore di una tale riforma, ed è la stessa industria che ha portato ad estendere i tempi di tutela del copyright negli Usa dagli originali 14 anni a 90 anni dopo la morte dell’autore (i termini sono stati estesi man mano che si avvicinava la scadenza del copyright di Mickey Mouse, prossimo termine 2023).

Questa industria ha sostenuto per anni che non esisterebbe un diritto del cittadino ad accedere ad Internet, per cui sarebbe stato possibile, e legittimo, disconnetterlo in caso di illeciti (es. Hadopi francese) o in alternativa bloccare un contenuto online (web blocking). È da questa idea che partono le proposte di filtraggio della rete.

Ebbene, l’industria ha sempre detto che esiste, invece, un vero e proprio diritto alla proprietà intellettuale come diritto fondamentale, che però dovrebbe prevalere sui diritti fondamentali dei cittadini, anche se non si è mai capito per quale motivo. L’industria del copyright, quindi, tende a enfatizzare la tutela del diritto alla proprietà intellettuale, proprio nel momento in cui finisce per svuotare di contenuti il diritto di proprietà, sostituendolo con le licenze limitate, Infatti oggi, nel mondo digitale, non si acquista la proprietà di un film, né di una canzone, né di un libro, ma solo la licenza, limitata e non trasmissibile agli eredi (una volta era vietato addirittura leggere gli ebook ad alta voce!).

Nel 2014, il relatore speciale ONU per i diritti culturali, Farida Shaheed pubblica un rapporto nel quale ricorda che occorre prestare più attenzione alle ripercussioni della tutela del copyright sui diritti umani. Il relatore parte dall’analisi dell’articolo 27 della Dichiarazione Universale dei diritti umani:

Articolo 27
1. Ogni individuo ha diritto di prendere parte liberamente alla vita culturale della comunità, di godere delle arti e di partecipare al progresso scientifico ed ai suoi benefici.
2. Ogni individuo ha diritto alla protezione degli interessi morali e materiali derivanti da ogni produzione scientifica, letteraria e artistica di cui egli sia autore.

Il secondo comma è generalmente interpretato quale supporto alla protezione della proprietà intellettuale, ma Shaheed precisa che il diritto umano alla protezione della paternità dell’opera è un diritto non trasferibile e connaturato all’autore, il quale soltanto può esercitarlo. L’autore cede all’editore o distributore, invece, solo gli interessi economici:

Unlike copyrights, the human right to protection of authorship is non-transferable, grounded on the concept of human dignity, and may be claimed only by the human creator, “whether man or woman, individual or group of individuals”.

Quindi, le aziende non parlano a nome degli autori, né esercitano o tutelano un diritto fondamentale. Anche a voler ammettere che esista un diritto alla proprietà intellettuale (secondo alcuni la proprietà intellettuale non è un diritto di proprietà bensì solamente una privativa concessa dallo Stato in base al presupposto che il profitto può essere realizzato solo in un ambiente soggetto a monopolio) si tratta sempre e comunque di un diritto economico non comparabile con le libertà della persona e i diritti pubblici: la libertà di espressione e la tutela dei dati personali.

Ogni qualvolta tali diritti sono stati portati in giudizio, la comparazione di un magistrato ha generalmente visto cedere il diritto di proprietà intellettuale ogni qual volta la sua tutela comportava una lesione dei diritti pubblici.

Ciò spiega ampiamente perché l’industria del copyright vuole evitare di ricorrere ai tribunali, perché il ricorso alla magistratura comporta numerosi rischi: serve tempo per avere un provvedimento di rimozione o blocco di un contenuto online, un processo costa, in tribunale occorre provare il diritto e non semplicemente affermarlo, infine un tribunale deve, per legge, bilanciare tutti i diritti in gioco, in particolare quelli relativi alla libertà di espressione e alla privacy degli utenti. Per cui in un’aula giudiziaria c’è il forte rischio di non ottenere un provvedimento favorevole. Ecco perché l’industria vuole tenere fuori dal procedimento i tribunali la tutela dei propri interessi economici amministrativizzandola (es. procedura Agcom in Italia) o addirittura privatizzandola, delegandola ad altre aziende che hanno tutto l’interesse a tenere rapporti buoni con l’industria del copyright, per evitare conflitti commerciali o giudiziali (costosi).

La conseguenza è che si realizzerà un sistema di giustizia privata alternativo a quello statale nel quale la punizione diverrà automatizzata e gestita da algoritmi, in assenza di una valutazione approfondita del caso, e soprattutto in assenza di un bilanciamento dei diritti in gioco. La rimozione del contenuto sarà basata su dei sample forniti dall’industria del copyright (sui quali nessuno avrà un controllo), e in tal modo la tutela degli interessi economici dell’industria del copyright diverrà sovraordinata a diritti di rango costituzionale.

L’articolo 13, quello che introduce l’obbligo di filtraggio dei contenuti degli utenti, di fatto impone un costo aggiuntivo (il software di filtraggio) alle aziende per la tutela dei meri interessi economici di altra industria.

I software di filtraggio o riconoscimento dei contenuti (tipo ContentId di Youtube), tra l'altro sono prodotti da poche aziende ed hanno un costo elevato, nonostante quanto disse il vicepresidente della Commissione europea sponsorizzando di fatto un noto produttore di tali software (vedi studio sui costi reali relativi agli strumenti di filtraggio e rilevamento dei contenuti, pag. 26: “medium-sized companies engaged in file-hosting services paid between $10,000 and $25,000 a month in licensing fees alone for Audible Magic’s filtering tool”). Anche se con riferimento ad un singolo contenuto il costo può sembrare bassissimo (dell’ordine di pochi centesimi), considerato il traffico di una piattaforma online diventano centinaia di migliaia di euro.

Esempio: Youtube tra gennaio e marzo 2018 ha rimosso circa 9milioni e 800mila video (qui la pagina di partenza per i rapporti sulla trasparenza di Google). In realtà per arrivare ad una rimozione occorre controllare tutti i video immessi, quindi i numeri sono notevolmente più alti, ma se consideriamo solo i video rimossi, ipotizzando un prezzo di 0,10 centesimi per contenuto (il prezzo dipende dalla quantità totale, la nostra è solo una ipotesi, il costo del controllo di questi video è di 980mila euro). 

E in merito alle piattaforme, occorre rimarcare che l’obbligo di filtraggio non riguarda solo le grandi multinazionali, ma impatta sulla quasi totalità delle piattaforme online. Riguarda certamente Google e Facebook (che però hanno i soldi per permettersi tali filtri), riguarda Instagram ma anche GitHub, piattaforma di condivisione di codici, può riguardare Kickstarter e Patreon che, paradossalmente, sono nati proprio per aiutare gli artisti a monetizzare le loro opere, saltando l’intermediazione dell’industria del copyright. E questo senza contare che un software del genere esiste per contenuti audio o video, ma non esiste per contenuti testuali, oppure software (Github, ad esempio, dovrebbe applicare i filtri a circa 60 milioni di contenuti), che pure sono soggetti al filtraggio di cui alla direttiva.

Infine, tali software di matching non sono in grado di distinguere remix, meme, contaminazioni varie, parodia, satira (cioé le "eccezioni" del caso Lenz vs Universal), per cui rimuoveranno tutto quello che include frammenti di altri contenuti protetti, senza valutare nessuna delle eccezioni o limitazioni al copyright. Da cui l’impatto negativo sulla libertà di espressione ed economica. Ovviamente tutto ciò sarà a beneficio solo delle grandi aziende produttrici e distributrici di contenuti, perché è impensabile che un artista possa spendere soldi per realizzare un proprio sistema che si interfacci con il software di, ad esempio, Youtube. Dovrà, invece, sempre rivolgersi a qualche azienda per la sua tutela.

...che ha fallito i suoi obiettivi

Di contro, l’auspicata armonizzazione delle regole rimane in soffitta. La Commissione aveva promesso di eliminare la frammentazione del mercato europeo, ma il geoblocking rimane (da non confondere con la portabilità dei servizi), a dimostrare che nell’Europa dove il cittadino può spostarsi liberamente e senza costrizioni, i contenuti digitali sono limitati dal principio di territorialità. Cosa che ha limitato fortemente l’espansione dei servizi online (Spotify, 4 anni per raggiungere 13 paesi europei). Perché? Perché l'industria del copyright afferma che è l’unico modo per poter sostenere gli ingenti costi della produzione di determinati contenuti (es. film). In tal modo però si limitano i possibili acquirenti che potrebbero finire per essere tentati da soluzioni illegali.

L’accesso ai contenuti dovrà, quindi, passare attraverso un numero sempre più elevato di licenze, con un aumento esponenziale dei costi di transazione che graveranno sugli utenti finali. Cosa che favorirà i grandi attori, come Apple, Amazon, Youtube, Spotify, che possono permettersi nugoli di avvocati e gestire i negoziati in tutti gli Stati, cosa impossibile per le piccole aziende che finiranno per doversi accontentare di esercitare in un solo Stato.

È un enorme costo per l’innovazione, e il Digital Single Market si rivela per quello che è sempre stato, uno spot a favore delle grandi multinazionali, che introduce barriere all'ingresso del mercato a tutela dei più grandi. Per un mercato nel quale i diritti valgono fin tanto che non riducono i profitti.

Leggi anche >> Europa e copyright: indietro tutta

I pareri degli esperti

La lista delle critiche agli articoli 11 e 13 è lunghissima, e annovera le opinioni dei principali esperti della rete e delle politiche di innovazione.

Cosa puoi fare per il tuo Internet?

Questo non è un problema di destra o sinistra, non è una questione sulla quale dividersi perché il tale partito è contro o a favore, ma è un problema della massima importanza che tocca tutti noi.

Puoi scrivere al parlamentare europeo per dirgli cosa pensi. Il voto avverrà tra il 4 e il 5 luglio.

Ulteriori informazioni sul sito Save Your Internet. Sul sito vi è una mail precompilata da inviare ai MEP. Eventualmente il testo può essere sostituito con quello tradotto qui sotto.

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Caro deputato,
la votazione di luglio in plenaria, sulla direttiva sul diritto d'autore nel mercato unico digitale potrebbe causare danni irreparabili non solo ad Internet nel suo insieme, ma anche ai diritti e alle libertà fondamentali dei cittadini, e all'intera economia dell'UE, creando nel contempo una persistenze incertezza giuridica. È quindi fondamentale votare contro il mandato negoziale (articolo 69c) conferito al relatore, l'eurodeputato Axel Voss. Ho bisogno che tu ti opponga a questa proposta poco equilibrata. Per spiegare il motivo, faccio riferimento ad alcune delle numerose analisi inviate in precedenza da vari esperti, in cui si spiega perché l'articolo 13 è dannoso:
Internet: oltre 70 pionieri ed esperti di Internet si sono mobilitati, al seguito di Sir Tim Berners-Lee, indirizzando, il 12 giugno 2018, una lettera aperta [1] al Parlamento europeo, in cui vi esortano a votare per la soppressione dell'articolo 13, in quanto “imporrebbe alle piattaforme di Internet l'integrazione di un'infrastruttura automatizzata per il monitoraggio e la censura nelle loro reti”.
Diritti fondamentali: oltre 50 ONG, che difendono i diritti umani e la libertà dei media, il 16 ottobre 2017 hanno inviato una lettera aperta [2] al Parlamento europeo chiedendo di cancellare l'articolo 13, in quanto viola la libertà di espressione come prevista dalla Carta dei diritti fondamentali e finirebbe per alimentare una grave incertezza giuridica, al punto che i servizi online non avranno altra scelta che monitorare, filtrare e bloccare le comunicazioni dei cittadini dell'UE.
Certezza giuridica nell'UE: il 26 aprile 2018 gli accademici di 25 centri di ricerca sulla proprietà intellettuale in Europa hanno pubblicato una lettera aperta [3] sottolineando che esiste un consenso scientifico sul fatto che l'articolo 13 riduce la possibilità per l'utente di beneficiare dei vantaggi previsti dalla direttiva sul commercio elettronico (2000/31/CE). Il 17 ottobre 2017, 56 autorevoli studiosi hanno firmato una raccomandazione [4] in cui si avverte che l'articolo 13 "contiene concetti giuridici non equilibrati e non ben definiti che lo rendono incompatibile con l'acquis esistente".
Economia europea: gli editori europei di media innovativi hanno espresso [5] le loro preoccupazioni sull'articolo 13, ritenendo che "queste regole non siano buone per gli editori che si affidano a un Internet aperto e competitivo per creare e diffondere storie ai loro lettori". Allied for Startups spiega [6] che "la tecnologia di filtraggio suggerita aumenterà i costi di lancio di una startup in Europa e allontanerà i talenti".
Grazie!

[1] https://www.eff.org/files/2018/06/12/article13letter.pdf
[2] https://www.liberties.eu/en/news/delete-article-thirteen-open-letter/13194
[3] https://www.create.ac.uk/wp-content/uploads/2018/04/OpenLetter_EU_Copyright_Research_Centres_26_04_2018.pdf
[4] https://papers.ssrn.com/sol3/papers.cfm?abstract_id=3054967
[5] http://mediapublishers.eu/2017/11/18/members-voice-why-should-publishers-worry-about-article-13-of-the-copyright-reform/
[6] http://www.thedigitalpost.eu/2017/channel-startup-economy/filtering-obligations-dont-torpedo-startups-in-europe

Come funziona il filtraggio dei contenuti online?

Alcuni esempi:

Immagine in anteprima via pixabay.com

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Europa e migranti: cosa cambia dopo l’accordo di ieri, cosa ha chiesto e cosa ha ottenuto l’Italia

[Tempo di lettura stimato: 14 minuti]

di Angelo Romano e Andrea Zitelli

"I 28 leader hanno trovato un accordo sulle conclusioni del Consiglio europeo, inclusa l'immigrazione".

Con un tweet alle 4,30 del mattino, dopo 13 ore di negoziati, il presidente del Consiglio europeo Donald Tusk ha annunciato l’accordo raggiunto dai capi di Stato e di governo dei 28 paesi dell’Unione europea su un testo condiviso sulla gestione dei flussi migratori.

L’incontro del Consiglio europeo (l’organo che definisce l'indirizzo politico dell’Unione europea) del 28 e 29 giugno era atteso con grande attenzione per i temi importanti all’ordine del giorno, come, tra gli altri, la discussione della riforma dell’Unione economica e monetaria, la nuova composizione del Parlamento europeo dopo la Brexit e in vista delle elezioni europee di maggio 2019, lo stato dei negoziati con il Regno Unito. Il tema più difficile sul tavolo, come lo ha definito la cancelliera tedesca Angela Merkel, era proprio quello relativo all’immigrazione.

A testimonianza di quanto il tema fosse particolarmente sentito e la situazione delicata, lo scorso 24 giugno c’era stato un incontro informale convocato dal presidente della Commissione europea Jean-Claude Juncker, inizialmente aperto solo ai leader di Italia, Francia, Spagna e Germania, ma che alla fine ha visto la partecipazione di 16 capi di Stato e di governo, per trovare una posizione comune in vista del Consiglio europeo del 27 e 28 giugno. In quell’occasione, si legge in un comunicato dell’Ufficio rapporti con l’Unione europea della Camera, l’Italia aveva proposto “l'istituzione di centri di protezione internazionale nei Paesi di transito per verificare le richieste di asilo e offrire assistenza ai migranti, un rafforzamento delle frontiere esterne, il superamento del regolamento di Dublino e del criterio del Paese di ‘primo approdo’”, la condivisione delle responsabilità sui naufraghi in mare tra tutti gli Stati membri sui naufraghi in mare, l’incremento dei centri di accoglienza nei paesi europei e il contrasto ai movimenti secondari (cioè gli spostamenti dei migranti giunti in Europa da un paese all’altro dell’Unione europea). A quell’incontro non avevano partecipato Ungheria, Polonia, Repubblica Ceca e Slovacchia, i 4 paesi che formano il cosiddetto gruppo di Visegrad, che più di tutti si oppongono a una ridistribuzione dei migranti tra i paesi membri dell’Unione europea.

Dal Consiglio europeo del 27 e 28 giugno, quindi, ci si aspettava misure concrete e una decisione su quali strumenti per la gestione dell’immigrazione adottare e sulla riforma del sistema europeo comune di asilo. In altre parole, la riforma del cosiddetto Regolamento di Dublino. Ma così non è stato.

Come titola il Guardian, “I leader dei 28 paesi europei parlano di vittoria al vertice sull’immigrazione ma il testo concordato è privo di dettagli”. Canta vittoria il presidente del Consiglio italiano Giuseppe Conte, che ha detto che «da questo Consiglio esce un'Europa più responsabile e solidale, l'Italia non è più sola». Si dichiara soddisfatto il presidente francese Emmanuel Macron, che ha sottolineato come l’accordo raggiunto rappresenti una tappa importante «perché siamo riusciti a ottenere una soluzione europea e un lavoro di cooperazione» a dispetto di quanti «predicevano un mancato accordo o il trionfo di soluzioni nazionali». Esulta il premier polacco Mateusz Morawiecki, per il quale «l’Europa ha adottato le posizioni di Visegrad», con una dichiarazione parzialmente in controtendenza rispetto a quella di Macron e in direzione opposta a quella del nostro presidente del Consiglio che aveva minacciato di mettere il veto a tutti gli altri temi all’ordine del giorno fino a quando non fosse stata trovata una soluzione sull’immigrazione soddisfacente per il nostro paese, suscitando la sorpresa e l’irritazione dei capi di governi di alcuni paesi. Per il tedesco Günther Oettinger, commissario europeo per il bilancio e le risorse umane, il vertice ha segnato «una vera svolta», un «grande passo che va nella giusta direzione». Più cauta la cancelliera Merkel, che ha segnalato come sulle migrazioni ci siano ancora molte divisioni e ci sia molto lavoro da fare per poterle superare. A questo proposito, «aver concordato un testo comune è un buon segnale».

Cosa dice l’accordo

Il testo concordato si articola in 12 punti e più che misure concrete invita gli Stati membri a perseguire alcune politiche di gestione dell’immigrazione. In sostanza, come sottolineato da Ispi, l’accordo non è giuridicamente vincolante, le divisioni restano e non modifica sostanzialmente nulla.

Innanzitutto, come detto, il Regolamento di Dublino non è stato modificato. Anzi, il testo dell’accordo, dopo aver sottolineato che “è necessario trovare un consenso sul regolamento Dublino per riformarlo sulla base di un equilibrio tra responsabilità e solidarietà”, rinvia “al Consiglio europeo di ottobre una relazione sui progressi compiuti”. Come spiega Il Post, “nel linguaggio del Consiglio europeo significa che bisognerà trovare un accordo all’unanimità, col rischio che i paesi del blocco orientale blocchino ogni negoziato”. Anche sulle procedure di asilo, il Consiglio europeo dice che è necessario un ulteriore esame e che bisogna “trovare una soluzione rapida all’intero pacchetto”.

Non è stato rivisto né ci sono indicazioni rispetto al criterio del primo approdo, che impone a ogni migrante di chiedere asilo nel primo paese in cui mette piede, cioè i paesi di frontiera come Italia, Grecia o Spagna. Non si parla nemmeno di quote di ridistribuzione dei richiedenti asilo tra i paesi europei.

Nell’accordo, i 28 paesi ribadiscono che ci vuole un approccio globale alla migrazione “che combini un controllo più efficace delle frontiere esterne dell'UE, il rafforzamento dell'azione esterna e la dimensione interna, in linea con i nostri principi e valori”, che sono determinati “a proseguire e rafforzare questa politica per evitare un ritorno ai flussi incontrollati del 2015” e che “è una sfida, non solo per il singolo Stato membro, ma per l'Europa tutta”.

Il testo affronta le questioni dello sbarco di chi è soccorso in mare e delle migrazioni secondarie. Per quanto riguarda il primo aspetto, il Consiglio europeo evidenzia che “è necessario eliminare ogni incentivo a intraprendere viaggi pericolosi” e va individuato “un nuovo approccio allo sbarco di chi viene salvato in operazioni di ricerca e soccorso, basato su azioni condivise o complementari tra gli Stati membri”. Da questo punto di vista, suggerisce alla Commissione europea di esplorare l’ipotesi di piattaforme di sbarco regionali, in stretta cooperazione con i paesi interessati, con l’Unhcr e l’Osservatorio Internazionale per le migrazioni (Oim). Cosa significa? Si tratta di hotspot in paesi terzi, come Algeria, Egitto, Libia, Marocco, Tunisia e Niger (dove la Francia ha già iniziato a esaminare le richieste di asilo, ad esempio), dove identificare i migranti e valutare le richieste di asilo. Un esempio di piattaforma regionale, spiega Ispi, è quello australiano. L’Australia porta i migranti salvati in centri chiusi sulla terraferma in paesi terzi (ad esempio in Papua Nuova Guinea), anche quando le persone salvate hanno già raggiunto le acque territoriali australiane.

Per restare a esempi a noi vicini, è quanto accaduto recentemente con la nave Lifeline, rimasta in mare per oltre una settimana con 234 migranti a bordo e approdata nel porto di Malta dopo aver ottenuto il permesso dal governo di La Valletta. In quel caso, 8 paesi europei hanno accettato di accogliere quei migranti ai quali, dopo un veloce esame delle loro singole posizioni, è stato riconosciuto il diritto di poter presentare una richiesta di asilo. Tutti gli altri dovrebbero essere immediatamente respinti, scriveva Repubblica. Contro questo modello si è espresso il direttore europeo dell’Oim, Angelo Ambrosi, che al Guardian ha dichiarato: «Ciò che non vogliamo sono i centri di identificazione migranti esterni e sicuramente non vogliamo un modello australiano», facendo riferimento proprio ai controversi centri di detenzione presenti nel Pacifico.

Al tempo stesso, all’interno dell’Unione europea, “lasciando impregiudicata la riforma di Dublino”, dovrebbero essere aperti su base volontaria dei centri sorvegliati, finanziati e gestiti dall’Unione europea, dove “distinguere i migranti irregolari, che saranno rimpatriati, dalle persone bisognose di protezione internazionale, cui si applicherebbe il principio di solidarietà”. Si tratta, in altre parole, scrive ancora Ispi, di centri molto simili a quelli istituiti in Italia e Grecia a fine 2015, “pensati come strutture chiuse, da cui non si potesse uscire fino a identificazione completata, che in teoria sarebbe dovuta avvenire entro massimo 72 ore. Nella realtà, soprattutto nei periodi di flusso più intenso, i termini si sono dilatati e di fatto gli hotspot sono diventati più simili a centri di accoglienza”. Considerando che tutte le persone in carcere in Italia non sono più di 60mila e che il numero di richiedenti asilo attualmente presenti nel nostro paese è di circa 150mila, l’incremento degli hotspot creerebbe notevoli problemi, conclude Ispi nella sua analisi. Su questo punto, Conte ha sottolineato il carattere volontario dell’apertura di questi centri: «Non siamo obbligati ad aprirli, valuteremo».

Inoltre, i 28 paesi hanno raccomandato l’intensificazione del ruolo di Frontex attraverso maggiori risorse e un rafforzamento del suo mandato, un maggiore sostegno all’Italia e degli altri Stati membri in prima linea, e “a favore della regione del Sahel, della guardia costiera libica, delle comunità costiere e meridionali”, per quanto riguarda la rotta del Mediterraneo centrale, maggiori sforzi “per attuare pienamente la dichiarazione UE-Turchia, impedire nuovi attraversamenti dalla Turchia e fermare i flussi”, rispetto alla rotta del Mediterraneo orientale, aiuti finanziari e non alla Spagna e al Marocco per fermare le migrazioni illegali lungo la rotta del Mediterraneo occidentale.

Rispetto alle migrazioni secondarie, il Consiglio ha evidenziato la necessità che gli Stati membri collaborino tra di loro per contrastare gli spostamenti dei migranti tra un paese e l’altro dell’Unione europea dopo essere approdati in Europa, un fenomeno, specifica il testo che rischia di “compromettere l'integrità del sistema europeo comune di asilo e l'acquis di Schengen”. La questione delle migrazioni secondarie, scrive Ispi, è riemersa dopo la “proposta del Ministro dell’Interno tedesco, Horst Seehofer, di fermare i migranti alla frontiera e di riconsegnarli al paese Ue da cui provengono (per esempio l’Austria) o al paese di primo ingresso (per esempio l’Italia o la Grecia)”. Un problema che ha messo in crisi il governo tedesco, nato dopo sei mesi di trattative.

Cosa chiedeva e cosa ha ottenuto l’Italia

Prima del Consiglio europeo, durante l’incontro informale di domenica 24 giugno con i leader di altri 16 paesi europei, l’Italia aveva formulato alcune proposte da sottomettere al vertice dei giorni scorsi. In particolare, il nostro paese aveva chiesto il superamento del Regolamento di Dublino e del criterio del paese di “primo approdo”, l’istituzione di centri nei paesi di transito (e quindi non in quelli di approdo) per verificare le richieste di asilo e offrire assistenza ai migranti, il rafforzamento delle frontiere esterne e un maggiore supporto a Frontex e la condivisione delle responsabilità tra gli Stati membri dell’Unione europea sui naufraghi in mare e un incremento del numero dei centri di accoglienza nei paesi europei. Rispetto ai movimenti secondari, da un lato, c’era la Germania che chiedeva la fine del passaggio dei migranti da un paese all’altro dell’Ue, dall’altra l’Italia che voleva maggiore sostegno rispetto ai movimenti primari. “La fine dei movimenti secondari per Roma”, sintetizzava Roberto D’Argenio su Repubblica, “può arrivare solo se accompagnata da decisioni incisive e vincolanti per tutti su quelli primari”.

In particolare, sui movimenti primari, scrive Ispi, l’Italia chiedeva l’europeizzazione dei confini marittimi dell’Unione europea, considerando così gli sbarchi sulle nostre coste come sbarchi nell’Ue: “Chi sbarca in Italia, sbarca in Europa”. In concreto, questa proposta avrebbe implicato “il ricollocamento automatico verso i vari paesi europei di tutti i migranti in arrivo dal mare”, laddove per tutti si intendevano “non solo i migranti che potrebbero qualificarsi come rifugiati, ma anche i migranti ‘economici’”. Se fosse passata, prosegue Ispi, si sarebbe trattata di una vera e propria rivoluzione nel campo delle migrazioni”. Ma nel testo concordato dai 28 paesi del Consiglio europeo non c’è traccia di ricollocamenti, è stato rinviato l’esame del Regolamento di Dublino (e una sua eventuale riforma) e si è parlato solo dell’istituzione di centri nei paesi europei su base volontaria e di hotspot nei paesi terzi come ipotesi da esplorare da parte della Commissione europea.

Nel frattempo, stando a quanto riporta il vicedirettore di Afp a Bruxelles, Danny Kemp, la Francia ha già preso le distanze dall’ipotesi dell’istituzione di centri di identificazione e valutazione delle posizioni dei migranti nel proprio paese.

In una conferenza stampa a Bruxelles, il presidente francese Emmanuel Macron ha escluso che i nuovi centri sorgeranno in Francia perché quello transalpino «non è un paese di primo arrivo». I nuovi centri, ha proseguito il presidente francese, saranno riservati ai paesi sulle principali rotte migratorie come Malta, Italia, Spagna o Grecia.

Anche il cancelliere austriaco Sebastian Kurz, che governa in coalizione con un partito anti-immigrazione di estrema destra, riporta Afp, ha rifiutato di ospitare i centri: «Certo che no ... non siamo un paese di primo arrivo, a meno che la gente non si lanci dai paracadute», ha detto Kurz, che a partire da luglio per i prossimi sei mesi assumerà la presidenza di turno dell’Ue.

Intanto, Tunisia, Marocco, Albania, Algeria hanno già fatto sapere di non avere intenzione di aprire i "punti di sbarco" per migranti che propone l'Italia.

E, nei giorni scorsi, anche la Libia aveva rifiutato categoricamente di ospitare queste strutture.

In sintesi, nota Luca Misculin su Twitter, l’Italia ha ottenuto vaghe rassicurazioni ma nessun impegno concreto a condividere l'onere della prima accoglienza.

Il Regolamento di Dublino e la ricerca di un sistema comune europeo di asilo

Sin dal 1999 l’Europa ha cercato di definire un sistema comune di asilo, ma non ha ancora trovato un equilibrio tra le diverse legislazioni locali. Attualmente il Regolamento Dublino III, entrato in vigore il 1 gennaio 2014, definisce qual è lo Stato membro dell’Unione europea competente per l’esame di una domanda di protezione internazionale presentata da un cittadino proveniente da un paese terzo o da un apolide. Si tratta del documento principale adottato dall’Ue per quanto riguarda il diritto di asilo ed è stato sottoscritto anche paesi non membri come la Svizzera.

Il Regolamento di Dublino impedisce che un migrante possa presentare richiesta di protezione in più di uno Stato membro dell’Ue e prevede che la domanda venga fatta nel paese di approdo del richiedente asilo. Per controllare che un richiedente abbia fatto più domande in paesi diversi, l’Europa ha adottato Eurodac, un archivio comune delle impronte digitali dei richiedenti asilo usato dalla polizia, in cui vengono registrati i dati e le impronte di chiunque attraversi irregolarmente le frontiere di uno Stato membro o presenti richiesta di protezione internazionale. Questa banca dati consente, dunque, di stabilire in quale Stato membro un richiedente asilo ha fatto il suo primo ingresso in Europa. Ad esempio, scrive Open Migration, “un cittadino straniero che è entrato in maniera irregolare in Italia e che poi si è recato in Germania dove ha presentato richiesta di asilo dovrebbe, in teoria, essere trasferito in Italia”.

Il Regolamento ha ricevuto diverse critiche dal Consiglio europeo per i rifugiati e dall’Alto commissariato delle Nazioni Unite per i rifugiati perché, riporta Internazionale, “il sistema attuale non riesce a fornire una protezione equa ed efficiente ai richiedenti asilo, costretti ad aspettare anni prima che le loro richieste siano esaminate, non tiene conto del ricongiungimento familiare e comporta una pressione maggiore Sugli stati membri del sud dell’Europa, che sono anche i paesi d’ingresso nel continente”. È proprio questo uno degli aspetti che l’Italia chiedeva di cambiare: il criterio del paese di “primo approdo”. Si tratta di una logica perversa, scrive Annapaola Ammirati su Open Migration, “per cui il paese che salva una vita in mare è poi il paese che dovrà accogliere quella persona e garantirgli protezione e il paese in cui quella persona sarà costretta a costruire il suo futuro”.

Il percorso in Europa della discussione sulla riforma del Regolamento di Dublino e le proposte presentate

La riforma del Regolamento di Dublino ha iniziato il suo percorso nel 2016, con 7 proposte presentata tra maggio e giugno dalla Commissione europea. Tra queste, il centro studi del Senato nel documento “Note su atti dell’Unione europea” spiega che era stato avanzato un primo testo di riforma di Dublino III, denominato "Proposta di regolamento del Parlamento europeo e del Consiglio che stabilisce i criteri e i meccanismi di determinazione dello Stato membro competente per l’esame di una domanda d'asilo presentata in uno degli Stati membri da un cittadino di un Paese terzo o da un apolide (rifusione)".

Nel testo si leggeva che “l’attuale sistema Dublino non è stato concepito per garantire una distribuzione sostenibile delle responsabilità nei confronti dei richiedenti in tutta l’Unione. Di conseguenza, attualmente pochi Stati membri si trovano a gestire la stragrande maggioranza dei richiedenti asilo in arrivo nell’Unione, il che sottopone a pressione le capacità dei loro sistemi di asilo e incoraggia una certa inosservanza delle norme dell’UE”. Per questo motivo occorre riformarlo “sia per semplificarlo e renderlo più efficace nella pratica, sia per metterlo in condizioni tali da poter reagire a situazioni in cui i sistemi di asilo degli Stati membri subiscano pressioni sproporzionate”.

Le modifiche, continua il Centro studi del Senato, prevedevano un meccanismo di assegnazione correttivo (chiamato "meccanismo di equità"), “in base al quale, nel caso in cui uno Stato membro si trovi ad affrontare un afflusso sproporzionato di migranti, che superi il 150% della quota di riferimento (fondata su due criteri, ciascuno dei quali vale per il 50%: la popolazione e il PIL totale di uno Stato membro), tutti i nuovi richiedenti protezione internazionale, dopo una verifica dell’ammissibilità della domanda presentata, dovrebbero essere ricollocati in altri Stati membri fino a quando il numero di domande non sia ridisceso al di sotto di tale quota”. Uno Stato membro poteva però sottrarsi totalmente per un anno all'obbligo di partecipare al meccanismo di redistribuzione, pagando un contributo di 250mila euro per richiedente asilo a quello Stato membro che sarebbe stato designato come competente per l’esame di queste richieste di asilo non prese in carico.

Il Parlamento e il governo italiano guidato da Paolo Gentiloni, in diverse occasioni (qui, qui e qui), avevano presentato un parere negativo su una simile proposta perché non avrebbe contribuito a un'equa ripartizione dei migranti fra gli Stati membri, ma avrebbe rafforzato e ampliato, "sotto vari profili, il criterio del primo ingresso, aumentando le difficoltà dei Paesi di frontiera, come l'Italia". Era da respingere anche la possibilità per uno Stato di potersi sottrarre al meccanismo di redistribuzione, previo pagamento di 250mila euro per richiedente asilo non preso in carico, perché sarebbe stata “contraddittoria con i principi di solidarietà e corresponsabilizzazione stabiliti nei Trattati”.

Il Ministero dell’Interno, guidato allora da Marco Minniti, aveva proposto invece una rinegoziazione dei criteri di determinazione dello Stato competente da fondarsi non sul primo ingresso, "bensì su una chiave di distribuzione che rifletta le dimensioni, la ricchezza e la capacità degli Stati membri di assorbimento dei richiedenti".

Ma contro i meccanismi obbligatori di redistribuzione dei richiedenti asilo a livello europeo si oppongono alcuni Stati, in particolare il cosiddetto gruppo di Visegrad fondato nel 2004 e formato da Polonia, Repubblica Ceca, Slovacchia e Ungheria. Nel 2015, ad esempio, è stato lanciato dall’Ue un programma temporaneo e obbligatorio di ricollocamento negli Stati membri dei migranti presenti nei Paesi maggiormente coinvolti dai flussi migratori, come Italia e Grecia, per garantire “un'equa ripartizione delle responsabilità tra gli Stati membri per numeri elevati di richiedenti con evidente bisogno di protezione internazionale” (negli anni il piano ha proceduto con lentezza e con un forte ridimensionamento dei numeri di richiedenti asilo che sarebbero stati coinvolti). Ad oggi, in basi ai dati forniti dal Ministero dell’Interno italiano e della Commissione europea, i migranti ricollocati dall’Italia nei paesi membri sono poco meno di 13mila e di questi, quelli “accolti” dagli Stati del gruppo di Visegrad sono pari a zero. Polonia, Repubblica Ceca, Slovacchia e Ungheria sono infatti contrari al piano lanciato nel 2015 e per il fatto di non averlo recepito, nel giugno 2017 la Commissione UE ha avviato una procedura di infrazione contro Repubblica Ceca, Ungheria e Polonia.

 Visegrad chiede così misure alternative all’obbligo di redistribuzione dei richiedenti asilo, come ad esempio l'invio di personale di supporto o l'assunzione di una parte degli oneri finanziari connessi all'accoglienza e all'esame delle domande, spiega sempre il Centro Studi del Senato.

La proposta votata dal Parlamento europeo

Un’altra proposta di riforma del regolamento di Dublino, redatta dalla Commissione per le libertà civili, giustizia e affari interni (LIBE), era stata approvata dal Parlamento europeo (con 390 voti in favore – tra cui quelli del Partito democratico, Possibile e Forza Italia –, 175 voti contrari – tra cui quelli del M5S – e 44 astensioni – tra cui i parlamentari della Lega –) lo scorso novembre.

In base a questo mandato negoziale al Consiglio europeo (spetta a quest’organo infatti decidere se procedere o meno lungo la strada tracciata dalla proposta), si legge sul sito del Parlamento Ue, “il Paese in cui un richiedente asilo arriva per primo non sarebbe più automaticamente responsabile del trattamento della domanda di asilo. I richiedenti asilo verrebbero invece ripartiti tra tutti i Paesi dell'Unione europea e sarebbero ricollocati in un altro Stato membro rapidamente e in maniera automatica”. Inoltre, i Paesi membri che non avrebbero accolto la propria quota di richiedenti asilo avrebbero rischiato di veder ridotto il loro accesso ai fondi dell’Unione europea.

Elly Schlein, eurodeputata di Possibile che ha lavorato al testo nella Commissione LIBE, ha spiegato a Vice Italia ulteriormente il senso e l’obiettivo del testo: «Un richiedente fa domanda nel primo paese, si verifica se ha legami significativi con altri paesi in cui ricollocarlo immediatamente, in assenza di questi lo si ricolloca in un paese a scelta tra quelli più lontani dal raggiungimento della quota di richieste che devono affrontare, stabilita in base a Pil e popolazione». Schlein specifica anche che è stato rifiutato l’approccio sanzionatorio perché ritenuto «inefficace» e «anche la possibilità di chiamarsi fuori dall’accoglienza pagando: anzi, secondo la nostra proposta chi non rispettasse gli obblighi di ricollocamento vedrebbe conseguenze sui fondi strutturali. Il messaggio che abbiamo lanciato è chiaro: non si possono volere solo i benefici di far parte dell’Unione, senza condividere le responsabilità che ne derivano». L’eurodeputata di Possibile denuncia anche che durante le 22 riunioni di negoziato sulla proposta di riforma «la Lega non si è mai presentata (...) e nel voto si è astenuta», «mentre il M5S ha votato contro avanzando argomenti che non hanno alcun fondamento nel testo approvato».

Il compromesso cercato dalla Bulgaria e fallito

A marzo, la Bulgaria, presidente di turno del Consiglio dell’Unione europea, ha presentato un testo di compromesso per provare ad accelerare la riforma. La soluzione presentata non prevedeva un “meccanismo di equità” nell’assegnazione dei richiedenti asilo, come pensato dalla Commissione europea, ma proponeva che la loro ricollocazione si applicasse solo in “situazioni critiche” e di “grave crisi” e si basasse solo su impegni volontari degli Stati membri. La riassegnazione sarebbe stata obbligatoria nel caso in cui le domande presentate in un singolo Stato avessero superato il 180% del corrispettivo numero di riferimento.

Lo scorso 5 giugno al Consiglio affari interni dell'Unione europea i ministri della Giustizia e dell’Interno dei paesi membri in Lussemburgo hanno discusso i dettagli della riforma europea del sistema di asilo per i migranti, tra cui il “Regolamento di Dublino”. Al termine dell'incontro non è stata però trovata un'intesa. Secondo quanto riportato dai media, i no alla proposta/compromesso sono arrivati da Spagna, Germania, Austria, Estonia, Lettonia, Lituania, Ungheria, Polonia, Slovacchia e Repubblica Ceca. Secondo quanto dichiarato a Internazionale dall’eurodeputata Schlei sembra che le bozze che erano circolate nel Consiglio europeo «non abbiano minimamente considerato» la proposta formulata dal parlamento nel novembre scorso.

Recentemente, il nuovo ministro dell’Interno, Matteo Salvini, aveva dichiarato che l’Italia si sarebbe opposta alle modifiche del Regolamento di Dublino “perché condannano l'Italia, la Spagna, Cipro e Malta ad essere da soli". In Lussemburgo, ha aggiunto Salvini, “proporranno un passo indietro e non un passo avanti. E noi diremo 'no' al regolamento che tratterebbe per più tempo i migranti irregolari in Italia. (...) L’Italia non è il campo profughi d’Europa”. Già ad aprile, il governo Gentiloni aveva espresso (in un documento congiunto con Grecia, Malta, Cipro e Spagna) critiche e proposte alternative rispetto al compromesso bulgaro. Il testo della Bulgaria aveva sollevato anche le perplessità della Germania che, stando alle parole del segretario di Stato agli Interni, Stephan Mayer, “non accetterà di approvarla così com’è”. Secondo Mayer, oltre all’Italia, anche altri paesi, come Polonia, Repubblica Ceca, Slovacchia e Ungheria, erano critici su alcuni punti specifici del testo bulgaro.

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Tutto quello che c’è da sapere sui 50 milioni di euro truffati allo Stato dalla Lega e poi spariti

[Tempo di lettura stimato: 22 minuti]

di Angelo Romano e Andrea Zitelli

Negli ultimi giorni lo scrittore Roberto Saviano ha parlato più volte dell’inchiesta sulle decine di milioni di euro di rimborsi elettorali che sarebbero stati truffati dalla Lega allo Stato negli anni scorsi. Durante la tavolata solidale organizzata a Milano, ad esempio, Saviano ha lanciato il ‘Restitution day’: «Una giornata in cui chiediamo alla Lega la restituzione dei 50 milioni e non avere le finte, furbe, lezioni del ministro degli Interni che dice 'non mi riguarda è la gestione passata'». Il ministro dell’Interno e capo della Lega a sua volta ha ribattuto: «Non mi piacciono i fantasy. Sono curioso di trovare non 50 milioni, ma 50 euro. Se trovate 50 euro miei o della Lega in Lussemburgo vi offro una cena».

Abbiamo ricostruito le inchieste giornalistiche e le indagini e il processo che lo scorso luglio ha visto l’ex leader della Lega Nord, Umberto Bossi, e l’ex tesoriere del partito, Francesco Belsito, condannati in primo grado a Genova rispettivamente a due anni e sei mesi e a 4 anni e dieci mesi per la truffa ai danni dello Stato.

Come nasce l’inchiesta

Nell’aprile 2012 viene pubblicata la notizia che Francesco Belsito, allora tesoriere della Lega Nord, risulta indagato per truffa ai danni dello Stato e finanziamento illecito ai partiti dalla Procura di Milano e per riciclaggio da quella di Napoli e Reggio Calabria. L’indagine, scriveva Il Fatto Quotidiano, era stata avviata dopo l’esposto di un militante del Carroccio sull’utilizzo dei fondi del partito negli investimenti in Tanzania e a Cipro (qui Paolo Colonnello su La Stampa ricostruisce l’operazione finanziaria della Lega). Con Belsito vengono indagati anche altre persone, tra cui due uomini d’affari, che sarebbero state coinvolte in queste operazioni, Paolo Scala e Stefano Bonet.

Secondo gli investigatori la gestione della tesoreria della Lega Nord era stata opaca fin dal 2004: Belsito, scrivevano i pm, “ha alimentato la cassa con denaro non contabilizzato ed ha effettuato pagamenti e impieghi, anch’essi non contabilizzati o contabilizzati in modo inveritiero”. C’era stata una “gestione in nero (sia in entrata sia in uscita) di parte delle risorse affluite alla cassa del partito. (...) Buona parte del denaro che fluisce nelle casse della Lega proviene dalle casse pubbliche sotto forma di destinazione del 4 per mille”.

Roberto Maroni, in riferimento all’indagine, aveva dichiarato che era «il momento di cogliere questa occasione per fare pulizia». Belsito si era dimesso il giorno stesso della pubblicazione della notizia, al termine di una riunione dei vertici del partito in via Bellerio a Milano. Pochi giorni dopo è il turno del segretario federale Umberto Bossi. “La drammatica decisione del leader – scriveva Repubblica – è arrivata sulla scia di uno stillicidio di nuove rivelazioni su quanto accertato dalle tre procure che indagano sui conti della Lega. La magistratura di Napoli, ad esempio, ha scoperto che nella cassaforte di Belsito sequestrata ieri a Montecitorio c'era anche una cartella con l'intestazione ‘The family’. L'ipotesi degli investigatori è che i documenti siano relativi alle elargizioni ai familiari di Bossi. (...) Trovato anche un carnet di assegni che reca la scritta ‘Umberto Bossi’. Il libretto sarebbe stato rilasciato dalla sede genovese della banca Aletti dove sono versati i contributi elettorali della Lega. Gli inquirenti ritengono che dal conto, gestito dal tesoriere finito sotto inchiesta, provengano le somme destinate a spese personali di familiari di Bossi. Nella cassaforte sono state inoltre trovate ricevute che documenterebbero spese affrontate per le esigenze di vario genere di familiari del leader del Carroccio”.

Poco più di un mese dopo, a metà maggio, anche Bossi finisce nel registro degli indagati della Procura di Milano per truffa ai danni dello Stato in concorso con l’ex tesoriere Belsito (insieme ai due figli del “Senatur”, Renzo e Riccardo, per appropriazione indebita), per l’uso illecito dei rimborsi elettorali della Lega Nord. Edmundo Bruto Liberati, procuratore di Milano, aveva spiegato che "Bossi risponde in qualità di legale rappresentante come segretario federale che redige i conti" e che c’erano “elementi utili per dire che ci fosse una sua consapevolezza".

Nel novembre del 2013, i pm milanesi chiudono le indagini e contestano a Bossi una “truffa aggravata per il conseguimento di erogazioni pubbliche”, ossia i rimborsi elettorali ricevuti dal Carroccio in base ai rendiconti al Parlamento del 2008 e 2009, per un valore di 40 milioni di euro e di appropriazione indebita, riportava Il Fatto Quotidiano. Secondo i pm la truffa sarebbe stata commessa, tra gli altri, anche con Francesco Belsito, ex tesoriere leghista per il 2009 e 2010, e con l’inganno ai presidenti di Camera e Senato e ai rispettivi revisori pubblici che autorizzavano i rimborsi basandosi su rendiconti falsati in maniera volontaria “in assenza di documenti giustificativi di spesa e in presenza di spese effettuate per finalità estranee agli interessi del partito politico”.

Il processo viene spacchettato in tre parti: due restano a Milano, un terzo a Genova

A ottobre 2014, il Giudice per le indagini preliminari (Gip) di Milano, Carlo Ottone De Marchi, dispone la citazione diretta a giudizio di Umberto Bossi e dei due figli per appropriazione indebita nell’ambito dell’inchiesta sulla gestione dei fondi della Lega, spacchettando in tre parti il processo: due a Milano, mentre una terza viene trasferita per competenza territoriale a Genova. “In particolare – spiegava Il Giorno –, nella città ligure finiranno gli atti che riguardano la presunta truffa finalizzata all'erogazione dei rimborsi elettorali che vede indagati Bossi, l'ex tesoriere Belsito e tre revisori, e la presunta appropriazione indebita messa a segno da Belsito per le operazioni finanziarie in Toscana”.

A novembre dello stesso anno, su decisione del segretario Matteo Salvini, la Lega (Nord), a sorpresa, rinuncia a chiedere i danni all'ex tesoriere nei procedimenti penali a Milano e Genova. «Non possiamo perdere tempo e neppure soldi, oltretutto per cercare di recuperare soldi che certa gente non ha», aveva commentato Salvini.

Le condanne in primo grado a Milano e Genova

Tre anni dopo, nel 2017, arrivano le condanne sia nel filone lombardo che in quello ligure. Il 10 luglio, Umberto Bossi, il figlio Renzo e Belsito, sono condannati per appropriazione indebita dei soldi del partito dal Tribunale di Milano. Scrive il Corriere della Sera che nelle motivazioni della sentenza si legge che Bossi era «consapevole concorrente, se non addirittura istigatore, delle condotte di appropriazione del denaro» della Lega, ma proveniente «dalle casse dello Stato», «per coprire spese di esclusivo interesse personale» suo e della sua «famiglia».

Circa due settimane dopo, il 24 luglio, Bossi e Belsito vengono riconosciuti da parte del Tribunale di Genova colpevoli per la maxi-truffa al Parlamento di 48.969.617 euro di rimborsi pubblici ottenuti fra il 2008 e il 2010. Secondo i pm sarebbero stati presentati rendiconti irregolari al Parlamento per ottenere indebitamente fondi pubblici che sarebbero stati usati, in gran parte, per spese personali della famiglia Bossi, spiegava l’Ansa. Il Tribunale stabilisce anche che la Lega avrebbe dovuto versare quella somma, solo dopo un'eventuale conferma da parte della Corte di Cassazione.

Nel processo vengono condannati per truffa anche i tre ex revisori contabili della Lega (Nord), Diego Sanavio, Antonio Turci e Stefano Aldovisi e i due imprenditori Scala e Bonet.

Nelle motivazioni si legge:

Sia Belsito che Bossi erano consapevoli delle irregolarità dei rendiconti da loro sottoscritti e dissimulavano le irregolarità di gestione e i fatti di appropriazione descritti. Ciò vale, ovviamente per Belsito artefice materiale delle appropriazioni (...). Ma vale anche per Umberto Bossi, considerando che la irregolare gestione contabile si protraeva da anni; che egli, suoi familiari e persone del suo entourage erano i benefìciari delle spese, anche ingenti, a fini privati; che i rimborsi mensili forfettari ed in “nero”, anche per attività inesistenti e comunque non documentate - che inficiavano la regolarità della gestione contabile e dei rendiconti - erano erogati anche a favore di suoi stretti congiunti e collaboratori; che tali prassi era in atto fin dai tempi del tesoriere Balocchi; che per ragioni di carica aveva certamente contatti continui con Belsito. (...) La consapevolezza di Umberto Bossi (...) emerge inoltre dal contenuto delle telefonate… nelle quali si fa espresso riferimento non solo alla consapevolezza, ma alla espressa indicazione del Segretario federale alle distrazioni a favore suo e dei familiari.

A carico dei condannati i giudici stabiliscono il pagamento di quasi un milione di euro a titolo di provvisione a favore di Camera e Senato. I due rami del Parlamento infatti si erano costituiti parte civile nel processo sulla maxi truffa dei rimborsi elettorali.

Il “braccio di ferro” tra Procura di Genova e Lega sui soldi da restituire

La Procura, però, “non fidandosi dei conti della Lega” – nel 2016 il partito aveva chiuso con un rosso di un milione di euro – e “nel timore” che quella cifra non venisse “mai recuperata”, chiede “il sequestro cautelativo con il blocco dei conti bancari e dei patrimoni immobiliari del partito”, riportava La Presse. Matteo Indice sul Secolo XIX spiegava la linea giuridica del Pm di Genova alla base di questa richiesta: “È vero che i reati sono stati compiuti da altri, ma parte dei finanziamenti fuorilegge sono stati incassati dalla Lega pure dopo – sia quando il leader era Roberto Maroni che con la consacrazione di Salvini – ed è il movimento nel suo complesso ad averne beneficiato, perciò da lì vanno presi”.

Un mese dopo il Tribunale di Genova accoglie la richiesta della Procura. Il procuratore capo di Genova, Francesco Cozzi, spiegava che «quello emesso dal tribunale è un sequestro preventivo provvisorio. Se la sentenza di condanna di primo grado dovesse essere ribaltata in appello o in Cassazione, i soldi verranno restituiti». «In fase di indagini preliminari – continuava Cozzi – la procura aveva già chiesto il sequestro ma il Gip lo aveva rigettato perché ancora non era stato quantificato il danno. Adesso, con la sentenza è stato stabilito quanto è l’ammontare e quindi si è chiesto il provvedimento».

Matteo Salvini in una conferenza stampa a Montecitorio, organizzata per commentare la decisione dei giudici liguri, aveva affermato che di soldi, nella casse del partito, non ce n’erano, aggiungendo: «Questo è un attacco alla democrazia. C’è una scheggia della magistratura che fa politica e vuole mettere fuori legge la Lega, vogliono farci fuori, metterci nelle condizioni di non esistere». Cozzi aveva risposto spiegando di avere «il massimo rispetto per la Lega e per tutti i partiti. Ma noi non abbiamo messo in atto nessun attentato alla Costituzione, anzi è stata intrapresa una azione a tutela del Parlamento. Camera e Senato si sono costituiti parte civile nel processo per avere risarcito un danno derivante dalla erogazione di contributi che non dovevano essere dati perché fondati su bilanci non corretti».

Secondo i giudici che hanno accolto la richiesta dei pm “è pacifico che la Lega Nord abbia percepito il profitto dei reati commessi dai suoi rappresentanti Bossi e Belsito, con il concorso di Aldovisi Turci e Sanavio (ex revisori contabili del Carroccio)». Inoltre, il Tribunale scrive che c’è il rischio che il denaro non venga recuperato: «Considerando da un lato l’entità rilevante della somma oggetto di confisca, e quindi del presente provvedimento di sequestro, e dall’altro la diminuzione delle entrate e il depauperamento del patrimonio del movimento, documentato dalle stesse difese, si ritiene ad ogni buon conto esistente anche il requisito del periculum in mora».

Pochi giorni dopo la sentenza, il Tribunale di Genova stabilisce però che i soldi che entreranno in futuro nelle casse del partito non potranno essere bloccati e quindi quelli sequestrati alla Lega, setacciando le ramificazioni locali della tesoreria leghista, si fermano a poco meno di 2 milioni di euro. Si tratta di una decisione, spiegavano Marco Grasso e Matteo Indice sul Il Secolo XIX, che persegue una “linea morbida”, anche se “la giurisprudenza sul punto non è troppo abbondante”: “Ovvero, si congela ciò che era depositato al giorno in cui è stato ordinato il blocco (cioè i circa 2,5 milioni di euro) e stop, senza innescare un’emorragia perenne fino a raggiungere quota 49 milioni”. In questo modo, i soldi che entreranno in possesso del partito resteranno fruibili alla Lega Nord.

Contro questa decisione, la Procura di Genova annuncia di voler impugnare il provvedimento dei giudici. Il 2 ottobre, così, i pm ricorrono al Riesame contro lo stop del sequestro deciso dal Tribunale. Ansa Liguria sulla questione specificava: “L'orientamento giurisprudenziale è quasi sempre stato quello di continuare a sequestrare somme di denaro alle persone giuridiche beneficiarie del frutto del reato commesso da un altro soggetto fino al raggiungimento di quanto previsto dalle sentenze. Nei giorni scorsi il tribunale ha invertito la tendenza stabilendo che il blocco si ferma a quanto trovato al momento dell'esecuzione del provvedimento”. I giudici del Riesame, però, dichiarano inammissibile l’appello presentato dalla procura di Genova.  

I pm non desistono e chiedono ai giudici di poter sequestrare altri soldi sui conti della Lega Nord, compresi quelli depositati in futuro. Il tribunale di Genova però respinge questa richiesta perché, scriveva Il Secolo XIX, “secondo i magistrati il denaro confiscabile è solamente quello ‘riconducibile’ al reato, dunque le somme successivamente entrate nei conti del Carroccio non potrebbero essere collegate alla truffa e per questo non sequestrabili”. Contro questa decisione la procura presenta un altro appello al Riesame e anche questo viene respinto: “Bisogna procedere alla confisca per equivalente nei confronti di Umberto Bossi, Francesco Belsito e i tre ex revisori contabili. (...) Insistere nella richiesta nei confronti della Lega appare non condivisibile perché comporterebbe una estensione del sequestro diretto a tempo indeterminato”.

A fine dicembre, così, la procura di Genova parte con i sequestri dai depositi bancari di Umberto Bossi, dell’ex tesoriere Belsito, e dei tre ex revisori contabili, trovando in totale poco più di due milioni di euro. Bossi si oppone in Tribunale a questa decisione, ottenendo che i soldi a lui congelati vengano sbloccati: “il Senatur tramite il suo legale, aveva sostenuto che le cifre, che la Guardia di finanza gli ha bloccato, derivano dal vitalizio parlamentare che per legge non può essere pignorato o sequestrato. Il tribunale ha accolto la richiesta sostenendo però che si possa sequestrare il quinto della pensione da parlamentare europeo”. Contro quest’ultimo punto il legale di Bossi si appella al Riesame, che però respinge la richiesta.

Infine, lo scorso aprile la Cassazione accoglie il ricorso che la Procura di Genova aveva presentato contro l’ultima decisione del giudici, dando così il via libera all’estensione del blocco dei fondi anche alle somme che arriveranno in futuro alla Lega. Nelle motivazioni, i giudici della Cassazione scrivono che deve essere sequestrata fino a raggiungere i 49 milioni qualsiasi somma “ovunque venga rinvenuta” riferibile alla Lega su conti bancari, libretti, depositi. Reuters spiega inoltre che "per la Cassazione non c’è alcuna ragione di escludere ulteriori sequestri futuri (fino alla concorrenza dei 48,9 milioni frutto del reato) anche di somme che la Lega dovesse incamerare in futuro, dal momento che quando il profitto del reato è costituto da denaro non c’è bisogno di dimostrare il nesso di causalità tra le somme da sottoporre a sequestro e il reato stesso".  

La nuova inchiesta della Procura di Genova per riciclaggio

A fine gennaio 2018 esce la notizia che la procura di Genova ha aperto una nuova inchiesta per riciclaggio contro ignoti dopo la presentazione di un esposto, a dicembre 2017, da parte di Aldovisi, l’ex revisore dei conti del partito, condannato a luglio per il presunto raggiro al Parlamento. Gli accertamenti dei magistrati “riguardano il possibile reimpiego occulto dei rimborsi-truffa ottenuti da Bossi e Belsito, secondo l’ipotesi accusatoria travasati attraverso conti e banche diverse, al fine di metterli al riparo da possibili sequestri”. “In altre parole – scrive Il Secolo XIX – nell’opinione dei pm, quei fondi sono stati incamerati, riutilizzati e forse messi al sicuro dai sequestri consapevolmente dalla Lega durante le gestioni di Maroni in primis e poi di Salvini”. Marco Lignana su Repubblica Genova spiega cosa conteneva l’esposto di Aldovisi, al cui interno era presente una citazione di un articolo dell’Espresso di novembre del 2015 in cui venivano ricostruiti alcuni movimenti di denaro dopo lo scoppio del caso Belsito:

In particolare, si parla di 19,8 milioni di euro in liquidità e titoli, secondo l’Espresso trasferiti a inizio 2013 dalla filiale Unicredit di Vicenza e dalla sede milanese di Banca Aletti ad un altro istituto. Ovvero la filiale milanese della Cassa di risparmio di Bolzano, “Sparkasse” in lingua tedesca. Nell’articolo parlava Domenico Aiello, avvocato di fiducia di Roberto Maroni, allora presidente dell’Organismo di vigilanza della banca (...): «Con Maroni segretario, il partito ha aperto un conto in Sparkasse che poi Salvini ha chiuso trasferendo il residuo in Banca Intesa nel 2014». L’altro protagonista di quell’operazione, Gerhard Brandstatter, allora presidente della Fondazione Sparkasse (...) confermò l’operazione ma minimizzò: «La Lega ha aperto un normale conto “easy business” nella nostra filiale milanese a gennaio del 2013 e poi un conto deposito titoli a marzo del 2013. Le posizioni sono state di fatto chiuse il 9 luglio del 2013 perché la Lega non era soddisfatta degli interessi che poteva offrire la Sparkasse (...). La chiusura formale della posizione è avvenuta un anno dopo, quando restavano poche migliaia di euro. Ma mi risulta che anche la cifra versata inizialmente fosse di alcuni milioni e non di 20. Quanti milioni non saprei dire».

Il nuovo tesoriere della Lega, Giulio Centemero, respinge però le accuse: «Siamo pronti a dimostrare che non ci sono stati movimenti finanziari sospetti». Anche il leader della Lega, Matteo Salvini, commenta la nuova inchiesta dicendo che è «fondata sul nulla e come altri ricorsi finirà nel nulla».

Lo scorso 13 giugno, poi, sembra arrivare una svolta. La Stampa riporta la notizia di un’“operazione sospetta” su cui la Procura di Genova sta indagando: “Una fiduciaria del Lussemburgo ha segnalato a Bankitalia che, nei mesi scorsi, sono rientrati nel nostro Paese tre milioni di euro collegati ad attività di esponenti o simpatizzanti della Lega”. I magistrati liguri chiedono una rogatoria internazionale per “acquisire una serie di documenti per far luce su transazioni anomale avvenute anche durante l'era di Matteo Salvini”. “L'ipotesi dei pm – si legge – è che il viavai di soldi con il Granducato sia servito per nascondere e proteggere dai sequestri una parte dei rimborsi-truffa incassati in passato dal partito, attraverso un ginepraio di flussi bancari incardinati alla Sparkasse di Bolzano”.

Due anni fa, nel 2016, tre milioni di euro erano stati investiti in Lussemburgo, “attraverso un conto «di transito» aperto sulla carta dalla solita Sparkasse per consentire semplici movimentazioni «interne»”. Secondo i pm “potrebbero essere soldi leghisti portati al sicuro nel timore dei sequestri. E poi rientrati in Alto Adige, e sotto mentite spoglie nella disponibilità del partito [ndr della Lega] via Sparkasse, con l'«operazione sospetta» segnalata dalla fiduciaria lussemburghese”.

Gli investigatori però, in base a quanto riportato da La Stampa su indicazione di “una fonte qualificata inquirente”, cercano anche di capire se c’è un motivo dietro la tempistica delle informazioni ricevute perché «l'input dall'estero è arrivato dopo le elezioni del 4 marzo ed è nostro dovere capire se qualcuno ha anche l'obiettivo d'inguaiare il movimento di Salvini appena salito al governo». Sempre il 13 giugno, finanzieri, ispettori e tecnici di Bankitalia si presentano a Bolzano per una “ricognizione” alla Direzione generale della “Sparkasse”.

Tre giornalisti che seguono il caso vengono fermati e interrogati

Nella stessa giornata, tre giornalisti (Ferruccio Sansa del Fatto Quotidiano, Marco Preve di Repubblica e Matteo Indice della Stampa) che seguono la vicenda sui rimborsi della Lega e l’inchiesta della Procura di Genova, vengono interrogati per tre ore dalla Guardia di Finanza di Bolzano.

L’azione delle autorità viene duramente criticata dalla Federazione nazionale stampa italiana (Fnsi), dall’Associazione ligure giornalisti, dall’Ordine ligure dei giornalisti e dal Gruppo cronisti liguri che “condannano il comportamento intimidatorio messo in atto da magistratura e polizia giudiziaria nei confronti dei colleghi impegnati a illuminare una delle vicende più oscure di questi ultimi anni, riportando aggiornamenti importanti e di sicuro interesse pubblico su un'indagine finanziaria che riguarda riciclaggio conseguente a truffa ai danni dello Stato nel percepimento di 48 milioni di fondi pubblici. Sorprende la scelta "muscolare" di magistratura e polizia giudiziaria, il loro tentativo di imbavagliare l'informazione e imbrigliare la libertà di stampa”.

L’inchiesta de L’Espresso

Dieci mesi fa Giovanni Tizian e Stefano Vergine hanno iniziato a lavorare a una serie di inchieste su L’Espresso mirate a rintracciare il percorso dei 48 milioni di euro della Lega. L’attuale ministro dell’Interno, scrivono i due giornalisti in un articolo su Repubblica che ripercorre brevemente le loro inchieste giornalistiche per il settimanale, ha sempre sostenuto pubblicamente che il partito aveva le casse vuote e che lui non mai visto un euro di quei soldi. Ma gli articoli di Tizian e Vergine mettono in dubbio la sua versione.

Le loro inchieste partono da lontano e si concentrano sui movimenti del partito successivi alle dimissioni di Bossi e alla richiesta di rinvio a giudizio nei suoi confronti:

1) Un primo articolo, pubblicato a ottobre 2017, mostra come Roberto Maroni e Matteo Salvini, i due segretari succeduti a Bossi, abbiano utilizzato una parte dei 48 milioni di euro frutto della truffa che avrebbe orchestrato il Senatur e l’ex tesoriere del partito Belsito.

2) Negli articoli successivi, dall’inizio del 2018 fino ad oggi, L’Espresso cerca di raccontare che fine hanno fatto i 45 milioni mancanti e scopre che sia sotto la gestione Maroni che quella Salvini quei soldi sarebbero stati investiti in prodotti finanziari, tra cui anche titoli su cui un partito politico per legge non può investire.

3) Due mesi fa, i giornalisti si imbattono anche nell'associazione “Più Voci” e nel costruttore Luca Parnasi, dieci giorni fa arrestato per corruzione nell’ambito dell’inchiesta sullo stadio della Roma, che ha finanziato proprio “Più Voci” tra il 2015 e il 2016. L’associazione Più Voci, fondata dal tesoriere della Lega, Giulio Centemero, e dai suoi colleghi commercialisti Andrea Manzoni e Alberto Di Rubba, sembrerebbe essere stata creata per incamerare finanziamenti, smentendo così quanto dichiarato pubblicamente da Salvini e altri leghisti, secondo i quali la Lega non avrebbe denaro a disposizione.

Alla luce delle loro inchieste, i giornalisti de L’Espresso dicono che restano ancora inevase alcune domande: che fine hanno fatto i milioni di euro pubblici frutto della truffa sui rimborsi elettorali? Perché sui conti della Lega ci sono solo 3 dei 48 milioni sequestrati? Se in cassa non ci sono più soldi, come dice Salvini e testimoniano i bilanci del partito, come sopravvive la Lega? Come paga le sue campagne elettorali? E che ruolo ha l’associazione “Più voci”?  

Salvini: “Sono soldi che non ho mai visto”. Ma è davvero così?

Dopo la decisione del Tribunale di Genova di sequestrare i conti correnti del partito in seguito alla condanna per truffa di Bossi, l’attuale ministro dell’Interno, Matteo Salvini, ha sostenuto di non aver nulla a che fare con i 48 milioni di euro frutto della presunta truffa allo Stato. Anche Maroni ha sempre negato ogni legame con la gestione precedente alla sua elezione a segretario, ma in base a quanto ricostruito in un articolo di Giovanni Tizian e Stefano Vergine, pubblicato il 2 ottobre 2017 su L’Espresso, le cose non sembrano stare esattamente in questo modo. Anzi, alcuni documenti suggeriscono “un filo diretto tra la truffa firmata dal fondatore e i suoi successori”.

Il primo luglio 2012 Roberto Maroni viene eletto segretario del partito, a tre mesi dalle dimissioni di Umberto Bossi. A fine ottobre, come certificato da un documento inviato dalla ragioneria del Senato alla Procura di Genova, Maroni riceve 1,8 milioni di euro come rimborso per le elezioni politiche del 2008. Dal 31 ottobre 2012 alla fine del 2013, quando termina il mandato di Maroni, la Lega avrà ricevuto 12,9 milioni di euro, come rimborso per le elezioni comprese tra il 2008 e il 2010, nel periodo cioè sotto la guida di Bossi e con Belsito tesoriere.

via Repubblica.

A metà 2013 viene eletto segretario della Lega Matteo Salvini. A giugno 2014 arrivano le richieste di rinvio a giudizio per cui i magistrati chiedono il processo per Bossi. Un mese e mezzo dopo, il 31 luglio, Salvini incassa 820mila euro di rimborsi per le elezioni regionali del 2010. Due mesi dopo la Lega si costituisce parte civile contro Bossi. Venti giorni, dopo, però, il 27 ottobre 2014, lo stesso Salvini ritira altri soldi (una piccola somma, 500 euro) come ultima tranche del rimborso per le elezioni regionali del 2010, denaro ottenuto con la rendicontazione gonfiata di Belsito, specificano Tizian e Vergine. Due giorni dopo, il 29 ottobre, Salvini riceve una lettera dallo storico avvocato di Bossi, Matteo Brigandì che, in merito alla costituzione come parte civile da parte del partito, gli diffidava di spendere “quanto da te dichiarato corpo del reato”.

Se così stanno le cose, si chiedono i due giornalisti, perché Salvini continua a sostenere di non aver mai visto quei soldi? E se li ha visti, come sembrano dimostrare i due bonifici, come poteva non sapere che erano frutto di una truffa se la Lega si era dichiarata parte civile? Domande che aveva posto anche Alberto Custodero in un articolo del 2 novembre 2015 su Repubblica.

Pochi giorni dopo, a novembre, un nuovo colpo di scena. Durante l’udienza preliminare nel filone milanese dell’inchiesta, la Lega non chiede più i danni per truffa, spiazzando anche l’allora governatore della Lombardia, Maroni, che aveva incaricato l’avvocato Domenico Aiello per chiedere i danni agli imputati leghisti.

Il crollo del patrimonio della Lega  

Inoltre, notano i due giornalisti studiando i bilanci del partito, sotto la segreteria Maroni la Lega registra una perdita di 10,7 milioni di euro nel 2012 e 14,4 milioni nel 2013, ufficialmente a causa di un calo dei rimborsi elettorali e delle donazioni dei privati. Allo stesso tempo, però, nonostante i dipendenti stessero diminuendo, si registrava un aumento dei costi, soprattutto per la voce relativa alle spese legali tra il 2012 e il 2014 quando Maroni affida allo studio AB di Domenico Aiello la consulenza legale del partito.

Aiello aveva incarichi anche in una banca altoatesina, la Sparkasse di Bolzano. Il presidente del Cda della banca era Gerhard Brandstatter, co-fondatore nel 2011 insieme ad Aiello proprio dello studio AB al quale Maroni aveva affidato la consulenza legale del partito. Proprio presso la Sparkasse, in quel periodo, la Lega Nord apre un conto “easy business” e un conto deposito in cui vengono depositati alcuni milioni di euro per – scrivono Tizian e Vergine – “mettere al sicuro il patrimonio del partito, dalle cordate bossiane e forse anche dai giudici”.

Durante la segreteria Salvini, il patrimonio diminuisce ancora, passando da 13,1 a 6,7 milioni. I soldi vengono trasferiti alle sedi locali della Lega (13 in tutto). Alla vigilia di Natale, ricostruiscono i due giornalisti, la sezione della Lombardia era diventata titolare di 2,9 milioni di euro depositati in conti correnti bancari e postali. Alla fine del 2016, la Lega si ritrova con una liquidità di 165mila euro mentre le sezioni locali avevano a disposizione 4,3 milioni di euro. Di questi soldi la procura di Genova, prima che il tribunale bloccasse il sequestro, era riuscita a congelare 2 milioni di euro. Che fine avevano fatto i restanti 2,3 milioni si chiedono i giornalisti in chiusura dell’articolo? Sono stati spesi nel 2017 o sono stati trasferiti sui conti del movimento “Noi con Salvini”, che però all’epoca non aveva mai pubblicato un bilancio?

In una dichiarazione rilasciata all’inizio di gennaio, Matteo Salvini affermava che sul conto corrente della Lega c’erano appena 15mila euro. Il 3 aprile 2018, Tizian e Vergine pubblicano un nuovo articolo dal titolo “Caccia ai soldi della Lega” in cui provano a ricostruire l’utilizzo dei fondi del partito durante le segreterie di Maroni e Salvini. I due giornalisti spiegavano che la Lega aveva acquistato obbligazioni di alcune delle più famose banche e multinazionali, contravvenendo una legge del 2012 che vieta ai partiti politici di investire denaro in strumenti finanziari diversi dai titoli di Stato dei paesi dell’Unione europea, e aveva utilizzato una onlus, l’associazione “Più Voci”, ricevendo finanziamenti da diverse aziende che poi girava a società controllate dal partito. Quest’associazione era stata creata da tre commercialisti molto vicini all’attuale ministro dell’Interno, Matteo Salvini, nell’ottobre 2015, nel pieno, quindi, del processo per truffa nei confronti di Umberto Bossi e Francesco Belsito.

E allora si chiedono i giornalisti de L’Espresso: “perché la Lega ha investito soldi violando una legge dello Stato? E come mai i finanziamenti delle imprese sono arrivati sui conti di una sconosciuta associazione no profit invece che su quelli ufficiali?”

La segreteria Maroni e l’acquisto di obbligazioni societarie

Il 16 maggio del 2012, un mese e mezzo dopo le dimissioni di Bossi da segretario federale, la Lega apre un conto corrente presso la filiale Unicredit di Vicenza e avvia una girandola di bonifici e giroconti che, scrivono Tizian e Vergine, porterà negli anni al prosciugamento delle risorse finanziarie leghiste registrate sul conto nazionale. Nel giro di 6 mesi viene spostata su questo conto parte del denaro depositato presso altre banche per un totale di 24,4 milioni di euro.

Di questi, una decina sparisce quasi subito, tramite “prelievi in contanti, pagamenti non meglio specificati, investimenti finanziari, trasferimenti sui conti delle sezioni locali del partito, bonifici a favore di società di capitali controllate dalla stessa Lega come Pontida Fin (ndr del cui patrimonio faceva parte l’immobile di via Bellerio), Media Padania ed Editoriale Nord”.

A gennaio 2013, come detto in precedenza, viene aperto un nuovo conto corrente presso la Sparkasse, dove arrivano “4 milioni di titoli finanziari e 6 milioni di liquidità”. La maggior parte di questo denaro viene usato per finanziare la campagna elettorale di Maroni alla presidenza della regione Lombardia. Altri fondi vengono destinati alle sedi locali del partito e, nuovamente, a società di capitali controllate dalla Lega: Radio Padania (250mila euro), Editoriale Nord (600mila), Pontida Fin (206mila) e Fin Group (360mila).

“Una volta prosciugato il conto Sparkasse, si torna a puntare tutto su Unicredit”, proseguono Tizian e Vergine. Nel dicembre 2013, la Lega era titolare di titoli per 11,2 milioni di euro: due terzi erano buoni del tesoro italiani, il resto obbligazioni societarie e “380mila euro investiti in un derivato, un titolo basato sull’andamento del Ftse Mib, il principale indice azionario della Borsa di Milano”.

La segreteria Salvini e la creazione dell’associazione “Più Voci”

La strategia non cambia quando diventa segretario Matteo Salvini. Alcuni documenti, risalenti a maggio 2014, dicono che il neosegretario aveva investito soldi del partito in obbligazioni societarie, “nello specifico 1,2 milioni di euro su Mediobanca, Gas Natural e Arcelor Mittal” (la società che ha comprato l’Ilva di Taranto). Inoltre, aggiungono i due giornalisti de L’Espresso, in quei mesi (tra dicembre 2013 e maggio 2014) il patrimonio crolla, passando da 14,2 a 6,6 milioni. Cosa era successo?

Nell’ottobre 2015, sotto la segreteria Salvini, tre commercialisti lombardi, che l’attuale ministro dell’Interno ha voluto al suo fianco nel nuovo partito, fondano l’associazione “Più Voci”. Si tratta di Giulio Centemero, neodeputato e attuale tesoriere della Lega, Alberto Di Rubba, revisore legale del gruppo al Senato, e Andrea Manzoni, direttore amministrativo del gruppo parlamentare leghista alla Camera.

Nonostante non avesse pubblicizzato alcuna attività politica o sociale, a pochi mesi dalla nascita sul conto dell’associazione transitano 313mila euro. “Soldi – scrivono Tizian e Vergine – che entrano, fanno una sosta e poi ripartono per altri lidi. O meglio verso altri conti intestati a società della galassia leghista: aziende in cui i commercialisti preferiti da Salvini hanno incarichi di rilievo”.

Tra metà dicembre 2015 e i primi mesi del 2016, sul conto della onlus vengono versati due bonifici per un totale di 250mila euro e con la causale “classica usata per i contributi ai partiti: ‘erogazione liberale’”. I versamenti sono disposti dalla Immobiliare Pentapigna, il cui titolare al 100% delle azioni è Luca Parnasi. L’immobiliarista non ha mai risposto alle domande de L’Espresso che chiedeva per quale motivo avesse versato quei soldi a un’associazione semi sconosciuta. Anzi, scrivono sempre Tizian e Vergine in un altro articolo pubblicato dopo l’arresto dell’imprenditore, in un’intercettazione Parnasi si mostra agitato per l’inchiesta de L’Espresso.

Oltre a Parnasi, anche Esselunga, la catena di ipermercati della famiglia Caprotti, dona nel 2016 40mila euro con la causale “contributo volontario 2016”. Alle domande del settimanale, la società ha risposto che “quella cifra «è stata destinata a Radio Padania nell’ambito della pianificazione legata agli investimenti pubblicitari su oltre 70 radio»”. Ma perché le aziende non versano il loro contributo direttamente alla Lega o a Radio Padania? E perché parlare di erogazioni o contributi volontari se si trattava di pubblicità?, si domandano Tizian e Vergine. A questi interrogativi nessuno dei protagonisti, sia del partito che delle aziende, hanno voluto rispondere.

Come avveniva con Maroni, con i fondi depositati su Unicredit, i soldi versati da queste società a “Più Voci” sono stati subito girati alle società di capitali del gruppo leghista. In quattro mesi, 265mila euro finiscono alla cooperativa Radio Padania e 30mila alla Mc srl, società leghista che controlla il giornale online Il Populista, il cui amministratore unico, in entrambi i casi, è proprio Giulio Centemero, tesoriere della Lega e co-fondatore dell’associazione “Più Voci”. Insomma, scrivono Tizian e Vergine, “l’operazione ha tutta l’aria di essere una partita di giro”.

Alcuni mesi dopo, Centemero ha dichiarato che i soldi non servivano a finanziare la campagna elettorale della Lega, ma a sostenere l’informazione realizzata dai suoi media senza specificare però i nomi e importi dei donatori per «la normativa delle associazioni e la riservatezza dei dati richiesti».

In una diretta Facebook, a fine marzo, Matteo Salvini aveva minacciato di querelare L’Espresso commentando l’anticipazione dell’articolo pubblicato il 3 aprile. Ad oggi, però, il settimanale non ha ricevuto notizie di querela.

Da Bergamo al Lussemburgo: alla ricerca dei soldi della Lega

Nei mesi successivi Tizian e Vergine cercano di seguire i percorsi dei soldi transitati per l’associazione “Più Voci”. Dai loro articoli emerge una rete che parte da Bergamo e porta fino in Lussemburgo, attraverso una fitta ragnatela che passa per la Lega, “Più Voci”, Dea Consulting (lo studio di commercialisti di Di Rubba e Manzoni), diverse società registrate presso questo studio, e che trova il suo filo rosso nelle figure di Centemero, Di Rubba e Manzoni.

Ai primi di giugno i due giornalisti pubblicano due articoli in cui ricostruiscono i profili dei tre fondatori di “Più Voci” e tracciano la rete di società che fanno capo a loro.

I legami tra i tre, che – come detto – ricoprono incarichi importanti all’interno della Lega, sono molto stretti e risalgono ai primi anni 2000 durante gli anni universitari alla Facoltà di Economia e Commercio all’università di Bergamo. “Un trio al cui vertice c'è proprio il neodeputato e tesoriere”, scrive L’Espresso, e che gestisce “decine di società con base in via Angelo Maj (ndr a Bergamo), nuovo quartier generale delle finanze leghiste, sette delle quali controllate – attraverso delle fiduciarie italiane tra i cui soci c'è anche un'anonima impresa svizzera – da una holding lussemburghese che fa capo a un'altra fiduciaria”.

Via Angelo Maj risulta essere il crocevia di questa rete. È contemporaneamente la sede di “Più Voci”, di Dea Consulting e di altre sette società di cui è praticamente impossibile risalire ai proprietari e tracciare l’origine dei capitali ma la cui unica certezza è che sono registrate presso lo stesso studio bergamasco.

Tutte le azioni delle sette società, fondate tra il 2014 e il 2016, (dopo l’elezione di Salvini a segretario e la nomina di Centemero a tesoriere del partito, evidenziano Tizian e Vergine), sono detenute dalla Seven Fiduciaria di Bergamo, controllata a sua volta da un’altra impresa bergamasca, la Sevenbit. La maggioranza delle quote (il 90%) della Sevenbit è in mano a una società lussemburghese, la Ivad Sarl, fondata nel 2008 dal presidente del consiglio di amministrazione della stessa Sevenbit, Angelo Lazzari.

A sua volta, la società lussemburghese ha un proprietario ufficiale, la Prima Fiduciaria, specializzata nella creazione di fondazioni anonime. Tra i suoi azionisti c’è un’altra società lussemburghese, la Arc advisory company, fondata nel 2006 sempre da Lazzari. Non è possibile, però tracciare l’origine dei capitali perché il socio di controllo della Arc advisory company è la Ligustrum, una società immobiliare svizzera, con base a Lugano, le cui azioni sono intestate al portatore (cioè non indicano chi è il loro titolare). Alle domande de L’Espresso, Centemero, Di Rubba e Manzoni hanno risposto che non c’è nessun legame né diretto né indiretto tra queste società e la Lega.

Ma, proseguono Tizian e Vergine, due di queste società sono amministrate rispettivamente da Centemero e Manzoni, scelto anche per guidare la Fin Group, braccio finanziario della Lega, la cui sede è stata spostata da via Bellerio proprio in via Angelo Maj.

I punti in comune tra Lega, Di Rubba, Centemero e Manzoni e queste società non si fermano qui. Il procuratore speciale della Seven Fiduciaria è il padre della ex titolare della Dea Consulting, il notaio che ha registrato le 7 società, Alberto Maria Ciambella, è lo stesso che ha firmato i rogiti attraverso i quali Salvini ha destinato parte del patrimonio della Lega alle sedi locali del partito, Di Rubba è diventato presidente di Lombardia Film Commission, consigliere d’amministrazione di Radio Padania e amministratore unico di Pontida Fin, la cassaforte immobiliare del partito, l’unica azienda con un patrimonio rilevante, e ha venduto il 6% della Arti Group Holding (inizialmente pagato 10mila euro) per 1,1 milione di euro a Marzio Carrara, a sua volta titolare della Cpz, una grande tipografia bergamasca, diventata fornitrice di punta del partito dopo l'elezione di Salvini a segretario federale. Centemero non ha voluto rispondere ai due giornalisti de L’Espresso che gli chiedevano quanto aveva incassato Cpz dalla Lega, “giustificando la scelta con il rispetto della normativa sulla privacy e gli obblighi di riservatezza sui dati economici sensibili”.

Sempre in via Angelo Maj, infine, ha sede “Non solo auto”, un’impresa che noleggia automobili, di proprietà di Manzoni e Di Rubba, fondata nel 2015 e capace di fatturare in 2 anni 268mila euro. Alla richiesta di conoscere il fatturato relativo alle commesse della Lega, Manzoni e Di Rubba non hanno risposto “per evidenti motivi di privacy e commerciali” e hanno negato ogni conflitto di interessi perché non ricoprono alcun incarico politico per il partito. Si tratterebbe, dunque, di questioni private. Gestite però da professionisti con ruoli pubblici in Parlamento, concludono Tizian e Vergine.

Articolo aggiornato il 3 luglio 2018 con le motivazione della Cassazione sul ricorso presentata dalla Procura di Genova. 

Foto in anteprima via Leonardo.News

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La riforma europea del copyright è da bocciare, la posizione di Di Maio è una buona notizia. Ecco perché

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La bocciatura, secca e senza appello, della riforma europea del copyright da parte del vice presidente del Consiglio Luigi Di Maio è la vera notizia dell’Internet Day 2018. Nessuno si attendeva toni così netti, né l’impegno – a nome del governo italiano – di opporsi alla norma che vorrebbe introdurre una tassa sui link e filtri all’upload dei contenuti in rete.

Eppure è accaduto, ed è una ottima notizia. Prima di tutto perché Di Maio usa gli argomenti giusti. Sì, costringere le piattaforme a pagare un obolo agli editori per la semplice condivisione di titolo e riassunto di una notizia è non solo contrario all’essenza stessa di Internet, fondata sull’idea di link ipertestuale, ma è anche controproducente per gli editori stessi, come dimostrano i fallimenti in Germania e Spagna - tra l'altro andrebbe ricordato che con una semplice stringa di codice da inserire nei loro prodotti gli editori hanno libertà di scegliere se essere o meno indicizzati su motori di ricerca come Google o Bing.

Leggi anche >> Intelligenza artificiale, filtri e contenuti sui social: “L’odio resterà. A sparire saranno i diritti e le libertà degli individui”

Sì, l’idea di trasformare Google, Facebook e qualunque altro colosso della condivisione online in sceriffi delle proprie sterminate distese di contenuti digitali, intervenendo con filtri automatici ancora prima che vengano pubblicati, equivale davvero a “un controllo ex ante” di tutti i contenuti caricati dagli utenti. E sì, delega ulteriori poteri di vita e di morte su ciò che è dicibile o meno online a soggetti di cui si lamenta già oggi l’eccessivo potere di vita e di morte sul dicibile online.

Ancora, è vero: se le grandi piattaforme possono trovare in qualche modo una soluzione — per esempio, riversando il grosso del lavoro sull’intelligenza artificiale — le realtà più piccole si vedrebbero ulteriormente penalizzate rispetto ai monopolisti dei dati, visto che “non avranno mai la potenza economica per affidarsi ad un algoritmo che decide cosa è giusto e cosa è sbagliato”.

Ma è una buona notizia soprattutto perché vincola, almeno nelle intenzioni, il governo italiano a una posizione che, per una volta, ci mette dalla parte giusta della barricata, e lo schiera con le principali organizzazioni per i diritti digitali — dall’Electronic Frontier Foundation a Index on Censorship, passando per Public Knowledge, Civil Liberties for Europe e molte altre —, oltre 70 tra i massimi esperti di politiche tecnologiche al mondo, e con quella parte della politica che da sempre si batte per far sì che il diritto d’autore non diventi una scusa per limitare la libertà di espressione, cronaca e satira.

Su questo, a dirla tutta, non c’è nessuna sorpresa: storicamente, il Movimento 5 Stelle ha sempre concepito il copyright in modo diverso dagli editori tradizionali, che sponsorizzano una visione del mondo in cui le piattaforme digitali devono essere responsabili dei contenuti dei loro utenti. E anche in Commissione, nell’ultimo voto prima del passaggio alla plenaria del Parlamento Europeo ai primi di luglio, l’esponente M5S Isabella Adinolfi ha espresso parere contrario alla riforma.

In una delle pochissime dichiarazioni della politica italiana dopo quel voto, Adinolfi aveva parlato di una “mannaia sulla libertà di Internet” e promesso che il movimento si opporrà anche a Strasburgo, “per difendere gli interessi dei cittadini”.

Di indirizzo contrario, invece, l’ALDE, il PPE e tra i socialisti europei, spaccati, il Partito Democratico. Il suo esponente al Parlamento UE, Enrico Gasbarra, ha infatti votato a favore, e anche l’eurodeputato David Sassoli ha commentato positivamente la vittoria in Commissione: un risultato “molto importante”, ha dichiarato a Lo Speciale, “poiché è riuscito ad assicurare un testo con maggiori garanzie a favore degli autori e degli editori”. Nessuna menzione, invece, dei diritti fondamentali degli utenti, o delle ricadute sui comportamenti delle piattaforme che, strette all’angolo tra censura preventiva e lo spettro di sanzioni continue, preferirebbero — come sta già accadendo in Germania con la norma sui contenuti illeciti, NetzDG — di certo filtrare che pagare.

Non è un caso, infatti, che Giorgia Abeltino di Google e Laura Bononcini di Facebook abbiano accolto con favore, durante l’Internet Day”, la presa di posizione di Di Maio. Così come non dovrebbe sorprendere il giudizio positivo espresso anche dal Garante Privacy, Antonello Soro, che ha parlato del “rischio di una distorsione del sistema informativo che cambia la natura di Internet”, affidando ai colossi privati la decisione di quali informazioni debbano essere accessibili e quali no.

Il tema è complesso, e di certo il diritto d’autore va riformato per aggiornarsi alla mutata realtà della società della condivisione. Ma la soluzione proposta dall'UE non aiuta gli editori e gli artisti, e complica il quadro già disperato dei diritti digitali nell'era post-Snowden e post-Cambridge Analytica.

Una discussione seria sarebbe insomma più che benvenuta. E invece i giornali sembrano avere trovato un diverso motivo di interesse, nelle parole di Di Maio, preferendo titolare e concentrarsi sugli “almeno" trenta minuti al giorno di accesso a Internet gratuito che il ministro del Lavoro e dello Sviluppo Economico ha annunciato di "immaginare" per ogni cittadino italiano.

Il dibattito in rete, così, ha subito deviato verso lo sfottò, la derisione. Ed è un peccato, perché anche limitandosi al tema dell’accesso alla rete, molto ci sarebbe di concreto da discutere: dovrebbe essere un diritto “primario”, come lo chiama Di Maio, o “fondamentale”, come secondo Rodotà e gli estensori della Dichiarazione dei diritti in Internet elaborata dalla Commissione Boldrini la scorsa legislatura?

E non è un problema reale, in un paese ancora tragicamente indietro rispetto alla media europea, quando si parli di connettività?

A quanto pare, no. Molte testate preferiscono sostituirsi all’opposizione, assumendo un ruolo che non dovrebbe competere al giornalismo, e servendo ai polemisti da tastiera di ogni risma l’ennesimo assist sull’ennesima dichiarazione-choc da irridere. L’Huffington Post si spinge fino a definire quello di Di Maio “populismo col web”; ma cosa è se non populismo ridurre questioni complesse come il diritto all’accesso alla rete, così da garantire pari opportunità di sfruttare la rivoluzione digitale a ogni cittadino, a una sparata dal sapore folkloristico ed estemporaneo?

Ancora, l’intero iter della riforma del copyright ha potuto procedere senza una reale messa in discussione del suo impianto. Mesi e mesi di spettri di censura preventiva e tasse sui link senza un’adeguata trattazione critica, senza incentivare un dibattito franco, aperto e basato sui dati; anzi, molto spesso, negli anni, si sono potute leggere le dotte disamine della materia da parte di rappresentanti della FIEG o della SIAE — non a caso, gli unici espostisi davvero a favore della norma, a parte i proponenti — finite in pagina senza contraddittorio o contestualizzazione.

Ora, trattamento mediatico a parte, resta da capire quali fatti faranno seguito ai propositi di Di Maio. Di certo, la storia di Internet, seppur giovane, è piena di esempi in cui il diritto d’autore ha cercato di imporsi a discapito di tutti gli altri. Si pensi alle proteste scatenate dai progetti di legge liberticidi statunitensi SOPA e PIPA nel 2012, o contro ACTA, lo stesso anno. Norme che ipotizzavano peraltro qualcosa di meno radicale di quanto in discussione oggi: non un filtraggio già in upload, ma un intervento più tempestivo — troppo — a seguito di debite segnalazioni.

Anche in Italia il dibattito si è svolto sulle stesse linee, in passato. Ed è qui che potrebbero sorgere delle complicazioni per il governo gialloverde. A proporre quello che fu soprannominato il “SOPA italiano”, negli stessi mesi, era stato infatti un leghista, Giovanni Fava. Allora a votare l’emendamento alla legge comunitaria che i critici non avevano esitato, giustamente, a definire un “bavaglio”, era stata la sola Lega. E a dare parere favorevole c’era anche l’allora ministro per gli Affari europei, Enzo Moavero Milanesi, oggi agli Esteri.

Certo, era un’altra Lega. Ma il silenzio dell’alleato di governo rispetto all’attivismo dei Cinque Stelle lascia comunque spazio alle domande.

Foto in anteprima via Occhio di Napoli

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