Emergenza spazzatura: in arrivo anche le Buone Notizie


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Repubblica.it e Valigia Blu hanno lanciato la piattaforma EmergenzaSpazzatura, a disposizione dei cittadini per segnalare situazioni a rischio nella propria città. Da oggi è possibile segnalare anche la Buone Notizie, come ad esempio le iniziative di CleaNap e Friarielli Ribelli :D. 

I gruppi CleaNap (qui la pagina su Facebook) e Friarielli Ribelli (qui la loro pagina su Facebook) hanno organizzato per oggi, 8 luglio, azioni di pulizia e sistemazione delle aiuole a Napoli e comuni limitrofi. 

Cleanap ha scelto per il suo terzo intervento - dopo piazza Bellini e largo Banchi Nuovi - l'area degradata e affollata di Porta Capuana, chiedendo ai partecipanti di dotarsi di scope, detersivi, guanti, sacchetti, piantine di rosmarino, lavanda, piante grasse, menta e di posa di caffè come fertilizzante e puntando, stavolta, anche sul coinvolgimento della gente del quartiere. 

I Friarielli Ribelli si dedicheranno, invece, al comune di Marigliano avendo a disposizione, grazie al contributo di una radio locale, piante e fiori con cui abbellire il corso principale.

Le iniziative odierne sono soltanto due degli 'attacchi' – come vengono definiti dai Friarielli Ribelli - quotidianamente sferrati dalla cittadinanza attiva che con entusiasmo e determinazione, attraverso movimenti spontanei e municipalità, si muove a difesa della città e delle zone meno curate a colpi di strofinacci, secchi, zappe e rastrelli. 

Ed è impressionante quanto energia e passione riescano a coinvolgere, principalmente attraverso i social network e col passaparola, un numero di persone sempre in aumento disposte anche ad adottare permanentemente i siti ripuliti. 
Notizie come queste, tanto quanto iniziative promosse da autorità locali, da oggi trovano spazio su EmergenzaSpazzatura nella sezione 'Buone Notizie'. Accanto alle segnalazioni sullo stato delle discariche autorizzate, presenza di discariche abusive, eventuali roghi e ammassi di rifiuti, ci piace accogliere informazioni sulle attività messe in campo da cittadini, associazioni, enti per la difesa e la tutela del territorio restituendogli la dovuta dignità.
Roberta Aiello
@valigia blu - riproduzione consigliata

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Greta Thunberg, operazione pianificata per manipolare l’opinione pubblica. Analisi di una teoria del complotto


[Tempo di lettura stimato: 11 minuti]

La figura di Greta Thunberg è stata pianificata a tavolino e costruita mediaticamente per favorire la quarta rivoluzione industriale dell’economia verde ed è il frutto di un esperimento di ingegneria sociale per manipolare, condizionare e spingere le masse ad agire su scala globale.

È quanto asserisce Cory Morningstar in un articolo diviso in 6 atti pubblicato tra gennaio e febbraio scorso dal titolo “La fabbricazione di Greta Thunberg”. L’autore del pezzo ha isolato dettagli reali cucendoli tra di loro con interpretazioni spesso forzate all’interno di una cornice molto ampia (favorire la quarta rivoluzione industriale dell’economia verde) per costruire una narrazione che spieghi il vero motivo per cui Greta Thunberg sta protestando contro il clima ed è diventata un modello da seguire. Per certi versi, una costruzione narrativa simile a quella delle teorie dei complotti.

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Nelle sei sezioni del suo articolo, Morningstar parte dalle relazioni di Greta con la start-up tecnologica “We Do Not Have Time” per poi tracciare i legami tra questa start-up, il “Climate Reality Project” di Al Gore, Banca mondiale e World Economic Forum e arrivare a parlare di come tutte queste organizzazioni tirino le fila dei movimenti giovanili, stiano costruendo un’emergenza climatica per poter spostare fondi e finanziamenti a società e organizzazioni che si occupano di servizi ecosistemici. Le ONG mainstream (in particolare il WWF, al quale sarebbe collegata la madre di Greta, Malena Ernman, insignita del titolo di WWF Environmental Hero of the Year 2017 e salita agli onori della cronaca con il lancio di un libro su Greta nel 2018 su uno dei principali giornali svedesi) – conclude Morningstar al termine della sua lunga disquisizione – stanno sostenendo e finanziando il movimento climatico per salvaguardare la loro influenza e manipolare ulteriormente la popolazione organizzando dalle retrovie gruppi di protesta negli Stati Uniti e in tutto il mondo. Sarebbe questo, per l’autore dell’articolo, il più grande esperimento recente di ingegneria sociale di manipolazione delle masse e Greta Thunberg sarebbe il capo dell’intricata matassa che consentirebbe di ripercorrere le fila del gomitolo e svelare tutta l’architettura che si cela dietro i movimenti di protesta contro il cambiamento climatico.

La fabbricazione di Greta Thunberg ai fini del consenso

Il primo atto dell’articolo di Morningstar – dedicato alla figura di Greta Thunberg e tradotto integralmente in italiano dal sito Voci dall’estero –  ha avuto risonanza in Italia (insieme a tante altre bufale diffuse sul conto di Greta) per sostenere che la giovane attivista svedese fosse una figura artefatta, una marionetta che parla per conto di altri, e per screditare le istanze portate dalle enormi proteste giovanili, che venerdì scorso hanno occupato strade e piazze di tante città in tutto il mondo, e di un intero movimento che, complici anche i media, è stato identificato esclusivamente nella figura dell’adolescente svedese che sfida i grandi capi di Stato e le istituzioni globali.

In particolare, l’autore dell’articolo punta l’attenzione su come la figura di Greta Thunberg sia spuntata all’improvviso dal nulla con un tweet pubblicato il 20 agosto 2018 che mostrava la foto di una ragazza svedese seduta su un marciapiede mentre protesta per il clima: “Una ragazza di 15 anni davanti al Parlamento svedese fa sciopero a scuola per 3 settimane fino al giorno delle elezioni. Immaginate solo come deve sentirsi sola in questa foto. La gente non si ferma. Ognuno continua le proprie faccende come al solito. Ma è la verità. Non possiamo, e lei lo sa!”.

Il tweet, segnala Morningstar, è stato pubblicato dal profilo della società “We Do Not Have Time” (“Non abbiamo tempo”), fondata da Ingmar Rentzhog. Nella foto sono stati taggati la protagonista della foto (Greta Thunberg), un movimento giovanile (Zero Hour) e il suo fondatore (Jaime Margolin), il Climate Project Reality di Al Gore (ndr, candidato alle presidenziali negli Stati Uniti nel 2000 e sconfitto da Bush e dall’inizio della sua carriera politica impegnato della battaglia per il clima), People’s Climate Strike, tutti soggetti che, secondo la ricostruzione che farà l’autore del pezzo negli atti successivi, sono protagonisti della costruzione “emergenza clima” per poter dettare l’agenda politica globale e far sì che vengano finanziati quelle organizzazioni che si occupano di servizi ecosistemici.

Pochi giorni dopo la prima protesta, l’account su Medium di "We Do Not Have Time" pubblica un post dal titolo “Questa ragazza quindicenne infrange la legge svedese per il clima” che ricostruisce la figura di Greta Thunberg e sottolinea che “We Do Not Have Time ha segnalato lo sciopero di Greta dal primo giorno e in meno di 24 ore i post sulla sua pagina Facebook e i tweet hanno ricevuto più di 20mila like, condivisioni e commenti. Non c’è voluto molto perché i media nazionali se ne occupassero. A partire dalla prima settimana dello sciopero, almeno sei tra i maggiori quotidiani, come anche la TV nazionale svedese e danese,  hanno intervistato Greta. Due leader politici svedesi si sono fermati a parlare con lei”.

L’articolo continua dicendo che che Greta “ha subito trovato venti sostenitori che ora siedono accanto a lei. Questa ragazzina ha fatto notizia sui giornali nazionali e in TV. Questa ragazzina ha ricevuto migliaia di messaggi di amore e sostegno sui social media … Movimenti giovanili, come #ThisIsZeroHour di Jaime Margolin che #WeDontHaveTime ha intervistato, sostengono con grande urgenza che gli adulti dovrebbero prestare attenzione alla crisi climatica che è una minaccia esistenziale che deve essere affrontata con forza ORA”.

Ma quello che sembrava essere il rilancio di una protesta spontanea, prosegue Morningstar, era in realtà il lancio di un marchio, l’inizio di un’operazione di marketing. Il fondatore di “We Do Not Have Time”, Rentzhog, è anche fondatore di Laika (un’importante società svedese di consulenza che fornisce servizi all’industria finanziaria, recentemente acquisita da FundByMe), è parte del board di FundedByMe ed è membro della Climate Reality Organization Leaders di Al Gore, dove fa parte della Climate Policy Task Force europea. L’organizzazione di Al Gore, fondata nel 2006, è a sua volta partner di “We Do not Have Time”, tra i cui consulenti ed esperti sulla gioventù sono indicati Greta Thunberg e Jaime Margolin. Queste connessioni sarebbero la prova che dietro il “fenomeno Greta Thunberg” ci sarebbe una campagna orchestrata da grandi società e organizzazioni che cercano di spostare fondi nell’industria del clima grazie alla costruzione di una narrazione secondo la quale “non abbiamo più tempo, la catastrofe umanitaria è imminente, le temperature del pianeta si stanno alzando irrimediabilmente”.

Il pezzo – al cui interno non si fa riferimento agli studi e alle ricerche di climatologi internazionali e ai rapporti diffusi da istituzioni intergovernative come le Nazioni Unite – prosegue riportando stralci di interviste rilasciate da Rentzhog in cui spiega che la sua start-up tecnologica offre “partnership, pubblicità digitale e servizi relativi ai cambiamenti climatici, alla sostenibilità e alla crescente economia verde ed economia circolare” a ‘un vasto pubblico di consumatori e rappresentanti coinvolti’” e che “We Do Not Have Time” “è attiva principalmente in tre mercati: social media, pubblicità digitale e compensazione per le emissioni del carbonio”, un mercato – aggiunge Morningistar – che “solo negli Stati Uniti ammonta a oltre 82 miliardi di dollari, di cui il carbonio compensato volontario rappresenta 191 milioni di dollari”.

Figure come Greta Thunberg e Jaime Margolin sarebbero degli influencer con l’obiettivo di far parlare delle questioni legate all’ambiente, al cambiamento climatico e al riscaldamento globale e associare questi temi alle società che gravitano intorno a Rentzhog e Al Gore che finirebbero con l’avere una posizione commerciale di vantaggio in questo speciale mercato dell’industria del clima. Per sostenere la sua argomentazione Morningstar arriva a paragonare"We Do not Have Time" a quanto mostrato in una puntata della terza stagione di "Black Mirror", una serie televisiva trasmessa su Netflix, in cui le relazioni sociali (e i diritti acquisiti) si misurano in base ai like ottenuti da ciascun cittadino su una piattaforma.  Secondo Morningstar,  la start-up di Rentzhog funzionerebbe allo stesso modo valutando con un rating – invece che le persone – marchi, prodotti, società e tutto quanto sia collegato al clima.

Il compito di figure come Thunberg e Margolin sarebbe quello, dunque, di manipolare le grandi masse in questa grande valutazione di rating attraverso l’abile uso dei social network: “Il complesso industriale non-profit può essere considerato l’esercito più potente del mondo. Impiegando miliardi di dipendenti tutti interconnessi, le campagne odierne, finanziate dalla oligarchia dominante, possono diventare virali nel giro di poche ore, instillando pensieri e opinioni uniformi, che gradualmente creano l’ideologia desiderata. Questa è l’arte dell’ingegneria sociale”.

Greta Thunberg è un burattino di "We Do No Have Time"?

Successivamente, il 6 febbraio, lo Spiegel pubblica un altro articolo, a firma del giornalista Claus Hecking, che indaga sui rapporti tra Greta Thunberg e la start-up “We Do Not Have Time”. Greta Thunberg è una marionetta in mano a dei PR?, si chiede Hecking nel titolo. Il pezzo è stato poi tradotto in inglese perché alcune parti scritte in tedesco erano state riportate in alcuni articoli svedesi in modo distorto e manipolato.

Modello per migliaia di giovani che la seguono, spiega il giornalista, Greta è considerata dai suoi avversari un personaggio artefatto, sfruttata dagli adulti per loro mire politiche e commerciali. Chi sposa queste critiche prende spunto da quanto scritto sulla sua pagina Facebook da un giornalista di affari svedese, Andreas Henriksson, secondo il quale lo sciopero scolastico non era altro che una "campagna pubblicitaria" per il nuovo libro della madre di Greta [ndr, di questo libro parla anche Cory Morningstar nell’Atto III del suo articolo], la cantante d'opera Malena Ernman, e che dietro questa campagna ci sarebbe “il PR-professionista Ingmar Rentzhog”. Il post di Henriksson è stato divulgato soprattutto dai negazionisti del cambiamento climatico e dai gruppi di destra che da allora hanno iniziato ad affermare che Greta è una marionetta in mano a lucrosi burattinai.

Effettivamente – prosegue Hecking – Rentzhog è un esperto di campagne pubblicitarie: per anni ha guidato l’agenzia Laika Consulting. È stato lui a parlare prima di Greta sul suo profilo Facebook quando la giovane attivista scioperò per la prima volta da sola di fronte al Parlamento svedese. Con i suoi post Rentzhog ha attirato l’attenzione dei media su Greta proprio nella settimana in cui sua madre, Malena Ernman, pubblicava il libro in cui parlava anche di sua figlia, della sua sindrome di Asperger e della sua lotta per il clima.

Probabilmente il protagonismo di Greta dell’attivista svedese è stato “utilizzato” da Rentzhog per attrarre investimenti e trasformare "We Do Not Have Time" in una piattaforma di social media globale per coloro che sono interessati alla protezione dell'ambiente. Alla fine del 2018, la start-up ha raccolto 13 milioni di corone svedesi dagli investitori, equivalenti a 1,25 milioni di euro. Nel prospetto degli investitori, le attività della giovane attivista sono state presentate in più occasioni. Greta era anche presente nel comitato consultivo di una fondazione affiliata alla società.

Tutto questo è sufficiente per sostenere che Greta Thunberg è un prestanome di speculatori miliardari, come sostenuto dall’articolo di Cory Morningstar e altri blog di destra?

Questa ipotesi è stata respinta anche da Henriksson che pure, con il suo post su Facebook, aveva parlato di “strane coincidenze” e aveva contribuito a diffondere l’idea che Thunberg fosse una marionetta in mano ad altri. «Sono convinto che Greta e Ingmar lavorino insieme. Ma Greta non è un pupazzetto di Rentzhog. Le persone che diffondono questo sono pazzi ed estremisti di destra», ha detto il giornalista allo Spiegel. Tuttavia, ha aggiunto il giornalista svedese, Greta non può essere nemmeno raffigurata come una santa: «È un'attivista che crede e combatte per la sua buona causa, e ho un grande rispetto per lei. Ma la vita non è così in bianco e nero come la vede lei. E dovremmo ascoltare gli scienziati del clima per una questione complessa come i cambiamenti climatici». Ma sono proprio i climatologi le figure a cui Greta chiede consulenza per i suoi discorsi, spiega Hecking nell'articolo sullo Spiegel. In particolare due dei più rinomati esperti di tutto il mondo: Kevin Anderson del Tyndall Center for Climate Change Research di Manchester, e Glen Peters, direttore della ricerca del Centro Cicero di Oslo per la ricerca sul clima.

Dal canto suo, Rentzhog ha negato risolutamente le accuse: «Non abbiamo mai pianificato lo sciopero di Greta». All’epoca dei primi tweet, il fondatore di “We Do Not Have Time” aveva conosciuto sua madre ma non aveva mai parlato con la ragazza. Aveva deciso di passare davanti al Parlamento svedese perché un’attivista ambientalista aveva annunciato in un messaggio che ci sarebbe stata un’azione di fronte al Riksdag. «Greta ha iniziato questo sciopero da sola. Poi, con la nostra piattaforma, abbiamo contribuito a dare linfa alla storia, proprio come faremmo con qualsiasi altro attivista per il clima. Questo è il nostro lavoro». Rentzhog ha aggiunto che Greta non è mai stata pagata per il suo attivismo e che lui non ha mai scritto alcun discorso per lei.

Inoltre, “We Do Not Have Time”, spiega ancora Renthzog, non ha un grande giro di affari (nel 2018, 96mila euro) e ha solo cinque impiegati a tempo pieno. L’app che dovrebbe connettere gli ambientalisti di tutto il mondo sarà pronta al massimo ad aprile.

Contattata dallo Spiegel, Greta ha dichiarato di non promuovere “We Do Not Have Time”, non di non essere più indicata tra i consulenti del comitato consultivo della start-up, e che i proventi del libro dovrebbero andare tutti in beneficenza, come si legge nella prefazione.

Greta: “Faccio quel che faccio tutto gratuitamente. Sono indipendente e rappresento solo me stessa”

In un post su Facebook (qui tradotto in italiano da Fabio Alemagna), lo scorso 11 febbraio, Greta Thunberg è intervenuta per smentire i continui “pettegolezzi, bugie e costanti omissioni di fatti ormai assodati”. L’attivista svedese ha scritto di non far parte di alcuna organizzazione, di cooperare a volte con alcune ONG che lavorano sul clima e l'ambiente, continuando a essere indipendente e a rappresentare nessun altro che se stessa: “Faccio quel che faccio del tutto gratuitamente, e né io né qualcuno a me collegato abbiamo mai ricevuto alcuna somma di denaro o alcuna promessa di pagamento futuro in qualsiasi forma. E ovviamente tutto rimarrà così. Non ho incontrato un solo attivista per il clima che combatte in cambio di denaro, la sola idea è completamente assurda. Inoltre, viaggio esclusivamente col permesso della mia scuola e sono i miei genitori a pagare per i biglietti e gli alloggi”.

Greta ha poi aggiunto di essere stata per breve tempo una consulente per i giovani nel consiglio di "We Do Not Have Time" ma di aver reciso ogni legame quando è venuta a conoscenza che un altro ramo dell’organizzazione aveva usato il suo nome.

Per smentire tutte le voci sul suo conto, Greta ha voluto ricostruire alcuni passaggi che hanno portato ai suoi scioperi scolastici, partendo dagli inizi, nel maggio 2018, quando, dopo aver vinto una competizione di scrittura sul tema dell’ambiente tenuta da un quotidiano svedese, fu contattata da Bo Thorén della Fossil Free Dalsland, che aveva formato un gruppo con delle persone, in particolare dei giovani, che volevano attivarsi sulla crisi climatica.

Durante gli incontri con altri attivisti nacque l’idea dello sciopero scolastico (“qualcosa che i bambini avrebbero potuto fare nei cortili delle scuole o nelle classi”), ispirata da quanto stavano facendo gli studenti di Parkland, in Florida, dopo la strage alla Marjory Stoneman Douglas High School. “L'idea di uno sciopero mi piacque, così la sviluppai e provai a coinvolgere altri giovani, ma nessuno era davvero interessato. Pensavano che una versione svedese della marcia del movimento Zero Hour potesse avere un impatto maggiore. Così mi diedi da fare da sola e non partecipai più agli incontri”, racconta Greta che ricorda come neanche i genitori approvassero la sua decisione di non andare a scuola per manifestare: “Il 20 agosto mi sedetti all'esterno del Parlamento svedese. Distribuii volantini con una lunga lista di fatti sulla crisi climatica e spiegazioni sul perché stessi scioperando. La prima cosa che feci fu quella di postare su Twitter e Instagram quel che stavo facendo, e presto diventò virale”.

Le foto, prosegue Greta, attirarono l’attenzione dei giornalisti e fu allora che conobbe Ingmar Rentzhog: “Ci mettemmo a parlare e fece delle foto che postò su Facebook. Fu la prima volta in assoluto ad averlo incontrato e ad averci parlato. Non avevamo mai comunicato e non ci eravamo mai incontrati prima”.

Per quanto riguarda il libro pubblicato dalla sua famiglia ("Scener ur hjärtat"; ndr, “Scene dal cuore”), che racconta la storia di come lei e sua sorella Beata hanno influenzato il modo di pensare e di vedere il mondo dei miei genitori, specialmente per quanto riguarda il clima, Greta precisa che già prima della sua pubblicazione i genitori hanno dichiarato che “gli eventuali profitti del libro sarebbero stati devoluti a 8 diverse organizzazioni benefiche che lavorano per l'ambiente, i bambini con disturbi del comportamento e i diritti degli animali”.

E per chi avesse ancora perplessità, Greta invita ad ascoltare il suo Ted Talk () dove racconta come è iniziato il suo interesse per il clima.

 

Per i suoi discorsi, Greta dice di chiedere suggerimenti a scienziati ed esperti. “C'è anche chi si lamenta del fatto che «parlo e scrivo come un adulto». E a questo posso solo rispondere: non pensate che una persona di 16 anni abbia la capacità di parlare per se stessa? (...) Altri dicono che io non ci posso fare comunque niente, e che sono «solo una bambina e noi non dovremmo stare a sentire i bambini». Ma questa è una cosa che si può superare facilmente: iniziate ad ascoltare la scienza, piuttosto. Perché se tutti ascoltassero gli scienziati e i fatti ai quali faccio costantemente riferimento, allora nessuno dovrebbe stare a sentire me o qualunque altro delle centinaia di migliaia di bambini di scuola che stanno scioperando per il clima nel mondo. Allora io potrò tornarmene di nuovo a scuola”.

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Verona si prepara a resistere contro il Congresso Mondiale delle Famiglie


[Tempo di lettura stimato: 5 minuti]

Nelle ultime settimane si sta parlando del World Congress of Families, il più importante meeting internazionale di gruppi e movimenti no-choice e anti-Lgbti: contro l'aborto e la libertà di scelta delle donne, contro le unioni omosessuali, per la promozione della famiglia eteropatriarcale come unica possibile. L’evento, che dal 29 al 31 marzo arriverà a Verona ed è stato organizzato per la prima volta nel 1997 a Praga, è formalmente una tre giorni dedicata al tema della “famiglia”: stando al sito, infatti, le tematiche affrontate vanno dalla “bellezza del matrimonio”, “crescita e crisi demografica”, alla “salute e dignità della donna” o “tutela giuridica della Vita e della Famiglia”.

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Come avevamo già analizzato, la realtà è ben diversa, e il WCF utilizza “questa ‘retorica ‘pro-famiglia’” per “promuovere nuove leggi che giustificano la criminalizzazione delle persone Lgbti e dell’aborto, scatenando effettivamente in giro per il mondo una valanga di legislazioni anti aborto e anti-Lgbti, persecuzioni e violenze che alla fine danneggiano – e cercano di smantellare – tutte le ‘famiglie non tradizionali’”. I “Congressi” che il WCF tiene una volta l’anno fungono da “luoghi chiave per lo sviluppo e la diffusione della strategia di destra. Questi eventi in genere attirano migliaia di partecipanti e costruiscono l'influenza internazionale del WCF riunendo politici compiacenti, leader religiosi, scienziati, studiosi e società civile di tutto il mondo. I relatori principali sono in genere leader di spicco della destra cristiana americana che rappresentano organizzazioni più grandi e con migliori risorse che aderiscono come partner al WCF”.

L’edizione di Verona vedrà tra gli altri la partecipazione del ministro dell’Interno Matteo Salvini, di quello della Famiglia, Lorenzo Fontana (tra i promotori del Congresso), e di quello dell’Istruzione, Marco Bussetti, del senatore Simone Pillon e di personalità politiche e non con posizioni fortemente conservatrici.

Al di là di quello che succederà all’interno del Palazzo della Gran Guardia – concesso dal Comune di Verona all’organizzazione del WCF – quello che è la vera novità è tutto ciò che si sta muovendo attorno al Congresso e in opposizione a questo: un movimento di resistenza che per tre giorni attraverserà la città veneta.

Già durante la conferenza stampa di presentazione del WCF Gianni Zardini, presidente del circolo Lgbti Pink di Verona, aveva contestato gli organizzatori del Congresso, seduti assieme al sindaco Sboarina in una sala del Comune, accusandoli di portare avanti un pensiero «omofobo e integralista».

CONGRESSO MONDIALE DELLA FAMIGLIA: C'È CHI DICE NO!Questa mattina si è tenuta in comune la conferenza stampa “chiarificatrice“ degli organizzatori del convegno mondiale delle famiglie. Ma l’unico elemento di chiarezza e dissenso lo abbiamo portato noi dell'Assemblea 17 dicembre: omofobi e integralisti!Ci vediamo il 30 marzo in piazza per urlarlo in migliaia.

Pubblicato da Veronesi aperti al mondo su Venerdì 15 marzo 2019

Il movimento femminista 'Non Una di Meno' ha organizzato una sorta di contro-congresso, “Verona Città Trans-Femminista”, con conferenze, laboratori, spettacoli, performance e incontri di approfondimento sui temi del gender, dei diritti delle donne e Lgbti, dell’aborto, del femminismo, una grande manifestazione per le strade sabato 30 e un’assemblea il 31.

«Il Congresso Mondiale delle Famiglie non coinvolge solo una dimensione cittadina, alla quale purtroppo siamo abituate, ma è sostenuto da una serie di organizzazioni coordinate a livello internazionale per contrastare i diritti civili, i diritti riproduttivi e la sessualità delle donne. Quando ci siamo chieste come reagire, abbiamo aperto questa domanda anche ai gruppi con i quali eravamo in contatto qui in città a Verona, dove siamo attive da circa due anni», spiega a Valigia Blu Laura Sebastio, di NUDM Verona. La decisione di organizzare una tre giorni alternativa a quella del WCF, aggiunge, «è nata proprio all’interno di un’assemblea pubblica. Abbiamo deciso che anche per noi questa cosa avrebbe preso una dimensione internazionale, e abbiamo iniziato a costruire l’evento attraverso assemblee aperte. Alla fine ci siamo rese conto che questa dimensione internazionale c’era già: c’erano gruppi femministi di altri paesi d’Europa che si stavano preparando a venire a Verona».

Alla tre giorni di 'Non Una di Meno', infatti, parteciperanno anche attiviste di altri paesi europei e non solo: oltre a Marta Dillon, una delle fondatrici del movimento 'Ni Una Menos' in Argentina, ci saranno gruppi da Spagna, Polonia, Croazia, Francia, Olanda, Regno Unito, Germania.

«Non abbiamo voluto fare solo una protesta – sottolinea Sebastio – abbiamo voluto costruire attorno a un movimento di protesta anche delle proposte, che si pongono chiaramente come di segno opposto al WCF. Avremo convegni, discussioni con ricercatrici di mezza Europa, presentazioni di libri, spettacoli, laboratori, tutta una serie di eventi che vogliono proporre una visione alternativa delle donne, di noi stesse e di tutte le soggettività che invece nel discorso del Congresso delle Famiglie sono marginalizzate e discriminate».

Da tutta Italia si stanno organizzando pullman per raggiungere Verona. La protesta, comunque, non si esaurisce con gli eventi organizzati dal movimento femminista. Nelle ultime ore infatti si stanno moltiplicando iniziative e flash-mob in contrapposizione al Congresso Mondiale delle Famiglie.

Anche online c’era stata mobilitazione. Sulla pagina Facebook di “Veronesi aperti al mondo” era stata pubblicata la lista degli alberghi di Verona convenzionati con il WCF, con l’invito di boicottarli. Il movimento All Out (in collaborazione con diverse associazioni e sigle), invece, ha lanciato una campagna “per mostrare ciò che alcuni dei relatori sostengono in realtà”. «Alcune tra le maggiori associazioni che lavorano per i diritti umani nel mondo hanno definito [il WCF] un ‘gruppo d’odio’, ma moltissime persone in Italia non li conoscono e quindi ne sottovalutano il pericolo, le conseguenze che avrà sulle vite di tutte e tutti noi. Ci è sembrato importante dire agli italiani chi è atteso a Verona insieme ai nostri ministri»,ha spiegato Yuri Guaiana, uno dei promotori. Contestualmente è stata anche lanciata una petizione per chiedere il ritiro dei patrocini.

Il dissenso verso il Congresso Mondiale delle Famiglie è arrivato anche dall’Università di Verona. Circa 500 accademici dell’ateneo hanno firmato un documento fortemente critico contro il WCF. “Siamo ricercatrici, ricercatori e docenti dell’Università di Verona – si legge nell’appello - Siamo persone diverse per età, genere, origine, convinzioni politiche, fede religiosa. Siamo però accomunate dalla passione per la ricerca e la conoscenza, e ci riconosciamo in una comunità professionale che ha precise regole scientifiche ed etiche sulla produzione e diffusione del sapere (…) Ci facciamo promotori di una presa di posizione critica in merito allo svolgimento del Congresso Mondiale delle Famiglie”.

Con il documento gli accademici vogliono “richiamare l’attenzione sul fatto che il convegno WFC è espressione di un gruppo organizzato di soggetti che propongono come dati scientifici opinioni principalmente ascrivibili a convinzioni etiche e religiose." Tra queste, ad esempio: "L'affermazione del creazionismo, l’idea che la natura abbia assegnato a uomini e donne differenti destini sociali e diverse funzioni psichiche, che identificano automaticamente la donna in un ruolo riproduttivo e di cura, l'idea che il lavoro fuori casa delle donne, l’esistenza del divorzio e della possibilità di abortire siano le cause del declino demografico, il rifiuto del riconoscimento di diritti civili a configurazioni familiari al di fuori della coppia eterosessuale unita in matrimonio, l’affermazione che configurazioni familiari diverse dalla coppia eterosessuale unita in matrimonio siano, di per sé, contesti educativi e affettivi inadatti all’armonioso sviluppo dei minori, l'equiparazione tra interruzione volontaria di gravidanza e omicidio, la patologizzazione dell’omosessualità e della transessualità", il "rifiuto del pieno riconoscimento di diritti civili alle persone che manifestano queste identità" o la "promozione delle 'terapie riparative' per le persone omosessuali al fine di 'ritornare' alla condizione armoniosa dell’eterosessualità".

Queste posizioni, secondo docenti, ricercatori e ricercatrici, vengono affermate "come fondate scientificamente", ma in realtà "la ricerca internazionale non è mai giunta a questo tipo di esiti e li ha anzi smentiti in diverse circostanze".

Il Codice Etico dell’Università di Verona, assieme ai principi della libertà della ricerca e dell’insegnamento, afferma quelli dell’uguaglianza e della solidarietà, rigettando ogni forma di pregiudizio e discriminazione. Alle mistificazioni del Congresso Mondiale delle Famiglie contrapponiamo quindi non solo gli esiti della ricerca scientifica, ma anche i valori della comunità di cui facciamo parte.

Il rettore Nicola Sartor ha fatto sapere che l’ateneo non ha messo a disposizione le sue aule chieste lo scorso 4 dicembre dal WCF. “L'Università è un luogo di studio aperto al confronto scientifico fondato sulla libertà della ricerca e dell'insegnamento”, ha scritto in una nota. Sartor ha poi aggiunto che gli accademici che hanno firmato l’appello hanno fatto bene «a sottolineare come le tematiche proposte nel convegno e le posizioni degli organizzatori siano, a oggi, prive di fondamento e non validate dalla comunità scientifica internazionale».

Leggi anche >> Mantenimento, affido, genitorialità: cosa prevede il disegno di legge Pillon e quali sono le sue criticità

L’opposizione a temi e posizioni espresse all’interno del Congresso Mondiale delle Famiglie passa anche dal rifiuto del ddl Pillon sull’affido condiviso dei minori in caso di divorzio. Come riporta Luisa Betti Dakli su La 27esima Ora, negli ultimi tempi diversi comuni italiani hanno votato mozioni e ordini del giorno che bocciano il disegno di legge – in alcuni casi approvate anche con i voti della Lega. Sono mesi che associazioni di donne, per la difesa dei bambini e centri anti violenza si battono per il ritiro della proposta.

Foto di @donpears via Non una di meno Verona

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Mafie al Nord: non si tratta più di infiltrazioni ma di sistema strutturato e radicato


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Camorra e ‘ndrangheta venete. Se prima si parlava di “infiltrazioni” al Nord della criminalità organizzata, nell’ultimo mese diverse inchieste della Direzione distrettuale antimafia ne hanno mostrato una vera e propria “presenza” radicata in Veneto.

Una questione che è stata sottovalutata. Solo pochi mesi fa un sondaggio pubblicato da Libera – l’associazione presieduta da Don Luigi Ciotti che lotta contro le mafie – mostrava che al Nord Est per 4 cittadini su 10 “la mafia è invisibile e la si ritiene un fenomeno marginale”. Lo scorso 12 marzo, però, Bruno Cherchi, capo della procura di Venezia e coordinatore della Dda, ha dichiarato che «c’è stata una scarsa comprensione» di questo  fenomeno, non limitata al territorio veneto, ma un po’ in tutto il Nord Italia. Una tendenza a minimizzare che «ha portato ad intervenire con ritardo e forse non ancora con misure adeguate».

‘Noi siamo i Casalesi di Eraclea’

“Diglielo, che noi siamo i Casalesi di Eraclea”. È questo un passaggio delle intercettazioni presenti nella più importante inchiesta anticamorra condotta in Veneto lo scorso mese e denominata “At Last”. Un lavoro di indagine, coordinato dalla Direzione distrettuale antimafia di Venezia e nato dalle dichiarazioni di alcuni pentiti. All’alba del 19 febbraio, trecento uomini delle forze dell’ordine hanno eseguito – in provincia di Venezia, Casal di Principe ed altre località – 50 misure di custodia cautelare per associazione a delinquere di stampo mafioso e altri reati, insieme a sequestri di beni e valori per 10 milioni di euro.

Oltre a questi numeri, l’importanza dell’operazione sta però anche nel quadro emerso, spiega il procuratore capo di Venezia Bruno Cherchi, visto che per la prima volta è stata accertata «la presenza della criminalità organizzata strutturata nel territorio veneto, profondamente penetrata nel settore economico e bancario». Il magistrato specifica, infatti, che «si è trasferito in questa zona del Veneto un controllo del territorio che di norma non era stato ancora accertato in questi termini» e che «anche molti locali ed esercenti pubblici garantivano la presenza della criminalità organizzata, che dava garanzie di stabilità». Un sodalizio che secondo le indagini si declinava «nella commissione di svariati delitti, dal riciclaggio all'usura, alle rapine, e soprattutto un'attività estorsiva che passava attraverso l'organizzazione di strutture societarie che venivano create con l'obiettivo di farle fallire, lasciando i soggetti entrati in contatto nelle condizioni di creditori insolventi». Oltre a questa attività sono state accertate anche quelle più “classiche” come lo spaccio di sostanze stupefacenti, la gestione della prostituzione e l'introduzione di lavoratori in maniera illegale nelle imprese.

L’attività investigativa, ha spiegato il Procuratore nazionale antimafia Federico Cafiero de Raho, è stata «enorme» ed è partita «addirittura dal 1996: in essa sono stati riversati elementi che compaiono da oltre 20 anni, personaggi che hanno sviluppato un ruolo camorristico di rilievo da tantissimo tempo». Per comprendere il grado di infiltrazione della Camorra nel tessuto sociale del territorio, si può partire dai ruoli che ricoprirebbero diverse persone tra le decine di quelle arrestate: politici, imprenditori e avvocati locali. L’arresto per voto di scambio del primo cittadino di Eraclea, Mirco Mestre – eletto nel 2016 in una lista civica e ora dimessosi –, sarebbe l’esempio massimo. «Quello che emerge di più dalle indagini – ha spiegato ancora il procuratore capo di Venezia – è il rapporto della criminalità organizzata con il mondo politico. L'arresto del sindaco ha visto accertato il fatto che vi è stato nelle elezioni 2016 uno scambio di voti tra criminalità, che non ha procurato tantissimi voti, ma quelli necessari a vincere».

Questo presunto scambio di voti sarebbe avvenuto tra il sindaco Mestre e Luciano Donadio (ora in arresto), imprenditore edile di 53 anni originario di Casal di Principe e da oltre 20 anni a Eraclea, indicato dai magistrati come il referente del clan dei Casalesi e in grado di garantire un pacchetto di voti. Le intercettazioni mostrerebbero che l’ex sindaco era a conoscenza della natura criminale degli affari di Donadio, che intercettato nel marzo 2016 affermava: «Ci ho messo cinque mesi a fare il dominio assoluto… (...) Ormai comandiamo, cosa vuoi… Si mettono paura adesso!». L’obiettivo di questo presunto appoggio fraudolento alle ultime amministrative sarebbe stato il via libera per un impianto a biogas nella frazione di Stretti di Eraclea a cui l’imprenditore era interessato. Durante l’interrogatorio davanti al giudice per le indagini preliminari (gip), Mestre ha respinto l’accusa di voto di scambio, specificando che i rapporti con Luciano Donadio erano di tipo professionale, essendo il suo avvocato.

Dopo l’arresto del primo cittadino, cinque consiglieri comunali di opposizione hanno presentato le proprie dimissioni, mentre quelli del gruppo di maggioranza non si sono dimessi. “Un gesto di solidarietà – scrive il Fatto Quotidiano – (...), che si aggiunge alla raccolta di firme dei cittadini” (che ha raggiunto quota 300 adesioni) per una petizione lanciata a favore di Mestre.

Oltre che nella politica, l’illegalità sarebbe entrata anche nel tessuto imprenditoriale e sociale del territorio. Il Procuratore nazionale antimafia spiega infatti come nel tempo la Camorra avrebbe ricevuto da parte di privati cittadini richieste di favori e di aiuto per recuperare refurtiva, per riscuotere un credito, per avere della manodopera a basso prezzo. In alcuni casi, inoltre, dopo un periodo di minacce e paura, diverse vittime avrebbero iniziato anche a fornire attivamente assistenza e aiuto al clan camorristico. Inoltre, nel tempo il gruppo criminale era diventato anche un soggetto preferenziale per i gruppi delinquenziali locali. Per il Gip, in base alle prove raccolte, la famiglia Donadio era talmente radicata nel territorio di Eraclea da riuscire a creare “un effetto intimidatorio diffuso di cui sono rimasti vittima persino le autorità locali come l’ex comandante della stazione dei carabinieri, un appartenente alla polizia di Stato e, recentemente, un’esperta agente della polizia locale che ha omesso di sanzionare [uno degli indagati, ndr] per rispetto al sodalizio cui questo appartiene”.

L’operazione di polizia ha comunque dato il via alla reazione di una parte della cittadinanza. Durante un incontro pubblico, organizzato dal Partito Democratico a Eraclea, a cui hanno partecipato circa 200 persone, una cittadina è infatti intervenuta per affermare: «La verità è che tutti noi siamo colpevoli perché nonostante questi criminali abbiano fatto i loro comodi per svariati anni, siamo stati zitti». Una posizione simile è stata espressa anche dalla presidente dell'Auser di Eraclea Rosanna Pasqual: «Da anni vedevamo i pulmini che arrivavano il lunedì dal Sud Italia, con la manovalanza per i cantieri edili, e poi rientravano il venerdì. Quella gente ha comprato tutti gli appartamenti della piazza che nessuno voleva: perché non abbiamo reagito? Perché è stata autorizzata l'apertura di un punto scommesse al figlio del camorrista Luciano Donadio?».

Pochi giorni dopo gli arresti, è stato anche lanciato un appello contro le mafie in Veneto che raccolto ad oggi 2mila firme, tra cui nomi del mondo politico, economico, sociale e culturale del Veneto (e non solo):  

Il Veneto e il Nord Est non sono un’isola felice. Le mafie si sono radicate, non semplicemente infiltrate. (...) Non basta dichiararsi sorpresi e indignati. Serve un impegno straordinario, a partire dalla politica, che si traduca in una maggiore capacità di reazione e di mobilitazione coordinata a livello generale, con un’attenzione particolare alla dimensione educativa e culturale.

La ’ndrangheta veneta

Circa un mese dopo l’inchiesta “At Last”, il 12 marzo è scattata l’operazione “Camaleonte” contro la criminalità organizzata in diverse città del Nord est e non solo: Treviso, Vicenza, Padova, Belluno, Rovigo, Reggio Emilia, Parma, Milano e Crotone. A seguito delle indagini coordinate sempre dalla Procura Distrettuale Antimafia di Venezia, sono state arrestate 27 persone appartenenti alla 'ndrina Grande Aracri Cutro, una cosca malavitosa o 'ndrina della ndrangheta calabrese che opera in Calabria, in Emilia-Romagna, in Veneto, in Lombardia e in Germania, scrive Il Gazzettino. I reati contestati sono associazione per delinquere di stampo mafioso , estorsione, violenza, usura, sequestro di persona, riciclaggio, emissione e utilizzo di fatture per operazioni inesistenti. In totale, le persono indagate sono state 58 e sono stati effettuati sequestri per un valore complessivo di 20 milioni di euro.

Per il procuratore di Venezia si può più parlare di una “cosca veneta”, perché quello che emerge è una vera e propria presenza sul territorio, non più solo infiltrazione: «In Veneto non si non si può più parlare di presenze a livello locale ma di un quadro di riferimento con struttura regionale». Una lettura confermata anche dal Prefetto di Padova, Renato Franceschelli: «Infiltrazioni? No, dobbiamo smetterla di parlare di infiltrazioni. Qui bisogna parlare di una vera e propria presenza. Le ultime operazioni dimostrano che le associazioni a delinquere e i singoli soggetti malavitosi ormai sono in mezzo a noi e spesso sono pure ben radicati». Per Cherchi resta comunque una speranza: «La sostanziale forza del territorio, sia sul fronte amministrativo che imprenditoriale, che offre stimoli per controllare il fenomeno» e offrire soluzioni di contrasto.

Il procuratore ha poi spiegato che il metodo utilizzato per l’infiltrazione era lo stesso già documentato in altre inchieste in Emilia Romagna e in Lombardia: «C’è un primo contratto ‘normale’, da imprenditore, da soggetti che vogliono investire nelle attività produttive spesso in difficoltà. Una volta entrati, poi, sia come soci, in alcuni casi come amministratori, o comunque anche come dipendenti, il passo successivo è se l’imprenditore cerca di sganciarsi, la criminalità organizzata manifesta le proprie capacità di aggressione nei confronti della persona».

In alcune occasioni è però anche emersa una connivenza degli imprenditori veneti, che avallavano false fatturazioni per evadere il fisco e per fini personali. Su questo aspetto, secondo Marco Michielli, presidente veneto di Federalberghi, intervistato dalla Nuova Venezia, è necessario preoccuparsi di un «zona grigia» che emerge da queste inchieste: «Il coinvolgimento di commercialisti, professionisti vari e società che in qualche modo erano collegati alla criminalità e all’illegalità diffusa traendone dei forti guadagni illeciti».

Le radici e gli affari delle mafie al Nord

Diverse inchieste importanti nel giro di un mese hanno dunque mostrato come le organizzazioni mafiose siano riuscite negli anni a mettere radici profonde nel Nord-Italia.

via Corriere del Veneto

Ma presto ci saranno delle nuove rivelazioni. Un investigatore ha infatti dichiarato al Corriere del Veneto che ci sono altre indagini in corso su altri filoni e che presto si apriranno nuovi fronti. Parole confermate anche dal prefetto di Venezia, Vittorio Zappalorto: «Altre sorprese sono inevitabili. Perché siamo all’inizio di un filone».

Che il Nord Italia fosse ormai da tempo terra di conquista delle mafie e che nessun territorio possa ritenersi immune è stato evidenziato dalla relazione dello scorso anno della Commissione parlamentare Antimafia. Nella documento si legge infatti che la penetrazione mafiosa è “un movimento profondo e uniforme che interessa la maggioranza delle provincie settentrionali, con una particolare intensità in Lombardia. (...) La colonizzazione 'ndranghetista si è affermata a macchia di leopardo con una particolare predilezione per i comuni minori” perché “una volta conquistati, i piccoli centri svolgono una funzione di capisaldi strategici distribuiti sul territorio”. Inoltre, “la presenza dei clan nel tessuto produttivo trae vantaggi sia dalle fasi di espansione che da quelle di recessione economica” e “non c'è settore, dalle costruzioni al turismo, dal commercio alla ristorazione, dal gioco d'azzardo legale allo sport, in cui le imprese mafiose non abbiano investito”.

L’ultima relazione della Direzione investigativa antimafia, riferita ai primi 6 mesi del 2018, sottolinea, tra le altre cose, come le “tante interdittive antimafia rilasciate nel nord del Paese per società che operano nel settore edilizio, del trasporto e smaltimento rifiuti, dell'autotrasporto e della ristorazione", siano state un segnale delle infiltrazione mafiose. Inoltre, altro dato evidenziato è che quasi la metà del riciclaggio di denaro sporco delle organizzazioni mafiose avviene al Nord (25.963 operazioni, il 46,37% del totale) e in particolare in Lombardia (il 20,87%).

via Direzione investigativa antimafia, primo semestre 2018.

Come spiega Libera nel dossier ‘Passaggio a Nord-Est’, “l’impalpabilità economica degli operatori mafiosi causa il rovesciamento dello stigma meridionale: le mafie non riguardano il Nord perché non si registrano casi di omicidi mafiosi. Se le mafie non uccidono non esistono”. Cioè per l’associazione presieduta da Don Luigi Ciotti “c’è ancora difficoltà ad assumere le mafie e i fenomeni corruttivi come una questione nazionale. Questa resistenza è preoccupante perché proviene dalle regioni che determinano l’andamento dell’economia nazionale”.

Per Alessandra Dolci, procuratrice distrettuale antimafia di Milano, inoltre, «la verità è che la soglia etica si è drammaticamente abbassata. Molti imprenditori lombardi “sposano” la ‘ndrangheta per convenienza: quando li interrogo mi dicono “meglio come amici che nemici, lavorano bene e costano poco. Oggi c’è più accettazione della mafia in Lombardia che in Sicilia». E tra i nuovi affari della criminalità c’è poi quello delle discariche abusive di rifiuti. «Negli ultimi due anni — afferma Dolci — abbiamo proceduto a oltre 60 sequestri in tutto il Nord Italia di questo tipo di siti, che spesso vengono riempiti per poi essere incendiati. È un fenomeno allarmante che sta esplodendo». Il procuratore ha così spiegato che «il traffico di rifiuti tra Lombardia e Campania si è invertito, ora va da Sud a Nord. Se non stiamo attenti il rischio è che questa diventi la nuova Terra dei fuochi».

Foto in anteprima via Ansa

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La bufala del premio Nobel Carlo Rubbia che nega il cambiamento climatico


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In questi giorni, dopo le manifestazioni sul clima, ha ripreso a girare il video di un intervento del fisico, premio Nobel, Carlo Rubbia (non un climatologo) in una seduta delle commissioni riunite "Ambiente e Territorio" di Camera e Senato del 2014.

Leggi anche >> Solo un paese asfittico e rancoroso può discutere di Greta e non del cambiamento climatico

Il video ha un titolo acchiappa-click – "Carlo Rubbia, Nobel per la fisica, smonta la bufala dei cambiamenti climatici" – che non sintetizza correttamente né rispecchia quello che viene detto. Rubbia, in questo video, non smonta nessuna bufala che riguardi il clima, anche se piacerebbe a chi è impegnato a diffondere disinformazione sul tema.

Tra le altre cose, Rubbia dice che dal 2000 al 2014 la temperatura della Terra non è aumentata, è diminuita. Non è vero. Che la temperatura della Terra abbia sostanzialmente smesso di aumentare, o sia addirittura diminuita, dalla fine degli anni '90 è una tesi ricorrente, ripetuta dai negazionisti, che ignora però i dati sulla tendenza più recente. E trascura anche il fatto che la gran parte dell'aumento della temperatura globale è finita negli oceani.  Il 90% del riscaldamento che si è verificato negli ultimi 50 anni sul pianeta si è accumulato all'interno degli oceani, in particolare nella parte più superficiale fino a 700 metri di profondità. Dal 2000 a oggi le temperature registrate a livello della superficie marina e terrestre hanno mostrato un'anomalia positiva (cioè un aumento).

via Berkeley Earth

Quando si parla di riscaldamento globale, ciò a cui si deve prestare maggiore attenzione non sono le variazioni di temperatura da un anno all'altro, ma è soprattutto la tendenza nel medio e lungo periodo. Tendenza che, anche per il 2018, ha dimostrato un chiaro aumento della temperatura globale, che è ancora più accentuato in alcune regioni del pianeta, come l'Artico. Non è del resto un caso che i 10 anni più caldi finora registrati, da quando si raccolgono misurazioni strumentali, siano concentrati proprio nell'ultimo ventennio. Tra gli anni più caldi troviamo tutti gli anni dal 2013 al 2018.

Lo stesso Rubbia, subito dopo quell'affermazione, dice che «ci troviamo di fronte a una situazione drammatica, le emissioni di CO2 stanno aumentando». Nel resto dell'intervento parla di cosa è stato fatto o si può fare per ridurle e delle difficoltà a riguardo, di cosa hanno fatto gli USA, l'Europa, la Cina.

E quindi? Quindi Rubbia non smonta nessuna bufala. Dice perfino che «il cambiamento climatico del CO2 registra un aumento esponenziale» (così si legge nel resoconto stenografico dell'intervento). Il fisico fa forse un po' di confusione con le parole, perché dire «cambiamento climatico del CO2» non ha senso e comunque l'aumento non è "esponenziale". In ogni caso il suo intervento non dimostra che non si devono tagliare le emissioni antropiche di CO2 né che queste non sono la principale causa dell'attuale cambiamento climatico. Altrimenti, non avrebbe senso nemmeno porsi il problema della riduzione delle emissioni.

Il video di Carlo Rubbia gira in Rete, diffuso dai negazionisti, soltanto grazie a un titolo scorretto, che non rispecchia il contenuto e il senso dell'intervento del fisico. Molti si fermano a quello, pochi ascoltano l'intero discorso. Basta poco per fare disinformazione, è sufficiente un titolo inventato.

Il quotidiano Libero ha pubblicato sul proprio sito il testo dell'intervento di Rubbia introdotto da questo titolo: Cambiamento climatico, il premio Nobel Carlo Rubbia svela la più inquietante menzogna.

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La vera menzogna è chiamare questa roba "giornalismo", solo perché registrata in un tribunale e pubblicata da persone che possono esibire un tesserino. Ma questo non c'entra con il cambiamento climatico.

Nota finale: un Nobel può sbagliare? Sì, può fare affermazioni inesatte, imprecise, perfino sostenere scemenze, soprattutto in campi diversi dal proprio. Il Nobel non dà a chi lo riceve il dono dell'infallibilità, non è una patente di competenza su ogni argomento, è solo il riconoscimento per il contributo dato in uno specifico campo.

Foto in anteprima via La Stampa

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Cos’è la Via della Seta. Perché USA e UE temono l’accordo Italia-Cina


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Firmati gli accordi Italia Cina

Aggiornamento 23 marzo 2019: Dopo settimane di discussioni sono stati siglati gli accordi tra Italia e Cina: 29 intese per un valori di almeno 7 miliardi. A firmare le intese principali, per la parte italiana, è stato il ministro dello Sviluppo economico, Luigi Di Maio, per la Cina, il presidente della National Development and Reform Commission, He Lifeng.

Tra le intese istituzionali, i settori di protocolli e memorandum tra ministeri e altri enti pubblici sono essenzialmente tre: la tecnologia, con intese per la collaborazione su startup innovative e commercio elettronico, mentre l'Agenzia spaziale italiana lavorerà con quella cinese ad un satellite per la rilevazioni geofisiche; l'agricoltura, con il protocollo sui requisiti fitosanitari per l'esportazione di agrumi freschi dall'Italia alla Cina e gli accordi su carne suina congelata e seme bovino; la cultura, con l'accordo per la prevenzione del traffico di beni archeologici, la restituzione di 796 reperti alla Cina, e la promozione congiunta dei siti Unesco. Inoltre, è stata firmata un'intesa per eliminare le doppie imposizioni.

Gli accordi tra le aziende sono stati firmati dai manager di Eni, Cdp, Snam e altre importanti realtà economiche italiane e cinesi. Per quanto riguarda i porti, la società cinese CCC investirà in quello di Trieste per potenziare i collegamenti per il Centro ed Est Europa, mentre si prevedono progetti concordati per l'ampliamento dei moli del porto di Genova. Congelato l'accordo di ricerca tra Huawei e un Politecnico italiano in riferimento al settore delle telecomunicazioni.

In questi giorni il Presidente cinese Xi Jinping è in visita ufficiale in Italia per firmare il Memorandum di Intesa tra Italia e Cina sulla cosiddetta “Via della Seta”. La visita poi farà tappa nel Principato di Monaco e terminerà in Francia il 26 marzo. Sei giorni che potranno far luce sull’evoluzione della Belt and Road Initiative, il progetto di sviluppo commerciale voluto dal governo cinese per una più profonda integrazione della Cina nell'economia mondiale. Gli Stati membri dell'Unione europea stanno, infatti, discutendo come sviluppare un approccio comune agli investimenti cinesi in Europa tra l’esigenza di bilanciare l’influenza della Cina e il bisogno di investimenti esteri da parte dei paesi europei. Un altro incontro con i rappresentanti di Pechino è previsto per il 9 aprile.

La firma del Memorandum da parte dell’Italia ha suscitato reazioni internazionali e un dibattito su posizioni diverse all'interno della maggioranza di governo. In particolare, il vicepremier Matteo Salvini e il sottosegretario alla Presidenza del Consiglio dei Ministri, Giancarlo Giorgetti, hanno sottolineato come questo accordo non debba portare a «colonizzazioni da parte della Cina». «Il memorandum per l’accordo italo-cinese sulla Via della seta dovrà sicuramente contenere nobili intenti per migliorare relazioni economiche e commerciali tra Italia e Cina, ma non impegni che possano creare interferenze di ordine strategico per il consolidato posizionamento del Paese», ha dichiarato Giorgetti.

«La Via della Seta è una strada a doppio senso e lungo di essa devono transitare non solo commercio ma talenti, idee, conoscenze e progetti di futuro», ha dichiarato il Presidente della Repubblica, Sergio Mattarella, al termine dell'incontro con il Presidente cinese Xi Jinping, che ha aggiunto che l'obiettivo dell'intesa tra i due paesi è «rafforzare le sinergie tra le rispettive strategie di sviluppo nei settori infrastrutturali, portuali e logistici, nonché dei trasporti marittimi» e che «guardando il mondo ci ritroviamo avanti un cambiamento epocale, la Cina e l'Italia sono due importanti forze nel mondo per salvaguardare la pace e promuovere lo sviluppo. La Cina vuole lavorare con l'Italia per rilanciare lo spirito di equità, mutuo rispetto e giustizia».

Più che per i contenuti la firma dell’intesa potrebbe avere un valore simbolico e politico. Qualora firmasse, l’Italia sarebbe il primo paese del G7 a sostenere ufficialmente il piano di investimento globale cinese noto come "Belt and Road Initiative". Finora sono 68 i paesi che hanno firmato accordi bilaterali con la Cina.

L’ipotesi di una firma del memorandum da parte dell’Italia ha suscitato infatti le reazioni di Stati Uniti e Unione europea. Al Financial Times, il portavoce del Consiglio per la Sicurezza Nazionale, Garrett Marquis ha detto che l’adesione di Roma alla nuova via della seta non aiuterà l’Italia a uscire dalla recessione economica e costituirebbe un danneggiamento della sua reputazione internazionale. «Consideriamo la Belt and Road Initiative come un'iniziativa fatta dalla Cina per la Cina», ha aggiunto Marquis, invitando «tutti gli alleati e partner, compresa l'Italia, a fare pressioni sulla Cina per allineare gli sforzi di investimento globale agli standard internazionali».

Per gli USA, scrive Alberto Prina Cerai in un recente articolo su Pandora Rivista, “la principale minaccia – come ribadisce la National Security Strategy del 2017 – proviene da una rinnovata competizione interstatale, in cui la Cina rappresenta il peer competitor per eccellenza”. Secondo un rapporto del Dipartimento della Difesa degli USA, “l’espansione cinese mirerebbe a «escludere gli Stati Uniti dalla regione Indo-Pacifica» tramite il monumentale progetto infrastrutturale della Belt and Road Initiative, volta ad implementare l’obiettivo strategico del Partito Comunista: fare della Cina «la potenza preminente» del continente eurasiatico”.

Anche l’Unione europea si è detta preoccupata per l’eventuale firma del memorandum da parte dell’Italia in quanto potrebbe rappresentare un avvicinamento alla Cina, e ha chiesto a tutti gli Stati membri di essere coerenti con le leggi e le politiche dell’Ue e di rispettarne l’unità nell’implementarle. 

Tuttavia non sono ancora chiari i contenuti del testo che Italia e Cina si apprestano a firmare. Per quanto nei giorni scorsi alcune testate abbiano pubblicato una bozza del Memorandum, il testo dell’intesa resta ancora misterioso, scriveva nei giorni scorsi Simone Pieranni sul Manifesto. “Le bozze circolate non hanno chiarito la reale entità di quali accordi si andranno a firmare. La sensazione è che si firmerà un accordo quadro, «cornice» come ha specificato la settimana scorsa il sottosegretario allo sviluppo Michele Geraci, ricco di grandi intenzioni ma dalla valenza per lo più politica”.

In particolare gli Stati Uniti temono le ripercussioni dell’intesa rispetto all’ambito delle telecomunicazioni, consentendo l’ascesa Huawei, “colosso cinese molto avanti per tutto quanto riguarda il 5G, con tanto di progetti pilota già avviati in Italia”, spiega ancora Pieranni. “L’Italia ha basi Nato e Usa a Napoli, Aviano, Sigonella, se la Cina dovesse avere il controllo sulla rete in Italia le comunicazioni riservate ai Paesi Nato potrebbero essere compromesse”, spiega a Formiche l’esperto di tecnologia militare Mauro Gilli, in merito alle preoccupazioni degli Stati Uniti.

«Non metteremo a repentaglio nessun asset strategico», ha dichiarato Conte dopo un vertice di maggioranza. «Si sta facendo molta confusione. Una cosa è la tutela degli asset strategici, una cosa è la sottoscrizione di un accordo programmatico non vincolante», ha aggiunto il presidente del Consiglio, sottolineando anche che l’Italia «è l’unico paese che ha preteso e imposto, rispetto alla versione originaria del memorandum elaborato dalla parte cinese, principi e regole europee. Allo stesso tempo ci cauteliamo e adotteremo misure, per esempio rafforzeremo la golden power [ndr, "la facoltà di dettare specifiche condizioni all’acquisito di partecipazioni, di porre il veto all’adozione di determinate delibere societarie e di opporsi all’acquisto di partecipazione"] per rafforzare gli interessi nazionali».

Che cos’è la Belt and Road Initiative

Quella che in questi giorni viene chiamata “via della seta cinese” è in realtà la Belt and Road Initiative (BRI), un progetto – noto anche con il nome di One Belt One Road (OBOR) – di cui aveva parlato nel 2013 in un discorso agli studenti della Nazarbayev University di Astana, in Kazakistan il segretario e presidente del Partito Comunista cinese, Xi Jinping. Il leader cinese aveva parlato di un “progetto del secolo”, “una cintura economica lungo la via della seta”.

BRI è un'infrastruttura internazionale e un progetto di sviluppo commerciale guidato dal governo cinese per perseguire una maggiore cooperazione e una più profonda integrazione della Cina nell'economia mondiale. La “Cintura” (Belt) comprende percorsi di trasporto terrestre che collegano Cina, Europa, Russia e Medio Oriente. La “Strada” (Road) si riferisce alle rotte marittime che dall’Asia arrivano all’Europa settentrionale attraverso Sri Lanka, Pakistan, Medio Oriente, Africa orientale, passando infine per il mar Mediterraneo. In questo contesto, scrivono Shivani Pandya e Simone Tagliapietra su Bruegel, nell'ultimo decennio, società cinesi private e di proprietà statale hanno acquisito partecipazioni in otto porti marittimi in Belgio, Francia, Grecia, Italia, Paesi Bassi e Spagna.

via Bruegel

Il progetto prevede infatti la realizzazione di ferrovie, autostrade, porti e oleodotti con la finalità di garantire per la Cina (e, conseguentemente, per tutti i paesi coinvolti lungo il tragitto) un migliore accesso alle sue esportazioni e importazioni. Per l’Italia, scrivono Stefano Riela e Alessandro Gili di ISPI (Istituto per gli Studi di Politica Internazionale), i tracciati dei collegamenti via terra e via mare potrebbero avere il loro centro nevralgico proprio nella città di Venezia.

via The Economist

Si tratta di un progetto significativo per la sua dimensione economica e geografica con investimenti per mille miliardi di dollari in oltre 70 paesi che, secondo i dati contenuti nello studio del Parlamento europeo “The new Silk Route – opportunities and challenges for EU transport”, pubblicato nel gennaio 2018, rappresentano oltre il 30% del PIL mondiale, il 62% della popolazione e il 75% delle riserve energetiche conosciute.

Dalla “strategia del filo di perle” alla “nuova via della seta”

Anche se il premier cinese Xi Jinping ha parlato per la prima volta della Belt and Road Initiative nel 2013, la strategia di espansione della Cina (in cinese 走出去战略, Zǒu chūqù zhànlüè, andare fuori) è iniziata alcuni anni prima attraverso la realizzazione di infrastrutture lungo tutto il sud-est asiatico, spiegava Isabel Pepe su Pandora Rivista.

Questa rete di opere era stata definita da alcuni studiosi americani la “Strategia del Filo di Perle” (termine mai utilizzato dalla Cina) per indicare la particolare posizione geografica dei paesi verso i quali il governo cinese aveva fatto investimenti diretti. Secondo questo gruppo di studiosi, la Cina aveva in mente di realizzare rotte su strada e su mare alternative a quelle esistenti in modo tale da potersi permettere un’autonomia energetica, creando una rete di collegamenti con basi (anche militari) nei porti.

La crescita esponenziale dell’economia cinese avvenuta in quegli anni aveva incrementato la richiesta di risorse energetiche facendo diventare la Cina un importatore di petrolio e la possibilità di blocchi o limitazioni al transito delle navi allo stretto di Malacca, lo stretto di Hormuz e il Canale di Suez da parte dei paesi che ne detengono la giurisdizione rappresentavano una minaccia per il flusso energetico cinese. Per questo motivo, prosegue Pepe nella sua ricostruzione, a partire dal 2001, con il finanziamento del rinnovamento del porto di Gwadar, in Pakistan, la Cina ha iniziato questa strategia che le garantisse una maggiore stabilità nelle aree di transito delle merci via terra e via mare.

Nel 2002 è stato lanciato, sempre in Pakistan, un progetto per la costruzione di un porto di acque profonde per l’attracco di navi container di dimensioni maggiori che diventasse il punto di approdo per le navi provenienti dallo stretto di Hormuz e lo sbocco diretto al mare delle regioni occidentali cinesi. Successivamente è toccato al porto di Hambantota nello Sri Lanka, mentre con la Birmania, dove la Cina voleva assicurarsi il controllo del Golfo del Bengala, è stato siglato un accordo per la costruzione di una grande oleodotto che unisse il porto di Kyaukpyu alla città di Kunming, nella provincia della Yunnan, dove si trovano le maggiori raffinerie cinesi. Grazie alla realizzazione di questa infrastruttura la Cina avrebbe potuto incrementare l’importazione di petrolio di 22 milioni di tonnellate all’anno.

È in questo contesto che si è inserita la Belt and Road Initiative, attraverso la quale la Cina punta ad abbracciare tutto il mondo in un’unica “cintura”, aumentando la propria presenza nel Mediterraneo fino ad arrivare all’Artico, rotta ritenuta da Pechino indispensabile per poter raggiungere il Centro e Nord Europa. Durante il Forum per la cooperazione internazionale della BRI, svoltosi a Pechino nel maggio 2017, Xi Jinping ha reso noti i dettagli di un progetto che, in quel momento, coinvolgeva 65 paesi interconnessi tra di loro, che rappresentano il 70% della popolazione mondiale, e prevedeva un budget complessivo tra i 1000 e i 1400 miliardi di dollari e un volume di merci scambiate pari a 913 miliardi.

La logica seguita, spiegava Politico in un articolo dello scorso anno, è quella del “divide et impera”. In pratica la Cina stringe accordi bilaterali con quei paesi – soprattutto nell’Est Europa – che hanno forte bisogno di infrastrutture ma non hanno le risorse sufficienti per poterle realizzare acquisendo partecipazioni azionarie nella gestione delle stesse. In particolare ci sono stati forti investimenti in Repubblica Ceca, Grecia e Ungheria.

Nel 2016 COSCO (China Ocean Shopping Company) ha acquisito il 51% della Port Authority del Pireo in Grecia con un investimento di 280,5 milioni di euro (percentuale destinata a crescere fino al 67% se la compagnia cinese investirà altri 88 milioni di euro), ha partecipato alla joint venture Euro-Asia Oceanogate che ha acquisito per 790 milioni di euro il Kumport terminal di Ambarli a Istanbul in Turchia, e per il 20% a quella che gestisce il Suez canal container terminal. Nel giugno 2017 è stato acquisito il 51% della società proprietaria del terminal di Bilbao e Valencia, in Spagna.

Questi importanti investimenti testimoniano che la Cina considera strategiche le regioni dell'Europa meridionale e orientale. Dal 2008, quando è avvenuta l’acquisizione del porto del Pireo, il traffico portuale è cresciuto del 300%, diventando uno dei più importanti d’Europa e finendo con l’attrarre grandi aziende come Hewlett Packard (HP), Hyundai e Sony che hanno deciso di aprire i centri logistici in Grecia e di utilizzare il porto come principale centro di distribuzione per le spedizioni verso l'Europa centrale e orientale e l'Africa settentrionale.

In questo contesto, l’Italia ha una posizione strategica per le navi commerciali che transitano nel Mediterraneo, in particolare per quanto riguarda i porti di Genova, Trieste e Venezia. Proprio il porto di Trieste, spiega ISPIfa parte del progetto Trihub, nell’ambito di un accordo quadro tra UE e Cina per promuovere reciproci investimenti infrastrutturali. Inoltre, la China Merchants Group potrebbe realizzare nuovi investimenti nel porto triestino, mentre CCCC potrebbe impegnarsi nella realizzazione di una banchina alti fondali a Venezia investendo circa 1,3 miliardi di euro. Altri 10 milioni di euro sono stati investiti dalla China Merchant Group nel porto di Ravenna allo scopo di farne l’hub europeo dell’ingegneria navale.

Accanto alla rete di porti nel mondo il progetto cinese prevede la “Cintura” (la Belt), vale a dire la creazione di corridoi commerciali via terra che, passando per l’Africa, colleghino la Cina all’Europa, collaborando al potenziamento e rifacimento di tratti già esistenti di ferrovie e autostrade.

A est, in Pakistan, è prevista la realizzazione di un’autostrada di 700km e di una linea ferroviaria per il trasporto delle merci su rotaie. Tra India, Bangladesh e Myanmar l’obiettivo è quello di riportare alla luce l’antica Stilwell Road, utilizzata durante la Seconda Guerra Mondiale, dai convogli militari statunitensi e britannici per arrivare in Cina. In Russia è stato siglato un accordo tra Gazprom e il governo per la realizzazione di un gasdotto.

A ovest, il centro degli investimenti sono innanzitutto i Balcani. Nel 2010 Pechino e Belgrado hanno stipulato un accordo per costruire un nuovo ponte autostradale sul Danubio, inaugurato nel 2014, che collega Salonicco a Salisburgo.

Per sostenere una tale quantità di investimenti, alla fine del 2015, è stata creata una banca di investimento – la Asian Infrastructure Investment Bank, con un capitale di 100 miliardi di dollari proveniente da 93 Stati, tra cui anche l’Italia che partecipa con una quota di 2,5 miliardi. Finanziamenti sono stati erogati anche da altre banche come la Industrial and Commercial Bank of China, China Costruction Bank, Agricultural Bank of China, l’Asian Development Bank e la Bank of China. È stato istituito, inoltre, il Fondo della Via della Seta e, nel 2016, la China Development Bank ha fornito 12,6 miliardi di dollari in finanziamenti a progetti BRI.

La proposta dell’Unione europea

A settembre 2018 l’Unione europea ha presentato la sua proposta di collegamento tra Europa e Asia – "Connessione Europa-Asia – Elementi essenziali per una strategia dell'Ue” – approvata dopo neanche un mese dal Consiglio in vista del dodicesimo summit Asia-Europa (ASEM), che si è tenuto il 18 e 19 ottobre dello scorso anno.

Attraverso la realizzazione di una rete trans-europea, l’Ue vuole innanzitutto contrastare questa logica di “divide et impera”, chiedendo ai paesi europei di non stringere accordi bilaterali ma di lasciare all’Unione europea a 27 la negoziazione con partner strategici (tra cui la Cina) per definire congiuntamente quali progetti realizzare e come realizzarli.

via ISPI

Per quanto concettualmente diversi, spiegano Stefano Riela e Alessandro Gili di ISPI, “è difficile pensare che non ci sia una cooperazione tra Ue e Cina”. Un coordinamento tra i due paesi è necessario “per evitare duplicazione di opere e comunque un’integrazione tra BRI e la rete TEN-T con la sua estensione a Oriente per dimensionare i tracciati in maniera tale da evitare colli di bottiglia che potrebbero richiedere anni prima di un loro effettivo potenziamento”.

Nello scontro tra USA e Cina, aggiungono Alessia Amighini, Giulia Sciorati e Alessandro Gili in un approfondimento su ISPI, l’Europa potrebbe limitarsi a un ruolo di osservatore o interlocutore esterno, oppure potrebbe schierarsi apertamente con gli Stati Uniti. Proprio per la sua storica alleanza con Washington, proseguono i tre ricercatori, l’UE potrebbe esercitare un compito di mediazione, mostrando a entrambi i contendenti che le prospettive di uno scontro frontale a lungo termine sono negative. Da questo punto di vista, la cooperatazione tra Italia e Cina “potrebbe porre Roma nella posizione di agire come canale per l’instaurazione di una relazione europea collettiva e unica con Pechino”.

Le relazioni tra Italia e Cina

La visita del Presidente Xi Jinping arriva dopo una serie di incontri bilaterali, accordi informali e gruppi di lavoro tra rappresentanti dei governi italiani e cinesi che hanno contribuito a costruire la cooperazione tra i due paesi. Negli ultimi cinque anni, scrive ISPI, le relazioni tra Italia e Cina hanno registrato una tendenza positiva.

La Cina è il quarto mercato verso il quale l’Italia esporta di più dopo Unione europea (55,5%), Stati Uniti (9,1%) e Svizzera (4,6%): il 3% del totale esportato dall’Italia nel 2018 (pari a circa 13,7 miliardi di euro) è andato infatti verso il paese asiatico. Per quanto riguarda le importazioni, la Cina è seconda solo all’Ue con il 7,1% del totale importato dall’Italia, pari a 30,78 miliardi di euro nel 2018.

In ambito europeo l’Italia è il terzo importatore dopo Germania e Regno Unito e quarto esportatore dopo Germania, Regno Unito e Francia. Tra il 2000 e il 2018, “l’Italia è stata tra i primi Paesi destinatari delle acquisizioni cinesi, insieme a Gran Bretagna e Germania. Mentre in Italia sono stati destinati 15,3 miliardi di euro, in Gran Bretagna e in Germania sono arrivati rispettivamente 22,2 miliardi e 46,9 miliardi”.

via ISPI

Cosa accadrà?

È difficile riuscire a capire quali saranno gli scenari futuri. In Cina si parla anche di una seria riflessione sull’intero progetto a causa del mutato contesto economico cinese, profondamente diverso rispetto al 2013 quando si iniziò a parlare della Belt and Road Initiative. All’epoca, le riserve in valuta estera di Pechino erano quasi quattro trilioni di dollari e l’idea fu di utilizzare quell’eccesso di liquidità in questa mastodontica operazione.

Dopo il lancio di 6 anni fa e l’immediato entusiasmo scaturito in tutto il mondo e non solo in Cina, spiega Simone Pieranni, “cominciano ad affiorare dubbi sulla tenuta del progetto voluto da Xi Jinping. (...) Nel corso degli ultimi tempi gli intoppi del progetto non sono stati pochi e hanno tutti a che vedere con le situazioni politiche di alcuni paesi che – da entusiasti per il progetto – hanno finito per minare la base di alcuni accordi prestabiliti. I casi più eclatanti sono quelli della Malaysia, del Pakistan, del Myanmar, dello Sri Lanka e delle Maldive. In questi paesi il cambiamento al vertice politico, o il mutare di equilibri politici dati, ha portato alla messa in discussione dei progetti cinesi, precedentemente approvati. Secondo alcuni analisti questi sono tutti segnali negativi”.

In un articolo pubblicato su Asia Nikkei Review, Minxin Pei, professore al Claremont McKenna College, scrive che i segnali sembrano portare a un disimpegno della Cina dal mega progetto: “La macchina della propaganda ufficiale, a pieno regime per diffondere i risultati della BRI non molto tempo fa, di recente ha abbassato il volume. (...) Se teniamo traccia delle storie dei Bri nei media ufficiali cinesi nel 2019 e confrontiamo la copertura con gli anni precedenti, dovremmo avere un quadro più chiaro su dove è diretta la BRI. Con ogni probabilità, assisteremo a un significativo declino delle pubblicità ufficiali dei media cinesi a favore della Bri. È anche una scommessa sicura che il finanziamento di Pechino per i Bri diminuirà in modo misurabile quest’anno e nei prossimi anni”.

Tuttavia, prosegue Pieranni, citando l’articolo di Minxin Pei, non si tratterà di uno stop definitivo al progetto ma di una sua ridefinizione “su scale più abbordabili per la Cina del 2019 rispetto alla Cina del 2013”.

Foto in anteprima via reporternuovo.it

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Solo un paese asfittico e rancoroso può discutere di Greta e non del cambiamento climatico


[Tempo di lettura stimato: 5 minuti]

Certe osservazioni accigliate attorno al "fenomeno Greta Thunberg" e al movimento che ha ispirato potrebbero costituire, credo, il caso più clamoroso nella storia di contemplazione del dito invece della Luna (dove la Luna, in questo caso, è grande come la Terra).

Per la prima volta da quando è chiaro (fattualmente certo) che sono in atto cambiamenti climatici causati da diverse attività umane, un diffuso movimento di protesta globale chiede di agire per contrastarli. A chi lo chiede? Ai "grandi della Terra", ai capi di Stato e di governo, ai parlamenti. La cosa è in sé ovviamente sensata, quantomeno non è per nulla inedita dal punto di vista storico se si considera che sempre i movimenti di protesta sono partiti dal basso per rivolgersi e colpire verso l'alto. Ma per qualche ragione oggi questo appare ad alcuni bizzarro, illusorio, sbagliato, scomposto. Non solo, è visto come un effetto del "vento populista" che soffia in Occidente.

La critica in sintesi è questa: siccome siamo tutti responsabili dei cambiamenti climatici, allora il "fate presto" Greta e i suoi "seguaci" lo dovrebbero urlare davanti a tutti. Davanti a tutto il popolo. Insomma Greta non sarebbe dovuta andare a rompere le scatole solo ai "grandi" riuniti alla conferenza sul clima, ma anche ai salumieri, ai panettieri, agli operai, agli impiegati etc. Perché tutti noi (ed è vero) contribuiamo tutti i giorni ad emettere gas climalteranti in atmosfera (e sostanze inquinanti - problema, ricordiamolo, che va distinto dal clima). Anzi, dicono alcuni, se i parlamenti e i governi non fanno abbastanza per il clima è proprio perché il popolo non sopporterebbe le conseguenze che avrebbero, sulla vita quotidiana di tutti, interventi draconiani per arrestare le emissioni. "Questi scendono in piazza ma poi comprano gli iPhone", insomma.

In verità quello (poco, insufficiente) che è stato fatto finora per raggiungere gli obiettivi di riduzione delle emissioni non ha suscitato proteste di massa, ma non è questo il punto. Il punto è che non stiamo parlando di "cosa posso fare io", di rinunce individuali, di azioni isolate. Qui parliamo di decisioni collettive. Siamo avvitati in una discussione totalmente sterile attorno a contrapposizioni tra "popolo" ed "élites", perché abbiamo perso di vista cos'è la politica. Cioè la dimensione del discutere e del decidere collettivi. In un mondo in cui i partiti sono scomparsi o sono stati distrutti o sono stati svuotati dal loro interno della loro funzione civile, culturale e sociale, non siamo più nemmeno capaci di concepire il significato politico e l'utilità pratica di un'azione collettiva, di massa, che parta dal basso, dai subalterni. Per non parlare del fatto che, ormai, qualsiasi messa in discussione dello status quo viene additata come una minaccia alla stabilità, al sistema, etc.

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Greta Thunberg le risposte le chiede a chi è incaricato di trovarle. Non si tratta di evitare di buttare le cartacce per terra. Sì, si possono anche fare scelte individuali (Greta per esempio ha scelto di non mangiare carne per non contribuire all'impatto ambientale del settore zootecnico e di non viaggiare in aereo), ma sono insufficienti. Servono politiche energetiche, industriali, tecnologiche, economiche, infrastrutturali, per contrastare i cambiamenti climatici. Pensare che di questo siano responsabili soprattutto parlamenti e governi è "populismo"? Semmai è il contrario, è riconoscere la legittimità e responsabilità delle istituzioni e del potere legislativo ed esecutivo. Greta manifesta davanti al parlamento svedese e lo fa perché forse crede nella democrazia rappresentativa e nel suo potere di cambiamento (sì, anche nella sua sovranità) molto più di tanti suoi difensori.

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Alcuni storcono il naso di fronte all'esposizione mediatica e all'aura di celebrità che si è creata attorno a Greta Thunberg, che qualcuno ha già proposto per l'assegnazione del Nobel per la Pace. Ma Greta non è il capo di un movimento. Greta è un'ispirazione. È un simbolo. O, se vogliamo, un esempio. Per evitare comunque che la narrazione mediatica si concentri sulla sua figura, per non cadere in personalizzazioni e inopportune celebrazioni personali, allora non parliamo di lei, ma di ciò che il suo esempio ha ispirato. Parliamo del movimento contro i cambiamenti climatici. Le ragioni e gli obiettivi di questo movimento vanno ben al di là delle iniziative di una singola persona, per quanto carismatica. La questione climatica è importante e urgente perché si basa su una scienza solida e condivisa, non sulla biografia, sulla simpatia, sulle idee di questo o quell'attivista.

Stiamo assistendo a una straordinaria opportunità di mobilitazione collettiva, che potrebbe portare a compiere azioni decisive per il clima. Anche un aumento della temperatura globale di mezzo grado centigrado in più può essere rilevante per gli effetti ambientali che può causare. In una lettera pubblicata sul sito della rivista Scientific American, 240 scienziati hanno dato il loro sostegno al movimento globale degli studenti. Questo passaggio della lettera è eloquente:

Gli studenti di oggi delle scuole elementari e delle superiori hanno vissuto le loro brevi vite su un pianeta sensibilmente diverso da quello in cui ha vissuto qualsiasi altra generazione nella storia della civiltà umana. Ogni anno della loro vita è stato uno dei 20 anni più caldi da quando si è iniziato a registrare le temperature e hanno anche assistito a eventi meteorologici estremi sempre più frequenti, eccezionali e costosi.

La generazione che in queste settimane, in tutto il mondo, manifesta per il clima è nata ed è vissuta nel pieno dell'accelerazione del riscaldamento globale che si è verificata negli anni più recenti. È proprio per questo che la sua mobilitazione è particolarmente significativa. Ed è per la stessa ragione che dovrebbe costituire per tutti noi un monito: non abbiamo più tempo. Tra l'altro è una mobilitazione che non nasce dal nulla, ma da anni di attivismo e impegno di movimenti, associazioni e scienziati.

Invece di considerare tutto questo, molti si rivolgono accuse reciproche («e tu che hai fatto?», «e voi che fate?» e «quello che fa»?). Ditemi, dunque: perché non siamo stati noi più grandi in questi anni a fare quello che hanno fatto gli studenti in questi giorni? Perché non siamo stati noi, oggi adulti, a iniziare un'azione di massa? Perché non abbiamo chiesto noi, per primi, che il clima e altri temi ambientali entrassero nell'agenda? Tanti di quelli che manifestano in queste settimane non hanno neanche l'età per votare ed erano bambini quando, anni fa, già non si faceva quello che si sarebbe dovuto fare, quando gli allarmi rimanevano inascoltati. I giovani di #FridaysForFuture sono cresciuti in un mondo in cui troppi adulti hanno rimandato, ignorato, sottovalutato, spesso perfino negato e boicottato. Ora chiedono il conto. Mi pare cristallino e ineccepibile.

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Si sta formando un movimento democratico e popolare. Possiamo aderire anche noi. Magari per dare il nostro contributo, suggerire, informare, indirizzare, con le competenze che i ragazzi non hanno e non sono tenuti ancora ad avere. Oppure possiamo guardare il ditino. Nel frattempo le parti per milione di CO2 nell'atmosfera aumentano. Purtroppo lo fanno in modo "invisibile". E noi continuiamo a guardare il ditino.

Foto in anteprima: Claudio Cuffaro

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Cambiamento climatico, le nuove generazioni in piazza in tutto il mondo contro l’inerzia della politica


[Tempo di lettura stimato: 4 minuti]

“Tutti sono necessari. Tutti sono benvenuti”. Con queste parole Greta Thunberg ha lanciato lo sciopero internazionale per venerdì 15 marzo per chiedere ai governi dei paesi di tutto il mondo azioni concrete contro la minaccia del cambiamento climatico. Sono attesi eventi in 98 Stati – in Europa, negli Stati Uniti, in Sud America, ma anche in Russia, India, Cina – e in oltre 1300 città (qui la mappa aggiornata).

Tutto è iniziato la mattina del 20 agosto dello scorso anno, quando a Stoccolma, in Svezia, una ragazzina di 15 anni salta la scuola per manifestare da sola all'esterno della sede del Parlamento, alla vigilia delle elezioni politiche che si sarebbero tenute in Svezia il mese successivo. La sua richiesta era la riduzione delle emissioni di carbone come previsto dall'accordo di Parigi. Per le prime tre settimane Greta ha protestato tutti i giorni. Dalla quarta in poi, subito dopo lo svolgimento delle elezioni, tutti i venerdì.

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Dopo quella prima volta, Greta Thunberg non è stata più sola. A lei si sono unite infatti sempre più persone da tutto il mondo. L'attenzione per la sua battaglia è diventa internazionale. A febbraio ha portato il suo messaggio all'evento "rEUnaissance", organizzato in una delle sedi della Commissione Europea, e ha chiesto interventi concreti davanti al presidente Jean-Claude Juncker. Di giorno in giorno, gruppi di persone si sono uniti sotto l'hashtag #FridaysforFuture ispirati dalle azioni di Greta, con manifestazioni in diverse parti del mondo.

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Più di cento marce e manifestazioni sono previste anche in Italia.

Un rapporto sulle emissioni di gas responsabili dell’effetto serra pubblicato lo scorso 20 novembre dalla World Meteorological Organization (WMO) ha certificato che i livelli dei gas che intrappolano il calore nell'atmosfera hanno raggiunto livelli comparabili solo a milioni di anni fa, quando la temperatura era più elevata dai 2 ai 3 gradi e il livello del mare dai 10 ai 20 metri più alto, e non c’è alcun segno di inversione in questa tendenza.

Il responsabile del WMO, Petteri Taalas, ha avvertito che «senza un rapido taglio delle emissioni di anidride carbonica e dei gas responsabili dell’effetto serra, i cambiamenti climatici avranno impatti sempre più distruttivi e irreversibili sulla vita sulla Terra. La finestra di opportunità per agire è praticamente chiusa». L'Intergovernmental Panel on Climate Change (IPCC) ha concluso che per evitare danni irreparabili al nostro ecosistema, carestie, siccità, scioglimento dei ghiacciai, distruzione delle barriere coralline, depauperamento delle specie vegetali e animali, migrazioni forzate a causa di inondazioni e catastrofi naturali, bisogna azzerare le emissioni di anidride carbonica entro la metà del secolo in modo tale da mantenere l’innalzamento delle temperature sotto gli 1,5 gradi centigradi.

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Obiettivi che potrebbero essere raggiunti tramite azioni politiche serie e concrete da parte dei governi dei Paesi in tutto il mondo. Ed è proprio questo che chiederanno venerdì 15 marzo le persone che parteciperanno allo sciopero internazionale contro il cambiamento climatico.

Foto in anteprima via Ansa

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La moderazione online è cruciale e ha costi umani elevatissimi. I social investono poco e male


[Tempo di lettura stimato: 13 minuti]

Per superare la selezione e iniziare a lavorare per Cognizant, una delle società alle quali Facebook appalta la revisione giornaliera dei contenuti segnalati o che possano violare le policy del social network, Chloe è chiamata a valutare davanti agli altri candidati un video pubblicato su Facebook e motivare in aula la sua decisione. Nessuno dei candidati ha mai visto prima della prova cosa dovrà moderare.

Il video mostra un uomo ucciso, pugnalato una decina di volte, mentre urla e implora che gli venga risparmiata la vita. Chloe sa bene, dopo quasi un mese di tirocinio in azienda passato a prepararsi per affrontare contenuti violenti, pedopornografici, di incitamento all’odio, che la sezione 13 degli standard di Facebook proibisce la pubblicazione di video che mostrano l’omicidio di una o più persone. Quando Chloe lo spiega agli altri tirocinanti presenti e pronti a sostenere l’esame, la sua voce trema. Tornando al suo posto, inizia a singhiozzare. Nessuno cerca di confortarla. Nel frattempo, un altro candidato inizia a descrivere il contenuto da valutare a lui assegnato, ma Chloe non riesce a restare in aula. Lascia la stanza e inizia a piangere così forte da non riuscire a respirare. Rientrata in classe, Chloe ascolta un’altra tirocinante che sta descrivendo il video di un drone che spara verso alcune persone dall’alto. Quando i corpi, colpiti, iniziano a riversarsi per terra, Chloe comincia di nuovo ad avere difficoltà a respirare ed è costretta a lasciare l’aula. Solo in quel momento, un supervisore la segue in bagno e cerca di rassicurarla. Le dice di concentrarsi sul suo respiro e di assicurarsi di non rimanere troppo coinvolta in ciò che guarda. «Mi ha detto di non preoccuparmi, che avrei potuto continuare a fare quel lavoro», racconterà successivamente Chloe, ricordando l’episodio. Col tempo, erano le parole del supervisor, Chloe avrebbe imparato a controllare le sue reazione guardando i contenuti di Facebook da moderare e non avrebbe avuto più problemi. Da quel giorno, invece, per Chloe iniziarono gli attacchi di panico.

Quella di Chloe è una delle tante storie raccolte da Casey Newton su The Verge sulle condizioni lavorative di chi ha lavorato (o continua a farlo) per Cognizant, una delle società (insieme ad Accenture e Genpact, ad esempio) alle quali Facebook appalta la moderazione dei contenuti pubblicati dagli utenti della propria piattaforma segnalati perché potrebbero aver violato le linee guida del social network. I suoi dipendenti sono esposti quotidianamente a leggere e visionare post, foto e video molto aggressivi, violenti, razzisti.

Da quando, il 3 maggio 2017, Mark Zuckerberg ha annunciato l'espansione del team che si sarebbe occupato della community di Facebook, il social network ha incrementato il numero dei responsabili della revisione dei contenuti segnalati per violazione dei suoi standard. Entro la fine del 2018, in risposta alle critiche ricevute per la presenza prevalente di contenuti violenti sulla sua piattaforma, Facebook ha fatto assumere oltre 15mila moderatori.

Alcuni sono dipendenti a tempo pieno, molti sono impiegati di ditte alle quali la società diretta da Zuckerberg appalta il lavoro di moderazione. In questo modo, dichiarava l'anno scorso Ellen Silver, vice-presidente operativo del società di Menlo Park, Facebook ha potuto avere moderatori di contenuti (valutati per la loro "capacità di gestire immagini violente" attraverso attività di monitoraggio) che lavorano 24 ore su 24, valutando i post in più di 50 lingue, in più di 20 siti in tutto il mondo.

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Ma a quale costo? Nel suo pezzo Newton ha parlato con diversi dipendenti di Cognizant, ancora in carica o licenziati, che sotto anonimato (ognuno, nel momento in cui viene assunto, firma un contratto di riservatezza) hanno raccontato le loro condizioni di lavoro, lo stress continuo al quale erano (o sono ancora) sottoposti, sia per gli orari molto contingentati sia per le tipologie di contenuti che dovevano visionare, gli effetti sulla loro salute psico-fisica. Il tutto per uno stipendio imparagonabile con quello dei dipendenti del social network: se un impiegato di Facebook guadagna in media 240mila dollari l’anno, un moderatore di Cognizant ne percepisce quasi 29mila (esattamente 4 dollari l’ora). Una condizione, scrive Joshua Brustein su Bloomberg, comune anche ai dipendenti di Accenture ad Austin e, riporta Ryan Broderick su BuzzFeed, migliore di quelli di Genpact in India, dove ogni moderatore guadagna circa 1400 dollari l’anno (approssimativamente 75 centesimi l’ora) per esaminare 2000 post al giorno.

Nel corso della sua indagine giornalistica, Newton è andato da Cognizant durante una visita organizzata da Facebook. Le testimonianze raccolte in questa occasione sono state diverse da quelle raccolte anonimamente. I dipendenti intervistati hanno parlato di un lavoro complicato ma non traumatico.

Dopo la pubblicazione dell’articolo su The Verge, Facebook ha promesso in un post di migliorare i processi di audit e le modalità di comunicazione delle linee guida ai moderatori, e di impegnarsi a chiedere ai propri partner un alto livello di supporto dei loro dipendenti, incrementando i momenti di scambio, le visite periodiche e i processi di revisione anche in termini di benessere e cura garantiti. Tuttavia, ha commentato Nick Statt sempre su The Verge, quanto descritto nel post di Facebook sono procedure già in atto prima dell’inchiesta giornalistica di Casey Newton su Cognizant. Non sono stati forniti elementi per pensare che le condizioni descritte nell’articolo di Newton miglioreranno: Facebook ha specificato che continuerà a fare affidamento su aziende come Accenture e Cognizant, standardizzando i contratti dei loro dipendenti. In questo modo, scrive Sarah Frier di Bloomberg su Twitter, Facebook potrebbe essere protetta da potenziali cause legali da parte dei moderatori per aver provocato un disturbo da stress post-traumatico. Lo scorso settembre, Selena Scola, moderatrice dei contenuti per la ditta esterna Pro Unlimited, ha fatto causa a Facebook ritenendola responsabile del suo disturbo da stress post-traumatico. Durante il processo, la società ha risposto affermando che Scola non aveva il diritto di agire in giudizio perché era una libera professionista e, quindi, qualsiasi danno avesse sofferto, non era di responsabilità della società guidata da Mark Zuckerberg. La causa è ancora in corso.

Le condizioni lavorative molto stressanti

A differenza dei dipendenti della sede centrale di Facebook di Menlo Park, quelli di Cognizant, in Arizona, lavorano in spazi molto stretti e a ritmi serratissimi. E se chi lavora direttamente per il social network ha un ampio grado di libertà nel modo in cui poter gestire la propria giornata lavorativa, spiega Newton, i tempi di lavoro a Cognizant sono contingentati al secondo.

Già all’ingresso, alle 7 del mattino, il personale di sicurezza controlla che non entrino ex dipendenti scontenti o utenti di Facebook che vorrebbero discutere direttamente con i moderatori, faccia a faccia, i post rimossi. Fogli di carta e smartphone devono essere conservati negli armadietti per evitare che i moderatori cerchino (e annotino) informazioni personali sugli utenti di Facebook.

Una volta entrati nella stanza dove ci sono tutti i computer, ognuno dovrà cercare un posto a caso dove sedersi. Per fronteggiare l’elevato ricambio di dipendenti durante la giornata (sono previsti, infatti, 4 turni giornalieri) Cognizant non assegna a ciascun dipendente una scrivania personale, quasi a doversi abituare alla precarietà della propria posizione lavorativa. A quel punto, i moderatori si loggano a un software chiamato Single Review Tool (o SRT) e iniziano a moderare i contenuti segnalati: battute razziste, uomini che fanno sesso con animali in fattoria, video di omicidi, frasi di incitamento all’odio, bullismo. In media, spiega Newton, ogni dipendente valuta 400 contenuti per turno di lavoro, restando in media 30 secondi su ciascuno di esso.

I tempi di lavoro, come detto, sono contingentati. Ognuno può fermarsi per pranzare per 30 minuti e ha diritto a due pause di 15 minuti e a una sosta “benessere” di 9 minuti. Le due pause sono spesso utilizzate per andare in bagno ma spesso si rivelano insufficienti. Ci sono solo due wc per gli uomini e tre per le donne a fronte della centinaia di dipendenti che devono usufruire del servizio. Una volta andati in bagno, per chi ci è riuscito, racconta un moderatore, Miguel, a The Verge, restano poi pochi minuti per controllare velocemente il cellulare e tornare in postazione.

I 9 minuti di “pausa benessere” sono a disposizione di chi è rimasto sconvolto per i contenuti visualizzati e ha bisogno di allontanarsi dalla scrivania. Diversi moderatori hanno dichiarato di usare abitualmente questa pausa per poter andare in bagno quando le code erano meno lunghe ma nel momento in cui la direzione di Cognizant si è accorta di questa prassi ha ordinato ai propri dipendenti di non farlo. Ad alcuni lavoratori musulmani che utilizzavano questi 9 minuti per eseguire una delle loro cinque preghiere giornaliere è stato proibito di pregare ed è stato detto loro di farlo in una delle due pause di 15 minuti.

Le contraddittorie linee guide di moderazione

A questo si aggiunge poi la difficoltà nel riuscire a valutare in modo oggettivo i contenuti che ognuno è chiamato a monitorare.

Per prendere una decisione corretta i moderatori devono gestire diversi piani: devono conoscere il contesto in cui è stato pubblicato un contenuto, saper cogliere se si tratta di qualcosa di ironico o umoristico, sapersi muovere nei criteri di valutazione di Facebook, secondo le cui linee guida: ad esempio, dire che “le persone autistiche andrebbero sterilizzate” non viola gli standard perché l’autismo non è classificato come “caratteristica protetta” come il genere o l’etnia, mentre sostenere che “gli uomini andrebbero sterilizzati” o che “odio tutti gli uomini” lo fa. Scrivere, invece, “mi sono appena lasciata con il mio ragazzo, e odio tutti gli uomini” non va rimosso.

Ogni moderatore deve prendere in considerazione 4 fonti diverse che stabiliscono i criteri di valutazione dei contenuti che, sovrapposti tra di loro, contribuiscono a generare ulteriore confusione nel lavoro da fare.

In primo luogo ci sono le linee guida di Facebook integrate, a loro volta, da un documento interno di 15mila parole, chiamato "Domande conosciute", nel quale ci sono altre indicazioni su spinose questioni spinose di moderazione: “una sorta di Talmud delle linee guida della comunità”, scrive Newton.

Una terza fonte, prosegue il giornalista, è il cosiddetto passaparola tra i dipendenti. Durante gli eventi di cronaca, come una sparatoria di massa, i moderatori cercano di mettersi d'accordo sui criteri di valutazione da adottare, spesso senza riuscirci.

La quarta fonte è forse la più problematica. Oltre alle linee guida pubbliche, ridefinite più o meno ogni settimana, ai moderatori arrivano aggiornamenti praticamente ogni giorno su una piattaforma chiamata Workplace, una sorta di Facebook per i dipendenti di Facebook che il social network ha introdotto nel 2016. Gli aggiornamenti non appaiono su Workplace in ordine cronologico ma in base a un algoritmo che mostra i post in base alle reazioni e ai commenti ricevuti. Questo ha generato ulteriore confusione sulle decisioni da prendere. Sei dipendenti hanno riferito di aver commesso degli errori perché avevano visualizzato un aggiornamento nella parte superiore del loro feed che però nel frattempo era diventato obsoleto.

«Accadeva in continuazione ed è stata una delle cose peggiori che ho dovuto affrontare di persona», ha raccontato a The Verge Diana, una ex moderatrice. La situazione diventa caotica soprattutto durante la gestione delle cosiddette breaking news. Ad esempio, nel caso della strage di Las Vegas nel 2017, nella quale ci furono 59 morti (incluso il killer) e 851 feriti, a proposito di alcuni video arrivarono in rapida successione indicazioni discordanti che invitavano prima a rimuovere e poi a mantenere i contenuti.

Mantenere l’efficienza: monitorare tanto, in poco tempo e sbagliando poco

In questo contesto così caotico i moderatori sono chiamati a garantire livelli di efficacia molto alti. I dipendenti impiegati nelle società cui Facebook subappalta la moderazione dei contenuti devono valutare correttamente il 95% dei post che monitorano (definita nell’articolo “percentuale di accuratezza”). Un obiettivo – spiega Newton – che, viste anche le condizioni lavorative, appare fuori portata. Cognizant, ad esempio, riesce a garantire tra l’80% e il 90% di decisioni corrette.

Ogni moderatore deve determinare se un post viola gli standard del social network e indicare la giusta motivazione per cui lo viola. Se riconosce con precisione che un post deve essere rimosso, ma seleziona la motivazione "sbagliata", la sua percentuale di accuratezza si abbasserà.

Il lavoro somiglia a un videogioco in cui si parte da 100 punti e man mano che si commettono degli errori il proprio punteggio si abbassa. Sotto i 95 punti si comincia a essere a rischio licenziamento.

La valutazione dei livelli di accuratezza avviene per scale gerarchiche. Ogni sette giorni Facebook seleziona a caso 50 o 60 tra i 1500 contenuti valutati settimanalmente da ciascun moderatore. Questi post vengono poi esaminati da un altro dipendente di Cognizant, addetto all’assicurazione della qualità (QA).

I moderatori possono fare ricorso contro le valutazioni dei QA. Ufficialmente è loro proibito di avvicinarsi agli addetti alla qualità e fare pressione per modificare un giudizio. Ma è accaduto spesso, racconta un ex QA, Randy, che i moderatori abbiano avvicinato o aspettato nell’area parcheggio a fine turno i valutatori. Da allora, temendo per la sua sicurezza, Randy ha cominciato ad andare a lavoro con una pistola in tasca per paura di aggressioni o intimidazioni. I dipendenti licenziati regolarmente minacciavano di tornare al lavoro e fare del male ai loro vecchi colleghi, e Randy riteneva che alcuni di loro fossero seri. Una decisione di cui altri colleghi erano a conoscenza e che approvavano, ritenendo che il posto di lavoro non fosse sicuro in caso di attacco.

Gli effetti psico-fisici della moderazione

Le storie di Randy e Chloe sono emblematiche. Le condizioni in cui viene svolta la moderazione hanno effetti devastanti dal punto di vista psico-fisico ed emotivo. Molti dipendenti si licenziano dopo appena un anno di lavoro.

«In parte ho deciso di lasciare perché mi sentivo insicuro anche a casa mia», racconta Randy. Da quando si è licenziato, l’ex QA ha continuato a dormire con la pistola al suo fianco, ogni giorno ripercorre mentalmente cosa fare per scappare di casa se attaccato e, quando si sveglia al mattino, pulisce casa impugnando l'arma. Di recente, dopo che gli sono stati diagnosticati un disturbo da stress post-traumatico e d’ansia generalizzato, Randy ha iniziato ad andare da uno nuovo psico-terapeuta. «Sono fottuto, amico», dice. «La mia salute mentale va su e giù, un giorno posso essere davvero felice e fare bene, il giorno dopo sono più o meno uno zombie. Non sono depresso, sono solo paralizzato. Non credo sia possibile non uscire da quel lavoro senza avere un disturbo acuto da stress», aggiunge.

Diversi moderatori hanno riferito a The Verge di aver provato sintomi da stress post-traumatico, probabilmente in seguito all’osservazione continua durante i turni di lavoro di traumi vissuti da altri. Anche Chloe ha avuto questi sintomi nei mesi successivi al suo licenziamento: ha avuto un attacco di panico mentre era al cinema durante una scena di violenza che le ha ricordato quel primo video che ha moderato di fronte ai suoi colleghi tirocinanti, e un'altra volta ha iniziato «a dare di matto» quando è stata svegliata da colpi di mitragliatrice provenienti dalla televisione e ha pensato di trovarsi di fronte a un attacco reale.

Un giorno, ha raccontato Sara, una ex moderatrice, l’attenzione di tutti è stata destata da una persona che minacciava di lanciarsi dal tetto di un edificio vicino al loro. L’uomo – che poi non si è più buttato – era un suo collega che si era allontanato durante una delle due pause giornaliere.

Per far fronte allo stress da lavoro, Cognizant consiglia ai propri dipendenti di consultarsi con esperti messi a disposizione della società, di chiamare una hotline, di utilizzare un programma di assistenza per i moderatori e, più recentemente, di svolgere attività terapeutiche e lo yoga. Ma alcuni impiegati hanno detto a Newton che si tratta di risorse inadeguate e che superano lo stress da lavoro in altri modi: facendo sesso, fumando marijuana e sfogandosi in battute offensive. 

La clausola di non divulgazione dei contenuti visionati a lavoro e le difficili condizioni lavorative hanno fatto sì che nascessero legami molto forti fra i dipendenti. «Ti avvicini ai tuoi colleghi molto velocemente. Se non ti è permesso di parlare con i tuoi amici o la tua famiglia del tuo lavoro, finisci per sentirti più vicino a chi lavora con te. Può sembrare una connessione emotiva, ma è solo un legame traumatico», spiega Sara, una ex moderatrice.

Infine, c’è il ricorso a una sorta di umorismo nero, spiega Lì, un altro ex moderatore. Col passare del tempo si diventa assuefatti ai contenuti visionati e si finisce con l’aderire a teorie cospirative o a posizioni estremiste. Durante il suo anno di lavoro i dipendenti hanno fatto a gara a mandarsi a vicenda i meme più offensivi o razzisti nel tentativo di alleviare l’umore. Provenendo da una minoranza, Lì è stato spesso bersaglio dei suoi colleghi e a sua volta si è lanciato in battute di questo genere.

E poi c’erano le battute su contenuti sui quali i moderatori avrebbero dovuto mantenere una certa distanza, come, ad esempio, quelle sugli studenti di Parkland. Dopo la strage alla Marjory Stoneman Douglas High School di un anno fa, alcuni dipendenti hanno cominciato a fare battute sull’attivismo degli studenti mettendo in dubbio anche la loro età. 

L’importanza della moderazione dei contenuti

L’articolo di Newton ha suscitato diverse discussioni sull’importanza e sui costi della moderazione dei contenuti. In due lunghi thread su Twitter, Antonio García Martínez, ex product manager di Facebook, e Alex Stamos, ex responsabile della sicurezza di Facebook e ora docente al Center for International Security and Cooperation della Stanford University, hanno difeso il social network ponendo l’attenzione sui costi umani della revisione di miliardi di post pubblicati ogni giorno sulla piattaforma. Forse è ora che chi chiede a Facebook di assumersi la responsabilità di moderare i contenuti, si renda conto dei costi fisici e psichici di questo lavoro, ha scritto García Martínez, rivolgendosi fondamentalmente ai giornalisti.

I tweet di García Martínez sono stati poi ripresi da Alex Stamos che ha specificato che articoli come quello di Newton sono importanti perché "le persone hanno bisogno di conoscere i costi umani della moderazione online, che ho visto io stesso. Gli accordi che fa Facebook con le società appaltatrici rendono più difficile il supporto di queste persone".

Cosa fare, dunque? Dopo le forti pressioni alle quali Facebook è stato sottoposto per garantire una maggiore attenzione alla moderazione dei contenuti pubblicati sulla sua piattaforma e dopo le inchieste pubblicate negli anni scorsi su Wired e Guardian (che hanno rivelato criteri e modalità con cui vengono moderati i contenuti), lo scorso aprile la società guidata da Mark Zuckerberg ha reso note le linee guida attraverso le quali tenta di “governare” gli oltre 2 miliardi di utenti connessi ogni mese.

In passato, il social network era stato criticato per alcune decisioni discutibili, come quando fu censurata (per poi essere ripristinata) la foto simbolo della guerra in Vietnam, le Nazioni Unite scoprirono che era stato complice nel diffondere discorsi di incitamento all'odio durante il genocidio della comunità Rohingya in Myanmar, o un moderatore aveva rimosso un post che conteneva un passaggio della Dichiarazione di Indipendenza degli Stati Uniti. Tuttavia, nonostante gli sforzi, scriveva Motherboard lo scorso agosto in una lunga inchiesta in cui sono stati intervistati moderatori esperti e analizzati centinaia di pagine di documenti, moderare i contenuti su Facebook sembra “un lavoro impossibile” perché ci sono “carenze di policy, di comunicazione e nel prevedere gli impulsi più oscuri della natura umana”. E il ricorso all’intelligenza artificiale non è sufficiente perché se ha successo nell’individuare lo spam e immagini di nudo, non riesce a rilevare le sfumature dei linguaggi utilizzati, dei registri discorsivi, delle differenze a seconda dei contesti culturali. L’intelligenza artificiale di Facebook riscontra solo il 38% dei post relativi a incitamento all’odio che alla fine vengono rimossi e, al momento, è più o meno efficace solo in lingua inglese e portoghese.

Forse un giorno l'intelligenza artificiale sarà in grado di controllare istantaneamente ed efficacemente l'intera rete, commenta Ryan Broderick su BuzzFeed, ma nel frattempo la strada da seguire richiede linee guida non contraddittorie e investimenti in risorse umane che lavorino in tanti, a ritmi sostenibili e a condizioni di contratto e di lavoro dignitosi. In questo momento, prosegue il giornalista, non c’è chiarezza su come Facebook definisce l'incitamento all'odio, YouTube non riesce a capire cosa costituisce una teoria del complotto o come verificarla correttamente, Twitter non riesce a dire se bloccherà utenti potenti come i capi di Stato o i ministri nel caso in cui violano le sue linee guida. In altre parole, siti come Facebook, YouTube e Twitter non sono stati in grado di supportare linee guida di moderazione chiare e uniformi per anni, mentre le loro piattaforme sono diventate i luoghi principali dove le persone si incontrano, esprimono le proprie opinioni, manifestano le proprie idee e si informano.

La moderazione dei contenuti e dei commenti – prosegue Broderick – è una delle responsabilità più importanti su Internet, perché coinvolge i diritti dei cittadini e la libertà di espressione. È un lavoro complesso al quale però le grandi piattaforme tecnologiche sembrano dare – come abbiamo visto – poco valore: la paga è scarsa, le persone impiegate sono in genere lavoratori indipendenti per società appaltatrici e spesso viene descritto come un compito che è preferibile lasciare alle macchine. È come se piattaforme come Facebook o YouTube continuano a dirci di “ignorare la spazzatura nelle strade, promettendo sempre che miglioreranno nel momento in cui riusciranno a capire come far guidare i camion della spazzatura”.

In conclusione, come scrivevamo in un pezzo pubblicato circa un anno e mezzo fa, che ospitava il racconto di una persona (che aveva preferito rimanere anonima) che lavorava per una delle aziende a cui Facebook aveva appaltato il lavoro di valutazione dei contenuti, la gestione della moderazione deve essere migliorata e potenziata chiamando persone preparate, aumentando il numero dei moderatori coinvolti, garantendo contratti dignitosi e uno stipendio alto perché il valore dell'attività che svolgono è cruciale. Rispetto a un anno e mezzo fa, resta ancora oggi attuale “l'assoluta necessità di avere un team umano qualificato e competente sul territorio, con l'obiettivo di migliorare la gestione, la valutazione e offrire agli utenti la possibilità di fare appello contro la decisione di rimozione e ban”. Un lavoro indispensabile per la salute delle interazioni sui social network e dell’esercizio della libertà di espressione di ciascuno di noi.

Immagine in anteprima via Pixabay.com

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Algeria, marea umana contro Bouteflika: studenti, avvocati e donne in piazza. L’esercito vicino al popolo


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di Marco Cesario

Bouteflika si ritira, elezioni rinviate

Aggiornamento 12 marzo 2019: Il presidente della Repubblica, Abdel Aziz Bouteflika, ha rivolto un messaggio alla nazione nel quale ha annunciato il rinvio delle elezioni presidenziali, previste il 18 aprile, e la sua decisione di non ambire a un quinto mandato, secondo quanto riportato dal sito dell'agenzia algerina Aps. Bouteflika ha indicato anche un nuovo governo "formato da competenti personalità", aggiunge l'agenzia. Bouteflika ha nominato Noureddine Bedoui premier algerino accogliendo le dimissioni di Ahmed Ouyahia, ricoverato in ospedale secondo i media.

La contestazione a Bouteflika non si ferma. Ora in piazza scendono anche donne, studenti, medici, avvocati e diverse categorie di lavoratori mentre si annunciano mobilitazioni anche nelle università. Ieri poi  si è registrata l’importante apertura del capo di stato maggiore dell’esercito algerino, il generale Ahmed Gaid Salah, che ha dichiarato: “L’esercito ed il popolo condividono la stessa visione per il futuro del paese”, “sono partner in un solo destino".

A differenza di quanto accaduto nelle prime settimane, dove il giro di vite contro i media ha permesso all’establishment di oscurare la protesta, questa volta il governo non ha potuto mettere il bavaglio all’impressionante mobilitazione dell’8 marzo, la più imponente da quando è iniziata la contestazione il 22 Febbraio scorso. Si parla di milioni di persone scese in piazza in tutto il paese.

Leggi anche >> Algeria: manifestazioni in tutto il paese. Anche i giornalisti in piazza contro la censura

Strade e piazze delle maggiori città d’Algeria si sono riempite di folle che hanno manifestato pacificamente al grido di “l’Algeria è una repubblica non una monarchia!”. Ad Algeri a fine corteo ci sono stati scontri tra gruppi di giovani casseurs e polizia che ha disperso i manifestanti. Secondo il ministero degli interni algerino ci sono stati 195 arresti tra i manifestanti ed oltre 100 feriti tra le forze dell’ordine. Sabato mattina il Ministero della Cultura ha fatto sapere in un comunicato che il Museo Nazionale di Antichità e Arti Islamiche di Algeri, uno dei musei più prestigiosi di tutta l’Africa (fu inaugurato nel 1897 durante il periodo di colonizzazione e copre 2.500 anni di storia dell'arte in Algeria), è stato saccheggiato. Secondo il ministero, "criminali" avrebbero approfittato della marea umana che ha invaso pacificamente le strade del centro di Algeri per entrare nel museo e saccheggiare, rubare oggetti e bruciare documenti preziosi.

L’appello di scienziati, accademici e imprenditori algerini all’estero

Dall’estero decine di accademici e personalità del mondo intellettuale della diaspora algerina  hanno solidarizzato con le proteste di piazza: 52 scienziati, ingegneri e imprenditori algerini residenti negli Stati Uniti e Canada hanno pubblicato un manifesto sul sito Casbah Tribune:  “Esprimiamo piena solidarietà e sostegno inequivocabile - si legge nel manifesto - ai nostri concittadini algerini che protestano pacificamente contro il quinto mandato del presidente Abdelaziz Bouteflika e contro il sistema politico in atto che ha causato e generato la situazione catastrofica che il paese sta vivendo attualmente. Sosteniamo il loro appello per la creazione di un'Algeria libera e democratica. Questi manifestanti stanno attualmente scrivendo una nuova, orgogliosa ed eroica pagina nella storia del nostro paese”.

Per tutta risposta il governo algerino ha continuato ad agitare lo spauracchio del caos nel malcelato tentativo di intimorire la piazza ed ha puntato il dito contro fantomatici nemici che sarebbero al lavoro per "cospirare contro l’Algeria”.  La paura di un’implicazione dell’esercito per sedare la rivolta serpeggia sempre tra i manifestanti (le repressioni di cui si è macchiato nel decennio nero sono nella memoria di tutto il paese) ma per ora esercito e forze dell’ordine non si schierano contro la popolazione anzi si registrano le prime defezioni eccellenti.

Defezioni eccellenti nel campo di Bouteflika

La prima è quella delle associazioni di veterani che si sono dissociate dall’establishment presidenziale. Bouteflika è lui stesso un veterano della guerra d'Algeria, ora però il presidente algerino ha perso il sostegno delle tre principali associazioni di veterani della guerra d'indipendenza che hanno deciso di appoggiare la sollevazione popolare. Giovedì 7 marzo, una dichiarazione firmata da Organisation nationale des enfants de chouhadas (ONEC), ex combattenti della guerra d'indipendenza d’Algeria, ha annunciato il sostegno al movimento popolare e contro il quinto mandato. Il supporto ai manifestanti arriva dopo la defezione della potente Organizzazione Nazionale dei Mujahideen (ONM, che riunisce i veterani della guerra d'indipendenza), un altro tradizionale alleato di Abdelaziz Bouteflika. In un comunicato, l'ONM si è dissociata dall’operato del governo algerino denunciando istituzioni "non all'altezza delle aspirazioni del popolo". Infine, mercoledì 6 marzo, anche l'associazione di ex allievi del MALG (i servizi segreti dell'Esercito nazionale di liberazione) ha ritirato il suo sostegno alla candidatura del presidente della repubblica. In una dichiarazione firmata dal suo presidente, l'ex ministro degli Interni Dahou Ould Kablia, il MALG ha accolto con favore lo "slancio irresistibile" e la "volontà espressa" dei manifestanti e ha denunciato "manovre" per "perpetuare un sistema che ha raggiunto i suoi limiti e rischia di portare il paese ai pericoli più gravi".

Donne, studenti, avvocati in piazza

Con in mano rose bianche o rosse, migliaia di donne sono scese in piazza fondendo le istanze dell’8 Marzo e dei diritti delle donne con quelle dei manifestanti che vogliono costruire un paese libero e nuovo. Ad Algeri, tra le centinaia di migliaia di uomini che hanno sommerso le strade della capitale, sono scese in piazza donne di tutte le età, classi e generazioni, in numero molto maggiore rispetto alle due settimane precedenti.

Giovedì scorso era stato il turno degli studenti a mettere pressione al governo. In vista ci sono nuovi scioperi in diverse università come ha riportato Zahra Rahmouni, giornalista algerina indipendente. Insegnanti e studenti di diverse università di tutto il paese sono infatti in sciopero da diversi giorni e altri dovrebbero unirsi a loro prossimamente. Di fronte a una mobilitazione studentesca di ampia portata il governo ha deciso però di anticipare le vacanze e prolungarle, costringendo molti studenti a lasciare i campus. Secondo Khaled Drareni, giornalista algerino e fondatore di Casbah Tribune, la decisione di anticipare le vacanze di primavera e di prolungarle sarebbe un escamotage del governo per svuotare le città dei suoi studenti e potenziali manifestanti (ce ne sarebbero oltre 1,5 milioni in tutta l’Algeria). Intanto anche gli avvocati scendono in piazza. Un migliaio di loro si sono riuniti davanti al Consiglio costituzionale denunciando lo stato di salute precario dell'attuale capo di stato algerino, considerandolo inabile per un quinto mandato.

La stampa algerina omaggia i manifestanti

Per il quotidiano El-Watan, questo 8 marzo 2019 è stata “una festa per libertà” e il popolo algerino è “un popolo favoloso”. Il principale quotidiano algerino ha dedicato ben 12 pagine al terzo venerdì successivo di protesta, segnato da una gigantesca mobilitazione in tutto il paese. Si sta scrivendo un nuovo romanzo nazionale", scrive il quotidiano "centinaia di migliaia, anche più di un milione di manifestanti, occupano il centro della capitale. Algeri sta vivendo un momento storico”.

Il quotidiano Le Soir d’Algérie ha invece omaggiato le donne scese in piazza con i manifestanti. “Questa manifestazione - scrive il quotidiano - segna una netta rottura tra governo e popolo e l'inizio di una nuova era per il paese in cui nulla sarà più come prima”.

Il sito Tout sul l’Algérie si focalizza invece sugli slogan dei manifestanti “che hanno gareggiato in immaginazione e nel comportamento, facendo di questo nuovo giorno un esempio di mobilitazione pacifica ammirata in tutto il mondo”. L’immagine del vecchio presidente brandito come un fantoccio da un’oligarchia politico-militare al potere da venti anni cozza oramai con la realtà di un paese giovane, che vuole guardare avanti. L’onda dirompente di questa gioventù ha già cambiato definitivamente la storia d’Algeria.

Foto in anteprima via Ansa

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Il potere degli algoritmi sulle nostre vite


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È Natale quando Eric decide di riaprire Facebook. Immagina di trovare le classiche foto delle vacanze, gli auguri di parenti e amici. Rimane, invece, ammutolito quando vede il video composto dalla funzione “L’anno in breve” (Year in review). L’algoritmo di Facebook ha automaticamente realizzato un video con le foto tratte dal suo profilo. E lo incoraggia a condividerlo con gli amici: “Ecco come è stato il tuo anno”. Al centro, la foto di sua figlia Rebecca, sorridente, circondata da figure stilizzate danzanti, da palloncini e nastri festivi.

Rebecca è morta pochi mesi prima. Per un cancro al cervello.
Aveva solo 6 anni.

La legge dei piccoli numeri

Tim Clifford è un insegnante di inglese che lavora a New York. Dopo 26 anni di esperienza, viene sottoposto a una valutazione condotta da un value-added model. Dello stesso tipo al quale fu soggetta Sarah Wysocki (Gli algoritmi e i “mostri” della tecnologia). Si tratta di un modello statistico che cerca di distinguere l’impatto causale di un insegnante sull’apprendimento dei suoi studenti da elementi quali abilità degli studenti e fattori extrascolastici.

Il voto è di 6 punti su 100. Il risultato è talmente devastante che Clifford si prepara all'anno successivo convinto di essere sull'orlo del licenziamento. Ma, poiché il sistema non fornisce alcun consiglio su come migliorare il suo “voto”, si limita a fare il suo lavoro come aveva sempre fatto, sperando in meglio. L’anno successivo il voto migliora: 96 punti su 100.

L’enorme differenza tra un anno e il successivo già suggerisce che l’algoritmo in sé avesse dei problemi. Il voto dell’insegnante sembra basato sull’approssimazione di dati. Un modello statistico dovrebbe essere basato su una grande quantità di dati per essere affidabile, ma per un insegnante i dati sono costituiti solo dai voti di venti, trenta studenti.

Nel libro “Pensieri lenti e veloci”, il premio nobel per l’economia, Daniel Kahneman, evidenzia un caso di studio sull'incidenza del cancro ai reni nelle contee degli Usa. Da questo studio emerge un dato straordinario: le contee con una bassa incidenza del cancro ai reni sono quelle meno popolose e perlopiù rurali. Da cui si potrebbe evincere che la vita più sana e meno caotica della campagna, senza inquinamento e con accesso a cibi freschi e naturali, riduce le percentuali di cancro. È perfettamente plausibile, no?

Ma, analizzando anche le contee in cui l’incidenza del cancro ai reni è più alta, inaspettatamente si osserva che anche quelle sono perlopiù rurali e poco popolate. Allora, si chiede Kahneman, dovremmo forse dedurre che il cancro sia più presente in contee rurali dove la qualità della vita è più scarsa, e l’accesso alle medicine e alle buone cure mediche è inferiore?

Se si guarda ad una sola faccia della medaglia si possono trarre le conclusioni che si preferiscono (Evidence That Smaller Schools Do Not Improve Student Achievement). Ma la realtà è che il fattore rilevante nello studio menzionato è dato dalla popolosità della contea. L’incidenza del cancro appare del tutto casuale, ma il fatto che le contee meno popolose abbiano un’alta (o bassa) incidenza dipende dalla circostanza che i dati da elaborare sono pochi. I risultati estremi, spiega Kahneman, si rinvengono più facilmente nei campioni piccoli che non in quelli grandi. Si tratta di “artefatti”, osservazioni dovute interamente al metodo di ricerca, in sostanza l’esigenza del tutto umana di trovare una causalità anche lì dove non c’è. La “legge dei grandi numeri” insegna, infatti, che i risultati di campioni grandi sono più attendibili dei risultati di campioni piccoli, ma anche che i campioni piccoli danno risultati estremi più spesso dei campioni grandi.

La “legge dei piccoli numeri” – spiegano gli autori della ricerca, Howard Wainer e Harris L. Zwerling – è l’effetto del bias dei ricercatori, l’eccessiva fiducia in quello che si può apprendere da pochi dati, l’eccessiva fiducia nel “metodo scientifico”. Ogni qual volta osserviamo una “regolarità” respingiamo l’idea che il processo sia davvero casuale, e siamo pronti a credere che dietro di essa ci sia sempre una causa. Siamo sempre pronti a cercare (e trovare) degli schemi dappertutto, siamo più attenti al contenuto di un messaggio che alle informazioni sulla sua attendibilità. E gli stessi schemi mentali che ci governano vengono utilizzati nel programmare gli algoritmi.

L’argomento utilizzato dai programmatori per risolvere l’imprecisione statistica è: “occorrono più dati”. Sembra plausibile. È la giustificazione alla base della raccolta ad “aspirapolvere” tipica dell’NSA (National Security Agency, agenzia governativa americana che si occupa di sicurezza) che le cronache hanno portato alla ribalta. Lì si raccoglieva tutto, nessun dato escluso, perché, chissà, un giorno potrebbero sempre servire.

Ma, se torniamo al caso degli insegnanti, ci scontriamo con un ostacolo insormontabile. I dati veramente rilevanti sono sempre quei pochi che derivano dagli studenti. È praticamente impossibile per una classe di venti o trenta studenti abbinarsi con una popolazione più vasta.

Una classe che è in ritardo di preparazione finirà per aumentare i punteggi più velocemente di un’altra classe più preparata che però, avendo già voti alti, ha meno spazio per migliorare. Ciò potrebbe portare a valutare meglio l’insegnante della classe meno preparata. Il sistema di punteggio è fallato.

Un modello previsionale

Per risolvere il problema del numero ridotto di dati da poter inserire nell’algoritmo, si seguono altre strade. Invece di comparare direttamente i punteggi degli studenti si possono comparare gli studenti con un modello previsionale di uno studente, basato, ad esempio, sui dati di tutti gli studenti del distretto di New York. In pratica una sorta di personas come quelle utilizzate nel marketing. Se uno studente ottiene un voto superiore al “modello”, allora l’insegnante aumenta di punteggio. E così via. In sostanza si misura il gap tra il risultato effettivo e il risultato atteso.

Ma, per realizzare un “modello” di studente, si finisce per utilizzare dati “secondari” (proxy). In questo modo si inserisce nel modello una quantità di “rumore” che altera il risultato, cosa che spiega perché i punteggi letteralmente “saltano” da un anno all'altro senza alcun reale motivo. Il modello statistico finisce per diventare random.

Un proxy non è altro che un “sostituto” per l’effettiva informazione. Se non ho l’informazione relativa a un soggetto, la desumo da altre informazioni delle quali dispongo. Un caso classico può essere quando una piattaforma del web cerca di capire qual è il sesso di un utente. Utilizza, quindi, informazioni secondarie per ricavare l'informazione primaria che gli occorre.

Google, tanto per citarne una, potrebbe utilizzare i dati di navigazione dell’utente (che potete vedere in Preferenze Annunci). Ma in questo modo può accadere che una persona sia categorizzata differentemente da come è in realtà. Una donna che visiti molti siti di calcio potrebbe essere categorizzata come uomo. Allo stesso modo di una donna che, per lavoro, visita molti siti tecnologici. Perché si tratta di siti generalmente visitati da uomini, a differenza di quelli tipo Groupon che si ritiene siano più visitati da donne (stima 69% donne).

L’utilizzo di dati “secondari” fa sì che l’informazione sia basata su mere presunzioni. Ed è particolarmente grave perché tali presunzioni finiscono per autoreplicarsi. Un algoritmo basato sui dati passati non potrà mai prevedere il futuro, ma finirà per replicare il passato. Quanto più spesso le donne vengono erroneamente categorizzate come uomini, tanto più spesso visitare siti tecnologici o finanziari appare essere cosa da uomini, e quindi le donne che visiteranno tali siti continueranno ad essere categorizzate come uomini (Google Thinks I'm a Middle-Aged Man. What About You?).

Ovviamente se questa operazione la compie Google non è così grave, al massimo avremo pubblicità per uomini indirizzata a donne. Ma se tali dati vengono poi forniti a terzi, a formare database utilizzati per il training di sistemi di intelligenza artificiale, ad esempio per valutare i curricula di candidati da assumere, il danno può essere decisamente più importante.

Ma c’è di più. I dati “secondari” possono essere in certi casi utilizzati anche per “aggirare” le leggi. Negli Usa in base al Fair Housing Act del 1968 è vietato indirizzare gli inserzionisti in base alla razza dei cittadini. Nel 2016 ProPublica scopre che Facebook indirizzava gli inserzionisti, non in base all'etnia degli utenti (che è vietato), ma in base all’affinità etnica, ottenendo un risultato piuttosto simile, anche se decisamente meno accurato. In sostanza se sei interessato, in base a quanto si può desumere dalla navigazione online, a contenuti riguardanti un determinato gruppo etnico, sei categorizzato quale “affine” e quindi diventi destinatario di pubblicità inerente quel particolare gruppo etnico.

Dopo l'inchiesta di ProPublica Facebook ha modificato il sistema, asserendo che non è possibile usarlo per discriminare i gruppi etnici, (Facebook (Still) Letting Housing Advertisers Exclude Users by Race) sistema tutt’ora utilizzato. In ogni modo Facebook, e le altre aziende del web che usano sistemi similari, di fatto controllano come l’utente è rappresentato nella sua individualità, basandosi su mere presunzioni. L’utente, cioè, non può modificare in alcun modo il dato, essendo semplicemente un proxy.

Per i dati “derivati”, il Consiglio d’Europa ha adottato il 13 febbraio scorso la Declaration on the manipulative capabilities of algorithmic processes, che richiama gli Stati a porre urgente attenzione alle tecnologie di machine learning e alla capacità manipolative degli algoritmi, prescrivendo la necessità di ulteriori protezioni che vadano oltre la mera tutela dei dati personali.

La tutela della privacy non è più sufficiente, ma occorre guardare all'impatto che il trattamento dei dati può avere sulle libertà dei cittadini, anche con riferimento ai dati non-personali, alla micro targettizazione degli individui e all'identità dei cittadini. “Si tratta di garantire, nella concretezza della vita quotidiana di ciascuno e di tutti, il diritto di poter decidere in autonomia di sé stessi e di poter esercitare in modo responsabile e attento il libero arbitrio, fondamento essenziale della dignità stessa della persona umana” (Pizzetti, “Dati inferiti”, regolarne l’uso per tutelare le persone: la nuova frontiera della privacy).

Il giardino dell’Eden

Con le nuove tecnologie si capovolge la leggenda dell’albero della conoscenza, trasferendo l’azione dal giardino dell’Eden a quello di Woolsthorpe Manor nel Lincolnshire, dove Sir Isaac Newton si interroga sul perché una mela cada diritta verso il basso e non in differenti direzioni. Nel mito della Genesi gli umani vengono puniti per la loro sete di conoscenza e scacciati dal giardino. Nel mito di Newton nessuno lo punisce, anzi l’unico attore rimasto è l’uomo. La rivoluzione scientifica relega Dio ai margini, ponendo al centro della scena solo l’essere umano, incoraggiato alla curiosità e allo studio. L’uomo non solo rientra prepotentemente nel giardino da dove era stato cacciato, ma grazie alla tecnologia trasforma quel giardino a sua immagine e somiglianza. Così facendo, però, dimentica il sottinteso del mito: solo padroneggiando accuratamente la conoscenza l’uomo potrà creare il paradiso in terra.

Gli algoritmi e i processi decisionali automatizzati non sono intrinsecamente prevenuti, hanno funzionalità deterministiche e prendono le tendenze insite nei dati forniti per il training. Sono creati per approssimare il mondo in modo da soddisfare gli scopi del loro architetto, e incorporano una serie di presupposti su come funziona la società. In tal modo l’algoritmo può riflettere i pregiudizi del proprio programmatore che incorpora (inconsciamente) nel codice, perché è comune agli esseri umani l'incapacità di riconoscere i propri criteri come pregiudizievoli. Il processo decisionale algoritmico finisce così per replicare i pregiudizi strutturali, su vasta scala, ampliandone le conseguenze.

Il bias può essere nel set di dati. Ad esempio nelle fotografie, se il sistema deve imparare a riconoscere tra cani e lupi, fornendo al sistema foto, opportunamente taggate, nelle quali, però, il lupo è sempre ripreso sulla neve, il sistema potrebbe finire per riconoscere la neve, e non l’animale. Oppure il bias può essere radicato nei dati in maniera più sottile. Se il sistema si basa sui dati passati, poiché la maggior parte dei curricula proviene dagli uomini, il sistema “apprende” che è meglio assumere dei candidati maschi per un posto di programmatore o di consulente finanziario. O un sistema algoritmico che dovesse decidere sulla base delle fotografie presenti online finirebbe per introitare una distorsione di genere, visto che nella raffigurazione delle attività di cucina in genere sono presenti delle donne, mentre le attività di sport sono in genere associate ad uomini. E così via.

Oggi i sistemi decisionali automatizzati sono il pilastro dell’economia basata sui dati, quella che capitalizza le informazioni degli utenti-cittadini al fine di fornire servizi e prodotti, e per ottenere un profitto. È la necessità economica il motivo primario per l’uso di queste tecnologie.

Ma è qui che il mito dell’efficientismo tecnologico mostra tutti i suoi limiti. Un programmatore ha della società e dei suoi problemi una conoscenza limitata alla sua esperienza personale o poco più, e di conseguenza l’algoritmo sarà tarato sul microcosmo del suo creatore. Inoltre, gli algoritmi sono costruiti per funzionare automaticamente il più possibile, questo è l’unico modo “efficiente”. Se dovessero fermarsi ogni tanto per consentire ad un essere umano di rivalutarne le scelte dal punto di vista etico, l’algoritmo diverrebbe inefficiente.

Quello che cerchi, quello che ami…

L'intera industria tecnologia è guidata da maschi bianchi che pensano di essere i migliori, di essere speciali, e sono fortemente orientati a credere, sulla base del proprio personale successo, che il loro modo di pensare e di agire sia il migliore per tutti. Ed ecco che gli errori degli algoritmi possono essere taciuti, minimizzati, addirittura giustificati. Per loro, gli "architetti", non c’è niente di sbagliato nel sorvegliare le persone, nel manipolarle, non c’è nulla di sbagliato nell'osservarle in “god mode” come nello scandalo Uber del 2014. Molti di quelli che creano questi sistemi decisionali non si pongono nemmeno il problema di poter creare danni agli altri, semplicemente non ci pensano, perché non è mai capitato a loro: «No one really spends a lot of time thinking about privilege and status. If you are the default you just assume you just are» (Suresh Venkatasubramanian a Motherboard).

Oggi i programmatori, creatori di “intelligenza artificiale”, sono considerati quasi come dèi, la tecnologia è sempre più vista come qualcosa di magico, ed è rappresentata come l’unica capace di risolvere i troppi problemi della società. Molte persone del settore tecnologico davvero ci credono, di poter salvare il mondo, di farlo in questo esatto momento. E tutti noi, illusi dalla freddezza del calcolo matematico, da “algoritmi” presentati come asettici, interamente basati sui dati, neutrali, tendiamo a fidarci senza nemmeno testarne l’affidabilità.

L’algoritmo in sé non è in grado di distinguere ciò che è giusto da ciò che è sbagliato, tra “cercare” qualcosa e “amare” qualcosa. Se cerchi l’ispirazione per rimodernare la casa, l’algoritmo della piattaforma popolerà il tuo feed con immagini di vernici e consigli degli interior designer. Allo stesso modo, se soffri di disturbi alimentari o hai tendenze suicide, il tuo feed ti proporrà immagini di ciò che cerchi. Così come accadde all'adolescente inglese Molly Russel, che cercò immagini di suicidio e autolesionismo prima di suicidarsi. Il suo feed Instagram ne era pieno: una gamba tagliata, il cartone animato di una giovane ragazza impiccata.

L’algoritmo che “raccomanda” immagini e articoli non discrimina, ti mostra ciò che potresti “amare”, ciò che cerchi e che brami, anche se può essere deleterio per te. Questi sistemi di raccomandazione riempiono il tuo feed di suggerimenti, rimodellando la tua visione del mondo e della malattia, amplificandola e distorcendola. Fino al 2013 se avessi detto al sistema Siri di Apple che hai intenzione di suicidarti, Siri ti avrebbe indicato la direzione al più vicino negozio di armi.

Certo, si potrebbero vietare, bloccare, filtrare. Ma, al solito, i divieti non sono mai perfetti. Sono incapaci di distinguere. Molte persone che lottano contro le tendenze autolesionistiche o le inclinazioni suicide trovano un forte supporto emotivo online. Vietare tali argomenti potrebbe, di contro, finire per sottrarre preziosi consigli e supporto essenziale per tanti, perché un algoritmo, un sistema di filtraggio non è in grado di distinguere davvero. Una proibizione generalizzata potrebbe essere un rimedio peggiore del male.

Adam Mosseri, capo di Instagram, ha ammesso che occorre fare di più. Un miglioramento degli algoritmi per evitare che raccomandino contenuti sensibili nei feed degli utenti. Ma non basta, continua Mosseri: “Sappiamo che non possiamo farlo da soli, motivo per cui stiamo lavorando con esperti di salute mentale per rendere il nostro approccio più efficace”. 

Gli algoritmi di “raccomandazione” sono il mezzo più semplice per mantenere sui social gli utenti, e non spariranno. Occorre quindi fare di più, occorre che le aziende tecnologiche comprendano che non possono fare tutto da sole, che non basta la sola tecnologia per risolvere i problemi sociali. Quanto più la tecnologia è capace di modellare il mondo che ci circonda e darne un senso, tanto più è importante che non soffra di pregiudizi, dei bias dei loro creatori, tanto più è importante che non sia concentrata nella mani di pochi “eletti”. Il solo fatto di aver avuto successo, costruendo un'azienda miliardaria, non vuol dire che sappiano davvero cosa è meglio per la società intera.

È l’uomo che crea l’algoritmo, il quale poi decide, consiglia, raccomanda, fornisce agli utenti un’“esperienza personalizzata”. Come il video della migliori foto che hai condiviso online. Ecco come è stato il tuo anno!

Immagine in anteprima via blackboxlabs.github.io

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