Saremo l’esperimento più avanzato di censura del nuovo millennio


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Il dramma è dover fronteggiare una mentalità oscurantista che usa gli strumenti della democrazia per schiacciare la democrazia stessa. Con la legge porcellum hanno tolto a noi cittadini il diritto di scegliere i nostri rappresentanti in Parlamento, con la legge bavaglio sono anni che tentano di togliere, con il pretesto della tutela della privacy, il diritto dei cittadini di sapere. Oggi cercano di "aggredire" la libertà di espressione in rete, e così "col pretesto del diritto d’autore e della sua protezione vengono rese vigenti norme liberticide sulla base di pratiche e metodi antigiuridici".

La delibera dell'AGCOM (l'Autorità delle Garanzie nelle Comunicazioni) sarà approvata in tutta fretta entro il 6 luglio. Siamo davanti alla "più forte minaccia alla libertà di espressione in Rete che sia mai stata fatta in Italia".

Cosa prevede la delibera. Secondo la delibera AGCOM, se il titolare dei diritti di un contenuto audiovisivo dovesse riscontrare una violazione di copyright su un qualunque sito (senza distinzione tra portali, banche dati, siti privati, blog, a scopo di lucro o meno) può chiederne la rimozione al gestore. Che, «se la richiesta apparisse fondata», avrebbe 48 ore di tempo dalla ricezione per adempiere.
CINQUE GIORNI PER IL CONTRADDITTORIO. Se ciò non dovesse avvenire, il richiedente potrebbe, secondo la delibera ancora in bozza, rivolgersi all'Authority che «effettuerebbe una breve verifica in contraddittorio con le parti da concludere entro cinque giorni», comunicandone l'avvio al gestore del sito o del servizio di hosting. E in caso di esito negativo, l'Agcom potrebbe disporre la rimozione dei contenuti.
Per i siti esteri, «in casi estremi e previo contraddittorio», è prevista «l’inibizione del nome del sito web», prosegue l'allegato B della delibera, «ovvero dell’indirizzo Ip, analogamente a quanto già avviene per i casi di offerta, attraverso la rete telematica, di giochi, lotterie, scommesse o concorsi in assenza di autorizzazione, o ancora per i casi di pedopornografia».

Quali le conseguenze? Ce lo spiega Guido Scorza nel suo articolo: Censura d'autore.

Eppure la politica tace, non pervenuti sono anche i cosiddetti garantisti che in nome della privacy in questi giorni si stanno sbattendo molto a favor di legge bavaglio anche fosse solo un bavaglino.  
Luca Nicotra di Agorà digitale e co-autore del Libro Bianco sui diritti d'autore e i diritti fondamentali nella rete Internet, ha lanciato l'allarme: "Saremo l'esperimento più avanzato di censura del nuovo millennio. È questo il baratro in cui stanno lanciando il sistema dell'informazione italiana". Il suo racconto-denuncia dell'incontro con il Presidente dell'AGCOM, Corrado Calabrò (nella foto), è agghiacciante e fa capire molto bene che sistema di potere abbiamo di fronte: 

Calabrò non si era preparato un discorso o una parte da recitare. Non ha provato a contrapporre argomentazioni alle nostre, che ignari, siamo subito partiti, ordinati come scolaretti, a spiegare pacatamente le nostre posizioni e le nostre critiche.

Calabrò ha deciso di mettere in scena il potere che non deve giustificarsi, che può dire beffardamente, quasi ingenuamente "Speriamo di no" mentre gli spieghiamo l'inferno di decine di migliaia di richieste di rimozione di contenuti da cui saranno sommersi. 


Sarà il far west, con un approssimazione totale nella decisione di rimuovere o chiudere siti web, e decine, centinaia forse migliaia di contentuti innocenti e abusi del sistema. È questa l'ovvio risultato della censura. È questo il motivo per cui non è MAI accettabile in democrazia. 

"Speriamo di no" non è dialogo. È la frase che può dire un pezzo di potere perchè sa che non c'e' scelta, non c'e' dibattito, la decisione di far passare il regolamento è già avvenuta altrove e il massimo che può fare è sperare di non essere travolto. 

"L'Italia sarà un esperimento, noi saremo un esperimento. Possiamo fermarci?" ha chiuso Calabrò, e senza motivazione, e anzi contraddicendo quanto aveva appena detto circa la complessità della materia si è risposto "No, dobbiamo chiudere subito, dobbiamo chiudere entro l'estate".

 


Intanto Per fermare la delibera firmate la petizione su sitononraggiungibile.e-policy.it. Ma non basta. Serve come per la legge porcellum e la legge bavaglio la mobilitazione di tutti, media, rete, politica. Di tutti quelli che hanno a cuore la libertà, la partecipazione, la democrazia. Diffondete il più possibile questo post perché intanto ancora oggi la rete non sa cosa sta succedendo. Potete anche scrivere direttamente all'AGCOM per esprimere il vostro dissenso: agcom@cert.agcom.it

p.s. Come ricordato di recente dall’avvocato generale presso la Corte di Giustizia Europea, Pedro Cruz Villalon, l’art. 52 della Carta dei Diritti Fondamentali dell’Unione Europea recita: «Eventuali limitazioni all’esercizio dei diritti e delle libertà riconosciuti dalla presente Carta devono essere previste dalla legge». L’Agcom è ancora in tempo a fare un passo indietro, lasciando, come è giusto, la parola al Parlamento. (tratto dall'editoriale di Juan Carlos De Martin pubblicato su La Stampa)

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I problemi e i rischi del riconoscimento facciale tra Cina e resto del mondo


[Tempo di lettura stimato: 14 minuti]

Jiangxi, Cina sud orientale. 7 aprile 2018. Ao ha guidato per circa 100 chilometri per seguire, insieme alla moglie, il concerto dell’idolo pop Jacky Cheung. È tranquillo perché sa che all’International Sports Center di Nanchang ci sarà tantissima gente. È buio quando inizia il concerto, e Ao è seduto a godersi lo spettacolo: un'orchestra live di 31 elementi, 30 ballerini ed acrobati, e un palco visibile a 360 gradi.

Mentre il pubblico intona insieme a Cheung il ritornello di un pezzo romantico, un paio di agenti si fanno largo tra le persone accalcate con passo deciso. Si avvicinano al trentunenne Ao e lo afferrano. L’uomo è visibilmente sorpreso. Forse un errore? No, sanno perfettamente chi è e che è ricercato per crimini economici. E lo hanno scovato tra 60mila persone. Di notte.

Sharp Eyes

Il sistema di riconoscimento facciale della Megvii Inc. è la tecnologia che ha consentito l’arresto del trentunenne cinese (accusato di non aver pagato un carico di patate) nonostante egli si sentisse relativamente sicuro in una vasta folla. Ma non è l’unico già attivo in Cina. Una delle aziende più quotate del settore è SenseTime (Shangtang in cinese), la startup di intelligenza artificiale più promettente, stimata nel 2018 circa 4,5 miliardi di dollari. Un “unicorno”, cioè un’azienda con valutazione superiore al miliardo, con una crescita del 400% in appena tre anni.

La sede principale di SenseTime si trova a Pechino. Gli uffici sono eleganti. All’ingresso un pannello funge da specchio digitale, una telecamera analizza il tuo viso per stimare l’età e assegnare un rating di attrattiva. Un secondo schermo trasforma il tuo viso come un filtro, snellisce la figura, allarga gli occhi, e così via. Un terzo schermo mostra le immagini del vicino incrocio stradale. Alle persone e ai veicoli sono sovrapposte delle etichette: maschio, adulto, pantaloni grigi, ecc… . Il personale non usa badge, le telecamere riconoscono lo staff e aprono le porte automaticamente. L’intero edificio sembra una prova di ciò che dovrebbe essere la Cina del futuro.

SenseTime lavora a stretto contatto con il governo. Il sistema utilizza milioni di foto per riconoscere in tempo reale le persone in the wild, cioè in situazioni “non collaborative”, per capirci nella vita reale quando non si mettono “in posa”. Ma il sistema non si limita alle persone, analizza anche i veicoli. Su uno schermo vengono sovrapposti i dettagli riconosciuti alle immagini. Il software può abbinare un sospetto con un database criminale, e se il livello di somiglianza supera una certa soglia il soggetto può essere arrestato direttamente.

SenseTime non si occupa solo di riconoscimento facciale (SenseFace), ma esplora le varie possibilità dell’AI: SenseMedia è una piattaforma in grado di moderare video e immagini inappropriati, SenseFoundry è una piattaforma dedicata per Smart City, SenseDrive una soluzione per la guida autonoma.

SenseTime è considerata uno dei campioni nazionali, una delle cinque aziende cinesi più importanti. In Cina ci sono oltre 180 milioni di telecamere. L’idea è di porre il riconoscimento dei volti al centro di tutti i sistemi, da quelli di sicurezza a quelli di acquisto: non è necessario avere un documento di identità, non serve avere denaro con sé, né una carta di imbarco, tutto quello che occorre è mostrare il proprio volto.

Il governo cinese e i funzionari di polizia sperano di utilizzare la tecnologia di riconoscimento facciale non solo per rintracciare i sospetti, ma anche per prevenire i reati, perfino per prevederli. Il punto di arrivo sarà un sistema di sorveglianza totale che tracci costantemente e in tempo reale i movimenti di 1,4 miliardi di cinesi, negli aeroporti e nelle stazioni, per le strade, nei negozi, nei centri commerciali, anche nei bagni pubblici. I poliziotti saranno dotati di occhiali con tecnologia di riconoscimento facciale. Questo è Sharp Eyes (Xue Liang in cinese), “occhi acuti”, come nello slogan del partito comunista: il popolo ha gli occhi acuti.

È la base del sistema di credit score cinese, un sistema di controllo pervasivo ed onnisciente che raccoglierà i dati dei database criminali, medici e accademici, dei PNR (prenotazioni di viaggio), degli acquisti, dei commenti sui social media, tutti riuniti in un unico profilo con i dati anagrafici e comportamentali dell’individuo. Tracciare chiunque, dovunque: dove sono, con chi sono, cosa fanno, cosa pensano.

L’essenza di Sharp Eyes è la riprovazione sociale. Un cittadino appicca il fuoco a un cumulo di rifiuti, una telecamera lo riprende e un altoparlante gli ordina di spegnere l’incendio. Il suo nome poi verrà pubblicato sugli schermi agli incroci più trafficati. Tutti sapranno chi è il colpevole, così non oserà farlo di nuovo. L’obiettivo è di ridurre i reati, eliminare la corruzione. Ma ovviamente il rischio è di colpire i dissidenti, le voci fuori dal coro. La sorveglianza a livello locale è facilmente abusata, diventa una forma di controllo sociale. Parteciperesti ad una protesta di piazza sapendo che il tuo volto sarà scansionato e registrato e inserito nei database della Polizia? Anche i cittadini che attraversano la strada quando non devono (jaywalker) vedono i loro nomi pubblicati sui tabelloni di riprovazione. E nei bagni pubblici il sistema è utilizzato per impedire il furto della carta igienica.

Un altro punto di Sharp Eyes sta nel mobilitare i comitati di quartiere, residenti che possono accedere alle telecamere dai loro televisori oppure dagli smartphone, e fungere da occhi per il governo stesso. Nel caso, possono allertare la polizia direttamente. Una rivisitazione tecnologica del “See something, say something” americano, la campagna del Dipartimento di Homeland Security basato sulla “responsabilizzazione” dei cittadini, incitandoli a controllare gli altri. A denunciare gli altri.

Far West

Perché se in Cina il sistema di sorveglianza e controllo è voluto e regolamentato direttamente dal governo, ed è palese per quali scopi il governo lo usa, in altri paesi il riconoscimento facciale è utilizzato ugualmente. Ma talvolta senza regole certe, senza una “direzione” dall’alto, senza trasparenza.

Il primo arresto di un americano basato esclusivamente sul riconoscimento facciale è del 2013. Nel febbraio aveva rapinato un uomo su un treno della Chicago Transit Authority, e il suo volto era stato catturato dalle telecamere di sorveglianza, e poi confrontato con il database del Dipartimento di Polizia di Chicago. Infine, riconosciuto dai testimoni è stato condannato a 22 anni di carcere per rapina a mano armata.

Il riconoscimento facciale nasce come tecnologia militare, ed è stato testato dagli americani in Afghanistan e Iraq. I dati biometrici di oltre 1,5 milioni di afghani sono stati inseriti in banche dati gestite da americani. In Iraq è stata registrata una fetta ancora più ampia della popolazione.

L’FBI americano utilizza almeno dal 2011 il riconoscimento facciale per confrontare le immagini delle scene del crimine con un database nazionale di foto segnaletiche. Le forze di polizia degli Stati Uniti utilizzano software di AI da diversi anni per allocare le risorse e prevedere i crimini, e da qualche anno tali sistemi sono affiancati da software di riconoscimento facciale. L’NSA americana almeno dal 2010 estrae immagini dal flusso Internet che poi utilizza nel suo sistema di riconoscimento facciale. A tali immagini vengono associate delle informazioni, ad esempio se il soggetto si trova nelle NoFly list, lo status del passaporto, i visti, eventuali associazioni con sospetti o legami terroristici, oltre i report delle agenzie di intelligence. L’Autorità Portuale di New York e gli altri azionisti del World Trade Center hanno installato un sistema di sorveglianza di grado militare, incluso sistemi di riconoscimento facciale, scanner e telecamere automatizzate per rilevare “movimenti insoliti” e prevenire attentati. Il riconoscimento facciale è stato usato per le persone che si trovano fuori i cancelli della Casa Bianca.

Anche nel settore privato questa tecnologia sta facendo proseliti. I casinò di Las Vegas sono stati tra i primi ad abbracciare le tecnologie di sorveglianza, le telecamere sono presenti anche nelle camere di AirBnb. Nel 2018 la cantante Taylor Swift ha usato il riconoscimento facciale durante i suoi concerti.

Nel 2016 gli USA potevano contare su circa 62 milioni di telecamere di sorveglianza, secondo l’ACLU 9mila nella sola Lower Manhattan. Uno studio del 2016 del Center on Privacy & Technology della Georgetown Law evidenzia come 18 Stati degli Usa consentono all’FBI di utilizzare tecnologie di riconoscimento facciale. Non solo, i dipartimenti di polizia statale e locale stanno costruendo i propri sistemi di riconoscimento facciale, dei quali si sa ben poco. Non si sa come affrontano i problemi di accuratezza, non si sa come influenzano le minoranze etniche e razziali. Il riconoscimento facciale delle forze di polizia influisce su oltre 117 milioni di americani ed è per lo più non regolamentato.

Negli USA, però, il riconoscimento facciale suscita forti discussioni nell'opinione pubblica, da parte dei sostenitori dei diritti civili, fino a dibattiti al Congresso sulle problematiche di privacy, e di tutela dei diritti dei cittadini. Addirittura a San Francisco hanno vietato l’uso di questa tecnologia, nonostante la fiera opposizione della polizia. Ma non è chiaro quali ne siano i limiti. Quando i dati biometrici possono essere utilizzati per scovare dei sospetti? Quando sono sufficienti per arrestare persone? E nel settore privato, quando le aziende possono utilizzare tali tecnologie? La tendenza è ad aprire la strada allo sviluppo di enormi database di immagini, casomai con associate informazioni contestuali per identificare meglio le persone. La giustificazione è che senza i dati contestuali il riconoscimento sarebbe meno accurato e potrebbe portare ad identificazioni erronee. Il resto lo fanno le aziende private sviluppando una tecnologia sempre più precisa, sempre più efficace, sempre più intrusiva.

Negli Usa le attuali norme sono definite da una serie di casi, a partire dal famoso Katz vs. Stati Uniti dove la Corte Suprema ha dichiarato che ciò che accade in pubblico o viene consapevolmente esposto al pubblico non è soggetto alla protezione del Quarto emendamento. Quindi, una persona che cammina per strada, in un parco pubblico, in aree soggette al pubblico, non può ragionevolmente aspettarsi di non essere osservato. La posizione è stata confermata poi da altri casi, come Sherman contro Stati Uniti.

Insomma, non ci sono praticamente regole che proibiscano alla polizia o agli enti privati di raccogliere, archiviare, o trasmettere liberamente immagini catturate da una telecamera di videosorveglianza. Il mondo della sorveglianza digitale è ancora una sorta di selvaggio West dove ognuno può fare (quasi) quello che gli pare. Non c’è modo di sapere se si è controllati. Anche molte aziende usano questa tecnologia, si scambiano anche i database di immagini collegate al sistema, per impedire che un taccheggiatore possa fare danni in altre catene di negozi. E il pubblico spesso non ne è a conoscenza. È una sorta di credit score. Solo che la gente non lo sa.

Il riconoscimento facciale è in rapida espansione dovunque. Anche in Europa, nonostante il quadro normativo renda più difficile l’utilizzo di questa tecnologia, la tendenza è di incrementarne l’uso, quanto meno a fini di sicurezza e di ordine pubblico, quindi lotta al terrorismo e prevenzione dei reati. È utilizzato dalla polizia del Galles. In Gran Bretagna hanno utilizzato il sistema giapponese NeoFace Watch della NEC per individuare un ricercato in mezzo alla folla. Secondo la British Safety Industry Authority (BSIA) nel 2013 nel Regno Unito erano attive 5,9 milioni di telecamere di sorveglianza. In Germania sono stati avviati i primi test per l’utilizzo del riconoscimento facciale nelle stazioni ferroviarie. Per il momento in Francia il CNIL ha autorizzato il riconoscimento facciale solo negli aeroporti di Orly e Roissy, e presso la Gare du Nord per l'imbarco a bordo dell'Eurostar, ma una proposta di legge del 2016 ne suggerisce l’utilizzo per la lotta al terrorismo.

La tecnologia di riconoscimento facciale è in pieno boom. Secondo un rapporto del 2016 di Frost & Sullivan il mercato di riferimento varrà 6,15 miliardi di dollari nel 2019. NEC stima che nel prossimo decennio raggiungerà i 20 miliardi di dollari.

Un mito creato da Hollywood

Si tratta, però, di una tecnologia ancora soggetta ad errori. Se i successi vengono enfatizzati, come in Cina, a dimostrarne l’efficienza, in realtà ci sono molti casi nei quali la tecnologia ha fallito. I primi problemi sono venuti a galla dalla caccia all'uomo per gli attentatori della maratona di Boston.


Video dalla telecamera di sorveglianza di un rivenditore vicino a Copley Square

I presunti colpevoli, Dzhokhar e Tamerlan Tsarnaev, erano entrambi nel database, ma il sistema non è riuscito a trovare alcuna corrispondenza, almeno fino a quando non sono stati identificati con altri mezzi. Poi ci sono i tanti casi di falsi positivi, quando a delle persone viene erroneamente attribuita un’identità, casomai di un criminale (studente americano identificato erroneamente come terrorista).

Nel 2011 un’interrogazione del sistema con un’immagine di Osama Bin Laden portò a identificare quattro persone, ma nessuna di loro era Bin Laden, col quale condividevano solo la barba. Secondo uno studio di Big Brother Watch del 2018 sull’uso del riconoscimento facciale nel Regno Unito, le percentuali di errore arrivano, in certi casi, fino al 98%. La polizia comunque acquisisce e conserva la foto delle persone erroneamente identificate. In un recente rapporto, la Homeland Security americana si è vantata del fatto che il sistema di riconoscimento facciale ha confermato biometricamente "oltre 7000" persone che hanno lasciato il paese dopo la scadenza del visto. Su 2 milioni di passeggeri, si tratta di un tasso di successo di circa lo 0,0035 percento.

Il riconoscimento facciale non è un processo magico come ci ha erroneamente portato a credere Hollywood. I film glorificano i detective che salvano l'umanità catturando i cattivi col riconoscimento facciale, rendendo la tecnologia “cool”. Ed è più che altro l’immagine hollywoodiana di questa tecnologia, infallibile, precisa, affidabile, veloce, che poi viene venduta dalle aziende ai governi e agli enti locali, polizie in primis. La scintillante promessa di facile identificazione, che rende non più necessario il contatto tra poliziotto e cittadini, è molto appetibile. Si risparmia tempo, lavoro, e non occorre nemmeno adoperarsi per formare delle relazioni umane con le comunità. Alla polizia basta guardare un asettico schermo. Così il riconoscimento facciale da ai governi la sensazione di poter raggiungere il massimo livello di controllo sulla vita delle persone.

Ma una telecamera, posta generalmente in posizione elevata, riprende una persona dall’alto, mentre si sta muovendo, casomai con gli occhiali, forse sotto la pioggia. L’illuminazione dell’ambiente, l’angolazione della telecamera, i riflessi e l’espressione facciale possono compromettere il processo di riconoscimento. La foto deve essere elaborata se non è presa, come spesso accade, di fronte. Occorre eliminare le sfocature, gli artefatti, occorre ruotare l’immagine per poterla poi mettere a confronto con le foto contenute nel database, in genere prese di fronte. Il software poi cercherà di identificare le caratteristiche facciali da utilizzare come punti di riferimento per estrarre il faceprint, l’impronta facciale. Il centro del naso, gli occhi, gli angoli della bocca sono generalmente i punti utilizzati, e se il sistema non è in grado di rilevarli occorre l’intervento di qualcuno che glieli indichi. A mano. Una volta impostati i punti di riferimento il software finalmente “normalizza” l’immagine per poterla poi mettere a confronto col database al quale accede. Il risultato è una percentuale che indica il livello di corrispondenza (matching).

La donna invisibile

La tecnologia ha fatto grandi passi in avanti negli ultimi anni, grazie alle migliorate capacità di calcolo, e ai sistemi di intelligenza artificiale che si occupano automaticamente delle varie fasi, ma la capacità di riconoscimento dipende ancora da troppi fattori, dall’angolazione, dalla luce, dalla risoluzione. Anche dalla razza.

Joy Buolamwini è una ricercatrice del MIT di Boston quando scopre che un software di riconoscimento facciale non è in grado di rilevare il suo volto. Il software funziona sui compagni di classe, sulle altre persone, per lo più di pelle chiara, ma non su di lei.

Studiando il software, Buolamwini scopre che se indossa una maschera bianca il sistema riesce a “vedere” il suo volto. I sistemi di intelligenza artificiale “imparano” attraverso le immagini fornite durante la fase di addestramento. Se tali immagini sono esclusivamente o principalmente di persone di pelle chiara, il sistema imparerà a riconoscere i bianchi, ma farà fatica a identificare o differenziare i volti con tonalità differenti della pelle. Allo stesso modo, se il sistema viene addestrato su maschi, avrà difficoltà nell’identificare delle donne.

Buolamwini e i colleghi del MIT realizzano uno studio sui principali programmi di riconoscimento facciale dell’epoca: Microsoft, IBM e Face++ (cioè la Megvii cinese). Pur con le loro differenze, i sistemi si sono rilevati tutti con un’accuratezza non troppo elevata con riferimento alle persone di colore e alle donne. Prima di rendere pubblica la ricerca, Buolamwini ha inviato i risultati alle aziende. IBM ha risposto immediatamente, cercando di risolvere i problemi. Il risultato è stato un enorme miglioramento. L’accuratezza del sistema nel riconoscere i maschi neri è passata dall’88% al 99,4%, per le donne nere dal 65,3% all’83,5%, per le donne bianche dal 92,9% al 97,6%. Per i maschi bianchi l’accuratezza è rimasta invariata al 97%. Buolamwini ha commentato affermando che ciò che era cambiato è che il problema era diventato una priorità dell’azienda. Forse prima non lo era.

Anche l’FBI, in uno studio congiunto, ammette che il riconoscimento facciale potrebbe essere meno accurato sugli afroamericani. Inoltre, i sistemi che si basano su database di foto segnaletiche includono probabilmente un numero sproporzionato di afroamericani (come gli attivisti, i partecipanti alle proteste), ed è difficilissimo ottenere di essere cancellati dal database. Nonostante ciò, non esiste un regime di test indipendenti per i tassi di errore razziale.

Perché proprio il database delle immagini con le quali vengono confrontate le immagini riprese dalle telecamere, è un elemento essenziale per una corretta identificazione. Da dove sono state prese quelle immagini? Le foto inserite nei database spesso sono risalenti nel tempo, le persone cambiano col passare degli anni. La foto di uno dei due attentatori di Boston risaliva ai suoi 16 anni, ma un ragazzo cambia velocemente la struttura facciale, per questo non era stato riconosciuto. Le immagini contenute nel database di controllo potrebbero provenire da una serie di fonti differenti, e non includere solo immagini di persone con precedenti penali o persone sospettate di illeciti penali. Ad esempio potrebbe includere le immagini di persone che sono semplicemente venute a contatto con le forze dell’ordine per controlli di routine, potrebbero venire dalle registrazioni delle manifestazioni di piazza o di proteste pacifiche, potrebbero provenire dai social media, ecc.

Chi è il criminale?

Il riconoscimento facciale non è accurato come l’utilizzo di altri dati biometrici, ad esempio le impronte digitali. Tuttavia il volto è considerato l’indicatore più importante nella nostra società, è il volto che campeggia sui passaporti, sulle carte di identità, sulle patenti e gli altri documenti. È il volto che troviamo sui profili dei social. Generalmente nella società non è considerato accettabile coprire il volto, in alcuni paesi è addirittura illegale.

Questo perché se fino al XXI secolo i governi usavano l’identificazione biometrica in modo discreto, mirato nei confronti di individui specifici, e quindi trasparente necessitando della cooperazione della persona, oggi la tecnologia biometrica è usata per identificare le persone da lontano (Remote Biometric Identification) in modo non collaborativo, senza il loro consenso, senza trasparenza. Il volto è catturato dalle telecamere quando cammini, anche se non ti accorgi della loro presenza.

L’utilizzo delle tecnologie di riconoscimento facciale segna, quindi, un cambiamento radicale nelle forme di sorveglianza consentendo un controllo continuo e generalizzato su tutti gli individui, anche se non sospettati di alcun crimine. In maniera invisibile. Questo impatta particolarmente sulle minoranze o sulle categorie normalmente discriminate. Sia perché tali categorie sono da sempre soggette a maggiori controlli, ed arresti, sia perché i sistemi di intelligenza artificiale hanno maggiori problemi nell’identificare persone appartenenti a tali categorie (perché addestrati sulla maggioranza, bianchi, maschi, ecc...). Il dataset Labeled Faces in the wild (LFW), utilizzato da molti sistemi di riconoscimento facciale, contiene più di 15mila immagini, di cui solo il 7% di persone di colore. All’epoca della realizzazione, ai primi del 2000, il dataset rispecchiava le posizioni di potere dei media e le celebrità. Per lo più bianche.

Il gigante cinese IT e delle telecomunicazioni Huawei afferma che la tecnologia Safe Cities ha già aiutato il Kenya a ridurre i tassi di criminalità urbana. Ma chi è un criminale?

I documenti del progetto Police Cloud cinese elencano i “petizionisti”, le persone che si lamentano del governo per le ingiustizie percepite, e in genere chiunque “mina la stabilità” o ha “pensieri estremi”. Altri documenti indicano come sospetti alcuni comportamenti, come il “non socializzare coi vicini”, oppure le minoranze etniche (es. gli Uiguri dello Xinjiang, un gruppo minoritario musulmano) come soggetti di controllo. La tecnologia di riconoscimento facciale integrata nelle reti di telecamere di sorveglianza, riporta il New York Times, guarda agli Uiguri esclusivamente in base al loro aspetto, etichettando le persone per etnie, e tiene traccia dei loro movimenti. La pratica rende la Cina un pioniere nell'applicare questa tecnologia per controllare i suoi cittadini, potenzialmente inaugurando una nuova era di razzismo automatizzato.

Clare Garvie, del Centro di privacy e tecnologia della Georgetown Law, ha detto: «Prendi l'applicazione più pericolosa di questa tecnologia, e ci sono buone probabilità che qualcuno la proverà». L’utilizzo del sistema di sorveglianza digitale non si ferma al riconoscimento facciale ma può andare molto oltre, rilevando i comportamenti, e tutto ciò che è deviazione dalla “normalità”, anche nel camminare (gait analysis). Una persona che utilizza un telefono non suo, che si allontana dal normale percorso casa-lavoro, tutti i comportamenti che sono reputati non normali possono finire per costituire micro-indizi da registrare in un profilo del cittadino. Le telecamere non possono rilevare i reati economici e dei colletti bianchi, in genere registrano, invece, i comportamenti devianti e i reati minori. Maggiore sicurezza, quindi, vuol dire riduzione dei reati, oppure controllo sociale?

Il cittadino, etichettato come “deviante” (studio sul riconoscimento del comportamento umano anomalo), può essere sottoposto a interrogatorio senza alcun reale motivo, senza diritti, senza risarcimenti in caso di maltrattamenti. Per il momento accade in Cina (ed è spesso comunque in violazione delle leggi), ma è la tecnologia stessa che consente tali abusi. E la tentazione è forte, anche per i paesi ritenuti più “democratici”. Controllare tutti i comportamenti di routine per inferire comportamenti anomali, devianti, può essere facilmente giustificato con la necessità di prevenzione dei reati e di attentanti terroristici (come effettivamente succede in Cina). Il passo verso l’abuso è breve.

Il punto di vista del giardiniere

È la cooperazione tra esseri umani che ha portato a tantissime conquiste in tutti i campi, dalla tecnologia all’economia. Più si allarga la base di condivisione e cooperazione, più si allarga la varietà della base, e quindi delle possibili idee, più si alimenta il flusso di informazioni tra i soggetti, maggiori sono i benefici. Per tutti. Eppure, nonostante il numero di crimini sia in diminuzione praticamente ovunque (grafici relativi agli Usa), sia i governi che le aziende, che alcuni politici, enfatizzano costantemente il problema della sicurezza, con campagne di vero terrore verso i propri cittadini, obiettivo, il diverso, lo straniero, il migrante.

L’utilizzo delle tecnologie di riconoscimento facciale a fini di “sicurezza” potrebbe invertire il processo di cooperazione tra le persone e di mettere in comune le idee e le soluzioni, alimentando le “paure” verso gli “altri”. Ciò favorirebbe il governo in carica, e massimizzerebbe i profitti delle aziende tecnologiche e della sicurezza, soldi e potere. Ma nel contempo potrebbe avere un catastrofico impatto sul resto della società.

Lo spostamento del controllore dietro ad uno schermo, l’utilizzo di forme di sorveglianza remote, erode il legame tra controllore e controllato e alla lunga la stessa moderazione comportamentale. Tutto quello che rimane è la visione di guerra del giardiniere (Neil Renic, A Gardener's Vision: UAVs and the Dehumanisation of Violence) che lotta contro i parassiti. Non si tratta di una visione estrema da applicare solo agli scenari di guerra con droni e tecnologie automatizzate, ma un rischio concreto in tutti quei casi nei quali coloro che sono soggetti a un’azione sono separati dall’attore stesso. Senza la comunicazione, la connessione, l’empatia, si finisce per trattare i “soggetti al controllo” come separati, differenti, diversi, meno umani. Superato quel sottile confine, tutto è permesso.

Altri articoli sulle problematiche degli algoritmi e sistemi di intelligenza artificiale:

Gli algoritmi e i mostri della tecnologia

L’algoritmo che prevede chi commetterà un crimine, tra poca trasparenza e pregiudizi

Il potere degli algoritmi sulle nostre vite

Algoritmi, intelligenza artificiale, profilazione dei dati: cosa rischiamo davvero come cittadini?

Immagine in anteprima via MIT Media Lab

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Guida alle elezioni europee: come si vota, le candidature, i programmi, le alleanze


[Tempo di lettura stimato: 6 minuti]

Le elezioni europee si avvicinano. Abbiamo preparato una breve guida per orientarsi al voto: quando bisognerà andare alle urne, come funziona le legge elettorale in Italia, quali sono le funzioni del Parlamento europeo e perché questa elezione è importante per la scelta della nuova presidenza della Commissione europea. Abbiamo anche riassunto i programmi elettorali delle maggiori forze politiche italiane, suddividendoli per tematiche.

Politico.eu ha schematizzato quali sono i nuovi gruppi politici e le relative alleanze a livello europeo nel nuovo Parlamento europeo:

via Politco.eu

Per quanto riguarda l'Italia: lo scorso 8 aprile è stato presentato il gruppo parlamentare "Alleanza europea delle Nazioni e delle Libertà" (EAPN) con dentro la Lega e altre forze "sovraniste" e più a destra dell'Unione europea, come Afd in Germania e i francesi del Rassemblement National di Marine le Pen. Il Movimento 5 stelle, che fa parte del gruppo Europa della Libertà e della Democrazia Diretta (EFDD), ha annunciato i futuri alleati in Parlamento Ue – i polacchi di Kukiz’15, guidati da Pawel Kukiz, i croati di Zivi Zid, guidati da Ivan Sinčić, il partito greco Akkel – specificando che altri ne dovrebbero arrivare. Il Partito democratico rientra all'interno del Partito socialista europeo (PES), mentre Forza Italia in quello Popolare europeo (PPE). Lo scorso novembre, Fratelli d'Italia, pur non avendo ancora membri nel Parlamento europeo, aveva annunciato invece la propria adesione al gruppo dei Conservatori e riformisti europei (ECR). La Sinistra è inserita invece all'interno del gruppo Sinistra Unitaria Europea/Sinistra Verde Nordica (GUE/NGL). I Verdi in Italia si presentano con Europa verde, rientrando nell'European green party. +Europa nel simbolo, infine, si presenta con il Partito democratico europeo, mentre invece non c'è un riferimento al gruppo Alleanza dei Democratici e dei Liberali per l'Europa (ALDE), che ha inserito Emma Bonino, leader di +Europa, tra i nomi per la futura Commissione europea, e che è stato annunciato si scioglierà per formare un gruppo più grande insieme a "En Marche" di Emmanuel Macron.

Quando si vota

Le elezioni europee si terranno in Italia domenica 26 maggio, dalle 7 alle 23. Al voto possono partecipare tutti i cittadini che hanno compiuto 18 anni. Le ultime elezioni europee si sono tenute nel maggio 2014.

I 510 milioni di cittadini europei – tra il 23 e il 16 maggio – dei 28 Stati membri devono rinnovare il Parlamento europeo, composto in totale da 751 deputati.  Il numero dei membri del Parlamento non è stato modificato, perché il Regno Unito, non avendo ancora raggiunto un accordo sulla Brexit a tre anni dal referendum che ha visto prevalere l'uscita dall'Ue, parteciperà alle prossime elezioni europee.

I seggi sono divisi tra gli Stati membri in base alla “proporzionalità decrescente”: più abitanti una Stato ha, più pesa politicamente.

via Parlamento europeo

Come si vota in Italia

In Italia, la legge che regola il voto delle elezioni europee è la n. 18 del 1979. Come si legge sul "Manuale elettorale" per le elezioni europee preparato dal Centro Studi della Camera dei Deputati, "si tratta di un sistema elettorale proporzionale (ndr quindi il numero di seggi che spetta a ciascun partito sarà direttamente proporzionale ai voti ottenuti a livello nazionale), con soglia di sbarramento del 4% e possibilità di voto di preferenza". Nella stessa lista, gli elettori possono indicare da una a tre preferenze, con alternanza di genere.

Qui è possibile vedere tutti i candidati. OpenPolis ha denunciato che 37 di questi (tra Fratelli d'Italia, Forza Italia, Lega, Partito democratico, +Europa, La Sinistra) sono "di facciata", perché in caso di elezione avrebbero un doppio incarico pubblico che renderebbe per legge non automatico il seggio al Parlamento Ue: "Pluricandidature puramente promozionali considerando che evidentemente Matteo Salvini (ndr essendo capolista della Lega in tutte le circoscrizioni) non lascerà il suo incarico nel governo e nel parlamento italiano per andare a Bruxelles".

La maggior parte degli Stati membri è costituita da un'unica circoscrizione. L'Italia, invece, come altri quattro Stati (Belgio, Francia, Irlanda e Regno Unito) ha il proprio territorio suddiviso in cinque circoscrizioni regionali, dove i seggi vengono assegnati a seconda della popolazione: Nord occidentale (20 seggi), Nord orientale (14 seggi), Centrale (14 seggi), Meridionale (17 seggi), Insulare (8 seggi). (Qui come funziona per il voto per gli italiani all'estero).

via Parlamento europeo

I deputati, una volta eletti, possono entrare o riunirsi in gruppi politici (composti da un minimo di 25 membri) in base ai propri orientamenti politici. Attualmente al Parlamento europeo ci sono 8 gruppi politici: Partito popolare europeo (PPE), Alleanza progressista di Socialisti e Democratici (S&D), Conservatori e Riformisti europei (ECR), Alleanza dei Democratici e dei Liberali per l'Europa (Alde), Sinistra unitaria europea/Sinistra verde nordica (GUE/NGL), Verdi/Alleanza libera europea (Greens/EFA group), Europa della Libertà e della Democrazia diretta (EFDD), Europa delle Nazioni e della Libertà (ENF).

Secondo gli ultimi sondaggi pubblicati lo scorso aprile, questa di seguito potrebbe essere la suddivisione dei gruppi politici nel nuovo Parlamento europeo.

Nel semicerchio interno le ultime proiezioni a confronto con il Parlamento uscente. Via EP

Bisogna comunque precisare che non è possibile prevedere il numero e la composizione futura dei gruppi politici del Parlamento e che per questo, si legge sul sito del Parlamento europeo, "queste proiezioni sulla composizione del prossimo Parlamento europeo si basano sulla struttura del Parlamento uscente e dovrebbero essere viste come un'istantanea dell'attuale situazione politica rappresentata nelle intenzioni di voto". Anche perché dall'ultima elezione europea di cinque anni fa sono nati nuovi partiti che non fanno parte degli attuali gruppi politici e bisogna vedere in quali gruppi entreranno. In generale, comunque, osserva InfoData i popolari resterebbe il primo partito, seguito dai socialisti – con entrambi i gruppi che perderebbero comunque molti voti –, mentre il gruppo "sovranista" sarebbe il quarto per grandezza nell'Europarlamento, dietro ai liberali di ALDE.

Per quanto riguarda l'Italia, in base agli ultimi sondaggi disponibili di maggio, la Lega di Matteo Salvini avrebbe perso terreno, ma resterebbe comunque primo partito, mentre Movimento 5 stelle e Partito democratico avrebbero guadagnato qualcosa.

Con queste percentuali, i 73 seggi che spettano all'Italia sarebbero così suddivisi:

Istituti considerati: Demopolis, EMG, Euromedia, Noto, Piepoli, Quorum, SWG, Tecnè. Via YouTrend

Queste elezioni europee, tramite un meccanismo definito Spitzenkandidat (in tedesco "candidato principale") e utilizzato per la prima volta nel 2014, porteranno anche ad avere il nome del nuovo presidente della Commissione europea.

Come si legge sul sito dell'EP, con questa prassi i partiti politici europei, prima delle elezioni europee, indicano un candidato per la carica di Presidente della Commissione europea (attualmente è Jean-Claude Juncker, candidato nel 2014 dai popolari). La presidenza viene poi assegnata al candidato principale del gruppo politico che ottiene il maggior numero dei seggi al Parlamento. Come precisa Il Post "l’indicazione di uno Spitzenkandidat ha valore puramente politico, quindi non è vincolante, motivo per cui alcuni leader europei non sono d’accordo nel continuare a usare questo sistema".

Nella serata del 15 maggio, si è svolto un confronto tra i candidati alla presidenza della Commissione europea.

Le funzioni del Parlamento europeo

I parlamentari europei (che in Italia non devono avere meno di 25 anni) vengono eletti direttamente con suffragio universale ogni 5 anni. Con il Consiglio dell'Unione Europea, il Parlamento europeo è una delle principali istituzioni legislative dell'Unione europea. Ha tre sedi: a Bruxelles (Belgio), in Lussemburgo e a Strasburgo (Francia).

Le sue funzioni principali sono tre, spiega il sito del Parlamento Ue:

  1. Legislazione: sulla base delle proposte della Commissione europea, adotta la legislazione dell'Ue; decide su accordi internazionali; rivede il programma di lavoro della Commissione e le chiede di presentare proposte legislative.
  2. Supervisione: controllo sulle istituzioni dell'Ue; elegge il presidente della Commissione e approva la Commissione come organo. Può anche votare una mozione di censura, obbligando la Commissione a dimettersi; approva il modo in cui sono stati spesi i bilanci dell’Unione europea;  esamina le petizioni dei cittadini e avvia indagini; discute la politica monetaria con la Banca centrale europea; rivolge interrogazioni alla Commissione e al Consiglio; effettua monitoraggio elettorale.
  3. Bilancio: elabora il bilancio dell’Unione europea, insieme al Consiglio; approva il bilancio di lungo periodo dell’Ue.

Programmi

Qui è possibile vedere tutti i partiti che in Italia si sono presentati alle elezioni europee del prossimo 26 maggio (cliccando si rimanda al programma del partito): Destre Unite Casapound Italia, Forza Nuova, Popolo della Famiglia, Partito Pensiero Azione, Autonomie per l'Europa, Popolari per l'Italia, SVP, Partito Pirata, Partito Comunista, Partito animalista, Lega, Fratelli d'Italia, Movimento 5 Stelle, Partito democratico insieme a Siamo Europei, Forza Italia, La Sinistra, Europa Verde, +Europa.

Per quanto riguarda i programmi dei maggiori partiti in Italia, abbiamo provato a fare un riassunto delle proposte, suddivise per tematiche. All'interno si trova anche un link che rimanda al programma completo.

Movimento 5 stelle – Europa della Libertà e della Democrazia Diretta (EFDD) (qui gli alleati presentati dai cinque stelle)

Europa: Referendum europeo “per rendere l’Europa più democratica, giusta e rispettosa dei cittadini”. Potere di iniziativa legislativa agli europarlamentari. Riformulazione delle Istituzioni con un sistema bicamerale per mettere Parlamento e Consiglio sullo stesso piano. Mozione di censura per i Commissari che sbagliano. Chiusura di una delle due sedi del Parlamento europeo – quella di Strasburgo – per risparmiare. Taglio stipendi dei Commissari europei e dei deputati e azzeramento dei fondi ai partiti e fondazioni. L’introduzione di una misura contro la corruzione in Europa e il daspo per i condannati per reati gravi come criminalità organizzata, riciclaggio e corruzione.

Lavoro e imprese: Cambiare il mandato della Banca centrale europea (Bce) e inserire la crescita economica e la piena occupazione tra i suoi obiettivi. Approvazione del “salario minimo europeo” per tutelare i giovani e aiutare le imprese italiane a competere in maniera equa nel mercato europeo. Le multinazionali che lavorano in Italia devono pagare le tasse in Italia. Accordi commerciali per sostenere l’export delle imprese italiane e le produzioni locali. Stop ad arance sudafricane, olio tunisino e riso asiatico.

Ambiente: Una finanza “green”, inserendo un “fattore sociale” nella normativa dei requisiti di capitale e dando incentivi alle imprese che non inquinano. Stop a fonti fossili, trivelle e inceneritori. Sì all’efficienza energetica e alle energie rinnovabili, alla mobilità sostenibile, al trasporto merci su ferro e quello pubblico alimentato da fonti sostenibili. Vietare OGM e pesticidi “ritenuti dannosi per la salute dei cittadini e per l’ambiente”.

Immigrazione: Condivisione equanime tra tutti gli Stati Membri della gestione dei flussi, dell’accoglienza, le responsabilità e degli oneri dell’immigrazione. Ricollocazione obbligatoria dei migranti. Promuovere e incentivare con fondi europei i rimpatri volontari.

Formazione e ricerca: Creare un’”infrastruttura Blockchain sperimentale europea” per la fornitura di servizi pubblici comuni. Potenziare i fondi europei per ricerca e innovazione a sostegno delle imprese italiane. Escludere dal calcolo del deficit gli investimenti pubblici produttivi e d’impatto sociale in istruzione, ricerca, sanità, sicurezza, infrastrutture. Triplicare il budget messo a disposizione per l’Erasmus per far partecipare le fasce più svantaggiate e gli adulti iscritti ai percorsi di istruzione.

Qui il programma.

Partito democratico + Siamo Europei – Alleanza Progressista dei Socialisti e dei Democratici (S&D) 

Europa: Il Parlamento, che rappresenta direttamente i cittadini dell’Unione, e il Consiglio, che rappresenta gli Stati, devono essere sullo stesso piano. Nonostante il Trattato di Lisbona abbia esteso il principio della co-decisione alla maggioranza degli atti legislativi, esistono ancora materie in cui esso non si applica. Il prossimo Parlamento Europeo deve essere protagonista nell’elaborazione di una profonda riforma costituzionale dell’Unione Europea

Lavoro e imprese: "indennità europea di disoccupazione" per i paesi in recessione o con un numero alto di persone senza lavoro, pagata con risorse che provengono da fondi del singolo Stato, da Eurobond e da una quota dei profitti della Banca Centrale europea (Bce). Adozione di un "salario minimo europeo" parametrato alle condizioni dei diversi paesi e definito sulla base del dialogo tra le parti sociali e della contrattazione collettiva nazionale e di settore. Arrivare a una parità di salario tra uomini e donne, tramite un piano europeo per favorire l’occupazione femminile.

Lavorare a un mercato interno che punti a proteggere la manifattura italiana ed europea dalle invasioni di prodotti contraffatti e non conformi da parte di paesi terzi, in particolare dalla Cina. I profitti delle multinazionali – a partire da quelle dell’economia digitale – devono essere tassati dove vengono effettivamente realizzati.

Ambiente: Rivedere il pacchetto clima-energia per arrivare al dimezzamento delle emissioni nel 2030 e a zero emissioni nette nel 2050. La definizione di un Piano straordinario con cui l’Unione europea dovrà mobilitare “i 290 miliardi l’anno di investimenti necessari per la completa decarbonizzazione del sistema energetico europeo”. Contro l’inquinamento della plastica, anticipare al 2025 la data in cui tutti gli imballaggi di plastica dovranno essere pienamente riciclabili, compostabili o riutilizzabili.

Immigrazione: Approvare la riforma del regolamento di Dublino sulla base del testo votato dal Parlamento (ma non adottato), che prevede che “il Paese in cui un richiedente asilo arriva per primo non deve essere più, come funziona oggi, automaticamente responsabile del trattamento della domanda di asilo. I richiedenti asilo verrebbero invece invece ripartiti tra tutti i Paesi dell'Unione europea”, mentre per i Paesi membri che non accolgono la propria quota di richiedenti asilo, inoltre, ci sarebbe il rischio di veder ridotto l’accesso ai fondi dell’Unione europea. Una gestione comune delle frontiere europee e una definizione di vie legali della migrazione che consentano la gestione dei flussi e la realizzazione di politiche di integrazione a partire del rafforzamento del Fondo Asilo Migrazione e Integrazione.

Formazione e ricerca: rendere più europei i percorsi di studio e di formazione e introdurre obiettivi vincolanti all’interno del semestre e dei programmi europei che prevedono di triplicare i fondi per Erasmus+ nel periodo 2021-2027, portandoli a 45 miliardi; entro il 2024 riconoscimento reciproco e automatico di tutti i titoli di studio e dei periodi di studio all’esterno; entro il 2030 raggiungere in tutta Europa il 50% di laureati; scendere sotto il 5% nella dispersione scolastica; il 5% del Pil dedicato alla ricerca. Entro il 2021, inoltre, attuare una E-Card dello studente per accedere in tutta Europa a facilitazioni, prestazioni e servizi.

Qui il programma.

+Europa

Europa: un’Europa più democratica, tramite innovazioni politico-istituzionali e sociali mediante come liste elettorali transnazionali (partiti paneuropei) e collegio elettorale europeo, capacità legislativa propositiva del Parlamento europeo al pari dei parlamenti nazionali, istituzione di veri e propri ministri europei, elezione diretta del Presidente della Commissione europea.

Superamento del voto all’unanimità nel Consiglio dell’Unione Europea: abolire la regola dell’unanimità e passare, come per tante altre politiche comuni, a un sistema di voto a maggioranza che “consenta all’Alto Rappresentante per la politica estera dell’Unione di parlare con una sola voce”. Istituzione di un esercito e di una guardia costiera europea comune.

La creazione di un unico portale europeo dove attivare e realizzare consultazioni, petizioni, iniziative dei cittadini europei, richieste di accesso agli atti e alle informazioni, dibattiti pubblici indirizzati a tutte le istituzioni europee o con oggetto relativo a tematiche di interesse sovranazionale.

Arricchire il mercato unico con le infrastrutture e le reti di comunicazione per la sua effettiva integrazione: dalle reti per il trasporto delle fonti energetiche, a cominciare da quelle a basso impatto ambientale (come il gasdotto Tap), alle reti ferroviarie ad alta velocità per le persone e le merci, a cominciare dalla Tav Torino-Lione.

Puntare  all’eguaglianza tra uomo e donna, estendendo a tutti i paesi alcune esperienze come il congedo parentale obbligatorio anche per gli uomini, le normative per la parità nelle retribuzioni tra uomo e donna, sistemi di denuncia e protezione contro la violenza e il femminicidio.

Lavoro e imprese: più opportunità alle molte imprese italiane che competono in Europa, rivedendo alcuni dei vincoli di Maastricht e introducendo una golden rule per gli investimenti pubblici, soprattutto in ricerca e sviluppo. Istituzione di un “Assegno Europeo”, cioè un fondo pubblico europeo che sostenga le nuove e buone idee di start up, in particolare quelle che nascono nelle aree più periferiche d’Europa. Creare strumenti paneuropei di protezione e previdenza sociale, a partire da un Sussidio Europeo contro la Disoccupazione.

Intervenire sulla tassazione a livello europeo delle società che operano su più paesi e sfruttano regimi di tassazione favorevoli, soprattutto dei giganti del web.

Ambiente: Concentrare il bilancio dell’Unione Europea 2021/2027 verso sviluppo e coesione territoriale delle aree non urbane d’Europa tramite infrastrutture, agricoltura innovativa, recupero edilizio che eviti il consumo di suolo, lotta a esclusione sociale e spopolamento.

Contrastare il riscaldamento globale tramite la riduzione delle emissioni di anidride carbonica con la tabella di marcia dell’Europa che deve essere aggiornata per poter ambire a zero emissioni nette entro il 2050 e alla fuoriuscita dal carbone entro il 2030, tramite varie misure come l’eliminazione progressiva dei sussidi e dei finanziamenti dannosi all’ambiente negli Stati membri.

Immigrazione: occorre una gestione globale e coordinata del fenomeno, tramite un piano europeo. L’Europa deve assumere come europee le competenze necessarie a disciplinare e governare la presenza e l’integrazione, definendo politiche legali e adeguate di collocamento, integrazione, ingresso, circolazione, ricongiungimento, asilo ed espulsione, eguali e integrate in tutti i Paesi membri. Istituire un diritto di asilo europeo con l’apertura di canali legali e sicuri per proteggere chi scappa dalla lesione di diritti umani, con piani di ricollocamento proporzionato all’interno di tutti i Paesi membri.

Formazione e ricerca: Le imprese devono essere sempre più parte di un ecosistema integrato con il mondo dell’università e della formazione. Creare meccanismi di incentivo per università e centri di ricerca per moltiplicare i fondi conferiti dalle aziende e facilitare collaborazioni di tipo continuativo anche nella didattica.

Qui il programma.

Europa Verde – European Green Party

Europa: un’Europa federale, con il rafforzamento dei poteri del Parlamento europeo, “unica istituzione eletta direttamente dai cittadini”. Rimuovere il diritto di veto nel Consiglio dei Ministri e nel Consiglio europeo, tramite il quale ogni stato può bloccare l’azione comune. Contro lo spreco di denaro, la sede del Parlamento deve essere una e centralizzata a Bruxelles.

Introdurre un meccanismo per monitorare lo stato della democrazia, dei diritti dell’opposizione ad agire, della libertà di stampa e dei diritti fondamentali in tutti gli Stati membri della Ue, con sanzioni adeguate contro i governi che violano questi principi e valori.

L’Europa deve contribuire alla lotta contro la violenza di genere e la violenza contro le persone LGBTQ dotando dei fondi necessari il programma Diritti, uguaglianza e cittadinanza previsto dal Regolamento (UE).

Lavoro e imprese: Cogliere le opportunità della digitalizzazione, dello sviluppo dell’intelligenza artificiale e della robotizzazione, con investimenti in formazione e accompagnamento dei lavoratori. Maggiore equità fiscale. Introdurre una tassa digitale per i colossi di Internet.

Garantire un reddito minimo in ogni Paese membro. Sostenere congedi per malattia retribuiti equamente e un congedo parentale equo applicabile ad entrambi i genitori in tutti i Paesi, oltre a forme di sostegno e assistenza alla famiglia. Esperimenti su regimi di reddito di base universale e di riduzione dell’orario di lavoro a livello nazionale.

Ambiente: Le politiche economiche, sociali ed educative devono dare priorità alla trasformazione ecologica dell’economia e creino una significativa redistribuzione della ricchezza e lavoro di qualità. Limitare l’aumento globale della temperatura, con bilanci di carbonio vincolanti per i Paesi membri che riducano le emissioni di almeno il 55% entro il 2030 e che aprano la strada ad un’economia a impatto climatico zero entro il 2050.

Eliminare l’uso del carbone entro il 2030 e, in successione, gli altri combustibili fossili, cessando immediatamente l’erogazione di sussidi pubblici alle fonti fossili (che assorbono solo in Italia 18,8 miliardi di euro) per favorire invece gli investimenti, sia privati che pubblici, verso sistemi di produzione energetica e industriale sostenibili. Sostituire il modello lineare dell’economia (preleva risorse – produci – butta) con il modello circolare ispirato alle tre “erre”: Riduci la produzione di rifiuti, Riusa, Ricicla. Drastica riduzione dell’uso e della dispersione della plastica. Privilegiare l’agricoltura che esclude l’impiego di Ogm e pesticidi.

Immigrazione: una politica di asilo basata sulla solidarietà e l’introduzione di un meccanismo di ricollocazione dei richiedenti asilo che sia permanente, vincolante ed equo, così come espresso nella riforma del Regolamento di Dublino votata dal Parlamento europeo. Apertura di canali di migrazione legale per motivi di lavoro e regole comuni per la mobilità e l’ingresso dei lavoratori e delle loro famiglie nella UE, nel quadro di una gestione comune dei confini che assicuri al tempo stesso sicurezza, libera circolazione per le persone residenti nella UE e risorse adeguate per gestire l’accoglienza.

Ricerca e formazione: Investimenti pubblici nella cultura, nella scuola, nella ricerca che garantiscano ai giovani pari opportunità di studio, formazione e accesso al lavoro. Drastica riduzione delle spese militari, a favore degli investimenti per la trasformazione ecologica, il benessere sociale e la cultura.

Qui il programma.

Sinistra italiana – Sinistra Unitaria Europea/Sinistra Verde Nordica (GUE/NGL)

Europa: radicale rifondazione democratica dell’Europa: abolire la Troika, ampliare i poteri del Parlamento Europeo a scapito degli organismi intergovernativi come il Consiglio e la Commissione. La Bce deve essere sottoposta al potere di indirizzo del Parlamento Europeo. Potenziare tutte le forme di espressione e di democrazia diretta dei cittadini su scala europea. Aprire un percorso costituente per un’Europa federale che ponga alla sua base i diritti sociali, civili, di libertà, delle persone.

Riscrivere radicalmente i trattati, cambiando i parametri arbitrari di Maastricht e cancellando i principi fondativi del neoliberismo, come la competitività, la libera circolazione dei capitali senza alcuna regolazione della finanza speculativa. Vietare tutte le transazioni con i paradisi fiscali anche quando si tratta di stati membri della UE, sanzionando le banche che hanno relazioni con i paradisi fiscali.

Lavoro e imprese: Contro i rischi di disoccupazione per l’automazione nel lavoro, introdurre una riduzione generalizzata dell’orario di lavoro a 32 ore settimanali a parità di salario, modificando la direttiva europea sulle condizioni e gli orari di lavoro, che definisce gli standard minimi da rispettare per tutti gli stati membri. Definire un salario minimo orario a livello europeo, con l’armonizzazione dei contributi. Introdurre, inoltre, una “scala mobile” europea, cioè un sistema di indicizzazione automatica dei salari in tutta Europa.

Istituire un reddito di base, che garantisca il diritto all’esistenza, e sia fissato al 60% del valore del reddito mediano di ogni paese.

Contro la disparità di genere nel lavoro, introdurre una Piena parità di accesso, diritti, mansioni, retribuzioni. Rottura delle asimmetrie tra uomini e donne nel lavoro domestico e di cura a partire dall’incremento e dall’equa divisione dei congedi parentali.

Tutte le multinazionali, con particolare riguardo a quelle del web, devono garantire piena trasparenza delle loro attività attraverso la rendicontazione paese per paese e pagare le tasse dove realizzano un profitto.

Ambiente: Riduzione entro il 2030 delle emissioni di gas serra del 65%, il consumo di energia del 40% e il 45% dell’energia deve venire da fonti rinnovabili. Impedire i processi di privatizzazione, inquinamento e sfruttamento delle risorse naturali e difendere i beni comuni. Bloccare le grandi opere inutili, come la TAV Torino-Lione.
Serve un nuovo sviluppo e valorizzazione dell’agricoltura che vanno perseguiti attraverso una difesa delle biodiversità, quindi opponendosi agli Ogm.

Immigrazione: riformare il Regolamento Dublino, garantendo libertà di movimento alle persone. Fornire la possibilità di ingresso in Europa per ricerca di occupazione; la realizzazione di canali di ingresso certi per richiedenti asilo; investimenti per le politiche di inclusione sociale che prevedano la regolarizzazione delle donne e uomini già presenti negli Stati membri, compreso chi è stato costretto a svolgere lavoro irregolare emerso; la possibilità di voto amministrativo ed europeo; l’armonizzazione estensiva delle norme per l’ottenimento della cittadinanza, garantendo in ogni paese lo ius soli; la chiusura delle strutture di detenzione amministrativa; l’invalidazione e il sanzionamento di provvedimenti assunti che impediscano il soccorso in mare o in qualunque luogo e circostanza dei migranti.

Ricerca e formazione: garantire e potenziare la scuola pubblica di ogni ordine e grado, elevare l’obbligo scolastico a 18 anni, garantire la laicità e la libertà di insegnamento, il lavoro cooperativo e la collegialità nelle scuole; garantire l’accesso libero e gratuito al sistema universitario, abolendo i numeri chiusi. Finanziamenti adeguati per tutte le università, incrementandoli per quelle in maggiore difficoltà, ed il potenziamento delle risorse per il diritto alla studio.

Qui il programma.

Lega – Alleanza Europea dei Popoli e delle Nazioni (EAPN)

Europa: sovranità degli Stati e dei popoli, appoggiandosi alla collaborazione fra le nazioni. Rifiuta di qualsiasi politica volta a creare un Super-Stato o qualsiasi modello sovranazionale.

Lavoro e imprese: ognuno ha il diritto di difendere i propri modelli economici, sociali, culturali e territoriali specifici e unici in Europa.

Immigrazione: controllare e regolare l’immigrazione è conseguentemente un principio fondamentale.

Ricerca e formazione: la cultura è l’essenza stessa di qualsiasi azione politica e solo una pedagogia sia culturale sia scientifica può consentire lo sviluppo di una coscienza politica.

Qui il programma.

Forza Italia – Partito popolare europeo (PPE)

Europa: il Parlamento europeo, unica istituzione europea eletta direttamente dai cittadini, deve avere il diritto di iniziativa legislativa e il potere di inchiesta e diventare autorità di bilancio su un reale piano di parità col Consiglio europeo, che si occupi non solo delle spese ma anche delle entrate. L'Europa deve avere una sola politica estera e un unico esercito europeo per confrontarsi alla pari con Stati Uniti, Russia e Cina e aumentare le spese per sicurezza, difesa, lotta al terrorismo e cyber-sicurezza.

Serve una riforma della Bce sul modello della Federal Reserve americana, che guardi non solo all’inflazione ma anche alla crescita e alla disoccupazione. Completare il Mercato Unico dei Capitali e l’Unione Bancaria per un credito più facile alle imprese, con regole che smettano di penalizzare il nostro sistema bancario. Il mercato interno europeo deve garantire una maggiore giustizia ed armonizzazione fiscale.

Lavoro e imprese: un’Europa al fianco dei giovani e delle imprese, degli artigiani, delle professioni. Regole fiscali europee più flessibili su crescita e lavoro e la fine della politica dell'austerità. Più investimenti in infrastrutture, tecnologia, formazione, ricerca ed innovazione. Risorse appropriate per il digitale, le energie pulite, le industrie creative, l’economia circolare. Una vera politica industriale europea che riveda anche le regole della concorrenza per affrontare la competizione globale di giganti come USA, Cina e Russia.

Difendere e proteggere le imprese italiane e il lavoro. Gli accordi commerciali portano ricchezza e occupazione quando tutelano qualità, imprese e consumatori. Imporre gli standard italiani sanitari sociali, ambientali e combattere la concorrenza sleale. Continuare con le misure antidumping europee contro il sottocosto cinese. Stop a paradisi fiscali o livelli di tassazione quasi nulli, come quelli di cui godono i giganti del web.

Ambiente: I cambiamenti climatici devono essere al centro dell'agenda politica europea, perché sviluppo economico, competitività industriale e politiche climatiche sono complementari. Utilizzare materiali alternativi alla plastica non significa solo avere oceani più puliti, ma permetterà anche di risparmiare diversi miliardi di euro.

Immigrazione: Approvare subito la riforma del regolamento di Dublino per definire un sistema di asilo europeo efficace, equo e solidale. Oltre alla ridistribuzione dei richiedenti asilo, serve una strategia europea per bloccare l’immigrazione irregolare e rimpatriare chi non ha diritto di rimanere.

Qui il programma.

Fratelli d'Italia – Giorgia Meloni ha annunciato adesione ai Conservatori e riformisti europei (Ecr)

Europa: Passare da un’Unione europea a Confederazione europea di Stati nazionali liberi e sovrani, con capacità di cooperare su diversi temi come sicurezza, mercato unico, immigrazione, difesa, politica estera. Sulla tematiche nazionali, contro ingerenze esterne, gli Stati sono liberi di autodeterminarsi. Riforma della Bce e rivedere le regole bancarie con il fine di ottenere un sistema bancario come uno strumento di sostegno alle imprese e famiglie e non al servizio di finanza speculativa.

Sostegno alla “famiglia naturale” e alla natalità come priorità della Ue, tramite varie misure come assegno mensile per ogni figlio a carico, incentivi all’assunzione di neomamme, asili nido gratuiti aperti anche d’estate. Difesa dell’“identità cristiana”. No alla Turchia in Europa.

Lavoro e imprese: basta austerità, ma avviare un grande piano nazionale ed europeo di investimenti pubblici in infrastrutture, trasporti, rete digitale ed edilizia scolastica. Per realizzarlo, la proposta è quello di togliere le spese per investimenti dal computo dei parametri europei. Sostenere le aziende che che operano e assumono in Italia “per difendere il lavoro italiano e creare nuovi posti di lavoro”. Una flat tax ridotta solo alle imprese che producono in Italia con manodopera locale. Contrastare sistemi di elusione fiscale “delle multinazionali e dei giganti del web”.

Difendere gli artigiani e il piccolo commercio. Difesa del made in Italy e lotta alla concorrenza sleale: introduzione di dazi verso i prodotti di Stati terzi che non rispettano gli standard salariali, di sicurezza sul lavoro e di tutela ambientale dell’Italia.

Aiuto economico a chi è impossibilitato a lavorare per ragioni oggettive. Aumento pensioni minime e raddoppio assegno invalidità. Sostegno al terzo settore.

Ambiente: mettere al bando tutti i prodotti non biodegradabili, sostenere energie rinnovabili e pulite. Dazi nei confronti degli Stati che non rispettano l’ambiente.

Immigrazione: Controllo militare delle frontiere esterne e impedire ai barconi di partire dall’Africa. Chi entra illegalmente in Europa va trattenuto in centro sorvegliati e rimpatrio tramite accordi tra Ue e Stati terzi.

Qui il programma.

Foto in anteprima via Ansa

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Il tweet a Saviano, la gestione del dissenso contro Salvini: le parole poco convincenti del capo della polizia


[Tempo di lettura stimato: 6 minuti]

Quando abbiamo criticato la scelta di pubblicare i video dell'aggressione di Manduria da parte degli account social ufficiali della polizia di Stato, abbiamo sperato in una gestione poco avveduta di un qualche funzionario addetto al web.

Pochi giorni dopo invece lo stesso capo della polizia, Franco Gabrielli, si intesta quella scelta, definendo chi l'aveva criticata "anime belle" e "puristi della sensibilità". Devo dire che non è piacevole vedersi denigrati e dileggiati pubblicamente dal capo della polizia. La nostra era una critica solida e argomentata tra l'altro in modo molto civile. Chi ricopre ruoli così delicati e importanti dovrebbe a nostro avviso essere molto attento ai toni e al linguaggio che sceglie di usare nei confronti dei cittadini.

Avevamo sperato che a rispondere in modo così sguaiato a Roberto Saviano, qualche giorno fa, su Twitter, fosse stato un funzionario che non era riuscito a gestire in modo freddo e razionale i social in quel momento. Non ti aspetti che alle 8 di sera la polizia si possa dedicare a un flame sui social. E invece due giorni fa il capo della polizia, durante una intervista rilasciata al Corriere della Sera, si intesta anche quella scelta. Una scelta discutibile per i toni e le parole usate,  una "deriva della comunicazione istituzionale" secondo il presidente del Digital Transformation Institute, Stefano Epifani. Scorrendo i tweet e i post, inoltre, è evidente che quell'account non ha mai risposto a nessun utente in questi anni.

Etichettare una critica legittima di un cittadino come "regolamento di conti personali" non è un linguaggio che si adatta a una istituzione pubblica. Nè tantomeno definire penosa la critica. Se il capo della polizia avesse ritenuto necessario intervenire e chiarire il ruolo delle forze dell'ordine avrebbe potuto e dovuto fare una nota ufficiale usando un linguaggio degno del ruolo che si ricopre.

Non dimentichiamo che Roberto Saviano è un giornalista e scrittore sotto scorta. Una simile risposta, rivendicata fermamente dal capo della polizia, lo rende più esposto, più debole, più fragile. Non rendersene conto è grave. Non rendersi conto di aver scatenato anche in quel caso commenti aggressivi e violenti contro Saviano è grave. Fare tweet divisivi e a rischio polarizzazione non dovrebbe rientrare nelle attività social della polizia.

Marcello Pirovano, su Lettera43, ha intervistato Donatella Alessandra Della Porta, professoressa della Scuola Normale Superiore di Pisa, esperta di movimenti sociali, corruzione e sociologia politica e autrice insieme con Herbert Reiter di Polizia e protesta (Il Mulino, 2013) sul G8 di Genova del 2001. Della Porta in merito a questo tweet commenta così: "Seppur nel linguaggio dei social media, non è un tipo di risposta che normalmente una burocrazia dà: entra nel dialogo e nel commento politico. Una reazione così non la potrei immaginare in altri Paesi europei. Un’istituzione che non dovrebbe essere di parte ha utilizzato un linguaggio partigiano, per di più attaccando una persona che è già nel mirino della criminalità organizzata".

Come sottolinea anche Adriano Biondi su Fanpage: "Un linguaggio da baruffa politica, che con il ruolo e la complessità dei compiti della Polizia di Stato non c'entra nulla, ma che soprattutto apre prospettive inquietanti. Che piaccia o meno al Viminale, la Polizia di Stato ha il compito di proteggere e tutelare Saviano "anche" quando muove critiche alla Polizia di Stato o alle istituzioni. E ogni cittadino deve sentirsi libero di criticare le istituzioni e le stesse Forze dell'ordine, senza reprimende intimidatorie o gogna pubblica".

Ma le parole non convincenti se non sconcertanti di Gabrielli non si limitano alla spiegazione di quell'infausto tweet.

Alla domanda di Giovanni Bianconi sullo striscione contro la Lega rimosso a Salerno, con la polizia che entra in una casa privata, il capo della polizia risponde: «Ci sono decine di precedenti a tutela di esponenti politici di tutti i governi del passato, in cui sono stati tolti striscioni o simboli che potevano provocare turbative durante le manifestazioni di partito».

Salvini, Salerno, striscione, contestazione, polizia
via Salerno Today

In che modo uno striscione come quello rimosso avrebbe potuto provocare una turbativa durante il comizio di Salvini però non è dato sapere. E il picchetto tollerato di CasaPound a Casal Bruciato sotto casa della famiglia rom assegnataria per legge della casa, che ha scatenato - come era prevedibile - aggressioni e violenze al grido: "Ti stupro, troia", non è stato valutato nelle sue potenzialità turbative dell'ordine pubblico? Da Torre Maura a Casal Bruciato la dinamica è sempre la stessa, tanto che alcune associazione hanno deciso di presentare un esposto, come riporta Annalisa Camilli su Internazionale: “Risulta inspiegabile l’atteggiamento delle forze dell’ordine che, non intervenendo tempestivamente e nemmeno in seguito alle evidenti violazioni di CasaPound, hanno reso possibile ai loro esponenti di agire indisturbati per più di due giorni. Quelle stesse forze dell’ordine che, in tenuta antisommossa, hanno ostacolato gli attivisti e i cittadini per dimostrare tutta la loro solidarietà alla famiglia colpita”

Ancora ieri a Brembate, dove era atteso per l'ennesimo comizio elettorale il ministro Salvini, è stato rimosso, addirittura con l'intervento dei vigili del fuoco e una gru, uno striscione da un balcone con la scritta "Non sei benvenuto".

Perché questo tipo di interventi viola il principio della pacifica libertà d'espressione lo spiega Rocco Todero sul Foglio.

Bianconi poi fa notare altri episodi controversi e discutibili, come il cellulare sequestrato a Salerno alla ragazza che mentre girava il video ha messo in difficoltà Salvini che una volta li considerava "terroni". La scena inquietante e imbarazzante in cui il ministro chiede alle forze dell'ordine di cancellare il video viene ripresa dal telefonino e, per fortuna, pubblicata sui social e da lì rilanciata da tutti i media. Gabrielli qui dice una cosa abbastanza preoccupante. Riporto testualmente lo scambio con il giornalista:

«Dopo aver visto quel video ho valutato che potessero esserci profili di illiceità nel comportamento dei poliziotti, e ho dato disposizione al questore e all’ufficio ispettivo di avviare accertamenti, attivando una procedura disciplinare. Vedremo quale sarà l’esito, ma l’ho fatto prima che alla polizia venissero mosse accuse false e fuori luogo».

Però nel video si sente Salvini che ordina di cancellare il video dal telefonino della ragazza.

«Io non ho il potere di censurare l’azione del ministro. Se ravviso comportamenti scorretti dei miei uomini agisco di conseguenza. Senza attendere le reprimende di chicchessia».

Sottolinea Alfonso Raimo su Facebook:

"Salvini dà un ordine - sequestro del telefonino - a un poliziotto. Il poliziotto esegue. Il fatto diventa di pubblico dominio. I vertici della polizia valutano che quel sequestro può essere un abuso. E avviano accertamenti per un procedimento disciplinare a carico del poliziotto. A chi gli fa notare che l'ordine ingiusto viene da Salvini, Gabrielli risponde: "Io non posso censurare il ministro". Il che significa, evidentemente, che altri casi di ordini ingiusti da parte di Salvini saranno eseguiti dalla Polizia salvo poi avviare accertamenti e procedure disciplinari se si ravvisassero "elementi di illiceità". In realtà le forze di polizia non solo possono ma debbono rifiutarsi di eseguire ordini ingiusti anche se impartiti dal ministro. Tanto più se impartiti dal ministro".

Dice Gabrielli che il dissenso è tutelato, non c'è comizio senza contestazioni, e non gli risulta che si sia impedito di manifestare. Certo però fermare e identificare una ragazza senza motivo, solo perché sta criticando il ministro,

trascinare due ragazzi in questo modo così brutale e aggressivo perché hanno preso parte a una protesta contro Salvini (la madre di uno dei ragazzi è poi intervenuta su Facebook per denunciare il trattamento riservato al figlio: "Mio figlio e la sua ragazza, oggi in piazza a contestare pacificamente e democraticamente il vostro ministro di sto cazzo. Prima malmenati, poi portati via con la forza da poliziotti in borghese. Davide chiuso in una camionetta, fotosegnalato, messo sotto interrogatorio. Davide tornato a casa da poco, con addosso segni evidenti"),

vedere un ministro che urla e impreca contro un poliziotto con tanto di "E che cazzo!", mentre alcuni studenti e alcune maestre contestano promesse non mantenute, non è di certo rassicurante.

Chi vorrà protestare magari la prossima volta ci penserà due volte per non rischiare di avere problemi con la polizia. A maggior ragione è inquietante dover constatare che negli stessi giorni, un militante di CasaPound circondato da forze dell'ordine non si faccia problemi nel tentare di aggredire fisicamente una mamma con una bambina minacciandola di stupro. Non abbiamo visto in quel caso nessun fermo e nessuna identificazione sul posto, solo in un secondo momento è partita la denuncia.

Lascia poi sicuramente perplessi la risposta sul problema politico posto da un ministro dell'Interno che indossa la giacca della polizia mentre fa i suoi comizi. Per Gabrielli sarebbe una polemica pretestuosa e legge questa scelta come un segno di attenzione nei confronti della polizia. Fatto sta che da un po' di tempo, come nota lo stesso capo della polizia, Salvini ha smesso di indossarle. Una delle ultime volte si era presentato alla Camera, dove i poliziotti non possono entrare, scatenando le proteste dell'opposizione. Se da allora non lo ha più fatto, qualcosa deve essere successo, forse un richiamo dall'alto. Si vede che le critiche tanto pretestuose forse non lo erano.

Rimanendo ai fatti di questi giorni: si rimuovono striscioni, si sequestrano cellulari, si chiede di cancellare video, si fermano e identificano cittadini che esprimono dissenso durante i comizi di Matteo Salvini, ma come denuncia il deputato di Più Europa Riccardo Magi “se durante delle manifestazioni di protesta si consente ad alcune persone di arrivare a ridosso del cancello di un centro accoglienza che svolge un servizio comunale, e di minacciare dei minori ospiti urlando ‘Ragazzino, ti sgozzo!’, come è avvenuto poche settimane fa a Torre Maura; se si consente a esponenti di una formazione politica di posizionare all’interno del cortile di un condominio un gazebo e minacciare ripetutamente i legittimi assegnatari di un alloggio comunale con frasi del tipo ‘vattene, ti stupro!’, come accaduto in queste ore a Casal Bruciato; se queste cose avvengono con e nonostante una grande eco mediatica, credo ci si debba porre delle serie domande sulla gestione dell’ordine pubblico”.

Chi sa se ieri il picchiatore di Forza Nuova è stato fermato e identificato dalla polizia. Perché dalle immagini non sembra sia successo.

Foto via Identità Sorgenti

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Il caso Altaforte: il problema è il fascismo dei neofascisti


[Tempo di lettura stimato: 13 minuti]

La vicenda che ha coinvolto la casa editrice Altaforte, il suo titolare Francesco Polacchi e il Salone Internazionale del Libro di Torino si è conclusa con l’esclusione della prima dalla manifestazione, proprio alla vigilia. Le polemiche intorno alla presenza dell’editore fascista sono da subito esondate da una semplice questione tra addetti, e non poteva essere altrimenti. Prima c’è stato il lancio del libro intervista di Chiara Giannini, Io sono Matteo Salvini, edito per l’appunto da Altaforte, poi l’annuncio che il libro sarebbe stato presentato al Salone di Torino. Come scritto da Adriano Sofri sul Foglio, “la combinazione fra il gruppo fascista e un vicepresidente del governo e titolare diurno e notturno del Viminale” è una questione che va "riacciuffata”, anche perché Salvini non ha espresso distanza o imbarazzo verso l’operazione: ha solo precisato, a mezzo ufficio stampa, di aver concesso l’intervista all’autrice senza stipulare contratti con Altaforte. Evidentemente tra una domanda e l’altra non gli è venuto di chiedere “Dove esce l’intervista?” e se l’ha fatto si è accontentato di risposte vaghe.

Altaforte fa capo a Sca2080, società editrice che pubblica il Primato Nazionale e che, secondo l’Espresso, ha fatturato oltre 200mila euro nell’ultimo bilancio del 2017. Il suo amministratore unico è sempre Francesco Polacchi, e di recente ha aperto due librerie - a Bolzano e Piacenza. Quanto a Polacchi, del suo curriculum va posta in primo piano la militanza politica e relativa propensione alla violenza. Nel 2008, quando era nel Blocco Studentesco, era tra gli studenti fascisti che hanno aggredito quelli dell'Onda, episodio per cui è stato arrestato e in seguito condannato in primo grado a un anno e quattro mesi. È tra i militanti che, per estremo rispetto della libertà di espressione, irrompono nello studio di Chi l'ha visto? durante una puntata che mostra quelle aggressioni e il ruolo avuto da Polacchi stesso. C'è poi l'accoltellamento di un sassarese (reato andato prescritto nel gennaio 2017) a Porto Rotondo, l'aggressione a militanti del centro sociale Acrobax, i tafferugli nel quartiere di Casalbertone, e il rinvio a giudizio per l'aggressione a Milano di membri dell'associazione "Nessuna persona è illegale", processo per cui Polacchi aveva un'udienza proprio durante i giorni del Salone.

Quando si parla di Polacchi e Altaforte, in sostanza, stiamo parlando del braccio editoriale di CasaPound. In un mondo molto distante da quello in cui viviamo un Ministro dell’Interno dovrebbe contrastare le formazioni neofasciste, e non flirtare con loro. Invece in quello in cui viviamo il libro di Chiara Giannini suggella le contiguità politiche tra il leader della Lega e CasaPound, contiguità che abbiamo potuto vedere nella linea tutto sommato morbida che Salvini ha tenuto verso la situazione di Casal Bruciato (dove ha promesso “dossier rom”), dove CasaPound ha agito con minacce e intimidazioni - con il vigliacco corollario dell’evidenza negata. Senza contare le frequentazioni ufficiose, con Salvini che fa finta di non sapere chi sia Polacchi, venendo smentito da Lilli Gruber e Alessandro De Angelis a Otto e Mezzo.

La foto mostrata nel video, oltre a Polacchi, ritrae lo stato maggiore di CasaPound - poco plausibile che Salvini si sia fermato a un tavolo per un giro di selfie senza sapere chi fossero quei commensali. Com’è poco plausibile che, nello sfoggiare allo stadio un giubbotto Pivert, marchio di Polacchi, quella sera fosse uscito indossando la prima cosa uscita dall’armadio. Le condanne generiche di violenza o gli intenti dichiarati di sgombrare la sede occupata di CasaPound lasciano il tempo che trovano, di fronte per esempio al comportamento della polizia ancora a Casal Bruciato, tra il tollerante e l’ambiguo. E ciò di fronte al clima ignobile creato attorno a una famiglia che, semplicemente, ha diritto ad abitare dove sta, e che è stata oggetto di minacce e intimidazioni per questioni etniche - evidentemente essere rom pone fuori dallo stato di diritto, ormai. Non si capisce perché sia stato permesso a CasaPound di allestire il gazebo all'interno del condominio, non si capisce perché sia stato permesso di far perdurare una minaccia all'incolumità di quella famiglia, non si capisce perché lo squadrismo di quartiere è considerato protesta, mentre chi si mobilita in difesa di diritti elementari deve farlo davanti alla polizia in tenuta antisommossa.

Quel che si capisce, però, è che in nome del "Prima gli italiani" la Lega può tranquillamente giocare di sponda con lo squadrismo di CasaPound. La formazione neofascista è troppo radicale e minoritaria per impensierire la vocazione maggioritaria del partito di Salvini, ma favorisce la Lega polarizzando in modo ancora più estremo l’opinione pubblica su temi comuni ai due partiti.

Perciò, rispetto alla presenza dello stand di Altaforte al Salone di Torino, chi ha parlato di un piccolo editore e di un partito con una percentuale risibile non ha avuto ben chiaro il contesto, o l’ha bellamente ignorato. Attraverso Altaforte CasaPound ha puntato a sfruttare la manifestazione per egemonizzare il dibattito pubblico, e l’occasione gliel’ha fornita il libro intervista a Salvini. L’annuncio di una presentazione del libro al Salone, a pochi giorni dall’inizio dell’evento, quando cioè la macchina organizzativa era maggiormente sotto sforzo, non può essere derubricata a casualità o provocazione. E la risposta del Salone purtroppo è stata parte del problema.

Prima di ogni critica va spezzata una lancia in difesa di Nicola Lagioia e del comitato editoriale. Nel momento in cui è stata negata la presenza del libro nel programma ufficiale, ma non dello stand di Altaforte, la palla era appannaggio di chi gestisce la parte commerciale dell’evento. E chiamava in causa uno scarso o nullo controllo sulla concessione degli stand - probabilmente per battere il più possibile cassa. I profili ufficiali del Salone hanno taciuto nei primi giorni, uscendo con un comunicato del comitato d’indirizzo solo il 4 maggio. Lagioia, forse sentendo il peso e la responsabilità di chi ci mette la faccia, e perché chiamato in causa da più parti su Facebook e Twitter, si è speso a rispondere per quanto riguarda il programma e per la questione dello stand fin da subito.

A parte scambi di commenti, la sua replica ufficiale è stata un post su Facebook sottoscritto dal comitato editoriale, post poi ripreso dal blog Minima & Moralia (che però non è un canale ufficiale del Salone né un suo partner). Pur facendosi carico di rispondere al dibattito scaturito, nella risposta c’è un riduzionismo - quello sui dieci metri quadri di stand su 60mila di spazio espositivo - che, a posteriori, palesa la sottovalutazione della crisi in corso. Quando inoltre si legge “La politica quest’anno la lasciamo agli scrittori, ai filosofi, ai giornalisti, ai politologi, agli artisti in generale”, la frase stride con quanto dichiarato in seguito dal giornalista Jacopo Iacoboni, autore del libro "L’esecuzione" (edito da Laterza), libro lasciato fuori dal programma perché – è lo stesso giornalista a spiegarlo su Twitter – “gli organizzatori hanno risposto che in questa edizione preferivano non avere libri con partiti politici per oggetto”.

Ora, nell’allestire un programma per una manifestazione del genere è fisiologico che si dicano dei “no”. Ma dire no all’inchiesta di un giornalista sul partito che ha vinto le scorse elezioni parlamentari in nome del “no ai libri sui partiti” sa della peggior Rai sotto campagna elettorale.

Dopo la presa di posizione del comitato editoriale, a tenere banco sono state le dimissioni di Christian Raimo, consulente del Salone e membro del comitato editoriale. Raimo, in un altro post su Facebook, dopo aver dichiarato che “l’antifascismo oggi o è militante o non è”, si è lanciato in una disamina di come le idee “neofasciste, sovraniste” siano “la base per l’ideologia della forza maggioritaria di governo”, chiamando in causa alcuni intellettuali e giornalisti di quell’area, puntando il dito contro il “razzismo esplicito” sdoganati nei media mainstream.

In questo smarcamento in avanti rispetto alla posizione più prudente del comitato, Raimo si è trovato esposto al fuoco di ritorno della destra, da Nicola Porro – “scatta la censura comunista di Raimo” – alla sottosegretaria del Mibact, la leghista Lucia Borgonzoni. “Censura” e “lista di proscrizione” sono state le parole d’ordine di chi, evidentemente, non aspettava altro. A ciò Raimo ha risposto prima cancellando il post senza spiegazioni e poi dimettendosi da consulente del Salone - ma in seguito ha annunciato la presenza come “autore, lettore e cittadino”. Dimissioni per certi versi forzate, senza le quali la Lega avrebbe guidato l’assalto al Salone e al suo direttore artistico.

Si è trattato ancora di una sottovalutazione di quanto era in ballo. Se l’antifascismo è “militante o non è”, e si denuncia un quadro ideologico di pericolosi sdoganamenti, bisogna andare fino in fondo oppure si dimostra di aver parlato a sproposito. E, fatto non secondario, si contribuisce alla distorsione linguistica dei concetti criticati (fascismo, razzismo, sovranismo), a vantaggio di chi li cavalca. La giornata che ha visto le dimissioni di Raimo è anche quella in cui è uscito il già citato comunicato ufficiale del Salone. Di fronte a una questione culturale e politica, di fronte a una comunità di addetti e lettori che chiamava a una presa di posizione, il comitato d’indirizzo si è impantanato nei cavilli:

Il Comitato di Indirizzo della 32a edizione del Salone del Libro, chiamato a monitorare, nelle diverse fasi, la realizzazione delle attività culturali della fiera di maggio, sottolinea che il Salone ha scelto in piena consapevolezza di non diventare palcoscenico elettorale, al fine di non trasformarsi in una cassa di risonanza troppo facile da strumentalizzare; e ancora di essere plurale e aperto alla discussione, perché il dialogo è fondamento della democrazia. Il Salone è quindi ambasciatore della Costituzione. E la Costituzione, al suo articolo 21, afferma che «tutti hanno diritto di manifestare liberamente il proprio pensiero con la parola, lo scritto e ogni altro mezzo di diffusione».
La Legge Scelba del 1952, coordinata con la Legge Mancino del 1993, sanziona e condanna chiunque propagandi idee fondate sulla superiorità o sull’odio razziale o etnico, rendendo reato in Italia l’apologia di fascismo. Materia della magistratura, quindi, è giudicare se un individuo o un’organizzazione persegua finalità antidemocratiche. È pertanto indiscutibile il diritto per chiunque non sia stato condannato per questi reati di acquistare uno spazio al Salone e di esporvi i propri libri.

Ciò ha prodotto una forte reazione. Un po’ perché è passato il messaggio “è la magistratura a decidere chi è fascista, per il resto basta che uno paghi lo stand”, un po’ perché la combinazione tra quel comunicato e le dimissioni di Raimo ha innescato una risposta mobilitante, oltre lo strumentale frame “Altaforte casa editrice sgradita alla sinistra”.

Sono arrivate le importanti defezioni di Wu Ming (“Per rigettare il fascismo non serve un timbro della questura”), Zerocalcare, Carlo Ginsburg, Francesca Mannocchi,  Tomaso Montanari, Salvatore Settis, della presidente dell’Anpi, Carla Nespolo, e di alcuni editori – People e Manifestolibri. Nell’annunciare la propria assenza, Zerocalcare ha forse tracciato meglio di tutti il senso di trovarsi a stretto contatto con i fascisti. L’antifascismo a microfoni e telecamere accese è ben diverso dall’antifascismo che si può essere costretti a mettere in campo quando si è lontani dai riflettori, e si ha a che fare con la minaccia di possibili azioni squadriste (come raccontato su Twitter da Mauro Vanetti). Entrano in ballo le garanzie di incolumità che dovrebbero essere scontate per un evento come il Salone, ma che invece la presenza dei neofascisti fa venir meno.

Queste rinunce hanno creato un vuoto evidente attorno a chi, magari, preferiva sposare la linea del “il fascismo si batte con le idee”, o che semplicemente si interrogava sul da farsi. Hanno costruttivamente spinto gli addetti - scrittori, editori, ospiti - a chiarire la propria posizione col maggior grado di trasparenza possibile. Lo scrittore Gianluigi Ricuperati ha proposto che per le prossime edizioni il Salone si doti di criteri per la selezione all’ingresso degli stand. Su Facebook sono stati lanciati eventi come “Cantare Bella ciao davanti allo stand di Altaforte”. Eris Edizioni ha proposto di esporre l’adesivo “editoria antifascista”. Il boicottaggio, del resto, ha un costo che un piccolo editore non può permettersi, visto che al Salone si paga per esporre e quindi ritirarsi avrebbe significato perdere i soldi investiti. Un problema che ha spiegato l’editore indipendente Effequ.

Così, mentre una buona parte di giornalismo mainstream (tra cui Luca Telese, Pierluigi Battista, il già citato Nicola Porro e Antonio Polito) propinava la storia degli intellettuali di sinistra censori, il mondo dell’editoria in procinto di radunarsi a Torino e i visitatori col biglietto del treno in mano discutevano pubblicamente su come porsi di fronte alla presenza dei fascisti al Salone. In parte il dibattito ha avuto dei tratti autolesionistici, da esibita contrapposizione interna. È stato improprio parlare di “Aventino”, perché uno scrittore o un editore che decide di boicottare un evento è cosa diversa da un partito politico, così come un evento culturale è cosa ben diversa dal parlamento. Mentre la comunicazione a botte di hashtag #iovadoatorino ha spostato il dibattito sulle distinzioni all’interno di una parte, e non sul problema di partenza.

Si poteva insomma sfiorare lo psicodramma, finché non sono intervenuti due nuovi episodi. Polacchi, ringalluzzito dalla piega degli eventi, ai microfoni della Zanzara ha alzato il tiro, dichiarandosi apertamente fascista e bollando l’antifascismo come “vero male di questo paese” - con annessi elogi a Mussolini. Soprattutto, è arrivata la pesantissima rinuncia del Museo di Auschwitz e di Halina Birembaun, sopravvissuta al lager:

Non si può chiedere ai sopravvissuti di condividere lo spazio con chi mette in discussione i fatti storici che hanno portato all’Olocausto, con chi ripropone una idea fascista della società. Non si tratta, come ha semplificato qualcuno, del rispetto di un contratto con una casa editrice, bensì del valore più alto delle istituzioni democratiche, della loro vigilanza, dei loro anticorpi, della costituzione italiana, che supera qualunque contratto.

Se prima si poteva provare a minimizzare (menzione d’onore per Enrico Mentana che c’è riuscito lo stesso, nel dare la notizia della rinuncia del Museo di Auschwitz), una rinuncia così importante, proprio nel centenario della nascita di Primo Levi, ha spalancato le porte dell’opinione pubblica internazionale. Ha disvelato la pretestuosità di molte difese d’ufficio. Prima, entro i binari mistificatori del “dagli agli intellettuali radical chic” si poteva gridare alla censura attraverso consolidate dinamiche di consenso. Dopo, è semplicemente diventato ridicolo pensare “il Museo di Auschwitz censura”, o “Il Museo di Auschwitz dovrebbe combattere il fascismo con le idee”, o “il vero fascismo è quello del Museo di Auschwitz” senza risultare ridicoli o in malafede. A qualcuno è per caso saltato in testa di dire “Halina Birembaun ha sbagliato, se li avesse ignorati avrebbe dato loro meno visibilità”? Quanti si erano accodati alle narrazioni tossiche, o le avevano promosse in prima persona, si sono semplicemente chiusi in una bolla, continuando a cantaserla da soli intanto che la realtà bussava sonoramente alla porta.

Di fronte alla prospettiva di dover rispondere alla stampa estera a domande su uno “stand grande come un’edicola”, dalle parti di Torino si è capito di dover cambiare strategia. Il presidente della Regione Piemonte, Sergio Chiamparino, e la Sindaca Chiara Appendino annunciano una denuncia per apologia del fascismo contro Polacchi. E si tratta dello stesso Chiamparino che nemmeno 24 ore prima dichiarava: “Non si può impedire amministrativamente a una casa editrice di partecipare al Salone del Libro. [...] Finché non interverranno decisioni di ordine superiore che provino che lì c’è un’attività che viola la Costituzione ha diritto di esserci”. Si arriva così all’epilogo di giovedì sera, con il Salone che rende esecutiva la richiesta di Chiamparino e Appendino di rescindere il contratto con Altaforte. Ovvero di fare ciò che a inizio settimana era stato dichiarato impossibile.

Per una volta però l’impossibile si materializza: Altaforte finisce fuori dal Salone e chi aveva annunciato il boicottaggio riprende la strada per Torino. Potrebbe sembrare una favola a lieto fine, se non fosse che le favole sono narrazioni allegoriche, non cronaca. E allora, in conclusione, bisogna tirare le somme, e guardare indietro con un occhio a ciò che ci aspetta in futuro. Sulle narrazioni tossiche che hanno accompagnato questi giorni rimando al blog del collettivo Wu Ming, che ha commentato l’esclusione di Altaforte. Qui mi concentrerò sugli aspetti da tenere a mente per il futuro.

L’estrema destra è brava a fare propaganda, e perciò non va sottovalutata – men che meno ignorata a prescindere. Aggredisce i punti deboli di una piattaforma (in questo caso il Salone) e cerca di occuparli. Parte integrante della propaganda è la dissimulazione, che contempla il vittimismo e la menzogna esplicita, esibita – squadrismo e dissimulazione sono due gambe dello stesso corpo. Per i fatti di Casal Bruciato, Mauro Antonini di CasaPound ha negato minacce e insulti gridati da un militante del partito, proprio mentre un giornalista  gli mostrava il video incriminante. Vi sembra normale? Perciò, come sintetizzato da Flavio Pintarelli, occorre sempre ragionare su come sottrarre a questi movimenti le piattaforme di comunicazione - che è cosa ben diversa dal contenderle.

Il ricorso sistematico a dissimulazione e menzogna implica delle contraddizioni evidenti. Confrontate per esempio le dichiarazioni  di Polacchi che hanno contribuito alla revoca dello stand con il comunicato di Altaforte del 3 maggio. Qui abbiamo una casa editrice “senza alcun riferimento a soggetti di natura politica o partitica” che è interessata al massimo all’area culturale del “sovranismo”. O l'ufficio stampa di Altaforte non sa bene per chi lavora, o c'è qualcosa che non torna. Ironia a parte, se non si è in grado di capitalizzare queste contraddizioni, se non si è in grado di attuare una mobilitazione concreta e di usare la fase esplosiva-aggressiva contro i neofascisti, il confronto su un piano puramente retorico è destinato alla sconfitta, o nella peggiore delle ipotesi favorisce un processo di normalizzazione dei neofascisti.

Venendo alla parola "sovranismo", al di là degli studi in materia o di posizioni specifiche, in Italia sta diventando qualcosa di simile ad “alt-right” negli Stati Uniti. Un’area di convergenza semantica e di senso in cui chi porta avanti un’agenda neofascista cerca una zona grigia di contatto con altre aree, per estendere la propria influenza o veicolare contenuti che altrimenti incontrerebbero maggiore resistenza da parte dei media mainstream. Non a caso il Primato nazionale si presenta come “quotidiano sovranista”. Dall’esterno è opportuno evitare di considerare “sovranismo” e “neofascismo” come sinonimi o realtà perfettamente sovrapponibili, è una semplificazione che può ritorcersi contro chi la adotta. Dall’interno è bene che studiosi, giornalisti, editori e così via tengano conto di questa ambiguità, anche solo chiarendo la propria posizione per onestà intellettuale e autotutela. Magari evitando di fare come l'autrice di Io sono Salvini, Chiara Giannini, che si è paragonata ai prigionieri di Auschwitz, con cui avrebbe condiviso una restrizione della libertà personale. Un paragone che travalica abbondantemente la decenza e la verità storica, e dove il vittimismo esibito davanti ai microfoni, proprio mentre si parla di censura, appare davvero come qualcosa di piccolo e abietto. Speriamo non diventi di moda accostarsi ai prigioniero di Auschwitz in presenza di qualche restrizione, altrimenti le persone imbottigliate nel traffico potrebbero paragonarsi a Primo Levi in Se questo è un uomo, alla faccia di qualunque revisionismo o negazionismo.

Usate fin troppo a sproposito, parole come "censura" e "lista di proscrizione" evocano un mondo dove la pubblicazione di libri passa per autorità poliziesche, o richiamano le liste in diretta televisiva del presidente filippino Rodrigo Duterte. Non c'entrano nulla con quanto successo attorno al Salone di Torino, anche perché era contestata la presenza a un evento - se un libraio dice "no" a una presentazione, l'autore e l'editore sono censurati? Se decido di boicottare sto censurando, o faccio valere il mio diritto a manifestare dissenso? Si è parlato di "libertà di espressione" e articolo 21 della Costituzione, ma l'articolo 21 della Costituzione non dà il diritto di dire ciò che si vuole quando si vuole. Ad esempio è persino bacchettone quando recita "Sono vietate le pubblicazioni a stampa, gli spettacoli e tutte le altre manifestazioni contrarie al buon costume". Un principio che può essere contestato, certo, ma che non può essere eluso proprio perché sancito dalla Costituzione. Si è perciò trasmessa un'idea di libertà di espressione irreale, caratterizzata da deresponsabilizzazione e impunità – solo il forte, nel mondo attuale, può arrogarsi di dire quel che vuole, per gli altri valgono le leggi in vigore.

Nel mondo attuale esistono concetti normati come diffamazione, calunnia, minaccia, vilipendio, istigazione a delinquere e reati d'odio, e chi parla di libertà di espressione in senso assoluto o a sproposito fa semplicemente finta che non esistano - coerenza vorrebbe che ne chiedesse l'abolizione in blocco, coerenza vorrebbe una militanza attiva a riguardo perché se siamo in un paese dove vigono "le liste di proscrizione" o le "censure fasciste" c'è come minimo da allertare l'opinione pubblica internazionale sull'esclusione di Altaforte dal Salone. Invece quello che accade è che si brandisce la "censura" come una barzelletta che non fa ridere, e la si scaglia addosso per reprimere un dissenso più che legittimo, quando entra in ballo il neofascismo. Tutta la cordata del "il vero fascismo è di chi censura" vista per il caso Altaforte è peculiare di questo uso strumentale. Da una parte c'è la tendenza a considerare il fascismo come un fenomeno storico, del passato, o comunque talmente marginale da essere più che altro un'ossessione della sinistra (eran tutti di sinistra quelli contrari ad Altaforte al Salone? Che han votato?). Dall'altra, quando si dice "il vero fascismo è di..."si ammette l'esistenza di un problema che passa per la parola "fascismo", ma solo per criticare un'area politica proprio mentre si mobilita per contrastarlo. E quindi lo si ammette come puro pretesto formale per, di fatto, fare un favore ai movimenti neofascisti, che quella parola non si limitano a pronunciarla nel fantomatico mercato delle idee, ma la incarnano come eredità politica da concretizzare.

Foto in anteprima via Fanpage

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I reati dei figli, le responsabilità degli adulti


[Tempo di lettura stimato: 4 minuti]

di Chiara Centamori

Si dice che la mela non cada mai troppo lontano dall'albero ma forse è solo un altro stereotipo di cui dovremmo liberarci, una spiegazione troppo facile per fatti e comportamenti dai quali non ci è consentito distrarre lo sguardo e negare la nostra presenza.

La cronaca ci racconta due episodi avvenuti in due province molto distanti fra loro, Viterbo e Manduria. Alto Lazio e profonda Puglia, un'accusa di stupro e una serie di aggressioni a carico di un anziano con disabilità, crimini in apparenza distanti tra loro per geografia e tipologia di reato.

Eppure un filo conduttore esiste non solo nella particolare gravità dei reati commessi e nella giovane età dei protagonisti, ma soprattutto nella indulgente complicità che alcuni adulti hanno mostrato di fronte ai fatti.

Spaventa la fragilità di alcuni genitori che, sgomenti, non riescono a riconoscere nei loro figli gli individui capaci di agire così al di là dei loro precetti. Fa inorridire la lucida reazione di altri alle prove di sfrontatezza e violenza che gli eredi gli forniscono al fine di compiacerli. Raggela indubbiamente l’assenza di empatia per le vittime ma, soprattutto, il tentativo immediato di derubricare i reati e di sottrarre gli autori degli stessi al corso della giustizia.

Non è la prima volta che assistiamo a questo spettacolo. Sempre più spesso leggiamo di genitori vendicatori che aggrediscono le autorità costituite (di solito quelle scolastiche) ree di tarpare le ali o di comminare pene troppo severe ai giovani rampolli. O scopriamo, appunto, padri che cercano di suggerire ai figli il modo di distruggere le prove dei loro reati e madri che realizzano improvvisamente che quell’individuo che abita in casa loro, forse, non è solo l’adolescente svogliato che mette in disordine, non ubbidisce, passa troppo tempo tra smartphone e videogame, va benino a scuola, ha tanti amici e suona la chitarra.

L’epifania peggiore per un genitore è proprio questa: trovarsi di fronte alla plastica realizzazione che i figli non solo non sono esattamente come ci eravamo immaginati ma nemmeno ci appartengono.

Perché la verità, colpevolmente sottaciuta sin dal corso pre-parto, è che noi letteralmente li mettiamo al mondo ma da quel momento in poi è solo un accidentato percorso verso il distacco.

Sono persone, individui, con una loro indole, crescono nel nostro solco educativo ma non siamo gli unici ad influenzarne la sfera di valori, i sentimenti, le aspettative. Non sappiamo cosa ne sarà di loro, se saranno sani, civili, retti. Non possiamo davvero prevedere che strada prenderanno e annaspiamo quotidianamente nel cercare di capire quale insegnamento potrebbe essere più utile per il loro futuro.

Cerchiamo di proteggerli e controllarli mettendogli in mano, sempre più presto, strumenti meravigliosi e terribili, senza renderci conto che il rovescio della medaglia è un illimitato potere di scelta e un costante desiderio di abbattere i confini entro i quali, secondo i nostri parametri forse un po’ antiquati, dovrebbero muoversi.

Vediamo quello che vogliamo vedere, siamo portati a ignorare i segnali che a volte arrivano dalla scuola, dalla rete sociale, dalle ragazze e dai ragazzi stessi. Siamo impreparati, incoerenti, ci sentiamo soli e disperati di fronte all’ipotesi di un problema e delle sue reali dimensioni anche perché, intimamente, sappiamo che l’ambiente che abbiamo contribuito a creare intorno a loro non è certo un giardino incantato.

Questi ragazzi infatti, “normali” (con tutto il peso e l’insensatezza contemporanea del termine) fino a prova contraria, sono figli di tutti, della società che quotidianamente gli costruiamo (o decostruiamo, dipende dal punto di vista) sotto gli occhi, delle sue verità e contraddizioni, dello spessore o dell’inconsistenza delle relazioni che siamo capaci di creare e alimentare dentro e fuori casa, delle nostre inadeguatezze e dei nostri tentennamenti, dei conflitti aspri che inneschiamo con i nostri pari su valori e tematiche che dovrebbero essere patrimonio condiviso, del trattamento che noi stessi riserviamo agli altri in generale e a determinate categorie sociali in particolare.

E allora a un certo punto eccoci costretti a sviluppare una tragica consapevolezza, sgomberando il campo dalle ipocrisie e facendo i conti con la realtà: anche nelle migliori famiglie può crescere un figlio che delinque (e per fortuna anche il contrario, come accaduto a Napoli dopo l’ultimo sanguinoso agguato nato in contesto camorristico).

La mela può cadere lontanissima dall’albero.

Ed è qui che, fuor di stereotipo, fare il genitore diventa il mestiere più difficile del mondo. Sulla carta nessuno di noi può sapere come reagirebbe di fronte ad un fatto simile ma è in questo punto e momento preciso che si scoprono i nervi, si capisce se le connessioni sono sane, si comprende se i valori e l’amore che professiamo sono abbastanza solidi da sostenere il peso della responsabilità.

Perché è davvero doloroso vedere un educatore minimizzare o negare i fatti pur di non riconoscere la realtà di un figlio che sbaglia. Perché non possiamo volerli adulti e indipendenti quando ci fa comodo ma pretendere di parlare per loro conto e di sminuire le loro azioni e le loro scelte, anche quelle peggiori, quando queste si allontanano dalla nostra visione delle cose.

Questo modo di agire significa percepirsi non come organismo essenziale in un ecosistema che si mantiene in buona salute anche grazie alle nostre scelte, ma come grumo solitario, in guerra con tutti gli altri, teso soltanto a difendere la propria esistenza e quella dei suoi più stretti congiunti. Significa non aver compreso che il senso più alto dell’amore, anche di quello genitoriale, è dire la verità e offrire il proprio inesauribile sostegno per affrontarla.

Certo, anche i genitori, gli adulti, hanno il diritto di non essere abbastanza forti per sopportare un simile peso ed è per questo che dovremmo lavorare sempre parallelamente per costruire e mantenere comunità capaci di intercettare i problemi, reagire compatte, fermare le derive, espellere i veleni senza per questo trasformarsi in carnefici.

Punire, ottenere giustizia, non dovrebbe mai fare rima con vendetta così come il bene più profondo non dovrebbe mai significare la negazione del nostro essere sociale, del nostro dovere di cittadini verso la collettività, pena la distruzione della sua stessa struttura e anche del modello educativo sano di cui tanto ci riempiamo la bocca.

Dovremmo interrogarci di più e meglio sulla nostra crescente e documentata ritrosia a prendere decisioni nette, ad accettare e gestire un conflitto sano, a far pesare il nostro ruolo di educatori e membri adulti della comunità senza per questo schiacciare i desideri e le individualità di chi sta crescendo.

Dovremmo ricominciare ad accettare all’interno dei nostri nuclei lo sguardo degli altri che spesso può svelarci cose che noi non riusciamo o non vogliamo vedere.

Dovremmo ricordare che evitare l’emulazione e la normalizzazione di alcuni comportamenti è un lavoro che richiede la collaborazione di tutti, la famiglia da sola non basta, perciò l’educazione non potrà mai essere soltanto una questione privata ma è e deve rimanere un fattore essenziale di confronto e coesione sociale.

Immagine in anteprima via Corriere della Sera

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Se per la nostra società lo straniero è una questione di sicurezza


[Tempo di lettura stimato: 8 minuti]

La notte di sabato 20 aprile, alla stazione Termini, una lite tra senza dimora è finita con una coltellata. Georgiana la vittima, marocchino l’aggressore. Nel dare la notizia il 23 aprile, Repubblica Roma ci fa sapere dal sommario:

Arrestato l'aggressore, un cittadino marocchino che non ha precedenti per vicende legate alla Jihad. Il ferito, colpito alla gola, non è grave e ha cambiato più volte versioni sull'accaduto. Il pm contesta il reato di tentato omicidio con l'aggravante dell'odio religioso.

Nel titolo si dà rilievo, con tanto di virgolettato, alla vittima ("Io accoltellato perché avevo crocifisso"). Anche se, come viene dato conto nel resto dell’articolo, la versione dell’accoltellato è ancora da chiarire, il titolo non dà spazio a dubbio. E il titolo, si sa, è ciò che veicola il nostro primo sguardo su una notizia.

Proseguendo con la lettura, nello spazio riservato al solito balletto interno alla maggioranza, Salvini (già menzionato nel sommario) si preoccupa di aumentare i controlli in “luoghi di aggregazione islamica” (la stazione Termini vi rientra?), e il M5S ribatte, tramite una lettera di Di Maio a Conte: “Bisogna fare di più sui rimpatri che sono fermi al palo”.

Insomma, tanto è bastato perché nel frattempo – come in una versione per adulti del telefono senza fili – tra agenzie, cronaca locale, cronaca nazionale e Giorgia Meloni si finisse a parlare di jihad.

Come riscontrato poi su Fanpage da Valerio Renzi, la notizia si è diffusa da un comunicato della questura di Roma (“a dire il vero con non particolare enfasi”). A far scattare l’ipotesi di un aggravante per odio religioso è stata una frase riportata da un testimone oculare, secondo cui l’aggressore avrebbe urlato “italiano cattolico di merda” prima di colpire. E la questura, sentita dallo stesso giornalista, ha ridimensionato l’episodio.

Queste distorsioni paranoidi sono ormai all’ordine del giorno, e non certo da oggi. Su Valigia Blu nel 2015, ad esempio, ci occupammo di un caso dove la presenza di un crocifisso trasformò una lite scolastica tra dodicenni in un’aggressione a sfondo religioso, complice la nazionalità di uno dei due (era senegalese). Episodi di cronaca che solitamente sarebbero trascurati, o al limite riguarderebbero la dimensione locale, diventano casi nazionali entro la cornice di uno scontro civiltà – la “loro” verso la “nostra” – o persino del rischio terrorismo.

L’inquadramento stereotipante è ormai una delle spie di come, anche nel quotidiano, la sicurezza e l’ordine pubblico siano diventati temi dominanti quando parliamo di stranieri, specie se non bianchi, o di etnie quali sinti e rom. A Casal Bruciato una famiglia rom, assegnataria di casa popolare, è stata aggredita con insulti e minacce da militanti di CasaPound: "troia", "schifosa", "puttana", "ti stupro" rivolti a una madre coi suoi figli. Sull'accaduto il Ministro dell'Interno, dopo una generica condanna di violenza e minacce "da qualunque parte arrivino", ha specificato che sta preparando,"parlando per l'appunto di sicurezza, un dossier rom". Un commento che di sicuro avrà tranquillizzato la famiglia che deve continuare a vivere a Casal Bruciato anche dopo i fatti degli scorsi giorni.

La sicurezza è la lente sopra i nostri occhi quando guardiamo a chi ci è straniero. E anche quando il linguaggio cerca la strada della razionalità, non può fare a meno di parlare per numero di rimpatri, irregolari, reati. O, come riportato l’anno scorso dall’Istituto Cattaneo, può certificare la dissonanza cognitiva di un intero popolo: solo il 27% degli italiani sa fare una stima precisa del numero di stranieri presenti sul territorio, e al contempo siamo i primi in Europa nel sovrastimarne questa presenza (“lo  scarto tra la percentuale di immigrati presenti in Italia e quella percepita dagli intervistati è maggiore tra chi si definisce di centrodestra o di destra.”)

immigrazione, percezione, Unione europea, Italia
Abbiamo accettato a monte l’idea che essere stranieri sia una condizione potenzialmente criminale, che sia normale pensare così. Un pericolo, qualcosa che ci rende meno sicuri.  Oscilliamo tra i ringhi – “stop invasione!” – e la loro versione paternalista – “aiutiamoli a casa loro”, “non possiamo accoglierli tutti”–. Non sono entrambe figlie dell’idea di un insostenibile esodo verso l’Italia, ancora prima di entrare nel merito di qualunque discussione? Senza questo implicito, ci apparirebbero come discorsi sciocchi, non li prenderemmo sul serio a nessun livello. Ci sembra persino umano, di fronte alle navi bloccate fuori dai porti, ragionare in termini di “facciamo sbarcare donne e bambini”, senza nemmeno porci il problema di cosa significa separare le famiglie dopo simili traversate, e certificando l’equazione “maschio adulto straniero = pericolo”.

Chi sparge il veleno del razzismo per facilitarne la digestione lo accompagna poi con vuoti distinguo, come “mica ce l’ho con chi viene in Italia a lavorare, ce l’ho con i clandestini che vengono qua a delinquere”. Un discorso simile presuppone un mondo dove, progettualmente, frotte di persone si organizzano per venire in Italia a compiere reati – presuppone, nella pervasività del tema, che si tratti persino di un’emergenza perenne. Intanto, nel quotidiano, quando saliamo su un autobus e un nero fa per sedersi vicino a noi, lo sguardo casca sul colore sulla pelle, e il parassita della propaganda sussurra nella nostra testa: “Sarà in regola oppure no? Avrà commesso reati oppure no?”. L’abito non fa il monaco, la pelle ormai sì.

Leggi anche >> Cosa prevede il decreto sicurezza e immigrazione, criticità e rischi di incostituzionalità

Così non stupisce che questo governo abbia ufficializzato per decreto l'associazione tra "sicurezza" e "immigrazione" ("la pacchia"). E lo ha fatto con un provvedimento che mina il sistema di accoglienza e integrazione (“la mangiatoia dell’immigrazione”), aggredisce il concetto di protezione umanitaria (tanto non fuggono dalla guerra, no?) e, vigliaccamente, rende più difficile ottenere la cittadinanza (qui però non abbiamo retoriche di comodo) ed estende quindi la zona grigia di attesa e il Pd usa lo stesso linguaggio per criticare il provvedimento, brandendo in Senato cartelli e slogan con scritto “#menosicurezza #piùclandestini”. Identico vocabolario politico, diversa idea di efficacia.

Del resto Minniti, ministro dell’Interno durante il Governo Gentiloni, sul finire dello scorso anno ha dato alle stampe il libro Sicurezza è libertà. Un titolo quasi orwelliano dove l’ex ministro pone in equivalenza due termini che politicamente dovrebbero essere in rapporto dialettico. Va riconosciuto a Minniti un senso delle istituzioni ben diverso da quello del suo successore, così come gli va riconosciuta (almeno nelle intenzioni) l’importanza che attribuisce a ius soli e ius culturae, o all’uscire da una visione di perenne emergenza. Ma la sua visione politica e le sue definizioni di “sicurezza” e “libertà” non chiamano in causa principi universali, ma ragioni particolari. C’è una vasta porzione di mondo che è fuori dalle parole di Minniti, o che è presente solo passivamente, come oggetto problematico da gestire:

“Sicurezza è libertà” è un principio universale, che vale per tutti. Seppure per i ricchi l’impatto, pur essendo in linea di principio molto forte, è meno cogente. Una persona abbiente ha infatti la possibilità di costruirsi un percorso di sicurezza privata, che le garantisca un canale di libertà che deriva dalla forza della sua capacità economica.

Se una persona è molto ricca e non ritiene che ci sia sicurezza nel proprio quartiere, può cambiare quartiere, città, Paese. Noi dobbiamo stare vicino a chi ha comprato una casa con i sacrifici di una vita o non può permettersi di pagare un affitto più alto in un quartiere più sicuro. Dobbiamo stare vicini a chi è più esposto socialmente.

Lo stesso vale quando parla di “umanità e sicurezza”, che richiedono “un punto di incontro che consenta di conciliare questi due aspetti evitando di cedere alla spinta dei populisti verso la direzione privilegiata della sicurezza”:

L’accoglienza è una prerogativa fondamentale di tutte le società aperte. Qualsiasi ipotesi di cancellazione di questo principio dagli elementi fondativi della costituzione europea o di una comunità nazionale è inaccettabile. Tuttavia bisogna dire con altrettanta chiarezza che l’accoglienza ha un limite oggettivo e insuperabile nella capacità di integrazione.

Parole che chiamano in causa la prassi di questo “conciliare”, e quindi, oltre alla discutibile gestione dei rapporti con la Libia, il decreto Minniti-Orlando. Una misura che ha visto abolire un grado di giudizio per i richiedenti asilo, diminuendo i loro diritti, come spiegato persino da due senatori dello stesso Pd, Manconi e Tocci, nell’annunciare il voto contrario. Una misura che non è uscita affatto dalla logica detentiva dei CIE, ma ha seguito l’idea di miglioramento della loro efficienza in ottica per l’appunto securitaria, con i CPR.

Eppure, fuori da questa bolla securitaria, non siamo noi a essere invasi, sono le grandi masse a essere in movimento. Stiamo vivendo una crisi mondiale, una crisi che noi occidentali cerchiamo di guardare il meno possibile nonostante la parola “rifugiato” sia qualcosa che abbiamo creato per noi stessi. Nonostante questa alterità che ci sembra così distante e pericolosa faccia parte della nostra storia. Come ricorda il giornalista Agus Morales in Non siamo rifugiati, è con la Convenzione di Ginevra del 1951, e quindi dopo la Seconda guerra mondiale, che viene coniata la definizione di "rifugiato". L’Alto commissariato delle Nazioni unite per i rifugiati fu infatti istituito per gli europei:

Il rifugiato era avvolto da un’aura di prestigio perché era una persona stimabile, perseguitata, che era fuggita dalla barbarie. Adesso la guerra è ormai delocalizzata: e i (non) rifugiati anche. Tre nazioni - Siria, Afghanistan e Somalia - ne raggruppano oltre la metà del totale. L’immensa maggioranza appartiene a paesi in via di sviluppo. Oggi il rifugiato è una persona non europea: non stimabile, perseguitata, che è fuggita dalla barbarie [...].
Non vi sono mai stati tanti rifugiati come adesso.
Non ci sono mai stati tanti rifugiati in nazioni povere come adesso.
Non ci sono mai state tante persone che non sappiamo come definire, ma che fuggono dalla violenza e non hanno protezione.

Ma la geopolitica è una materia complessa, mentre la paura richiede risposte semplici e immediate. Abituati a sentirci in pericolo, persino in "guerra di civiltà", abbiamo finito col tralasciare un aspetto non secondario della sicurezza come discorso dominante. Ossia che è una battaglia condotta sulla percezione, il cui prezzo è però pagato con la cessione di libertà effettive. Ma se fuori dalla bolla securitaria la realtà punta contro i nostri inganni, tanto vale rafforzare gli inganni attraverso la repressione, trovando nuove categorie da inquadrare come straniere, e dunque come oggetti da gestire.

Non è un caso che uno degli elementi di maggior contiguità tra Minniti e Salvini sia nel Daspo urbano, un provvedimento che dagli stadi (Daspo è acronimo di “Divieto di Accedere alle manifestazioni SPOrtive”) è stato esteso alle città, e grazie al quale prefetti e sindaci possono inibire l’accesso a zone specifiche, in particolare per i centri cittadini. Già nell’ottobre 2017 il sindaco di Firenze, Dario Nardella (Pd), aveva chiesto un inasprimento del Daspo urbano, venendo poi in pratica accontentato da Salvini nel già citato “Decreto sicurezza”.

Si è arrivati così, lo scorso aprile, all’ordinanza della prefettura fiorentina che vieta l’accesso di alcune aree del centro storico a "a soggetti che ne impediscano l'accessibilità e la fruizione con comportamenti incompatibili con la vocazione e la destinazione di tali aree”, con riferimento ai soggetti denunciati (quindi non rinviati a giudizio o condannati) per “attività illegali in materia di stupefacenti”, “reati contro la persona” o per “danneggiamento di beni”. Il provvedimento segue la linea adottata a Bologna da un altro sindaco del Pd, Vincenzo Merola. Sono provvedimenti che si limitano, con enorme potere esecutivo e discrezionale, a dire “via da qui” a tipologie che è facile considerare devianti e diverse dai normali cittadini: il balordo, lo spacciatore, l’abusivo, il vandalo. Ma il decoro è diventato ormai il volto civico della sicurezza, e ai suoi occhi lo sporco è fatto anche di persone. Così, a forza di voler pulire, a forza di invocare protezione, ci stiamo educando a nuove forme di apartheid, i cui confini sono vaghi e continuamente rinegoziati. Credere che quei confini non possano finire per includerci è solo l'ennesimo inganno.

Del resto, criticare questa visione si presta all'accusa di essere in qualche modo complici con ciò contro cui ordine, sicurezza o decoro sono invocati. Non è il garantista qualcuno che rallenta l'efficienza apparente delle soluzioni rapide? Guardare alla complessità non è una richiesta di tempo che, agli occhi di chi si sente assediato, dilata il pericolo? Eppure è proprio quando una reale domanda di sicurezza si fa vera e terribile che questa esasperata visione scricchiola vistosamente, lasciando intravedere tra le crepe tutta la sua inefficacia. È accaduto in questi giorni a Napoli, con l'agguato in piazza Nazionale che ha visto tra i feriti anche una bambina di tre anni.

Federico Cafiero de Raho, procuratore antimafia, intervistato da Conchita Sannino, ha sottolineato proprio come l'agguato di piazza Nazionale sia avvenuto in un luogo che si dovrebbe considerare "particolarmente presidiato, dove è impensabile esporsi al rischio di una cattura in flagranza". Invece è andata così, e il tipo di intervento che suggerisce è radicale, e parla col tono dell'emergenza tangibile: “Non basta mandare più agenti. Dal Viminale in giù, serve la risposta dello Stato centrale. Il ministro, il capo della Polizia e della Finanza vengano qui ogni mese”. Eppure, se si escludono le foto di rito accanto ai beni confiscati, o i tweet con #lamafiamifaschifo, la lotta alla mafia è uno dei grandi assenti nel dibattito pubblico che invoca più "sicurezza", a parte il nuovo orco cattivo, la mafia nigeriana.

Foto via Dire.it

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Il video su Manduria scatena un’ondata di odio sui social. La polizia si rifiuta di rispondere alle nostre domande


[Tempo di lettura stimato: 6 minuti]

La settimana scorsa, il 2 maggio, abbiamo pubblicato un articolo critico sulla scelta della polizia di pubblicare sui propri account social due video delle aggressioni a Manduria, dove una persona anziana e con problemi mentali è stata picchiata, torturata, bullizzata da un gruppo di ragazzi tra cui alcuni minorenni.

La pubblicazione del video non rispondeva a nessuna esigenza investigativa, il testo che accompagnava il video sui social non spiegava il motivo della pubblicazione, si limitava a indicare di cosa si trattava, né rispondeva a particolari esigenze giornalistiche (non aggiungeva niente a quello che già si sapeva e si raccontava nelle cronache che si leggevano in quei giorni), riducendosi infine, come qualcuno ha fatto notare sulla nostra pagina Facebook, solo a una forma di "spettacolo di violenza gratuita che al massimo soddisfa il bisogno voyeuristico dei commentatori vari, di cui proprio non si riesce a inquadrarne il motivo". Nell'articolo facevamo notare come quella pubblicazione avesse scatenato un'ondata di odio, sete di vendetta, violenza inaudita, commenti spaventosi tranquillamente ospitati sugli spazi social della polizia di Stato.

Leggi anche >> La polizia pubblica sui social un video delle aggressioni di Manduria. Inconcepibile in un paese civile

Contestualmente alla pubblicazione di questo articolo critico, abbiamo posto delle domande alla polizia. Alla fine di un lungo e imbarazzante giro fra mail, telefonate, sollecitazioni e "stiamo per mandarvi le risposte, abbiamo bisogno dell'autorizzazione finale dell'ufficio comunicazione", il responsabile del sito della polizia che ci è stato indicato come referente per i social, Mario Viola, ha sostanzialmente deciso di non rispondere alle nostre domande, rimandando semplicemente alla lettura di un post pubblicato da Open. Un post purtroppo abbastanza striminzito, che, riprendendo il nostro articolo e citandomi, si limita a riportare le risposte – molto deboli – della polizia. Un post che non si preoccupa minimamente di inserire quelle risposte in una cornice più ampia e di analisi, ma le pubblica a mo' di "neutro" comunicato. Insomma non avevamo capito che in pratica la polizia aveva scelto Open alla stessa stregua di un ufficio stampa o del loro sito ufficiale.

Abbiamo inviato al direttore Viola una risposta molta dura, considerando il loro rifiuto di rispondere a noi, che per primi abbiamo posto il problema e posto le domande, come offensivo e come una mancanza di rispetto. D'altra parte non si è capito cosa sia successo tra un "Vi stiamo per mandare le risposte" – ripetuto per 5 giorni – e "Leggetevi le risposte su Open".

Parlando con uno dei funzionari (non farò il nome per non metterlo in difficoltà), è apparso evidente che la scelta di pubblicare il video non sia stata minimamente ponderata per le conseguenze che avrebbe potuto avere. E non ci si è minimamente preoccupati dell'odio e della violenza scatenati, limitandosi alla fine a "oscurare" silenziosamente i commenti più violenti, senza intervenire attivamente per contenere e fermare quell'ondata di odio. Non ci si è posti il problema della volontà delle vittima, che purtroppo non c'è più (Antonio Stano è morto il 23 aprile) e non poteva quindi esprimere la sua volontà o meno di vedere diffuse le immagini che lo riprendono mentre subisce aggressioni, violenza, derisione, umiliazioni. La polizia non ha nemmeno preso in considerazione il rischio emulazione che potrebbe scatenare quel video. Eppure proprio con i social, faccio notare al telefono, le forze dell'ordine lavorano costantemente e gomito a gomito per arginare e contrastare fenomeni di bullismo e bullismo online (a loro volta le piattaforme hanno deciso che quel video, che in teoria non sarebbe ammissibile secondo le loro policy, andava bene evidentemente perché a pubblicarlo in questo caso è la polizia). Insomma capisco dai vari scambi, che abbiamo avuto in questi giorni informalmente al telefono, che non ci hanno proprio pensato. E non hanno pensato a come contenere quell'odio e quella violenza scatenata irresponsabilmente da una scelta che avrebbero fatto "in buona fede".

In pochi abbiamo fatto notare l'errore di quella decisione, per la quale sono stati autorizzati dalla Procura. Tra questi Giovanni Ziccardi, Anna Puricella su RepubblicaGiovanni Drago su Next Quotidiano che fa notare nel dettaglio come la polizia abbia violato la sua stessa social media policy, Antonello Caporale sul Fatto Quotidiano, Matteo Flora sul suo canale Youtube e Valentina Spotti su Techeconomy, che analizza le risposte rilasciate a Open smontandole, lei sì, una ad una.

Scrive Caporale: "A chi serve pubblicare un video di una delle tante feroci aggressioni a cui è stato sottoposto il pensionato di Manduria, morto a seguito di tali violenze? Non serve agli inquirenti, giacché gli indiziati sono stati tutti fermati, non può servire all’opinione pubblica, che su quegli atti è stata abbondantemente informata. Allora la seconda domanda è: perché si rende pubblico un video di quel genere? Forse per allenarci alla ferocia? O forse per raccogliere i commenti, altrettanto feroci, sui protagonisti di questi atti disumani? Infatti la ferocia delle immagini fa da pendant alla ferocia delle parole che le commentano, alla durezza delle pene invocate, all’odio che quell’odio sprigiona nel tempo del ritorno all’occhio per occhio. Il fatto che la Polizia di Stato, sui suoi canali social, abbia diffuso questo video rende la vicenda più tragica, più insidiosa, più sospetta. E quella disumanità che col timbro dello Stato viene elevata a teatro, sia pure dell’orrore, è figlia di una decisione semplicemente incivile".

Il video sarebbe stato pubblicato per creare attraverso la crudezza delle immagini riprovazione. Ma perché? Perché la polizia sarebbe tenuta a divulgare immagini violente con lo scopo di scatenare riprovazione? Tra l'altro non bastano davvero i dettagli emersi dalle cronache?

Volevano, a loro dire, "suscitare indignazione, attenzione e quella reazione volta a rompere qualsiasi future ipotetiche situazioni di silenzio affinché si verifichino le condizioni per favorire una corretta e puntuale veicolazione delle informazioni a coloro che sono deputati ad intervenire (ad esempio forze dell’ordine, servizi sociali ecc..)".

Qui abbiamo un problema di versioni, cosa che, se ci avessero risposto, avremmo fatto notare: intanto non è nelle missioni della polizia suscitare indignazione o fare lezioni di educazione civica, ma cosa che più mi preme sottolineare questa versione veicolata da procura e forze dell'ordine secondo cui un silenzio omertoso avrebbe visto "complice" il vicinato è stata, e con forza, respinta dagli stessi vicini, che invece hanno rilasciato tutt'altra versione: più volte avevano segnalato cosa accadeva e mai le segnalazioni a carabinieri e polizia erano servite a qualcosa, al punto che il 5 aprile in otto decidono di fare ufficiale esposto / denuncia per ottenere finalmente un intervento. Agli atti poi risulta una denuncia contro ignoti da parte della vittima già nel 2012, e  il 14 marzo scorso lo stesso Antonio Stano aveva chiamato la polizia, denunciando di essere vittima di aggressioni da parte di una gang di ragazzini. Cosa abbiano fatto le forze dell'ordine da quel 4 marzo non è dato capire. Domanda che invieremo insieme ad altre alla mail dell'ufficio preposto alla comunicazione con la stampa relazioniesterne.stampaps@interno.it, sperando di avere questa volta una risposta. Vorrei ricordare che non è come mi è stato ventilato che rispondere è cortesia, la polizia non ci fa un favore rispondendoci. Come istituzione pubblica sarebbe tenuta a rendere conto delle sue azioni e scelte ai cittadini.

Passiamo a una delle domande "scomode" poste da Open e che riguarda la moderazione:

Ben consapevoli che sia impossibile moderare in tempo reale i commenti su Facebook (come è impossibile moderare in tempo reale un “ammazzateli” detto da un cittadino di fronte all’arresto degli accusati) e che sia impossibile moderare quelli su Twitter, qual è la vostra politica di moderazione e come intervenite?
«La moderazione sui social network varia a seconda della tipologia di piattaforma utilizzata. Nel caso di Twitter il social network non permette la rimozione dei commenti, negli altri la nostra policy è di rimuovere tutti i contenuti violenti che sono contrari al dettato costituzionale o alle leggi vigenti. Si rivela impossibile in presenza di migliaia di commenti intervenire in tempo reale. La Polizia di Stato si impegna tuttavia quotidianamente per una comunicazione rispettosa ed un dialogo aperto con i cittadini intervenendo appena possibile nell’eliminazione dei commenti incitanti alla violenza. Ogni altra considerazione è priva di fondamento; non vorremmo che tutta questa polemica fosse la tragica riproduzione della metafora “del dito e della luna”».

Valentina Spotti fa notare la debolezza di queste risposte: "Una pubblica Istituzione non può dare in pasto al pubblico un documento tanto violento senza fornire una qualche forma di guida alla visione. Il problema è che se la diffusione del video voleva avere un qualche scopo educativo, e cioè suscitare «quella reazione volta a rompere qualsiasi future ipotetiche situazioni di silenzio», questo scopo andava esplicitato. Subito, in modo chiaro. Nel lancio del post. Senza una “lettura guidata” ad un contenuto così violento i rischi sono enormi: su tutti, quello di emulazione.

Non puoi sapere con certezza quali saranno le reazioni del pubblico.
Prima di divulgare qualsiasi tipo di contenuto sensibile, non basta pensare soltanto ai motivi che ti portano a farlo, ma bisogna considerare anche come verrà recepito dal pubblico. I tuoi scopi potrebbero essere validissimi, ma non è detto che la gente reagirà nel modo in cui avevi in mente. E se accade questo, non c’entrano né il dito né la luna: chi è responsabile della divulgazione di un contenuto, è responsabile anche delle reazioni che provoca. Non è un problema secondario rispetto al tema principale: è il “tuo” problema".

"Se un contenuto viene pubblicato con uno scopo preciso - continua Spotti - anche le risposte del pubblico diventano parte di quello scopo. Premere “Pubblica” e poi dimenticarsene azzera il valore dell’intera azione. E poco importa se, magari, il social media manager della Polizia di Stato abbia silenziosamente cancellato i commenti peggiori. Ancora una volta, se davvero la Polizia ha divulgato quel video con uno scopo educativo, avrebbe quantomeno dovuto interagire nella discussione che quel contenuto ha originato. In caso contrario il valore educativo della divulgazione diventa nullo. Cosa che, di fatto, è accaduta."

Ecco infine le ulteriori domande che vorremmo porre alla Polizia:

1) Considerando l'odio e la violenza che ha scatenato sui social la scelta di pubblicare quelle immagini violente senza alcun esigenza investigativa, per le prossime volte valuterete con maggiore attenzione e ponderatezza se pubblicare o meno immagini violente? Avete considerato il rischio effetto emulazione?
2) Lavorate gomito a gomito con le piattaforme proprio per contrastare fenomeni di bullismo online: quel video se fosse stato pubblicato da un utente comune non sarebbe stato "attenzionato" da parte vostra proprio per il rischio emulazione?
3) Perché avete deciso di non intervenire attivamente nella moderazione?
4) Perché non avete rispettato la vostra stessa social media policy?
5) Che cosa è successo dopo il 14 marzo quando Antonio Stano vi ha chiamato chiedendo aiuto e denunciando le aggressioni subite? Avete iniziato ad indagare?
6) Come mai le continue richieste di intervento da parte dei vicini non hanno sortito effetto?

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La moderazione dei contenuti sui social funziona male e andrebbe completamente rivista


[Tempo di lettura stimato: 8 minuti]

Spazio di propagazione di disinformazione e notizie non verificate, di diffusione di discorsi di incitamento all’odio e di istigazione alla violenza, canale di aggregazione per gruppi che veicolano messaggi terroristici e razzisti. Da tempo i social network sono sottoposti alla pressione di politica, istituzioni e opinione pubblica per arginare la circolazione di contenuti che possono mettere a rischio la tenuta delle nostre società e le aziende che gestiscono le piattaforme stanno cercando di correre ai ripari modificando le policy che regolano la community in modo tale da rendere i social un luogo ospitale per tutti quelli che li frequentano.

A fine marzo, ad esempio, Facebook ha annunciato di aver modificato le proprie policy vietando ogni forma di sostegno al nazionalismo e al separatismo bianco. Questa decisione era arrivata a quasi due settimane di distanza dalla strage di Christchurch in Nuova Zelanda (dove un suprematista bianco ha ucciso 50 persone che si erano riunite in due moschee della città e aveva postato su Facebook un video in diretta di almeno uno dei due attacchi) ma era soprattutto il risultato di una pressione esercitata sul social network da parte di giuristi ed esperti dei diritti civili dopo la pubblicazione un anno fa di un’indagine giornalistica di Motherboard che aveva mostrato le criticità che nascevano nella moderazione dei contenuti a causa della distinzione tra “nazionalismo e separatismo bianco” e “suprematismo bianco”.

Leggi anche >> Facebook vieta il razzismo di nazionalismo e suprematismo bianco. Ma la decisione arriva tardi

Da quando ha modificato le proprie policy, il social network ha chiuso le pagine di alcune organizzazioni e persone di estrema destra nel Regno Unito, in Canada e negli Stati Uniti. Ad aprile Facebook Italia ha disattivato i profili di alcuni dirigenti e militanti del partito neofascista CasaPound per aver ripetutamente violato gli Standard della Comunità. Si tratta di interventi comunque molto controversi perché rischiano di fare delle piattaforme come Google o Facebook gli arbitri della libertà di espressione online, finendo con il decidere cosa è possibile dire e cosa no, come sottolinea Dan Gillmor su Twitter.

Alcuni anni fa aveva fatto discutere la rimozione da parte di YouTube di migliaia di video che documentavano atrocità in Siria nel tentativo di eliminare la propaganda estremista dalla sua piattaforma, rischiando così di mettere a repentaglio futuri procedimenti giudiziari di crimini di guerra. Un numero imprecisato di singoli video e alcuni canali di YouTube furono eliminati dopo l'introduzione di una nuova tecnologia che contrassegnava e rimuoveva automaticamente quei contenuti che potenzialmente violavano le sue linee guida. Alcuni video furono poi recuperati dopo reclami degli autori. Tra questi, il fondatore del sito investigativo Bellingcat Eliot Higgins aveva dichiarato di aver ricevuto una notifica via e-mail per un video caricato nel 2013 e un secondo avviso per un altro filmato dell'omicidio del giornalista James Foley che non era disponibile pubblicamente.

Gli Standard di Comunità dei social network e la moderazione dei contenuti e dei commenti sono una delle responsabilità più importanti su Internet perché coinvolge i diritti di miliardi di utenti e la libertà di espressione dei cittadini. Come scriveva nel 2008 Jeffrey Rosen sul New York Times a proposito dell’allora vice-consigliere generale di Google Nicole Wong, conosciuta come “The Decider” per le decisioni difficili che il suo team doveva prendere su contenuti controversi, “Wong e i suoi colleghi hanno probabilmente più influenza sulla definizione dei limiti dell’espressione online di chiunque altro sul pianeta”.

La moderazione dei contenuti online è un lavoro complesso, dai costi umani altissimi – come avevamo raccontato in un articolo sulle condizioni lavorative dei dipendenti delle società cui Facebook appalta la gestione dei commenti sulla piattaforma – e cruciale per le ricadute dirette sulla possibilità dei cittadini di esprimere le proprie opinioni, di informarsi e diffondere a loro volta informazioni, sul quale però le grandi piattaforme tecnologiche investono in maniera non adeguata.

Il sistema di moderazione funziona male e le società che gestiscono i social network non riusciranno a migliorarlo fino a quando continueranno ad occuparsi e prendersi cura della libertà di espressione online la metà di quanto si preoccupano dei loro profitti, scrivono Jillian York e Corynne McSherry su Eff. Sono almeno quattro le criticità grosse da affrontare che suggeriscono di rivedere interamente e profondamente la moderazione dei contenuti.

La moderazione dei contenuti è un lavoro pericoloso e stressante, ma non possiamo pensare di affidarla ai robot

La maggior parte delle piattaforme appalta il lavoro di moderazione ad altre aziende che assumono persone che revisionano ogni giorno i contenuti segnalati o che possono violare le policy dei social network. Come hanno mostrato alcune inchieste giornalistiche, come quelle di Casey Newton su The Verge o di Jason Koebler e Joseph Cox su Motherboard, si tratta di un lavoro mal pagato e devastante per la salute psico-fisica: i dipendenti di queste società hanno parlato dello stress continuo al quale erano sottoposti durante la moderazione dei contenuti, di crisi di panico, disturbi da stress post-traumatico, ricorso a battute offensive e razziste e adesione a teorie complottiste.

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Le aziende stanno valutando di autonomizzare questo lavoro ricorrendo ai robot e forse un giorno l’intelligenza artificiale sarà in grado di controllare istantaneamente ed efficacemente l'intera rete, ma nel frattempo la strada da seguire richiede linee guida non contraddittorie e investimenti in risorse umane. La moderazione dei contenuti e dei commenti online, infatti, è un lavoro complesso e ha un'importanza cruciale perché, come già detto, coinvolge i diritti dei cittadini e la libertà di espressione. E per questo andrebbe migliorata e potenziata investendo su personale altamente qualificato, aumentando il numero dei moderatori coinvolti, garantendo contratti dignitosi e uno stipendio alto.

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La moderazione dei contenuti è incoerente e confusa

Il sistema di moderazione è poi incoerente per il suo stesso modo di funzionare. Basandosi per lo più sulle segnalazioni di violazioni reali o percepite delle policy della piattaforma da parte degli utenti, alcune persone finiscono per essere colpite più di altre.

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Da un lato è più probabile che una persona con un profilo pubblico e con molti follower sia segnalata rispetto a una meno popolare. Dall’altro, però, sempre più spesso ci sono disparità di trattamento a secondo del ruolo ricoperto e della fama degli utenti – e lo abbiamo visto con la foto pubblicata da Luca Morisi, lo spin doctor del ministro dell’Interno Matteo Salvini, che ritraeva il leader della Lega mentre impugnava una mitragliatrice accompagnata dal messaggio “Vi siete accorti che fanno di tutto per gettare fango sulla Lega? Si avvicinano le Europee e se ne inventeranno di ogni per fermare il Capitano. Ma noi siamo armati e dotati di elmetto. Avanti tutta, buona Pasqua!”, che secondo Facebook non violava le policy della piattaforma nonostante potesse essere potenzialmente fonte di ispirazione di azioni violente e che se fosse stata condivisa da un utente senza un ruolo pubblico probabilmente sarebbe stata rimossa; con la pubblicazione da parte della Polizia di Stato sui propri profili Facebook, Twitter e Instagram del video delle aggressioni al 65enne pensionato di Manduria, morto il 23 aprile dopo aver subito una serie di violenze da più gruppi di giovani, senza che vi fosse alcuna esigenza investigativa da parte della polizia, con l'unico effetto di aver scatenato commenti di odio e violenza inaudita, senza considerare quello su cui da tempo molti esperti lanciano allarme rispetto a video di questo genere: rischio emulazione; o con il particolare utilizzo dei social media da parte del presidente degli Stati Uniti, Donald Trump, che a volte ha violato le regole delle piattaforme, come recentemente ammesso da Facebook stesso che – a differenza del 2016 quando non aveva rimosso post del presidente USA che avrebbero potuto essere classificati come hate speech – è intervenuto per rimuovere i contenuti non consentiti.

È come se la piattaforma avesse difficoltà nel gestire i contenuti che istigano all’odio e alla violenza o di disinformazione nel momento in cui sono diffusi da personaggi che hanno più potere e influenza sul dibattito pubblico o che rivestono cariche istituzionali e politiche. In questi casi le policy della piattaforma sono applicate in modo meno stringente proprio quando dovrebbero essere imposte in modo molto severo considerando ruolo e potere di influenza sull'opinione pubblica. 

In passato, Facebook è stato criticato per alcune decisioni discutibili, come quando fu censurata (per poi essere ripristinata) la foto simbolo della guerra in Vietnam, le Nazioni Unite scoprirono che era stato complice nel diffondere discorsi di incitamento all'odio durante il genocidio della comunità Rohingya in Myanmar, o un moderatore aveva rimosso un post che conteneva un passaggio della Dichiarazione di Indipendenza degli Stati Uniti.

Le decisioni sulla moderazione dei contenuti possono causare danni reali agli utenti e alle imprese

E poi ci sono le distorsioni di una moderazione che interviene in modo automatico senza riuscire a distinguere la cornice in cui sono utilizzate parole o immagini. Alcuni utenti LGBTQ sono stati censurati su Twitter perché avevano usato parole come “lesbica” in post che cercavano di contrastare discorsi omofobi ma che erano stati valutati come contenuti indesiderati. Una scrittrice e attivista nera era stata bloccata per un post che segnalava espressioni razziste. Facebook si era poi scusato per l’errore dopo che la scrittrice aveva chiesto al social network di saper distinguere tra discorsi che incitano all’odio e altri che vogliono segnalare razzismo e stigmatizzazioni.

Una start-up che si occupa di salute femminile ha visto i suoi contenuti oscurati perché ritenuti “eccessivamente allusivi o sessualmente provocatori”, gli annunci di una Campagna Nazionale per prevenire le gravidanze indesiderate negli USA sono stati rimossi perché classificati come “contenuti inappropriati”, mentre un libro è stato censurato perché conteneva la parola “utero” nel titolo. 

In Italia, per fare un esempio più recente, un utente, Gino Pino, ha dichiarato di essere stato bloccato 30 giorni per aver pubblicato un contenuto satirico e di critica del fascismo che secondo Facebook non rispettava gli standard della community.

I ricorsi non sempre funzionano e la trasparenza è minima

Negli ultimi anni i social network hanno dato la possibilità di fare ricorso alle persone a cui sono stati rimossi i propri post. Tuttavia, gli utenti delle diverse piattaforme si lamentano del fatto che spesso i ricorsi restano senza risposta o inascoltati anche in presenza di errori evidenti, come nel caso da noi raccontato proprio nei giorni scorsi dell’amministratore della pagina “L’arrotino”, disattivata per 3 giorni per aver pubblicato un’immagine che contravveniva alle policy sul nudo: si trattava della copertina di uno degli album più famosi dei Led Zeppelin. 

Dopo 6 giorni Facebook ha deciso di oscurare anche il nostro articolo che parlava di questo caso e metteva in discussione i criteri scriteriati di moderazione da parte della piattaforma. Centinaia di persone hanno ricevuto una notifica da Facebook che comunicava che rendeva visibile l'articolo solo a chi lo aveva condiviso e chi ha cercato di farlo successivamente si è visto bannato dalla piattaforma per un periodo che va da 3 a 30 giorni. Il fatto che questa decisione sia arrivata a 6 giorni dalla pubblicazione dell'articolo fa pensare che non siamo davanti alla scelta dell'algoritmo, ma che si tratta della scelta di un team umano. È evidente che c’è qualcosa che non va e non riguarda l’utilizzo dell’intelligenza artificiale ma la discrezionalità con le quali i moderatori umani prendono le decisioni sui contenuti da mantenere o cancellare.

Lo scorso anno c’è stato un incontro a Santa Clara in California al quale hanno partecipato organizzazioni, avvocati, ricercatori universitari ed esperti che sostengono il diritto alla libera espressione online che ha portato all’individuazione di alcune linee guida minime – noti come i principi di Santa Clara – che i social network potrebbero seguire per garantire una moderazione dei contenuti trasparente ed equa:

  1. Dati. Le piattaforme dovrebbero pubblicare il numero dei post rimossi e quali sono gli account permanentemente o temporaneamente sospesi a causa di violazioni delle loro linee guida sui contenuti.
  2. Notifiche. Le piattaforme dovrebbero inviare una notifica a tutti gli utenti i cui contenuti sono rimossi spiegando i motivi della rimozione o della sospensione dell’account, e fornire una guida dettagliata che illustri le linee guida utilizzate dai revisori, come viene utilizzato il rilevamento automatico in ogni categoria e, ricorrendo anche ad esempi concreti, quali sono i contenuti vietati e quali quelli non consentiti.
  3. Ricorsi. Ogni utente dovrebbe poter presentare ricorso in modo tempestivo. Nello specifico, in caso di contenuti che si ritiene violano le policy della piattaforma, dovrebbe essere data la possibilità di fare ricorso prima della rimozione dei post.

Queste misure, spiegano York e McSherry, sono solo l’inizio di un percorso che dovrebbe portare le piattaforme a uniformare le loro policy alle norme sui diritti umani, come raccomandato da David Kaye, il relatore speciale delle Nazioni Unite sulla promozione e la tutela del diritto alla libertà di opinione ed espressione, in un documento pubblicato lo scorso anno.

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USA, l’assalto al diritto all’aborto nell’era di Trump


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In Alabama passa la legge contro l'aborto: vietata l'interruzione di gravidanza in qualsiasi momento. Anche in caso di stupro e incesto

Aggiornamento 16 maggio 2019: Il Senato dell’Alabama (a maggioranza repubblicana) ha approvato una legge che vieta l’aborto in qualsiasi fase della gravidanza tranne quando la salute della donna è seriamente a rischio. È stato anche respinto un emendamento che consentisse l’interruzione di gravidanza nei casi di stupro e incesto. La legge, passata con 25 voti a favore e 6 contrari, rende l’aborto un crimine di classe A e prevede per i medici che lo praticano una pena da 10 a 99 anni di carcere. Si tratta della misura più restrittiva mai approvata negli Stati Uniti e che va oltre quella dello Stato della Georgia che vieta l’aborto dopo sei settimane di gravidanza.

Il 16 maggio è arrivata la firma del governatore, la repubblicana Key Ivey: «Ho firmato. La legge afferma con forza l'idea che ogni vita è preziosa ed è un regalo di Dio», ha twittato Ivey.

La nuova legge ha l’obiettivo di portare alla Corte Suprema la sentenza "Roe contro Wade" che nel 1973 aveva legalizzato l’aborto a livello federale.

Nei primi sei mesi del 2019 negli Stati Uniti sono state promulgate 21 leggi che in varia misura limitano l’aborto. Secondo il Guttmacher Institute, che fa analisi e ricerca su dati e politiche sulle interruzioni di gravidanza negli USA, in 28 Stati sono state presentate proposte di legge che introducono una qualche forma di divieto di abortire. In quindici casi si tratta dei cosiddetti heartbeat bill, provvedimenti che vieterebbero l’interruzione di gravidanza dopo le sei settimane.

Negli USA non esiste una legge unica che stabilisca un limite specifico entro il quale sia legale abortire. Ogni Stato ha le sue regole – più permissive o meno a seconda del colore politico – ma una sentenza della Corte Suprema del 1973, Roe v. Wade, ha stabilito la legalità dell’aborto a livello federale, almeno finché il feto non sia in grado di vivere fuori dall’utero.

La questione dell’aborto negli Stati Uniti è parecchio dibattuta e controversa, e il diritto è stato oggetto negli ultimi decenni di attacchi da parte di organizzazioni anti-abortiste e proposte legislative restrittive a livello dei singoli stati. Secondo Elizabeth Nash, responsabile per le politiche statali del Guttmacher Institute, recentemente però si assiste sempre di più «a un attacco frontale al diritto di aborto», e il numero dei disegni di legge che vogliono limitare o vietare l’interruzione volontaria di gravidanza è sensibilmente aumentato.

La ragione, soprattutto per quanto riguarda gli heartbeat bill, per Nash sta nel clima politico che è seguito all'elezione di Trump e nella nuova composizione della Corte Suprema: i due nuovi giudici conservatori nominati dal presidente USA, Neil Gorsuch e Brett Kavanaugh, hanno spostato l’orientamento fortemente a destra, e questo ha spinto gli oppositori dell'aborto in tutto il paese a sfidare Roe v. Wade. «Stiamo vedendo – ha affermato - legislazioni statali che cercano di vietare l'aborto come un modo per avviare il contenzioso», e arrivare alla Corte Suprema.

Gli "heartbeat bill"

Lo scorso 11 aprile l’Ohio ha approvato una legge che vieta l’aborto dal momento in cui è possibile riscontrare il battito cardiaco del feto – da qui il nome heartbeat bill.

Se una donna vuole abortire, il medico dovrà determinare attraverso “pratiche mediche standard” se sia presente o meno un battito: in caso positivo, al dottore è proibito iniziare la procedura d’aborto, a meno che non sia necessaria per salvare la vita della donna o “per prevenire un grave rischio di compromissione sostanziale e irreversibile di una importante funzione corporea”. La legge, invece, non prevede alcuna eccezione in caso di stupro o incesto.

L’Ohio è stato il sesto Stato USA ad aver trasformato in legge l’heartbeat bill: una proposta speculare è passata in Kentucky e Mississippi, mentre in Georgia aspetta solo di essere firmata dal governatore. Precedentemente altri heartbeat bill erano stati approvati in Iowa e North Dakota. In circa dieci altri Stati, secondo il Guttmacher Institute, simili heartbeat bill sono – o sono stati - in discussione.

Lo scopo della legge è quello proibire l’aborto non appena sia possibile riscontrare un battito cardiaco – il che generalmente accade intorno alla sesta settimana di gravidanza. Secondo associazioni e ginecologi, sostanzialmente, questo si tradurrebbe in una sorta di divieto totale di ricorrere alla procedura, considerato che molte donne alla sesta settimana non sanno neanche di essere incinte. Ad esempio, come riporta la BBC citando l’organizzazione non-profit per la pratica e ricerca medica Mayo Clinic, le nausee mattutine generalmente si verificano intorno alla nona settimana, mentre uno studio del National Center for Biotechnology Information ha rilevato come solo metà delle donne riferiscano di aver avuto sintomi alla fine della quinta settimana di gravidanza.

«La funzione essenziale del governo è proteggere i più vulnerabili tra noi, quelli che non hanno voce», ha affermato il governatore dell’Ohio Mike DeWine firmando il disegno di legge, aggiungendo che «il ruolo del governo dovrebbe essere quello di proteggere la vita dall'inizio alla fine».

Jen Gunter, una ginecologa che lavora in Canada e in USA ha detto al Guardian che disegni di legge come questo evocano l’idea «che ci sia qualcosa che somigli a quello che tu o una persona qualunque chiamereste ‘un bambino’ (…) In realtà stiamo parlando di qualcosa che misura millimetri, e non gli somiglia affatto». In quelle prime settimane di gravidanza, ha precisato Gunter, un embrione non ha un vero cuore – o perlomeno non quello che noi intendiamo come cuore umano: a sei settimane, un embrione umano pulsa, ma quei tessuti non hanno ancora formato un organo. Quell’impulso, per la dottoressa, non deve essere confuso con un battito cardiaco.

Gunter ritiene che utilizzare parole fuorvianti come “battito cardiaco” allontani il dibattito dal piano medico. Inoltre, ha aggiunto, sei settimane non sono un tempo sufficiente per prendere decisioni informate in questo senso: è prima che molte donne scoprano la gravidanza, prima che possano essere diagnosticate malformazioni, prima che possano insorgere sintomi di malattie. Ci sono ad esempio alcuni disturbi cardiaci «per i quali suggeriamo di non proseguire la gravidanza», ha detto la dottoressa, riferendosi a malattie in cui «il rischio di morte è del 50% (...) Cosa succede se quella persona non cerca assistenza medica fino a quando non sono otto settimane?».

In pratica, per Gunter, proibire l’aborto oltre la sesta settimana corrisponde a un divieto totale, nascosto dietro il concetto di “battito cardiaco”.

Questa circostanza, però, per anti-abortisti e supporter della legge non è un problema – anzi. Come ha affermato Rachel Sussman, direttrice nazionale delle politiche statali e advocacy per Planned Parenthood Action Fund, la crescita degli heartbeat bill nel 2019 è “un segno di dove si trova oggi il dibattito sull’aborto: fino a pochi anni fa divieti del genere sarebbero stati considerati troppo estremi anche da alcuni gruppi anti-abortisti”.

Ribaltare Roe v. Wade

La proposta di un heartbeat bill era comparsa per la prima volta nel 2011 proprio in Ohio, ad opera di Faith2Action, una delle più risalenti ed estremiste organizzazioni anti-abortiste, classificata dal Southern Poverty Law Center come “hate group”. La sua leader, Janet Porter, è stata descritta dal Guardian come “una donna che crede che la vita cominci al concepimento e che l’omosessualità sia una scelta. Ha detto che il matrimonio gay ha causato le inondazioni di Noè, e ha promosso una campagna di conversione per gli omosessuali negli anni ‘90 (…) Come Donald Trump era una sostenitrice della teoria del complotto ‘birther’” (quella secondo cui cioè Barack Obama non era americano e aveva falsificato i documenti di nascita).

Per nove anni Porter ha lavorato ai margini del dibattito sull’aborto: la sua proposta sul divieto oltre le sei settimane di gravidanza, infatti, non veniva sostenuta da altri gruppi antiabortisti, come ad esempio Ohio Right to Life, uno dei più grossi nello stato, che la considerava troppo estrema.

Ohio Right to Life è rimasta praticamente neutrale su questo tema fino al 2018 – che è l’anno in cui heartbeat bill sono iniziati a essere approvati dagli Stati, come in Iowa lo scorso maggio.

Il motivo di questa prudenza, spiega il New York Times, è semplice: “La legge, che sarebbe stata una delle restrizioni più dure sull’aborto mai registrate, non sarebbe sopravvissuta all’arrivo davanti a una Corte Suprema ostile”.

Nel panorama del dibattito sull’aborto in America, infatti, c’è stato un “cambiamento fondamentale”, con la scelta del presidente Trump di Brett Kavanaugh come componente della Corte Suprema l’anno scorso e la nomina di figure conservatrici anche a livelli più bassi delle corti. «Adesso è il nostro momento», ha detto al New York Times Michael Gonidakis, presidente di Ohio Right to Life, affermando che «questa è la migliore Corte [Suprema] che abbiamo mai avuto, nella mia vita e in quella dei miei genitori».

Leggi simili a quella approvata in Ohio sono state approvate precedentemente in altri stati, come North Dakota, Arkansas, Iowa, e Kentucky, Missisippi. Essendo contrarie a Roe v. Wade, molte di queste legislazioni sono state bloccate dai tribunali o si trovano nel mezzo di azioni legali.

Come spiega Vox, però, un contenzioso legale “è esattamente quello che sperano alcuni supporter di questa legge. Alcuni legislatori che hanno appoggiato gli heartbeat bill hanno detto che questi possono essere visti come potenziali sfide a Roe v. Wade, la sentenza del 1973 della Corte Suprema che proibisce agli Stati di vietare l’aborto prima che il feto possa sopravvivere fuori dal grembo materno. L’heartbeat bill, sia che vieti l’aborto a 6 o 12 settimane, cade molto prima di quel limite”.

Lori Viars, attivista anti-aborto dell’Ohio, l’ha detto molto chiaramente al Washington Post: «Sappiamo che le forze pro-aborto faranno causa, e questo fa parte del processo. Vogliamo che questa legge finisca alla Corte Suprema. È stata scritta con questo scopo».

La giornalista Jill Filipovic scrive su NBCnews, che recentemente “i gruppi anti-abortisti sono entrati in una nuova era di attivismo. Prima non aveva molto senso sfidare direttamente Roe v. Wade, perché non avrebbe portato da nessuna parte; non c’erano i voti alla Corte Suprema per ribaltarla. Il massimo che questi gruppi e i loro rappresentanti al Partito Repubblicano potevano sperare era un ambiente talmente ostile al diritto di aborto che interruzioni di gravidanza sicure e legali fossero semplicemente non alla portata di molte donne. E – purtroppo – questo obiettivo l’hanno raggiunto”.

Oggi, aggiunge Filipovic, grazie al presidente Trump e al Partito Repubblicano “gli attivisti contro l’aborto pensano di avere la maggioranza alla Corte Suprema, e che una sfida diretta a Roe v. Wade potrebbe mettere fine al diritto di aborto come lo conosciamo. Si può vedere questa audacia in alcune delle proposte di legge più estreme presentate dagli stati, come quella recentemente proposta in Texas che voleva processare per omicidio le donne che abortivano e quindi potenzialmente sottoporle alla pena di morte. Quella proposta è fallita, ma ha segnato comunque un momento importante nell’attivismo anti-aborto: i cosiddetti politici ‘pro-vita’ hanno ammesso quello che realmente vogliono, e cioè che lo stato punisca, incarceri e potenzialmente uccida le donne che interrompono le loro gravidanze”.

Trump e le falsità sull’aborto

Nonostante in un’intervista televisiva del 1999 Donald Trump si definisse «very pro-choice», mentre correva per le presidenziali del 2016 ha affermato di essere “pro-life”, pur dimostrando in alcune occasioni di non aver molta conoscenza dell’argomento e della legislazione sull’aborto.

Durante la campagna Trump ha promesso che si sarebbe attivato per «i diritti dei bambini non nati e delle loro madri». Gonidakis di Ohio Right to Life ha ricordato di aver incontrato Trump prima dell’elezione – a giugno 2016 – insieme ad altri attivisti contro l’aborto e di essere rimasto sorpreso dal suo linguaggio, che somigliava più a quello di un attivista che di un candidato alle presidenziali: «Ha detto: “Nominerò solo giudici pro-life”. Questo è il linguaggio che usiamo noi. Eravamo stupefatti. In senso positivo».

Trump sembra essere consapevole dell’importanza dell’argomento per i conservatori, tanto che ha deciso di parlare di aborto durante il dibattito finale della campagna del 2016 per accusare – falsamente – Hillary Clinton di appoggiare l’interruzione volontaria di gravidanza fino al nono mese.

Sabato scorso, durante un evento pubblico a Green Bay, nel Wisconsin, Trump ha attaccato il governatore democratico dello Stato, Tony Evers, che aveva annunciato di voler porre il veto sulla proposta di legge dei Repubblicani che voleva condannare all’ergastolo i medici che non avessero prestato cure a un bambino nato vivo dopo un aborto fallito.

«Il bambino nasce. La madre incontra il medico. Si prendono cura del bambino, lo avvolgono per bene e poi decidono se giustiziarlo o meno», ha detto Trump alla folla, sostenendo di descrivere quelli che negli USA vengono definiti aborti tardivi (late term abortion).

In molti hanno fatto notare come quanto detto da Trump fosse completamente falso. E come simili affermazioni siano state pronunciate più volte nell’ultimo periodo dal presidente degli Stati Uniti.

A gennaio, ad esempio, ha scritto su Twitter che i Democratici erano diventati “il partito degli aborti tardivi”, riferendosi alle proposte di legge per allargare il diritto all’interruzione di gravidanza. Lo stesso mese, Trump ha annunciato pubblicamente – insieme al suo vice, l’anti-abortista Mike Pence – di appoggiare la “March for life”.

A febbraio, durante il discorso sullo Stato dell’Unione, Trump ha criticato la legge dello Stato d New York - The Reproductive Health Act – che superava il divieto di aborto oltre le 24 settimane di gravidanza se il feto non è vitale o ci sono gravi rischi per la salute della donna, sostanzialmente adeguando la legislazione a Roe v. Wade. Trump ha sostenuto che il provvedimento avrebbe consentito che il feto fosse «strappato dal grembo della madre poco prima della nascita».

Successivamente, dopo il blocco di un’altra misura simile a quella proposta in Wisconsin, ha scritto su Twitter che ai Democratici “non importa giustiziare i bambini DOPO la nascita”.

Un articolo sul New York Times spiega come raramente il feto sopravviva a un’interruzione di gravidanza e, peraltro, i medici non uccidono quelli che sopravvivono. Secondo il dottor Daniel Grossman, professore dell’Università della California e portavoce dell’American College of Obstetricians and Gynecologists, un feto sano diventa potenzialmente in grado di sopravvivere fuori dal grembo materno circa alla ventiquattresima settimana. “Solo l’1,3% degli aborti negli USA nel 2015 sono stati fatti dopo la ventunesima settimana, secondo il Center for Desease Control and Prevention. Meno dell’1% è stato fatto dopo le 24 settimane, e molti di questi sono stati dovuti a gravi malattie del feto o per un serio rischio di vita o salute della donna”.

Quanto ai cosiddetti “aborti tardivi”, si tratta del modo con cui gli oppositori all’aborto si riferiscono alle interruzioni di gravidanza avvenute più o meno dopo la ventunesima settimana. Come spiegato dal dottor Anuj Khattar a Broadly, non è un termine medico, ma una tattica retorica anti-choice che gli attivisti usano per «creare più emozione attorno alla procedura dell’aborto e far sì che le persone provino empatia per il feto».

Uno studio del Pew Research Center del 2017 ha rilevato come l’opinione pubblica statunitense sull’aborto “sia molto più polarizzata” rispetto a due decenni fa. Con la potenziale messa in discussione della sentenza Roe v. Wade, il dibattito sull’interruzione di gravidanza è diventato ancora più acceso. Trump sembra rispondere a questo, si legge in un articolo su Vox, “esasperando la sua retorica sull’aborto”.

Quando a febbraio 2019 il presidente USA ha parlato di interruzioni di gravidanza durante il discorso sullo Stato dell’Unione, ha lanciato un appello a «lavorare insieme per costruire una cultura che apprezzi le vite innocenti. E fatemi riaffermare una verità fondamentale: tutti i bambini – nati e non nati – sono fatti della sacra immagine di Dio». L’inserimento di un linguaggio antiabortista nel suo discorso, stando a quanto riportato da Politico, è stato pianificato per giorni da Trump, in seguito alla copertura mediatica ricevuta dalla legge più permissiva approvata dallo stato di New York e altre iniziative di attivisti pro-choice.

Secondo l’articolo di Vox, “la nomina di due giudici conservatori alla Corte Suprema ha fatto guadagnare a Trump la lealtà dei conservatori, che altrimenti sarebbero stati scettici”, mentre “prendere di mira i tentativi progressisti di togliere restrizioni all’aborto potrebbe aiutarlo a vincere elettori che sono a disagio con lui personalmente”. In questo senso, “parlare di aborto potrebbe diventare più comune per il presidente”, visto che “sia lui che altri conservatori la vedono come una questione vincente per il 2020”.

Un potenziale futuro post-Roe

Secondo una serie di sondaggi, la maggioranza degli americani non vorrebbe un completo ribaltamento di Roe v. Wade, e pensa che l'accesso all'aborto – almeno in determinate circostanze – non dovrebbe essere proibito.

In questi ultimi mesi ci sono stati diversi tentativi da parte di altri Stati di approvare leggi che liberalizzino ulteriormente l’aborto. Un esempio in questo senso è il già citato Reproductive Health Act dello Stato di New York.

Queste leggi, come scrive in un articolo la giornalista Anna North, sono “in un certo senso un modo per prepararsi a un potenziale futuro post-Roe: se la protezione federale sul diritto all’aborto dovesse scomparire, i sostenitori del diritto a interrompere una gravidanza vogliono assicurarsi che ci sia una protezione a livello statale.

A causa di alcune restrizioni già approvate dopo il 2010, spiega un pezzo pubblicato su Vox, “alcuni stati come Mississippi o Kentucky vivono già in una realtà post-Roe”; e sebbene leggi come quelle dello Stato di New York “non aiuteranno le donne a ottenere aborti in Mississippi, quelle leggi potranno però aiutare a iniziare una discussione a livello nazionale”. Questa è l’opinione di Elizabeth Nash del Guttmacher Institute: «L’idea è di costruire un movimento e uno slancio. Bisogna iniziare da dove si può». Proteggere l’aborto a livello statale, ha aggiunto, può influenzare l’opinione pubblica nazionale e potenzialmente anche i tribunali. Leggi come quella dello Stato di New York aiutano a mostrare «come l’azione legislativa sull’aborto non sia solo divieti».

Recentemente la Corte Suprema del Kansas ha stabilito che il diritto di una donna ad abortire è protetto direttamente dalla Costituzione dello Stato. Puntando sulla Costituzione, l'aborto resterebbe legale in Kansas anche se il caso Roe v. Wade venisse annullato dalla Corte Suprema degli Stati Uniti.

Secondo Ilyse Hogue, presidente dell’organizzazione NARAL Pro-Choice America, le minacce all’aborto durante la presidenza Trump aggiungono oltre al danno la beffa per molti elettori, soprattutto donne. Sono «il sale sulla ferita dell'uomo che si è candidato e ha vinto sulla misoginia, e che ogni volta che ha potuto ha insultato le donne. Questa combinazione crea un’ondata di sostegno per combattere».

Foto in anteprima via AP

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Gilet gialli, più di 300 giornalisti denunciano le violenze della polizia: “Ci impediscono deliberatamente di lavorare”


[Tempo di lettura stimato: 5 minuti]

di Filippo Ortona (sui social "Filippesi Lanzardo")

Con l’evolversi del movimento dei gilet gialli, le strategie adottate dalle forze dell’ordine francesi per gestire la piazza, così come il loro armamento, hanno suscitato numerose critiche da parte dei media, anche quelli più tradizionali. A far discutere, oltre alle decine di mutilazioni e alla morte di una donna a Marsiglia, sono anche le violenze all’indirizzo dei giornalisti, i quali hanno denunciato, in una lettera pubblicata il primo maggio, “una volontà deliberata di impedirci di lavorare” e un conseguente attacco alla libertà d’informazione.

La denuncia è stata pubblicata sul sito dell’informazione pubblica France Info ed è firmata da più di 350 tra giornalisti, fotografi, redazioni e agenzie. Persino “Amnesty International e Reporters sans frontières”, si legge nella lettera, “denunciano le violenze della polizia contro la stampa. David Dufresne ha recensito almeno 85 aggressioni mirate a giornalisti” dall’inizio della crisi dei gilet gialli.

Leggi anche >> Il giornalista che usa i social per denunciare le violenze della polizia contro i gilet gialli

I firmatari accusano le forze dell’ordine di fare “intimidazioni, minacce, insulti. Ma anche: tentativi di distruzione o sequestro del materiale, cancellazione delle carte di memoria, manganellate, utilizzo volontario e mirato di gas, tiri di lacrimogeno ad altezza d’uomo, tiri di flashball, lanci di granate esplosive”, oltre alle confische “del nostro materiale di protezione” all’inizio delle manifestazioni. (Piccola nota personale: due giorni fa ho lavorato come cameraman durante la manifestazione per una redazione francese, e posso confermare la realtà di quest’accusa: degli agenti di polizia mi hanno costretto ad abbandonare la mia maschera antigas e i miei occhialetti da nuoto, nonostante avessi una lettera di missione del caporedattore).

Pochi giorni fa, il 20 aprile, l’arresto di Gaspard Glanz, giornalista indipendente francese durante una manifestazione dei gilet gialli a Parigi, aveva rilanciato il dibattito sullo statuto dei giornalisti in Francia.

Glanz, conosciuto per la sua copertura video di scontri di piazza e violenze delle forze dell’ordine, è il fondatore del canale online Taranis News. È un giornalista indipendente, nel senso che non ha la “carte de presse”, la tessera da giornalista. Il suo lavoro consiste nella vendita di immagini a vari media e la pubblicazione tramite i propri canali sui social.

Nei video pubblicati successivamente al suo arresto si vede Glanz domandare a un plotone di agenti antisommossa di poter parlare col loro superiore. Il videoreporter era infuriato per una granata che gli sarebbe stata indirizzata addosso dagli agenti.

A un certo punto della sequenza, un agente lo spintona e Glanz risponde alzando il dito medio, prima di girare i tacchi e andarsene. Una scena che non avrebbe catturato molta attenzione, nel quadro di una giornata di scontri di piazza particolarmente duri, se non per quello che e’ successo immediatamente dopo: un gruppo di poliziotti si fionda infatti su Glanz, malmenandolo e traendolo in stato di arresto.

Per quel dito medio, Glanz è stato tenuto in caserma per 48 ore, venendo rilasciato solo il lunedi successivo. È accusato di oltraggio a pubblico ufficiale e, nell’attesa del processo a ottobre, il tribunale gli ha vietato in un primo momento di comparire a Parigi i sabati (cioè quando si svolgono le manifestazioni dei gilet gialli) e il 1 maggio.

Il suo avvocato, Raphael Kempf, ha denunciato (su Twitter) una “decisione che compromette la libertà di stampa” visto che “impedisce a Gaspard Glanz di fare il suo lavoro e coprire i movimenti sociali”. I giudici, a cui Glanz ha fatto appello, hanno poi annullato il divieto di coprire le manifestazioni, e Glanz ha potuto lavorare durante il corteo del primo maggio.

In ogni caso, il suo arresto è parso a molti non solo eccessivo date le circostanza ma potenzialmente lesivo della libertà di stampa, in particolare per quanto riguarda il divieto di continuare a coprire le manifestazioni a Parigi.

È su questo punto – la minaccia al diritto all’informazione – che si è rianimato un dibattito sullo statuto di giornalista che riaffiora periodicamente in Francia, ultimamente sempre più’ spesso anche a causa della precarizzazione e della diversificazione del settore. Glanz va considerato un giornalista, sebbene non sia registrato in quanto tale? Chi può ritenersi un giornalista?

Come scrivono i 350 giornalisti firmatari dell’appello contro le violenze della polizia, “la maggioranza di noi sono indipendenti e precari. Rispetto alla realtà economica del nostro mestiere, è divenuto estremamente complicato ottenere il tesserino da giornalista, nonostante che pubblichiamo regolarmente sulle più importanti testate nazionali e internazionali”.

In Francia non esiste l’ordine dei giornalisti come in Italia. C’è invece un tesserino professionale rilasciato da un’apposita commissione – la Commission de la Carte d’identité des journalistes professionnels, CCIJP – composta da sindacalisti e rappresentanti degli editori. Per ottenerla, bisogna soddisfare due criteri: lavorare in un’impresa giornalistica e poter dimostrare che la maggior parte del proprio guadagno proviene dalla pratica del giornalismo - in soldoni, buste paga rilasciate da redazioni giornalistiche per lavori di giornalismo. Nel 2019 i titolari della carte de presse erano circa 34mila.

Inoltre, come scrive il servizio di fact-checking di Libération, la tessera da giornalista “non è assolutamente obbligatoria per esercitare il mestiere di giornalista, che può essere praticato liberamente da chiunque lo desideri, senza aver bisogno di un diploma o di un documento particolare”, come riconosciuto anche dalla Corte di cassazione francese in una sentenza del 2016. Il tesserino è meramente “uno strumento di lavoro”, che permette di agevolare l’esercizio del mestiere (per esempio facilitando l’ottenimento di accrediti o permessi), spiega la CCIJP, sempre a Libération.

“Il caso del fondatore di Taranis News”, scrive Le Monde, “è rivelatore dell’incertezza che caratterizza lo statuto di giornalista”. Secondo alcuni, infatti, non essendo in possesso del tesserino e non esercitando per una redazione “ufficiale”, Glanz non va considerato un giornalista e il suo arresto non comporta alcun attacco alla libertà di stampa. Il più diffuso settimanale conservatore, Le Point, gli ha dedicato un ritratto il cui titolo è più retorico che significativo: “Gaspard Glanz, giornalista o black bloc?”

Nonostante ciò, Glanz ha ricevuto il sostegno di un gran numero di comitati di redazione, compresi quelli di tutti i grandi media francesi. In un comunicato di solidarietà diffuso subito dopo la liberazione del videoreporter, si legge che l’arresto e l’interdizione imposti dal tribunale “equivalgono a vietare (a Glanz) di svolgere il suo lavoro di giornalista (cioè) di informare”.

Persino un mostro sacro del giornalismo mainstream francese, Jean-Michel Apathie, noto per le sue opinioni fortemente conservatrici, ha condannato l’arresto di Glanz. Quest’ultimo “fa un giornalismo impegnato ... per denunciare la polizia, ma non è un crimine”, ha detto dice Apathie, “ci sono punti di vista diversi che si esprimono e sta poi al cittadino di decidere”. Arrestando Glanz, afferma, “si maltratta la libertà di stampa”.

A questo proposito, è bene sottolineare che è proprio grazie a un’inedita e involontaria collaborazione tra videomaker e giornalisti ”indipendenti” e giornalisti “tradizionali”, che è emerso lo scandalo legato ad Alexandre Benalla, il collaboratore di Macron inquisito per aver malmenato degli studenti il 1 maggio del 2018. Benalla accompagnava le forze dell’ordine chiamate alla gestione di quella piazza a Parigi, travestito da poliziotto, senza alcuna autorizzazione ufficiale.

Grazie ai filmati di quella giornata, realizzati e postati sui social da giornalisti indipendenti tra i quali Taha Bouhafs e Gaspard Glanz, alcuni giornalisti “professionisti” di Le Monde e del Canard Enchainé, e poi di Mediapart, hanno potuto identificare Benalla e dare il via a uno degli scandali più significativi dell’era Macron.

Un insieme di messaggi provenienti dal mondo giornalistico che la politica, ancora una volta, sembra non voler recepire. Venerdì 26 aprile, il ministro degli interni Christophe Castaner, ha dedicato a Glanz un tweet lapidario: “Pretendere di essere un giornalista non ha mai autorizzato nessuno a commettere reati. Avere una GoPro sul casco non permette di provocare le nostre forze dell’ordine”.

Foto in anteprima via Change.org

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