Letta Gelmini e il fact-checking del fact-checking: avevano torto tutti


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Le statistiche possono giocare brutti scherzi. Possono essere inganni intenzionali, possono essere usate per sostenere congetture e rafforzare il proprio autocompiacimento, possono generare (ed essere il risultato di) confusione. Sono tutti, questi, gli ingredienti del piatto che hanno preparato Gelmini e Letta durante la trasmissione Ballarò del 19 aprile e che hanno poi continuato a condire alcuni blogger nel tentativo di smascherare il disinvolto uso dei dati del vicepresidente del Pd e di mettere in risalto l’insipienza del ministro dell’Istruzione e dell’Università. Eppure, come vedremo, anche nei tentativi di fact checking di questi blogger c’è un uso confuso delle statistiche che genera ulteriore confusione in chi legge, c’è autocompiacimento, ci sono congetture ostentate come verità.

Ma andiamo con ordine. L’antefatto. Quello che molti già sanno. Il 19 aprile scorso, nel corso di Ballarò,  l’on. Enrico Letta incalza il ministro Gelmini e le chiede conto di ulteriori tagli alla scuola previsti nel nuovo DEF (Documento di Economia e Finanza), da pochi giorni approvato dal Consiglio dei Ministri e presentato da Tremonti a Bruxelles: ulteriori tagli alla scuola per 4,5 miliardi l’anno dal 2012 al 2014, per un totale di 13,5 miliardi, sostiene Letta, sventolando il documento di finanzia pubblica. La Gelmini non riesce a difendersi, dice che Tremonti l’avrebbe avvisata di eventuali tagli al suo dicastero e che, quindi, quanto sostiene l’esponente del PD sia inconsistente. Alle sue spalle, alcuni suoi collaboratori si agitano per suggerire al ministro che non si tratta di tagli, ma di riduzione di spesa, ovvero non viene tagliato il capitolo di spesa per il personale della scuola, vengono “solo” ridotti i fondi ad esso destinati. Come? Riorganizzando (riducendo) il personale di scuola e università (nel corso della trasmissione Cota e Gelmini parlano di bidelli e delle cooperative esterne che si occupano della pulizia degli edifici scolastici). Sfumature.

Chi aveva ragione? Letta e i 13 miliardi e mezzo di tagli? La Gelmini e la riduzione di spesa?

Due blogger, Pietro Cambi e Jonkind, due giorni dopo la trasmissione, pubblicano due post che recitano più o meno in questo modo: attenzione, abbiamo sottoposto le affermazioni di Letta alla prova dei fatti e ci siamo accorti che, senza saperlo, il ministro Gelmini aveva ragione. Bene, pensiamo, un esempio, di fact checking. E, invece, andando nelle pieghe delle loro analisi, ci accorgiamo che le statistiche hanno giocato loro un tranello.

A cavallo tra il 20 e il 21 aprile, sul blog Crisis, il geologo Pietro Cambi pubblica un post dal titolo: “Dilettanti allo sbaraglio: Gelmini e Letta.” Dilettante Gelmini, dilettante Letta, secondo Pietro Cambi. L’una incapace di smontare le affermazioni di Letta, secondo il quale il nuovo DEF prevede ulteriori tagli a scuola e università (pari a poco più di 4561 milioni di euro l’anno per il triennio 2012-2014) rispetto a quelli già previsti dal Decreto Legge 112 del 2008 approvato dal Governo Berlusconi, l’altro non in grado di leggere correttamente il documento di Programmazione Economica.

Seguendo la tesi di Cambi, Letta sbaglia due volte: 1) i tagli o riduzioni di spesa non riguarderebbero la sola scuola, ma sarebbero relativi all’intero settore pubblico; 2) i 4561 milioni di euro di tagli previsti per gli anni 2012, 2013 e 2014 non sarebbero fondi risparmiati per ciascun anno, ma sarebbero cumulativi e costituirebbero il risparmio complessivo realizzato a partire dal 2008. In altre parole, Cambi sta tentando di spiegarci che non è vero, come sostiene Letta, che in tre anni lo Stato taglierà 4561 milioni d’euro l’anno per un totale di 13,5 miliardi di euro, ma che lo Stato prevede di risparmiare 1293 milioni di euro nel 2009, 2809 milioni nel 2010 (e, dunque, ulteriori 1516 milioni di euro), 3911 milioni nel 2011 (altri 1002 milioni rispetto all’anno precedente), 4561 milioni a partire dal 2012 (650 milioni di euro in più rispetto al 2011). Secondo l’argomentazione di Cambi, dal 2008 al 2012 lo Stato avrà risparmiato in totale 4561 milioni di euro. Pressapochista Letta nel leggere le tabelle, pressapochista la Gelmini nel non saper replicare e nell’ignorare la materia del contendere. Cambi chiude il post auspicandosi che qualcuno possa “sbugiardarlo”. E noi ci proviamo. La sua interpretazione della tabella, mostrata da Enrico Letta in trasmissione e presente nel DEF, che mette in bella mostra i tagli previsti nel PNR (Piano Nazionale delle Riforme), lascia più di un dubbio che le cifre riportate al suo interno (Tavola III.7: Impatto finanziario delle misure del PNR) non aiutano a sciogliere:

hanno tutti torto 1(Fonte: Documento di Economia e Finanza 2011, Sezione I: Programma di stabilità dell’Italia, p. 30)

Nel caso in cui la tesi di Cambi sia corretta, perché alla voce “minori spese” per il 2013 e 2014 non c’è uno 0 piuttosto che la reiterazione dei 4561 milioni di euro? E per quale motivo le voci relative alle spese sostenute (“maggiori spese”) vanno lette anno per anno e quelle relative alla riduzione di sovvenzionamenti statali (“minori spese”) sono, invece, cumulabili e non indicano un incremento annuale dei tagli? Sbaglia Cambi, inoltre, quando associa all’intero settore pubblico - e non solo alla scuola - i tagli previsti a partire dal 2012. A pagina 32 del DEF, poche righe dopo la tabella da lui abilmente citata, si legge infatti che «dalle riorganizzazioni della scuola e dell’università si attendono risparmi di spesa, al netto del Fondo di cui all’articolo 64, comma 9, del D.L. n.112 del 2008: in particolare nelle relazioni tecniche alla L. n. 244 del 2007 (commi 411 e 412) e al D.L. n.112 del 2008 (art. 64, comma 6) sono previste economie di spesa per il personale pari a oltre 1.293 milioni per il 2009, 2.809 milioni nel 2010, 3.911 nel 2011 e 4.561 milioni a decorrere dal 2012. Per l’università, a parte gli oneri previsti dalla Legge delega n. 240/2010 (27,5 milioni per il 2011, 96,5 per il 2012 e 176,5 a decorrere dal 2013), eventuali economie di spesa verranno valutate nell’ambito dei decreti attuativi della riforma.»

I risparmi (nel testo: economie di spesa) attesi dal Governo non riguardano l’intero settore pubblico, ma fanno riferimento direttamente alla spesa per il personale di scuola e università, dai cui tagli ci si aspetta fondi pari a 1293 milioni di euro per il 2009 fino agli ormai famosi 4561 milioni di euro a decorrere dal 2012.

Nella mattina del 21 aprile, sul suo blog Jonkind pubblica un post dal titolo: “Aveva ragione la Gelmini (ma non lo sapeva)”, in serata poi rilanciato dal sito “Ilpost.it” quale esempio di fact checking. Nel lanciare il pezzo, sul sito si legge: «Martedì sera, durante la puntata di Ballarò, il vicesegretario del PD, Enrico Letta, e il ministro dell’Istruzione Maria Stella Gelmini hanno molto battibeccato a proposito di un documento programmatico di finanza pubblica presentato da Tremonti a Bruxelles. Letta, in sostanza, accusava il ministro Gelmini di avere avallato nuovi tagli ai fondi destinati all’istruzione. Il video ha circolato molto, e al di là dell’opinione che ciascuno di noi può farsi della preparazione del ministro Gelmini, a dare un’occhiata ai dati tra lei e Letta sembra avesse ragione lei. Lo spiega bene questo post dal blog Jonkind.»Nel suo post Jonkind dimostra, decreti legge e finanziarie alla mano, come i conti di Letta fossero sbagliati e, suo malgrado, la Gelmini avesse ragione. Non solo il DEF non indicherebbe ulteriori riduzioni di spesa in più rispetto a quelle già previsti negli anni passati dalla finanziaria 2008 varata dal Governo Prodi e dal decreto legge n. 112 del 2008 approvato dal Governo Berlusconi, ma segnerebbe un’inversione di tendenza e una leggera riduzione dei tagli.

«Nei capitoli scuola e università, come spiegato nella tabella sottostante (quella sventolata da Enrico Letta in trasmissione) ci sarebbero le cifre dello scandalo dell’assalto/complotto berlusconiano-gelminiano alla scuola per gli anni 2012, 2013 e 2014: *nuovi e imprevisti ulteriori tagli* per 4/ 4,5/ 4,5 miliardi di euro complessivi in 3 anni, che si aggiungerebbero ai tagli già fatti. Allarmi! Allarmi! Ma…come si dovrebbero fare questi tagli? In realtà se leggiamo bene la tabella (sotto)…

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...ci accorgiamo per prima cosa che Letta non sa contare, perché somma tutte le cifre in colonna del capitolo “Innovazione e Capitale Umano”, invece di detrarre le maggiori spese dalle minori spese, per cui la progressione vera di minori spese per l’intero capitolo nel triennio 2012-2014 sarebbe: 2,33/2,28/2,28 (taccio dei 370 milioni non ripartibili).»

Dalla descrizione delle singole voci della tabella, Jonkind evince che: Enrico Letta commette un errore grossolano sommando anno per anno cifre che, invece, a suo dire, andrebbero sottratte (per fare un esempio, Letta somma, invece di sottrarre, i 3188 euro dei tagli previsti agli 822 relativi alle maggiori spese e i 224 delle minori entrate preventivati per l’anno 2012 fino ad arrivare a un totale di 4 miliardi di euro); sottraendo le spese che si sosterranno dalle minori spese previste per la scuola e l’università si registra addirittura un calo della riduzione di finanziamento. A differenza di Pietro Cambi, Jonkind dimostra, però, di aver letto il paragrafo “Innovazione e Capitale Umano” in calce alla tabella III.7. E dalla lettura del testo egli può dedurre che le riduzioni di spesa per la scuola indicate nel DEF fanno propri i tagli già previsti nella Finanziaria del 2008 del Governo Prodi (commi 411 e 412 della L. n. 244 del 27 dicembre 2007) e nel Decreto Legge n. 112 approvato dal Governo Berlusconi il 25 giugno 2008 e convertito nella L. 133 il 6 agosto dello stesso anno.

Quindi, conclude Jonkind, «Tremonti fino al 2011 somma tagli prodiani a tagli berlusconiani/gelminiani mentre a partire dal 2012 si tratta solamente degli effetti del decreto 112 del 25 maggio 2008 convertito in legge 133 del 6 agosto 2008. In ogni caso quanto dice Letta è sbagliato. È sbagliato nella forma (i numeri che dà non tengono conto delle cifre nette ma lorde) ma anche nella sostanza, perché dimostra di non sapere (o finge di non sapere) che i tagli dal 2012 in avanti sono già state previsti e approvati dal Parlamento nell’estate del 2008 e che quindi non stanno covando ulteriori complotti del governo sull’argomento scuola.»

Alla prova dei fatti, però, il castello di Jonkind cade sin dalle fondamenta, perché è errata la tabella su cui fonda tutta la sua argomentazione. E quanto egli scrive è sbagliato nei numeri e nella sostanza. Come si può osservare nelle foto sottostanti, la tabella mostrata da Letta a Ballarò è diversa da quella utilizzata da Jonkind ed è identica a quella presente nel DEF. Anzi, nel Documento di Programmazione Economica e Finanziaria, comodamente consultabile on line all’indirizzo http://www.mef.gov.it/documenti/open.asp?idd=26708 , né altrove, della tabella di Jonkind non v’è traccia.

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hanno tutti torto 5(Fonte: Documento di Economia e Finanza 2011, Sezione I: Programma di stabilità dell’Italia, p. 30)

Letta non sbaglia, dunque, nell’affermare che, a partire dal 2012, sono previsti tagli (riduzioni di spesa, ovvero di sovvenzionamenti statali alla scuola) di 4,5 miliardi di euro l’anno. E non sbaglia a sommare cifre che, invece, andrebbero sottratte, come sostiene Jonkind, per il semplice motivo che ogni voce presente è irriducibile l’un l’altra. Sono voci che fanno riferimento a capitoli di spesa differenti e che non possono essere né sommati né sottratti tra di loro.

Nelle pagine successive alla tabella, al paragrafo “Innovazione e capitale umano”, pagine 32 e 33, si legge, infatti, che le “maggiori spese” riguardano in particolar modo investimenti di 1435 milioni di euro per il periodo 2009 - 2011 e di 405 milioni per il triennio 2012 - 2014 (Leggi Finanziarie 2006 e 2008) per i progetti del Ministero della Difesa Fregate FREMM e Medium Armoured Vehicles; che le “minori spese non ripartibili” riguardano i 370 milioni di euro destinati al completamento del “Piano banda larga” per il periodo 2011 - 2015; che le “minori spese” sono il risultato degli incentivi anti-crisi (D. L. n. 78/2009) agli investimenti in macchinari, con minore entrate stimate in 1833 milioni di euro per il 2010, 2390 milioni per il 2011 e 224 milioni per il 2012. Tutti capitoli di spesa che non possono essere associati a quello relativo alla scuola.

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Il caos libico, il dramma umanitario, il pericolo ISIS, gli allarmismi sui “clandestini” pronti a partire


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L’ordine è arrivato lo scorso 4 aprile. In quella data, il generale Khalifa Haftar – che controlla con le sue truppe, note con il nome di Libyan National Army (LNA), la Cirenaica, cioè la parte orientale della Libia – ha lanciato l’offensiva militare per la conquista di Tripoli, la capitale del paese e sede del governo di Accordo Nazionale, nato nel 2016, guidato da Fayez al-Sarraj e sostenuto dalle Nazioni Unite.

La reazione di Tripoli non si è fatta attendere. Il Consiglio presidenziale del governo di accordo nazionale ha emesso un comunicato con l’ordine a tutte le forze militari, di polizia e di sicurezza di essere pronte e in allerta per contrastare qualsiasi attacco in arrivo.

via Ispi

L’annuncio dell’azione militare di Haftar è avvenuto in contemporanea con la visita ufficiale in Libia del segretario generale delle Nazioni Unite, António Guterres. Il segretario in un tweet ha espresso preoccupazione per lo scenario di guerra che si stava prefigurando: “Solo il dialogo interno al paese può risolvere i problemi libici”.

Nonostante questi appelli, l’offensiva del Libyan National Army di Haftar è partita, con la conquista di Gharian, città a circa 80 chilometri a sud di Tripoli, dopo brevi scontri con alcune milizie alleate con il governo di al-Sarraj, scrive Reuters. Gli scontri si sono poi intensificati i giorni successivi ad Ain Zara, distretto a 15 km a sud-est di Tripoli, riporta in un tweet il sito Special Monitoring Mission to Libya.

Al-Sarraj, in un intervento in tv, ha accusato il generale di tradimento e ha annunciato l’operazione “Vulcano di rabbia”: «Abbiamo teso le nostre mani verso la pace, ma dopo l'aggressione da parte delle forze di Haftar e la sua dichiarazione di guerra contro le nostre città e la nostra capitale non troverà nient'altro che forza e fermezza».  

Sempre ad Ain Zara martedì 16 aprile, in base a fonti militari sul posto, si sarebbero verificati violenti combattimenti, ricostruisce l’Ansa: “L'area è quella dove si è registrata nei giorni scorsi l'avanzata più poderosa delle forze di Khalifa Haftar”. In altre parti del territorio libico, al contrario, gli uomini del generale sono stati respinti e accerchiati dalle forze alleate al governo di al-Sarraj, come a Suani ben Adem, a 25 km a sud-ovest del capoluogo libico, ha constatato sul posto l’inviato dell’agenzia italiana. Si sono verificati anche raid aerei da parte delle due forze in guerra. L’aeroporto di Mitiga, l’unico funzionante per uso civile di Tripoli e anche utilizzato come base base militare, l’8 aprile è stato oggetto di un’incursione aerea da parte delle forze di Haftar, con i servizi temporaneamente sospesi, ha dichiarato l’inviato di Al Jazeera dalla capitale libica (qui il fotografo di AFP Mahmud Turkia ha documentato i danni causati dal raid). Il giorno successivo è stato riaperto. Le Nazioni Unite hanno condannato l’attacco, definendolo “una grave violazione del diritto internazionale umanitario che vieta gli attacchi contro le infrastrutture civili”.

Le truppe del governo di Accordo Nazionale di al Sarraj hanno reagito con un altro raid aereo sulla base aerea di Al-Wattiyah, a Sud-est di Tripoli, vicino al confine con la Tunisia, controllata dall’LNA, da dove è partita l’incursione aerea contro Mitiga.

via The Guardian

Nella notte tra il 16 e il 17 aprile, a due settimane dall’inizio dell’offensiva del generale Haftar, sono stati registrati bombardamenti nel distretto meridionale di Abu Salim, a Tripoli. Almeno quattro persone sono state uccise e 20 sono rimaste ferite, secondo quanto riportato da un funzionario del luogo. Il distretto di Abu Salim, spiega Reuters, si trova a nord delle forze lealiste che cercano di respingere l’arrivo delle truppe LNA provenienti dal Sud. Tripoli ha accusato i soldati di Haftar di lanciare missili in aree residenziali, ma l’LNA ha respinto l’accusa dichiarando di non c’entrare nulla con il bombardamento e accusando un gruppo con base a Tripoli.

Con il passare dei giorni, il conflitto in atto in Libia ha provocato un numero crescente di morti e feriti. Secondo le Nazioni Unite sono più di 200 le persone uccise, inclusi 18 civili, 913 i feriti e circa 20mila gli sfollati (molte famiglie in fuga dalle zone di conflitto si stanno dirigendo verso il centro di Tripoli, mentre oltre 14000 sfollati hanno cercato salvezza fuori dalla capitale, a Tajoura, Al Maya, Ain Zara e Tarhouna).

In una dichiarazione ufficiale, Stéphane Dujarric, portavoce del segretario generale delle Nazioni Unite, ha condannato “il crescente uso di armi pesanti e bombardamenti indiscriminati che hanno danneggiato case, scuole e infrastrutture civili” e comunicato che il rappresentante speciale del Segretario generale, Ghassan Salamé, sta continuando a chiedere una tregua umanitaria per consentire ai servizi di emergenza di raggiungere i civili intrappolati in zone coinvolte nei conflitti, dopo che una stessa richiesta fatta nei giorni passati era caduta nel vuoto. Dujarric ha aggiunto che secondo quanto riportato dalle squadre libiche di primo intervento le evacuazioni di civili sono in crescita, “con un numero significativo di feriti”: “Finora ne sono state confermate cinquanta, tra cui ci sono 14 morti”.

Il segretario generale ha inoltre denunciato che circa 3.000 migranti sono intrappolati nei centri di detenzione libici e nelle vicine zone di conflitto: "In alcuni casi le guardie hanno abbandonato i centri di detenzione lasciando i detenuti a se stessi senza beni di base per la vita come cibo o acqua".

La procuratrice capo della Corte Penale Internazionale (ICC), Fatou Bensouda, ha invitato tutte le parti e i gruppi armati coinvolti a rispettare le norme del diritto internazionale umanitario e avvertito i comandanti di essere determinata ad ampliare le indagini e i potenziali procedimenti penali, in caso di mancato rispetto delle leggi.

Per porre termine a questo conflitto interno, in Gran Bretagna è stata redatta una proposta di risoluzione e distribuita ai membri del Consiglio di sicurezza dell’ONU in cui si chiede l’impegno a tutte le parti per un cessate il fuoco, scrive Associated Press. Il testo invita anche a partecipare a un dialogo favorito dalle stesse Nazioni Unite per raggiungere una soluzione politica della crisi Libia. Secondo fonti diplomatiche, però, "il Consiglio non è riuscito a trovare il compromesso su una bozza di risoluzione".

L'ascesa politica dell'"uomo forte della Cirenaica" in Libia e gli equilibri politici in gioco

“Haftar non è una figura nuova della scena politica e militare libica”, spiega l’ISPI (Istituto per gli studi di politica internazionale) in un approfondimento dello scorso 15 aprile. Nel 1969 Muammar Gheddafi prende il potere in Libia e Khalifa Haftar è uno degli ufficiali al suo fianco. Negli anni ‘80, dopo una campagna fallimentare in Ciad alla guida delle forze armate libiche, dove viene anche catturato, Haftar vive in esilio negli Stati Uniti dove rimarrà per 20 anni.

Nel 2011, con le rivolte nel paese contro l’ex amico Gheddafi – durante le quali il Consiglio di sicurezza delle Nazioni Unite approvò una risoluzione che puntava a proteggere i civili, chiedeva un immediato “cessate il fuoco” e creava una no-fly zone sulla Libia e una coalizione formata da Francia, Regno Unito e Stati Uniti bombardò le forze dell’ex colonnello libico –, Haftar torna in Libia, nella parte orientale del paese, con il ruolo di uno dei comandanti delle forze ribelli .

Dopo la sconfitta di Gheddafi, in Libia nel luglio 2012 viene eletto il Congresso Generale Nazionale (CGN), che a ottobre vota come primo ministro Ali Zidan. Il primo obiettivo del Parlamento è quella di scrivere, entro un anno e mezzo, la costituzione della Libia. Questo traguardo non viene però raggiunto.

Nel 2014 Haftar torna a far parlare di sé presentandosi in tv: chiede la sospensione del CGN, che nel frattempo è bloccato dai contrasti tra i gruppi islamisti e i loro oppositori, e un nuovo governo ad interim per nuove elezioni. La richiesta viene respinta dal primo ministro Ali Zeidan.

Pochi mesi dopo, a maggio, Hatfar, con le sue truppe “Libyan National Army” e con l’appoggio militare dell’Egitto, lancia a Bengasi, in Cirenaica, l’“Operazione Dignità”, con la quale afferma di voler liberare la città dalle milizie islamiste. Tre anni dopo, nel luglio 2017, lo stesso Haftar annuncia che la città libica è stata definitivamente liberata. Proprio i successi militari di Haftar, spiega ancora l’Ispi, “ottenuti anche grazie al cruciale sostegno politico e militare di potenze regionali quali Egitto ed Emirati Arabi Uniti, interessate a prevenire l’insorgere di movimenti radicali nel Paese, hanno progressivamente incrementato la sua credibilità e il suo potere politico”, anche agli occhi dei leader europei. Questo nonostante le accuse (basate su diverse prove raccolte) di aver ordinato ai suoi soldati di commettere crimini di guerra.

Durante quegli anni prosegue la lotta interna in Libia, con Haftar che si conquista nel tempo un ruolo sempre più strategico. Appena tre giorni dopo l’avvio dell’“Operazione Dignità”, viene attaccato il parlamento a Tripoli da un gruppo di uomini armati e si verificano diverse sparatorie in alcune zone di Tripoli. In un dichiarazione letta in tv a nome dell'LNA di Haftar, il colonnello Mukhtar Fernana annuncia "il congelamento del CGN", aggiungendo che il parlamento non aveva alcune legittimità.

In Libia vengono così indette nuove elezioni a giugno 2014, che si svolgono in un contesto di violenza, con Haftar in guerra contro gruppi armati a Bengasi e con scontri tra diverse milizie in altre parti del paese. Il risultato delle elezioni consegna alla Camera dei Rappresentanti una maggioranza orientata verso i candidati "moderati" e una sconfitta dei gruppi islamisti. Ma il voto, caratterizzato da una bassissima affluenza, viene contestato dalle forze islamiste e milizie filo islamiste attaccano l’aeroporto di Tripoli. Intanto, il nuovo parlamento – riconosciuto dalla comunità internazionale – che si sarebbe dovuto riunire a Bengasi, svolge la sua prima sessione a Tobruk, città orientale della Libia e sotto il controllo di Haftar. Bengasi infatti era stata giudicata troppo pericolosa perché coinvolta negli scontri tra le milizie islamiste e le truppe del generale. Questo appuntamento, però, viene considerato illegittimo e boicottato dai deputati filo islamisti.

Per questo motivo, vecchi parlamentari del vecchio Congresso Generale Nazionale e alcuni di coloro che non avevano riconosciuto il nuovo parlamento a Tobruk, convocano a Tripoli un nuovo Congresso Generale Nazionale e nominano un proprio primo ministro. L’azione viene condannata e considerata illegittima dalla Camera dei Rappresentanti di Tobruk, che poi, nel marzo 2015, nomina ufficialmente Khalifa Haftar capo dell’esercito libico.

La Libia è così divisa territorialmente in un caos politico, istituzionale e militare: da una parte il Parlamento (e il governo) uscito dalle urne, riconosciuto dalla comunità internazionale ed 'esiliato' a Tobruk e dall’altra il nuovo CGN (con rispettivo governo) di Tripoli delle forze islamiste. Due realtà che, con le loro milizie affiliate, sono anche in lotta per il controllo delle riserve energetiche del paese. A favorie ancora maggiore instabilità, la decisione della Corte suprema libica, con sede a Tripoli, che stabilisce che la Camera dei Rappresentanti a Tobruk è illegittima. I giudici accolgono il ricorso presentato dai parlamentari islamici del nuovo Congresso generale nazionale a Tripoli, che riguardava la costituzionalità delle riunioni a Tobruk della Camera dei Rappresentanti. La sentenza viene però respinta dalla Camera dei Rappresentanti di Tobruk, perché sarebbe stata emessa sotto la minaccia delle armi delle milizie che controllano la capitale libica.

A tutto questo si aggiungono le notizie del controllo dell’Isis (il cosiddetto “Stato Islamico”) di alcuni territori del paese libico: Derna, Sirte e An Nawfaliyah. Una presenza vissuta come una minaccia da entrambi i parlamenti libici e che porta ad azioni militari sia da parte del governo di Tripoli, sia di quello di Tobruk (e quindi da Haftar) alleato con l’Egitto (paese entrato direttamente in azione dopo la pubblicazione da parte di milizie affiliate all’Isis di un video in cui veniva mostrata la decapitazione di 21 egiziani di fede cristiana rapiti a Sirte).

Le Nazioni Unite cercano intanto di avviare colloqui di pace tra i due parlamenti. A ottobre l’allora inviato speciale dell’ONU, annuncia l’avvio, al termine di accordi raggiunti, di  nuovo governo di unità nazionale libico. Il 17 dicembre viene così firmato a Skhirat in Marocco l’accordo per la formazione di nuovo governo da parte di diversi esponenti dei due parlamenti libici, che però non ha l’approvazione dei presidenti dei due parlamenti. A capo del nuovo governo, con sede a Tripoli, viene comunque indicato Fayez al-Sarraj e la comunità internazionale riconosce questo esecutivo di unità nazionale come l’unico legittimo in Libia.

Nel frattempo nel paese l’Isis subisce pesanti sconfitte da parte delle forze libiche, con l’intervento anche di paesi occidentali (Stati Uniti e Regno Unito). A fine 2016 viene annunciata la perdita definitiva di ogni territorio libico da parte delle milizie affiliate all’Isis. Durante questi scontri emerge per la prima volta la notizia della presenza di soldati francesi in attività in Libia. Dopo l’abbattimento di un elicottero da parte di una milizia islamista in lotta con il generale Haftar nella parte orientale del paese, si scopre che tra le vittime ci sono tre ufficiale francesi. Il governo di unità nazionale critica la presenza di uomini francesi su territorio libico.

Il nuovo esecutivo di unità nazionale libico, però, non acquista autorità, e le divisioni nel paese restano. Tra i motivi c’è il fatto che al Sarraj “è una figura senza molto peso politico e poco carismatica”, spiegava in un rapporto del 2016 l’Istituto Affari Internazionali (IAI), ma anche il mancato appoggio da parte proprio di Haftar, descritto sempre dall’IAI come una figura con “ambizioni nazionali” che puntava a proporsi agli occhi interni ed internazionali “come ‘piano B’ in caso di fallimento di Serraj”. A novembre 2016, Haftar si reca in Russia per chiedere appoggio e aiuto nella sua battaglia contro i gruppi islamisti.  

L’esercito del generale, inoltre, si contende con Tripoli i terminal petroliferi come quelli di Sidra e Ras Lanuf. Un conflitto che si risolve con la vittoria dell’LNA e che porta a un ulteriore deterioramento dei rapporti tra i due governi.

Nel 2017 ad Haftar viene riconosciuto il suo ruolo chiave in una possibile risoluzione politica in Libia. Il ministro degli esteri francese definisce infatti il generale come "parte necessaria della soluzione" e nell’estate si svolge in Francia un incontro, alla presenza del Presidente della Repubblica francese, Emmanuel Macron, tra al-Sarraj e Haftar. I due firmano un dichiarazione in cui si impegnano a un “cessate il fuoco”, a un uso della forza solo in ottica anti-terrorismo e a indire nuove elezioni presidenziali e parlamentari (fissate poi per il 10 dicembre 2018). La firma del testo – in un mancano però alcuni punti, come ad esempio il riconoscimento da parte di Haftar della legittimità di Tripoli – risulta una vittoria politica e diplomatica di del generale, sottolineano in quei giorni i quotidiani Liberation e Le Figaro.

Proprio sulla data delle elezioni, si sviluppa uno “scontro” a distanza tra Haftar e l’Italia lo scorso agosto. L’ex ambasciatore italiano in Libia (con sede a Tripoli), Giuseppe Perrone, in un’intervista a Libya's Channel dichiara che la Libia non era in grado di garantire uno svolgimento democratico delle elezioni e che pertanto c’era bisogno di tempo per andare al voto. Per queste parole, il generale afferma  di ritenere l’ambasciatore italiano «non più gradito alla maggioranza dei cittadini libici e che la politica dell’Italia nei confronti della Libia necessiti di radicali riforma e cambiamento (...)». Sul Sole 24 Ore Andrea Carli spiegava che l’uomo forte della Cirenaica “è convinto che uno slittamento della data delle elezioni non vada nel suo interesse”, perché ritiene di ottenere la maggioranza con un voto ravvicinato. Poco tempo dopo, a settembre, il ministro degli Esteri del governo M5s-Lega, Enzo Moavero Milanesi, si reca a Bengasi per un "lungo e cordiale colloquio con il maresciallo Khalifa Haftar" in cui si comunica è stato "rilanciato" uno stretto rapporto con l'Italia, "in un clima di consolidata fiducia”. Si legge in un comunicato ufficiale: “Fra i due vi è stata ampia convergenza per un'intensa cooperazione e sul comune impegno per una Libia unita e stabile". Perrone viene poi sostituito dal ruolo di ambasciatore italiano in Libia e al suo posto arriva Giuseppe Buccino Grimaldi (giunto nella capitale libica lo scorso 1 febbraio). Tutto questo mentre Tripoli diventa teatro di scontri tra milizie rivali, terminati dopo il cessato fuoco ottenuto dall’intervento diplomatico delle Nazioni Unite.

Ma la strada per elezioni in Libia è ancora lunga. L’inviato speciale dell’Onu per la Libia, Ghassan Salamé, annuncia che molto probabilmente le elezioni non potranno tenersi il 10 dicembre perché “c’era ancora molto da fare”. Sempre Salamé presenta a novembre al Consiglio di sicurezza "i tre pilastri" del piano di azione la stabilizzazione e la rinascita della Libia: “Il primo pilastro è il progetto per la messa in sicurezza della capitale, che prevede la formazione di una forza istituzionale che dovrebbe progressivamente andare a sostituire le milizie per il controllo del territorio. Forza che dovrebbe rispondere ad un consiglio direttivo costituito dai principali ministri del Governo di accordo nazionale. Il secondo cardine riguarda il cammino istituzionale della Libia, con la convocazione in territorio libico di una conferenza (o congresso) nazionale altamente rappresentativa che coinvolga tutte le realtà politiche del Paese, comprese le aree tribali del sud da svolgersi entro le prime settimane del 2019. (...) Terzo e imprescindibile pilastro per una stabilizzazione della Libia è anche il rilancio economico di un paese dalle ingenti risorse petrolifere, ma ancora oggi mal distribuite, e in molti casi disperse in traffici criminali”, riporta l’Ansa.

Questi punti sono anche la base discussione della Conferenza per la Libia svoltasi a Palermo il 12 e il 13 novembre scorsi, voluta dal governo italiano e sostenuta dall’ONU. Al termine della due giorni, Salamè parla di “successo” e il presidente del Consiglio, Giuseppe Conte, dichiara di lasciare Palermo con un sentimento di fiducia per aver dato "una prospettiva di stabilizzazione" della Libia: "Non dobbiamo illuderci, ma sono state poste premesse importanti di questo cammino". Ma per diversi analisti la Conferenza è stata un mezzo fallimento perché “non hanno partecipato né il presidente statunitense Donald Trump né quello russo Vladimir Putin, nonostante Conte l’avesse messa in calendario cercando di facilitare la presenza di entrambi. Erano assenti anche la cancelliera tedesca Angela Merkel, che ha confermato che non sarebbe andata a Palermo solo poche ore prima dell’inizio dell’evento, e il presidente francese Emmanuel Macron, che negli ultimi mesi ha avviato una competizione piuttosto intensa con l’Italia per avere il ruolo di guida delle politiche europee nei confronti della Libia. Ma soprattutto non ha partecipato ai lavori Khalifa Haftar (ndr mentre è arrivato all’ultimo incontrando Conte)”, riassume il Post. Inoltre, non è stato prodotto e firmato un documento vincolante con impegni precisi.

Intanto in Libia la lotta politica e militare dei due governi per le risorse energetiche del paese continua. Al-Sarraj a dicembre annuncia la riapertura del sito petrolifero El Sharara nella regione libica Fezzan, mentre l'LNA, dopo pochi mesi, comunica di aver preso il controllo del più importante giacimento petrolifero libico, quello di Sharara nel sud-ovest del paese. Una mossa che fa parte di un’operazione militare del generale nel Sud della Libia e che provoca la reazione del governo di Tripoli che accusa l’LNA di "atti di terrorismo e crimini di guerra".

Il 28 febbraio di questa anno sembra arrivare un punto di svolta. L’UNSMIL, la Missione di supporto delle Nazioni Unite in Libia, annuncia che al termine di un incontro ad Abu Dhabi, capitale degli Emirati Arabi Uniti, il governo di Tripoli e quello di Tobruk hanno trovato un accordo per indire nuove elezioni, senza però specificare una data.

Il mese successivo, poi, l’ONU annuncia una Conferenza nazionale in Libia il 14 aprile e 16 aprile per arrivare alle elezioni nel paese e concordare una data. Ma tutto salta, con l’azione militare di Haftar, a inizi di aprile, per la conquista di Tripoli.

Le motivazioni dell’attacco del generale a Tripoli e le sue possibili conseguenze

Youssef Cherif su Al Jazeera scrive che “un’operazione dell’LNA per conquistare Tripoli è sempre stata solo una questione di tempo”. Il generale Hatfar, infatti, “dopo essersi assicurato nel 2017 il pieno controllo di Bengasi, nella Libia orientale, nell’ultimo anno ha continuato a espandere i territori sotto il suo controllo, parallelamente ha avviato dei colloqui con il governo di Al-Sarraj sponsorizzati da vari esponenti internazionali”. Poi, in vista delle conferenza in Libia per individuare la data delle prossime elezioni presidenziali e parlamentari, l’uomo della Cirenaica “si è affrettato a massimizzare i suoi guadagni territoriali e quindi la sua influenza sui suoi avversari a Tripoli” e anche a “capitalizzare il crescente malcontento tra la popolazione civile nella Libia occidentale” a causa dell’aumento di criminalità, insicurezza e corruzione sul territorio.

Per Cherif, inoltre, la risposta all’offensiva su Tripoli della comunità internazionale è stata timida e “dimostra che molti paesi oltre gli Emirati Arabi, l’Egitto e l’Arabia Saudita considerano Haftar la soluzione per la Libia”. I paesi "stranieri" ritenuti vicini ad Haftar sono Russia e Francia. Da dopo il lancio dell’offensiva contro Tripoli queste tre potenze hanno preso formalmente le distanze dal generale: la Russia ha dichiarato di non appoggiarla e la Francia che secondo retroscena avrebbe bloccato la condanna dell’Ue nei confronti di Haftar, ha smentito ufficialmente queste accuse. Gli Stati Uniti gli Stati Uniti che negli ultimi anni ha mantenuto un dialogo con il governo di Tobruk per il contenimento della minaccia jihadista, specifica Ipsi, hanno chiesto ad Haftar di “fermare immediatamente” la sua avanzata.

via Agi

Proprio degli interessi contrapposti degli alleati del generale “che si muovono nello scacchiere internazionale (...) e gli interessi regionali di Egitto, Emirati, e Arabia Saudita”, ne scrive la giornalista esperta di medio oriente e Libia, Francesca Mannocchi su l’Espresso. La conquista di Tripoli oltre a essere territoriale è anche una conquista economica: “Il controllo sulle risorse strategiche: gli scali aerei e marittimi, il controllo della Banca centrale libica, e altre istituzioni statali di cruciale importanza”.

La giornalista spiega così che “l'economia della Cirenaica dipende in parte da Tripoli, per gli stipendi dell'LNA e soprattutto perché, benché Haftar controlli la maggioranza dei giacimenti, non è in grado di monetizzare il petrolio, visto che gli introiti delle vendite internazionali passano da Tripoli, che controlla un bilancio annuale di 40 miliardi di dinari (29 miliardi di dollari)”. Per Tim Eaton, ricercatore esperto di Libia per l'istituto di affari internazionali Chatam House, sentito dalla giornalista, «se il Gna smettesse domani di pagare i salari nella parte orientale del paese, Haftar potrebbe ostacolare la produzione delle infrastrutture petrolifere che controlla, e che sono la maggioranza. Se Haftar avesse la possibilità di gestire le vendite internazionali del petrolio saremmo di fronte davvero a una trasformazione del conflitto, ma al momento nessuno può permettersi di bloccare né le infrastrutture né la vendita del petrolio».

Anche per questo una delle ipotesi è quella che si profilerebbe non un conflitto rapido, visto che ad oggi nessuna delle due forze in campo – composte “da un amalgama di gruppi armati male addestrati, poco coordinati tra loro, più avvezzi alla guerriglia che alla guerra vera e propria”, spiega Lorenzo Cremonesi sul Corriere della Sera – sembra prevalere nettamente sull’altra. Una situazione che provocherebbe ulteriore instabilità nel paese e un crescente danno per la popolazione.

Chi invece sembrerebbe ricavare linfa vitale da questa situazione sarebbe l’Isis tramite operazioni dopo mesi di inattività, racconta il giornalista esperto di medio oriente Daniele Ranieri sul Foglio. Un esempio è l’attacco rivendicato dal gruppo terroristico lo scorso 9 aprile nella città di Fuqaha, dove tre persone, tra cui il sindaco, sono state uccise e altre prese come ostaggi. La speranza del cosiddetto “Stato Islamico” sarebbe così solo una: “Una guerra civile che metta l'una contro l'altra le due fazioni che danno loro la caccia, che faccia finire il paese nel caos, faciliti la circolazione di uomini e armi e produca quel materiale umano – giovani rabbiosi, senza lavoro e con molta consuetudine con le armi – che poi finisce per arruolarsi nei gruppi estremisti”.

Seri timori per eventuali ripercussioni di una nuova guerra civile in Libia sono state manifestate anche dal governo italiano. Il 15 aprile, durante una conferenza stampa, il presidente del Consiglio italiano ha espresso “forte preoccupazione per l’escalation militare in Libia”, ribadendo la richiesta di ritiro urgente dell’LNA guidato dal generale Haftar e della cessazione delle operazioni militari di tutte le parti coinvolte per un ritorno a un dialogo politico sotto l’egida dell’ONU. Proprio il primo ministro libico del governo di Tripoli, Fayez al-Sarraj ha avvertito che le conseguenze dell’attacco di Haftar si ripercuoterebbero su immigrazione irregolare e sul terrorismo: «Se l'offensiva dovesse continuare, la sicurezza finirà ancor di più fuori controllo, e già ci sono segnali di questo. Sul territorio libico ci sono 800 mila clandestini. Troveranno la loro strada verso l'Europa, e con loro si infiltreranno terroristi e criminali». Il pericolo di potenziali terroristi pronti a partire in direzione dell'Italia è stato denunciato anche dal ministro dell'Interno, Matteo Salvini.  

Queste 800mila persone pronte a fuggire dalla Libia, però, non trovano una conferma da parte degli analisti né dalle stesse autorità italiane. Matteo Villa, del Migration Programme and Europe and Global Governance dell’Ispi, spiega a Nuove radici che in base alle stime dell’OIM in Libia ci sarebbero in realtà 200 mila migranti, aggiungendo: «Non credo che la maggiore destabilizzazione in Libia inneschi le partenze, anzi. Le milizie che lucrano sul traffico di esseri umani operano, indipendentemente dai conflitti. Al contrario, i dati dimostrano che riescono a far partire le persone quando c’è maggior stabilità».

Anche il ministro degli Esteri italiano afferma che il numero citato da al Sarraj "è una cifra esorbitante rispetto ai numeri estremamente inferiori che ci risultano di migranti in senso stretto, quindi provenienti da altri stati e che si trovano in Libia attualmente". Lo stesso Giuseppe Conte in un’informativa al Senato del 18 aprile sulla situazione in Libia ha comunicato che “per quanto riguarda le possibili conseguenze sui flussi migratori verso l'Italia o altro territorio sempre dell'Unione europea, al momento, al di là delle cifre circolate nei giorni scorsi (anche a fini propagandistici), dalle informazioni in nostro possesso non emerge un quadro di imminente pericolo”. Riguardo poi al rischio infiltrazione di “malintenzionati e terroristi” nei flussi migratori, sempre il ministro degli Esteri italiano ha dichiarato che “non è una novità di queste ore e di questi giorni (...) È chiaro che aggravandosi una situazione emergenziale, di guerra in Libia, ci sia un’attenzione maggiore”.  

Intanto, la situazione in Libia non sembra calmarsi e un cessato il fuoco risulta sempre più lontano, con i paesi della comunità internazionale che non sembrano trovare un fronte compatto e unito sullo situazione libica, da quando il regime di Muammar Gheddafi è stato rovesciato nel 2011, sottolinea Reuters. Intanto, giovedì 18 aprile il governo di Tripoli ha emesso dei mandati di arresto per Haftar e altri alti funzionari dell'est, incolpandoli per i bombardamenti su Tripoli di mercoledì 16. Di contro, funzionari della Cirenaica hanno emesso altrettanti mandati di cattura contro il premier di Tripoli al Sarraj e altri funzionari occidentali.

Foto in anteprima via Ansa

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L’attacco ai diritti è globale, la resistenza è femminista


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Nella tarda mattinata di domenica 31 marzo nove donne vestite come le ancelle della serie tv tratta dal romanzo di Margaret Atwood The Handmaid's Tale camminavano lentamente e a testa bassa per le strade di Verona, dove si stava tenendo l’ultimo dei tre giorni del XIII Congresso Mondiale delle Famiglie (World Congress of Families, WCF), il più importante meeting internazionale tra organizzazioni e associazioni anti-femministe, anti-Lgbti e anti-abortiste che quest’anno ha visto la partecipazione di ministri del governo italiano. Sotto gli abiti da ancelle c’erano attiviste di movimenti femministi di diversi paesi, dirette davanti alla chiesa dove i partecipanti al WCF stavano seguendo una messa prima di radunarsi per l’evento finale del Congresso.

Arrivate a destinazione le donne si sono appoggiate al muro in riga di fronte l’edificio a testa bassa e in silenzio. Finita la funzione, alcuni partecipanti hanno insultato o deriso le ancelle, altri hanno intonato un Ave Maria verso di loro. Un uomo uscito dalla chiesa spingendo un passeggino con lo sguardo rivolto alle attiviste ha commentato ad alta voce: «Dieci donne che non parlano. Impeccabile».

Le ancelle erano zitte, eppure la loro presenza aveva avuto l'effetto di un rumore assordante nei timpani dei presenti – che infatti hanno reagito stizziti.

Il desiderio delle forze conservatrici in Italia, in Europa e a livello globale è quello di vedere delle donne mute, inermi, accondiscendenti. E invece accade l’esatto contrario, e in tutto il mondo i movimenti femministi si mobilitano, fanno sentire la loro voce contro la violenza e le politiche che ledono libertà individuali e diritti.

Resistenza femminista

Nell’introduzione all’ultimo rapporto “Rights Today” in occasione del 70° anniversario della Dichiarazione universale dei diritti umani lo scorso dicembre, Kumi Naidoo, Segretaria generale di Amnesty International, ha scritto che assistiamo oggi “all’ascesa di personaggi politici boriosi, che utilizzano atteggiamenti machisti, misoginia, xenofobia e omofobia, per fornire l’immagine del leader come ‘uomo forte’”, e che molti di questi leader nel 2018 hanno cercato “d’indebolire il principio stesso di uguaglianza, pietra angolare delle norme sui diritti umani”. Tuttavia, ha aggiunto, “quest’anno nessuna lotta per l’uguaglianza ha avuto tanta risonanza e visibilità quanto quella per i diritti delle donne”.

La resistenza alle derive conservatrici parte dalle donne, perché è sui loro corpi che in prima battuta passa l’offensiva ai diritti. Secondo la giornalista e attivista del movimento femminista italiano Non Una di Meno Giulia Siviero, «sicuramente le donne sono un bersaglio da colpire e da affondare, ma sono anche ciò che serve al sistema per riprodursi». E quindi donne intese come uteri per fare figli per la patria, oppure corpi da difendere dagli stupratori venuti da lontano, utili a discorsi identitari e razzisti. In generale, «tutti i movimenti estremisti nel mondo, nelle loro differenze, utilizzano la violenza contro le donne e la limitazione della loro libertà. Il corpo delle donne diventa oggetto del contendere e campo di battaglia».

In Italia in questo momento, ha aggiunto Siviero, l’attacco è larghissimo e si è «saldato tra destre radicali, integralisti cattolici, governi che fanno tagli al welfare e organizzano il mercato del lavoro in modo ostile alle donne, amministrazioni locali che approvano mozioni anti-aborto o sgomberano spazi femministi. E poi ci sono alcuni uomini per i quali libertà femminile è un pericolo, sentono che le donne sono fuori controllo e aggressive, e che le loro libertà e loro diritti hanno messo in discussione la loro mascolinità alla quale non hanno mai davvero pensato».

La scrittrice Michela Murgia vede in questo momento un attacco non solo al corpo delle donne, ma anche alla loro volontà, e alla «capacità di fare rete maturata in questi anni. Il femminismo è l’unico movimento politico che ha provato a immaginare un altro modello di potere (…) non chiede semplicemente che le donne occupino più posti di potere all’interno di questa struttura, ma vuole modificare la struttura». Questo, secondo la scrittrice, è il motivo per cui le donne sono l’obiettivo delle politiche repressive, ma allo stesso tempo «sembrano essere anche il baluardo più stabile contro questa deriva».

Con questo governo e proposte di legge come ad esempio il ddl Pillon sull’affido condiviso, aggiunge Murgia, «probabilmente per la prima volta vediamo in faccia la forma di chi sta cercando di abbattere i diritti che abbiamo costruito. Siamo in pericolo, non è una cosa che possiamo stare a guardare, e giustamente stiamo scendendo in piazza. Esistono solo i diritti che siamo in grado di difendere, se ci distraiamo un attimo e non li difendiamo, quei diritti ce li porteranno via».

Lo scorso 8 marzo, durante la Giornata internazionale della donna, i movimenti femministi hanno aderito a uno sciopero globale, inondando le strade di città in oltre 50 paesi del mondo. In Spagna la partecipazione è stata enorme, con circa 350.000 manifestanti a Madrid e 200.000 a Barcellona.

L'appello è partito dall'Argentina, dove dal 2015 le donne protestano contro la violenza e i femminicidi, e chiedono che l'aborto sia sicuro e legale. «Il 3 giugno 2015, abbiamo invaso le strade con il dolore e l’indignazione davanti agli omicidi quotidiani di donne e transessuali, che portano nel corpo le ferite della violenza machista», ha detto Marta Dillon, una delle fondatrici del movimento femminista Ni Una Menos, a Internazionale. «Quel giorno abbiamo cambiato il mondo, anche se i femminicidi continuano al ritmo di uno ogni 30 ore, anche se il patriarcato continua a trattarci con crudeltà. Lo abbiamo cambiato perché non tacciamo più e perché quando una donna parla e denuncia possiamo dirle "ti credo, sorella"».

In Polonia le femministe lottano contro una delle legislazioni sulle interruzioni di gravidanza più restrittive d'Europa. In Brasile le donne stanno guidando il movimento contro le crescenti repressioni dei diritti umani ad opera del governo Bolsonaro. In Irlanda le proteste hanno portato alla vittoria della campagna referendaria per la legalizzazione dell'aborto.

Le lotte e le proteste femministe si contagiano e creano alleanze. Così come l'attacco, la risposta è globale.

Il 30 marzo a Verona decine di migliaia di attiviste sono scese in piazza per la manifestazione organizzata dal movimento femminista Non Una di Meno in occasione del World Congress of Families. Il corteo ha visto la partecipazione di attiviste da ogni parte d’Italia, e di movimenti provenienti da Spagna, Francia, Germania, Polonia, Croazia, Regno Unito, Olanda, Svizzera, Bielorussia e Argentina. La manifestazione è stata probabilmente la più grande mai vista in città, e la maggiore anche nella storia del Congresso Mondiale delle Famiglie. Ricercatori e analisti ritengono che l’evento non abbia mai ricevuto una tale contestazione.

 

Il giorno dopo in città si è tenuta una grande assemblea transnazionale, a cui hanno partecipato circa 400 attiviste, che hanno condiviso pratiche, problemi, obiettivi e le loro esperienze di contesti diversi.

«Questo femminismo è quello che qualcuna ha definito del 99%. È radicale perché vuole cambiare il sistema, è intersezionale e transnazionale per definizione, e unisce la lotta al fascismo, al razzismo, all’omotransfobia, al sessismo e al maschilismo, alla lotta di classe alla lotta sul lavoro. Ed è per questo che è così potente», spiega Siviero. «Non si tratta di sfondare il soffitto di cristallo e lasciare che le altre raccolgano i cocci».

Un femminismo che aspira a provocare un radicale cambiamento nella società e che si definisce “intersezionale”: significa che il suo orizzonte va ben oltre il superamento del divario di genere, e si interseca con altre oppressioni, divenendo collettore per i diversi gruppi colpiti da politiche conservatrici e reazionarie.

«Il femminismo intersezionale si occupa di tutte le marginalizzazioni - e non sto parlando di minoranze. Dico che se non sei maschio, bianco ed eterosessuale probabilmente hai più difficoltà in questo mondo. Le femministe sono state laboratorio per le marginalizzazioni: abbiamo uno storico di metodo, di reti, di relazioni che ci permette di essere più reattive nel momento in cui si verifica l’atto violento», dice Murgia. «Ed è il motivo per cui in questo momento in tutto il mondo i movimenti femministi stanno reagendo con più forza».

Guardando al futuro, Siviero ritiene che «l’alleanza con gli uomini sia fondamentale oggi per il movimento femminista, perché la libertà di una società si misura sulla libertà delle donne e quindi anche degli uomini. Ci sono in Non Una di Meno tante ragazze molto giovani, e anche per i ragazzi la parola ‘femminismo’ non viene percepita come una parolaccia. È uno spazio politico che potrebbe funzionare proprio perché non è separatista, funziona sulle alleanze e non si occupa solo di donne».

Nonostante il movimento non sia immune da divergenze al suo interno, secondo Murgia, «quando si tratta di toccare i diritti acquisiti il fronte torna unico. Sappiamo litigare tra di noi, ma sappiamo chi è il nemico. E sicuramente non è dentro di noi».

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Gli scienziati del clima: “Le preoccupazioni dei giovani che protestano sono giustificate”


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La rivista Science ha pubblicato una lettera scritta da un gruppo di scienziati (e firmata da oltre 3mila colleghi) a sostegno delle manifestazioni globali per il clima, come quelle organizzate in molti paesi dai movimenti di Fridays For Future. Gli scienziati, oltre a sottolineare che le preoccupazioni dei giovani sono giustificate e supportate dalla migliore scienza disponibile, osservano che:

È cruciale avviare immediatamente una rapida riduzione delle emissioni di ‎CO2 e di altri gas serra. Il livello di crisi climatica che l'umanità sperimenterà in futuro sarà determinato dalle nostre emissioni cumulative; una riduzione rapida ora limiterà il danno. Ad esempio, l’Intergovernmental Panel on Climate Change (IPCC) ha stimato di recente che dimezzare le emissioni di CO2 entro il 2030 (rispetto ai livelli del 2010) e raggiungere a livello globale emissioni di CO2 nette pari a zero entro il 2050 (oltre a forti riduzioni in altri gas serra) permetterebbe di avere una probabilità del 50% di rimanere al di sotto di 1,5 gradi di riscaldamento. Considerando che i paesi industrializzati hanno prodotto più emissioni e hanno beneficiato maggiormente delle emissioni precedenti, hanno una responsabilità etica di compiere questa transizione più rapidamente rispetto al mondo nel suo complesso.

Di seguito alcune ricerche, rapporti e aggiornamenti pubblicati in questi giorni sul cambiamento climatico, sulle emissioni di anidride carbonica e sugli effetti del riscaldamento globale.

La dipendenza dalle fonti energetiche fossili spinge di nuovo le emissioni di CO2

L'accordo sul clima firmato a Parigi nel 2015 avrebbe l'obiettivo di limitare l'aumento della temperatura della Terra al di sotto dei 2 gradi, rispetto ai livelli precedenti l'inizio del riscaldamento globale in corso. L'accordo prevede anche, da parte dei paesi firmatari, uno sforzo aggiuntivo a non superare il grado e mezzo (l'aumento finora è stato di circa un grado). Ma il rispetto di questi impegni avrebbe richiesto un taglio delle emissioni di anidride carbonica (CO2) più drastico e rapido di quello attuato fino ad ora. Il 2018 ha segnato perfino una battuta di arresto rispetto alla direzione che avremmo dovuto da tempo imboccare. Anzi, una vera e propria retromarcia. Secondo un rapporto dell'Agenzia Internazionale dell'Energia, le emissioni di CO2 dovute ai consumi energetici sono aumentate dell'1,7% rispetto al 2017. La causa, spiega l'Agenzia, è stato l'aumento del 2,3% della domanda energetica globale, per il 70% da attribuire ai consumi degli Stati Uniti, della Cina e dell'India. Questi paesi sono stati responsabili del 85% dell'aumento delle emissioni di CO2.

A spingere i consumi, e quindi le emissioni, è stato per il 45% l'uso di gas naturale, cresciuto del 46% nel 2018. Il ruolo del carbone come fonte di energia continua lentamente a declinare. Nel 2018 la sua domanda è aumentata dello 0,7%, un dato molto inferiore alla crescita che si registrava nel decennio 2000-2010. Eppure il carbone continua a rappresentare una causa importante di emissioni a livello globale. L'anno scorso, all'interno del “mix” di fonti impiegate per la produzione di energia elettrica, la fetta del carbone è stata la più grande (il 38%). La produzione di elettricità da carbone ha generato il 30% delle emissioni di CO2 durante lo scorso anno. La maggior parte di questa CO2 è uscita da impianti che si trovano in Asia. Sono centrali molto giovani, con un’età media di appena 12 anni, e che perciò potrebbero rimanere in funzione per altri decenni prima di essere spente.

 

Andamento delle emissioni di anidride carbonica per la produzione di energia, da carbone e altre fonti fossili (fonte: International Energy Agency)

Se dal 2014 al 2016 le emissioni sono rimaste stabili nonostante l'economia stesse continuando a crescere è stato perché la diffusione delle fonti rinnovabili e l'aumento dell'efficienza energetica sono riusciti a soddisfare la domanda. Anche nel 2018 le energie rinnovabili sono cresciute del 4% (il 40% di questo aumento si deve alla Cina). Ma nel 2017 la domanda energetica ha iniziato a salire a una velocità tale da non riuscire ad essere ovunque soddisfatta. Ciò che è accaduto nell'ultimo anno dimostra che l'impiego delle fonti alternative a quelle fossili non sta crescendo abbastanza velocemente da riuscire a “inseguire” le dinamiche dell'economia globale e quindi la domanda di energia. Il rapporto fotografa quindi un'economia globale ancora in larga parte dipendente dalle fonti fossili, compreso il petrolio, la cui domanda è cresciuta dell'1,3%. Di questo passo rispettare gli obiettivi dell'accordo di Parigi sarà un'impresa sempre più difficile.

La continua riduzione del ghiaccio nell'Artico, «un assoluto disastro per la Terra»

Il 13 marzo scorso è stata misurata l’estensione massima annuale del ghiaccio del Mare Artico: 14,78 milioni di chilometri quadrati. Come riporta il sito del National Snow and Ice Data Center, si tratta del settimo dato più basso in 40 anni di rilevazioni satellitari. Il ghiaccio del Mare Artico raggiunge il suo massimo tra la fine di febbraio e l’inizio di aprile. Dal 1979 al 2019 la superficie misurata a marzo è diminuita di 41700 chilometri quadrati, un calo di circa il 2,7% per decade. Il dato di quest’anno conferma la tendenza alla riduzione del ghiaccio artico che si registra ormai da quando sono iniziate le misurazioni satellitari. La sua estensione a settembre sta diminuendo al ritmo del 12,8% per decade. Uno studio del 2018 ha mostrato che il 70% della calotta artica a gennaio è ormai composto da ghiaccio stagionale, cioè da da ghiaccio che si forma in inverno per poi sciogliersi in estate. Il ghiaccio pluriennale, cioè quello più vecchio, più spesso e resistente al disgelo estivo, è in progressivo ritiro. Dal 1958, inoltre, il ghiaccio ha perso mediamente i due terzi dello spessore misurato al termine dell’estate.

La progressiva diminuzione dell'estensione del ghiaccio del mare artico registrata a settembre (fonte: NASA)

Ciò che sta accadendo nell'Artico è una delle conseguenze più preoccupanti del riscaldamento globale, perché innesca fenomeni che aggravano ulteriormente gli effetti del cambiamento climatico nel resto del pianeta. L’arretramento del ghiaccio artico e il suo scioglimento anticipato in estate diminuiscono l’albedo, cioè la frazione di radiazione solare che una superficie riesce a riflettere. Come sa chi frequenta la montagna in inverno, una superficie completamente innevata ha un forte potere riflettente tanto da risultare abbagliante per gli occhi. Allo stesso modo, quando il mare Artico in inverno diventa ghiacciato e ricoperto da neve, l’albedo di questa regione del pianeta raggiunge il suo valore massimo. Questo valore diminuisce man mano che il ghiaccio arretra e si scioglie esponendo pozze di acqua sulla sua superficie. Fino quasi ad annullarsi quando il mare ritorna allo stato liquido. Il mare aperto ha un potere riflettente praticamente nullo rispetto a quello di una distesa di ghiaccio coperta da neve.

Un Artico sempre meno ghiacciato nel corso dell’anno tende quindi ad “attirare” più calore e a riscaldarsi ulteriormente. E con se stesso, anche l’intero pianeta. Ricercatori dello Scripps Institution of Oceanography, in uno studio pubblicato nel 2014, avevano calcolato che la diminuzione dell’albedo artico dal 1979 corrispondeva a un riscaldamento a livello medio globale pari al 25% di quello causato dalla CO2 emessa negli ultimi 30 anni. Per questo ed altri feedback negativi causati dal riscaldamento dell'Artico, lo scienziato Peter Wadhams, in un recente saggio intitolato Addio ai ghiacci, scrive che «la riduzione del ghiaccio marino artico deve essere considerata un assoluto disastro per la Terra».

Uno studio conferma: mezzo grado centigrado di riscaldamento globale in più fa la differenza

Mezzo grado centigrado è la scarto tra i due obiettivi dell’accordo di Parigi: quello “minimo” (contenere l’aumento della temperatura globale entro i 2 gradi) e quello per cui i firmatari dell’accordo hanno concordato (almeno sulla carta) un impegno “aggiuntivo”. Mezzo grado può sembrare poco, ma può pesare parecchio per le conseguenze che può avere sul clima della Terra. Di questo la scienza del clima ne era già consapevole. Anche il rapporto dell'Intergovernmental Panel on Climate Change (IPCC) dello scorso ottobre sottolineava che se l'aumento della temperatura del pianeta venisse contenuto entro 1,5 gradi, rispetto alla temperatura dell'età pre-industriale, si ridurrebbe l'impatto del riscaldamento globale sugli ecosistemi, la salute umana, la sicurezza alimentare, la crescita economica.

Una conferma giunge da uno studio realizzato da ricercatori giapponesi e pubblicato su Scientific Reports. Attraverso l’applicazione di alcuni modelli, gli autori della ricerca hanno tentato di comprendere come quel mezzo grado di differenza tra i due possibili scenari futuri di riscaldamento del pianeta potrebbe cambiare l’intensità e la frequenza sia di periodi particolarmente piovosi che siccitosi. In particolare hanno cercato di stimare quanto potrebbe intensificarsi la variabilità  dei fenomani climatici al punto da aumentare anche la probabilità che in una stessa regione si possano verificare, anche nel corso della stessa stagione, eventi estremi di segno opposto: siccità prolungate seguite da forti alluvioni e viceversa.

I risultati evidenziano chiaramente che una differenza di mezzo grado potrebbe effettivamente esasperare questa variabilità e accentuare gli estremi climatici. Si tratta, ricordano i ricercatori, di fenomeni che si stanno già verificando sul pianeta, come le forti siccità seguite da alluvioni in California negli anni recenti. I ricercatori concludono che «l’elevato potenziale di danno di tali drastici cambiamenti pone una seria sfida per l’adattamento». Questo studio rafforza dunque le indicazioni contenute nel rapporto dell'IPCC: contenere il riscaldamento del pianeta entro 1,5 gradi permetterebbe di ridurre sensibilmente il rischio che questi eventi estremi possano infliggere gravi danni a molte popolazioni sulla Terra.

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La dipendenza dei giovani dai cellulari è un allarme fondato?


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di Tiziana Metitieri, psicologa, neuropsicologa

La settimana d'aprile appena passata ha riportato l'allarme sull'uso dei telefonini nei bambini e negli adolescenti.

Sono di volta in volta clinici, educatori, politici, scrittori, figure istituzionali e religiose a farsi carico di rivelare l'impatto negativo delle nuove tecnologie sulla crescita fisica e mentale delle nostre più giovani generazioni.

Non si può non apprezzare questo atteggiamento premuroso. Tuttavia, nel tentativo di rinforzare il proprio messaggio il più delle volte si ricorre con superficialità a categorie diagnostiche proprie della clinica ma con un tono più o meno intenzionalmente accusatorio. Quindi l'allarme premuroso diventa condanna di una ipotetica malattia. Si incita così, ammesso che l'allarme sia fondato, a liberarsi da una dipendenza, come se si urlasse a un adulto di liberarsi dall'ipertensione.

La dipendenza si riferisce a un insieme ben definito di comportamenti attraverso i quali si manifestano un rilevante disagio psicologico e una compromissione prolungata della vita personale, familiare, sociale, scolastica, professionale.

Quindi, non è il caso di fare confusione tra uso eccessivo di un dispositivo e dipendenza patologica, sia se si ha rilevanza pubblica, sia e a maggior ragione se si è esperti.

Negli ultimi anni è sviluppato un intenso dibattito nella comunità scientifica e clinica internazionale sull'opportunità di assimilare le dipendenze comportamentali (ad es. il disturbo da gioco su internet) alle dipendenze da abuso di sostanze, dal momento che per le prime, i sintomi, le caratteristiche e le basi fisiopatologiche sono ancora in fase di studio. Quindi nemmeno gli esperti, quelli che fanno affidamento su dati scientifici verificati e che non hanno conflitti d'interesse, possono ad oggi affermare con certezza a cosa potrebbe corrispondere un disturbo da dipendenza dal telefonino.

L'allarmismo premuroso aveva ricevuto un incoraggiamento quando l'anno scorso si è diffusa la notizia che nell'ICD 11, la classificazione internazionale delle malattie pubblicata dall’Organizzazione Mondiale della Sanità, il Disturbo da gioco digitale o videogiochi è stato incluso proprio nella categoria dei disturbi dovuti all'uso di sostanze. Tale decisione era basata sulle limitate evidenze scientifiche disponibili ma mirava a far partire dei programmi sanitari dedicati e un monitoraggio del disturbo e delle sue manifestazioni. Qualche anno prima, il Disturbo da abuso di internet era stato incluso nel DSM 5, il Manuale Diagnostico e Statistico dei Disturbi Mentali a cura dell'Associazione di Psichiatria Americana, con l'intento di stimolare la ricerca sulla verifica dei criteri.

Negli ultimi mesi sono stati pubblicati diversi studi corposi e rigorosi che hanno fatto luce sui notevoli pregiudizi che hanno afflitto finora la ricerca stessa sull'impatto che le nuove tecnologie avrebbero per la vita e la crescita di bambini e ragazzi.

Tali tipi di ricerche sono molto complesse e per essere attendibili devono essere condotte su grandi numeri di soggetti. Difatti, tipicamente richiedono la somministrazione di lunghi questionari ai ragazzi e/o ai genitori, nei quali vengono registrate le abitudini quotidiane, il rendimento scolastico, le attività sportive, le attività del tempo libero, ecc. e, inoltre, vengono poste domande sul benessere psicologico (si tratta di domande che possono riguardare sintomi depressivi o ansiosi, disturbi del sonno, iperattività, agitazione, ecc.).

Una volta acquisiti i questionari compilati, il ricercatore si trova di fronte a una mole di dati e deve scegliere quali fattori confrontare e che metodo statistico usare. Queste scelte sono determinanti perché da esse dipenderà il quadro dei risultati finali e delle interpretazioni. Quindi se il ricercatore decide di analizzare l'associazione tra l'uso del telefonino e i sintomi depressivi, andrà a selezionare le due variabili tra le centinaia di colonne di dati e le immetterà nel suo modello statistico.

A questo punto possiamo ipotizzare che troverà una forte relazione tra il tempo di uso del telefonino e l'intensità dei sintomi depressivi. Questo risultato non vuol dire che l'uno sia causa degli altri o viceversa, ma che entrambi variano nella stessa direzione. Se il ricercatore è poco scrupoloso, pubblicherà un articolo scientifico nel quale sosterrà l'esistenza di un'associazione tra maggiore tempo d'uso del telefonino e maggiore depressione e invierà una nota alla stampa un po' più esagerata nella quale affermerà che i telefonini causano la depressione. Se invece il ricercatore è molto scrupoloso, sottoporrà quel risultato ad altri metodi statistici, non solo, andrà ad analizzare se ci sono anche altri fattori che possono spiegare quell'associazione. In tal modo, potrà effettuare una verifica contestuale a più livelli su cosa effettivamente determini un incremento di intensità dei sintomi depressivi.

È quello che hanno fatto Amy Orben e Andrew K. Przybylski in un articolo scientifico pubblicato lo scorso gennaio e per il quale hanno riesaminato i dati di tre indagini condotte negli Stati Uniti e nel Regno Unito tra il 2007 e il 2016 e relativi a più di 350.000 adolescenti di età compresa tra i 12 e i 18 anni. Applicando modelli complessi di analisi statistica, gli autori hanno distinto gli effetti di fattori negativi, neutrali e positivi sul benessere psicologico. Per tutte e tre le indagini, ad esempio, hanno rilevato che gli effetti negativi del bullismo sono di quattro volte superiori all'uso delle nuove tecnologie. D'altra parte, un sonno regolare ha un effetto positivo di circa due volte superiore rispetto all'uso delle tecnologie. Per quanto riguarda i fattori neutrali, ebbene, risulta che mangiare patate e portare gli occhiali hanno lo stesso effetto negativo dell'uso dei dispositivi digitali.

Soprattutto, Orben e Przybylski hanno dimostrato come, nello stesso insieme di dati, l'associazione tra l'uso delle nuove tecnologie e il benessere psicologico possa cambiare da negativa a positiva (da -.075 a +.05) in base alle variabili che un ricercatore decida di scegliere, senza tenere conto di tutte le altre variabili sullo sfondo.

Un'altra ricerca recente condotta dai ricercatori canadesi Heffer, Good, Daly, MacDonell e Willoughby ha portato risultati che nel clima attuale possiamo considerare inattesi. In questo caso, si tratta di uno studio longitudinale nel quale è stata analizzata l'associazione tra uso dei social media e sintomi depressivi a due anni di distanza. Nel loro complesso e al netto dell'effetto di altri fattori, gli autori hanno dimostrato che l'uso dei social media non è associato ai sintomi depressivi manifestati due anni dopo. Inoltre, nelle adolescenti è la maggiore intensità dei sintomi depressivi a predire due anni dopo un maggiore uso dei social media. Saranno altri studi a dover replicare questi effetti e a verificare se i social media forniscano un ruolo protettivo sul disagio psicologico.

Questi risultati sono del tutto opposti a quelli ottenuti in studi meno rigorosi da Jean Twenge, una psicologa statunitense che, dopo la neuroscienziata britannica Susan Greenfield, si è fatta paladina del disastro neuropsicosociale apportato dalle nuove tecnologie. È un caso che poi entrambe ne abbiano fatto una carriera mediatica.

Se lo stato delle conoscenze è questo e va arricchendosi di mese in mese con risultati del tutto opposti ai secolari preconcetti sull'uso delle nuove tecnologie da parte delle nuove generazioni, si può ritenere prematuro parlare di dipendenza sia tra gli esperti sia, ancora più fortemente, in un contesto di comunicazione pubblica che si presta ad alimentare stigma e discriminazioni nei confronti di chi per superficialità non si comprende appieno.

Anche considerando alcuni rari casi patologici di uso compulsivo di telefonini e dispositivi digitali, con ritiro dalla vita sociale e scolastica, è necessario approfondire l'impatto di molti altri fattori se si vuole veramente comprendere di che disturbo si tratti nel suo complesso, prima di eliminare quello che potrebbe essere l'unico mezzo di contatto con la realtà.

Limitarsi poi solo a parlare del tempo di uso del telefonino è senza senso se non si considera per cosa viene usato. Comunicare con gli altri, imparare le lingue, guardare delle video-lezioni di fisica o storia è molto diverso dal fare uno di quei giochi ripetitivi tipici degli adulti; creare le mappe concettuali, ascoltare i libri in sintesi vocale, seguire i video di matematica è determinante per i ragazzi con disturbi specifici di apprendimento; avere i propri giochi, poter guardare i propri cartoni animati e ascoltare le canzoni preferite è cruciale per un bambino con gravi disturbi del comportamento spaventato da un viaggio in aereo assieme a tante persone.

Non sorprenderà se anche i fumetti al loro esordio furono ispirazione ad alcuni accesi difensori della moralità che si specializzarono nella psicopatologia dei fumetti allo scopo di salvare i bambini dai danni alla loro crescita inflitti da quei disegni perversi.

È una storia che si ripete e si ripeterà, secondo l'avvertimento di Douglas Adams:

1. Tutto quello che è al mondo quando nasci è normale.
2. Tutto quello che viene inventato fino a quando hai 30 anni è incredibilmente eccitante e innovativo e con un po' di fortuna potresti farne una carriera.
3. Tutto quello che viene inventato dopo i tuoi 30 anni è contro l’ordine naturale delle cose e l'inizio della fine della civiltà come la conosciamo...

Se si vuole fare davvero qualcosa che aiuti le nuove generazioni ma anche quelle più anziane è farsi promotori di un'educazione digitale in tutte le sedi, a partire dalla scuola dell'infanzia e fino alle case di riposo.

Foto in anteprima via Pixabay.com

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Le criticità della direttiva sul copyright. Analisi dell’articolo più controverso


[Tempo di lettura stimato: 24 minuti]

Aggiornamento 15 aprile: la direttiva è stata approvata dal Consiglio dell'Unione europea.


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La Direttiva Copyright è stata approvata dal Parlamento europeo in sessione plenaria. Adesso dovrà passare al Consiglio dell'Unione europea (dal 15 aprile) e poi dovrà essere attuata dai singoli Stati.

La normativa appare estremamente complessa, in alcuni punti contraddittoria, e alcune norme sono redatte in maniera generica al punto che dovranno essere chiarite in sede attuativa. C’è il rischio che in prima battuta l’interpretazione delle norme sarà operata direttamente dalle grandi aziende che si troveranno a dover contrattare tra loro le licenze e gli ulteriori obblighi previsti dalla normativa. Solo in seconda battuta l’interpretazione sarà data da autorità statali ed infine dai tribunali nazionali.

In questa ottica è possibile che il recepimento in norme nazionali possa risolvere alcuni dubbi interpretativi, ma non è detto. C’è, invece, il forte rischio che ogni paese ne realizzi una versione diversa, così determinando una frammentazione ulteriore della normativa in materia. Potremmo avere fino a 27 norme differenti, e cioè comporterà altri problemi alle aziende che dovranno applicarle, perché dovranno assumere legali esperti in tutte le norme nazionali. Maggiori costi, quindi.

A confondere ulteriormente le cose, il testo finale della direttiva ha trovato una diversa numerazione, così l’articolo 13 è diventato l’articolo 17, ma il testo è rimasto sostanzialmente lo stesso. Nel seguito analizzeremo questo articolo.

[Nel post si utilizzerà la traduzione italiana per semplificare la comprensione, ma è stato tenuto in considerazione il testo inglese visto che al momento non esistono traduzioni ufficiali]

Prestatori di servizi di condivisione

L’articolo 17 titola: “Utilizzo di contenuti protetti da parte di prestatori di servizi di condivisione di contenuti”. Infatti si rivolge ai “prestatori di servizi di condivisione di contenuti online” (online content sharing service providers, o OCSSP). Le definizioni si trovano nell’articolo 2, dove il “prestatore di servizi di condivisione di contenuti online” è “un prestatore di servizi della società dell’informazione il cui scopo principale o uno dei principali scopi è quello di memorizzare e dare accesso al pubblico a grandi quantità di opere protette dal diritto d’autore o altri materiali protetti caricati dai suoi utenti, che il servizio organizza e promuove a scopo di lucro”.

La definizione di “servizio della società dell’informazione” è ripresa dalla direttiva 2015/1535 (richiamata dall’articolo 2 della direttiva copyright): “qualsiasi servizio della società dell'informazione, vale a dire qualsiasi servizio prestato normalmente dietro retribuzione, a distanza, per via elettronica e a richiesta individuale di un destinatario di servizi”. “A distanza” si intende un servizio fornito senza la presenza simultanea di parti.

Il Considerando 62 della direttiva copyright chiarisce ulteriormente la definizione spiegando che comprende “unicamente i servizi che svolgono un ruolo importante sul mercato dei contenuti online, in concorrenza con altri servizi di contenuti online, come i servizi di streaming audio e video online, per gli stessi destinatari”. Quindi la direttiva “riguarda i servizi che hanno come scopo principale o come uno degli scopi principali quello di memorizzare e consentire agli utenti di caricare e condividere un gran numero di contenuti, al fine di trarne profitto, direttamente o indirettamente, organizzandoli e promuovendoli per attirare un pubblico più vasto, anche classificandoli e ricorrendo a promozione mirate al suo interno. Tali servizi non dovrebbero comprendere i servizi che hanno uno scopo principale diverso da quello di consentire agli utenti di caricare e condividere una grande quantità di contenuti protetti dal diritto d’autore allo scopo di trarre profitto da questa attività. Si tratta, ad esempio, dei servizi di comunicazione elettronica ai sensi della direttiva (UE) 2018/1972 del Parlamento europeo e del Consiglio, nonché dei prestatori di servizi cloud da impresa a impresa e di servizi cloud, che consentono agli utenti di caricare contenuti per uso personale, come i cyberlocker, o di mercati online la cui attività principale è la vendita al dettaglio online, e che non danno accesso a contenuti protetti dal diritto d’autore”.

È da notare la particolare tecnica di redazione della norma, in contrasto con la direttiva del 2015, che configura una classificazione estremamente particolareggiata, quasi da far intendere che la norma è stata scritta avendo in mente dei destinatari specifici. Purtroppo le leggi non funzionano (o non dovrebbero funzionare) così, perché, come ci si è accorti nel corso del dibattito, in una categoria, pur se particolareggiata, rientrano numerose altre realtà, anche non ancora nate. In tal modo appare evidente che la norma, più che guardare al futuro e quindi regolamentare anche modelli di business che potranno nascere un domani, guarda al passato, a ciò che già esiste, col rischio di limitare forme di business future. La conseguenza è stata che procedendo nel dialogo si è dovuto progressivamente introdurre una serie di esenzioni sempre più particolareggiate per tentare (in alcuni casi senza riuscirci) di escludere alcune realtà. E questo potrebbe portare a pensare che alcune specifiche realtà già esistenti semplicemente non sono state nemmeno prese in considerazione al momento della redazione della norma.

L’articolo 2, quindi, esclude espressamente alcune categorie di servizi: “I prestatori di servizi quali le enciclopedie online senza scopo di lucro, i repertori didattici o scientifici senza scopo di lucro, le piattaforme di sviluppo e di condivisione di software open source, i fornitori di servizi di comunicazione elettronica ai sensi della direttiva (UE) 2018/1972, i mercati online, i servizi cloud da impresa a impresa e i servizi cloud che consentono agli utenti di caricare contenuti per uso personali non sono prestatori di servizi di condivisione di contenuti online ai sensi della presente direttiva”.

Occorre dire che il concetto di “lucro” sul web è piuttosto particolare, perché la caratteristica del web è data proprio dall’interconnessione dei servizi e la possibilità di condividere contenuti (tramite i classici like o share) tra diverse piattaforme. Per questo motivo molti servizi online prevedono comunque licenze commerciali per i loro servizi anche se loro stesse non hanno alcuno scopo di lucro. Ad esempio, Wikipedia, pur essendo gratuita, consente il riutilizzo anche commerciale dei propri contenuti (per non parlare del fatto che si regge su donazioni), e cioè determina il rischio che l’esenzione, a seconda delle normative statali, potrebbe non applicarsi a Wikipedia. In ogni caso l’esenzione non pare applicarsi ad altri progetti collaborativi che fanno parte dello stesso ecosistema di Wikipedia, ma che non possono essere considerati enciclopedie (Wikiquote, Wikisource, Wikidata, Commons).

I gestori di telefonia e gli internet access provider sono esentati in quanto la loro attività principale non consiste nel condividere contenuti, ma nell’instradare la trasmissione. Un problema si ha con i cloud provider, visto che in alcuni casi sono utilizzati dagli utenti per condividere (tramite link diretto) i contenuti immessi nel cloud e talvolta si tratta anche di contenuti piratati. In questo caso, non dovrebbero comunque essere soggetti alla norma, sempre perché la loro attività principale non è la condivisione dei contenuti ma la fornitura di spazio per ospitarla. È però probabile che sul punto ci saranno aspre battaglie legali.

Nel testo, infine, non vi è alcuna indicazione per stabilire quando si è in presenza di una grande quantità di opere. Ma il Considerando 63 prevede che tale accertamento “dovrebbe essere effettuato caso per caso e dovrebbe tener conto di una combinazione di elementi, come l'utenza del servizio e il numero di file di contenuti protetti dal diritto d’autore caricati dagli utilizzatori del servizio”. Questo in realtà non aiuta molto nello stabilire se si è in presenza di una “grande quantità di opere”, e quindi alimenta l’incertezza relativamente all’applicazione della direttiva.

Comunicazione al pubblico

L’articolo 17 prevede che gli Stati membri debbano disporre che “il prestatore di servizi di condivisione di contenuti online effettua un atto di comunicazione al pubblico o un atto di messa a disposizione del pubblico ai fini della presente direttiva quando concede l’accesso al pubblico a opere protette dal diritto d’autore o altri materiali caricati dai suoi utenti”.

Questo è il punto focale dell’intero articolo. Di fatto va a modificare l’attuale normativa comunitaria.

Attualmente la direttiva Ecommerce prevede un’esenzione da responsabilità per i provider di hosting (che più o meno sono una categoria nella quale è inscritta la categoria dei “prestatori di servizi di condivisione di contenuti online” della direttiva copyright). In generale i provider, con riferimento ai contenuti immessi dai loro utenti, non sono responsabili delle informazioni trattate a patto che non intervengano sul contenuto o sullo svolgimento delle operazioni sui contenuti. E questo è quanto già è previsto in genere dagli ordinamenti nazionali. La normativa europea, inoltre, vieta anche un monitoraggio generalizzato dei contenuti immessi dagli utenti.

Il problema è dato dal fatto che un provider deve necessariamente svolgere alcune operazioni sulle informazioni trattate, altrimenti non potrebbe operare su di esse ed instradarle o ospitarle. Per cui spetta, in ultima battuta, al giudice nazionale stabilire se l’operazione posta in essere è una mera operazione tecnica (quindi consentita) oppure vi è l’intenzione di influire sulle informazioni, nel qual caso scatta la responsabilità del provider (in solido con l’utente, autore dell’illecito), in quanto il provider mostra di voler fare proprio il contenuto.

Per i fornitori di hosting i requisiti per poter usufruire dell’esenzione da responsabilità sono dettati dall’art. 16 del decreto di recepimento della direttiva Ecommerce (70 del 2003). E cioè, il provider diventa responsabile nel momento in cui ha l’effettiva conoscenza (actual knowledge) dell’illecito (da valutarsi in conformità dei principi dell’imputabilità penale) oppure se si trova in colpa per negligenza a fronte dell’allegazione della conoscenza sostanziale di fatti o circostanze che rendano manifesta l’illiceità dell’attività o del contenuto.

Su questi elementi si è avuta una evoluzione giurisprudenziale che ha fissato l’interpretazione degli stessi, al fine di una corretta valutazione della responsabilità del provider. A fronte dell'evoluzione della magistratura nazionale l'evoluzione della giurisprudenza della Corte di Giustizia europea ha progressivamente esteso l’ambito della responsabilità del provider, passando da una “actual knowlege” ad una “constructive knowledge”, cioè dalla consapevolezza effettiva a quella solo presunta, ritenendo che l’operatore economico debba agire in base ad uno specifico criterio di diligenza. È da notare che si tratta di un’estensione che non corrisponde al testo letterale della direttiva Ecommerce.

Ad esempio, nel caso GS-Media, la Corte europea arriva a riconoscere la responsabilità del provider in base alla mera presunzione derivante dall’esistenza di un fine di profitto. Se ci guadagna deve fare più attenzione e la sfera di responsabilità è più ampia. Ovviamente si tratta solo di una presunzione e come tale può essere confutata. Ma è indubbio il salto in avanti.

In tal senso, il “ruolo” del provider è divenuto un altro elemento rilevante che ha prodotto numerose pronunce, nazionali e non, su quando il provider debba considerarsi “attivo”. Nel qual caso, avendo una specifica intenzione di manipolazione dei contenuti, ne sarebbe corresponsabile.

Mentre la giurisprudenza italiana in genere ha valutato l’indicizzazione e i suggerimenti di ricerca un mero espediente tecnologico volto al miglioramento dello sfruttamento economico della piattaforma, con la sentenza L’Oreal vs Ebay, la Corte europea afferma che ruolo attivo è anche l’ottimizzazione della presentazione dei contenuti o la loro promozione.

Se fino ad oggi il provider ha una responsabilità secondaria, come da condotte di favoreggiamento o facilitative ad un comportamento altrui, con la direttiva il provider ne risponde in prima persona come se la condotta fosse stata posta in essere da esso stesso. A tal proposito, non dobbiamo dimenticare che stiamo parlando dell’immissione del contenuto sui server che in realtà è operazione compiuta dall’utente, e che è tecnicamente un atto di comunicazione al pubblico. Quindi la direttiva addossa anche al provider la responsabilità di un atto di comunicazione al pubblico tecnicamente posto in essere dall’utente. E, per un atto di comunicazione al pubblico occorre l’autorizzazione del titolare dei diritti.

Piattaforme come Youtube (a differenza dei servizi di streaming come Spotify) non sono attualmente obbligate a ottenere una licenza dai titolari dei diritti per i contenuti immessi dagli utenti, proprio perché solo l’utente, fino ad oggi, è stato considerato colui che pone in essere la comunicazione al pubblico. Il provider può eventualmente, rispondere in concorso con l’utente in presenza di determinati presupposti, in genere se non rimuove speditamente il contenuto in caso di segnalazione dello stesso, ma non per un atto di comunicazione al pubblico.

Inoltre, la stessa Corte europea ha più volte sottolineato che per stabilire se si è in presenza di una comunicazione al pubblico sono richiesti requisiti che vanno applicati individualmente, e che sono interdipendenti. In sostanza, occorre una valutazione caso per caso delle circostanze (che apre a forti incertezze giuridiche), valutazione che mal si concilia con dei filtri preventivi generalizzati.

Ad esempio, nella sentenza GS Media la Corte UE ritiene che si possa presumere la “conoscenza” dell’illecito in quanto il provider opera per profitto. Poi nella successiva sentenza Pirate Bay il profitto diventa solo uno tra altri elementi, a significare che, probabilmente, la “consapevolezza” necessaria per far scattare la responsabilità debba essere, appunto, calibrata caso per caso. Però, con la sentenza Pirate Bay la Corte europea sostiene che la gestione di una piattaforma online può costituire atto di comunicazione al pubblico, in quanto facilita la fruibilità di contenuti da parte degli utenti. In tal modo, la Corte estende il concetto di “comunicazione al pubblico” ricomprendendo in esso anche condotte meramente facilitative dell’accesso alle opere online, che originariamente costituivano responsabilità secondaria la cui regolamentazione è demandata alle legislazioni nazionali (non armonizzate). Per cui si considera comunicazione al pubblico, e quindi occorre l’autorizzazione del titolare, non solo se la piattaforma diffonde l’opera, ma anche se si limita a rendere più semplice l’accesso alla stessa, ad esempio tramite un link (i torrent e i magnet, usati da Pirate Bay, sono dei link fondamentalmente) o forme di ottimizzazione della presentazione dei contenuti. In tal modo la responsabilità secondaria viene progressivamente inglobata in quella primaria, realizzando un’armonizzazione della materia a livello europeo.

A tal proposito è utile notare che una piattaforma come Youtube differisce da PirateBay proprio perché , pur avendo un motore di ricerca interno e un sistema di categorizzazione dei contenuti, YouTube vieta espressamente ai suoi utenti il caricamento di video che violano il copyright, mentre Pirate Bay li incoraggia, e YouTube adotta specifiche misure tecniche per la rimozione dei contenuti in violazione. In tal senso, si può sostenere che YouTube non ha una conoscenza tale dei contenuti, non svolge un ruolo così indispensabile alla loro diffusione, da diventarne responsabile.

Tutto questo viene portato agli estremi nella direttiva copyright, laddove l’art. 17 dispone che “il prestatore di servizi di condivisione di contenuti online effettua un atto di comunicazione al pubblico o un atto di messa a disposizione del pubblico ai fini della presente direttiva quando concede l’accesso al pubblico a opere protette dal diritto d’autore o altri materiali caricati dai suoi utenti”. Con la direttiva non c’è alcuna necessità di accertare l’esistenza di una consapevolezza oppure di elementi ulteriori, di fatto il provider (o meglio la categoria ristretta di provider individuata dalla norma) effettua sempre un atto di comunicazione al pubblico con riferimento ai contenuti immessi dagli utenti. Il che di per sé è già paradossale perché il provider non ha conoscenza del contenuto, quindi non può esprimere alcuna intenzione di farlo proprio, se non dopo che il contenuto è stato già immesso nei server. Fermo restando la difficoltà (o vera e propria impossibilità) per un provider (come Youtube) di avere conoscenza di tutti i contenuti effettivamente immessi sui suoi server, data l’enorme quantità.

Il Considerando 64 precisa che “ciò non pregiudica il concetto di comunicazione al pubblico o di messa a disposizione al pubblico in altri ambiti del diritto dell’Unione, né l’eventuale applicazione dell’articolo 3, paragrafi 1 e 2, della direttiva 2001/29/CE ad altri prestatori di servizi che utilizzano contenuti protetti dal diritto d’autore”. Questo crea ancora maggiore confusione legale, poiché avremo due concetti di “comunicazione al pubblico” nell’ambito del diritto dell’Unione a seconda dei casi. In ogni caso è palese che la norma influenzerà certamente la Corte europea nell’interpretazione del concetto di “comunicazione al pubblico”.

Autorizzazioni e licenze

Poiché il provider pone in essere sempre una comunicazione al pubblico, “deve pertanto ottenere un’autorizzazione dai titolari dei diritti di cui all’articolo 3, paragrafi 1 e 2, della direttiva 2001/29/CE, ad esempio mediante la conclusione di un accordo di licenza”.

Ma se un provider “deve” ottenere una licenza perché un utente possa immettere quel contenuto sui suoi server, dovrebbe innanzitutto sapere che tipo di contenuto è. Poiché, ovviamente, non lo può sapere prima che il contenuto sia immesso sui server, le possibilità sono solo due: o lascia il contenuto in sospeso, lo analizza, poi procede ad acquisire la licenza e infine lo pubblica solo dopo aver acquisito la licenza, oppure acquisisce tutte le licenze per tutti i contenuti possibili ed immaginabili, quindi anche, presumibilmente, per contenuti che non saranno mai immessi sui suoi server. Da qui si capisce che fondamentalmente la direttiva alimenta un enorme mercato delle licenze, favorendo i produttori di contenuti. Non solo, questo inevitabilmente determinerà un costo eccessivo per molte piattaforme.

Sopraggiunge un’ulteriore complicazione. Se probabilmente le Majors musicali avranno tutto l’interesse a cedere le licenze (del resto già lo fanno), nel settore audiovisual (film, tv) le cose non vanno allo stesso modo, in quanto le aziende cinematografiche non sempre cedono le licenze e non le cedono mai a tutti, anzi tendono a restringere il più possibile la circolazione delle stesse, essendo tali restrizioni alla base del loro modello di business. Per cui c’è il rischio che un provider voglia acquisire una licenza ma non possa acquistarla perché non è in vendita. Oppure perché, approfittando del fatto che il provider “deve” acquisirla per forza, la licenza viene aumentata enormemente di prezzo.

Per tale motivo si prevede che il provider non sia responsabile per atti non autorizzati se dimostra di “a) aver compiuto i massimi sforzi per ottenere un’autorizzazione. È palese che non essendoci alcuna indicazione su cosa si possa intendere per “massimi sforzi” (best effort) questo crea una forte incertezza e difficoltà applicative. Un provider si troverà costantemente in una situazione di non sapere se viola o meno la legge, e di poter essere portato in qualsiasi momento dinanzi ad un giudice. Quale imprenditore inizierebbe un’attività avendo la consapevolezza che nessuno gli può assicurare che è conforme alle leggi?

In realtà il paragrafo 4 precisa che non è sufficiente solo “aver compiuto i massimi sforzi per ottenere un’autorizzazione”, ma occorrono altri due requisiti perché il provider vada esente da responsabilità. E cioè:

b) “aver compiuto, secondo elevati standard di diligenza professionale di settore, i massimi sforzi per assicurare che non siano disponibili opere e altri materiali specifici per i quali abbiano ricevuto le informazioni pertinenti e necessarie dai titolari dei diritti

c) “aver agito tempestivamente, dopo aver ricevuto una segnalazione sufficientemente motivata dai titolari dei diritti, per disabilitare l’accesso o rimuovere dai loro siti web le opere o altri materiali oggetto di segnalazione e aver compiuto i massimi sforzi per impedire il caricamento in futuro conformemente alla lettera b)”.

Devono occorrere tutte e tre le condizioni perché il provider possa andare esente da responsabilità per contenuti non autorizzati immessi dagli utenti sui loro server, nel caso in cui non sia riuscito ad ottenerne le licenze.

Il paragrafo 2 stabilisce che quando un provider (sempre come sopra definito) ottiene un’autorizzazione, “tale autorizzazione includa anche gli atti compiuti dagli utenti dei servizi che rientrano nell’ambito di applicazione dell’articolo 3 della direttiva 2001/29/CE”. Il ché potrebbe far pensare che una volta ottenuta la licenza per un contenuto, l’utente potrebbe immetterlo tranquillamente sui server della piattaforma. Ma purtroppo non è così, perché l’articolo continua “qualora non agiscano su base commerciale o qualora la loro attività non generi ricavi significativi”. E qui torniamo alle solite difficoltà interpretative, su cosa si debba ritenere attività commerciale e “ricavi significativi”. Si tratta di problematiche che dovrebbero essere risolte dalle legislazioni nazionali, per le quali in genere (come in Italia) anche un ricavo da banner pubblicitari di pochi euro è considerata attività commerciale.

Quindi, in caso in cui l’utente agisca su base commerciale, dovrà acquisire anche lui una separata licenza, per cui lo stesso atto di comunicazione al pubblico verrà pagato due volte al titolare dei diritti.

Il paragrafo 3, infine, prevede che “quando il prestatore di servizi di condivisione di contenuti online effettui un atto di comunicazione al pubblico o un atto di messa a disposizione del pubblico alle condizioni stabilite dalla presente direttiva, la limitazione di responsabilità di cui all’articolo 14, paragrafo 1, della direttiva 2000/31/CE non si applica alle fattispecie contemplate dal presente articolo”.

Cioè, se il provider è responsabile in via primaria per il contenuto immesso dall’utente sul server, ovviamente non potrà usufruire dell’esenzione stabilita per i provider di hosting dalla direttiva Ecommerce. Il ché ci riporta al fatto che la direttiva copyright di fatto modifica l’attuale normativa comunitaria. Ma la norma continua precisando che “il primo comma del presente paragrafo non pregiudica la possibile applicazione dell’articolo 14, paragrafo 1, della direttiva 2000/31/CE a tali prestatori di servizi per finalità che non rientrano nell'ambito di applicazione della presente direttiva”, con ciò alimentando confusione ed incertezza.

In tal modo si conferma l’idea che con la direttiva copyright l’Europa abbandona l’approccio generalizzato per abbracciare l’approccio settoriale di stampo americano, con la finalità di intervenire in singoli settori con norme specifiche e la moltiplicazione delle eccezioni, con evidenti ricadute negative sulla certezza del diritto.

Tecnologie di filtraggio

Il punto b) sopra citato è quello che ha dato adito a più discussioni, essendo quello che riguarda le tecnologie di filtraggio dei contenuti. Se il testo della norma un tempo prevedeva espressamente l’uso di tecnologie di filtraggio (content recognition technologies), le critiche hanno determinato l’eliminazione del riferimento, per cui adesso la norma prevede genericamente che il provider debba assicurare che non siano disponibili sui suoi server opere in violazione dei diritti dei titolari. Su tale obbligo si sono concentrate vere e proprie battaglie verbali, laddove anche la Commissione europea, i politici, e parte dell’industria del copyright, hanno asserito che la direttiva non prevederebbe più l’uso di tecnologie di filtraggio dei contenuti. In effetti ciò è vero, nel senso che la norma non lo prevede espressamente. Quello che la norma prescrive è solo che il provider debba assicurare che determinati contenuti non siano presenti sui loro server, come ciò debba accadere è un problema del provider. È un obbligo di risultato, non un obbligo di mezzi. Purtroppo allo stato dell’attuale tecnologia è evidente che l’unico modo effettivo di assicurare tale obbligo di risultato è tramite le tecnologie di filtraggio, cioè controllando tutti i contenuti immessi sui server per verificare se un contenuto è illecito.

La normativa europea, infatti, vieta il monitoraggio generale (come è stato sancito anche da due sentenze della CGUE), lo ammette solo in casi specifici (Considerando 47 e 48 della direttiva Ecommerce). Il considerando 48, in particolare, consente agli Stati di prevede “doveri di diligenza” al fine di individuare e prevenire determinati tipi di attività illegali. E questo è previsto anche nella direttiva IPRED (2004/48/CE, sul rispetto dei diritti di proprietà intellettuale), che impone agli Stati membri di garantire che i tribunali possano emettere ingiunzioni nei confronti di intermediari per prevenire le infrazioni. Con la proposta di riforma della direttiva copyright, quindi, si tende a valorizzare il Considerando 48, ignorando che l’articolo 15 della direttiva Ecommerce è chiara nello stabilire un divieto di controlli generalizzati, come quelli che si vorrebbero prevedere. Quindi nella direttiva non è possibile imporre un monitoraggio generalizzato, perché la norma si esporrebbe al giudizio della Corte europea. Infatti il Considerando 66 precisa che “gli obblighi di cui alla presente direttiva non dovrebbero indurre gli Stati membri a imporre un obbligo generale di sorveglianza”, e ciò viene ribadito nel paragrafo 8: “l’applicazione del presente articolo non comporta alcun obbligo di sorveglianza”.

Il problema viene aggirato semplicemente ponendo i provider nella condizione di non poter fare altrimenti che utilizzarli, senza però dirlo espressamente.

Occorre però aggiungere che è stata data una lettura della norma che giustifica, in un certo senso, l’idea che la direttiva non preveda obblighi generalizzati di filtraggio. Questo perché l’obbligo di monitoraggio sarebbe sussistente solo nei soli casi in cui la piattaforma ha ottenuto dai titolari le informazioni per attivare i filtri. I provider, infatti, dovranno compiere i “massimi sforzi” per impedire il caricamento di opere e materialiper i quali abbiano ricevuto le informazioni pertinenti e necessarie dai titolari dei diritti”. Ma anche qui appare evidente che si tratta di un modo per aggirare un divieto normativo.

Le “informazioni” si riferiscono, ovviamente, a quei dati che i titolari dovranno inviare ai provider al fine di “riconoscere” le opere per le quali impedire la disponibilità. E, a seconda dei tipo di tecnologia di filtraggio utilizzata, possono essere semplici metadata, hash, oppure fingerprint. L’unico metodo davvero efficace per identificare un file e verificare se si tratti di una copia, casomai illecita, di altro file, sembrerebbe il fingerprint. Anche se è doveroso però precisare che il fingerprint, pur essendo il metodo più efficace (e veloce), non è necessariamente affidabile, perché proprio per le sue caratteristiche è passibile di errori, intesi sia come falsi positivi (overblocking) che negativi.

Potrebbe accadere che il titolare dei diritti semplicemente non voglia dialogare con una specifica piattaforma, e quindi non voglia fornire dati relativi alle opere nel suo catalogo. In quel caso la piattaforma si troverebbe nell’impossibilità di riconoscere le opere e quindi impedirne il caricamento, in assenza dell’elemento con cui comparare il contenuto immesso dagli utenti. In questo caso non sarebbero soggette ad obbligo di filtraggio generalizzato.

Varie aziende si sono lamentate in passato del fatto che l’industria del copyright non fornisce loro informazioni utili a riconoscere i contenuti, come ad esempio 4shared che, pur implementando un sistema di filtraggio analogo a quello di Google, ha sostenuto che i titolari dei diritti preferiscono inviare richieste di takedown direttamente al motore di ricerca Google, piuttosto che fornire i dati a loro. Ecco perché la norma richiama le “informazioni pertinenti”.

La norma aggiunge anche: secondo elevati standard di diligenza professionale di settore”. Su questo punto occorre dire che le grandi piattaforme del web già utilizzano (dato l’enorme numero di contenuti immessi sui loro server) tecnologie di riconoscimento dei contenuti. L’industria del copyright, però, potrebbe chiedere di più rispetto ai risultati ottenuti finora. In aggiunta si prevede che il provider debba assicurare i massimi sforzi (best effort), probabilmente proprio perché nel corso del dibattito è emerso chiaramente che le tecnologie di filtraggio non sono affatto infallibili, anzi, quanto più si “regola” l’algoritmo per massimizzare la rimozione delle opere segnalate, tanto più c’è il concreto rischio che l’algoritmo rimuova anche contenuti del tutto leciti. Senza dimenticare che allo stato risulta del tutto impossibile far distinguere ad un algoritmo un contenuto illecito da uno lecito perché costituente eccezione (parodia, satira, ecc…). Il Considerando 66, infatti, precisa che le “misure adottate” “non dovrebbero impedire la disponibilità di contenuti che non violano il diritto d’autore, comprese opere o altri materiali il cui utilizzo è oggetto di un accordo di licenza, o da un’eccezione o limitazione al diritto d’autore e ai diritti connessi”. Si tratta di obblighi generici per i quali non sono previste sanzioni, per cui i provider sono incentivati a rimuovere tutto ciò che è incerto, per non doverne rispondere direttamente nei confronti dei titolari dei diritti.

Il punto c), infine, prevede che il provider debba agire tempestivamente per rimuovere i contenuti oggetto di segnalazione. Sostanzialmente si tratta della trasposizione degli attuali obblighi, come previsto dalla direttiva Ecommerce. In materia si è già formata ampia giurisprudenza interpretativa. È da notare che la norma fa riferimento non a contenuti illeciti bensì “oggetto di segnalazione”. Ciò che rileva, quindi, non è l’illiceità ma la valutazione del titolare dei diritti. Fermo restando quanto detto sopra.

A tale obbligo, già esistente, si aggiunge l’obbligo di compiere i massimi sforzi per impedire il caricamento in futuro del contenuto segnalato. Si tratta del cosiddetto “notice and stay down” che prevede, appunto, che il provider debba non solo rimuovere il contenuto segnalato ma “tenerlo giù”, cioè adoperarsi perché quel contenuto non sia reimmesso nei server (e quindi a maggior ragione dovrà controllare tutti i contenuti immessi nei suoi server). L’approccio era già stato vagliato in precedenza, non solo dalla Commissione europea in sede di studio della riforma della direttiva copyright, ma dalla stessa Corte di Giustizia europea che nelle due sentenze Sabam aveva precisato che se il monitoraggio globale è in violazione delle norme comunitarie, non lo è il monitoraggio specifico ad un singolo contenuto, purché l’ordine sia limitato nel tempo. In questo caso, però, non si prevede limitazione temporale.

Il paragrafo 5 chiarisce che “per stabilire se il prestatore di servizi si è conformato agli obblighi di cui al paragrafo 4 e alla luce del principio di proporzionalità, sono presi in considerazione, tra gli altri, gli elementi seguenti:
a) la tipologia, il pubblico e la dimensione del servizio e la tipologia di opere o altri materiali caricati dagli utenti del servizio; e
b) la disponibilità di strumenti adeguati ed efficaci e il relativo costo per i prestatori di servizio”.

Il riferimento è alla “diligenza professionale”, i “massimi sforzi”, ecc…, che andranno tutti interpretati tenendo conto di quanto precisato in questo paragrafo. Il Considerando 66 precisa che per tale valutazione “occorre considerare se il prestatore di servizi abbia adottato tutte le misure che un operatore diligente adotterebbe per ottenere il risultato di impedire la disponibilità di opere o altri materiali non autorizzati sul suo sito web, tenendo conto delle migliori pratiche del settore e dell’efficacia delle misure adottate alla luce di tutti i fattori e sviluppi pertinenti, nonché del principio di proporzionalità”. L’aggiunta del “principio di proporzionalità” è importante perché porterà a tenere in conto anche la dimensione e le risorse della piattaforma, anche se, ovviamente, è palese che la genericità delle norme determinerà una fortissima incertezza giuridica. Sarà piuttosto difficile che un imprenditore si lanci nell’impresa di avviare una nuova piattaforma, almeno fino a quando la giurisprudenza sul punto non si sia consolidata. Occorreranno, per questo, parecchi anni.

Esenzioni per le imprese

Il paragrafo 6 stabilisce le esenzioni per le aziende. In particolare i provider “i cui servizi sono disponibili al pubblico nell’Unione da meno di tre anni e che hanno un fatturato annuo inferiore a 10 milioni di EUR calcolati in conformità della raccomandazione 2003/361/CE della Commissione” (si tratta della Raccomandazione che definisce le microimprese, le piccole e le medie imprese) devono sottostare solo alle condizioni di cui al paragrafo 4, lettera a) e alla “circostanza di aver agito tempestivamente, in seguito alla ricezione di una segnalazione sufficientemente motivata, per disabilitare l’accesso alle opere o ad altri materiali notificati o rimuovere dai loto siti web tali opere o altri materiali”.

Quindi, nel caso di provider con meno di 3 anni di attività e meno di 10 milioni di fatturato, devono cumulativamente:
– Aver compiuto i massimi sforzi per ottenere le licenze per i contenuti immessi dagli utenti, e
– Rispettare gli obblighi di rimuovere tempestivamente i contenuti segnalati (come da direttiva Ecommerce).

Ma, “se il numero medio di visitatori unici mensili di tali prestatori di servizi supera i 5 milioni, calcolati sulla base del precedente anno civile, essi devono dimostrare altresì di aver compiuto i massimi sforzi per impedire l’ulteriore caricamento di opere o di altri materiali oggetto della segnalazione per i quali titolari dei diritti abbiano fornito informazioni pertinenti e necessarie”.

In conclusione, le aziende con meno di 3 anni di attività e meno di 10 milioni di fatturato annuo (requisiti cumulativi non alternativi), devono attivarsi per ottenere le licenze, non devono filtrare preventivamente i contenuti, ma devono attivarsi su segnalazione per rimuovere i contenuti. Se però superano i 5 milioni di utenti devono in aggiunta anche attivarsi perché i contenuti rimossi non siano reimmessi sui server. Solo un numero limitato di piattaforme saranno escluse dall'obbligo di implementare i filtri di caricamento, e solo temporaneamente.

Diritti degli utenti

Il paragrafo 7 stabilisce che la cooperazione tra provider e titolari dei diritti “deve impedire la disponibilità di opere o di altri materiali caricati dagli utenti, che non violano il diritto d’autore o i diritti connessi, anche nei casi in cui tali opere o altri materiali siano oggetto di un’eccezione o limitazione”. Inoltre, “gli Stati membri provvedono affinché gli utenti di ogni Stato membro possano avvalersi delle seguenti eccezioni o limitazioni esistenti quando caricano o mettono a disposizione contenuti generati dagli utenti tramite i servizi di condivisione di contenuti online: a) citazione, critica, rassegna; b) utilizzi a scopo di caricatura, parodia o pastiche”.

È positivo che si è concordata l’obbligatorietà di altre delle attuali eccezioni previste originariamente come facoltative dalla direttiva InfoSoc, almeno per quanto riguarda gli usi che rientrano nel campo di applicazione dell'articolo 17. Di contro non è previsto alcun modo per rendere tali eccezioni realmente applicabili, visto che i sistemi di filtraggio notoriamente sono incapaci di riconoscere le eccezioni. Ad esempio, uno studio del 2018 (This Video is Unavailable”: Analyzing Copyright Takedown of User-Generated Content on YouTube) rivela che, con riferimento a video parodistici caricati dagli utenti, circa il 33% sono stati rimossi per motivi di copyright. La direttiva si limita a stabilire, anche qui, un obbligo di risultato, senza aggiungere null’altro. Se il problema è che i provider dovranno impedire il caricamento di opere in violazione dei diritti dei titolari a pena di doverne rispondere direttamente, e nel contempo non esiste alcuna sanzione nel caso in cui siano, invece, violati i diritti dei cittadini, appare evidente che vi è un forte incentivo a rimuovere tutto ciò che è in dubbio, con gravi ricadute sulle libertà fondamentali dei cittadini.

Infatti, se il provider non rimuove un contenuto illecito ne risponderà, ma se invece per eccesso di zelo rimuove un contenuto del tutto lecito, oppure ricompreso tra le eccezioni al copyright, il massimo che potrà accadere è che il cittadino attivi il meccanismo di reclamo previsto dal paragrafo 9: “Un meccanismo di reclamo e ricorso celere ed efficace che sia disponibile agli utenti dei loro servizi in caso di controversie in merito alla disabilitazione dell’accesso a, o alla rimozione di, specifiche opere o altri materiali da essi caricati”.

Qualcosa del genere è già attuato in maniera volontaria dalle grandi piattaforme del web che hanno predisposto meccanismi di notice and takedown, consentendo agli utenti di far valere le proprie ragioni nel momento in cui ritengano che la rimozione del loro contenuto sia stata effettuata senza alcun motivo. Occorre dire che tali meccanismi, basati per lo più sulla normativa americana, non appaiono in grado di tutelare realmente gli utenti e i loro diritti, per la farraginosità del sistema, perché alla fine è sempre il titolare dei diritti a decidere. In linea di massima, il provider si limita a girare al titolare dei diritti il reclamo, il quale titolare, essendo il soggetto che ha inviato la segnalazione, difficilmente potrà ammettere di essersi sbagliato. Per cui spesso il reclamo non ottiene alcun effetto, a meno che l’utente non abbia un certo seguito sulla piattaforma, tale da poter scatenare i suoi fan contro la piattaforma stessa e ottenere, quindi, il ripristino del contenuto.

Il meccanismo previsto dalla direttiva prevede che i reclami siano trattati “senza indebito ritardo e le decisioni volte a disabilitare l’accesso o a rimuovere i contenuti caricati sono soggette a verifica umana”. Questo implica un qualcosa di più rispetto a quanto talvolta assicurato dalla piattaforme, che spesso utilizzano sistemi automatizzati per la valutazione dei reclami, laddove l’intervento umano avviene solo in seconda battuta, eventualmente. In tal senso la direttiva potrebbe portare a maggiori costi per i provider e, dato la grande quantità di contenuti immessi sui loro server, è facile immaginare che i tempi della verifica “umana” saranno decisamente elevati.

Inoltre, tale obbligo, richiamato anche dal Considerando 70, di fatto sancisce che i sistemi automatizzati di filtraggio dei contenuti non sono sufficienti per valutare la liceità di un contenuto in quanto, ad esempio, incapaci di riconoscere una parodia.

In ultima battuta, comunque, la direttiva prevede la possibilità per l’utente di rivolgersi ad un’autorità statale oppure ad un tribunale per la disamina del caso. Si prevedono, infatti, “meccanismi di ricorso stragiudiziali”, fatto salvo il “diritto degli utenti di avvalersi di mezzi di ricorso giurisdizionali efficaci”. Si tratta degli out-of-court redress mechanism da realizzare al di fuori dei normali ricorsi giurisdizionali previsti dagli Stati. Gli Stati nazionali dovranno, quindi, predisporre tali sistemi di ricorso stragiudiziale, affidandoli a autorità indipendenti (es. Agcom), cosa che porterà a sostanziali investimenti da parte loro.

È evidente che in tal modo si scarica sull’utente il costo della tutela dei propri diritti, laddove, di contro, il costo della tutela dei diritti dell’industria del copyright è scaricato sulle piattaforme del web o, in seconda battuta, sugli Stati membri che dovranno predisporre i “meccanismi di ricorso stragiudiziali” (col rischio che il costo sia poi trasferito ai cittadini).

Infine, tali meccanismi non devono pregiudicare la possibilità per gli utenti di rivolgersi ai tribunali nazionali “per far valere l’applicazione di un’eccezione o di una limitazione al diritto d'autore e ai diritti connessi”.

Quindi, se da un lato i provider devono garantire che contenuti illeciti non siano caricati sui loro server, a pena di doverne rispondere in prima persona, nel caso in cui le rimozioni tocchino contenuti leciti in quanto coperti da eccezioni o limitazioni al diritto d’autore, gli utenti potranno in prima battuta rivolgersi allo stesso provider, in seguito avviare un ricorso stragiudiziale, infine ai tribunali nazionali. Si tratta di una serie di meccanismi, anche piuttosto onerosi, sia in termini di costo che di organizzazione, che di fatto hanno l’unico scopo di tutelare gli interessi dell’industria del copyright, la cui tutela viene direttamente scaricata sulle piattaforme, gli Stati nazionali e quindi i cittadini stessi.

Allo stato non esiste alcun reale deterrente per i titolari dei diritti nell’effettuare le segnalazioni, e ciò ha già portato a numerosi casi di abuso. Vi è un ovvio incentivo a rimuovere il più possibile, salvo poi andarne a discutere ex post (dopo la rimozione) in altre sedi, semmai il cittadino vorrà sobbarcarsi la spesa (non indifferente per un tribunale) per dimostrare che il suo contenuto era lecito, con inversione del principio di colpevolezza. Si spera che gli Stati membri, nel recepire la direttiva, finalmente avviino una discussione sul punto, prendendo in considerazione sanzioni nei casi in cui la segnalazione da parte del titolare abbia comportato la rimozione di un contenuto che poi si è accertato fosse del tutto lecito. La direttiva non lo prevede ma è possibile intervenire in tal senso a livello nazionale.

Per ultimo è da notare che gli Stati membri non possono invocare i diritti fondamentali dei cittadini, come la libertà di manifestazione del pensiero, per limitare ulteriormente il diritto d’autore, essendo il bilanciamento nella competenza esclusiva del legislatore e già operato dal legislatore dell’UE. Una estensione delle eccezioni, secondo la giurisprudenza europea, porterebbe ad annullare l’effetto di armonizzazione del copyright. Non dimentichiamo che la direttiva copyright è inscritta nel Digital Single Market, il quale è basato sui valori neoliberali, cioè è più probabile che favorisca le transazioni di mercato e l'imprenditorialità piuttosto che valori sociali.

Obblighi ulteriori per i provider

Il paragrafo 8, dopo aver precisato che l’applicazione dell’articolo non comporta alcun obbligo di sorveglianza, imponendo quindi un obbligo di risultato e non di mezzi, impone altresì che i provider debbano fornire ai titolari dei diritti “informazioni adeguate sul funzionamento delle loro prassi per quanto riguarda la cooperazione di cui al paragrafo 4 e, qualora siano stati conclusi accordi di licenza tra i prestatori di servizi e i titolari dei diritti, informazioni sull’utilizzo dei contenuti oggetto degli accordi”.

In sostanza, i provider dovranno dimostrare di aver ottemperato agli obblighi previsti dalla normativa, fornendo tale prova direttamente ai titolari dei diritti.

Risulta sempre più ovvio che la tutela degli interessi economici dell’industria del copyright viene posta in posizione predominante rispetto agli interessi economici delle piattaforme del web.

Tutela dei dati personali

L’art. 17, paragrafo 9, in uno al Considerando 70, prevede che la direttiva copyright “non comporta l’identificazione dei singoli utenti né il trattamento dei dati personali, salvo conformemente alla direttiva 2002/58/CE e al regolamento (UE) 2016/679”.

La direttiva 2002/58/CE è la direttiva Eprivacy, attualmente in fase di riforma, mentre il regolamento 2016/679 è il GDPR.

La questione è complessa. In teoria l’utilizzo di filtri di caricamento potrebbe avvenire anche senza raccogliere dati personali, ma siccome la direttiva prevede che le piattaforme debbano tenere conto anche delle eccezioni al copyright, e tali eccezioni sono legate all’uso del contenuto, in alcuni casi potrebbe essere impossibile non analizzare anche chi, e in quali circostanze (data, località...), sta caricando il contenuto per una corretta valutazione. Senza dimenticare che poi la piattaforma deve consentire all’utente di presentare un reclamo.

In sostanza, la piattaforma dovrebbe analizzare le comunicazioni tra utente e servizio. Sorge il dubbio su quale possa essere la base giuridica per il trattamento di tali dati, di sicuro non il consenso. Potrebbe rinvenirsi nell’obbligo legale, se non fosse che la direttiva non prevede in realtà l’obbligo legale di monitoraggio delle comunicazioni, anzi sancisce proprio il contrario.

Dialoghi tra stakeholders

Il paragrafo 10 prevede che a decorrere dalla data di entrata in vigore della direttiva, la Commissione europea organizzerà dialoghi tra le parti interessateper discutere le migliori prassi per la cooperazione tra i prestatori di servizi di condivisione di contenuti online e i titolari dei diritti”. La Commissione poi emetterà degli orientamenti relativi all’applicazione dell’articolo 17, “in particolare per quanto concerne la cooperazione di cui al paragrafo 4”, cioè i “massimi sforzi per ottenere un'autorizzazione”, gli “elevati standard di diligenza professionale di settore” e “i massimi sforzi” per assicurare la rimozione di contenuti, e l’“aver agito tempestivamente, dopo aver ricevuto una segnalazione sufficientemente motivata” per rimuovere i contenuti, oltre ai “massimi sforzi per impedirne il caricamento in futuro”.

Si prevede anche di sentire le associazioni degli utenti che, ai fini del dialogo, “hanno accesso a informazioni adeguate fornite dai prestatori di servizi di condivisione di contenuti online sul funzionamento delle loro prassi”.

In sostanza, molti dei termini generici utilizzati nella direttiva probabilmente troveranno un contenuto tramite un dialogo tra le parti interessati, cioè principalmente l’industria del copyright e le piattaforme tecnologiche.

Immagine in anteprima via Pixabay.com

 

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L’arresto di Julian Assange e quella minaccia al giornalismo e alla libertà di informazione


[Tempo di lettura stimato: 12 minuti]

Dopo 2487 giorni nell'ambasciata dell'Ecuador a Londra, il fondatore di WikiLeaks, Julian Assange, è stato arrestato dagli ufficiali della Metropolitan Police della capitale britannica intorno alle 10.30 del mattino, ora locale, dell'11 aprile.

Gli ufficiali di polizia stavano eseguendo un mandato spiccato dai magistrati della Corte di Westminster a cui se ne è aggiunto, due ore più tardi, un altro dovuto alla richiesta di estradizione di Assange negli Stati Uniti.

I casi che lo riguardano e che hanno portato all'arresto sono dunque due. Il primo, dicono le autorità, concerne la violazione compiuta da Assange della sua libertà cauzionale entrando nell'ambasciata, dove aveva trovato - sotto la precedente e ben più amichevole presidenza di Rafael Correa - asilo per fuggire a una richiesta di estradizione in Svezia. Lì avrebbe dovuto essere interrogato all'interno di un'inchiesta per un caso di molestie sessuali a lui attribuite da due donne. Assange aveva provato la strada del ricorso, perdendola - da cui il mandato spiccato, ed evaso, a giugno 2012. Il caso era stato archiviato dalle autorità svedesi nel maggio 2017, "dopo che la Svezia, per sette anni", nota Stefania Maurizi, "ha mantenuto l'indagine alla fase preliminare senza incriminarlo né scagionarlo una volta per tutte".

Il secondo riguarda una questione dalle conseguenze molto delicate per il giornalismo, la libertà di stampa e di espressione. Assange aveva sempre sostenuto che la richiesta di estradizione in Svezia ne celasse, in realtà, un'altra verso gli Stati Uniti, dove temeva di finire processato come "spia" secondo la durissima – e criticatissima – norma del 1917 chiamata "Espionage Act" per il materiale pubblicato da WikiLeaks tra il 2010 e il 2011.

Questo secondo motivo di arresto conferma che la richiesta di estradizione verso gli Stati Uniti, in effetti, c'era, ma non per spionaggio (avendo pubblicato materiale riservato dell'intelligence USA, avrebbe compromesso – secondo le autorità – la sicurezza nazionale) quanto per crimini informatici. Quelli coperti dalla altrettanto famigerata norma chiamata "Computer Fraud and Abuse Act" (FCAA da ora in poi), la cui vaghezza aveva già consentito la persecuzione giudiziaria – culminata poi tragicamente in suicidio – del geniale attivista per il libero accesso all'informazione, Aaron Swartz.

L'attuale presidente dell'Ecuador, Lenin Moreno, era del resto da tempo in rotta con Assange, e che qualcosa stesse per accadere era nell'aria: solo il giorno precedente l'arresto era stato accusato da WikiLeaks di spiarne il fondatore. Un rapporto ormai compromesso, quello tra Assange e Moreno, che ha comunicato di avere consentito l'ingresso della polizia britannica nell'ambasciata per prelevarlo e consegnarlo alla giustizia in un video comunicato su Twitter in cui tuttavia promette che Assange non sarà consegnato ad alcun paese in cui rischi torture o pena di morte.

Assange è poi comparso di fronte alla Corte 1 di Westminster, leggendo un libro di Gore Vidal (History of the National Security State) e rispondendo con due pollici in su di scherno alla richiesta del giudice di accorciare i tempi della giustizia acconsentendo all'estradizione.

Agli antipodi le reazioni di Theresa May e di WikiLeaks, con la premier britannica fiera di "dimostrare che negli UK nessuno è al di sopra della legge", e l'organizzazione a ribattere che il governo dell'Ecuador avrebbe "violato le leggi internazionali" interrompendo l'asilo.

Le brutte notizie per Assange arrivano dunque da due fronti. Da quello svedese, la legale di una delle due donne che lo ha accusato di molestie ha fatto sapere che farà "tutto il possibile" per far riprendere le indagini preliminari, mentre le autorità del paese hanno emanato un comunicato in cui si dice che possono essere riprese se non soggette a prescrizione - che per un'accusa di stupro comincia a "metà agosto 2020".

Cosa dice l'atto di accusa del DOJ

Dal fronte statunitense, invece, pesano le accuse formulate dal Dipartimento della Giustizia (DOJ), che fanno seguito - è bene non dimenticarlo - sia alla rivelazione, per errore, di un procedimento giudiziario condotto in segreto dal Grand Jury di Alexandria, Virginia, contro Assange, sia a un secondo arresto (dopo quello per essere stata fonte di WikiLeaks) a Chelsea Manning, l'ex analista dell'esercito USA che si era tradita in una oramai tristemente celebre chat-confessione con l'hacker-informatore scomparso lo scorso anno, Adrian Lamo. E che è tornata dietro le sbarre, compreso un ulteriore, lungo periodo di isolamento, per avere rifiutato di testimoniare proprio a quel procedimento.

Assange era finito ripetutamente nelle polemiche riguardanti il Russiagate, e dunque l'inchiesta del procuratore speciale Robert Mueller di cui sappiamo ancora poco o nulla (se non che non ci sono incriminazioni per Assange), ma la messa in stato di accusa che ha portato all'arresto delle scorse ore non ha niente a che vedere, concentrandosi invece proprio sulle rivelazioni sulla diplomazia e le operazioni militari USA che avevano portato WikiLeaks al centro della scena mondiale oramai quasi un decennio fa.

A quanto si legge, tra gennaio e maggio 2010 Manning avrebbe scaricato quattro database quasi completi da "dipartimenti e agenzie USA" contenti i 90 mila Afghan War Logs, i 400 mila Iraq War Logs, gli 800 assessment brief di detenuti a Guantanamo chiamati The Guantanamo Files, e i 250 mila cablo della diplomazia USA (lo scandalo passato alla storia come "Cablegate"). Materiale che documentava per la prima volta abusi ignorati dell'esercito USA e decine di migliaia di morti civili prima non rivelate al pubblico, tra cui l'uccisione di due giornalisti della Reuters (come visibile nel video Collateral Murder).

Ma Manning, secondo l'indictment, voleva di più: voleva ottenere credenziali di accesso di livello superiore, per poter accedere alla rete protetta contenente materiale riservato con altro nome (e dunque mascherare le tracce, destare meno sospetti) e prelevare ulteriori documenti protetti da segreto di Stato.

Ed è qui che entra in gioco Assange, che avrebbe – tra il 2 e il 10 marzo – agito “consciamente e intenzionalmente” per aiutare Manning ad avere quell'accesso non autorizzato alla rete. Si noti che il materiale poi pubblicato dalle principali testate di tutto il mondo – New York Times, Der Spiegel, Guardian, Le Monde, El Pais – era già stato prelevato: l'accusa ad Assange è di avere cercato di violare la password necessaria a ottenere quelle credenziali di accesso di più alto livello.

Dice testualmente l'atto d'accusa:

"Lo scopo principale della cospirazione era aiutare Manning ad acquisire e trasmettere informazioni riservate che interessano la sicurezza nazionale degli USA così che WikiLeaks potesse diffonderle pubblicamente attraverso il proprio sito".

Manning gliene aveva fornito una parte della chiave di sicurezza, hashed, e Assange aveva il compito di completarla. Operazione non riuscita, a quanto si legge: il 10 marzo Assange scrive a Manning che “fino a quel momento non ho avuto fortuna”, e chiede dunque più informazioni per riuscirci.

Anzi, secondo il reporter del Daily Beast, Kevin Poulsen, Assange "per quanto ne sappiamo non ci ha nemmeno provato".

L'indictment dettaglia poi anche come questo sodalizio cospiratorio si sarebbe esplicato:

— Entrambi avrebbero usato la chat cifrata Jabber, e una “cartella speciale” su DropBox
— Manning avrebbe preso precauzioni per non rivelare la sua identità di fonte di quei documenti
— Assange avrebbe “incoraggiato” Manning a fornire quel materiale a WikiLeaks.

Ma, ribatte il giornalista premio Pulitzer Glenn Greenwald, non sono attività tipiche del giornalismo d'inchiesta, nella nostra era?

Alcuni, naturalmente, la pensano in un altro modo:

Assange rischia ora un massimo di cinque anni di carcere, in caso di estradizione negli USA.

Ma le accuse reggono?

Diversi giuristi e attivisti per la libertà di informazione hanno espresso scetticismo circa la fondatezza delle accuse rivolte ad Assange.

Per la fonte del Datagate, Edward Snowden, per esempio l'atto di accusa del DOJ è di una "debolezza scioccante", che insiste su un capo di imputazione “noto da quasi un decennio” (vero, dal 2011) e che l'amministrazione Obama non aveva osato formulare per timore di alterare il delicato equilibrio tra sicurezza nazionale e libertà di informazione.

Le analisi nei thread Twitter del giurista specializzato in Primo Emendamento, Ken White, e del giornalista di The Nation, Aaron Maté, vanno nella stessa direzione, e chiariscono bene la debolezza dell'impianto accusatorio.

A confermare poi il mutato atteggiamento dell'amministrazione Trump è uno dei giornalisti che più di ogni altro ha seguito la materia nell'ultimo decennio, Kevin Gosztola, sottolineando un aspetto cruciale – il più delicato – sollevato dall'arresto di Assange: siamo sicuri che non avere percorso la strada dell'incriminazione per l'attività di pubblicazione del materiale riservato del governo USA (quella dell'Espionage Act), ma quella (meno impervia) dell'incriminazione per hacking (attraverso il CFAA) metta il mondo del giornalismo al riparo da conseguenze nefaste?

C'è chi come il docente della Parsons New School di New York, David Carroll, si dice convinto che sì, il pericoloso precedente è stato evitato:

Joseph Cox, di Motherboard, che è stato tra i primi a separare le accuse in termini di hacking da quelle in termini di giornalismo, si è spinto fino a chiedersi retoricamente se i comunicati prodotti in fretta e furia prima dell'indictment vagheggiando danni all'intero sistema giornalistico sarebbero stati ritirati e riscritti o meno:

Come riconosce lo stesso Cox, tuttavia, le cose sono più complesse di così.

Il pericolo per il giornalismo e la libertà di informazione

Prima di tutto, il filo argomentativo potrebbe essere il seguente: se il DOJ non ha deciso di procedere secondo la via dell'accusa di spionaggio - più volte vagheggiata contro Assange negli anni, anche con minacce e insulti - è forse perché si è reso conto fosse una strada impraticabile in una democrazia, perfino in una sgangherata come quella trumpiana. Archiviata la possibilità di punire la pubblicazione del materiale prelevato da Manning (che avrebbe aperto a quella, altrettanto inquietante, di punire le testate "tradizionali" che hanno fatto lo stesso), percorrere la via alternativa dei crimini per hacking potrebbe essere semplicemente un pretesto per riuscire comunque a punire Assange in qualche modo per aver messo la diplomazia e l'intelligence USA a nudo di fronte agli occhi del mondo.

È quanto sostiene Peter Sterne, per esempio,

concludendo tuttavia che ciò quantomeno mette al riparo da pericoli il resto della stampa.

Niente affatto, ribatte idealmente lo Special Rapporteur ONU per la Libertà di espressione, David Kaye: da tutto questo, scrive in un thread su Twitter, non potranno che venire danni al giornalismo, al whistleblowing, alla protezione delle fonti. Di certo più di qualcuno, specie in ambienti liberal, chiede vendetta contro Assange per il modo in cui ha favorito Donald Trump e combattuto Hillary Clinton. Ma, dice Kaye, sarebbe sbagliato perdere il razionale distacco che serve per apprezzare come una persecuzione giudiziaria di Assange non possa che avvenire a danno di tutti – a partire dal ruolo di "cane da guardia" del potere del giornalismo.

Micah Lee, giornalista di The Intercept molto critico con WikiLeaks (e ampiamente ricambiato) dice che il pericoloso precedente che il DOJ pensava di evitare si è realizzato lo stesso:

Jake Laperruque, per esempio, si chiede: dunque usare strumenti cifrati per comunicare con una fonte costituirà reato informatico?

E varrà lo stesso per ogni giornalista che riceva materiale illecito (ma di interesse pubblico) tramite sistemi come SecureDrop?

Riassume la Freedom of the Press Foundation: "l'accusa minaccia molte prassi comuni nel rapporto tra giornalista e fonte".

Non a caso tutte le principali organizzazioni internazionali a difesa della libertà di stampa si sono espresse mostrando gravi preoccupazioni circa l'arresto di Assange.

Lo sostengono anche testate che l'hanno criticato aspramente negli ultimi anni: che piaccia o meno, Assange va difeso proprio per le conseguenze che l'arresto rischia di avere sul giornalismo.

Anche Andrew Stroehlein, european media director di Human Rights Watch, ricorda qual è l'origine di questo caso: Wikileaks ha pubblicato le prove di gravi crimini da parte dell'esercito statunitense in Iraq e Afghanistan. Questo è il motivo per cui vengono perseguiti ed è il motivo per cui questa vicenda ha forti implicazioni per il giornalismo.

Perché dire no all'estradizione di Assange negli USA

Per tutti questi motivi, secondo Valigia Blu gli UK non dovrebbero concedere l’estradizione di Assange negli Stati Uniti (l’udienza è prevista il 2 maggio).

Come scrive Reporters Without Borders:

"Prendere di mira Assange dopo quasi nove anni per il fatto che WikiLeaks abbia fornito informazioni (come i cablo della diplomazia USA) a giornalisti nell'interesse pubblico sarebbe una misura puramente punitiva, e stabilirebbe un pericoloso precedente per giornalisti, whistleblower, e altre fonte giornalistiche che gli Stati Uniti potrebbero voler perseguire in futuro. La Gran Bretagna deve mantenere una posizione di sani principi rispetto a qualunque richiesta di estradare Assange negli USA, e garantirne la protezione secondo le leggi britanniche ed europee rilevanti per il suo contributo al giornalismo".

Perché comunque la si pensi sull'uomo, il suo lavoro e le sue idee politiche, sarebbe un danno per il giornalismo:

Meglio discutere di come riformare la norma che ne consente l'incriminazione - un obiettivo che gli attivisti mancano da troppi anni.

O, magari, ricordare a Trump che - almeno su WikiLeaks - sarebbe il caso di smetterla di mentire:

Foto in anteprima via abcnews

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Se abbiamo osservato l’inosservabile è grazie a lei: Katie Bouman, 29 anni, scienziata informatica


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Due giorni fa praticamente tutto il mondo si è fermato a guardare la prima foto di un buco nero nella storia. Anche se, in realtà, non si trattava di una immagine catturata con un telescopio ottico ma di un'elaborazione grafica di dati radio captati da 8 radiotelescopi in giro per il mondo, dal Cile alle Hawaii fino all’Antartide, sincronizzati tra di loro con orologi atomici.

Katie Bouman, Ted Talk, radiotelescopi
Katie Bouman mostra gli 8 radiotelescopi durante un TED Talk

I radiotelescopi – enormi antenne che captano onde radio – hanno raccolto negli stessi istanti grandi quantità di dati, trasportati su ampi dischi rigidi ed elaborati negli Stati Uniti. In questo processo, chiamato imaging, un supercomputer ha utilizzato degli algoritmi per colmare gli spazi vuoti di dati mancanti fino ad arrivare a costruire l'immagine grafica che tutti ieri abbiamo potuto visualizzare. Come ha spiegato Luca Perri in un post su Facebook, "120 ore di osservazione in due anni hanno prodotto 10mila terabyte di dati, che sono stati dati in pasto ai più potenti supercomputer esistenti, affinché li analizzassero. Centinaia di ricercatori di 40 paesi hanno lavorato con un unico – pacifico – obiettivo: spostare l'asticella della conoscenza un po' più in altro. Per giungere ad osservare l'inosservabile". E il risultato è stato questo:

Se siamo riusciti ad arrivare a osservare l'inosservabile, dobbiamo ringraziare il lavoro di Event Horizon Telescope (EHT), un consorzio internazionale tra più radiotelescopi, che ha coinvolto un team di oltre 200 scienziati. A elaborare l'algoritmo che ha consentito di scattare la foto di un buco nero e ispirare un metodo di lavoro che ha permesso poi di ricostruirne la prima immagine è stata una scienziata informatica di 29 anni, Katie Bouman, che ha iniziato a lavorare per questo obiettivo (che sembrava impossibile da raggiungere) già 3 anni fa, quando era ancora una studentessa al Massachusetts Institute of Technology (MIT). Lì, scrive Time, è stata coinvolta nel progetto in qualità di ingegnere elettronica e informatica mentre perseguiva un dottorato in Computer Vision, coadiuvata da un team del Computer Science and Artificial Intelligence Laboratory del MIT, del Centro Smithsonian per l'astrofisica di Harvard e del MIT Haystack Observatory.

Katie Bouman, sorpresa, buco nero

"Guardare incredula mentre la prima immagine che io abbia mai fatto di un buco nero sta per essere ricostruita", ha scritto in un post su Facebook Bouman man mano che la foto cominciava a essere caricata sul suo computer. «Anche se avevamo sviluppato e testato i nostri algoritmi per anni su dati che pensavamo avrebbero ricostruito l'immagine poi effettivamente elaborata da EHT, avviare sul computer un programma che avevo scritto e vedere immediatamente che andava componendosi la nostra migliore ipotesi, questo anello perfetto, validando le teorie di Einstein, è stato sorprendente ed esaltante. Ci eravamo preparati per anni, ma non pensavamo di ottenere così facilmente un anello. Pensavamo più a un blob. È stato un momento indimenticabile!», ha raccontato la ricercatrice a Newsweek.

Non è un'esagerazione, commenta Chris York su Huffington Post Uk. Il lavoro di EHT ha convalidato la teoria della relatività nel 1915 da Einstein: «Abbiamo realizzato qualcosa che si presumeva impossibile solo una generazione fa», ha dichiarato l'astrofisico Sheperd Doeleman, direttore dell'Event Horizon Telescope presso il Center for Astrophysics (CfA), Harvard & Smithsonian.

Subito dopo la diffusione dell'immagine, il post di Bouman ha iniziato a diventare virale, rilanciato anche dall'account ufficiale del MIT:

Che poi ha ricordato in un altro tweet come due giovani scienziate informatiche, Katie Bouman nel 2019, con l'elaborazione dei dati che hanno consentito di ricostruire l'immagine grafica di un buco nero, e Margaret Hamilton nel 1969, con il codice che ha aiutato l'uomo a mettere il primo piede sulla luna, abbiano segnato due momenti di svolta nella storia della scienza dello spazio.

Lo sviluppo dell'algoritmo, da Bouman chiamato CHIRP (Continuous High-resolution Image Reconstruction using Patch priors), era già stato annunciato dal MIT nel 2016 e spiegato in un TED Talk nel 2017 proprio dalla giovane ricercatrice.

Bouman – spiegava il MIT nel 2016 – è stata in grado di individuare e realizzare una soluzione algebrica che consentisse di elaborare i segnali astronomici che raggiungevano i diversi radiotelescopi a ritmi leggermente diversi ed estrarre le informazioni visive per la ricostruzione dell'immagine che abbiamo potuto tutti vedere.

Si è trattata – scrive la giornalista scientifica del Guardian Hannah Devlin – di una sfida computazionale senza precedenti sia per la quantità di dati raccolti, così enorme da dover essere fisicamente spedita in una posizione centrale, l'osservatorio del MIT Haystack, sotto forma di mezza tonnellata di dischi rigidi, sia per il processo di trasformazione dei dati EHT in un'immagine: gli algoritmi avrebbero dovuto non solo combinare i dati, ma anche filtrare il rumore causato da fattori come l'umidità atmosferica, che distorce le onde radio, e sincronizzare con precisione i segnali catturati dai radiotelescopi situati nelle varie parti del mondo.

L'aumento di precisione garantito dall'utilizzo delle misurazioni provenienti da più radiotelescopi avrebbe compensato la perdita di informazioni, era l'ipotesi di Bouman che, in questi anni, ha continuato a condurre una elaborata serie di test volti a garantire che l'immagine realizzata da EHT non fosse il risultato di un colpo di fortuna, ma l'esito di un processo scientificamente validato, spiega ancora Devlin.

Katie Bouman, algoritmo, TED Talk
via TED Talk

La sperimentazione era così complessa da aver richiesto la collaborazione di 4 team di ricerca separati che hanno analizzato i dati in modo indipendente fino a quando non sono stati assolutamente certi delle loro scoperte. I gruppi di ricercatori hanno elaborato le immagini in modo indipendente e, messe a confronto, sembravano tutte uguali.

Per questo motivo, in un altro post su Facebook, Bouman – ora Professore associato di informatica e scienze matematiche al California Institute of Technology – ha voluto ringraziare tutti gli scienziati che hanno partecipato alla ricerca: "Sono così felice di condividere finalmente ciò per cui abbiamo lavorato lo scorso anno! L'immagine mostrata oggi è la combinazione di immagini prodotte con più metodi. Nessuno algoritmo o persona ha creato da solo questa immagine, c'è stato bisogno del formidabile talento di un team di scienziati provenienti da tutto il mondo e anni di duro lavoro per sviluppare lo strumento, l'elaborazione dei dati, i metodi di imaging e le tecniche di analisi necessarie per realizzare questa impresa che sembrava impossibile. È stato davvero un onore, e sono così fortunata per aver avuto l'opportunità di lavorare con tutti voi".

Come ha spiegato successivamente il MIT su Twitter, Bouman "ha ispirato le procedure di convalida delle immagini nel paper finale". La ricostruzione dell'immagine del buco nero che abbiamo potuto vedere tutti quanti è stato il risultato di algoritmi creati da tutto il team internazionale di imaging.

«Nessuno di noi avrebbe potuto farlo da solo», ha detto la scienziata informatica al Guardian. «Siamo un crogiolo di astronomi, fisici, matematici e ingegneri, ed è quello che ci voleva per ottenere qualcosa che prima pensavamo impossibile».

Foto in anteprima via TED.com

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Sudan, Alaa e il suo canto rivoluzionario: “I proiettili non uccidono, quello che uccide è il silenzio”


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È diventata immediatamente il simbolo delle proteste in Sudan contro il presidente Omar al-Bashir: la foto di una giovane donna, vestita di bianco, in piedi sul tetto di un'automobile, un braccio sollevato verso il cielo, un dito rivolto verso l'alto, l'altro intorno alla vita, che guida i cori di protesta durante una manifestazione antigovernativa nel centro della capitale Khartoum, in mezzo a tante persone con i cellulari in mano che stanno registrando il momento.

Il suo nome è Alaa Salah, ha 22 anni e studia ingegneria e architettura all'Università internazionale di Khartoum. Da quando, lo scorso 19 dicembre, sono iniziate le proteste per chiedere le dimissioni del presidente al-Bashir, Salah ha manifestato quotidianamente. Il giorno in cui è stata scattata la foto era scesa in piazza a Khartoum e aveva cominciato a recitare i versi di un poema rivoluzionario: "I proiettili non uccidono, quello che uccide è il silenzio".

«All'inizio – ha spiegato Salah al Guardian – si sono avvicinate solo 6 donne, ho cominciato a cantare e cantavano con me, e man mano la gente è arrivata sempre più numerosa». A quel punto la studentessa ha deciso di salire sul tetto di un'automobile e ha iniziato a guidare così i cori dei manifestanti, come mostrato da alcuni video diffusi sui social dove si vede Salah ripetere cantando: "La religione dice che se gli uomini vedono che qualcosa va male, non possono restare in silenzio", e la folla rispondere: "Rivoluzione!".

«Stava incoraggiando la folla a reprimere il regime oppressivo a cui ogni cittadino sudanese è sottomesso, chiedeva "Thawra", la rivoluzione», ha spiegato alla CNN Ahmed Awad, collega universitario di Alaa Salah. «Voleva dare a tutti una speranza e un'energia positiva e c'è riuscita. Quando ho scattato la foto e poi l'ho visualizzata sul mio cellulare ho subito pensato: questa è la mia rivoluzione e noi siamo il futuro», ha aggiunto Lana Haroun, l'autrice della foto poi ripresa da tutte le testate giornalistiche.

«Sono molto contenta che la mia foto abbia permesso alle persone di tutto il mondo di conoscere la rivoluzione in Sudan. Sto manifestando dal primo giorno perché i miei genitori mi hanno insegnato che bisogna amare il proprio paese», ha commentato nell'intervista al Guardian Alaa Salah.

Anche la scelta degli abiti e degli orecchini indossati dalla giovane manifestante non è stata casuale e ha un valore simbolico ben preciso. Il vestito bianco – ha sottolineato su Twitter Hind Makki, educatrice anti-razzista sudanese-americana di Chicago – è il "thobe", indossato dalle donne che lavorano negli uffici pubblici e di cotone (una delle principali esportazioni del Sudan) e, quindi, "rappresenta le donne che lavorano in città o nel settore agricolo nelle aree rurali". Gli orecchini sono delle lune d'oro, "gioielli tradizionali delle sposa, simbolo della femminilità". L'intero abito "richiama le vesti indossate dalle nostre madri e dalle nostre nonne negli anni '60, '70 e '80 quando manifestavano per strada contro le precedenti dittature militari. Tutto questo, ha aggiunto Makki, rende la forma di protesta scelta ancora più potente e la fotografia ancora più carica di significati.

In una vignetta postata su Twitter, il vignettista sudanese in esilio a Copenaghen, Khalid Albaih, ha definito Alaa Salah "Kandaka", il titolo dato alle regine nubiane dell'antico Sudan, in riferimento a Candace, regina di Nubia ai tempi delle conquiste di Alessandro il Grande. "I sudanesi di tutto il mondo – spiega ancora su Twitter Hind Makki – chiamano "Kandaka" tutte le donne che si battono duramente per il paese e i propri diritti". E "Kandake" si sono fatte chiamare le studentesse che, a partire da marzo, hanno manifestato in abiti bianchi alla Ahfad University for Women (AUW), un'università privata di Omdurman in Sudan, diventando un modello anche per altre proteste e creando anche un hashtag التوب_الابيض#.

Che la figura di Alaa Salah si sia caricata di un valore simbolico così alto in poco tempo non deve sorprendere, commenta Jason Burke sul Guardian. A differenza degli uomini, spesso in minoranza tra la folla che protesta per sostituire al-Bashir, le donne stanno avendo un ruolo centrale nelle manifestazioni iniziate in Sudan lo scorso dicembre, quando, con un'inflazione al 72%, il governo ha triplicato il prezzo del pane e i bancomat erano sprovvisti di denaro contante. Da allora, spiega Pierre Haski su Internazionale, i manifestanti hanno cominciato a protestare per il pane e la libertà: "Una rivolta pacifica che va oltre le differenze sociali, politiche e regionali su cui fa affidamento il potere da decenni".

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Da dicembre, ci sono stati cortei quasi ogni giorno fermati con una violenta repressione da parte dei servizi di sicurezza e delle milizie del governo che ha provocato più di 60 vittime. Molte donne sono finite in carcere sin dalla prima ondata di proteste e solo tra il 6 e l'8 aprile, scrive Human Rights Watch, sono state uccise 8 persone, mentre in centinaia sono stati maltrattati, percossi per strada e incarcerati senza la formulazione di un'accusa. Secondo quanto si legge in un rapporto sempre di Human Rights Watch, donne e ragazze sono state arrestate per le tipologie di abiti indossati, perché hanno mostrato i capelli o perché fermate a guidare un'auto con uomo all'interno, e condannate alla fustigazione e alla lapidazione.

Dopo le repressioni più recenti da parte delle milizie del governo, lo scorso 8 aprile, decine di migliaia di persone si sono accampate davanti al quartier generale dell’esercito sudanese a Khartoum per chiedere l’appoggio dei militari e organizzare insieme all'esercito una transizione politica, così come avvenuto 35 anni fa, nel 1985, con il colpo di Stato che fece cadere il presidente dell'epoca, Ja'afar Nimeiri.

L'11 aprile, dopo sei giorni consecutivi di sit-in, i militari hanno circondato il palazzo presidenziale di al-Bashir. Il generale Awad Ibn Auf ha giurato come presidente di un consiglio militare che ha preso il posto di al-Bashir, ha annunciato che ci sarà un governo militare per un massimo di due anni, dopo i quali saranno organizzate nuove elezioni, ha sospeso la Costituzione, chiuso temporaneamente lo spazio aereo e i confini del paese, e ha imposto un coprifuoco per un mese tra le 10 di sera e le 4 del mattino. L'ex presidente al-Bashir è in stato di arresto insieme ad altri membri del governo e sarà processato in Sudan: condannato dalla Corte internazionale di Giustizia, su di lui pende un mandato di cattura per l’accusa di genocidio, risalente ai massacri in Darfur nel 2003.

Gli organizzatori delle manifestazioni che ha portato alla caduta di al-Bashir hanno però invitato la popolazione a violare il coprifuoco e a continuare a manifestare dicendo di non accettare il governo militare e di volere un governo civile di transizione fino a nuove elezioni. Di fronte alle nuove proteste, il consiglio militare ha assicurato che ci sarà un governo civile ma che il periodo di transizione sarà guidato dal governo militare fino a quando non ci sarà una situazione caotica.

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Nei giorni scorsi Stati Uniti, Regno Unito e Norvegia avevano diffuso una dichiarazione congiunta per chiedere al governo del Sudan di fermare le violenze contro i manifestanti e consentire un dialogo politico credibile e inclusivo: "La richiesta di cambiamento politico da parte del popolo coraggioso e resiliente del Sudan sta diventando sempre più chiara e potente. È giunto il momento per le autorità sudanesi di rispondere a queste richieste popolari in modo serio e credibile", si legge nella nota.

Il governo aveva anche vietato l'uso dei social network, ma il divieto – riporta BuzzFeed – non ha impedito alle donne sudanesi di organizzarsi online e di utilizzare i gruppi su Facebook, precedentemente usati per discutere delle forme di repressione a cui erano soggette, per denunciare gli agenti di sicurezza statali scoperti a esercitare violenza contro i manifestanti.

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Nel 1983 Nimeiri aveva imposto la Shari'a a tutto il paese, anche se solo con al-Bashir al potere, nel 1989, alcune norme sono state inasprite. In base a quanto riportato da alcuni gruppi non governativi sudanesi, circa 15mila donne sono state condannate alla fustigazione nel 2016. «Per molte donne questo regime è sinonimo di tutti i tipi di repressione. Non è sorprendente che vedano queste proteste come un'opportunità per cambiare le cose», ha affermato Jehanne Henry di Human Rights Watch.

Foto in anteprima via Lana Haroun

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Facebook vieta il razzismo di nazionalismo e suprematismo bianco. Ma la decisione arriva tardi


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Facebook ha chiuso i profili di gruppi e persone di estrema destra nel Regno Unito

Aggiornamento 19 aprile 2019: Dopo l’annuncio dello scorso marzo di vietare ogni forma di nazionalismo e separatismo bianco, Facebook ha chiuso le pagine di alcune organizzazioni e persone di estrema destra del Regno Unito. Tra questi, il British National Party (BNP), la English Defence League (EDL) e Britain First e 12 account privati come quello dell’ex presidente di BNP, Nick Griffin, il leader di Britain First, Paul Golding, e il suo ex vice, Jayda Fransen, il fondatore di EDL, Paul Ray, il leader del National Front, Tony Martin, l’attivista di estrema destra del Knights Templar International, Jim Dowson, l’ex portavoce dell’organizzazione terroristica National Action e figura politica di estrema destra, Jack Renshaw.

Il provvedimento è immediato e, oltre ai singoli profili, prevede che saranno vietati anche post o contenuti che "esprimono lode o sostegno" a questi gruppi.

In una dichiarazione ufficiale, Facebook ha dichiarato che "gli individui e le organizzazioni che diffondono odio, o attaccano o chiedono per l'esclusione degli altri sulla base della loro origine, non hanno posto sulla piattaforma. Chiuderemo i profili di tutti coloro che proclamano una missione violenta o che incita all’odio o che sono coinvolti in atti di odio o violenza. Le persone e le organizzazioni che abbiamo bandito oggi violano la nostra policy e non potranno più avere una presenza su Facebook o Instagram".

La scorsa settimana diversi profili e gruppi di estrema destra erano stati bannati da Facebook in Canada. In una nota il social network aveva comunicato che questi soggetti hanno violato gli standard comunitari, che includono, tra l’altro, il divieto di “odio organizzato”: "Le persone e le organizzazioni che abbiamo bandito oggi violano questa politica e non potranno più avere una presenza sui nostri servizi. Il nostro lavoro contro l'odio organizzato è in corso e continueremo a controllare persone, pagine, gruppi e contenuti contrari ai nostri standard comunitari"

Negli stessi giorni, Facebook Italia aveva disattivato i profili di alcuni dirigenti e militanti del partito neofascista CasaPound. Tra loro, il presidente Gianluca Iannone, tre consiglieri comunali e alcuni candidati sindaci alle prossime elezioni amministrative. In una nota ufficiale il social network aveva motivato così la decisione: "Crediamo sia importante dare alle persone un modo per esprimersi ma al contempo vogliamo che chiunque su Facebook possa sentirsi al sicuro. Per questo abbiamo stilato gli Standard della Comunità. Partiti politici e candidati, così come singoli individui e organizzazioni presenti su Facebook devono attenersi a queste norme. Quando veniamo a conoscenza di contenuti che violano questi standard, li rimuoviamo. Quando una Pagina o una persona infrange ripetutamente queste regole, come capitato in questo caso, la rimuoviamo". Alla nostra richiesta di avere maggiori dettagli su quali regole fossero state violate, Facebook aveva preferito non rilasciare ulteriori dichiarazioni.

Facebook vieterà ogni forma di sostegno al nazionalismo e al separatismo bianco e chi posterà contenuti che vi fanno riferimento sarà invitato a frequentare un’organizzazione non-profit che aiuta le persone a lasciare i gruppi di odio. Lo ha annunciato il social network in un post pubblicato sul suo blog, specificando che le nuove policy inizieranno a essere applicate dalla prossima settimana. Elogi, supporto e rappresentazioni del nazionalismo e del separatismo bianco sono “concetti profondamente legati a gruppi d’odio organizzati” che non possono avere spazio sulla piattaforma e sui servizi a essa associati, si legge nella nota diffusa da Facebook. Ad esempio, frasi come "Sono un fiero nazionalista bianco" saranno ora vietate sulla piattaforma.

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La decisione arriva a quasi due settimane di distanza dalla strage di Christchurch in Nuova Zelanda (dove un suprematista bianco ha ucciso 50 persone che si erano riunite in due moschee della città e aveva postato su Facebook un video in diretta di almeno uno dei due attacchi) ma è il risultato di una pressione esercitata sul social network da parte di giuristi ed esperti dei diritti civili dopo la pubblicazione di un’indagine giornalistica di Motherboard dello scorso maggio che aveva mostrato le criticità che nascevano nella moderazione dei contenuti a causa della distinzione tra “nazionalismo e separatismo bianco” e “suprematismo bianco”.

Le policy di Facebook attualmente vietavano, infatti, contenuti d’odio basati sulla razza, l’etnia e la religione, e tra questi era incluso il suprematismo bianco, ma non le espressioni di supporto al nazionalismo e al separatismo bianco. Ora non sarà più così. Negli ultimi tre mesi, dopo alcuni confronti e discussioni con esperti del mondo accademico e membri della società civile, la società guidata da Mark Zuckerberg ha rilevato la sovrapposizione tra nazionalismo e separatismo bianco e suprematisti e ha deciso di modificare le proprie regole di moderazione in merito ai contenuti di incitamento all’odio. come hanno detto gli esperti consultati da Facebook – "il nazionalismo bianco e i movimenti separatisti bianchi sono diversi dagli altri movimenti separatisti come il movimento separatista basco in Francia e Spagna e i movimenti separatisti neri in tutto il mondo". Un conto è sottolineare ad esempio "l’orgoglio americano o il separatismo basco, che sono una parte importante dell’identità delle persone”, un altro mascherare con frasi nazionaliste il suprematismo bianco che "ha una lunga storia di sottomissione e disumanizzazione delle persone di colore negli Stati Uniti e in tutto il mondo".

«La sovrapposizione tra nazionalismo bianco, separatismo [ndr, bianco] e supremazia bianca è tale da non poter fare una distinzione significativa tra loro. E questo perché il linguaggio utilizzato e l'ideologia che rappresenta si sovrappongono a tal punto che non c’è una distinzione significativa», ha spiegato Brian Fishman, direttore politico dell'antiterrorismo su Facebook a Motherboard.

«Ci siamo accorti – spiega Ulrick Casseus, un esperto di gruppi di odio nel team che si occupa delle policy di Facebook – che sempre più persone iniziavano a distinguere dicendo “Non sono razzista, sono un nazionalista” spingendosi fino a sostenere di non essere un suprematista bianco, ma un nazionalista bianco, mantenendo però comportamenti e diffondendo contenuti che incitano all’odio. Era un modo per normalizzare l’odio e in base a ciò che abbiamo osservato e a quanto ci è stato detto dagli esperti con cui abbiamo parlato, abbiamo deciso che anche le forme di sostegno al nazionalismo e al separatismo bianco sono legate a gruppi di odio organizzati».

Ora chiunque tenterà di pubblicare o cercherà sulla piattaforma contenuti razzisti, parole associate al suprematismo bianco o frasi come ad esempio “Heil Hitler” visualizzerà una finestra pop-up che li re-indirizzerà a Life After Hate, un’organizzazione non-profit, fondata da ex suprematisti bianchi, che fornisce risorse educative, gruppi di supporto e sensibilizzazione. «Se ci sono persone che stanno cercando un movimento che incita all’odio o alla violenza, vogliamo metterli in contatto con persone che saranno in grado di fornire supporto offline», ha aggiunto Fishman.

Inoltre, Facebook continuerà a utilizzare alcune delle tattiche utilizzate per visualizzare e rimuovere i contenuti associati a ISIS, Al Qaeda e altri gruppi terroristici per rimuovere i contenuti nazionalisti, separatisti e suprematisti.

«Penso che questa decisione di Facebook rappresenti un passo in avanti e sia un effetto diretto della pressione fatta in passato», ha dichiarato Rashad Robinson, presidente del gruppo di lavoro Color of Change.

«Si tratta sicuramente di un cambiamento positivo, ma è qualcosa che avrebbero dovuto fare fin dall'inizio", aggiunge David Brody, un avvocato del Lawyers’ Committee for Civil Rights Under Law che lo scorso settembre ha fatto pressione affinché Facebook cambiasse le proprie regole di moderazione.

Già lo scorso anno, un’indagine giornalistica di Joseph Cox su Motherboard (che aveva avuto accesso a documenti interni di formazione dei moderatori), aveva mostrato come le regole di moderazione del social network consentissero la pubblicazione di frasi come “Gli Stati Uniti dovrebbero essere una nazione bianca” nonostante i riferimenti al suprematismo bianco fossero espressamente vietati perché, secondo Facebook, non sempre il nazionalismo bianco "sembra essere associato al razzismo (almeno in modo non esplicito)".

Tuttavia, dopo che un suprematista bianco aveva ucciso Heather Heyer a Charlottesville nel 2017, il social network aveva iniziato a pensare di modificare le sue policy di moderazione. "Recenti attacchi avvenuti negli Stati Uniti (come, ad esempio, Charlottesville) hanno dimostrato che c'è potenzialmente confusione sulle nostre politiche sui discorsi di incitamento all’odio e sulle specifiche organizzazioni d’odio”, si leggeva in uno dei documenti ottenuti da Motherboard.

Nel gennaio 2018, 5 mesi dopo Charlottesville, Facebook aveva inviato delle slide ai moderatori che mostravano la posizione dell’azienda su nazionalismo e suprematismo bianco. A differenza di quest’ultimo, per il nazionalismo e il separatismo bianco erano consentite espressioni di elogio, supporto o rappresentazione dei suprematisti bianchi perché “il nazionalismo è un movimento di estrema destra e un'ideologia, ma non sembra essere sempre associato al razzismo (almeno non esplicitamente)”.

Una slide inviata ai moderatori sulla distinzione tra nazionalismo e suprematismo bianco (ricostruzione di Motherboard)

Ma a dispetto di queste distinzioni, Facebook aveva ammesso che la differenza non è sempre così netta e aveva indicato altri criteri per poter stabilire se ci si trovava di fronte a un’espressione del proprio fiero nazionalismo o a una di suprematismo bianco, come, ad esempio, provare a individuare se l’autore del post fosse membro o fondatore di un’organizzazione d’odio o che usasse un linguaggio disumanizzante nei confronti di determinati gruppi di persone, o se in passato avesse discriminato altre persone per la razza o la religione. Tra i gruppi di incitamento all’odio, Facebook segnalava in particolare il Ku Klux Klan (KKK), i Klans of America Uniti, le Aryan Nations e, più in generale, tutte quelle organizzazioni definite come gruppi d’odio dall'Anti-Defamation League (ADL) rappresenta un gruppo di odio in quanto tale.

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L’articolo di Motherboard suscitò molto clamore e la reazione da parte di esperti dei diritti civili e di estremismo che sottolinearono come il "nazionalismo bianco" e il "separatismo bianco" fossero semplicemente facciate del suprematismo bianco. A settembre 2018, pochi mesi dopo l’inchiesta giornalistica di Cox, il Lawyer’s Committee inviò una lettera a Facebook segnalando che il social network ignorava “secoli di storia, precedenti legali e studi di esperti che dimostrano che il nazionalismo bianco e il separatismo bianco sono il suprematismo bianco".

E anche Facebook, in silenzio, si è mosso. Una fonte interna (che ha voluto mantenere l’anonimato) ha affermato che nell’ultimo anno, dopo l’inchiesta di Motherboard, il social network ha fatto piccole modifiche alle regole di moderazione dei contenuti per arrivare a vietare ogni contenuto a sostegno della supremazia razziale.

Tuttavia, commentano Joseph Cox e Jason Koebler sempre su Motherboard, la decisione presa da Facebook arriva troppo tardi. Troppo tempo è passato dall’inchiesta giornalistica di maggio. «È ridicolo che si sia aspettato tanto tempo dopo Charlottesville, e c’è voluta anche questa ultima tragedia [ndr, Christchurch] per arrivare a sostenere che “nazionalismo bianco” e “separatismo bianco” sono eufemismi del “suprematismo bianco"», ha dichiarato Keegan Hankes, ricercatore del SPLC’s Intelligence Project, che ha aggiunto: «E sembra che l'unica volta in cui si riesce a ottenere una risposta seria è quando c'è una tragedia».

A questa critica, il responsabile di Facebook, Fishman, ha risposto: «Ora pensiamo di avere la policy giusta».

Foto in anteprima via The Nation

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Uniti nell’amore e non divisi dall’odio. La lezione politica e umana della Nuova Zelanda dopo la strage di Christchurch


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Quello che è successo a Christchurch è un atto di violenza senza precedenti, che non ha posto in Nuova Zelanda. Molte delle persone colpite sono membri delle nostre comunità di migranti. La Nuova Zelanda è la loro casa. Loro siamo noi.

Le prime parole di Jacinda Arden, la premier della Nuova Zelanda, hanno segnato in modo profondo la risposta al massacro di Christchurch, dove il 15 marzo scorso 50 persone, tra cui un bimbo di tre anni, sono state uccise in due moschee da un terrorista suprematista bianco australiano e da suoi complici.

Il martedì successivo al massacro, nel suo discorso in Parlamento, rivolgendosi ai familiari delle vittime ha esordito così: "Al salam Alaikum... La pace sia con voi". E ha proseguito: "... Non possiamo realmente conoscere il vostro dolore, ma saremo al vostro fianco, cammineremo con voi passo dopo passo". Usando parole mahori ha assicurato: "Vi circonderemo con il nostro aroha (amore) e il nostro manaakitanga (una parola maori che indica l'ospitalità neozelandese basata sull'accoglienza dell'altro, sulla reciproca gentilezza, umanità e rispetto).

In quella occasione ha ribadito che non pronuncerà mai il nome del terrorista, negandogli la notorietà che cercava. E ha implorato di fare altrettanto: "Pronunciamo i nomi di chi abbiamo perso, e non il nome di chi li ha portati via da noi".

In visita a una scuola, che ha perso due studenti nel massacro, un ragazzo le ha stretto la mano e le ha fatto una domanda che ancora nessuno le aveva fatto pubblicamente: "Come sta?". "Come sto io? - ha risposto Arden - "Grazie per avermelo chiesto. Sono molto triste".

Incontrando i familiari delle vittime, ha coperto il suo capo con un velo in segno di rispetto. Gesti di empatia, compassione, amore che hanno ispirato i cittadini.

In tutto il paese diversi gruppi di cittadini hanno eseguito l'haka, la tradizionale danza Maori resa famosa dalla squadra nazionale di rugby. Bande rivali di motociclisti sono andati insieme mercoledì davanti alla Moschea Al Noor Mosque, dove sono state uccise la maggior parte delle persone. Hanno onorato le vittime eseguendo insieme l'haka.

Ad eseguire l'haka anche gli studenti della più grande scuola musulmana della Nuova Zelanda di Auckland.

Dopo aver invitato a una lotta a livello globale contro il razzismo, giovedì, a meno di una settimana dalla strage, la premier ha annunciato il divieto di armi semiautomatiche e fucili d'assalto, il tipo di armi usate nelle due moschee. È prevista un'amnistia che permetterà a chi è in possesso di queste armi di restituirle, seguirà un piano di riacquisto da parte dello Stato, che potrebbe costare anche fino a 200 milioni di dollari. "È il prezzo che dobbiamo pagare per garantire la sicurezza alle nostre comunità", ha detto Arden.
Il leader dell'opposizione, Simon Bridges, ha appoggiato questa decisione che sarà operativa entro le prime settimane di aprile: "È doveroso nel nome dell'interesse nazionale tenere i neozelandesi al sicuro".
Già oltre mille cittadini hanno già spontaneamente restituito le loro armi dopo l'appello del governo.

Venerdì 22 marzo, migliaia di persone si sono radunate ad Hagley Park vicino alla moschea Al Noor Mosque per celebrare la giornata nazionale di riflessione per le vittime.
La chiamata musulmana alla preghiera, adhan,  a cui sono seguiti due minuti di silenzio, è stata trasmessa dai canali tv e radio nazionali.

Arden, che ha ancora una volta coperto il suo capo col hijab, nel suo discorso introduttivo ha pronunciato queste parole: "La Nuova Zelanda piange con voi. Noi siamo una cosa sola. Secondo il profeta Maometto, i credenti nella loro reciproca gentilezza, compassione ed empatia sono come un unico corpo: quando una parte del corpo soffre, tutto il corpo sente dolore".
Molte moschee in tutto il paese hanno aperto le loro porte ai visitatori, e catene umane si sono formate per circondare gli edifici e i musulmani in preghiera in segno di protezione e supporto.

La scelta della premier di coprire il capo con l'hijab ha ispirato migliaia di altre donne non musulmane, poliziotte, giornaliste, infermiere, che hanno deciso, anche attraverso una campagna sui social media #HeadScarfforHarmony, di indossare il velo quel venerdì per rispetto e solidarietà con la comunità musulmana.

I giornali, in occasione della giornata dedicata alle vittime, si sono presentati ai loro lettori così, con la scritta in arabo: salam, pace.

Personale governativo ha lavorato tutta la notte per preparare la moschea e i corpi della vittime, per la sepoltura di massa prevista per venerdì.
"Tutti i corpi sono stati lavati" - ha detto una delle persone che vi ha preso parte alla BBC - "Era nostro dovere farlo. Quando abbiamo finito intorno all'1 e 30, abbiamo pianto abbracciati".

Tutti questi gesti di solidarietà - scrive Vox - sono balsamo per i cuori della piccola comunità musulmana, che costituisce appena l'1% della popolazione neozelandese. Le vittime del massacro di venerdì arrivavano da diversi paesi, Pakistan, India, Bangladesh, Egitto, Afghanistan, Malesia e Indonesia. Alcuni erano rifugiati scappati dalla Siria, dalla Somalia e dai territori palestinesi.

"Abbiamo il cuore spezzato, ma non siamo spezzati. Siamo vivi, siamo uniti, siamo determinati a non permettere a nessuno di dividerci". Così l'imam Gamal Fouda, che ha tenuto un discorso di 20 minuti durante la cerimonia di venerdì e che poi ha elogiato Arden per la sua leadership e per la sua compassione all'indomani degli attacchi: “Una lezione per i leader mondali”.

L'imam ha ringraziato "i vicini che hanno aperto le loro porte per salvarci e chi si è fermato con la macchina per aiutarci". "Grazie per le vostre lacrime, le vostre haka, il vostro amore e la vostra compassione".

"Venerdì scorso ero in questa moschea e ho visto odio e rabbia negli occhi del terrorista. Oggi, nello stesso posto, guardo fuori e vedo l'amore e la compassione negli occhi di migliaia di neozelandesi e di esseri umani da tutto il mondo ". L'Imam ha poi concluso il suo intervento in lingua maori: "Aroha, Aroha, Aroha". Amore, amore, amore.

La risposta dei neozelandesi è un messaggio chiaro, forte, inequivocabile e ha inferto un duro colpo all'ideologia che ucciso 50 persone e ferite 42 nelle moschee di Christchurch: non ci dividerete, i musulmani che vivono nel nostro paese fanno parte integrante della nostra comunità, non sono "invasori". Chi pensava di dividerli nell'odio, li ha uniti ancora di più nell'amore, nella compassione, nella solidarietà. Una lezione per tutto il mondo di grande politica decisa, ferma, incisiva e di profonda, intensa, totale umanità.

Foto via The Straits Times

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