No legge bavaglio alla rete

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Al Presidente della Camera, On. Gianfranco Fini

Al Presidente della Commissione Giustizia della Camera dei Deputati On. Giulia Bongiorno


Ai Capi-gruppo alla Camera dei Deputati


A tutti i Deputati

La decisione con la quale, lo scorso 21 luglio, il Presidente della Commissione Giustizia della
Camera, On. Giulia Bongiorno, ha dichiarato inammissibili gli emendamenti presentati
dall’On. Roberto Cassinelli (PDL) e dall’On. Roberto Zaccaria (PD) al comma 29 dell’art. 1 del
c.d. ddl intercettazioni costituisce l’atto finale di uno dei più gravi – consapevole o
inconsapevole che sia – attentati alla libertà di informazione in Rete sin qui consumati nel
Palazzo.

La declaratoria di inammissibilità di tali emendamenti volti a circoscrivere l’indiscriminata,
illogica e liberticida estensione ai gestori di tutti i siti informatici dell’applicabilità
dell’obbligo di rettifica previsto dalla vecchia legge sulla stampa, infatti, minaccia di fare
della libertà di informazione online la prima vittima eccellente del ddl intercettazioni,
eliminando alla radice persino la possibilità che un aspetto tanto delicato e complesso per
l’informazione del futuro venga discusso in Parlamento.

Tra i tanti primati negativi che l’Italia si avvia a conquistare, grazie al disegno di legge, sul
versante della libertà di informazione, la scelta dell’On. Bongiorno rischia di aggiungerne
uno ulteriore: stiamo per diventare il primo e l’unico Paese al mondo nel quale un blogger
rischia più di un giornalista ma ha meno libertà.

Esigere che un blogger proceda alla rettifica entro 48 ore dalla richiesta – esattamente come
se fosse un giornalista – sotto pena di una sanzione fino a 12 e 500 mila euro, infatti,
significa dissuaderlo dall’occuparsi di temi suscettibili di urtare la sensibilità dei poteri
economici e politici.

Si tratta di uno scenario anacronistico e scellerato perché l’informazione in Rete ha
dimostrato, ovunque nel mondo, di costituire la migliore – se non l’unica – forma di
attuazione di quell’antico ed immortale principio, sancito dall’art. 19 della dichiarazione
Universale dei diritti dell’Uomo e del cittadino, secondo il quale “Ogni individuo ha il diritto
alla libertà di opinione e di espressione, incluso il diritto di non essere molestato per la
propria opinione e quello di cercare, ricevere e diffondere informazioni e idee attraverso
ogni mezzo e senza riguardo a frontiere”.

Occorre scongiurare il rischio che tale scenario si produca e, dunque, reintrodurre il
dibattito sul comma 29 dell’art. 1 del ddl nel corso dell’esame in Assemblea, permettendo
la discussione sugli emendamenti che verranno ripresentati.
L’accesso alla Rete, in centinaia di Paesi al mondo, si avvia a divenire un diritto
fondamentale dell’uomo, non possiamo lasciare che, proprio nel nostro Paese, i cittadini
siano costretti a rinunciarvi.



Guido Scorza, Presidente Istituto per le politiche dell'innovazione

Vittorio Zambardino, Scene Digitali

Alessandro Gilioli, Piovono Rane

Arianna Ciccone, Festival Internazionale del Giornalismo e Valigia Blu

Filippo Rossi Direttore, Ffwebmagazine e Caffeina magazine


Claudio Messora, Byoblu

Federico Mello, Il Fatto Quotidiano

Stefano Corradino, Articolo 21

Luca Conti, Pandemia

Fabio Chiusi, Il Nichilista

Daniele Sensi, L'AntiComunitarista

Wil Nonleggerlo, Non leggere questo Blog!

Pino Corrias, Peter Gomez & Marco Travaglio, Voglioscendere.it

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L’articolo di Milena Gabanelli su come “liberarsi” del debito italiano e le critiche di 50 economisti

[Tempo di lettura stimato: 12 minuti]

Due settimane fa Milena Gabanelli ha pubblicato un articolo su Dataroom, la sua rubrica sul sito del Corriere della Sera, dal titolo “Debito: un'idea per uscirne vivi e tornare a crescere". Il pezzo affronta il tema del debito pubblico italiano, racconta quelli che potevano essere gli interessi tedeschi sul tema e presenta una proposta che consentirebbe di “togliere il debito dalle spalle degli Stati, non farne più di nuovo, e assicurarlo attraverso un vero Fondo Salvastati”, perché quello attuale, l’European Stability Mechanism sarebbe sotto lo scacco della Germania.

Leggi anche >> Spread, Banca Centrale Europea, debito italiano. Cosa sono, come funzionano

La proposta, si legge nell’articolo, sarebbe stata elaborata da un gruppo di economisti italiani, tra i quali "Marcello Minenna (direttore Consob), Roberto Violi (direttore Bankitalia), Giovanni Dosi (professore ordinario all’università Sant’Anna di Pisa ) e Andrea Roventini (professore associato sempre a Pisa) supportati anche in sede Ocse (dal policy advisor del Tuac Ronald Janssen)". Come fonte, solo in un secondo momento, vengono linkati un saggio che si intitola “Getting to Eurobonds by reforming the ESM” (Arrivare agli Eurobond riformando l’ESM) pubblicato da Minenna lo scorso novembre su Ft Alphaville, un servizio quotidiano di notizie e commenti sul mercato finanziario creato dal Financial Times nell’ottobre 2006, e un post sul blog Zero Hedge.

L’articolo è accompagnato da un video nei quali la giornalista descrive cosa accadrebbe se l’Italia uscisse dall’Euro, ipotizza che la Germania possa avere un piano B di uscita dalla moneta unica, spiega che dal 2010 “è comparso lo spread e la conseguenza è che quando la BCE presta dei soldi ci sono 19 tassi diversi per 19 paesi” e che “le regole che si stanno definendo per noi potrebbero essere un cappio: le banche devono accantonare l’equivalente dei loro crediti deteriorati. Significa che le nostre banche non potranno permettersi di prestare soldi a quell’azienda in difficoltà, a cui basterebbe un po’ di liquidità per ripartire. E più aziende chiudono in Italia e meglio andranno le concorrenti tedesche o francesi”. La soluzione “per uscirne vivi” sarebbe appunto quella proposta nella parte finale dell’articolo e che poi Gabanelli e Minenna hanno presentato, sempre il 30 maggio, giorno in cui è stato pubblicato l’articolo sul Corriere, in una diretta Facebook sulla pagina Dataroom del Corriere della Sera.

Oggi parliamo di debito ed Eurozona: un’idea per uscirne vivi e tornare a crescere c’é. Milena Gabanelli ne parla in diretta con Marcello Minenna, direttore della Consob che ha elaborato una proposta con alcuni colleghi e che interviene a titolo personale.Qui il link all’inchiesta: https://www.corriere.it/dataroom-milena-gabanelli/debito-europa-italia-germania-idea-crescere/6946fce6-61c6-11e8-83c2-c2f27971c337-va.shtml

Pubblicato da Dataroom di Milena Gabanelli su mercoledì 30 maggio 2018

Le critiche all'articolo

Il video e i contenuti dell’articolo vengono quasi immediatamente criticati su Twitter da altri giornalisti ed esperti di economia. Tra i primi, Luciano Capone de Il Foglio segnala alcune scelte grafiche discutibili per rappresentare, in particolare, la Germania, simboleggiata dal cappello delle forze armate tedesche dal 1935 alla fine della Seconda Guerra mondiale.

Dopo un’ulteriore sollecitazione di Mario Seminerio, investment manager e giornalista di economia e finanza, che chiamava in causa direttamente il direttore del Corriere della Sera, Luciano Fontana, è intervenuta Milena Gabanelli per scusarsi dell’errore e precisare di aver modificato il video. Ora al posto dei copricapo delle forze armate, Francia e Germania sono rappresentate con le rispettive bandiere nazionali.

Le critiche, però, non si sono limitate alle scelte stilistiche del video ma si sono via via concentrate sui contenuti di quanto esposto da Milena Gabanelli, segnalando gli errori presenti nell'articolo. In particolare, quando la giornalista parla di invenzione dello spread, dei tassi diversi paese per paese applicati dalla BCE, dei crediti deteriorati, del funzionamento degli Eurobond e di Europa a 2 velocità.

Inoltre, gli studiosi che sono intervenuti su Twitter hanno chiesto alla giornalista di indicare i paper accademici sui quali si fonderebbe la proposta per poterla studiare nel dettaglio.

Nel frattempo viene individuato un precedente articolo di Marcello Minenna che poi, come abbiamo visto, sarà linkato all’interno dell’articolo di Gabanelli.

Uno degli economisti citati dalla giornalista del Corriere, Andrea Roventini pubblica l’articolo su Twitter senza però rispondere ai commenti che chiedevano chiarimenti. Mentre, Silvia Merler, dottoranda alla Johns Hopkins School of Advanced International Studies ed editor del sito lavoce.info, posta una serie di tweet concatenati in cui discute l’articolo di Milena Gabanelli nel merito e chiede maggiore attenzione prima di pubblicare su temi su cui “c'è già abbastanza confusione e strumentalizzazione, senza bisogno di articoli disinformati e dis-informativi”.

In serata, Michele Boldrin pubblica un video in cui insieme a Massimo Famularo e Alberto Bisin analizza passo passo l’articolo soffermandosi su quelle che secondo loro rappresentano le principali criticità o i passaggi contestabili.

In particolare, i tre economisti spiegano nel video che lo spread non è un’invenzione, che non è vero che la BCE applica 19 tassi di interesse diversi per i 19 paesi ma presta soldi in modo uguale per tutti e cambiano le garanzie che ciascuna banca offre quando chiede liquidità, che non è corretto dire che in base alle nuove regole di accantonamento della BCE le banche debbano accantonare l’equivalente dei loro crediti deteriorati, che quando Gabanelli parla di Eurobond e di Europa a 2 velocità sta descrivendo, male, una misura non ancora approvata. Nel video Boldrin, Famularo e Bisin cercano poi di discutere la proposta di Minenna, provando a intuirne i contenuti attraverso un articolo pubblicato su Ft Alphaville e un commento dello scorso febbraio di Giampaolo Galli che lo analizzava mostrando alcuni nodi critici.

Sempre il 30 maggio, Mario Seminerio pubblica un articolo sul suo blog Phastidio.net in cui discute la proposta di Minenna sottolineando come Milena Gabanelli avesse fatto riferimento a uno studio (di cui non era stata riportata alcuna fonte) al quale aveva aderito acriticamente.

Il giorno dopo, Massimo Famularo su Phastidio.net e David Carretta su Il Foglio, analizzano criticamente l’articolo di Gabanelli ed evidenziano, smontandoli, alcuni passaggi in cui la giornalista ha fatto disinformazione. In un altro articolo sul Fatto Quotidiano, Famularo scrive che l’intervento dell’ex conduttrice di Report “contiene una serie di inesattezze e di approssimazioni molto gravi” e che “la cattiva informazione diffonde tra il pubblico convinzioni errate e fuorvianti e contribuisce nell’alimentare ingiustificato risentimento nei confronti delle autorità europee e una percezione distorta della realtà”. Sulla questione interviene anche Fabio Sabatini, professore associato di Politica Economica alla Sapienza di Roma, che in un post su Facebook, dopo aver discusso i contenuti dell’articolo sul Corriere, accusa la giornalista di alimentare con il suo intervento “la narrativa della Germania e dell'Europa cattive”.

La risposta di Milena Gabanelli

Il primo giugno, Milena Gabanelli pubblica una replica sul Corriere della Sera in cui, come si evince dal titolo, i commenti articolati e le richieste di fonti e chiarimenti da parte di giornalisti ed economisti diventano “attacchi social per l’articolo sul debito”.

Rispondendo in particolare all’articolo di Famularo sul Fatto Quotidiano e al video di Michele Boldrin su YouTube, la giornalista ribatte ad alcune critiche mosse spiegando che si è trattata di una semplificazione giornalistica di passaggi complessi (e non di errori). “È spiacevole leggere come colleghi ed accademici nei social si siano attaccati ai margini interpretativi di una semplificazione”, scrive Gabanelli. “Se avete dubbi tecnici sono sicura che gli autorevoli autori della proposta da me illustrata, di cui ho indicato nomi e cognomi, saranno disponibili a un dibattito. In forma civile naturalmente”.

La replica non soddisfa gli economisti e i giornalisti che sottolineano come Gabanelli non abbia provveduto a commentare o emendare l’articolo, "a citare correttamente le fonti (sia degli errori che delle correzioni), a dare adeguata visibilità alle affermazioni fattuali non vere”. E, inoltre, come fa notare Mario Seminerio su Twitter, sono discutibili anche le fonti linkate alla proposta di Marco Minenna, mentre non vi è traccia di un paper in cui si parli dello studio.

In serata, Michele Boldrin pubblica un nuovo video su YouTube in risposta alla replica di Gabanelli.

Nei giorni successivi, escono altri articoli che analizzano nel merito la proposta di Minenna, tra cui uno su Il Foglio di Sandro Brusco, economista alla Stony Brook University, e un altro di Massimo Famularo su Phastidio.net, che ricostruisce l’intero dibattito dei giorni precedenti e mette in evidenza come, oltre alle questioni di merito, l’articolo di Milena Gabanelli presenti delle criticità anche dal punto di vista formale perché “un editoriale a firma di un solo studioso è stato presentato come documento scientifico promosso da vari esperti (che non hanno confermato) e supportato da un’organizzazione autorevole (ndr Ocse), che poi è risultata non aver dato alcun sostegno”.  

Intanto, come faceva notare Luciano Capone su Twitter, al 4 giugno non c’era ancora traccia del paper su cui si fonda la proposta rilanciata il 30 maggio sul Corriere della Sera.

La lettera di critiche di 50 accademici a Milena Gabanelli

Proprio il 4 giugno, 50 accademici firmano una lettera che viene inviata al Corriere della Sera e in cui si legge:

Scriviamo perché l’articolo e il video di Milena Gabanelli intitolato «Debito: un’idea per uscirne vivi e tornare a crescere» pubblicato dal suo giornale il 30 maggio invece di contribuire alla discussione e informare il pubblico crea confusione e fornisce informazioni fuorvianti

Gli accademici ribadiscono che all’interno del lavoro della giornalista pubblicato a fine maggio ci sono “errori fattuali e logici chiaramente documentati” e che anche la successiva risposta di Gabanelli “continua a contenere errori e imprecisioni”.

La lettera continua poi dicendo che “l’articolo suggerisce esista una soluzione facile ai problemi dell’Italia, spiegata in una proposta di Marcello Minenna, Roberto Violi, Giovanni Dosi e Andrea Roventini”. Ma questa proposta “non risulta” esistere, “almeno nella forma di articolo scritto dai quattro autori menzionati ed il Corriere, dopo averne affermato l’esistenza, non la mette a disposizione del pubblico ma nemmeno smentisce”: “Abbiamo esplicitamente chiesto in varie forme di poter leggere la proposta e abbiamo, ad ora, ricevuto o ben silenzio o, per parte di Milena Gabanelli, l’invito a «trovarcela». Esiste o no questa proposta?”.

Per tutti questi motivi nella lettera si chiede “che il Corriere pubblichi con la dovuta evidenza un articolo in cui gli errori logici e fattuali dell’articolo del 30 maggio vengono chiaramente spiegati, inserisca link o comunque riferimenti precisi agli studi menzionati o dichiari che non esistono”.

Il testo dei 50 accademici non viene però pubblicato dal Corriere della Sera. Milena Gabanelli risponde invece privatamente a chi aveva inviato la lettera al giornale: “Non ho mai pensato di essere depositaria di verità o soluzioni, faccio la giornalista, e in buona fede ho esposto una proposta (mai parlato di documento) di quattro economisti certamente a lei noti. Ho motivato in una replica pubblicata il 1 Giugno (da voi linkata) alcune «semplificazioni» utili — a mio parere — a farsi capire da un lettore comune”.

Per quanto riguarda la proposta citata nel primo articolo e a cui gli accademici chiedono informazioni, la giornalista scrive: “Credo che non sia censurabile diffondere una proposta, credo che non serva a nulla polemizzare, mentre è sicuramente di interesse discuterne e chiarire tutti gli aspetti tecnici con i diretti interessati, più che con la sottoscritta”. Per questo motivo Gabanelli si propone di ospitare una diretta Facebook al Corriere della Sera e moderare un confronto “fra lei (o qualcuno degli estensori della lettera), e uno dei quattro autori della proposta di assicurazione del debito”.

Il giorno successivo, al Corriere della Sera, arriva una seconda lettera, sempre a firma dei 50 accademici, in cui viene ribadita la mancata rettifica degli “errori fattuali nell’articolo e nei video iniziali”. Per quanto riguarda poi la proposta dei quattro autori si legge: “L’articolo originale fa esplicito riferimento a una proposta avanzata da quattro autori, supportata in sede Ocse. Nella versione corrente, l’articolo del 29 Maggio introduce la proposta dei quattro autori con un link — assente nella versione originale dell’articolo — a un breve post del solo Marcello Minenna sul blog del Financial Times (Ft Alphaville). Da quanto sappiamo — dato anche il silenzio dei diretti interessati — uno studio o uno scritto a otto mani non esiste e sarebbe decisamente il caso di dirlo pubblicamente. Se, invece, lo studio esiste, è vostro dovere renderlo pubblico, dopo quasi una settimana da quando l’avete menzionato. Lo stesso vale per il ruolo dell’Ocse”.

Se il paper contenente la proposta a cui Milena Gabanelli ha fatto riferimento fosse reso disponibile, è possibile che, al leggerlo, tutti finiscano per essere d’accordo con le sue conclusioni. Però prima vorremmo leggerlo. Non vi pare che la nostra richiesta di poter leggere la proposta dei quattro economisti sia legittima? A noi pare la base elementare di qualunque discussione informata. Se questa proposta è nota, perché il Corriere non la condivide?

Riguardo poi il dibattito in diretta, gli accademici affermano che “uno di noi sarebbe ben contento (...) però pensiamo che sarebbe più corretto se questo dibattito venisse moderato da qualcuno che non è parte in causa in questa discussione”. Per questo propongono l’ex direttore del giornale, Ferruccio de Bortoli, “come persona certamente indipendente”.

A questa lettera, Gabanelli risponde il 6 giugno ribadendo di far riferimento “a una proposta di Minenna, Violi, Dosi, Roventini” e di non aver “mai parlato di «documento»”. La giornalista dice di averla discussa con gli autori per comprenderne il senso e per poi esporla. Riguardo il dibattito, Gabanelli rinnova “la disponibilità a moderare un confronto (...) poiché mi preme che competenze equivalenti — con posizioni diverse — civilmente discutano su un tema così importante”.

Questo scambio di lettere è stato reso pubblico dal Dataroom del Corriere della Sera, il 12 giugno, 8 giorni dopo l’arrivo della prima lettera firmata da 50 accademici e la richiesta di rettifica.

Pochi giorni prima, Antonio Nicita, commissario Agcom (cioè l'Autorità per le garanzie nelle comunicazioni), aveva proposto un contraddittorio tra i protagonisti del dibattito per il quale sia erano detti disponibili sia Massimo Famularo che Dataroom.

Sulla mancata pubblicazione della prima lettera da parte del Corriere della Sera, Luciano Capone su Il Foglio aveva scritto un articolo il 12 giugno:

Agli economisti è giunta una stringata risposta privata della Gabanelli (a cui è seguita una seconda mail dei sessanta alla direzione), ma ancora nessuna pubblicazione. E non si comprende bene perché, visto che il Corriere ha sempre dimostrato di essere aperto alle interazioni e alle contestazioni dei suoi articoli. Ad esempio giorni fa è stata pubblicata una lettera di Massimo Mucchetti che contestava un punto di un editoriale di Alberto Alesina e Francesco Giavazzi (con replica dei due economisti). E ieri è stata pubblicata una dura lettera degli onorevoli Alberto Bagnai e Claudio Borghi del “dipartimento economia della Lega” contro un articolo di Federico Fubini (con replica del vicedirettore del Corriere)

Nel riportare che successivamente al suo articolo, il Corriere aveva pubblicato la lettera e il relativo scambio tra gli accademici e Gabanelli, Capone su Twitter sottilinea anche che non era vero, come si legge nella seconda risposta della giornalista, che non aveva mai parlato di “documento”, perché in un un tweet dei giorni precedenti aveva fatto riferimento a un “paper”.

Inoltre, è stato anche criticato quanto scritto da Gabanelli sullo scambio epistolare con gli economisti riguardo la richiesta di rettifica. Per la giornalista "in una lunga carriera non mi era ancora capitato di essere accusata di aver dato voce ad un’idea, che può essere condivisa o criticata, ma che non ha nulla di diffamatorio e pertanto nulla che debba essere rettificato".

La giornalista del Corriere della Sera risponde poi a Capone, mandando una lettera a Il Foglio, e spiega di non aver “ritenuto di pubblicare la lettera perché contesta genericamente tutto senza entrare nel merito”, ma che ha “offerto uno spazio in diretta Facebook agli estensori della critica e agli ideatori della proposta sul debito, affinché la forza delle reciproche argomentazioni chiarisse i punti controversi”. “Purtroppo – continua Gabanelli – la loro risposta alla mia disponibilità ad approfondire è stata negativa in quanto mi considerano parte in causa. Motivo per cui alla fine ho deciso di pubblicare l’intero carteggio, che purtroppo poco chiarirà a un comune lettore”. Per la giornalista “in breve”, “c’è un mondo accademico che ha fatto una raccolta firme contro l’esposizione di un’idea, e pretende rettifica perché l’idea non è conforme alla loro; un mondo accademico che di fronte alla disponibilità ad approfondire “l’idea” attraverso il confronto fra le parti, pretende di escludermi, in quanto autrice del pezzo in questione”.

Il giornalista de Il Foglio ribatte e scrive che Gabanelli con questa risposta ha confermato la notizia che “aveva deciso di non rendere pubblica una dura critica a un suo articolo da parte di sessanta autorevoli economisti” e che inoltre l’aveva fatto “perché ‘contestava genericamente tutto senza entrare nel merito’”. “In realtà – spiega ancora Capone – le contestazioni sono precise e circostanziate, riguardano, più che ‘un’idea’, fatti erronei, affermazioni non veritiere, fonti non verificabili e quindi la qualità e la correttezza dell’informazione”.

Il 13 giugno, il Corriere della Sera pubblica un commento di Ignazio Angeloni, membro del consiglio di Vigilanza BCE, sull’articolo pubblicato a firma della giornalista lo scorso 30 maggio. Angeloni non entra nel merito della proposta perché dice di non conoscerla, ma si concentra sulle “questioni che riguardano l’euro e la BCE” e sottolinea e spiega la “serie di inesattezze riguardanti le differenze fra i tassi di interesse nell’area dell’euro e le politiche della Banca Centrale Europea (BCE) in materia di rifinanziamento e di vigilanza sulle banche”. “Le imprecisioni e il tono generale del messaggio – afferma Angeloni – rischiano di generare nel lettore una percezione del tutto fuorviata degli argomenti trattati”.

Sempre il 13 giugno, come anticipato da Marcello Minenna su Twitter pochi giorni prima, la proposta, spiegata nell'articolo di Milena Gabanelli, viene presentata all'Istituto di Economia della Scuola Superiore Sant'Anna di Pisa dai 4 studiosi citati nel pezzo del 30 maggio del Corriere della Sera.

Due giorni dopo gli economisti intervenuti nel dibattito sottolineano che del paper richiesto, nel quale si presenta la proposta, non c'è ancora traccia.

Immagine in anteprima via Corriere della Sera

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Come garantire che la tecnologia sia al servizio dell’uomo e della società?

[Tempo di lettura stimato: 11 minuti]

All’atto di nascita, nel 2004, il Personal Democracy Forum predicava entusiasmo. Un giorno non lontano, si leggeva nel Manifesto di quello che negli anni sarebbe diventato uno dei principali luoghi di incontro e discussione al mondo per chi crea tecnologie al servizio della collettività, la rete avrebbe consentito la “piena partecipazione” dei cittadini alla vita civica e politica delle proprie comunità, e a costo zero.

La democrazia sarebbe cambiata rapidamente, e in meglio: più trasparenza per governi, istituzioni e imprese. Più possibilità per ognuno di avere una voce, formulare proposte, creare consenso. Era l’anno in cui Facebook usciva dalla mente di Zuckerberg e dal suo dormitorio di Harvard per cominciare la scalata al mondo. E sì, a scommettere sul digitale come motore di una rivoluzione di civiltà erano in molti, non solo tra i visionari di Silicon Valley e gli artigiani delle “tecnologie civiche”.

Oggi, quindici edizioni dopo, il clima è completamente mutato. Impossibile, nell’era che segue infiniti cyber-scandali, e con le democrazie in affanno in tutto il globo, dare per scontato che la tecnologia sia necessariamente un alleato del “bene”. “È tempo di mettere da parte le premesse ottimiste fatte all’epoca, con coraggio e forse troppe speranze”, notano amaramente gli organizzatori, Andrew Rasiej, Micah Sifry e Danielle Lee Tomson, sostenendo la necessità di ritoccare le promesse del Manifesto al ribasso.

“Invece di stare contribuendo a creare una società migliore per tutti”, scrivono nel messaggio di benvenuto ai partecipanti all’edizione 2018, tenutasi alla New York Law School il 7 e 8 giugno, “la tecnologia sembra stare promuovendo maggiori disuguaglianze, più disinformazione e meno fiducia di uno nell’altro e nelle istituzioni”.

Ma per quanto la delusione e il senso di avere creduto a promesse tradite, fallaci, siano palpabili tra i corridoi e nelle stanze della conferenza, altrettanto evidente è la volontà di non arrendersi. La comunità si sta riorganizzando, affilando le proprie armi, costruendo tattiche e strategie per rimettere il progresso nella carreggiata del sogno, strappandolo a forza da quella degli incubi a cui secondo alcuni, altrettanto falsamente, è necessariamente indirizzato.

L’iniezione di realtà sembra avere giovato, perché l’utopia è diventata pragmatismo, urgenza. Non a caso il tema dell’edizione 2018 è How We Make Good. Come garantire che la tecnologia sia al servizio dell’uomo e della società? Come mettere a frutto ciò che abbiamo compreso delle nostre ingenuità passate e trasformare quelle dolorose consapevolezze in nuove e più salde fondamenta per salvaguardare i processi democratici? Serve un “pensiero nuovo”, dicono Rasiej, Sifry e Tomson. E tutti i 14 keynote speech della due giorni, legati ad altrettanti workshop di approfondimento, cercano di portare il loro contributo in questa direzione.

Tecnologie per la fiducia

Alcuni immaginano un diverso rapporto tra individui, non più anonimi consumatori, ma di nuovo e finalmente cittadini capaci di fidarsi l’uno dell’altro. Jerry Michalski, per esempio, parla da anni di ‘Design From Trust’. Della costruzione, cioè, di istituzioni e relazioni sottratte all’unico imperativo dell’efficienza economica, decise e costruite dall’alto in basso da manager e ingegneri che militarizzano il linguaggio umano e lo traducono in una guerra senza sosta tra spot pubblicitari. “La fiducia invece accende il genio”, dice, “ed è molto più economica del controllo” — perché non costringe a dotarsi di strutture coercitive per indirizzare e controllare continuamente il comportamento.

Interdipendenza, cooperazione, comunità diventano così le basi con cui sostituire l’individualismo imperante che ha trasformato le città in stati di polizia, il sistema educativo in un sistema di indottrinamento e sorveglianza, e gli interessi di tutti in quelli di pochi.

Wiki, crowdsourcing, sharing economy, software e hardware open source, scambi peer-to-peer, microfinanza, governi partecipativi sono gli ingredienti del suo cambiamento di prospettiva. Che risulta sì un po’ stantio, e colonizzabile a sua volta da nuovi soggetti di “sfiducia” — si pensi ai molteplici scandali sorti intorno a Uber, o ai problemi creati dall’uberizzazione del lavoro. Ma che ha quantomeno il pregio di dire chiaramente che senza una inversione radicale di rotta a livello organizzativo e concettuale la fiducia non tornerà. Soprattutto, di ricordare che “mantenere l’attuale rottura della fiducia fa gli interessi di molti”: tutti i poteri che, disintermediati e umanizzati, perderebbero efficienza e profitti.

E poi, non è detto che la “sharing economy” debba essere dominio di nuovi monopolisti e giganti dello sfruttamento. Trebor Scholz, per esempio, coordina da anni gli sforzi di un movimento chiamato ‘Platform Cooperativism’, che tenta di democratizzare la proprietà e la gestione dei servizi cooperativi. Oggi, racconta, il movimento è globale, investe centinaia di aziende e iniziative, e diffonde concetti come paga più equa, benefit di produttività interamente nelle tasche dei lavoratori, reinvestimento degli utili a beneficio della comunità che adotta il servizio, governance democratica delle piattaforme nelle mani di utenti e lavoratori, e co-design dei servizi fin dal loro concepimento.

Qualcosa di radicalmente diverso da ciò a cui siamo abituati, dunque, e che già oggi investe svariati campi dell’umano: da Res( )nate, l’equivalente per lo “streaming etico” di Spotify che usa la blockchain e paga gli artisti il doppio del colosso svedese, al Banyan Project per dare una piattaforma cooperativa al giornalismo; da Midata, un servizio di cloud computing per la condivisione sicura, trasparente e gestita dai cittadini di dati tra pazienti e medici, a Up&Go, che consente di prenotare servizi di pulizia domestica da cooperative di lavoratori, a cui finisce il 95% dei ricavi. C’è anche l’alternativa cooperativa a Uber, Green Taxi: a Denver, dice il docente della New School, ha già un terzo del mercato.

Democrazia digitale, ma democratica davvero

Un secondo, più ricco filone di indagine al PDF 2018 riguarda l’uso della tecnologia per implementare forme partecipative inedite, in cui gli ideali della democrazia diretta si coniugano con decisioni concrete, a reale beneficio delle comunità che le adottano. In Italia, lo sappiamo, il tema è stato interamente colonizzato dall’esperienza, controversa, del Movimento 5 Stelle e degli sforzi culminati nella piattaforma Rousseau. Ma altrove il modello è completamente diverso, e supera gli schieramenti politici, restando — come dovrebbe — una questione di metodo.

Perché la premessa, ben esplicitata dalla scienziata politica argentina Pia Mancini, è fondata: siamo davvero “cittadini del XXI secolo che vivono con istituzioni del XIX secolo concepite con tecnologie dell’informazione del XV”.

Non è solo una questione di social media, dice Mancini, è che siamo all’interno di un più ampio processo di perdita di senso delle Nazioni. Gli Stati nazionali, argomenta nel talk e con le sue ricerche, richiedono monopolio sulla terra, ed è quel radicamento territoriale a dare identità e comunità ai suoi appartenenti. Google e Facebook, tuttavia, sono transnazionali; l’architrave della nostra comunicazione e informazione contemporanea impone un diverso concetto di sovranità.

Ancora, le nazioni avevano monopolio sulla moneta, mentre oggi tecnologie come Bitcoin “hanno cominciato a separare denaro e Stato”, dice Mancini. Da ultimo, erano le nazioni a monopolizzare la scena degli attori globali, mentre oggi vengono sempre più efficacemente sfidate dai colossi del digitale, i cui CEO si comportano come capi di Stato, vengono trattati come tali, e hanno il potere di vita e di morte sui dati — e dunque sull’esistenza — di miliardi di cittadini in tutto il mondo.

Bisogna proporre un’alternativa, argomenta la ricercatrice. Radicale. Colmare un vuoto di potere — per la democrazia — altrimenti riempito, come già accade, da piattaforme digitali e demagoghi di ogni risma.

Per riuscirci, Mancini sostiene serva la democrazia diretta digitale. Quale, è tutto da discutere. Per esempio su piattaforme come la sua democracy.earth, un “contratto sociale smart e a codice aperto dove parlare di quale sia la democrazia da desiderare, e al contempo la costruzione di un protocollo per sperimentarla e implementarla”, dice.

Alcune scelte cominciano a prendere forma. Mancini dice di prediligere una struttura di “democrazia liquida” online, in cui cioè il voto si può esercitare anche per delega, le cui votazioni siano messe al sicuro tramite blockchain e crittografia, e capace insieme di reggere il voto di milioni di persone — come i 7 milioni di colombiani fuori sede che, altrimenti, non avrebbero potuto esercitare il loro diritto per un referendum.

L’ottica è quella del citato Buckminster Fuller: “Le cose non si cambiano mai combattendo l’esistente. Per cambiare qualcosa, costruite un nuovo modello che rende l’esistente obsoleto”.

Può darsi. Ma la sensazione è che non ci sia molto spazio per discutere delle note e strutturali complicanze di questo tipo di democrazia — che tutto sommato è molto simile a quella sperimentata dai Pirati Tedeschi, prima che li portasse alla paralisi — nel programma del PDF. Anche nel seminario pomeridiano, infatti, nelle due ore e mezzo di interventi si susseguono gli esperimenti di deliberazione diretta in rete condotti dal collettivo g0v in Taiwan, ispirati nientemeno che al concetto di “rizoma” in Deleuze — “connessione, eterogeneità, molteplicità, rottura asignificante, cartografia, decalcomania”, appuntano gli attivisti, tra i più in vista nella “civic tech” asiatica.

“Non chiedere perché nessuno lo sta facendo”, il loro motto: "Prima ammetti di essere tu, Nessuno. Perché Nessuno spacca. Nessuno è il mio capo”.

Seguono le iniziative di democrazia digitale del governo di Taiwan, le cui rappresentanti ripetono la parola “hackathon” credo cinquanta volte in quindici minuti, ma spiegano anche nel dettaglio il funzionamento di vTaiwan, un progetto utilizzato per ridisegnare completamente, insieme ai cittadini, l’interfaccia digitale del governo per il pagamento delle tasse.

Il problema è prima segnalato tramite una petizione online, a cui il governo dà ascolto, ripetendo incontri tra ministri del digitale per ciascuna materia, o con portatori di interesse di ogni natura, dai designer ai burocrati, dagli amministratori di sistema ai semplici cittadini. Ogni incontro è poi mandato livestreaming in rete, e i risultati vengono discussi ancora in rete fino a co-creare un sistema molto più agile, e semplice da usare.

Cose concrete, insomma, cui si accoppia uno spirito visionario. Le rappresentanti del governo di Taiwan aggiungono infatti di stare sperimentando forme di partecipazione digitale tramite realtà virtuale e aumentata, per votare in cabine virtuali generate all’occorrenza o esplorare mondi virtuali dedicati a descrivere e rendere un gioco la creazione di scelte politiche.

Già utilizzata in diverse città nel mondo la piattaforma consulproject.org, dal Messico all’Argentina, in Perù, Ecuador e Colombia. Ma anche a Parigi. E Madrid, dove la piattaforma Decide Madrid ha portato a soluzioni, scelte online dai cittadini tramite referendum, per rendere la capitale spagnola 100% sostenibile, rendere più economico e flessibile il biglietto per i trasporti pubblici, ridisegnare Plaza de Espana. Spiega Miguel Arana Catania, direttore del progetto, che le priorità non sono quelle indicate dalla politica, ma dai cittadini stessi — “e per questo sono più concrete: quando scelgono i cittadini, la politica migliora”, dice.

A dimostrarlo, le idee giunte online per spendere 100 milioni di euro l’anno per la città. Un progetto di budget partecipativo che di nuovo ha premiato idee concrete, secondo Catania, più di quelle usualmente trattate dalla politica tradizionale: tra le più votate, più abitazioni per donne vittima di violenza di genere, politiche per aiutare i senzatetto e i malati di Alzheimer, l’adozione di più pannelli solari.

Gli iscritti sono 400mila, e i voti espressi via referendum online per le proposte appoggiate da più dell’1% della popolazione sono vincolanti. Anche le leggi si possono emendare tramite la piattaforma, ma in questo caso sarà il politico, risponde Catania a mia precisa domanda, a decidere che fare degli emendamenti proposti.

La piattaforma mira a essere un metodo, uno strumento, non un’arma al servizio di unico partito politico. E quando gli chiedo che pensa di Rousseau e dell’idea di avere una forma di democrazia digitale che dipenda da un codice non aperto, si abbandona a una sonora risata, ed esclama: “È una follia”.

Guida intergalattica per l’attivista online

Molto si è parlato anche di come fare attivismo digitale con successo, un tema reso particolarmente spinoso e urgente dall’era Trump, dalle capacità di mobilitazione a mezzo social delle nuove destre in tutto il mondo, dalla raffinatezza raggiunta dalle strategie di propaganda e disinformazione digitale.

In risposta, più che la teoria, servono buone prassi. Percorsi di protesta e proposta che abbiano dimostrato la loro efficacia portando a risultati concreti. Ed ecco un workshop, al PDF, raccontare la strategia adottata dalle migliaia di dipendenti di Google che si sono opposti a Project Maven, la collaborazione dell’azienda del Do No Evil con l’esercito statunitense, che avrebbe dovuto mettere il suo machine learning all’opera per migliorare la mira dei droni a uso militare.

In questo, come in altri casi, si può applicare il reverse-engineering: individuare le dinamiche e i processi — in questo caso, interni a Google — che hanno portato alla decisione; comprendere chi detiene responsabilità dirette e indirette sul progetto da contestare, quali incentivi hanno e come influenzarli; elaborare strategie comunicative efficaci per mostrare contraddizioni fondamentali tra l’etica dichiarata dall’azienda e quanto si contesta; organizzare il consenso interno minimizzando i danni per i singoli partecipanti; usare i media e i social media come cassa di risonanza, una volta che la campagna o la causa decidano di venire allo scoperto, e scatenare un dibattito pubblico sull’oggetto del contendere.

Nel workshop, i partecipanti si dividono in gruppi di cinque e immaginano contromisure per campagne fittizie, ma plausibili: una per chiudere Free Basics di Facebook in tutto il mondo, un’altra contro l’obsolescenza programmata dei telefonini, un’altra ancora per impedire che Amazon non conceda le sue risorse di AI alle forze dell’ordine. E altre ancora.

Certo, “non c’è una soluzione tecnologica per risolvere definitivamente la crisi della democrazia”, come ricorda la direttrice esecutiva di MoveOn, Anna Galland, nel suo speech il giorno seguente. Ma se impariamo a costruire una resistenza a livello nazionale e locale, connessa alle istituzioni, “basata su umiltà, apertura e reale fiducia nelle voci che emergono dal basso”, allora abbiamo buone chance di colpire nel segno.

Con una consapevolezza importante, nell’era dell’indignazione connessa: “Nessuno può sostenere una rabbia costante, anche se tutto causa rabbia”. Fondamentale per la mobilitazione online è sapere trasmettere “gioia”, almeno a tratti. Per stare davvero insieme in protesta, odiare non basta.

L’elefante (davvero) nella stanza

I talk e i workshop insistono su forme di sostegno al reddito per dare a tutti la possibilità di affrontare con dignità l’era dell’automazione — Chris Hughes, co-fondatore di Facebook — e piattaforme online per dare la possibilità ai data scientist di scrivere un loro codice etico, così che gli algoritmi smettano di discriminare. Temi che fanno discutere, e scaldano il pubblico.

Inutile nascondere, tuttavia, che la parola più controversa a risuonare dentro e fuori i luoghi della conferenza è anche la più banale: Facebook. Il social network è insieme tra i principali sponsor dell’evento e il bersaglio preferito dei suoi partecipanti. C’è Siva Vaidhyanathan, autore di un saggio ferocemente critico con la filosofia della corporate social responsibility di Facebook — meglio, della sua ideologia di fondo — dal titolo ‘Antisocial Media’. Ma ci sono soprattutto i messaggi e le domande inviate al Director of Product Management, Samidh Chakrabarti, via Twitter e Sli.do, nel canale apposito della manifestazione: tutte fortemente critiche, con i toni di una comunità con cui pare avere una prossimità ormai naturale, ma sempre più ingombrante. (Full disclosure: chi scrive ha partecipato al PDF grazie a una Fellowship sponsorizzata da Facebook)

I temi variano, dalle smart city che diventano menacing city,  “città di sorveglianza” per lo “sfruttamento intelligente” delle nostre vite, agli incredibili sprechi del governo USA in progetti digitali — su 86 miliardi di dollari di investimenti in IT l’anno, il tasso di fallimento è del 94% —, ma è sempre il dibattito intorno a Facebook a monopolizzare la scena. Disinformazione, automazione della moderazione dei contenuti, polarizzazione: il social network esce ovunque.

Anche nelle pubblicità sopra l’ingresso delle subway, contro “fake news”, manipolazione dei dati, profili fasulli. Un artista ne ricava anche un cartello per soggetti smarriti, appeso ai lampioni: “Lost”, e sotto “all your data”. In un intervallo, alla conferenza, va in onda in video che fa satira dell’audizione di Mark Zuckerberg al Congresso USA. E nella stessa settimana, del resto, Facebook è rimasta impigliata non in uno, ma due “scandali”. Non stupisce insomma che Chakrabarti finisca per prendere sul serio, dicendosi possibilista, anche una domanda dal pubblico in cui si chiede se Facebook sarebbe disposta a rivedere completamente la sua missione aziendale, aprendosi in modo molto più consistente a logiche lontane dal mero profitto e addirittura rallentando di proposito le sue prospettive di crescita.

L’impressione è che da queste parti abbiano preso molto sul serio le accuse di aver servito a Trump e Brexit la vittoria su un piatto d’argento. Troppo forse. E troppo poco il monito di Malka Older, studiosa e scrittrice di sci-fi a sfondo politico che, citando Yuval Noah Harari, riporta: “per cambiare un ordine immaginario esistente, dobbiamo prima credere in un ordine immaginario alternativo”. A dire: dovremmo usare di più l’immaginazione, specie fantapolitica e fantascientifica, se vogliamo provare a realizzare un mondo, e un’ideologia, in cui i monopolisti dei dati non sono immutabili, irregolabili, inamovibili.

Older la chiama “resistenza speculativa”: “Abbiamo bisogno di futuri speculativi”, dice, “ci ricordano che il mondo in cui viviamo non è inevitabile”. Se l’ideologia dominante è tale proprio in quanto capace di rendersi invisibile, di entrare tra le norme e i comportamenti quotidiani come il respiro nel torace, il grido immaginativo della scrittrice è la forma più pura, e forse più forte, di critica ideologica a Silicon Valley di tutta la due giorni.

Immagine in anteprima via Paramjot Kaur 

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Spread, Banca Centrale Europea, debito italiano. Cosa sono, come funzionano

[Tempo di lettura stimato: 10 minuti]

di Roberto Anglani e Ivan Raimondi

La recente crisi istituzionale legata ai contrasti sulla formazione del nuovo governo Lega – Movimento 5 Stelle e le voci di una potenziale uscita dall’euro hanno generato, come effetto immediato, la risalita dello “spread dell’Italia”. Questo ha portato ancora una volta sotto i riflettori il rapporto complicato tra le scelte politiche di una nazione e le reazioni dei mercati finanziari, sollevando ulteriori dubbi sulla sostenibilità del nostro debito pubblico.

Quando le cose per l’Italia – e per le banche italiane – iniziano a mettersi male, lo spauracchio dello spread e delle “inflessibili” regole europee desta sempre l’interesse dell’opinione pubblica ed è fonte di un ampio dibattito anche tra i non addetti ai lavori.

Per questa ragione proveremo a fare un po’ ordine su alcuni temi ricorrenti. Il primo è lo spread: una misura convenzionale per confrontare strumenti finanziari come i titoli di Stato. Il secondo riguarda invece il modo in cui le istituzioni finanziarie, e in particolare le banche italiane, sono influenzate dalle politiche monetarie della BCE e dalle regole europee e, soprattutto, come questi temi impattino infine su famiglie ed imprese.

Lo spread

Cosa sono le “obbligazioni”, i “titoli di Stato” e perché si parla di “rendimenti”?

Un ente, un’impresa o una banca che abbiano bisogno di reperire liquidità può farlo emettendo un titolo di debito detto “obbligazione”. Chi compra un’obbligazione acquisisce il diritto di ricevere dall’emittente (ente, un’impresa o una banca), a una determinata scadenza, il capitale “prestato” con l’aggiunta di un “interesse”.

I bond (cioè le obbligazioni) più semplici sono quelli “privi di cedole” (o zero coupon bond, ZCB) in cui, semplificando, pagando un prezzo di 98 euro si riceve dall’emittente 100 euro dopo un anno. Un titolo del genere, dal valore nominale di 100, con scadenza 1 anno e prezzo 98, si definisce uno ZCB a 1 anno con un rendimento a scadenza del 2,04%.

Al pari di una banca o un’impresa, uno Stato, per far fronte ai propri bisogni di liquidità (ad esempio, finanziare il deficit pubblico), può emettere titoli obbligazionari che per l’appunto prendono il nome di titoli di Stato. Ad esempio, gli ZCB emessi dallo Stato con scadenza a 3, 6 o 12 mesi sono chiamati Buoni Ordinari del Tesoro (o BOT).

Un altro tipo di strumento finanziario è quello che “obbliga” l’emittente a rimborsare il capitale iniziale insieme a un certo numero di “cedole” a determinate scadenze. Supponiamo, ad esempio, di acquistare da una banca, un’obbligazione con scadenza a 2 anni che, al prezzo di 95 euro, ci dia il diritto di ricevere 3 euro alla fine del primo anno e, al secondo anno (ovvero a scadenza), altri 3 euro oltre alla restituzione del capitale di 100 euro. Se l’emittente fosse lo Stato italiano, potremmo dire di aver acquistato un Buono del Tesoro poliennale (BTp) con scadenza 2 anni, cedola al 3%, prezzo di emissione a 95 e rendimento al 5,72%.

Il motivo per cui il rendimento di questo titolo valga il 5,72% è dato dal fatto che tale quantità ci dice di quanto dobbiamo ridurre il “valore ad oggi” delle cedole future affinché sia congruo il prezzo di 95. Rigorosamente, si dice che il rendimento a scadenza di un’obbligazione è una grandezza che, dato un prezzo, una scadenza e una struttura di cedole, consente di eguagliare il prezzo del titolo con il “valore attualizzato” dei flussi di cassa futuri.

Al di là del tecnicismo, è importante capire che al diminuire del prezzo di un titolo il suo rendimento sale. E in effetti è comprensibile: se ieri un BOT a 12 mesi costava 98 euro e oggi invece costa 96, vuol dire che a un prezzo più basso potrò avere il rimborso a 100 con un rendimento sicuramente maggiore.

Cosa è lo spread e perché è legato al concetto di rischio?

Per chiarire cosa sia lo spread e perché sia legato al concetto di rischio, è bene sottolineare un aspetto. Quando si acquista un’obbligazione emessa da una banca o da uno Stato, si acquista solo un “diritto” di ricevere a scadenza il capitale investito con gli interessi. Ma nessuno (proprio nessuno) può garantire con certezza assoluta che la controparte sarà in grado di estinguere il proprio debito. Non esistono infatti investimenti che generano profitti e che siano anche privi di rischio.

Vediamolo con un esempio. Supponiamo di aver acquistato il BTP (Buono del Tesoro poliennale) descritto in precedenza (scadenza 2 anni, cedola al 3%, prezzo 95, rendimento 5,72%). Immaginiamo ora che sia trascorso un anno dal collocamento e che inizi a circolare la voce che l’Italia non se la passi molto bene. Temendo che lo Stato non sia in grado di onorare il debito nei nostri confronti, sarebbe lecito provare a vendere sul mercato il titolo nel tentativo di recuperare l’investimento. A un anno dalla scadenza, se il BTP avesse un rendimento fermo al 5,72% dovrebbe essere prezzato a 97,4 euro, ma poiché la probabilità che l’Italia non onori il suo debito è un po’ più alta rispetto a un anno prima, ipotizziamo che ci venga offerto un prezzo più basso, diciamo 95. D’altronde se l’operatore che acquista il titolo si accolla un rischio più alto di perdere tutto, è naturale che pretenda un rendimento maggiore.

Con il prezzo a 95 euro, un anno di scadenza e una cedola da 3 euro ancora da staccare, il rendimento a scadenza del BTP è ora schizzato dal 5,72% all'8,41%. Infatti, quel pezzo in più di 2,69% (nel gergo 269 bp, punti base o basis point) non è altro che il maggior “premio al rischio“ richiesto dal mercato. In questi casi si dice che la percezione di una maggiore rischiosità del titolo da parte degli operatori finanziari ha fatto aumentare lo spread creditizio di 269 bp, riassumendo in un solo valore la remunerazione aggiuntiva a fronte dell’aumentare del rischio di insolvenza della controparte.

Perché si parla di spread quando c’è una crisi politica e cosa c’entra la Germania?

Un modo rapido per rappresentare la variazione della rischiosità di un titolo, in un determinato contesto di mercato, può essere quello di confrontarlo con un’obbligazione emessa da una controparte ritenuta estremamente affidabile.

Nel caso dei titoli di Stato in area euro, la controparte in questione è data dalla Germania, poiché rappresenta ad oggi la nazione europea con le migliori condizioni di stabilità e ricchezza economica. Per esempio, se in un giorno in cui si diffonde la notizia di una crisi in Italia, il rendimento del BTP sale dal 5,72% all'8,41% mentre quello dell’omologo tedesco è passato da 1,5% a 1,6%, diremo che la distanza (o “lo spread BTP/BUND”) in termini di rendimento tra i due titoli è passata da 421 bp (=5,72%-1,50%) a 681 bp (=8,41%-1,6%).

Sebbene, nel linguaggio comune, lo spread tra i titoli BTP e BUND con scadenza a 10 anni sia diventato “lo spread” o “spread dell’Italia”, si capisce però da questi esempi che non esiste un solo tipo di spread e soprattutto non è nient’altro che una misura convenzionale.

Ora, il motivo per cui lo spread assume un ruolo così centrale è dato dal fatto che il debito sovrano di una nazione è costituito in larga parte dall’insieme delle obbligazioni emesse dallo Stato. E siccome uno dei fattori più importanti che condiziona il rendimento dei titoli di Stato (scambiati sul mercato come ogni altro strumento finanziario) risulta essere l’affidabilità dell’emittente, si tende ad associare l’allargamento dello spread a un deterioramento della capacità di una nazione di estinguere tempestivamente i propri debiti.

In generale, quindi, l’allontanamento dal rendimento dei titoli tedeschi è percepito come un generale peggioramento del “merito creditizio” di tutto lo Stato.

Nella realtà, è possibile associare al fenomeno due effetti consequenziali:

  1. Sebbene l’aumento dello spread non comporti un incremento diretto di costi sull’intero stock di debito pubblico, le nuove emissioni obbligazionarie che rimpiazzano quelle in scadenza (e che, per esempio, servono a rifinanziare il deficit), devono tener conto del rendimento maggiore richiesto dal mercato. Una collocazione a un prezzo più basso significa un approvvigionamento di nuova liquidità a un costo maggiore per lo Stato.
  2. Il peggioramento del merito creditizio può riverberarsi negativamente sia sulla quota di risparmio di famiglie e imprese italiane che hanno investito in titoli di Stato sia, come vedremo in seguito, sull’economia reale del paese in termini di vincoli/onerosità legati all’erogazione di nuovi crediti.

Questo spiega come mai in presenza di situazioni politiche instabili o di crisi politiche/istituzionali, si dice (e si può ipotizzare) che “salga lo spread”. Lo “spread” pertanto è una grandezza osservabile sui mercati che non è regolata da organismi sovranazionali ma dalle dinamiche di trading e dal comportamento degli operatori finanziari e che a loro volta risentono delle condizioni politiche ed economiche della nazione.

I prestiti della BCE alle banche europee e gli haircut

Per immettere liquidità nel sistema finanziario europeo la Banca Centrale Europea (BCE) ha a disposizione diversi strumenti di politica monetaria. Tra questi, il principale è rappresentato dalle “open market operations”.

Semplificando molto, queste operazioni non sono nient’altro che prestiti garantiti che la Banca Centrale Europea concede alle banche commerciali, a tassi di interesse generalmente bassi e in ogni caso uguali per tutti (qui la lista ufficiale dei tassi). Un elemento che può contribuire a distinguere le condizioni di una stessa operazione di prestito applicati a diverse banche europee è invece la previsione di differenti scarti o riduzioni di valore (i cosiddetti “haircut”) alle attività conferite dagli intermediari a garanzia della liquidità ricevuta.

Cosa sono gli haircut della BCE?

A fronte dei prestiti erogati, la Banca Centrale Europea richiede ai debitori la presentazione di una garanzia (in inglese collateral) come forma di assicurazione sul debito. In questo modo, in caso di insolvenza della controparte, la BCE si può rivalere sul collateral e recuperare il capitale erogato (al pari di quanto succede quando ipotechiamo un immobile come garanzia per un mutuo).

Ora, poiché il bene (o l’asset) presentato come garanzia per il finanziamento è soggetto a oscillazioni del proprio valore e del proprio grado di liquidità, la valutazione di tale collateral, sulla base di uno schema prestabilito (e uguale per tutti i paesi europei), viene sottoposta prudenzialmente a una riduzione, in base:

  • A una “Categoria” che dipende dal tipo di strumento (la lista ufficiale delle categorie è disponibile qui).
  • Alla vita residua del titolo.
  • Alla qualità del credito dell’emittente.

Per comprendere come vengono fatte queste valutazioni, possiamo fare un esempio. Supponiamo che una banca commerciale italiana richieda un prestito di 900 milioni di euro alla BCE e presenti come titolo di garanzia 1 miliardo di euro in BTP ITALIA con scadenza a 4 anni.

via Gazzetta Ufficiale dell'Unione europea

Se guardiamo la Tavola 2 di questo documento, il collateral presentato risulta avere un haircut del 9% poiché appartenente alla Categoria I in quanto titolo di Stato emesso da “Central Government” (come è possibile verificare qui incrociando i valori IG1 e AT01), ha una vita residua compresa tra 3 e 5 anni (scadenza 4 anni), e presenta una Qualità del credito di Livello 3. Questo significa che il valore assegnato al titolo BTP dato come garanzia non è quindi di 1 miliardo ma di 910 milioni di euro.

Un aspetto importante da sottolineare è che se una banca italiana e una tedesca presentano lo stesso titolo a garanzia (ad esempio il BTP a 4 anni), il valore di questo asset viene ridotto della stessa percentuale indipendentemente dalla regione geografica della banca che richiede il prestito.

Tuttavia, è verosimile che una banca commerciale tedesca detenga e ponga a garanzia titoli di Stato tedeschi invece di titoli italiani e poiché il livello di qualità del credito di un’obbligazione governativa tedesca (classe 1) è attualmente più alto rispetto a quello di un omologo titolo italiano (classe 3), è facile dedurre che, presumibilmente, le banche tedesche ottengano finanziamenti dalla BCE conferendo minori garanzie (vale a dire garanzie a cui è applicato uno scarto di valore più basso). In altre parole, a parità di tassi applicati dalla BCE, a fare la differenza tra una banca italiana e una tedesca è la qualità e conseguentemente la quantità dei titoli di Stato che (verosimilmente) presenterebbero a garanzia per ottenere la medesima liquidità richiesta.

Chi decide la qualità del credito di un titolo di Stato italiano?

Nel caso di un titolo di Stato, si osserva il giudizio espressodalle 4 agenzie di rating esterne ECAI (External credit assessment institutions) autorizzate nell’ambito dell’Eurosystem Credit Assessment Framework, vale a dire le società DBRS, Standards & Poor’s, Fitch e Moody’s.

Sulla base di tali rating si stabilisce il livello di qualità del credito, che a sua volta determinerà la quota di haircut da applicare come riduzione del valore del collateral. In particolare, sulla base di un regolamento europeo (Art. 84a dell’Indirizzo UE 2015/510, disponibile qui), si legge che “se per la stessa emissione sono disponibili più rating di ECAI, l'Eurosistema tiene conto del migliore” per determinare la classe di merito creditizio di riferimento.

Attualmente, tuttavia, poichè nessuna delle quattro agenzie attribuisce all’Italia un giudizio superiore a BBB (o equivalenti), la classe di merito dei titoli di Stato italiano risulta pari alla terza delle tre classi possibili. Tale circostanza si è verificata a partire da gennaio 2017 (ne parlava il Sole 24 Ore qui), quando anche l’ultima agenzia, la canadese DBRS, ha portato il giudizio dell’Italia a “BBB (high)” dal precedente “A (low)”, livello minimo accettato per la seconda classe di merito su tre.

È abbastanza intuitivo quindi capire che agli strumenti inclusi nella terza fascia (quelli italiani) siano associati scarti di garanzia e quindi riduzioni di valore più elevati rispetto a strumenti di qualità creditizia 1 (quelli tedeschi).

Allora le banche italiane hanno un problema?

La risposta è sì, ma nella misura in cui le stesse ricorrano a operazioni di rifinanziamento con Banche Centrali e detengano titoli di Stato italiano che conferiscono come garanzia.

Considerando che, al 31 dicembre 2017, le banche italiane detenevano oltre 320 miliardi di euro di titoli di Stato italiano (cfr. Tavola 1.17, Statistiche “Banche e Moneta” di Banca d’Italia disponibile qui) e che i finanziamenti da Banche Centrali rappresentano un importante canale di funding degli intermediari finanziari (ne parlava Il Sole24 Ore qui), è ragionevole concludere che il problema sia, con differenti gradi di intensità, trasversale su tutto il sistema bancario italiano.

Questo perché l’applicazione di scarti di valore più elevati sui titoli italiani rispetto a titoli governativi a maggiore qualità creditizia (es. tedeschi o francesi) comporta la necessità di conferirne a garanzia una quantità maggiore. Questo effetto costringe le banche italiane a impegnare un maggior numero di risorse che, in quanto liquide e scambiate su mercati regolamentati, potrebbero invece contribuire positivamente alla stabilità economica degli istituti, migliorando quegli indicatori che le autorità centrali utilizzano per misurare il livello di liquidità degli intermediari.

Quindi il deterioramento del rating dell’Italia può colpire famiglie e imprese?

Seppur indirettamente, la risposta è sì. L’impegno di una maggiore quantità di risorse liquide a garanzia (come ad esempio i titoli di Stato) rappresenta di per sé un vincolo per gli istituti di credito a concedere mutui e finanziamenti, ovvero ad erogare prestiti che comportano tipicamente un elevato assorbimento di liquidità. Per altro un aumento del "rischio paese" potrebbe comportare per le banche un incremento del costo della nuova raccolta che inevitabilmente si rifletterebbe sugli interessi richiesti per le nuove erogazioni di mutui e finanziamenti.

Che spunto trarre da questa discussione?

La difficile relazione tra il debito pubblico, i mercati e la gestione dello Stato rientra tra la principali sfide politiche dell’immediato futuro.

Infatti, l’”opinione” dei mercati può cambiare il valore del debito di una nazione e la percezione della sua affidabilità, generando ripercussioni anche su quei meccanismi di politica monetaria nati per favorire il livello di liquidità delle istituzioni finanziarie e la possibilità di erogare nuovo credito.

Come per altro già discusso da Gilioli, nel suo articolo apparso sull’Espresso, nella contrapposizione ideologica che ha caratterizzato il secolo scorso, si riteneva che solo in un libero mercato poteva realizzarsi compiutamente l’idea di democrazia.

Gli eventi degli ultimi anni, e in particolare il caso italiano, non solo dimostrano come questo paradigma stia per essere completamente scardinato, ma che ogni tentativo di mostrarsi “indipendenti” o indifferenti sia non realistico oltre che poco credibile.

I prossimi programmi (e leader) politici non potranno quindi facilmente sottrarsi alla sfida di dover spiegare rigorosamente all’opinione pubblica come intenderanno liberarsi dal paradosso di un governo immune alle turbolenze dei mercati all’interno di un’economia globalizzata nella quale è possibile trarre profitto dal libero scambio di beni, ivi compresi i titoli rappresentativi del debito sovrano.

Foto in anteprima via Altroconsumo

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Aquarius e la decisione di Salvini di chiudere i porti: cosa è successo, cosa dicono le leggi, la situazione della nave

[Tempo di lettura stimato: 22 minuti]

di Angelo Romano e Andrea Zitelli

La mattina di domenica 10 giugno, l’organizzazione non governativa SOS Mediteranée comunica di avere a bordo sulla propria nave “Aquarius” (gestita insieme a Medici senza Frontiere), al termine di sei operazioni di salvataggio verificatesi nella notte, “629 persone, di cui 123 minori non accompagnati, 11 bambini e 7 donne incinte” e che si sta dirigendo a nord, verso un “porto sicuro”. La nave, che batte bandiera di Gibilterra, è lunga 77 metri e può ospitare fino a 500 persone, scrive Il Post.

L’ong, in un secondo tweet, specifica di aver recuperato 229 persone – con 40 di esse finite in mare dopo la rottura di due gommoni –, anche con il supporto di un elicottero della Marina militare italiana che ha illuminato la scena dall’alto, mentre le altre 400 sono state prese a bordo dell’Aquarius dopo essere state salvate dalla marina italiana, dalla guardia costiera italiana e da navi mercantili. A coordinare sia i salvataggi che i trasferimenti di persone da altre navi sull’Aquarius e indicare la rotta da seguire verso nord («Ci è stato detto di procedere verso Nord, chiedendoci se preferivamo il porto di Trapani o Messina. Non è seguita una comunicazione scritta, ma nel frattempo siamo saliti a nord»), è stato l’IMRCC di Roma (cioè l’Italian Maritime Rescue Coordination Centre, il Centro Nazionale di Coordinamento del Soccorso Marittimo) della Guardia costiera italiana, specifica sempre l’ong.

Nel pomeriggio, poi, intorno alle 16:30, il Corriere della Sera pubblica la notizia in cui si legge che il ministro dell’Interno, Matteo Salvini, ha scritto “una lettera urgente” alle autorità maltesi, chiedendo di far approdare a La Valletta, capitale dell’isola di Malta, la nave Aquarius con i 629 migranti a bordo perché ritenuto il "porto più sicuro", non autorizzando inoltre l’imbarcazione dell’ong ad approdare in Italia.

Nei giorni precedenti, il ministro dell’Interno era intervenuto contro la Valletta dichiarando che «il buon Dio ha messo Malta più vicino della Sicilia alla Libia. Non è possibile che risponda “no” a qualsiasi richiesta di intervento». Le accuse al governo maltese erano arrivate dopo i primi sbarchi avvenuti in Italia nell’era del governo M5S-Lega. Tra i casi, anche quello della nave Seefuchs, della ong tedesca See Eye, approdata al porto di Pozzallo con 126 persone a bordo, dopo che Malta, secondo quanto riferito dal capitano dello stessa nave,  si sarebbe rifiutata di prestare soccorso all’imbarcazione. Accusa negata dalla stessa Malta, con l’ambasciatrice maltese Vanessa Frazier che, intervistata da Tgcom24, ha dichiarato che il proprio governo aveva dato disponibilità di entrare a Malta quando la nave era a 24 miglia dall’isola, ma che questo non era avvenuto per una decisione del capitano della Seefuchs per via delle difficili condizioni metereologiche e del mare.

Sulla vicenda Aquarius, a stretto giro, arriva la risposta di Malta a Salvini, tramite una dichiarazione di un portavoce citata dalla testata online Malta Today: "Il salvataggio" della nave Aquarius "è avvenuto nell'area di ricerca e salvataggio libica ed è stato coordinato dal centro di coordinamento a Roma. Malta non è né l'autorità di coordinamento, né ha competenza su questo caso". Inoltre, Times of Malta scrive che i salvataggi nella notte tra sabato e domenica sono stati fatti in una zona di mare più vicina alla Tunisia e a Lampedusa, che a Malta.

Fino al tardo pomeriggio, le notizie della lettera inviata al governo maltese e della chiusura dei porti vengono riproposte e rilanciate dai media italiani, ma senza un riscontro effettivo in un comunicato o dichiarazione ufficiale né da parte del ministro dell’Interno né di quello delle Infrastrutture e dei Trasporti, Danilo Toninelli (M5S), competente nella decisione di un’eventuale chiusura dei porti.

Pochi minuti dopo, compare una comunicazione ufficiale del ministro dell’Interno su Facebook, dove Salvini dichiara che “da oggi anche l’Italia comincia a dire NO al traffico di esseri umani, NO al business dell’immigrazione clandestina” e twitta anche una sua foto in primo piano con l’hashtag #chiudiamoiporti. Alle otto di sera, poi, le agenzie battono la notizia di una nota congiunta da parte di Salvini e Toninelli nei confronti di Malta: "Non può continuare a voltarsi dall'altra parte quando si tratta di rispettare precise convenzioni internazionali in materia di salvaguardia della vita umana e di cooperazione tra Stati. Il Mediterraneo è il mare di tutti i Paesi che vi si affacciano e non si può immaginare che l'Italia continui ad affrontare questo fenomeno gigantesco in solitudine. Ecco perché chiediamo al governo di La Valletta di accogliere la Aquarius per un primo soccorso ai migranti a bordo. Noi continueremo a salvare vite umane, altri restano nel torto".

Come nota l’Ansa “nel comunicato dei due ministri si ribadisce la richiesta a La Valletta di 'accogliere la Aquarius per un primo soccorso ai migranti a bordo', ma non c’è nessun accenno alla paventata chiusura dei porti italiani, “e anzi l'ultima frase – ‘Noi continueremo a salvare vite umane, altri restano nel torto’ – suggerisce che l'Italia continuerà ad accogliere, se necessario”. Toninelli, poi pochi minuti dopo, pubblica uno status su Facebook in cui si legge che la Centrale Operativa della Guardia Costiera italiana “ha scritto reiteratamente all’autorità de La Valletta affinché, per la prima volta dopo molto tempo, Malta fosse messa di fronte alle sue responsabilità. Ed è nostra intenzione che risponda ufficialmente alla nostra richiesta di apertura dei suoi porti per il salvataggio delle centinaia di naufraghi presenti sulla nave ong Aquarius”. Riguardo poi la "lettera" che Salvini avrebbe mandato a Malta, lo stesso ministro, in un'intervista a Radio Capital, ha precisato che in realtà non è mai stata inviata, mentre c'è stata una comunicazione tramite mail da parte della Guardia Costiera italiana agli omologhi maltesi.

Nel tardo pomeriggio si svolge anche un lungo vertice tra il presidente del Consiglio, Giuseppe Conte, e i vice presidenti Luigi Di Maio e Matteo Salvini, programmato in precedenza per discutere delle nomine dei viceministri e sottosegretari, a cui poi si aggiunge anche la vicenda del caso dell’Aquarius. Al termine dell'incontro, Conte scrive su Facebook che La Valletta, dopo una sua chiamata al premier maltese Joseph Muscat, non ha assicurato alcun intervento nei confronti della nave dell'ong: “Si conferma l'ennesima indisponibilità di Malta, e dunque dell'Europa, a intervenire e a farsi carico dell'emergenza”. Il Presidente del Consiglio italiano aggiunge che “al fine di garantire la salute di tutti gli occupanti dell'Aquarius che dovessero averne necessità, è stato disposto l'invio di due motovedette con medici a bordo pronti a intervenire”.

Muscat, dopo la conversazione con Conte, ribatte e twitta che Malta è in piena conformità con gli obblighi internazionali e che non farà quindi approdare la nave nei propri porti. Continueremo, dove possibile, a effettuare evacuazioni mediche individuali e umanitarie di emergenza”. Il premier maltese aggiunge anche che il governo italiano sta andando “contro le leggi internazionali, rischiando di creare una situazione pericolosa per tutti coloro che sono coinvolti”.

Sul caso intervengono anche le Nazioni Unite che richiedono una soluzione rapida per scongiurare rischi alla “salute di centinaia di persone con urgente bisogno di assistenza”.

Intanto le ore passano. Intorno alle 22:30 Medici senza frontiere dichiara che l’Aquarius ha ricevuto l’istruzione dall’IMRCC di Roma “di rimanere in attesa nella sua posizione attuale, cioè 35 miglia nautiche dall’Italia e 27 miglia nautiche da Malta”.

Il giorno dopo, la nave è ancora ferma nella stessa posizione, come richiesto dalle autorità italiane, in attesa di ulteriori istruzioni. MSF afferma di aver comunicato a Malta e all’Italia «di avere un’autonomia a bordo [ndr dell’Aquarius] per non più di un giorno per quanto riguarda le scorte di cibo» e di avere «un’esigenza di sbarcare al più presto delle persone che hanno subito le condizioni drammatiche delle carceri libiche, che hanno trascorso dalle 20 alle 24 ore in mare. Alcune di esse sono cadute in mare nel corso dei soccorsi. C’è l’esigenza di sbarcare queste persone il prima possibile in un porto sicuro».

Sempre in mattinata, il ministro Toninelli torna a ribadire che l’Italia continuerà a salvare vite umane e che “Malta è la spia di un'Europa che deve cambiare”.

Nel pomeriggio la Spagna apre i suoi porti all’Aquarius. Il nuovo premier socialista Pedro Sánchez dichiara di aver dato istruzioni per accogliere la nave nel porto di Valencia: “È nostro dovere offrire a queste 600 persone un porto sicuro. Rispettiamo gli impegni internazionali nel campo delle crisi umanitarie”. In base alla distanza tra la città spagnola e la posizione della barca, l’Aquarius, secondo l’agenzia di stampa spagnola Efe, dovrebbe arrivare nel porto spagnolo  tra tre/quattro giorni. Il ministro della Giustizia spagnolo, Dolores Delgado, nel commentare quanto successo nelle ore precedenti afferma: «Gli Stati hanno sottoscritto dei trattati internazionali. Per cui non è questione di buonismo o generosità, ma di responsabilità internazionale. Ci possono essere delle conseguenze penali per chi infrange questi trattati». Sulla decisione del governo spagnolo Delgado spiega che «è un gesto per dimostrare che bisogna rispettare gli impegni internazionali e, partendo da questo punto, pensare una politica coordinata in materia di immigrazione».

All’annuncio, Conte, Salvini e Toninelli ringraziano la Spagna e dichiarano che la gestione della questione migratoria a livello italiano ed europeo sta cambiando: “Con i ministri Moavero Milanesi e Salvini porteremo in Europa il tema della cooperazione tra Stati nel Mediterraneo”, comunica il ministro dei Trasporti e delle Infrastrutture.

Il premier maltese ringrazia il governo spagnolo e annuncia l’invio di cibo alla nave e chiede di sedersi intorno a un tavolo per discutere su come evitare che tutto questo accada di nuovo: “Questo è un problema europeo”.

Anche a livello europeo, il gesto della Spagna viene accolto favorevolmente. Il Commissario europeo per le migrazioni, Dimitris Avramopoulos, su Twitter scrive: “Diamo il benvenuto alla decisione del governo spagnolo di permettere alla nave Aquarius di sbarcare a Valencia per ragioni umanitarie. Questa è la vera solidarietà messa in pratica, sia verso queste persone disperate e vulnerabili, che verso gli Stati membri”.

Dopo diverse ore dall’annuncio del governo spagnolo, però, dall’Aquarius fanno sapere di non aver ricevuto ancora nessuna comunicazione ufficiale dai centri di coordinamento dell’MRCC di Italia o Spagna sul porto sicuro a cui approdare.

Intorno a mezzanotte, Sos Mediterranée comunica che l’MRCC spagnolo ha offerto l’approdo nel porto di Valencia ma che la situazione per le persone a bordo resta critica a causa della distanza, del numero delle persone sulla nave e delle condizioni meteo in peggioramento.  

In base agli ultimi aggiornamenti, Aloys Vimard, capo progetto di Medici Senza Frontiere a bordo della nave Aquarius, ha dichiarato al Corriere della Sera che il quadro della salute dei migranti a bordo è ancora stabile: «Abbiamo feriti a causa di ustioni e di piaghe causate dal gasolio che si accumula nei gommoni, casi di disidratazione (il viaggio dei migranti prima del salvataggio di sabato è durato 25 ore) ma per il momento non ci persone in pericolo di vita. Come da procedura, gli uomini dormono sul ponte, le donne sono con i bambini in una sezione al coperto». A livello psicologico, invece, «con il passare delle ore aumenta il nervosismo e la preoccupazione per il proprio destino. Tenere così tante persone in uno spazio stretto non è semplice».

Nelle prime ore della mattina del 12 giugno, l'ong comunica che il nuovo piano dell'Italia è quello di traferire le 629 persone su navi italiane e tramite queste condurle in Spagna.

Un soccorritore sulla nave dell'ong, Alessandro Porro, intervistato durante la trasmissione televisiva Agorà, spiega più nel dettaglio le intenzioni delle autorità italiane: «Abbiamo ricevuto questa mattina dei rifornimenti da parte di una nave italiana, abbiamo anche ricevuto la conferma scritta dall'IMRCC di Roma che il nostro porto sicuro sarà Valencia. Le condizioni meteo vanno a deteriorarsi per cui non potremo affrontare questo trasporto con tutte le persone a bordo. La soluzione individuata da Roma è di affidare 500 dei nostri soccorsi alla nave Dattilo della Guardia costiera e a una nave della Marina». Una volta che le persone saranno trasferite sulle navi italiane, continua Porro, «proseguiremo verso Valencia in una sorta di convoglio marittimo». Il soccorritore dice poi l'equipaggio è sollevato per il fatto che la situazione si è sbloccata, ma che questo uso delle navi Sar non è razionale perché ne inficia l'utilità poiché «tutte queste imbarcazioni, che dovrebbero fare soccorso in un posto in cui la gente muore, sono invece impegnate in un trasferimento lungo che richiede giorni».

Toninelli, ministro della Infrastrutture e dei Trasporti, intervenuto a Radio Capital è tornato sull'annuncio via social del Ministro dell'Interno, Matteo Salvini, della chiusura dei porti italiani all'Aquarius (senza però essere il ministro competente per prendere questa decisione) dichiarando che in realtà la chiusura non era mai stata all'ordine del giorno «perché non c'è stata mai la richiesta di aprire un porto». Il ministro spiega che alla nave della ong è stato chiesto di rimanere in "stand by", a 27miglia dall'isola, mentre l'Italia era in attesa di una risposta ufficiale di Malta – ritenuta dalle autorità italiane il «porto più sicuro e più vicino» – dopo la richiesta ufficiale di accogliere e mettere in sicurezza le vite umane soccorse.

Nella sua relazione (qui il resoconto stenografico) del 13 giugno in Parlamento sulla vicenda della nave Aquarius, il ministro Salvini, ripercorrendo le dinamiche di quanto accaduto, dichiara che «il primo intervento che ho chiesto (...) è stato di comunicare con la nave Aquarius per mettere subito in sicurezza le donne e i bambini, lo sottolineo. Non abbiamo avuto risposta». Medici senza frontiere smentisce però di non aver risposto alla comunicazione delle autorità italiane.

Intanto la nave Aquarius, insieme alle altre due navi della Marina e della Guardia Costiera, prosegue il suo viaggio verso Valencia tra difficoltà e problemi causati dal maltempo.

Soccorsi in mare, salvataggi, porto sicuro, leggi internazionali. Alcune domande e risposte

La vicenda Aquarius ripropone una serie di domande che erano state già fatte in passato, soprattutto quando erano state accusate da alcuni partiti, come Lega e Movimento 5 Stelle, di essere dei “taxi del mare”.

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Come scrivevamo in un articolo che ricostruiva tutti gli aspetti della questione, diverse convenzioni internazionali disciplinano il soccorso in mare (search and rescue) e stabiliscono che gli sbarchi devono avvenire nel primo “porto sicuro” dal punto di vista geografico e del rispetto dei diritti umani (Place of safety o POS). Ideato dall’Organizzazione Marittima Internazionale (IMO) nel 2004, il “porto sicuro” è un luogo dove non vi sia serio rischio che la singola persona possa essere soggetta alla pena di morte, a tortura, persecuzione, trattamenti inumani o degradanti, o anche dove la sua vita o la sua libertà siano minacciate per motivi di razza, religione, nazionalità, orientamento sessuale, appartenenza ad un determinato gruppo sociale o orientamento politico.

Come funziona il soccorso in mare (search and rescue)?

Il soccorso in mare è disciplinato da più convenzioni internazionali che si fondano sulla solidarietà come dovere inderogabile e, scrive la 'Guida alla solidarietà in mare' di Cild, “impongono agli Stati di obbligare i comandanti delle navi che battono la propria bandiera nazionale a prestare assistenza a chiunque venga trovato in mare in pericolo di vita, di informare le autorità competenti, di fornire ai soggetti recuperati le prime cure e di trasferirli in un luogo sicuro”.

Come spiegato il 3 maggio dell’anno scorso dal contrammiraglio Nicola Carlone (Capo del terzo reparto del Comando generale del Corpo delle Capitanerie di Porto-Guardia Costiera italiana) durante la sua audizione al Comitato Schengen (qui il resoconto stenografico) alla Camera dei Deputati, sono almeno tre le convenzioni internazionali che disciplinano i termini che regolano gli sbarchi e il soccorso in mare.

La convenzione delle Nazioni Unite del Mare” del 1982 (Montego Bay) o UNCLOS (ratificata dall’Italia nel 1994) che stabilisce che: “Ogni Stato deve esigere che il comandante di una nave che batte la sua bandiera senza mettere a repentaglio la nave, l’equipaggio o i passeggeri: a) presti soccorso a chiunque sia trovato in mare in condizioni di pericolo; b) proceda quanto più velocemente è possibile al soccorso delle persone in pericolo, se viene a conoscenza del loro bisogno di aiuto, nella misura in cui ci si può ragionevolmente aspettare da lui tale iniziativa”. Questo obbligo può (e deve) essere esercitato anche in acque territoriali diverse da quelle di cui la nave soccorritrice batte la bandiera perché le attività di ricerca e soccorso rientrano tra quelle definite come passaggio inoffensivo all’interno delle acque territoriali di uno Stato (art. 19 della “Convenzione delle Nazioni Unite del Mare”). In altre parole, per salvare una vita in pericolo, qualsiasi imbarcazione è autorizzata a entrare nelle acque territoriali di un altro paese, come ad esempio in quelle della Libia.    

La Convenzione internazionale per la sicurezza in mare (SOLAS) del 1974, alla quale l’Italia ha aderito nei primi anni Ottanta, «obbliga il comandante di una nave che si trovi nella condizione di prestare assistenza, avendo ricevuto informazione da qualsiasi fonte circa la presenza di persone in pericolo in mare, a procedere con tutta rapidità al loro salvataggio, se possibile informando gli interessati o il servizio di ricerca e soccorso del fatto che la nave sta effettuando tale operazione».

La “Convenzione internazionale sulla ricerca e soccorso in mare” del 1979, firmata ad Amburgo ed elaborata dall'IMO (cioè l'Organizzazione marittima internazionale), alla quale l’Italia ha aderito nel 1989, obbliga gli Stati a garantire l’assistenza a ogni persona in pericolo in mare – senza distinzioni di nazionalità, status o circostanze in cui si trova –, a fornire le prime cure mediche e trasferirle in un luogo sicuro. Secondo la Convenzione di Amburgo, spiega Cild, tutti gli Stati con zona costiera sono tenuti ad assicurare un servizio di ricerca e salvataggio (SAR): “l’acronimo SAR corrisponde all’inglese “search and rescue” ovvero “ricerca e salvataggio”. Con questa sigla si indicano tutte le operazioni che hanno come obiettivo quello di salvare persone in difficoltà”. Ai governi, spiegava il contrammiraglio Carlone in Commissione Schengen, spetta il compito di assicurare in mare «nelle rispettive aree di responsabilità, un'efficiente organizzazione dei servizi SAR attraverso un Centro di coordinamento del soccorso marittimo in grado di gestire le comunicazioni di emergenza e il coordinamento delle operazioni».  

Nel corso della Conferenza IMO di Valencia del 1997, il mar Mediterraneo è stato suddiviso in aree SAR tra i paesi costieri. Secondo questa ripartizione, l’area di responsabilità italiana rappresenta circa un quinto di tutto il Mediterraneo, vale a dire 500mila km quadrati.

Perché l’Italia in questi anni è stata il primo paese a intervenire nel Mediterraneo centrale?

L’Italia è il paese che per primo interviene in questa area di mare per il concatenarsi di diverse questioni. Innanzitutto, spiegava ancora il contrammiraglio Carlone nella sua audizione, non tutti gli Stati costieri hanno ratificato le diverse convenzioni né provveduto a organizzare una propria specifica organizzazione SAR e, per questo, le linee guida stipulate dall'IMO sulla base delle tre convenzioni citate, prevedono «che il primo Centro di coordinamento del soccorso marittimo che riceve notizia di una possibile situazione di emergenza (...) ha la responsabilità di adottare le prime, immediate, azioni per gestire tale situazione» anche se oltre la propria specifica area di responsabilità (SAR) e l’obbligo «di individuare sul territorio [ndr del proprio Stato] un luogo sicuro» dove far sbarcare le persone soccorse nel caso in cui non si riesca a trovare un accordo con un paese più vicino e sicuro alla zona in cui è stato effettuato il salvataggio. 

In base al diritto internazionale – ha dichiarato la portavoce della Commissione europea, Natasha Bertaud – la decisione di quale porto scegliere per l'approdo delle navi spetta al paese che coordina le operazioni di ricerca e soccorso, ma non viene specificato in quale porto". Se quello, cioè, del paese che coordina le operazioni o di un altro Stato. Al di là degli appelli, ha aggiunto Bertaud, da un punto di vista legale la Commissione può fare ben poco.

Le principali difficoltà a interagire con gli altri paesi costieri coinvolti (vale a dire, Libia, Malta e Tunisia) portano il Centro Nazionale di Coordinamento del Soccorso Marittimo (MRCC) di Roma a intervenire per primo con tutte le conseguenti responsabilità appena descritte.

La Libia ha ratificato la Convenzione SAR del 1979, ma fino all’agosto 2017 non aveva mai «costituito una propria organizzazione SAR secondo i criteri fissati dalle norme internazionali», spiega Carlone, né dichiarato una propria area SAR di responsabilità. Dal 2013, scrive Annalisa Camilli su Internazionale, “le operazioni nelle acque internazionali di fronte alle coste libiche erano state affidate alla guardia costiera italiana in seguito all’operazione Mare nostrum”, ma dallo scorso agosto la guardia costiera libica ha reclamato la sua sovranità sulle acque internazionali e chiesto l’attribuzione della propria zona Sar alle autorità marittime internazionali, salvo poi ritirarsi a fine 2017, come confermato a Vita dall'IMO.

Il primo febbraio 2018, l'Agenzia europea delle guardie costiere e di frontiera (Frontex), ha avviato una nuova operazione, 'Themis', in sostituzione di 'Triton' e tra le novità più importanti, si leggeva sul sito del ministero dell’Interno, c’era l’idea di far approdare le navi che prestano soccorso in mare nel porto più vicino (e non il primo “porto sicuro”) e, specificava Daniele Biella su Vita, l’introduzione della Libia nella lista dei possibili paesi dove fare sbarcare i migranti. Ipotesi confermata dall’allora sottosegretario agli Interni, Domenico Manzione. Nei giorni immediatamente successivi, la portavoce di Frontex, Isabella Cooper, aveva dovuto smentire in una dichiarazione alla Reuters, l’ipotesi del porto più vicino, assicurando che l’opzione privilegiata sarebbe stata quella di continuare «a seguire la legge marittima internazionale che impone di portare le persone recuperate nel posto sicuro più vicino».

Lo scorso marzo, a una domanda esplicita sul ruolo della Libia da parte dell’europarlamentare Barbara Spinelli nel corso di una riunione della Commissione per le Libertà civili, la giustizia e gli affari interni (LIBE), il direttore esecutivo di Frontex, Fabrice Leggeri, aveva risposto di non dare per scontata l’esistenza di un’area SAR della Libia e che non la considerava come qualcosa acquisita e definitiva. L’IMO, consultata sempre a marzo 2018 da Famiglia Cristiana, aveva spiegato che, “affinché possa esistere di fatto una zona SAR, lo Stato che si dichiara responsabile delle operazioni di salvataggio in una propria area di mare, deve inviare gli accordi che ha concluso all’Organizzazione marittima internazionale; nello specifico, i dati della SAR zone devono essere inseriti in un database, chiamato GISIS, in maniera tale che l’informazione sia pubblica e condivisibile”. Per quanto riguardava la Libia questo passaggio fino ad allora non era avvenuto e, come verificato ulteriormente da Famiglia Cristiana, una zona SAR libica non risultava negli atti ufficiali delle Organizzazioni internazionali. 

La Tunisia ha ratificato la Convenzione del ‘79, senza però provvedere «a dichiarare formalmente quale sia la loro specifica area di responsabilità SAR, per la quale si impegnano ad assicurare un'organizzazione in grado di garantire efficienti servizi».

Con Malta, «il Paese più direttamente esposto ai flussi migratori provenienti dalle coste libiche», spiegava ancora lo scorso anno il controammiraglio Carlone, è in corso un contenzioso che dura da anni perché la propria area SAR si sovrappone in parte a quella italiana, comprendendo parte delle acque territoriali italiane e, per quanto negli anni scorsi siano stati intavolati negoziati per risolvere la questione, sembra che Malta «abbia sempre opposto un veto al loro proseguimento» per arrivare a una soluzione, spiegava a Valigia Blu, Fabio Caffio, ex ufficiale della Marina militare e tra i massimi esperti di diritto internazionale marittimo.

via Alessandro Lanni

Malta, diceva ancora Carlone, «è l'unica nazione europea a non aver ratificato gli emendamenti del 2004 alle convenzioni SAR e SOLAS e a non aver quindi accettato le linee guida dell'IMO relative alla determinazione del luogo sicuro di sbarco» perché «essendo l'area SAR maltese la prima che incontra i flussi provenienti dalla Libia, in mancanza di un accordo europeo o internazionale sulla gestione dell'accoglienza dei migranti soccorsi e sbarcati sul suo territorio, il piccolo Stato di Malta avrebbe corso il rischio di trovarsi da solo di fronte a un fenomeno di carattere epocale e ormai divenuto strutturale». Secondo i dati diffusi da Unhcr nel 2017, Malta è il secondo paese per numero di rifugiati riconosciuti fino al 2016 ogni 1000 abitanti nell'Unione europea. L'isola ha riconosciuto 7948 richieste di protezione internazionale, 18,3 ogni mille abitanti, mentre l'Italia, molto più grande, ne aveva riconosciute 147.370, 2,4 ogni mille abitanti. Inoltre, secondo i dati di Eurostat, Malta è il quarto paese dell'Ue per percentuale di richieste di asilo rispetto alla sua popolazione. L'Italia è il decimo Stato. Tuttavia, spiega Times Of Malta, è quasi impossibile conoscere il numero esatto di rifugiati presenti sull'isola poiché molti migranti si trasferiscono in altri paesi.

Proprio sulla nozione di “porto sicuro”, dice Caffio, esiste un dissenso tra Italia e Malta: per il nostro paese, che si conforma alla regolamentazione internazionale, prevale il porto sicuro, per Malta (che non ha ratificato l’apposita modifica alla Convenzione SOLAS) invece le persone salvate devono essere trasportate nel luogo più vicino al posto in cui è avvenuto il salvataggio. Per questo motivo, continua l’ex ammiraglio, ci sono stati in passato varie dispute tra i due paesi sullo sbarco dei migranti salvati dall’Italia – «vuoi perché chiamati per primi, vuoi perché Malta non interveniva» – nella SAR maltese. Malta infatti si rifiutava di ricevere i migranti, asserendo che il place of safety più vicino fosse Lampedusa».

Nella prassi, scrive Cild, il Centro di Coordinamento regionale SAR maltese non risponde alle imbarcazioni che la contattano né interviene quando interpellato dal Centro di Coordinamento regionale SAR italiana. La mancata risposta dell’autorità maltese, tuttavia, non esime la singola imbarcazione che ha avvistato il natante in panne dall’intervenire. Di fatto, a seguito della mancata risposta (o risposta negativa) della SAR maltese, la singola imbarcazione chiederà l’intervento della SAR italiana che coordinerà le operazioni e l'approdo in "porto sicuro".

L’Italia può chiudere i porti?

Come spiega ancora la guida di Cild, uno Stato costiero (come è l’Italia) ha il potere di esercitare la propria sovranità e negare l’accesso ai porti del proprio territorio alle navi battenti bandiera straniera, ma una decisione del genere avrebbe delle conseguenze rilevanti perché, negando l’accesso a navi che hanno a bordo persone in pericolo di vita e bisognose di assistenza immediata, disattenderebbe quanto previsto dalle convenzioni internazionali sul diritto del mare. Queste convenzioni, “pur non prevedendo esplicitamente l’obbligo per gli Stati di far approdare nei propri porti le navi che hanno effettuato il salvataggio, impongono l’obbligo di solidarietà in mare”.

In particolare, ricostruisce Agi, l’Italia potrebbe impedire l’accesso alle proprie acque territoriali se si sospetta che la nave in arrivo, non battente la nostra bandiera, stia violando le leggi italiane sull’immigrazione o per motivi di ordine pubblico. Il trattato che definisce le regole generali in casi del genere è la Convenzione delle Nazioni Unite sul diritto del mare del 1982. L’articolo 19, che delinea i casi in cui i passaggi di una nave nelle acque territoriali di uno Stato, indipendentemente dalla loro bandiera, sono inoffensivi e dunque permessi (cioè “fintanto che non arrecano pregiudizio alla pace, al buon ordine e alla sicurezza dello Stato costiero”), al comma 2, lettera g, stabilisce anche che “il passaggio di una nave straniera è considerato pregiudizievole per la pace, il buon ordine e la sicurezza dello Stato costiero se, nel mare territoriale, la nave è impegnata in attività di carico o scarico di materiali, valuta o persone in violazione delle leggi e dei regolamenti doganali, fiscali, sanitari o di immigrazione vigenti nello Stato costiero”. In più, rispetto alla legislazione italiana, l’articolo 83 del Codice della navigazione prevede che il Ministero dei Trasporti possa vietare, “per motivi di ordine pubblico, il transito e la sosta di navi mercantili nel mare territoriale”.

Tuttavia, in casi come quello della vicenda che ha coinvolto la Aquarius (e cioè in presenza di navi che hanno prestato soccorso in mare), la chiusura dei porti, per quanto possibile in linea teorica, nella prassi è di difficile applicazione perché potrebbe portare alla violazione di “norme internazionali sui diritti umani e sulla protezione dei rifugiati".

Ci sono casi in cui vi è un divieto inderogabile di respingere o espellere lo straniero irregolare. Sulla nave potrebbero esserci persone che, una volta arrivate in Italia, possono fare richiesta di protezione internazionale, e l’articolo 33 della Convenzione di Ginevra, in base al principio di non refoulement (ndr, principio di non respingimento), “vieta di impedire a un rifugiato l’ingresso sul territorio dello Stato e di deportarlo/espellerlo/trasferirlo verso uno Stato in cui la sua vita o le sue libertà sarebbero minacciate”. Cosa preclusa in caso di chiusura dei nostri porti.

Inoltre, il rifiuto, a priori e indistinto, di accesso ai porti per le imbarcazioni che abbiano effettuato il soccorso in mare, non consentirebbe di valutare le singole situazioni delle persone a bordo e porterebbe alla violazione del divieto di espulsioni collettive previsto dall’art. 4 del Protocollo n. 4 alla Convenzione Europea dei Diritti dell’Uomo (CEDU).

Sotto questo aspetto, scrive Il Post, l’idea del governo di chiudere i porti alle navi battenti bandiere straniere con a bordo migranti sembra incompatibile anche con quanto previsto dall’articolo 10 del Testo Unico sull’immigrazione del 1998, che stabilisce chiaramente che non possono essere respinti i migranti “nei casi previsti dalle disposizioni vigenti che disciplinano l’asilo politico, il riconoscimento dello status di rifugiato ovvero l’adozione di misure di protezione temporanea per motivi umanitari”. Di fatto tutti i migranti presenti sulle imbarcazioni che hanno prestato soccorso verrebbero respinti prima di poter fare richiesta di protezione e senza la possibilità di verificare la singola situazione personale.

Infine, se le persone soccorse necessitano di cure mediche urgenti, generi di prima necessità (acqua, cibo e medicinali) e la chiusura dei porti non consente di soddisfare questi bisogni, potrebbe esserci la violazione degli articoli 2 e 3 della CEDU. Nel caso dell’Aquarius, spiega a Internazionale Dario Belluccio dell’Associazione studi giuridici sull’immigrazione (ASGI), «la nave trasporta dei naufraghi che sono stati soccorsi sotto il coordinamento delle autorità italiane, quindi l’Italia è responsabile per la sorte di queste persone. A bordo ci sono sette donne in gravidanza, undici bambini e un centinaio di minori, ed è stato dichiarato che ci sono viveri per poche ore. Questa è a tutti gli effetti una situazione di pericolo e in un caso del genere non è possibile impedire a una nave straniera di attraccare».

In caso di violazione di questi due articoli, scrivono Francesca De Vittor e Pasquale De Sena, docenti dell’università Cattolica di Milano, non è sufficiente nemmeno appellarsi all’articolo 15 della CEDU, che consente la facoltà di deroga agli obblighi previsti dalla Convenzione dei Diritti Umani per ragioni di sicurezza nazionale. “È lecito dubitare – spiegano i due professori universitari – che l’afflusso di alcune migliaia di migranti in un territorio che conta una popolazione di circa 60 milioni di persone sia, di per sé, qualificabile come un «pericolo pubblico che minacci la vita di una nazione»”.

È la prima volta che si parla di chiusura dei porti?

Già nel giugno 2017, diverse testate giornalistiche avevano parlato dell’ipotesi che l’Italia potesse chiudere i propri porti alle imbarcazioni che trasportavano migranti verso il nostro paese. Repubblica, ad esempio, scriveva che il governo Gentiloni stava valutando “la possibilità di negare l'approdo nei porti italiani alle navi che effettuano salvataggi dei migranti davanti alla Libia ma battono bandiera diversa da quella del nostro Paese”.

Ai primi di luglio, ricostruiva Annalisa Camilli su Internazionale, era previsto un incontro tra i ministri dell’Interno di Italia, Germania e Francia con il commissario europeo Dimitri Avramopoulos per discutere delle nuove richieste italiane in materia d’immigrazione e in particolare la questione degli sbarchi sulle nostre coste, tramite l’intervento del rappresentante permanente all’Unione europea, Maurizio Massari. 

Secondo alcuni, tra cui anche Ansa, la misura avrebbe riguardato tutte le navi che non battevano bandiera italiana, ma come riferito da una fonte diplomatica europea a Il Post il riferimento era alle sole navi gestite dalle organizzazioni non governative. Sul Corriere della Sera Fiorenza Sarzanini parlava di una linea del Viminale (cioè dell’allora ministro dell’Interno, Marco Minniti) già pronta, che prevedeva che fosse “fornita assistenza ai barconi in difficoltà e qualora ci fosse stata una nave carica di migranti sarebbe stato assicurato il trasporto a bordo di cibo, medicinali e ogni genere di conforto, anche assumendosi l’onere di andare a prendere persone che fossero in pericolo di vita. Ma senza cedere alla richiesta di approdo”.

Tuttavia, sempre la stessa fonte diplomatica aveva detto a Il Post che durante l’incontro con Avramopoulos l’ipotesi di una chiusura dei porti non era stata esplicitamente discussa e che si trattava di una misura estrema che sarebbe stata presa in considerazione se non ci fossero state altre soluzioni disponibili. In un’intervista al Corriere della Sera, l’allora ministro delle Infrastrutture e dei Trasporti, Graziano Delrio, aveva poi definitivamente negato questa possibilità: «Nessun porto chiuso, lo dico da responsabile della Guardia costiera e delle operazioni di soccorso ai migranti. Non stiamo rinunciando a quei princìpi di umanità che l’Italia ha messo in campo con Renzi e Gentiloni».

Cosa succede con la partenze dalla Libia e la possibile linea di Salvini nei confronti delle ong

Come riporta il Sole 24 ore, citando dati del Ministero dell’Interno aggiornati a ieri, dal primo gennaio del 2018 a oggi, gli sbarchi in Italia sono stati 14.330: un calo del 76,8% rispetto al 2017 (61.799) e del 72,37% rispetto al 2016 (51.863).

Migranti sbarcati in Italia nel 2016, 2017 e 2018 - dati aggiornati all'11 giugno 2018. Fonte Ministero dell'Interno, via il Sole 24 ore

In particolare, quelli provenienti dalla Libia sono passati dai 59.277 dei primi sei mesi del 2017 ai 9.832 dell’anno in corso, cioè l’83,4% in meno. Il calo degli sbarchi è iniziato da luglio dello scorso anno, durante il governo Gentiloni, con il Ministero degli Interni guidato da Marco Minniti.

Stabilire un'unica causa precisa non è semplice. Secondo diverse inchieste giornalistiche, ad esempio, l’Italia avrebbe stretto accordi direttamente con alcune milizie libiche, precedentemente coinvolte nel traffico di persone dalla Libia verso l’Europa, per impedire che i migranti attraversassero il Mediterraneo. Nel Def (documento di economia e finanza) 2018, approvato lo scorso 26 aprile, dal governo Gentiloni, il calo degli arrivi sulle coste italiane sarebbe dovuto, tra le altre cose, all’“attivazione di diversi hotspot per l’identificazione dei migranti in collaborazione con i funzionari di Easo, Frontex ed Europol, (...)” e all’“affiancamento delle navi italiane a quelle della guardia costiera libica” (ndr accusata in più occasioni di condotte illecite e violente nei confronti dei migranti. Lo scorso 8 giugno, ad esempio, il Consiglio di Sicurezza dell’Onu ha deciso di sanzionare quattro cittadini libici e due eritrei che gestiscono reti di traffico di esseri umani in Libia, impedendo loro di uscire dal paese e bloccando i loro conti correnti, scrive Avvenire. Tra loro c’è Abd al-Rahman al-Milad, “a capo della regione della Guardia costiera di Zawiya”).

Negli ultimi giorni, però, gli arrivi dalla Libia sono stati più di mille. Repubblica parla “della singolare assenza (...) delle motovedette libiche che in questo weekend sono intervenute solo una volta intercettando un gommone con circa 150 persone appena partito dalle coste libiche”. Fiorenza Sarzanini sul Corriere della Sera scrive che “era facilmente ipotizzabile che la Libia avrebbe allentato i controlli sulle proprie coste agevolando le partenze dei migranti per lanciare un segnale preciso all’Italia” perché sui flussi dei migranti “il vero nodo da sciogliere riguarda l’intesa con la Libia, quell’accordo che il governo Gentiloni ha siglato concedendo aiuti economici e logistici, oltre a piani di sviluppo in numerose città, in cambio di un controllo più serrato sul territorio. Salvini dovrà decidere con il presidente del Consiglio Giuseppe Conte e con l’altro vicepremier Luigi Di Maio se confermare l’intesa e soprattutto l’investimento economico”. Proprio contro questo accordo, lo scorso maggio, l’organizzazione benefica britannica Global Legal Action Network ha avviato un’azione legale davanti la Corte europea dei diritti dell’uomo (CEDU) di Strasburgo “perché provocherebbe violazioni dei diritti umani in quanto molti migranti riportati in Libia finiscono in diversi centri di detenzione dove vengono torturati e schiavizzati”.

Matteo Salvini ha dichiarato l’11 giugno che entro fine mese si recherà in Libia per una «missione spero risolutiva»: «C'è una responsabilità da condividere e il problema va risolto al di là del Mediterraneo, in Nordafrica». Intanto, la linea che sembra seguire il Ministero dell’Interno «per tutte le altre navi» di bandiera straniera (cioè le imbarcazioni delle Organizzazioni non governative attualmente in mare e impegnate nel salvataggio di vite umane) è quella utilizzata con l’Aquarius, mentre le navi di soccorso italiane (Guardia Costiera o Marina militare) potranno continuare ad attraccare nei porti italiani. Ad esempio, ieri è stato assegnato il porto di Catania alla nave Diciotti della Marina militare italiana con a bordo circa 1000 migranti.

Il ministro delle Infrastrutture e dei Trasporti, competente sulla chiusura o meno dei porti, ha dichiarato che la situazione sarà valutata caso per caso: «Dipenderà da dove i migranti sono stati salvati, dipenderà da chi li ha salvati e anche sul diritto del mare va fatta un po' di chiarezza e per questo i nostri tecnici stanno lavorando». Per Toninelli, comunque, l'obiettivo di breve termine è quello di «far ripartire la guardia costiera libica, fornendo anche delle navi in più» perché la volontà finale è «che le persone non partano più dalla coste libiche» e «per questo l'Italia deve agire, con l'apporto degli altri partner europei, sul territorio libico».

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Chi amministra le pagine fan di Facebook è responsabile del trattamento dei dati dei visitatori?

[Tempo di lettura stimato: 4 minuti]

È di pochi giorni fa la sentenza della Corte di Giustizia dell’Unione europea (caso C-210-16) che si occupa della responsabilità degli amministratori di fanpage su Facebook.

Occorre premettere che la sentenza applica la normativa derivante dalla direttiva del '95, ma in sostanza il ragionamento seguito dalla Corte sarebbe stato sostanzialmente analogo applicando il regolamento europeo (GDPR) che ha sostituito la suddetta direttiva.

Dal comunicato stampa della Corte (qui quello del Garante tedesco) ricaviamo quanto segue:

L’amministratore di una fanpage su Facebook è responsabile assieme a Facebook del trattamento dei dati dei visitatori della sua pagina.
L’autorità per la protezione dei dati dello Stato membro in cui tale amministratore ha la propria sede può agire, in forza della direttiva 95/461, sia nei confronti di quest’ultimo sia nei confronti della filiale di Facebook stabilita in tale medesimo Stato.

La traduzione italiana del comunicato (e della stessa sentenza), però, genera alcuni dubbi dovuti ai termini utilizzati per i ruoli dei soggetti del trattamento. Infatti, si legge che l’amministratore di una fanpage è “responsabile”. Inoltre nella sentenza si utilizza più volte il termine “responsabile”. Se nel comunicato possiamo anche intendere “responsabile” nel senso che ne risponde insieme a Facebook, nella sentenza appare ovvio che si utilizza la traduzione italiana dei termini della direttiva precedente, e cioè “responsabile” e “incaricato” per intendere rispettivamente il “controller” e il “processor”.

Con l’applicazione del GDPR, invece, più correttamente il Garante ha stabilito che la traduzione di “controller” è “titolare”, e quella di “processor” è “responsabile” (art. 4 GDPR). Basta confrontare la definizione contenuta nel nuovo regolamento con quella riportata nella sentenza in italiano per capire che si tratta degli stessi soggetti.

Chiarito questo aspetto, essenziale per comprendere la questione, analizziamo brevemente cosa dice la sentenza.

Il Garante per il Land Schleswig-Holstein in Germania, intimava alla società Wirtschaftsakademie di disattivare una fanpage presente su Facebook, in considerazione del fatto che tramite la pagina venivano raccolti dati, mediante cookie, dei visitatori della pagina, e che in particolare le fanpage sono aperte anche a visitatori non iscritti al social network. I dati in questione erano trattati a mezzo di Facebook. La società impugnava il provvedimento, e il procedimento veniva sospeso in attesa di un chiarimento della Corte europea.

Il punto essenziale è di stabilire se la normativa in materia di protezione dei dati personali consente di ritenere “responsabile” (nel senso che ne risponde) del trattamento dei dati anche l’amministratore di una fanpage su Facebook, in caso di violazione delle relative norme. Nello specifico, infatti, non vi era alcuna informativa e raccolta di consensi.

La direttiva europea, infatti, definisce il “responsabile del trattamento” (data controller nella versione inglese e quindi titolare con riferimento al GDPR) in maniera ampia, come colui che, da solo o insieme ad altri, determina le finalità e gli strumenti del trattamento di dati personali. Nel caso specifico Facebook è sicuramente “titolare” del trattamento, in quanto determina le finalità e gli strumenti del trattamento delle persone che visitano la fanpage. Ma l’amministratore della fanpage decide di avvalersi dello strumento fanpage per diffondere la propria offerta di informazioni. Tale persona, infatti, stipula un contratto con Facebook Ireland all’apertura della fanpage, aderendo alle condizioni contrattuali, incluso l’utilizzo dei cookie e il relativo trattamento dei dati. In particolare, l’amministratore offre a Facebook la possibilità di posizionare cookie sui dispositivi dei visitatori, anche a quelli che non possiedono un profilo Facebook.

Già il posizionamento dei cookie determina la necessità di conformarsi alle norme, ma l’amministratore della fanpage riceve (tramite Facebook Insights in base ad impostazioni non modificabili) anche dati demografici relativi al suo pubblico, in particolare sul sesso, età, situazione sentimentale e professionale, informazioni sullo stile di vita e sugli interessi, sugli acquisti e i comportamenti di acquisto online, categorie di prodotti ed altro. È vero che i dati che riceve l’amministratore sono sostanzialmente dati aggregati (quindi anonimi), ma i dati raccolti, invece, sono dati identificativi che comunque Facebook utilizza per altri fini.

In conclusione, l’amministratore di una fanpage partecipa alla determinazione delle finalità e delle modalità del trattamento dei dati, e in tal senso diventa contitolare del trattamento dei dati, insieme a Facebook, e quindi ne risponde in caso di violazioni. Nel caso specifico gli utenti non erano stati informati dell’uso dei cookie e del conseguente trattamento dei dati a fini anche di profilazione.

Il fatto che poi il trattamento materiale dei dati sia delegato a Facebook non muta i termini del problema. I contitolari possono, infatti, avere diversi gradi di coinvolgimento nel trattamento, per cui il grado di responsabilità va valutato nel concreto e può essere differente. Anche se, non dimentichiamolo, in casi del genere l'interessato può rivolgersi indifferentemente ad entrambi i contitolari. Ovviamente rimane la difficoltà per gli amministratori delle fanpage di conformare il trattamento alle norme, informando correttamente gli utenti della pagina e eventualmente anche richiedendo il consenso.

Dal punto di vista pratico, come suggerisce Cristina Vicarelli, sarebbe utile che Facebook realizzi degli accordi con gli amministratori delle fanpage, fissando gli ambiti di responsabilità e i compiti, anche mettendo a disposizione strumenti per limitare il trattamento dei dati e per conformare la fanpage alla normativa. Più o meno come fa già da tempo Google con Analytics, consentendo di anonimizzare i dati già al momento della raccolta e di impedire l’incrocio con gli altri servizi di Google (quindi la profilazione). In questo modo, l’amministratore della fanpage rimarrebbe titolare del trattamento che però sarebbe molto meno invasivo, e Facebook regredirebbe a mero “processor”, elaborando i dati per conto del titolare. Limitando la raccolta a dati aggregati a fini esclusivamente di statistica, non occorrerebbe il consenso, ma solo informare correttamente gli utenti.

Il punto da tenere presente è che ogni qual volta vi è un trattamento di dati occorre informare gli utenti e se del caso ottenerne il consenso preventivo (tranne i casi di esenzione). La normativa, e in particolare il GDPR, ha proprio tale scopo di impedire i trattamenti non trasparenti. Nel caso specifico, infatti, un visitatore di una fanpage, considerato che può essere anche non iscritto a Facebook, non necessariamente sarà a conoscenza del fatto che i suoi dati sono raccolti e utilizzati da Facebook per finalità anche completamente differenti da quelle che ci si aspetta dall'amministratore della fanpage stessa.

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Facebook (e non solo) è conforme al regolamento europeo sulla protezione dei dati personali (GDPR)?

[Tempo di lettura stimato: 7 minuti]

Dal 25 maggio, data di applicabilità del Regolamento europeo in materia di protezione dei dati personali (GDPR), si è palesata la difficoltà per alcune categorie di aziende di mettersi in regola con le nuove e più stringenti norme.

La pubblicità targettizzata

La problematica più evidente riguarda la profilazione a fini pubblicitari, cioè la raccolta di dati comportamentali al fine di inviare pubblicità personalizzata agli utenti (behavioural targeting). Poiché tale tipo di trattamento è considerato particolarmente invasivo e capace di limitare i diritti fondamentali dei cittadini, così come previsti nella Carta fondamentale dell’Unione europea (art. 7 e 8), in particolare il diritto alla privacy, alla dignità e alla non discriminazione, la nuova normativa lo subordina a requisiti più stringenti.

Di contro, molte aziende sostengono che l’invio di pubblicità personalizzata è più remunerativo, e quindi cercano in tutti i modi di ottenere una base giuridica sulla quale fondare questo trattamento, fino al punto di porre gli utenti di fronte ad una scelta obbligata (forced consent).

Così vari siti, e alcune piattaforme online (es. Facebook), hanno applicato il GDPR ponendo i loro servizi dietro ad un “tracking wall”. Cioè chiedono ai loro utenti il consenso al trattamento dei loro dati personali, specificando però che in assenza del consenso non potranno più usufruire dei servizi forniti. In pratica si tratta di “prendere o lasciare” (take it or leave it).

Si pone, quindi, il problema di verificare se tale approccio possa ritenersi compatibile col GDPR. Non è un problema delle sole grandi piattaforme del web, ma anche dei piccoli siti che sopravvivono solo grazie alle entrate pubblicitarie e, quindi, si chiedono se possono chiudersi dietro un “tracking wall”, impedendo agli utenti di vedere i loro contenuti in assenza di un consenso alla pubblicità personalizzata. È un problema sentito anche dai siti di news, i quali fanno anch’essi largo uso di tecnologie di tracciamento (come i cookie) per profilare gli utenti e quindi inviare loro la pubblicità personalizzata.

Infatti, l’attivista Max Schrems, tramite l’organizzazione da lui fondata, NOYB, ha già presentato ricorsi contro Facebook, Google, Instagram e Whatsapp, perché i Garanti europei valutino, appunto, la conformità di questi servizi online alle nuove norme per la protezione dei dati personali, e in particolare il consenso forzato o fittizio.

Occorre premettere che la raccolta di dati online dipende generalmente dall’uso di tecnologie di tracciamento, come cookie, web beacon, pixel, clear gif, e fingerprint. Il GDPR, in realtà, non regolamenta tali tecnologie, la cui disciplina è sempre dettata dalla direttiva ePrivacy, anch’essa comunque in fase di riforma. Questa direttiva, però, rimanda (art. 2 lettera F) direttamente, per la definizione di consenso, alla normativa generale (oggi il GDPR), per cui l’applicabilità del GDPR incide indirettamente sulla gestione dei cookie.

Base giuridica del trattamento

Per esemplificare la problematica utilizzeremo come caso pratico proprio Facebook, premettendo che non spetta a noi un giudizio sulla sua conformità al GDPR, semmai alle autorità di controllo, e che comunque non è la sola azienda a presentare questo approccio al GDPR.

Facebook, appunto, utilizza un tracking wall, chiedendo ai suoi utenti di accettare l’informativa, e le condizioni ivi previste, oppure di abbandonare il social, così subendo la cancellazione dell’account. Verificando l’informativa privacy del social non è nemmeno chiaro su quale base giuridica si fonda il trattamento.

La base giuridica del trattamento viene individuata nell’adempimento contrattuale per “fornire, personalizzare e migliorare i Prodotti Facebook”, “promuovere sicurezza”, “trasferire i dati all’esterno dell’UE”, e “offrire esperienze coerenti e senza interruzioni nei Prodotti offerti dalle aziende di Facebook”.

Invece la base giuridica è il consenso per “il trattamento di dati sottoposti a protezione speciale” (quelli che una volta si definivano dati sensibili), per l’uso di tecnologia di riconoscimento facciale, e “per l'uso di dati che gli inserzionisti e gli altri partner ci forniscono in merito alle tue attività al di fuori dei Prodotti offerti dalle aziende di Facebook, in modo da poter personalizzare le inserzioni mostrate sui Prodotti offerti dalle aziende di Facebook e su siti web, app e dispositivi che usano i nostri servizi pubblicitari”, oltre che per “la condivisione di dati che ti identificano a livello personale (informazioni quali nome o indirizzo e-mail che possono essere usate per contattarti o identificarti) con gli inserzionisti, ad esempio, quando ci indichi di condividere le tue informazioni di contatto con un'inserzionista in modo che ti contatti, ad esempio, con informazioni aggiuntive su un prodotto o un servizio in promozione”.

Infine, la base giuridica è individuata nei legittimi interessi del titolare (cioè Facebook) “in relazione alle persone che non hanno raggiunto la maggiore età”.

Nel Follow-up alla testimonianza di Zuckerberg dinanzi al Parlamento europeo, alla domanda 6 (se il consenso richiesto agli utenti di Facebook sarà limitato ai soli dati necessari per l’uso dei servizi), Facebook risponde che chiede agli utenti una scelta in relazione a tre cose: alle pubblicità basate sui dati dei partner, all’uso dei dati sensibili nei profili e al riconoscimento facciale. L’azienda precisa, inoltre, che il consenso a questi tre elementi non è una precondizione per usare i servizi. In effetti, l’utente può personalizzare la sua esperienza sul social network rinunciando alla pubblicità personalizzata, ma non è chiaro se tale rinuncia comporta anche che le informazioni comportamentali non saranno più raccolte.

Comunque, con riferimento al trattamento dei dati a fini di profilazione e l’invio di pubblicità targettizzata, il trattamento sembra essere basato sull’adempimento contrattuale (ai sensi dell’art. 6.1 lett. b) del GDPR), oppure sul consenso per alcuni casi specifici (art. 6.1.a). In particolare, è indicato: “Usiamo le informazioni in nostro possesso, tra cui quelle relative a interessi, azioni e connessioni, per selezionare e personalizzare inserzioni, offerte e altri contenuti sponsorizzati da mostrarti”.

Agli occhi dell’utente la base giuridica appare il consenso (chiesto all’accesso), ponendolo nella condizione di accettare le condizioni di policy (cioè fornire il consenso) oppure essere cancellato dal servizio, ma poi nell’informativa sembra diventare il contratto. La due basi giuridiche appaiono, così, sovrapposte con ciò determinandosi un primo problema di “capacità informativa” della policy.

Consenso forzato

Facebook pone l’utente nella condizione di dover accettare i trattamenti indicati nell’informativa (compreso quello della profilazione a fini di invio di pubblicità personalizzata) se vuole mantenere l’account sul social: l’unica opzione possibile è acconsentire.

In tale prospettiva occorre analizzare le caratteristiche del consenso così strutturato.

Il primo aspetto da valutare è ovviamente dato dalla libertà del consenso. In base al Considerando 42, “il consenso non dovrebbe essere considerato liberamente espresso se l’interessato non è in grado di operare una scelta autenticamente libera o è nell’impossibilità di rifiutare o revocare il consenso senza subire pregiudizio”. Il Considerando 43 aggiunge che “si presume che il consenso non sia stato liberamente espresso (…) se l’esecuzione di un contratto, compresa la prestazione di un servizio, è subordinata al consenso sebbene esso non sia necessario per tale esecuzione”. E l’art. 7 dice: “Nel valutare se il consenso sia stato liberamente prestato, si tiene nella massima considerazione l'eventualità, tra le altre, che l'esecuzione di un contratto, compresa la prestazione di un servizio, sia condizionata alla prestazione del consenso al trattamento di dati personali non necessario all'esecuzione di tale contratto”. In questo caso, si tiene conto della raccolta di dati comportamentali (anche in caso di rinuncia alla pubblicità personalizzata).

Come precisa il Working Party Article 29 (Guidelines on Consent under Regulation 2016/679, wp259rev.01), se il consenso è impacchettato come parte non negoziabile di termini e condizioni, si presume che non sia stato dato liberamente. In tutti i casi in cui l’utente non ha una reale scelta, perché abbandonando il servizio subisce delle limitazioni, il consenso deve ritenersi invalido (pag. 5). Nel caso specifico, l’utente non solo subisce un pregiudizio, ma addirittura viene posto nell’impossibilità di usufruire del servizio. Insomma, il contratto di fornitura del servizio è cancellato se l’utente non acconsente ad essere profilato.

Ma la profilazione dei dati dell’utente non è elemento necessario per l’esecuzione del contratto di servizio. Viene, quindi, in considerazione la finalità del contratto, e il Working Party 29 (Guidelines on Consent under Regulation 2016/679, wp259rev.01) evidenzia che occorre un collegamento diretto ed obiettivo tra il trattamento dei dati e lo scopo dell’esecuzione del contratto (pag. 8). Se il titolare vuole trattare dati necessari per l’esecuzione del contratto, allora il consenso non è la base giuridica appropriata.

In effetti potrebbe essere questo il motivo per il quale Facebook, nonostante cerchi un consenso dell’utente, poi finisca per giustificare il trattamento dei dati in base all’esecuzione del contratto, con ciò sovrapponendo le due basi giuridiche.
Però, il WP29 (gruppo dei Garanti europei) nell’opinione 6/2014 (pag. 17) ha chiarito che l’adempimento contrattuale non è una base legale adatta per costruire un profilo comportamentale dell’utente perché l’utente chiede al titolare del trattamento la fornitura di beni o servizi. La profilazione non è, quindi, necessaria alla fornitura dei beni o servizi, anche se espressamente menzionata nel contratto. La profilazione non è un “core business” di un social network.
Frederik Borgesius, nel 2015 (Personal Data Processing for Behavioural Targeting: Which Legal Basis?) concluse che nella maggior parte dei casi l’unica base giuridica valida per il trattamento dei dati a fini di profilazione è il consenso inequivocabile.

Altro elemento da considerare è l’eventuale squilibrio tra le parti. L’esempio classico è quello del consenso dei dipendenti. Se il datore di lavoro chiede il consenso all’utilizzo dei dati (es. la pubblicazione delle foto dei dipendenti sul sito web aziendale), è altamente probabile che il dipendente non si senta realmente libero , e quindi si ha un pregiudizio derivante dal contesto lavorativo. In tal senso il consenso non può ritenersi realmente libero, e quindi non è valido. Si ha un evidente squilibrio di potere tra le parti.

A tal proposito è esemplificativo il Considerando 43 del GDPR: “È opportuno che il consenso non costituisca un valido presupposto per il trattamento dei dati personali in un caso specifico, qualora esista un evidente squilibrio tra l’interessato e il titolare del trattamento, specie quando il titolare del trattamento è un’autorità pubblica e ciò rende pertanto improbabile che il consenso sia stato espresso liberamente in tutte le circostanze di tale situazione specifica”.

Si fa il chiaro esempio della autorità pubbliche, le quali dovrebbero evitare di basare i trattamenti sul consenso proprio perché spesso il mancato conferimento comporta una limitazione per l’utente in relazione a servizi essenziali. Ma ciò può accadere anche con i privati: se il privato si trova in una posizione di semi-monopolio nel mercato di riferimento – cioè quando è sostanzialmente difficile per l'utente abbandonare il servizio e trovare un servizio analogo – , oppure quando l’abbandono di un servizio è scoraggiato dal fatto che l’utente non può portare con sé, verso un servizio concorrente, contatti e contenuti. Come ad esempio accade se si abbandona un servizio di messaggistica per un altro, laddove nel primo l’utente ha già costruito una rete di contatti che ovviamente non ha nel secondo (effetto lock-in).

In queste ipotesi non è raro trovare servizi che utilizzato un “consenso forzato”, costringendo l’utente a “pagare” il servizio con i propri dati e acconsentendo alla profilazione, anche di terzi, per ottenere l’accesso al servizio. Questo è un problema di “concorrenza”, perché in tal modo un servizio, sfruttando l’effetto lock-in, può mantenere la sua clientela senza doversi preoccupare troppo di innovare rispetto ai concorrenti, laddove questi ultimi partono sempre svantaggiati, dovendo realizzare una base clientelare da zero. Per questo motivo il GDPR introduce, a parziale correzione, il diritto alla portabilità dei dati, anche se sarebbe opportuno spingere sulla interoperabilità tra servizi.

Infine, un altro aspetto da considerare è la specificità del consenso (anche granularità) che prevede un consenso separato per ogni finalità. Anche qui ci aiuta il Considerando 43: “Si presume che il consenso non sia stato liberamente espresso se non è possibile esprimere un consenso separato a distinti trattamenti di dati personali”. Ad esempio, con rifermento ai cookie, non sarebbe valido un consenso unico riferito a tutti i cookie (analytics, marketing, advertising, ecc…).
Nel caso specifico, invece, Facebook presenta all’utente la richiesta di consenso unico per una serie di finalità.

In conclusione, l’utilizzo di un tracking wall potrebbe non essere conforme alla normativa in materia di dati personali in tutti quei casi in cui non vi è un servizio concorrente analogo oppure se risulta difficile passare da un servizio ad un concorrente.

Ma anche altri dubbi si addensano sul funzionamento di Facebook. Ad esempio, il GDPR prevede il principio di privacy by design e by default, in base alla quali il software dovrebbe essere disegnato in modo che tuteli per impostazione predefinita la privacy degli utenti. Attualmente, invece, Facebook rende pubblici determinati dettagli del profilo utente per impostazione predefinita.

Attenderemo le conclusioni della autorità di controllo.

Immagine in anteprima via pixabay.com

 

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Il “veto” di Mattarella e l’annuncio di impeachment. Cosa dicono i costituzionalisti

[Tempo di lettura stimato: 18 minuti]

di Angelo Romano e Andrea Zitelli

A quattro giorni dall’incarico ricevuto dal Presidente della Repubblica di formare un governo sostenuto dalla maggioranza parlamentare Lega-Movimento 5 Stelle, l’avvocato e professore Giuseppe Conte, domenica 27 maggio, è tornato al Quirinale e dopo aver sciolto la riserva ha rimesso l’incarico.

Diversi giorni prima, i retroscena politici pubblicati sui media parlavano di criticità emerse nella possibilità di formare il governo a causa del nome indicato e “imposto” come unica scelta al Presidente della Repubblica dal leader della Lega, Matteo Salvini, alla guida del Ministero dell’Economia: cioè quello del professore ed economista Paolo Savona, un passato alla Banca d’Italia, ex direttore generale di Confindustria, ex ministro dell’Industria nei primi anni ‘90 durante il governo (tecnico) guidato da Carlo Azeglio Ciampi, ex capo del Dipartimento per le Politiche Comunitarie della presidenza del Consiglio dei ministri nel 2005 e nel 2006 e Coordinatore del Comitato Tecnico per la Strategia di Lisbona durante il governo Berlusconi. Salvini aveva negato che c’erano stati “diktat” o “imposizioni” da parte della Lega – «noi offriamo spunti, idee» – al capo dello Stato sul nome dell’economista.  

I dubbi sul profilo di Savona, riportava l’Ansa, erano “legati soprattutto alle tesi sull'Europa, decisamente anti-tedesche e contrarie ai parametri di Maastricht nella convinzione che l'euro non possa sopravvivere a lungo”. Ugo Magri sulla Stampa scriveva ad esempio che “sebbene il Quirinale abbia interrotto le comunicazioni coi media, e zero sia filtrato del colloquio con Conte, è certo che Mattarella abbia sollevato il caso del nuovo libro di Savona («Come un incubo e come un sogno») che dà fondo a tutti i sentimenti anti-germanici del suo autore, e accusa i tedeschi di mire egemoniche paragonabili a quelle hitleriane. Come possa intavolare un negoziato costruttivo con Berlino un ministro animato da tali convinzioni, è un rebus che al Capo dello Stato pare insolubile”. Per questo motivo, continuava il giornalista, “ragioni di opportunità spingerebbero verso altri profili, magari dello stesso orientamento politico però più pragmatici e capaci di alternare durezza e flessibilità”, ma i margini di mediazione tra Quirinale e Lega sembravano ormai esauriti.

Sul possibile motivo dietro l'insistenza della Lega sul nome dell’economista, nonostante i dubbi del Quirinale, un articolo pubblicato dall’Huffington Post a firma di Alessandro De Angelis ipotizzava che “il punto non è il nome di Paolo Savona, ma una linea (...) di politica economica incarnata da Savona e da altri economisti euroscettici, fascinosamente presentata come l'inizio di una "era economica sovrana": “Andando a scartabellare tra la produzione politico-intellettuale di riferimento dell'intellighenzia economica "sovranista" colpisce un documento dal titolo "Piano B – Guida pratica all'uscita dall'euro", presentato nell'ottobre del 2015 in un convegno presso la Link University Campus di Roma e poi pubblicato da Scenarieconomici.it. (...) Documento alla cui elaborazione ha partecipato, tra gli altri Paolo Savona, che ne ha anche introdotto la presentazione”. L’assunto di fondo di questa ‘guida’, scrive il giornalista, è che “tutte le difficoltà dell'economia italiana sarebbero dovute all'adesione del paese all'Unione Monetaria” e che dunque la soluzione sarebbe stata l’uscita dall’euro per riavere una propria sovranità monetaria. E per questo scenario l’Italia si sarebbe dovuta dotare del cosiddetto “piano B”.

Il sito Scenari Economici ha risposto all’Huffington Post, specificando che Savona si occupò di introdurre la guida, concentrandosi sul “piano A”, “cioè sui passi necessari per rendere l’Euro una moneta veramente comune ed unitaria europea” e che il “piano B”, “non era mai stato concepito come una strada da percorrere, ma come un piano di emergenza a fronte di eventi monetari improvvisi e di rottura”.

Tre anni prima della presentazione della "Guida pratica all’uscita dall’euro", Paolo Savona, ospite in una puntata de L’Infedele, programma televisivo condotto da Gad Lerner su La7, aveva parlato di una proposta che comprendeva un “piano A” – per rimanere nell’Unione europea – e un “piano B” – per uscire – : “Siamo ormai coscienti che l’esperimento antistorico, possiamo usare questo termine, di aver creato una moneta senza dietro uno Stato (...) è un tentativo che non è andato a buon fine. Questo non significa che non si possa ancora salvarlo però occorre mettere le mani nei meccanismi sbagliati che son stati creati, sia le limitazioni dello Statuto della Banca Centrale Europea (BCE), sia i vincoli che son stati posti alla politica fiscale. (...)”. Qualora questo non avesse funzionato, allora, aggiungeva l’economista, bisognava “fare una ritirata organizzata”, “un’uscita ordinata” dall’Euro, preparata, appunto, tramite un “piano B”.

La risposta ufficiale di Paolo Savona al dibattito emerso intorno alla sua figura e alle sue idee su Unione europea ed euro è arrivata domenica 27 maggio, con un comunicato pubblicato sul sito Scenari Economici, prima che Conte salisse al Quirinale a rimettere il mandato ricecuto. Nel testo Savona scrive che le future posizioni dell'esecutivo “gialloverde” faranno riferimenti agli intenti previsti all’interno del “contratto” definitivo di governo. In particolare a pag. 52/53, capitolo “Unione europea” dove non compare l’uscita dall’euro (mentre nella prima bozza pubblicata in esclusiva dall’Huffington Post, e definita “superata” dai Lega e M5s, era prevista) e a pag. 17, capitolo “Debito Pubblico e deficit” in cui si legge che “l’azione del Governo sarà mirata a un programma di riduzione del debito pubblico non già per mezzo di interventi basati su tasse e austerità” ma tramite “la crescita del PIL, da ottenersi con un rilancio sia della domanda interna dal lato degli investimenti (...) e politiche di sostegno del potere di acquisto delle famiglie, sia della domanda estera, creando condizioni favorevoli alle esportazioni”. Inoltre, “per quanto riguarda le politiche sul deficit”, veniva previsto, tramite “la ridiscussione dei Trattati dell’UE e del quadro normativo principale a livello europeo, una programmazione (...) volta ad assicurare il finanziamento delle proposte (...) attraverso il recupero di risorse derivanti dal taglio agli sprechi, la gestione del debito e un appropriato e limitato ricorso al deficit”.

Cosa ha detto Mattarella

Poco dopo le parole di Giuseppe Conte in cui rimetteva il proprio mandato, intorno le 20 il Capo dello Stato, Sergio Mattarella, ha comunicato (qui il testo integrale) il motivo della mancata accettazione del nome fattogli come ministro dell’Economia da parte del presidente del Consiglio incaricato sostenuto da Lega e Cinque Stelle.

Mattarella inizia affermando che ha agevolato, “in ogni modo, il tentativo di dar vita a un governo”, dopo che si era manifestata una maggioranza parlamentare tra Movimento Cinque Stelle e Lega, due forze che si erano presentate contrapposte alle elezioni: “Ho atteso i tempi da loro richiesti per giungere a un accordo di programma e per farlo approvare dalle rispettive basi di militanti, pur consapevole che questo mi avrebbe attirato osservazioni critiche”.

Il Presidente della Repubblica spiega di aver accolto la proposta per l’incarico di presidente del Consiglio, superando “ogni perplessità sulla circostanza che un governo politico fosse guidato da un presidente non eletto in Parlamento”. Per questo, dice Mattarella, “nessuno può dunque sostenere” che abbia ostacolato la formazione del governo Lega-M5S: “Al contrario, ho accompagnato, con grande collaborazione, questo tentativo; com'è del resto mio dovere in presenza di una maggioranza parlamentare; nel rispetto delle regole della Costituzione”.

Mattarella passa poi a parlare del nome fattogli per il ministero dell’Economia, cioè Paolo Savona (pur mai nominandolo direttamente):

Avevo fatto presente, sia ai rappresentanti dei due partiti, sia al presidente incaricato, senza ricevere obiezioni, che, per alcuni ministeri, avrei esercitato un'attenzione particolarmente alta sulle scelte da compiere. Questo pomeriggio il professor Conte - che apprezzo e che ringrazio - mi ha presentato le sue proposte per i decreti di nomina dei ministri che, come dispone la Costituzione, io devo firmare, assumendomene la responsabilità istituzionale. In questo caso il Presidente della Repubblica svolge un ruolo di garanzia, che non ha mai subito, né può subire, imposizioni. Ho condiviso e accettato tutte le proposte per i ministri, tranne quella del ministro dell'Economia.

Il capo dello Stato spiega che “la designazione del ministro dell'Economia costituisce sempre un messaggio immediato, di fiducia o di allarme, per gli operatori economici e finanziari” e che per questo aveva chiesto “per quel ministero, l'indicazione di un autorevole esponente politico della maggioranza, coerente con l'accordo di programma. Un esponente che - al di là della stima e della considerazione per la persona - non sia visto come sostenitore di una linea, più volte manifestata, che potrebbe provocare, probabilmente, o, addirittura, inevitabilmente, la fuoruscita dell'Italia dall'euro. Cosa ben diversa da un atteggiamento vigoroso, nell'ambito dell'Unione europea, per cambiarla in meglio dal punto di vista italiano”. Secondo diversi retroscena, il nome alternativo a Savona, sostenuto dal Quirinale, sarebbe stato quello del vice presidente della Lega, Giancarlo Giorgetti.  “A fronte di questa mia sollecitazione – continua Mattarella –, ho registrato, con rammarico, indisponibilità a ogni altra soluzione, e il Presidente del Consiglio incaricato ha rimesso il mandato”.

Il presidente della Repubblica passa poi a descrivere il contesto in cui è stata presa questa decisione e a elencarne i motivi: “L'incertezza sulla nostra posizione nell'euro ha posto in allarme gli investitori e i risparmiatori, italiani e stranieri, che hanno investito nei nostri titoli di Stato e nelle nostre aziende. L'impennata dello spread, giorno dopo giorno, aumenta il nostro debito pubblico e riduce le possibilità di spesa dello Stato per nuovi interventi sociali. Le perdite in borsa, giorno dopo giorno, bruciano risorse e risparmi delle nostre aziende e di chi vi ha investito. E configurano rischi concreti per i risparmi dei nostri concittadini e per le famiglie italiane”. Per questo, afferma Mattarella, è suo dovere, nello svolgere il compito di nomina dei ministri, affidatogli dalla Costituzione, “essere attento alla tutela dei risparmi degli italiani”.

Mattarella conclude il suo discorso precisando di non fare simili affermazioni a cuor leggero – “Anche perché ho fatto tutto il possibile per far nascere un governo politico” – e di anteporre “a qualunque altro aspetto, la difesa della Costituzione e dell'interesse della nostra comunità nazionale”: “Quella dell'adesione all'Euro è una scelta di importanza fondamentale per le prospettive del nostro Paese e dei nostri giovani: se si vuole discuterne lo si deve fare apertamente e con un serio approfondimento. Anche perché si tratta di un tema che non è stato in primo piano durante la recente campagna elettorale”. Il presidente della Repubblica ha poi incaricato Carlo Cottarelli, economista ed ex commissario della Spending Review  (cioè la revisione della spesa pubblica per ottenere un miglioramento) durante il governa Letta, di formare un governo.

La risposta di Paolo Savona e le affermazioni di Salvini e Di Maio

Il giorno successivo, Paolo Savona scrive un secondo comunicato, sempre pubblicato su Scenari economici, in cui afferma di aver “subito un grave torto dalla massima istituzione del Paese sulla base di un paradossale processo alle intenzioni di voler uscire dall’euro e non a quelle che professo e che ho ripetuto nel mio Comunicato (...)”. L’economista, citando le parole di Jean Paul Fitoussi sul Mattino di Napoli e da Wolfgang Münchau sul Financial Times, afferma innanzitutto che non avrebbe mai messo in discussione l’euro, ma avrebbe chiesto “all’Unione Europea di dare risposte alle esigenze di cambiamento che provengono dall’interno di tutti i paesi-membri”.

Savona continua condividendo quanto detto da Munchau: “Egli analizza come deve essere l’euro per non subire la dominanza mondiale del dollaro e della geopolitica degli Stati Uniti, affermando che la moneta europea è stata mal costruita per colpa della miopia dei tedeschi. La Germania impedisce che l’euro divenga come il dollaro 'una parte essenziale della politica estera'. Purtroppo, egli aggiunge, il dollaro ha perso questa caratteristica, l’euro non è in condizione di rimpiazzarlo o, quanto meno, svolgere un ruolo parallelo, e di conseguenza siamo nel caos delle relazioni economiche internazionali; queste volgono verso il protezionismo nazionalistico, non certo foriero di stabilità politica, sociale ed economica”. Citando fenomeni di povertà, minor reddito e aumento delle disuguaglianze, Savona conclude la sua risposta affermando: “Si tratta di decidere se gli europeisti sono quelli che stanno creando le condizioni per la fine dell’UE o chi, come me, ne chiede la riforma per salvare gli obiettivi che si era prefissi”.

Lo stesso giorno, alla domanda perché non avesse accettato la proposta di Giorgetti come ministro dell’Economia, al posto di Savona, Salvini, ospite della trasmissione radiofonica “Circo Massimo” su Radio Capital, afferma che il vice presidente della Lega voleva fare le stesse cose di Paolo Savona, ma che l’economista aveva un profilo «non leghista e non grillino e che, visto il suo profilo, ci avrebbe garantito che in Europa ci avrebbero ascoltato. Qualunque figura diversa non avrebbe garantito gli stessi risultati, le stesse garanzie».

Sulla notizia che al Capo dello Stato non sarebbero stato proposti nomi alternativi a Savona,  sempre ieri, il capo politico del M5S, Luigi Di Maio, ha detto a Barbara D’Urso, durante "Pomeriggio Cinque", che aveva fatto anche altri nomi, quelli del professore Alberto Bagnai e di Armando Siri. Una circostanza smentita dall’Ufficio Stampa del Quirinale. Salvini, intervistato anch’egli da Barbara D’Urso, su quanto detto da Di Maio, ha affermato di non essere a conoscenza di questa circostanza: «Non lo so, io non c'ero nella stanza con Di Maio e Mattarella. Non so se abbia ragione,  non ero nascosto sotto la poltrona». Il leader della Lega ha comunque detto che i nomi di Bagnai e Siri non gli sarebbero stati bene perché c’era un accordo su Savona.

Cosa dicono i costituzionalisti

Luigi Di Maio, subito dopo la comunicazione di Mattarella, ha detto di stare valutando l'ipotesi di mettere in stato di accusa il Presidente della Repubblica, perché sarebbe andato oltre le sue prerogative impedendo la formazione del governo (Giorgetti della Lega ha comunque affermato oggi al Corriere della Sera che l'impeachment «sarebbe un manifesto senza nessuna conseguenza pratica»).

Cosa dicono i costituzionalisti rispetto a questa accusa? Poteva Mattarella fare quello che ha fatto? La sua azione è andata oltre le sue prerogative? È possibile parlare di impeachment?

«La situazione è molto complessa. Ma sarebbe opportuno rimuovere ogni equivoco possibile sulla legittimità dell'azione e delle scelte del presidente della Repubblica». Secondo il costituzionalista e presidente dell’associazione italiana dei costituzionalisti Massimo Luciani, il Capo dello Stato non può essere messo in stato di accusa dal Parlamento in seduta comune per alto tradimento o attentato alla Costituzione (come previsto dall’articolo 90) perché «il presidente Mattarella ha esercitato i suoi poteri costituzionali». E tra questi, spiega il costituzionalista in un’intervista al Corriere della Sera, rientra il veto al ministro dell’Economia «perché l'articolo 87 prevede atti controfirmati dal presidente del Consiglio, ma firmati dal capo dello Stato», che «vanno condivisi». Si potrebbe parlare di alto tradimento «nel caso in cui il presidente della Repubblica si facesse egli stesso parte del gioco politico, esercitando i suoi poteri con parzialità e non nell'interesse del Paese». Una cosa contraria al suo ruolo di rappresentante dell'unità nazionale, spiega ancora Luciani. Ma, da questo punto di vista, la decisione di Mattarella è stata motivata da ragioni istituzionali e non di opportunità politica: «Il Presidente ha ritenuto che la scelta di un certo ministro per una posizione chiave del governo mettesse a rischio gli interessi del nostro Paese. Questa è una valutazione istituzionale».

Gaetano Azzariti, professore ordinario di Diritto Costituzionale alla Sapienza, ritiene infondata la messa in stato d’accusa del Presidente della Repubblica perché «l'articolo 90 della Costituzione (...) riguarda (...) espressamente i più gravi reati del nostro ordinamento: l'alto tradimento e l'attentato alla Costituzione» e, in questo caso, per quanto tutte le critiche a Mattarella siano legittime, «configurarne il comportamento come un colpo di Stato mi sembra francamente espressione del nervosismo dei tempi». Mattarella, prosegue Azzariti, «è stato troppo debole all'inizio - per aver consentito una serie di strappi alla prassi, innanzitutto sulla definizione del programma di governo in termini privatistici, prima che il premier venisse incaricato - e troppo rigido dopo», ma non si può parlare di alto tradimento e attentato alla Costituzione.

Non ci sono gli estremi per l’impeachment, sostiene il giurista e costituzionalista Michele Ainis a Repubblica perché l’alto tradimento e l’attentato alla Costituzione prevedono comportamenti dolosi che in quest’occasione il Presidente Mattarella non ha compiuto: «L’alto tradimento si configura se il Presidente della Repubblica ha una intelligenza con il nemico, ammesso che ci sia un nemico alle porte, o se trasmette dei segreti di Stato a degli Stati stranieri. L’attentato alla Costituzione deve chiamare in causa intanto un comportamento doloso, poi la sovversione o l’offesa a dei principi fondamentali della Costituzione». Sulla Costituzione, prosegue Ainis, c’è un detto e un non detto. «Il detto è che la Carta prevede che il Presidente nomini i ministri su proposta dell'incaricato. Il non detto è che i poteri duali, i poteri divisi, devono essere anche condivisi e se non c’è questo spirito di collaborazione il giocattolo si rompe». Il Presidente della Repubblica, conclude il costituzionalista, rappresenta l’unità nazionale ed è «custode di una serie di valori costituzionali supremi tra i quali c’è anche la protezione dei nostri risparmi» e probabilmente Mattarella si sarà preoccupato «a torto o a ragione, non tanto delle qualità di Savona quanto del modo in cui questo nome verrebbe percepito dagli investitori stranieri e, quindi, le turbolenze dei mercati».

Sulla condivisione dei poteri concentra l’attenzione anche il costituzionalista Gustavo Zagrebelsky. Il Presidente della Repubblica, spiegava il professore in un’intervista a Repubblica la scorsa settimana, «non è un notaio che asseconda muto. È piuttosto un partner che può e deve intervenire per far valere ciò che gli spetta come dovere istituzionale». Teoricamente, proseguiva Zagrebelsky, Mattarella avrebbe potuto respingere le proposte fattegli nelle diverse fasi della formazione del governo, durante le consultazioni con i gruppi parlamentari, l’incarico a una persona in grado di unire una maggioranza, la sua nomina a Presidente del Consiglio e, su sua proposta, la nomina dei ministri: «Il presidente ha tutte le possibilità (in passato ampiamente esercitate) per far valere i poteri che gli spettano. Se egli accettasse a scatola chiusa ciò che gli viene messo davanti, si creerebbe un precedente verso il potere diretto e immediato dei partiti, un’umiliazione di Parlamento e presidente della Repubblica, una partitocrazia finora mai vista».

Anche per il presidente emerito della Corte Costituzionale, Giovanni Maria Flick, non ci sono le condizioni per la messa in stato di accusa del Presidente della Repubblica. Mattarella, spiega Flick, ha esercitato un suo potere/dovere, facendo riferimento preciso ad alcuni valori costituzionali, individuati da alcuni articoli della Costituzione: «l’articolo 117 che dice che lo Stato e le Regioni nella loro potestà rispettano i principi e le convenzioni internazionali, l’ordinamento comunitario e l’ordinamento europeo, e l’articolo 47, il quale dice che è compito della Repubblica la tutela del risparmio». Secondo Flick, la decisione di Mattarella è stata guidata dalla necessità di una tutela del risparmio e il suo «non è stato un veto politico nei confronti di una persona fisica, ma una valutazione doverosa sulla adeguatezza di una persona chiamata a svolgere il compito di ministro nella tutela di questi valori costituzionali». Il Presidente della Repubblica, conclude il costituzionalista, non è un notaio delle volontà politiche né una persona libera di fare ciò che crede. Deve partecipare con un elevatissimo contributo costituzionale alla formazione del governo facendo riferimento ai valori costituzionali. E Mattarella ha applicato solo la Costituzione.

Per Ugo De Siervo, la richiesta di impeachment da parte del Movimento 5 Stelle non è più che un tentativo di intimidazione «perché Mattarella ha esercitato più che correttamente, anche se in una situazione difficile, una facoltà che la Costituzione dà al Presidente della Repubblica». Mattarella, prosegue il costituzionalista, non ha posto il veto al ministro dell’Economia perché non ne condivideva la linea politica ma perché, come lui stesso ha spiegato, «c'erano conseguenze sul piano economico, sulla finanza pubblica, sul risparmio. Certe candidature possono contribuire a produrre danni gravi al paese e il Presidente ha il dovere di farsene carico». In un’intervista a Repubblica il giorno prima della decisione di Mattarella, De Siervo aveva ricordato che al Capo dello Stato non spetta solo la nomina dei ministri su proposta del Presidente del Consiglio, ma nell’esercitare questo suo potere «deve tutelare principi quadro della Costituzione, scegliendo persone che diano una minima garanzia».

La messa in stato d’accusa è una procedura che nel caso dell’operato del presidente Sergio Mattarella «non sta né in cielo né in terra...», dice all’Agi il professore ordinario di Diritto Costituzionale alla Sapienza, Cesare Pinelli, perché «il Presidente della Repubblica ha esercitato scrupolosamente le prerogative previste dalla Costituzione», che si estendono anche a tutti i ministri. «Se c'è un pericolo per il Paese, come c'è da quattro o cinque giorni a questa parte un problema di ordine finanziario per le reazioni dei mercati il Presidente si attiene agli interessi della Repubblica e li difende».

«Chi parla di impeachment sostiene che Sergio Mattarella abbia compiuto un attentato alla Costituzione. In realtà non c’è stato nessun attentato, deve essere chiaro che quel comportamento di Mattarella è stato assolutamente rispettoso dei confini che la Costituzione dà ai poteri del Capo dello Stato», dice ad Adnkronos l’ex presidente della Corte Costituzionale Enzo Cheli. Il Presidente della Repubblica – prosegue Cheli – ha difeso la sovranità nazionale fermando un’azione politica che «puntava a rompere gli impegni europei, che l’Italia ha assunto da cinquant’anni e che è tenuta a rispettare in base all’articolo 11 della Costituzione». La reazione dei mercati di fronte alla nomina di Paolo Savona, con i riflessi negativi sui titoli di Stato e quelli quotati in borsa, ha reso necessario l’intervento del Capo dello Stato, conclude il costituzionalista.

Sempre all’articolo 11 fa riferimento Andrea Morrone, professore e condirettore di "Quaderni costituzionali", durante il programma televisivo L’Aria che Tira, per precisare che Mattarella non ha fermato la nomina di Savona in base a opinioni politiche, ma lo hanno fatto seguendo vincoli costituzionali rispetto ai quali il Presidente della Repubblica ha un onere di fedeltà, come «l’Europa, l’euro, il principio del pareggio di Bilancio». Sono in gioco scelte costituzionali importanti che l’Italia ha fatto da tempo, prosegue Morrone, che «vanno discusse nelle sedi opportune in Europa, mettendo in moto un processo di messa in discussione dei vincoli. Di questo però garante non può che essere il capo dello Stato». La Costituzione, infine, dice che per nominare un governo c’è bisogno di un accordo tra tre soggetti: i partiti politici della maggioranza, il presidente del Consiglio dei ministri e il Capo dello Stato. «È inevitabile – conclude il costituzionalista – che ci sia una negoziazione politica che abbia anche ad oggetto i vincoli costituzionali dai quali non ci si può muovere per chi rappresenta l’unità nazionale e la Costituzione».

Prima della decisione di Mattarella di porre un "veto" sull’indicazione di Paolo Savona quale ministro dell’Economia, la costituzionalista Lorenza Violini su Vita aveva spiegato che la nomina dei ministri, presentati dal Presidente del Consiglio, spetta al Presidente della Repubblica e, pertanto, Mattarella avrebbe potuto rifiutare la nomina di Savona e, a quel punto, sarebbe toccato a Conte indicare un altro nominativo. Riguardo i compiti destinati al Presidente della Repubblica, la Costituzione, dice Villani, «disegna una funzione a fisarmonica. I suoi poteri si espandono e si comprimono a seconda delle necessità e del quadro politico d’insieme. (...) Il Quirinale usa le sue facoltà di dissuasione, moral suasion e di indirizzo nei confronti dei partiti nell’ottica però di dare al sistema efficienza e stabilità. Ovvero di creare un Governo. Che è l’obiettivo ultimo».

In un’intervista a Radio Radicale dello scorso 27 maggio, il presidente emerito della Corte Costituzionale, Valerio Onida, aveva espresso le sue perplessità sull’operato di Mattarella: il Presidente della Repubblica può dare dei suggerimenti o avanzare perplessità per la scelta dei ministri, ma non può farlo per ragioni legate alla linea politica di un governo. «Tutti ricordano il caso di Scalfaro che si oppose alla nomina di ministro della Giustizia di Cesare Previti e poi fu nominato ministro, ma della Difesa, non della Giustizia», ricorda Onida. «Ma un conto è fare delle obiezioni sul piano delle opportunità, si trattava in qualche modo di conflitto di interessi. Un altro è fare obiezioni definitive che attengono alla linea politica del governo». Il Presidente della Repubblica, rileva il costituzionalista in un’intervista rilasciata successivamente a Milano Finanza, avrebbe potuto muovere obiezioni al programma di governo, rilevando aspetti di incostituzionalità, ma non l’ha fatto. «Si è opposto solo a una persona, temendo che potesse mettere in pericolo la stabilità dei mercati finanziari, e la difesa dei risparmiatori». Tuttavia, spiega ancora Onida, pur avendo a suo avviso il presidente Mattarella esercitato al limite delle sue prerogative uno dei suoi poteri, «arrivando a interpretazioni della Costituzione che secondo me non sono giuste», non è possibile parlare di impeachment.

Il veto di Mattarella su Savona, scrive il costituzionalista Maurizio Villone su Il Manifesto, rischia di essere interpretato come «la sovrapposizione di un indirizzo proprio a quello di governo, cosa in principio preclusa al capo dello Stato». Il Presidente della Repubblica può esprimersi sull’indirizzo politico se per lui è nell’interesse del paese, ma con azioni di moral suasion e «non nell’esercizio di poteri formali che incidono sull’esistenza dell’esecutivo, sul rapporto col parlamento, o sull’azione di governo. Al limite, potrebbe forse spingersi oltre per manifeste incostituzionalità nel programma. Nella specie, non è così. Ma anche in tale ipotesi probabilmente il rimedio sarebbe uno scioglimento delle camere, e non una riscrittura per mano presidenziale». Questa fragilità sul piano costituzionale, prosegue Villone, può tradursi in un errore politico che rischia di esporre la presidenza a futuri attacchi «per aver difeso poteri forti e padroni occulti del paese che nel proprio interesse ci impediscono di decidere il nostro destino. E per aver moltiplicato, drammatizzando invece di rassicurare, le tensioni sullo spread e i mercati». Per la costituzionalista Lorenza Carlassare, intervistata sul Fatto Quotidiano, "il diniego [ndr da parte del Capo dello Stato] sul nome di un ministro può esserci per incompatibilità col ruolo, per conflitto d’interessi o indegnità causata, per esempio, da condanne penali, dunque solo per ragioni oggettive" mentre il "veto" su Paolo Savona sarebbe stata una valutazione "squisitamente politica" che "sfugge alle prerogative presidenziali". Questo però, precisa Carlassare, non vuole dire che l'impeachment sia percorribile. 

In un comunicato stampa pubblicato in serata, l'Associazione Nazionale Giuristi Democratici ha espresso più di una perplessità sull'opportunità politica del veto di Mattarella alla nomina di Savona e si è detta preoccupata per le reazioni suscitate dalla scelta del Presidente della Repubblica.

Sempre ieri i professori di Diritto Costituzionale della scuola fiorentina di Paolo Barile (Enzo Cheli, Paolo Caretti, Ugo De Siervo, Stefano Merlini, Roberto Zaccaria, Stefano Grassi, Cristina Grisolia, Elisabetta Catelani, Massimo Carli, Orlando Roselli, Giovanni Tarli Barbieri, Andrea Simoncini, Andrea Cardone, Duccio Traina) hanno scritto una lettera per ribadire che “non sussistono gli elementi per l’impeachment di Mattarella”. In particolare, “per evitare che si dia degli ultimi avvenimenti un’interpretazione lontana dalla lettera della Costituzione e dalla prassi che su di essa si è sviluppata negli anni”, i costituzionalisti chiariscono che il Presidente della Repubblica non è un organo ‘neutro’, un semplice notaio, ma “è titolare di poteri propri che insieme gli assegnano una funzione d’indirizzo politico costituzionale, volto a garantire il corretto funzionamento del sistema e la tutela degli interessi generali della comunità nazionale". In questa cornice il comportamento del presidente Mattarella è stato conforme a quanto dice la Costituzione e alla prassi.

I ministri fermati dal Presidente della Repubblica in passato

Non è la prima volta che un Presidente della Repubblica ferma la nomina di un ministro. Nei passaggi che portano alla formazione del governo, il ruolo del capo dello Stato «non è solo notarile, ha un potere che non risultava pubblicamente perché il sistema politico accettava le regole del gioco», spiega il costituzionalista Ugo De Siervo.

Nel 1979, il presidente della Repubblica Sandro Pertini rifiutò al Presidente del Consiglio incaricato, Francesco Cossiga, la nomina a ministro della Difesa di Clelio Darida, come ricordato dallo stesso Cossiga in un’intervista a La Stampa.

Nel 1994, il futuro Presidente del Consiglio, Silvio Berlusconi, tentò di nominare come ministro della Giustizia, Cesare Previti, che all’epoca era il suo avvocato. L’allora Presidente della Repubblica, Oscar Luigi Scalfaro, si oppose e ottenne un nome alternativo, Alfredo Biondi. Previti fu nominato, invece, ministro della Difesa. Tra le motivazioni che portarono al veto, spiega Nicoletta Cottone su Il Sole 24 Ore, c'era anche una frase pronunciata da Previti durante la campagna elettorale: «Vinceremo le elezioni e poi non faremo prigionieri». Sempre Scalfaro, ricostruisce Concetto Vecchio su Repubblica, nel 1994 “scrisse una lettera a Berlusconi nella quale fissava una cornice costituzionale dentro la quale il premier era tenuto a muoversi”: i ministri nominati avrebbero dovuto assicurare “piena fedeltà alle alleanze, alla politica di unità europea, alla politica di pace”, nel caso del ministro degli Esteri; la preservazione dell'unità d’Italia e il rispetto della legalità repubblicana, nel caso del ministro dell’Interno; il rispetto del principio di solidarietà sociale, per quanto riguarda l’azione di governo in generale. E Berlusconi accettò.

Nel 2001, il Presidente della Repubblica Carlo Azeglio Ciampi bloccò la nomina di Roberto Maroni a ministro della Giustizia perché c’erano dei processi a suo carico in corso per aver opposto resistenza a una perquisizione nella sede dell'allora Lega Nord. Maroni fu nominato ministro del Lavoro e la Giustizia andò a Roberto Castelli.

Nel 2014, il Presidente Giorgio Napolitano si oppose alla nomina di ministro della Giustizia di Nicola Gratteri, allora procuratore di Reggio Calabria, per il governo formato da Matteo Renzi, con la motivazione che un magistrato in servizio non poteva ricoprire l’incarico di ministro della Giustizia. Al suo posto, Andrea Orlando.

Da Leone a Napolitano, i 4 tentativi di impeachment nella storia della Repubblica

Giovanni Leone, Francesco Cossiga, Oscar Luigi Scalfaro e Giorgio Napolitano. Sono stati quattro i tentativi di messa in stato d’accusa dei presidenti della Repubblica. In due occasioni (Leone e Cossiga) i Presidenti si sono dimessi.

Cinque anni dopo la sua elezione a Presidente della Repubblica, avvenuta nel 1971, Giovanni Leone fu colpito dallo scandalo Lockheed, “relativo all'acquisto da parte dell'Italia di velivoli Usa, con il sospetto che dietro il nome in codice Antelope Cobbler si celasse proprio il capo dello Stato”, scrive Repubblica. Dopo una campagna condotta da Marco Pannella, dall’Espresso e da un libro della giornalista Camilla Cederna e la richiesta di dimissioni da parte del PCI, Leone si dimise il 15 giugno 1978. In seguito le accuse nei suoi confronti caddero.

Nel 1991 il Pds, guidato dall’allora segretario Achille Occhetto, presentò la richiesta di impeachment nei confronti del Presidente Cossiga “con 29 capi di accusa, tra cui il sostegno alla struttura di difesa denominata Gladio, creata per contrastare il pericolo comunista, e le sue picconate considerate anti-costituzionali”. Il Parlamento ritenne infondate le accuse, Cossiga, tuttavia, si dimise due mesi prima della fine del suo mandato, il 28 aprile 1992.

Pochi anni dopo, il successore di Cossiga, Oscar Luigi Scalfaro fu minacciato di impeachment da Forza Italia per il suo famoso discorso televisivo, pronunciato il 3 novembre 1993, con il famoso “Io non ci sto”. Durante il messaggio a reti unificate, “Scalfaro respinse le accuse di aver utilizzato fondi neri quando era ministro dell'Interno, denunciando un ‘gioco al massacro’ contro di lui”. Forza Italia accusava Scalfaro anche di aver attentato alla Costituzione favorendo la fine del governo Berlusconi e la nascita di quello guidato da Lamberto Dini, ma la richiesta formale di messa in stato di accusa non arrivò mai.

Nel 2014 il Movimento 5 Stelle presentò una richiesta formale di impeachment nei confronti di Giorgio Napolitano, con l’accusa, tra le altre, di “espropriazione della funzione legislativa del Parlamento e abuso della decretazione d'urgenza". La richiesta fu archiviata dopo un mese dal comitato parlamentare che esaminò le proposte.

Foto in anteprima via Quirinale

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Un giornalismo migliore rende i lettori migliori

[Tempo di lettura stimato: 4 minuti]

Nell'ultimo anno abbiamo parlato più volte di "media literacy" o "alfabetizzazione mediatica" come dello strumento più efficace per contrastare il caos informativo. Alla base di questa affermazione sta la convinzione che un lettore che conosce il funzionamento del mondo dell'informazione e del giornalismo sia molto più abile nel consumo di notizie e, di conseguenza, capace di distinguere più facilmente tra buon giornalismo e disinformazione. E abbiamo anche visto assieme alcuni progetti di alfabetizzazione mediatica diretti ai giovani.

L'ultimo report dell'American Press Institute suggerisce, però, che l'alfabetizzazione intesa come tale non è più sufficiente. Sia giornalisti che lettori dovrebbero orientarsi verso una conoscenza più specializzata (da "media literacy" a "media fluency").

"Il termine 'alfabetizzazione' suggerisce che una persona sia capace (o incapace) di svolgere un compito, allo stesso modo in cui uno può sapere o non saper leggere. Questo non descrive in modo appropriato ciò che accade con le notizie. Le persone consumano costantemente notizie, persino i più giovani. Il problema è se siano in grado di riconoscere le caratteristiche del buon giornalismo - come accuratezza, cura delle fonti, prove forti, la differenza tra testimonianze per sentito dire e testimone oculare, etc.".

Non si tratta semplicemente di un cambio di nomenclatura, spiegano l'executive director dell'American Press Institute Tom Rosentiel e l'accountability journalism program director Jane Elizabeth, autori del report. Al centro della proposta c'è un nuovo modo di fare giornalismo e la convinzione che, costruendo i propri articoli diversamente e andando oltre la struttura tradizionale, i giornalisti possono aiutare i lettori a specializzarsi nel consumo di notizie in maniera organica e progressiva. Fare in modo che, con ogni notizia che legge, il lettore migliori la propria preparazione mediatica.

La responsabilità dei giornalisti (e di chi dirige i giornali, naturalmente) è cruciale, perché su di loro ricade il compito di migliorare costantemente la capacità di informarsi di un'audience con un livello di alfabetizzazione mediatica eterogeneo. Ma questo comporta fare giornalismo in maniera differente.

Se i giornalisti vogliono davvero che i propri lettori siano in grado di differenziare tra buon giornalismo e cattiva informazione, fonti solide e voci di corridoio, allora devono scrivere i propri articoli in modo che chiunque sia in grado di riconoscerne le qualità. Gli autori del report dell'American Press Institute definiscono questo approccio come "organic news fluency".

Oggi lo scopo del giornalismo non è solo informare sui fatti, ma educare i cittadini a riconoscere un giornalismo di qualità, accurato e trasparente. Non basta avere semplicemente un codice etico linkato in homepage, bisogna scrivere articoli che mostrino in maniera esplicita il lavoro giornalistico che c'è dietro. Grazie a internet questo si può fare in modi diversi: aggiungendo una lista delle fonti alla fine dell'articolo; condividendo con il lettore tutti i documenti e i materiali originali utilizzati dal giornalista durante la sua investigazione; permettere di cliccare sulla firma dell'articolo per conoscere la biografia dell'autore, i suoi lavori precedenti, i suoi profili sui social network o un'email di contatto; approfondendo aspetti particolari della notizia, dedicando per esempio un box laterale alle biografie dei protagonisti della notizia, etc.

Il giornalista dovrebbe essere in grado di anticipare le domande di un lettore specializzato e includerle nel proprio lavoro, in maniera esplicita. Gli autori del report immaginano un formato che prevede, oltre all'articolo, una sorta di box laterale con risposte a domande specifiche a seconda della tipologia del reportage (notizie standard, progetti non investigativi, giornalismo investigativo, fact-checking, spiegoni, breaking news, eventi live, approfondimenti, opinioni). Alcune domande universali potrebbero essere queste: Cosa c'è di nuovo in questo articolo? Quali sono le prove? Quali fonti sono state sentite? E perché proprio quelle? Cosa non sappiamo ancora? Cosa è ancora in discussione? (Ulteriori domande e tipologie possono essere consultate qui).

Qualcuno potrebbe obiettare che questo è da sempre parte del lavoro del giornalista, d'altronde neanche le domande elencate sopra sono una novità: vengono dal libro del 2010 “Blur: How to Tell What’s True in the Age of Information Overload”, di Bill Kovach e Tom Rosenstiel (co-autore del report di cui stiamo parlando). Sono domande che un reporter o un editor dovrebbero porsi ogni giorno in redazione, mentre scrivono o valutano una notizia da pubblicare.

Eppure, spiegano Rosenstiel ed Elizabeth, è raro che si risponda a queste domande in maniera esplicita, normalmente (se ci sono) le risposte sono relegate a un livello implicito dentro la narrazione e sta al lettore riconoscerle. Inoltre, e questo è il peggiore dei casi, i giornalisti spesso scrivono di cose di cui non sono sicuri, in assenza di fonti affidabili o di prove. Una delle massime di molte scuole di giornalismo è stata per anni: "In un articolo non porre mai una domanda a cui non puoi rispondere". La deformazione di questa massima, e quindi la tendenza a insabbiare le domande piuttosto che cercare le risposte, porta a un giornalismo fatto di indiscrezioni e retroscena che si presta facilmente alla propaganda ma che ha poco a che fare con l'informazione di qualità.

L'urgenza di un cambio di paradigma si evince facilmente se pensiamo a un certo modo di fare giornalismo. Esempi in Italia non mancano, a partire dall'uso irresponsabile dei virgolettati, usati spesso per frasi mai pronunciate, per retroscena che il giornalista non ha presenziato, o per riassumere concetti in maniera sciatta e faziosa. Oppure basti pensare a quando alcune delle più importanti testate nazionali hanno riportato quel dato falso sulle denunce di stupro a Firenze (scrivendo che "ogni anno, solo a Firenze, vengono presentate da ragazze americane dalle 150 alle 200 denunce per stupro. Di queste il 90% risulta completamente inventate"): un'informazione priva di riscontro, pubblicata senza citare la fonte e senza che si attivasse alcun processo di verifica nelle redazioni. Altro caso che ci fa riflettere sulla mancata trasparenza delle fonti e l'assenza di pensiero critico è l'articolo de La Stampa su Beatrice Di Maio, definita account chiave su Twitter nella cyber propaganda del Movimento 5 Stelle, e poi rivelatasi essere la moglie di Renato Brunetta. Oppure la mezza bufala della bimba cristiana affidata a una famiglia musulmana a Londra, copiata dal Times senza porsi le domande essenziali che avrebbero portato un giornalista responsabile a scartarla in quanto sospetta e non verificabile. E che dire dell'ennesimo articolo del Corriere della Sera che nega il cambiamento climatico? E questi sono solamente alcuni dei tanti casi di cattiva informazione che abbiamo seguito su Valigia Blu nell'ultimo anno.

Tom Rosenstiel e Jane Elizabeth auspicano che i giornalisti rendano trasparente ed esplicito il processo di costruzione della notizia e le domande chiave che permettono di riconoscere un buon lavoro giornalistico. Questo permetterà ai lettori, consumatori di notizie, cittadini di sviluppare le capacità critiche per distinguere tra un giornalismo di qualità e un giornalismo mediocre.

Non è una rivoluzione indolore, un lettore specializzato nel consumo di notizie è un lettore critico ed esigente per definizione e non tutti i giornali sono all'altezza di un pubblico così.

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Come elaboriamo l’informazione che riceviamo e gli errori della nostra mente

[Tempo di lettura stimato: 10 minuti]

di Francesca Amenduni

Come vengono processate le informazioni che contraddicono ciò in cui crediamo

Che approccio assumiamo di fronte alle nuove notizie? Le percepiamo, elaboriamo e memorizziamo per quelle che sono? La ricerca psicologica dell’ultimo secolo ha iniziato a rispondere a queste domande, fornendoci delle chiavi di lettura per guardare a ciò che accade ogni giorno quando processiamo nuove informazioni e formiamo le nostre deduzioni sulla realtà che ci circonda.

Si pensi a un caso trattato qualche mese fa da Valigia Blu, sulla notizia dell’assalto da parte dei cittadini di Giovinazzo ai Centri di Assistenza Fiscale (CAF) per richiedere i moduli per il reddito di cittadinanza. La notizia pubblicata dalla Gazzetta del Mezzogiorno l’8 marzo è stata condivisa in maniera virale sui social network nel giro di poche ore. Molti hanno colto l’occasione per tracciare e ribadire l’identikit dell’ingenuo elettore medio Cinque Stelle, sbeffeggiato per aver creduto nell'immediata attuazione del reddito di cittadinanza prima ancora che si insediasse il Governo.

Il processo di elaborazione, diffusione e manipolazione di tale notizia, può fornirci un esempio lampante di bias di conferma, la tendenza inconsapevole a ricercare e interpretare evidenze in linea con le proprie ipotesi e aspettative. È ragionevole pensare che, nello specifico caso, la notizia abbia catturato l’attenzione di tutti coloro che avevano un’opinione consolidata sull’elettorato Cinque Stelle, per la quale non si è avvertita l’esigenza di fermarsi e accertarsi che l’informazione fosse corretta. È interessante osservare che gli stessi giornalisti non siano stati immuni da tale effetto, nonostante il ruolo che si presuppone abbiano nel supportare l’elaborazione corretta delle informazioni.

Il caso mediatico del CAF di Giovinazzo è solo un esempio di come le nostre scorciatoie cognitive, definite dalla psicologia euristiche (le regole che gli individui seguono per formulare giudizi in maniera rapida ed efficiente), possano condurci a commettere degli errori e a ritenere credibile per default un’informazione in linea con delle categorie apprese. Le euristiche non sono di per sé negative e, in una prospettiva evoluzionistica, si sono sviluppate per garantire l’adattamento della nostra specie. In ambienti pericolosi, dove il cervello dell'homo sapiens si è evoluto, le decisioni su come reagire di fronte a un pericolo dovevano essere prese in maniera rapida, lasciando poco spazio al ragionamento logico formale e matematico.

Dal libro di Gerd Gigerenzer "Imparare a rischiare" – via pensierocritico.eu

Con le stesse strutture cerebrali di uomini vissuti milioni di anni fa, oggi le scelte da affrontare spesso richiedono uno sforzo di diversa natura e ci sono condizioni in cui, tali scorciatoie possono condurci a commettere errori sistematici, definiti dalla psicologia bias cognitivi. Identificare le scorciatoie che comunemente vengono messe in campo quando si trattano temi complessi e controversi, può renderci più consapevoli e inclini a minimizzare gli errori.

Una mente che tende all’efficienza piuttosto che all’efficacia

Francis Bacon, grande filosofo del XVII secolo, fu uno tra i primi a spiegare che alcuni errori di ragionamento sono connaturati ai processi mentali degli esseri umani. Tra questi Bacon riportò l’esempio “della tendenza universale a notare più prontamente evidenze che provano la nostra credenza piuttosto che quelle che la contraddicono”. Oggi la formulazione del filosofo rimane pressoché invariata, avendo trovato ampio riscontro negli studi sperimentali di numerosi psicologi che coniarono il termine bias di conferma, una specifica tipologia di bias cognitivo.

Come nella maggior parte dei casi, tale errore deriva spesso, ma non esclusivamente, dell’esigenza di ottimizzare l’uso delle energie mentali attraverso delle scorciatoie. Di fronte a un gran numero di informazioni, l’unica opzione è compiere un processo di filtraggio e il cervello umano ha sviluppato dei “trucchi” per selezionare in maniera rapida le informazioni che suppone essere utili. L’euristica del test positivo è un esempio di scorciatoia mentale, che consiste nella tendenza a formulare prove a conferma della propria ipotesi piuttosto che a falsificarla.

[Un video che mostra la nostra naturale tendenza alla verifica]

Questa strategia può indurre a conclusioni errate poiché inferenze differenti possono essere compatibili con gli stessi dati. Un esempio è la diagnosi di una malattia psichiatrica. Un medico formula l’ipotesi di disturbo dell’umore e per testarla pone una serie di domande al paziente: hai provato sensazioni di ansia nelle ultime due settimane? Ci sono state modifiche nel tuo comportamento alimentare? Con queste domande il medico cerca una conferma della sua ipotesi nelle risposte del paziente. Tuttavia, è noto che in psichiatria gli stessi sintomi siano alla base di diversi disturbi e dunque, con il solo il test di conferma, il medico rischierebbe di accettare la sua prima ipotesi, escludendo tutte le altre possibilità. In uno studio condotto con studenti di medicina e fisiologia, Barrows e colleghi osservarono che una volta formulata una ipotesi, questa influenzava negativamente il processo di acquisizione delle informazioni poiché gli studenti tendevano a cercare solo prove a supporto della loro ipotesi.

Sempre nell’ambito medico, il bias di conferma entra in gioco anche nella valutazione dell’efficacia delle terapie. Nickerson spiega che, nella storia della medicina, la valutazione di efficacia dei trattamenti terapeutici è stata a lungo influenzata dai soli casi di guarigione, ignorando invece le situazioni in cui il trattamento non portava a dei benefici o la guarigione avveniva spontaneamente.

In maniera simile, oggi i promotori delle medicine alternative possono vantare un gran numero di pazienti pronti a testimoniare in totale sincerità di aver beneficiato dei loro trattamenti. Il successo di tali terapie si basa su un meccanismo psicologico molto semplice: quando le persone mettono in campo un’azione, come assumere un farmaco omeopatico, lo fanno perché suppongo vi sia una relaziona causale tra farmaco e risultato sulla salute. Se ottengono i benefici previsti, la tendenza è considerarla come una prova della relazione di causa-effetto ipotizzata. Al contrario, riflettere sulla possibilità che la guarigione sarebbe avvenuta anche senza farmaco, richiederebbe lo sforzo cognitivo di valutare ipotesi alternative. Nickerson afferma che in tutti i casi in cui la mente predilige la via più efficiente e non la più efficace, la tendenza naturale è prendere in considerazione solo una ipotesi alla volta, valutare che l’ipotesi sia o vera o falsa, ma non considerare simultaneamente entrambe le possibilità.

Il desiderio di credere

In molti casi il bias di conferma non è la conseguenza di un processo di ottimizzazione delle risorse cognitive, ma è fortemente radicato nelle nostre emozioni e motivazioni. Sara Gorman e Jack Gorman, tramite l’impiego di risonanza magnetica, hanno osservato che quando alle persone vengono presentate informazioni a supporto delle loro credenze, nel cervello si attivano i circuiti legati alla produzione di dopamina, neurotrasmettitore coinvolto nei processi motivazionali e di rinforzo. In questi casi, si preferisce parlare di bias di desiderabilità o myside bias operando la seguente distinzione: il bias di conferma è la tendenza a preferire informazioni che confermano le nostre credenze e a evitare le informazioni che le contraddicono. Il bias di desiderabilità, invece, è la tendenza a ritenere più attendibili quelle informazioni in cui noi desideriamo credere.

In uno studio del 2017, i ricercatori Ben Tappin, Leslie Van Der Leer e Ryan Mckay si sono chiesti se la riluttanza a modificare le credenze politiche fosse dovuta al bias di conferma o a quello di desiderabilità. I ricercatori chiesero a un campione di 900 elettori statunitensi quale candidato avrebbero voluto che vincesse e quale secondo loro aveva maggiori probabilità di vincere. I rispondenti furono classificati in due gruppi: nel primo c’erano coloro che credevano che il loro candidato preferito avrebbe vinto (ad esempio, i supporter di Clinton che credevano che lei avrebbe vinto) mentre nel secondo chi credeva che il proprio candidato preferito avrebbe perso (ad esempio, i supporter di Trump che credevano che avrebbe vinto Hilary Clinton). A metà dei partecipanti venivano mostrati i risultati di sondaggi fittizi sulla probabile vittoria di Trump e all’altra metà sulla vittoria di Clinton. Dopo aver visionato i sondaggi, ai partecipanti veniva chiesto nuovamente di indicare quale candidato aveva maggiori probabilità di vincere: solo chi ricevette sondaggi che sottolineavano la probabile vittoria del proprio candidato preferito era incline a modificare la valutazione iniziale sulla probabilità di vittoria del candidato. Al contrario, le persone che lessero i sondaggi a favore del candidato avversario, non incorporavano le nuove evidenze e riproponevano le stesse risposte date prima di visualizzare i sondaggi. Nel contesto di questo studio, il comportamento dei partecipanti può essere meglio spiegato dal bias di desiderabilità più che dal bias di conferma, poiché solo chi leggeva evidenze gradite era disposto a modificare la propria opinione iniziale e tale effetto è stato riscontrato nella stessa misura per i supporter di Trump e di Clinton.

Per spiegare ciò che accade quando le persone si trovano a dover mettere in discussione una certa idea, come la probabilità di vittoria di un candidato, è stato sviluppato un modello basato su studi neuro scientifici: gli autori affermano che ogni oggetto nella nostra mente sia connesso a uno stato affettivo. Quando le persone sono esposte a un oggetto, lo stato affettivo si attiva in maniera molto rapida e inconsapevole, influenzando i processi di natura cognitiva quali la codifica delle nuove informazioni, la selezione dei ricordi dalla memoria a lungo termine e il processo di comprensione. Nei casi in cui nuove informazioni attivino emozioni di natura negativa, le persone tenderebbero a razionalizzarle.

Per spiegare cosa si intende per razionalizzazione, nella sua netta distinzione dal pensiero razionale, consideriamo l’esperimento di Jones e Kohler sulle posizioni dei cittadini degli Stati Uniti in merito alla segregazione razziale. I ricercatori selezionarono degli individui che avevano una posizione netta sulla questione, sia a favore sia contro la segregazione. Ai partecipanti vennero presentati dei saggi a favore di entrambe le posizioni, metà dei quali ragionevoli e metà evidentemente infondati. Se avessero ragionato in maniera razionale, i soggetti avrebbero analizzato con attenzione le argomentazioni ragionevoli, sia a favore che contro la propria idea. Tuttavia, emerse in maniera lampante che i partecipanti ricordavano meglio solo gli argomenti ragionevoli a favore della loro posizione e in più gli argomenti poco plausibili a supporto della parte avversa. Ciò avveniva probabilmente perché leggere argomentazioni assurde a favore della propria posizione generava la sensazione spiacevole che questa fosse fondata su argomenti poco solidi. Allo stesso modo leggere argomentazioni plausibili a favore della posizione opposta implicava la possibilità di considerare l’opzione contraria alla propria più ragionevole di quanto non si volesse pensare.

La razionalizzazione è anche alla base del ragionamento motivato, la tendenza a trovare spiegazioni a favore della propria ipotesi, quando ci si trova di fronte a evidenze che la mettono in discussione. La presenza di due informazioni incoerenti (ciò in cui credo ed evidenze contrarie) generano una sensazione spiacevole nota come dissonanza cognitiva. È proprio qui che entra in gioco il ragionamento motivato, per ridurre la dissonanza e le sensazioni spiacevoli a essa legata.

Si pensi al caso di una campagna di sensibilizzazione sui vaccini. In uno studio del 2013, i ricercatori osservarono che la loro campagna era riuscita a ridurre in maniera efficace l’idea di una relazione causale tra vaccini ed autismo. Tuttavia, si osservarono dati apparentemente contraddittori: le persone che prima della campagna erano contrarie alla vaccinazione continuavano a percepire i rischi degli effetti collaterali dei vaccini e la loro convinzione di non vaccinare i propri figli ne risultò rinforzata.

Com’è possibile che pur eliminando la principale causa di preoccupazione legata alla vaccinazione, l’idea di non vaccinare i figli fosse diventata ancora più solida? L’effetto per cui di fronte a una evidenza che confuta la nostra idea, la convinzione che possediamo invece che indebolirsi si rinforza, è noto come Backfire effect. È plausibile che i partecipanti che prima della campagna pro-vaccini erano contrari alla vaccinazione dei figli, abbiano valutato nella loro mente una serie di motivazioni alternative per difendere la loro idea di partenza e che questo processo abbia spinto loro ad essere ancora più contrari alla vaccinazione. I ricercatori evidenziano, in conclusione, l’importanza di adottare narrative più sottili e meno esplicite per ridurre il rischio che le risorse cognitive vengano impiegate per preservare e difendere le proprie posizioni, invece che per assimilare nuove evidenze.

Algoritmi che confermano

Rispetto a quanto detto, la vastità, varietà e accessibilità delle informazioni nell’era di Internet potrebbe porci frequentemente nella condizione spiacevole di essere contraddetti. Questo è stato probabilmente vero fino al 4 dicembre del 2009 quando il blog di Google pubblicò un post dal titolo “Personalized search for everyone” ("Risultati di ricerca personalizzati per tutti"). Sebbene il post non ottenne una grande attenzione mediatica nell’immediato, si trattava di un momento di svolta decisivo: da quel giorno in poi l’algoritmo di Google avrebbe smesso di fornire i risultati più autorevoli, per restituire ad ogni utente una dieta informativa personalizzata su misura.

Per capire concretamente di che si tratta, prendiamo l’esempio dei risultati di una ricerca svolta da Scott e Daniel nel 2012. Entrambi scrissero sulla barra di ricerca Google la parola “Egypt”: mentre a Scott veniva restituita tra i risultati principali la notizia più importante di quei giorni sulle proteste in Egitto, per Daniel ciò non è avvenuto.

 

Eli Pariser utilizzò questo esempio per spiegare ciò che nel suo celebre libro definì “filter-bubble” o “gabbia dei filtri”:

La nuova generazione dei filtri di internet guarda tutto ciò che sembra piacerti – le cose che hai realmente fatto o le cose che piacciono alle persone che ti piacciono – e cerca di estrapolarle. Questi sono strumenti di predizione, che costantemente creano e rifiniscono una teoria di chi sei tu e di cosa farai o vorrai fare dopo. Insieme questi strumenti creano un unico universo di informazioni per ciascuno di noi che io ho chiamato Filter Bubble” – ciò che fondamentalmente modificherà il processo in cui noi incontriamo idee e informazioni.

L’aspetto più preoccupante secondo l’autore è che si rischia di perdere consapevolezza di ciò che rimane al di fuori dall’universo informativo, come nel caso di Daniel e delle proteste in Egitto. In questo modo, la gabbia dei filtri riduce drasticamente le occasioni di provare dissonanza cognitiva, diminuendo l’esposizione a informazioni che contraddicono le proprie idee.

Sono ancora scarsi i risultati empirici sugli effetti a lungo termine della personalizzazione della dieta informativa ad opera di algoritmi, probabilmente a causa di un’attenzione relativamente recente nei confronti del fenomeno. Secondo un articolo del 2016, l’effetto della filter bubble su conoscenze e atteggiamenti politici, seppur significativamente presente avrebbe un impatto molto piccolo. Un effetto non decisivo è probabilmente dovuto al paesaggio mediatico fortemente frammentato e alla possibilità per ciascuno di accedere a un’abbondanza di informazioni attraverso diverse fonti. Inoltre, le persone possono essere sottoposte a informazioni contraddittorie anche attraverso le conversazioni con colleghi, amici e familiari. Gli autori concludono dunque che, a discapito delle forti preoccupazioni, ad oggi non vi sono evidenze empiriche che le giustifichino.

Come ha scritto Rasmus Kleis Nielsen, Director of Research del Reuters Institute for the Study of Journalism presso l'Università di Oxford, il dibattito sull'informazione è in larga misura influenzato dai cosiddetti 'negazionisti del cambiamento mediatico', persone che promuovono convinzioni fallaci in netta contraddizione con le evidenze frutto della ricerca scientifica sull'argomento.

Nielsen fa l'esempio della convinzione (erronea) che chi si informa utilizzando i social network è maggiormente esposto alle bolle di filtraggio e, di conseguenza, a notizie che confermano il proprio punto di vista. I ricercatori hanno provato a verificare questa convinzione e un crescente numero di studi indipendenti ha scoperto che è vero l'esatto contrario: i motori di ricerca e i social media portano le persone ad avere una dieta informativa più variata (qui, qui e qui alcuni esempi).

Il dibattito sul tema sembra essere necessario perché la personalizzazione è ancora in una fase primordiale e il rischio verso cui si va incontro è che alcuni utenti vengano sempre meno esposti ad argomenti importanti per la società nel suo complesso, causando una sempre maggiore polarizzazione nelle opinioni e nelle posizioni. 

È possibile controllare l’effetto dei bias?

Se pensi che tutto ciò riguardi qualcun altro e non te, o se leggendo questo articolo hai pensato che gli altri siano maggiormente inclini alle scorciatoie cognitive, sei probabilmente vittima di un altro bias, il così detto bias blind spot, la tendenza a sottostimare l’impatto degli errori sistematici sulle tue scelte ma a riconoscerne l’influenza sulle altre persone.

Questa spiacevole notizia può, tuttavia, essere controbilanciata dalla consapevolezza che la predisposizione ai bias non è correlata ai fattori cognitivi, come l’intelligenza. Dunque, sebbene sia impossibile essere immuni a tali effetti, la consapevolezza di questi errori può aiutare tutti a diventare più resistenti alla loro influenza.

Per essere meno inclini agli errori sistematici non è sufficiente allenare la logica formale, le abilità matematiche e il calcolo delle probabilità, sebbene questi siano aspetti cruciali del ragionamento scientifico, avverso all’euristica del test positivo. È tuttavia altrettanto importante modulare le emozioni che proviamo quando veniamo contraddetti, sentirci incuriositi piuttosto che vergognarci quando scopriamo di esserci sbagliati, chiedere invece di attaccare quando ci vengono riportate evidenze che mettono in discussione la nostra posizione. Qual è la nostra priorità, difendere le nostre idee o guardare al mondo il più possibile per quello che è davvero?

Immagine in anteprima via pixabay.com

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Cosa c’è di vero nelle accuse al professor Conte

[Tempo di lettura stimato: 17 minuti]

di Angelo Romano e Andrea Zitelli

Il curriculum di Giuseppe Conte, indicato da Lega e Movimento 5 Stelle come possibile presidente del consiglio del loro governo, è stato al centro di discussioni e polemiche a partire da un articolo di Jason Horowitz corrispondente dall'Italia del New York Times. Conte nel suo curriculum indica di aver perfezionato i suoi studi soggiornando un mese ogni estate dal 2008 al 2012 alla New York University. Il giornalista ha contattato l'Università che però ha risposto dicendo di non avere il suo nome in qualità di studente o membro dello staff nei registri, cosa che Conte non ha mai sostenuto. Abbiamo contattato anche noi l'Università che in pratica ha confermato la versione di Conte, come spieghiamo più avanti.

In questo post proviamo a ricostruire anche tutti gli altri elementi controversi emersi rispetto al suo curriculum e che non corrispondono a quanto dichiarato.

Sempre ieri al centro delle polemiche il presunto appoggio del professore al "metodo" Stamina, un trattamento risultato poi una truffa. Abbiamo ricostruito sia la questione di Conte come legale della famiglia di Sofia, bambina "simbolo" della vicenda Stamina, sia qual è stato il suo ruolo all'interno della fondazione 'Voa Voa Onlus – Amici di Sofia'.

Va inoltre sottolineato che a differenza di quanto molti giornali hanno pubblicato, a partire da NYT, Guardian e Washington Post, il prof. Conte non è mai stato avvocato personale di Luigi Di Maio. Questa la dichiarazione che abbiamo ricevuto dal suo ufficio stampa: “Luigi Di Maio non ha mai conferito alcun incarico al Prof. Giuseppe Conte. Pertanto l’affermazione secondo cui Giuseppe Conte sarebbe l'avvocato personale di Di Maio, non corrisponde al vero”.

Giuseppe Conte e i curricula gonfiati

In un lungo articolo sul New York Times, il corrispondente dall’Italia per il quotidiano americano Jason Horowitz ha ricostruito un profilo di Giuseppe Conte, l’avvocato, professore ordinario di Diritto Privato all’Università di Firenze e docente sempre di Diritto Privato alla Luiss di Roma, indicato lunedì scorso da Luigi Di Maio e Matteo Salvini come possibile futuro presidente del Consiglio di un governo formato da Movimento 5 Stelle e Lega. Va specificato che è prerogativa del presidente della Repubblica, Sergio Mattarella, individuare la figura alla quale affidare l’incarico della formazione del nuovo governo.

Nel tracciare il profilo di Conte, definito da Horowitz “un elegante professore di giurisprudenza di 54 anni con un gusto per i gemelli e i fazzoletti da taschino bianchi”, con “una lunga carriera presso studi legali romani e frequentazioni con i cardinali del Vaticano” e la cui qualifica principale, senza alcuna base politica o esperienza governativa, “potrebbe essere la sua volontà di attuare un programma governativo concordato dai leader dei due partiti populisti”, il giornalista del New York Times ha verificato il curriculum piuttosto esteso dell’avvocato che vanta numerose pubblicazioni e diverse esperienze di perfezionamento degli studi all’estero.

Già un paio di mesi fa, quando durante la campagna elettorale Luigi Di Maio lo aveva indicato come ministro alla “Pubblica amministrazione, deburocratizzazione e meritocrazia” in un eventuale governo Cinque Stelle, erano circolate alcune biografie di Conte che sottolineavano il suo curriculum internazionale e, in particolare, i periodi di perfezionamento a Yale, alla Sorbonne e alla New York University, dove, ricostruisce Horowitz, il professore di Diritto Privato “ha affermato di aver ‘perfezionato e aggiornato i suoi studi’ durante il soggiorno al college per almeno un mese ogni estate tra il 2008 e il 2012”. Ma, Michelle Tsai, una portavoce della New York University, contattata dal giornalista del New York Times, ha detto che non c’è traccia nei registri dell’università di uno studente o un membro della facoltà (ndr, degli studi di legge) con il cognome “Conte”, aggiungendo, però, l’eventualità che Giuseppe Conte potesse aver frequentato dei corsi di uno o due giorni, per i quali l’università non prevede una registrazione delle generalità.

Nello specifico Horowitz ha fatto riferimento a due curricula di Conte disponibili in Rete: uno è quello presente sul sito dell’Associazione Civilisti Italiani, l’altro caricato nel 2013 sul sito della Camera dei Deputati, quando Giuseppe Conte fu uno dei candidati al Consiglio di Presidenza della Giustizia Amministrativa, l’organo di autogoverno della giustizia amministrativa.

Nel primo curriculum, molto più schematico, Conte aveva scritto di aver perfezionato i suoi studi giuridici alla New York University negli anni 2008 e 2009, mentre in quello presentato alla Camera si legge che “dall'anno 2008 all'anno 2012 ha soggiornato, ogni estate e per periodi non inferiori a un mese, presso la New York University, per perfezionare e aggiornare i suoi studi”, come riportato fedelmente dal giornalista statunitense nel suo articolo per il New York Times.

L’articolo di Horowitz è stato ripreso da diversi giornali italiani che hanno puntato l’attenzione sulla specializzazione senza riscontri. Repubblica ha pubblicato un articolo dal titolo “Conte specializzato alla New York University, il corrispondente del New York Times: ‘Non risulta negli archivi dell’università’

Anche il Corriere ha titolato sulla “specializzazione che non risulta”

Su Twitter, alcuni utenti hanno iniziato a precisare che era errato parlare di specializzazione. In altre parole, Conte non aveva indicato nei diversi curricula presentati titoli mai conseguiti né ha mai parlato di "specializzazione", ma di “periodo di perfezionamento”, formula alla quale di solito si ricorre per attività non documentabili come, ad esempio, soggiorni, frequentazione di seminari o periodi di ricerca in biblioteca.

Per questo motivo, il fatto che Giuseppe Conte non fosse presente nei registri dell’università di New York né come studente né come membro della Facoltà non significa automaticamente che avesse dichiarato il falso nei suoi curricula, come sottolineato anche dal professore di Oslo, Mads Andenas, studioso di diritto contrattuale europeo e direttore del British Institute of International and Comparative Law: “I professori studiano in biblioteca per tali soggiorni durante le vacanze estive, e non sono ‘staff’ o ‘students’”. Nei contesti indicati nel curriculum, spiega Andenas in un altro tweet, Conte non era un docente né teneva una cattedra, ma ha fatto quello che dovrebbero fare dottorandi e professori: “Trascorrere del tempo nelle biblioteche universitarie all'estero, prendendo sul serio la lingua inglese e il diritto comparato”.

Nel corso della giornata l’Adnkronos ha pubblicato uno scambio di email risalente al 2014, di cui è venuto in possesso, tra Conte e Mark Geitstfeld, docente alla School of Law della New York University. Nelle email, Conte annunciava un suo soggiorno a New York e confermava a Geitstfeld l’inserimento del collega statunitense all’interno del comitato scientifico della rivista italiana “Giustizia civile”, pubblicata dalla casa editrice Giuffrè e diretta dallo stesso Conte. La corrispondenza tra i due professori, spiega Adnkronos, proverebbe che Conte aveva una certa frequentazione della New York University, come testimoniato da un altro scambio di email, sempre risalente al 2014, con Radu Popa, “all'epoca responsabile dei servizi di accesso e utilizzo dei sistemi informatici della biblioteca della NYU e all'assegnazione delle chiavi di accesso wi-fi e delle postazioni per la ricerca”.

Da noi contattata, Michelle Tsai ha risposto confermando quanto già detto ad Horowitz e cioè che “Giuseppe Conte non è mai stato uno studente né è stato mai designato come docente della New York University), cosa che in ogni caso il prof. Conte non ha mai sostenuto nel suo Cv, e aggiungendo che “sebbene il professor Conte non avesse uno status ufficiale alla NYU, gli è stato concesso il permesso di condurre ricerche nella biblioteca della New York University tra il 2008 e il 2014, e ha invitato un professore di giurisprudenza della NYU a far parte del consiglio di una rivista di diritto italiana”. Confermando di fatto quanto sostenuto dal professore nel suo curriculum. In pratica da questa risposta emerge che il professore non ha mentito sulla tipologia di quel soggiorno.

"Come già indicato dalla NYU, dall'esame dei nostri registri non risulta che Giuseppe Conte abbia frequentato l'Università come studente o che sia stato nominato membro della facoltà. Nonostante il signor Conte non avesse uno status ufficiale alla NYU, gli è stato concesso il permesso di condurre ricerche alla biblioteca di Legge della New York University tra il 2008 e il 2014 e ha invitato un professore di giurisprudenza della NYU a far parte del consiglio di una rivista italiana di diritto".

As NYU indicated previously, we reviewed our records, and they do not reflect Giuseppe Conte having been at the University as a student or having an appointment as a faculty member. While Mr. Conte had no official status at NYU, he was granted permission to conduct research in the NYU Law library between 2008 and 2014, and he invited an NYU Law professor to serve on the board of an Italian law journal.

Thanks,

Michelle Tsai

Office of Public Affairs

New York University

In un comunicato diffuso in mattinata, il Movimento 5 Stelle ha precisato che, a proposito della New York University, Conte ha sempre parlato di perfezionamento dei suoi studi senza mai citare corsi o master specifici, e che “come ogni studioso, ha soggiornato all’estero per studiare, arricchire le sue conoscenze, perfezionare il suo inglese giuridico”.

Tuttavia, come segnalato sempre su Twitter dalla giornalista Jeanne Perego, c’erano anche altri punti ambigui nei curricula del docente di Diritto Privato. Nel curriculum caricato sul sito dell’Associazione Civilisti Italiani, Conte ha inserito tra le esperienze di perfezionamento degli studi giuridici un periodo all’International Kultur Institut (IKI) di Vienna nel 1993, mentre nel cv inserito sul sito della Camera, si fa riferimento nella sezione dedicata all’attività scientifica e didattica a un più generico soggiorno di studio a Vienna di tre mesi. Dal sito emerge che l’Istituto è una scuola di tedesco e non di diritto.

Il Corriere della Sera ha provato a contattare l’IKI. Un suo portavoce ha spiegato di “di non potere dire sugli studenti attuali o del passato appellandosi alla Datenschutz, la difesa della privacy. La stessa persona ha però spiegato che non vengono tenuti corsi di tedesco giuridico ma solo corsi di tedesco generale”.

Questi, però, non sono gli unici punti oscuri dei curricula di Giuseppe Conte. Il Post ha contattato tutte le università e gli enti presso i quali Giuseppe Conte ha dichiarato di aver svolto periodi di perfezionamento, insegnato o lavorato (Yale e la Duquesne University di Pittsburgh nel 1992, la Sorbona di Parigi nel 2000, il Girton College dell’Università di Cambridge nel settembre 2001) e, nel corso della giornata, ha via via aggiornato il suo articolo individuando quelle parti del curriculum del futuro presidente del Consiglio che sembravano non trovare riscontro nelle verifiche effettuate.

L’Università di Cambridge, riporta il Guardian, ha fatto sapere che non può immediatamente confermare o negare se il professore di Diritto Privato abbia frequentato l’università, ma una fonte universitaria ha detto alla Reuters in via confidenziale di non aver trovato alcuna traccia di studi di Conte e che potrebbe aver frequentato un corso tenuto da terze parti. Anche per quanto riguarda la Sorbona, secondo prime verifiche fatte da Repubblica, “il nome di Conte non figura nella banca dati di studenti, ricercatori, dottorandi di nazionalità straniera che hanno frequentato il principale ateneo parigino”. Un dirigente dell’università ha spiegato che l’avvocato italiano potrebbe aver frequentato un laboratorio estivo.

Il Messaggero non ha trovato riscontri di rapporti di Conte con la Duquesne University di Pittsburgh negli Stati Uniti e con l’Università di Malta. Il Post ha sentito la direttrice dell’ufficio marketing e comunicazione della Duquesne University, Bridget Fare: “nei primi anni Novanta Conte era coinvolto nella gestione di un programma che permetteva a studenti italiani di seguire dei corsi della Duquesne University e ‘si è occupato di ricerca in ambito giuridico e di migliorare la collaborazione con Villa Nazareth’, l’organizzazione italiana che finanziava il programma di studi all’estero”. Anche Horowitz aveva confermato i legami di Conte con l’università di Pittsburgh e Villa Nazareth. Il giornalista americano ha intervistato Carla Lucente, professoressa di lingua e letteratura moderna, e Nicholas P. Cafardi, rettore emerito e professore di diritto canonico, entrambi alla Duquesne University, che hanno detto di conoscere Giuseppe Conte e di apprezzarne il talento.

A Malta, Conte ha dichiarato di aver tenuto un insegnamento nell'estate del 1997 nell'ambito del Corso internazionale di studi “European Contract and Banking Law”. Al Messaggero un portavoce dell’università maltese ha detto di poter confermare che “non c'è traccia che Giuseppe Conte abbia mai fatto parte del corpo docenti permanente dell'università. Questo non esclude che egli abbia potuto essere coinvolto in alcune letture organizzate nell'estate del 1997 dalla defunta Foundation for International Studies (FIS)”, una “entità separata” dalla University of Malta, con la quale era stata attivata una collaborazione. Va detto che Conte non ha mai dichiarato di far parte del corpo docenti permanente dell’università e, in base al rapporto annuale del 1997-98 del rettore dell’università, il corso di “European Contract and Banking Law” era una summer school tenuta nel mese di agosto e organizzata in collaborazione con la Sapienza di Roma.

Il Post ha, inoltre, verificato che Conte non è stato designato a far parte del Social Justice Group presso l’Unione Europea, come affermato nel cv disponibile sul sito della Camera. Non esiste nessun organismo del genere all’interno dell’Ue, il “Social Justice in European Private Law” era un collettivo di professori di diverse università europee che nel 2004 aveva redatto un Manifesto al quale, in base a quanto riportato da un libro universitario pubblicato nel 2009, Conte ha aderito un anno dopo la sua diffusione. Martijn Hesselink, a capo dei docenti che hanno scritto il documento, ha detto a Il Post che Conte non è mai stato parte del gruppo che ha lavorato alla stesura del Manifesto e che il gruppo si era auto-costituito e vi si accedeva su base volontaria.

Infine, sempre secondo quanto appurato da Il Post, nel cv presentato alla Camera, Conte ha dichiarato di essere consulente legale della Camera di Commercio, dell’Industria e dell’Artigianato di Roma, ma “dagli archivi online della Camera di Commercio risulta che negli ultimi dieci anni Conte ha svolto una sola consulenza, nel 2008, ricevendo un compenso di 1.920 euro per la sua partecipazione alla ‘commissione per la Regolazione del Mercato’”.

Da un paio di giorni, come notato da Il Foglio, sul sito dello studio legale Alpa, di cui, secondo il curriculum, Conte sarebbe uno dei cofondatori, “le pagine web riguardanti Giuseppe Conte sono state rimosse o non sono più funzionanti”.

Contattato dal quotidiano, lo studio Alpa ha specificato che lo Studio Legale non è uno studio di associati, che Alpa ha avuto come socio storico fino al 2012 Tommaso Galletto e che Conte non lavora per il professor Alpa (del quale, stando a quanto scrive l’Huffington Post, è allievo accademico e ha curato diversi volumi) e che il suo nome non è mai stato presente sul sito come avvocato dello studio. Ma, spiega Luciano Capone nell'articolo, sul sito del Consiglio nazionale forense il domicilio indicato dall’avvocato Giuseppe Conte coincide con l’indirizzo e il numero telefonico dello studio legale Alpa e, secondo quanto raccolto dal giornalista, Conte, "era un 'of counsel', un semplice collaboratore dello studio Alpa".

Abbiamo provato a contattare Giuseppe Conte per chiedere chiarimenti sulle sue esperienze di perfezionamento all’estero, non ci siamo riusciti e abbiamo contattato l'ufficio stampa di Luigi Di Maio che ha semplicemente replicato inviandoci il comunicato stampa del Movimento 5 Stelle.

Che rapporto c’è tra Stamina e Conte?

C’è anche un’altra questione del passato di Giuseppe Conte che fa discutere: il suo appoggio o meno al cosiddetto “metodo Stamina”, una trattamento riconosciuto dalla comunità scientifica privo di qualsiasi validità e la cui applicazione ha prodotto anche dei procedimenti penali nei confronti di diversi imputati, tra cui il suo stesso ideatore, Davide Vannoni, che ha patteggiato un anno e dieci mesi).

Leggi anche >> Il post definitivo sul metodo Stamina

Conte e il lavoro da legale dei genitori di Sofia, la bimba “simbolo” del vicenda Stamina

Nel 2013 Conte è stato per diversi mesi l’avvocato della famiglia di Sofia De Barros, una bambina che soffriva di una malattia neurodegenerativa incurabile (poi morta lo scorso 31 dicembre). I genitori di Sofia, Guido De Barros e Caterina Ceccuti, all’epoca si stavano battendo nelle aule giudiziarie per far continuare alla propria figlia il trattamento con il “metodo” Stamina (che prevedeva 5 infusioni di presunte cellule staminali) presso gli Spedali di Brescia, dopo che il tribunale di Firenze a gennaio dello stesso anno aveva bloccato quello specifico trattamento per la bambina.

Dopo la decisione del tribunale fiorentino, un servizio della trasmissione televisiva “Le Iene” sulla vicenda aveva creato molto clamore intorno alla vicenda. La madre ai primi di marzo aveva anche scritto una lettera con una richiesta di aiuto all’allora ministro della Salute, Renato Balduzzi, il quale, pochi giorni dopo, aveva comunicato di aver incontrato i genitori di Sofia e di star cercando insieme a loro una soluzione concreta in tempi brevissimi. Balduzzi, che era stato attaccato duramente dopo il servizio de “Le Iene”, aveva precisato anche che “le ispezioni e le verifiche condotte da molti mesi e da più organi” sulle attività della Stamina Foundation presso gli Spedali di Brescia avevano trovato “gravi anomalie e problemi di sicurezza”, che mettevano “quelle procedure fuori dalle leggi europee e italiane”. Il ministro della Salute, tra le altre cose, si riferiva all’ordinanza dell’Aifa (cioè l’Agenzia italiana del farmaco) di maggio 2012, impugnata da Vannoni, che vietava la collaborazione dell’Ospedale bresciano con la onlus Stamina Foundation. Il “metodo” Stamina, era criticato per le sue procedure non a norma, per la sua non riscontrata valenza scientifica e il suo ideatore, inoltre, era finito sotto inchiesta, insieme a diversi dei suoi collaboratori, da parte della Procura di Torino.

Il 12 marzo, poi, il legale della famiglia, Giuseppe Conte, comunica che la bambina potrà tornare a Brescia per essere ricoverata, dopo il via libera agli Spedali di Brescia della seconda infusione di “cellule staminali” prodotte con metodo Stamina da parte del ministro Balduzzi, del presidente dell'Istituto Superiore di Sanità e del direttore generale dell'Aifa, scriveva Repubblica. Per Balduzzi si trattava di una decisione che conciliava «il rispetto delle norme e delle sentenze della magistratura con la situazione eccezionale nella quale si trova la bambina. Si tratta di quella soluzione concreta che, incontrando i genitori di Sofia mi ero impegnato a favorire entro sette giorni». A commento della notizia, Conte aveva dichiarato da Il Tirreno: «La situazione della piccola Sofia è molto particolare, perché la sua è una cura che si inquadra nell’ambito delle cure compassionevoli, vale a dire quelle somministrate in mancanza di una valida alternativa terapeutica su pazienti in pericolo di vita o esposti a gravi danni alla salute». L’avvocato della famiglia proseguiva specificando che per il futuro «non invochiamo genericamente il diritto alla salute o a cure compassionevoli ma chiediamo che Sofia completi un protocollo di cure che è stato già concordato, approvato ed eseguito con una prima infusione di cellule staminali. Un principio di civiltà giuridica secondo cui, al di là di provvedimenti amministrativi ed indagini di rilievo penale, il paziente deve completare il trattamento concordato con i sanitari che hanno responsabilità della cura. Nessun ostacolo giuridico può frapporsi al diritto di Sofia di ottenere il completamento del trattamento iniziato».

Due giorni dopo, però, la direzione degli Spedali fa sapere alla famiglia che Sofia non potrà completare l’intero trattamento “a meno di un'imposizione da parte delle autorità giuridiche o sanitarie nei confronti degli Spedali”. Una novità inaspettata a cui il legale della famiglia reagiva con queste parole, riportate da La Nazione: ''La situazione che ci viene attualmente prospettata ripropone una inaccettabile interruzione del trattamento terapeutico. È impensabile che a Sofia sia nuovamente sottratta la speranza, alimentata in seguito alla prima infusione, di una migliore qualità della vita. È impensabile offrire ai suoi genitori la prospettiva di rivivere l'angoscia già sperimentata in coincidenza con l'attesa della seconda infusione”. “I tempi della malattia di Sofia e l'accelerazione da questa impresa – prosegue Conte – non si confanno ai distinguo dei responsabili sanitari e ai tempi richiesti dalle verifiche giudiziarie in corso. Chiedo a tutte le Autorità e a tutti i Responsabili sanitari, come pure a tutti i nostri interlocutori in questa drammatica vicenda di assumersi la responsabilità – in scienza e coscienza, e ciascuno per quanto di sua competenza – di assicurare a Sofia il celere completamento del trattamento terapeutico già iniziato”.  

Il 19 marzo 2013, però, la situazione per Sofia si sblocca. Il tribunale di Livorno – dove nel frattempo i genitori avevano preso la residenza, spostandola da Firenze, per poter così rivolgersi a un altro giudice – accoglie il ricorso d’urgenza presentato da Conte e concede il completamento del “trattamento” Stamina alla bambina negli Spedali di Brescia. Circa quattro mesi dopo, poi, lo stesso Tribunale di Livorno, confermava la propria decisione. Un sentenza che seguiva l’entrata in vigore del cosiddetto “decreto Balduzzi” di marzo, modificato in Parlamento e approvato definitivamente a fine maggio dal Senato (con 259 sì, 2 no e 6 astenuti. Pochi giorni prima alla Camera i voti favorevoli erano stati 504 e un solo voto contrario), che consentiva a chi aveva già iniziato le terapie con il metodo Stamina di continuarle e prevedeva l'avvio di una sperimentazione del metodo Stamina – promossa dal ministero della Salute, con l’Aifa, il Centro nazionale trapianti e coordinata dall'Istituto Superiore di Sanità con la sola condizione della sicurezza dei pazienti – della durata 18 mesi per cui venivano stanziati 3 milioni di euro in due anni. Successivamente, a inizi ottobre del 2014, il comitato di esperti bocciò il “metodo” Stamina, con il ministro della Salute, Beatrice Lorenzin (subentrata a Balduzzi, dopo che il governo Letta ad aprile 2013 prese il posto dell’esecutivo Monti) suggerì come unica via “la soppressione del decreto Balduzzi”, aggiungendo che dal punto di vista “sanitario e scientifico la questione è chiusa, è conclusa”. Circa un anno dopo, il Parlamento definì un errore l'aver dato il via alla sperimentazione.

Riguardo l’impegno di Conte nella causa dei De Barros per far continuare il “trattamento” Stamina alla propria figlia, la famiglia ai media ha negato che l’avvocato lo abbia fatto perché simpatizzante del ‘metodo’ ideato da Vannoni: «Il professore ci aiutò, ci seguì legalmente nel ricorso per proseguire con le cure a Sofia, ma non lo fece perché sostenitore di Stamina, non era il metodo in discussione ma l'aiuto a una bambina malata». I genitori continuano raccontando che «era il 2013 e Sofia aveva fatto una prima infusione di staminali agli Spedali Civili di Brescia, approvata dal comitato etico dell'ospedale. Poi il tribunale di Firenze bloccò la terapia, e a quel punto decidemmo di fare ricorso, e tramite un amico di famiglia contattammo il professor Conte». «Il professor Conte – spiega ancora Caterina Ceccuti al Corriere della Sera – dimostrò una grande sensibilità alla causa di Sofia perché non volle nulla in cambio, lo fece pro bono, perché penso si sentisse toccato dalla vicenda avendo anche lui un figlio più o meno della stessa età. Accettò anche per il fatto che la cura era regolarmente somministrata da un ospedale pubblico, e che c’erano le basi per la continuità terapeutica: la bambina aveva già iniziato la terapia».

Lo stesso Davide Vannoni – su cui la Procura di Torino, lo scorso 15 maggio, ha chiesto un nuovo rinvio a giudizio per un’indagine sull’applicazione della sua “terapia” all’estero in Georgia, nonostante nel patteggiamento del 2015 si era impegnato a rinunciare a proseguire l’applicazione del “trattamento” –, sentito dalla trasmissione radiofonica ‘Un giorno da Pecora’ ha dichiarato di non aver mai conosciuto Giuseppe Conte: «Non ci ho nemmeno mai parlato direttamente. Conte è uno dei mille avvocati che hanno sostenuto altrettante richieste di pazienti che cercavano di ottenere le cure Stamina presso l'ospedale di Brescia».

Conte e l'associazione “Voa Voa Onlus – amici di Sofia”

Altra questione sollevata nel dibattito sul possibile sostegno di Conte a Stamina, è quella relativa al suo ruolo all’interno dell’associazione ‘Voa Voa Onlus – amici di Sofia’, il cui presidente e legale è sempre Guido De Barros, padre di Sofia.

In un articolo di ieri, il Manifesto, raccontando i rapporti intercorsi tra l’avvocato Conte e la famiglia De Barros, scrive anche: “Non si è trattato solo di un impegno professionale, tanto è vero che Conte figura anche – con l’attrice Gina Lollobrigida (...) – tra i promotori di una fondazione che si batte proprio per la «libertà di cura»”.

Come riportano Repubblica Firenze e Corriere Fiorentino (i due articoli sono identici, quindi hanno un’unica fonte, forse un’agenzia o un comunicato stampa) di cinque anni fa, il 26 giugno 2013, nasce a Firenze il Comitato Promotore della Fondazione 'Voa Voa', “dal titolo del libro che Caterina Ceccuti ha scritto e dedicato alla sua bimba, Sofia, 3 anni e mezzo, divenuta il simbolo della battaglia per l'accesso alle cure compassionevoli da parte di persone affette da malattie rare”. Gli articoli spiegano che Gina Lollobrigida era componente e fondatrice del Comitato: «Voa voa – ha ricordato Lollobrigida – era il modo in cui Sofia diceva 'vola vola' prima di ammalarsi». Si legge inoltre che tra i componenti del comitato figurano, “oltre i genitori di Sofia” e “Lollobrigida”, l'avvocato Giuseppe Conte. In un altro articolo de La Nazione, del 27 giugno 2013, viene specificato che la firma dell’avvocato Conte, insieme a quelle dei genitori di Sofia e di Lollobrigida, compare nell’”atto notarile” del comitato. I giornali riportano poi che prima beneficiaria sarebbe stata “la Fondazione Stamina che si occupa delle cure compassionevoli presso gli Spedali Civili di Brescia”.

Qualche settimana dopo, media locali riportano la notizia che erano stati raccolti “ben 21.550 euro” tramite l’asta di beneficenza promossa dal Comitato «Voa Voa! onlus» per sostenere le cure di bambini gravemente malati e che la somma ottenuta sarebbe stata interamente utilizzata “per l’acquisto di materiale da laboratorio necessario ai biologi di Stamina Foundation così da portare avanti le cure compassionevoli sui bambini gravemente malati, come la piccola Sofia De Barros, negli Spedali Civili di Brescia”.

La famiglia De Barros, però, nega anche che Conte aderì all’associazione: «Noi volevamo fare una fondazione, e avevamo istituito un comitato con dentro anche personaggi celebri come la Lollobrigida. Lui non era incluso, e non partecipò a nessuna riunione. Poi peraltro l'idea della fondazione naufragò, e facemmo un'associazione 'Voa Voa', con la quale Conte non ha nulla a che fare». Nell’atto costitutivo dell’associazione “Voa Voa! Onlus - Amici di Sofia”, che porta la data del 24 ottobre 2013, il nome di Conte non compare.  

Per capire meglio la questione, abbiamo contattato sia l’associazione Voa Voa che Claudio De Barros. L’associazione e il suo presidente hanno confermato e ribadito a Valigia Blu quanto dichiarato ieri ai media. Alla domanda se i giornali si fossero sbagliati nel riportare il nome di Conte tra i firmatari dell’atto notarile della fondazione, De Barros ha risposto che non si trattava di un errore: “Volevamo includere Conte fra i fondatori in qualità di legale (utile alla causa), annunciandolo nel comunicato stampa, ma successivamente è stato Conte stesso a voler limitare il suo sostegno esclusivamente al ricorso in tribunale”.

Riguardo infine i 21.550 euro raccolti dal comitato Voa Voa nel luglio 2013 e utilizzati “per l’acquisto di materiale da laboratorio necessario ai biologi di Stamina Foundation”, Vannoni ha dichiarato sempre a ‘Un Giorno da Pecora’ che la sua fondazione non ha mai ricevuto finanziamenti da nessuno, compreso ‘Voa Voa’.    

È doveroso da parte del giornalismo verificare quanto dichiarato dai politici, e quindi è doveroso verificare la veridicità di quando dichiarato nel curriculum. Non si può vedere in questo un tentativo di screditare. Ma è altrettanto doveroso riportare in modo corretto le questioni (vedi i titoli sulla "specializzazione" a New York di cui Conte non ha mai parlato, il tentativo di verificare affermazioni mai fatte e l'accusa di sostegno a stamina – qualcuno ha anche titolato "il prof. Stamina" e questo di certo non fa onore al giornalismo).

Siamo in un paese in cui l'asticella è molto bassa, in altri paesi quando un Ministro dice il falso sul suo titolo di studio, come è successo con la Ministra Fedeli, ci sono conseguenze e ci si ritira dalla vita politica. Tanto per fare un esempio (ce ne sarebbero altri: dalle accuse di plagio alle condanne per corruzione). Il curriculum del professor Conte, in un contesto in cui di fronte a situazioni ben più gravi non succede nulla, sembrerebbe poca cosa. C'è un "però" importante a nostro avviso: un movimento, che ha fatto della trasparenza, dell'onestà e dell'essere totalmente differenti rispetto al sistema che dice di combattere la propria identità e su questo ha vinto le elezioni, non può permettersi una simile "scivolata" (per scivolata, visto che alcuni lettori ci chiedono di chiarire, ci riferiamo alle parti del Cv non precise, o "gonfiate", o quella specifica sulla designazione al Social Justice Group che non è risultata tale) .

Foto in anteprima via Ansa

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