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Intercettazioni: Fnsi, il 9 giornata del silenzio. Autobavaglio?

8 Luglio 2010 4 min lettura

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Intercettazioni: Fnsi, il 9 giornata del silenzio. Autobavaglio?

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3 min lettura

Il 2 febbraio 1956 l’entroterra siciliano ha le piane aride e fredde. Ma le strade di Partinico si affollano. Un migliaio di cittadini, operai, intellettuali, disoccupati scioperano contro la mancanza di lavoro, pretendono la realizzazione dei propri diritti. A guidarli, Danilo Dolci, sociologo, poeta, grandissimo esponente della scena intellettuale italiana, protagonista indiscusso di lotte sociali e politiche votate al principio della nonviolenza. I cittadini siciliani scendono in strada e iniziano a sistemarla. In più di mille si sporcano le mani e si affaticano le schiene, perché in terra di disoccupazione, lo sciopero deve essere al rovescio. Lo sciopero dall’inattività è lavoro: se la protesta di un operaio prevede di non produrre, al disoccupato non resta che creare, manipolare, cambiare il volto delle proprie strade, dei campi lasciati in disuso. Trasformare le sembianze ha un valore altissimo. E’ lo svelamento dell’inganno, dell’interesse che, giustificandosi, zittisce le proteste. La vecchia formula del “non c’è lavoro” non regge, non dinanzi a una strada che viene sistemata, non dinanzi a un percorso riaggiustato. Il lavoro c’è, bisogna saperlo vedere.

“Enorme possibilità, enorme spreco”, diceva Dolci. Sul terreno lasciato all’incuria, non esiste uomo che lo lavora. Nessuna figura umana che agisca e che segua un progetto di intervento, che nutra la speranza di un miglioramento. Ma la speranza nasce sulla base dell’esperienza, di quel tipo di esperienza che ci fa conoscere le possibilità, che non ci tiene all’oscuro dei cambiamenti, ma ce li affonda nella carne, e li riporta agli occhi, puntati su un percorso a cui stravolgiamo la direzione. Progettare diventa allora un sistema di vita, ancor prima che di lavoro. La speranza - secondo Dolci - è ben diversa dall’illusione, fonda se stessa sull’intenzione di procedere, un procedere che è soltanto spingere i passi, ma saper aspirare, avere il senso della direzione.

Programmare le proprie decisioni significa rendersi conto dell’esterno e calibrare la propria posizione e le proprie volontà. Nel caso dell’esperienza di Dolci, la terra spenta diventa un falso mito proprio quando le mani dell’uomo, coscienti della menzogna, affondano nella realtà, nella terra, nel cemento, e la modificano.

A distanza di mezzo secolo, abbiamo anche noi le nostre aridità, abbiamo spazi da cui siamo esclusi, e in cui dobbiamo rimettere le mani. Si vuole impedire la partecipazione dei cittadini all’informazione, limitarne la libertà di scelta e di opinione: disertiamo gli spazi della critica.

Il sindacato Fnsi ha deciso per lo sciopero, non a rovescio questa volta. Nella giornata del 9 luglio, editori e giornalisti resteranno in silenzio. Certo, la scelta ha motivazioni innegabili: l’astensione vuole dimostrare, non soltanto la contrapposizione alla legge bavaglio, ma anche lo scenario di silenzio che calerebbe sui cittadini qualora fosse emendata. Tuttavia, la forza morale di uno sciopero di questo tipo non è pari a un immaginario possibile, ma escluso dalle intenzioni, ovvero quello di un’eco diversa, sulla scia di Dolci. Una giornata di informazione a tappeto, di inchieste e resoconti di ciò che non avremmo mai potuto sapere, di ciò che non potremmo più conoscere. Dossier, intercettazioni, casi risolti e in corso di valutazione, stimolo pressante alle domande dei lettori.

Lo sciopero della Fnsi non colpirà quell’opinione pubblica già poco incline all’informazione. In molti alzeranno le spalle e liquideranno la faccenda senza comprenderne intenzioni e portata. Quella parte di Italia che ancora non accetta la gravità del disegno di legge non si interrogherà sulle ragioni dello sciopero, e per un semplicissimo motivo. Non li riguarda. E chi li esclude dalla situazione sono anche i giornalisti e gli editori responsabili di questa scelta. Scioperando, l’informazione si contrappone alle scelte del governo; benissimo. Ma lo fa escludendo i cittadini, togliendo loro ogni possibilità di partecipazione alla protesta. Cosa resta a un lettore, dinnanzi a uno sciopero dell’informazione? Dove può incanalare le proprie volontà? Dove lascerà il proprio segno? Immaginando, al contrario, una distribuzione gratuita di quotidiani, inserti speciali, edizioni di esplicita denuncia, se non altro si sarebbe potuto quantificare il numero di fruitori, se non altro avremmo potuto avere una stima degli sguardi e dei pensieri coinvolti da quelle notizie.

Allora sì che l’opinione pubblica avrebbe giocato un ruolo fondamentale, quello stesso che la legge bavaglio minaccia e che è base irrinunciabile della democrazia. Silvio Berlusconi ha dimostrato ancora una volta di essere più intuitivo di altri: invitando i cittadini a non acquistare i quotidiani ha infatti riannodato il filo rosso che lo lega ai suoi elettori. Il Premier sa chiamare i cittadini in campo, appellandosi al loro sostegno. E’ una strategia del tutto legittima, che evidentemente manca sugli altri fronti. I lettori sono la forza del processo democratico e nessuno sciopero potrà valere quanto il peso di un’opinione pubblica in mobilitazione.

E’ ingenuo pensare che lo sciopero accenderà la coscienza critica di quel pubblico già disinteressato: sarà troppo semplice l’attacco alla categoria, troppo facile accettare il silenzio e utilizzarlo per rivestire, ancora una volta, la propria indifferenza.

Arianna Ciccone, animatrice del gruppo Valigia Blu e voce critica riguardo alla decisione della Fnsi, ha sostenuto che “chi tace non si sente”. Parlate. Noi vogliamo ascoltare.

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