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La liquidazione di Memorial, custode della memoria dei crimini di massa nell’URSS, è un messaggio anche all’Occidente

10 Aprile 2022 21 min lettura

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La liquidazione di Memorial, custode della memoria dei crimini di massa nell’URSS, è un messaggio anche all’Occidente

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di Gianluca Falanga*

Sono immagini insopportabili, come quelle delle città ucraine assediate e devastate che ci affliggono da ormai oltre un mese. Fa molto male vedere le sedi di Memorial a Mosca oltraggiate dalle perquisizioni delle forze speciali della Guardia nazionale, gli agenti col volto coperto da passamontagna che portano via materiali sequestrati sotto gli occhi di attivisti provati, trattenuti in ostaggio per ore, costretti ad assistere impotenti allo sfregio dei loro uffici. Fa male perché sappiamo che non si tratta dell’ennesimo atto di intimidazione contro l’organizzazione custode della memoria delle vittime del totalitarismo sovietico, la più longeva e autorevole ONG russa per la difesa dei diritti umani. Questa volta è diverso. Ce lo dicono quelle Z lasciate sui muri, imbrattate a sfregio sulle pareti delle stanze e su una lavagna a fogli, è la Z che contrassegna i carri armati che hanno invaso l'Ucraina, la stessa esibita, nuovo simbolo di sopraffazione, dalla folla osannante dei sostenitori di Putin all'inquietante adunata oceanica dello stadio Lužniki.

“Basta Memorial!” La Z lasciata dalle forze speciali OMON della Guardia nazionale durante la perquisizione della sede di Memorial International a Mosca lo scorso 4 marzo 2022 (Fonte: Alexandra Polivanova)

Ho provato a immaginare le stanze del nostro museo della Stasi a Berlino perquisite alla stessa maniera, la polizia che irrompe negli uffici dell’associazione che l’ha istituito e lo gestisce dal 1990, associazione fondata da attivisti dell’opposizione ed ex detenuti politici della Germania orientale, dunque con le stesse radici e idealità di Memorial, gli agenti che rovistano con sprezzo negli scaffali alla presenza dei colleghi increduli, che sequestrano computer e faldoni con la documentazione archiviata del lavoro degli ultimi trent’anni. Mi ha preso un senso di nausea e di angoscia e mi sono ricordato di quando, dodici anni fa, cominciai a collaborare col museo e presso le prigioni della Stasi a Berlino-Hohenschönhausen, mi dissero: l’elaborazione del passato comunista in Germania può guardare a due esperienze, una è quella del decennale percorso di elaborazione della traumatica eredità del nazismo, l’altra è Memorial.

Ho pensato: la liquidazione di Memorial International ordinata dalla Corte suprema russa è un atto di guerra. Di una guerra che Putin ha deliberatamente scatenato, stroncando immaginari di un’epoca che s’illudeva di averla bandita, la guerra in Europa, dopo il sangue della Jugoslavia, riportandola invece in tutta la sua ferocia in quelle “terre di sangue”, come le ribattezzò Timothy Snyder, dove un secolo fa si accanirono e intrecciarono le sanguinarie politiche di Hitler e Stalin, precisamente in un territorio che fu teatro di efferati eccidi e pogrom durante la guerra civile russa e sul quale poi, nell’arco di poco più di un decennio fra il 1932 e il 1943, si abbatterono prima la sciagura dell’Holodomor, quindi l’occupazione nazista e gli indicibili massacri della Shoah. Stiamo assistendo a una tragedia che resuscita i cattivi spiriti e rievoca i peggiori drammi del secolo passato, ne squarcia le ferite, ne risveglia i traumi sepolti. E proprio la storia, quella del Novecento e dell’ultima guerra mondiale, la più delicata e sensibile nella pluralità di memorie dei popoli europei, è lo spazio che Putin ha brutalmente invaso, prima di muovere le sue armate.

Chi conosce la vicenda di Memorial, chi ha consapevolezza del suo antagonismo rispetto a un regime autocratico che ha preso in ostaggio la storia e la memoria del suo popolo, che negli ultimi anni ha sempre più drasticamente zittito tutte le voci che disturbano l’univocità della grande narrazione patriottica della storia russa funzionale al consolidamento del potere, non può meravigliarsi del fatto che Putin abbia lanciato una guerra caratterizzata dall’intossicazione della memoria pubblica, dalla profanazione del significato delle parole e dei concetti politici (“denazificare” gli ucraini) e dalla più spudorata e irresponsabile strumentalizzazione della storia. L’attacco all’Ucraina è la continuazione della storia con altri mezzi, ha ben rilevato il ministro degli Esteri francese Le Drien nel suo vibrante discorso in difesa di Memorial dello scorso 10 marzo, è «manifestazione di un duplice revisionismo a mano armata», storico e geopolitico, che vuole riscrivere il passato negando, tramite il ricorso alla distorsione della verità storica e all’aggressione militare, l’integrità territoriale e il diritto stesso all’esistenza degli ucraini come soggetto, non oggetto della propria storia: l’Ucraina è un incidente, da correggere con la guerra.

Questa guerra esalta in forma conclamata e aggressiva fenomeni, ormai ben noti agli studiosi, di forzatura strumentale dei fatti storici, di deliberato inquinamento del dibattito pubblico sulla storia per interesse ideologico o politico. Si tratta di tendenze niente affatto esclusive della situazione russa, se pensiamo all’etnicizzazione della lettura dei crimini di massa, all’abuso del concetto di genocidio, riscontrabile in tutta l’area uscita dalla cattività sovietica, ma anche in Italia, per esempio con la vicenda delle foibe. La qualità nuova e inquietante di ciò che si manifesta per la prima volta nel drammatico passaggio che stiamo vivendo in questi giorni sta nella simbiosi fra distorsione del passato e contraffazione del presente, nella dinamica che vede la manipolazione della storia e dell’informazione interfacciarsi e compenetrarsi, potenziandosi a vicenda. Oggi, potremmo dire, non è solo l’ignoranza del passato a causare l’incomprensione del presente, come diceva Marc Bloch, è piuttosto la tendenziosa falsificazione del passato che vediamo intervenire nel presente a intorbidirlo, a generare paesaggi orwelliani di stravolgimento del linguaggio col quale ci sforziamo di penetrarlo e comprenderlo: la guerra è pace, la libertà è schiavitù, l’ignoranza è forza.

Contro il ratto della storia e l’oblio della memoria

Chi controlla il passato controlla il futuro. Chi controlla il presente controlla il passato. Così pensava Winston, il protagonista del celeberrimo romanzo distopico 1984, mentre passava le giornate a manipolare i documenti storici negli archivi del Ministero della Verità per rendere il passato conforme alla dottrina del potere. La soppressione della memoria di eventi sconvenienti, per esempio degli immani massacri staliniani o delle sistematiche repressioni in decenni di oppressione politica, è stato sicuramente uno dei tratti più caratteristici ed essenziali della dittatura comunista, in Unione sovietica come in Polonia, Ungheria o nella Germania dell'est. Per questo la lotta della dissidenza anticomunista e della resistenza antisovietica fu sempre anche e soprattutto una lotta per la verità contro le falsificazioni ideologiche della storiografia ufficiale, il sequestro della storia, l’oblio della memoria.

È in questa lotta che stanno le fondamenta di Memorial. Sono radici profonde, piantate nella storia sovietica, nelle speranze suscitate dalla destalinizzazione in centinaia di migliaia di internati sopravvissuti al Gulag, che volevano raccontare ed essere ascoltati, negli sforzi dei familiari delle vittime di esecuzioni e deportazioni di massa per ottenere giustizia, la riabilitazione dei loro cari e spiegazioni. Poi venne il coraggio di chi negli anni sessanta e settanta, rischiando la galera, l’emarginazione sociale o l’espulsione, faceva circolare clandestinamente scritti vietati e bollettini samizdat come la leggendaria Cronaca degli avvenimenti correnti, che dal 1968 al 1983 documentò minuziosamente abusi e repressioni quotidiane, l’inesistenza di uno stato di diritto, tenendo viva e vigile la coscienza di almeno un segmento della pubblica opinione e creando quel connubio inscindibile, poi ereditato da Memorial, fra lotta per la verità e impegno a tutela dei diritti umani e civili. Le rivendicazioni della dissidenza ricevettero nuova spinta dalle disposizioni dell’Atto finale di Helsinki del 1975 sulle libertà fondamentali dell'uomo, firmate dal Cremlino e satelliti per interesse a consolidare la loro reputazione internazionale, ma che si rivelarono un prezioso punto di riferimento per gli attivisti dei cosiddetti Gruppi di Helsinki , brutalmente repressi col carcere o l’internamento in strutture psichiatriche. 

Memorial si costituì nel 1987 accogliendo l’urgente richiesta di verità e conoscenza storica stimolata dai principi di riforma e trasparenza della nuova stagione gorbačëviana. Il nome era un programma: Memorial significa in russo monumento ma anche coscienza. Nacque come movimento civile spontaneo, il primo in assoluto nella barcollante URSS, intorno all'iniziativa per la realizzazione di un monumento alla memoria delle innumerevoli vittime dello stalinismo ovvero espressione di un bisogno di creare luoghi di memoria come segnali dell’irreversibilità della cesura politica rispetto al passato. Le autorità sovietiche negarono il permesso di costituirsi in associazione, ma quando nel dicembre 1989 morì Sacharov, il fisico dissidente e primo illustre presidente di Memorial, Gorbačëv promise alla vedova la registrazione della prima ong russa della storia. Intanto milioni scendevano in piazza in tutto il paese al grido di “vogliamo sapere” e, sotto la pressione dell’insaziabile fame di giustizia storica, si aprirono gli archivi. Ne fuoriuscirono verità sconcertanti sulle numerose pagine traumatiche e criminali della storia sovietica: il protocollo segreto del Patto Hitler-Stalin del 1939, le prove del massacro di Katyń, gli infiniti elenchi delle persone da giustiziare firmate da Stalin, le confessioni preparate per condannare a morte milioni di cittadini sovietici. La verità scosse l’autorità del regime alle fondamenta, il rapido sgretolarsi della società, tensioni e conflitti che montavano fra le nazionalità e il peso insostenibile della crisi economica accelerarono il processo di dissoluzione dello Stato sovietico.

Mentre il primo Stato comunista della storia implodeva come un castello di carte e abbandonava il palcoscenico della storia, in numerose città della Russia e delle altre repubbliche ex sovietiche sorgevano sezioni di Memorial impegnate a raccogliere testimonianze, lettere, diari, fotografie, documenti personali e opere d’arte prodotte dai detenuti, una quantità enorme di dati e materiali biografici riguardanti migliaia di vittime dei crimini staliniani, non trascurando al contempo di prestare sostegno sociale alle famiglie colpite da persecuzione politica e assistenza giuridica per affrontare i processi di riabilitazione, per ottenere cure mediche e pensioni di invalidità. Approfittando della (temporanea) apertura degli archivi i ricercatori dell’associazione copiarono migliaia di documenti che oggi, per la richiusura degli archivi di Stato sovietici, non sono più disponibili. Il 30 ottobre 1990 fu posta proprio davanti alla Lubjanka, storica sede della polizia segreta (con annesse celle e camere di tortura nelle cantine), la pietra di Soloveckij, una roccia proveniente dalle isole dove nel 1920 Lenin fece allestire uno dei primi campi di concentramento per i “nemici del popolo”. Da allora, ogni 30 ottobre, giornata nazionale di commemorazione delle vittime delle repressioni politiche in Russia, gli attivisti di Memorial leggono i nomi delle persone uccise a Mosca durante il Grande Terrore del 1937/38.

Foto 2: I registi del Grande Terrore: Stalin e il capo della polizia segreta Nkvd Nikolaj Ežov (Fonte: Memorial Italia)

Oltre al primo monumento alle vittime del Gulag e delle colonie punitive, fu creato un grande archivio pubblico, presto affiancato da un primo centro studi, una biblioteca e un’esposizione museale con oltre 4000 oggetti della vita quotidiana nei campi di internati e detenuti politici. In parte, le banche dati inerenti l’era del terrore sovietico furono rese disponibili anche in rete, ricordiamo il progetto del Museo virtuale del Gulag, realizzato dalla sezione Memorial di San Pietroburgo, consultabile anche in lingua inglese e tedesca. All’effervescenza organizzativa, che si espresse in un’intensa e articolata azione di divulgazione e sensibilizzazione democratica, tramite mostre, iniziative civiche, programmi per le scuole, progetti di ricerca e pubblicazioni, si accompagnò la diversificazione dei settori di attività. Fu intrapreso un immenso lavoro di scavo e ricerca storico-archeologica, per l’individuazione delle fosse comuni utilizzate negli anni trenta e per identificare le vittime. Nel 1991 aprì a Mosca il Centro per i diritti umani, che non tardò ad attirarsi le attenzioni irritate delle autorità. A causare i primi attriti fu l’intervento militare in Cecenia, in occasione del quale Memorial lanciò le prime campagne di informazione e monitoraggio delle violenze perpetrate dai soldati russi contro la popolazione civile, anche attraverso l’invio di osservatori nelle aree di guerra. Partirono, inoltre, programmi di assistenza ai rifugiati e di sensibilizzazione contro il razzismo, le discriminazioni etniche e il dilagare dell’estremismo neofascista, impegno in prima linea che è costato la vita a coraggiosi attivisti come Nikolai Girenko, assassinato nel 2003 per aver testimoniato in processi contro organizzazioni neonaziste russe, ma anche Natalja Estemirova, rapita e uccisa a Grozny nel 2009.

La saldatura di memoria delle violazioni dei diritti umani del passato, monitoraggio e documentazione di quelle del presente e assistenza sociale alle vittime di persecuzione politica di ieri e di oggi avrebbe reso Memorial scomoda per qualunque governo, perché tale combinazione è radicata nella convinzione che nessuna società democratica possa fare a meno di una di queste componenti. In Russia, già durante la presidenza Eltsin il clima sociale favorevole all’elaborazione critica e alla riconciliazione con il passato repressivo sovietico prese a mutare. L’attenzione per gli sforzi di elaborazione dei traumi della storia si ridusse nel corso degli anni novanta sensibilmente, per una serie di fattori. Il dramma socioeconomico della transizione dal sistema dell’economia di piano al mercato libero, aggravato da una sconsiderata politica di liberalizzazioni selvagge, le difficoltà incontrate nel percorso di costruzione di strutture democratiche e una profonda crisi d’identità della popolazione russa, orfana dell’impero, generarono una forte richiesta di ordine e stabilità, accompagnata da crescente sfiducia nell’ideale democratico. A ciò si aggiunsero le cosiddette “guerre di memoria” con gli altri popoli in uscita dalla cattività sovietica: le nuove repubbliche ex sovietiche adottarono tutte narrazioni nazionalistiche e vittimistiche incentrate sull’immagine dell’URSS prigione dei popoli, addossando le colpe delle repressioni (caricate anche di un carattere genocida) sulla Russia quale paese perpetratore dei crimini della storia sovietica. La società russa reagì respingendo ogni senso di colpa e rimuovendo ogni responsabilità, lasciando irrisolta la questione più delicata che poneva Memorial: per interrompere la catena di perpetuazione della violenza non basta ricordare le vittime, bisogna parlare anche dei perpetratori, nominarli, sottrarli alla protezione dell’anonimato, esplicitare chi porta la responsabilità della violenza, quali istituzioni sono state registe ed esecutrici del terrore, chi e perché, con quali motivazioni anche personali, ha operato come manovalanza della repressione.

Targhetta biografica del progetto di Memorial “Ultimo indirizzo conosciuto”, ispirato alle pietre d’inciampo davanti alle case delle vittime della Shoah, ricordano l’ultimo indirizzo di domicilio delle persone arrestate dalla polizia segreta (Fonte: Memorial Italia)

Venne così progressivamente a mancare quella pressione proveniente dalla società civile che altrove, in Polonia, nella Repubblica ceca come nei paesi baltici e in Germania, impose alle istituzioni democratiche di rispondere alla richiesta popolare di una vasta e profonda elaborazione pubblica dei traumi storici, senza trascurare il nodo delle responsabilità politiche e istituzionali. Il processo al PCUS, celebrato nel 1992, in piena crisi economica, si chiuse senza dare alcun segnale di netta cesura fra il regime totalitario e il nuovo sistema, non ci furono procedimenti di rilievo contro dirigenti del partito e della polizia segreta né lustrazione ovvero la rimozione dall’amministrazione pubblica del personale compromesso col passato regime, come in quasi tutti i paesi ex socialisti dell’est europeo. Gli archivi presto si richiusero, quelli del Kgb subito: nel 1992 i dirigenti del servizio segreto riuscirono a evitare il previsto versamento di gran parte dei loro documenti all’archivio di Stato, adducendo come motivazione l’interesse operativo che ancora avevano quelle carte. Fu così impedito che i documenti della polizia segreta venissero consegnati alla comunità scientifica e all’opinione pubblica, come avveniva contemporaneamente in Germania con gli archivi della Stasi. Fu così impedita la riflessione pubblica sul ruolo dei servizi come strumento del terrore e non fu mantenuta nemmeno la promessa, fatta da Eltsin, di riformare l’apparato di sicurezza per spezzare la continuità istituzionale e personale del KGB con la nuova agenzia FSB.

Memorial come l’Ucraina: un incidente della storia da correggere

Era il preludio a un progressivo e inesorabile rovesciamento degli orientamenti e dei paradigmi di lettura della storia dell’era gorbačëviana e della prima stagione post-sovietica, in coincidenza col sempre più esplicito rigetto e abbandono dei valori democratici. I russi cominciarono a guardare alla mobilitazione sociale e al movimento democratico formatosi nel periodo della Perestrojka, alla caduta del Muro di Berlino e alla fine della Guerra fredda come a una sconfitta, un’umiliazione, allo scioglimento dell’URSS come a un deplorevole incidente della storia, una sciagura (in sintonia con questo sentimento, Putin la definirà “la più grande catastrofe geopolitica del mondo contemporaneo”). La riabilitazione del passato sovietico procedette di pari passo col risorgere dell’idea di una Grande Russia neoimperiale, ispirata da ansie di riscatto nazionale e di ripristino del rango di grande potenza del paese. Maturava sin da allora quella che è poi andato manifestandosi sempre più chiaramente come un nuovo ibrido ideologico, l’ideologia del Russkij Mir, del “mondo russo”, che fonde – come spiega Andrea Graziosi – elementi della religione ortodossa, del messianismo russo, della tradizione militare sovietica e dello stalinismo: l’aspirazione a «una sfera geografica a base slava […] che ha radici storiche e spirituali a Kiev e un centro di comando a Mosca, diverso profondamente da quello occidentale perché legato a valori tradizionalisti e maschilisti, che afferma autorità e tradizione», un mondo che ha in massimo disprezzo l’Occidente corrotto e corruttore, pavido e arrogante, ostile ma tigre di carta, impero delle menzogne (immaginario già sovietico, si trova anche nei file della Stasi), l’Occidente privo di veri valori, l’Occidente “gay”, al quale opporre i genuini valori tradizionali della civiltà russa, stringendosi attorno alla guida di un leader autorevole, l’uomo forte capace di tenere insieme russi, bielorussi e ucraini. (Peccato che questi ultimi vogliano andare per la loro strada!)

Fin dal suo approdo al Cremlino, Putin diede dimostrazione della più ferrea volontà di porre sotto il controllo dello Stato l’interpretazione della storia e la memoria pubblica, per forgiare una grande narrazione patriottica, tutta fatta di eroi, martiri e vittorie, una narrazione positiva, nella quale non c’è posto per una revisione critica del ruolo dell’URSS nella Seconda guerra mondiale né, più in generale, per l’elaborazione dell’eredità politica, sociale e umana della decennale dittatura sovietica in Russia, come portata avanti da Memorial, divenuta nel frattempo una consolidata rete internazionale, con centro a Mosca e una sessantina di sezioni in Russia, Ucraina, Kazakistan, Lettonia, Germania, Belgio, Repubblica ceca, Francia e Italia, con organizzazioni territoriali e strutture specialistiche con il Centro storico-scientifico di San Pietroburgo, dedicato allo studio delle forme di repressione politica nell’URSS.

Mappatura (consultabile anche in inglese) della "necropoli" sovietica, cioè di tutti i siti a oggi conosciuti dove avvennero esecuzioni e sepolture di massa, dal Terrore rosso di Lenin alla collettivizzazione, al Grande terrore di Stalin fino alla liquidazione dell'Arcipelago Gulag (Fonte: Map of memory)

Le descrizioni di Putin come piccolo zar o novello Stalin sono superficiali semplificazioni, che non riescono a cogliere il senso profondo della raffinata operazione che il presidente russo ha saputo realizzare sul terreno della strumentalizzazione identitaria della storia. L’ossessiva propaganda di Stato è riuscita a marginalizzare gli aspetti più critici e negativi della storia dell’URSS, dominanti nella memoria pubblica del primo decennio post-sovietico, ripristinando l’immaginario staliniano di un paese circondato da forze ostili, umiliato e assediato dall’esterno e minacciato all’interno da un’opposizione antipatriottica, “quinta colonna” dell’Occidente. Ma in Russia non troviamo una banale riabilitazione dello stalinismo, il quadro è ben più articolato e ambivalente, iniziative di restaurazione come il ripristino delle statue di Stalin o del capo della polizia segreta bolscevica Felix Dzeržinskij convivono con gli sforzi del governo per realizzare musei e istituzioni commemorative delle vittime dei crimini staliniani. Solo quattro anni fa, nell’ottobre 2017, in occasione della Giornata della memoria delle vittime delle repressioni e in concomitanza col centenario della Rivoluzione d’Ottobre, Putin inaugurò insieme al patriarca di Mosca Kirill il Muro del pianto, un’istallazione al centro della capitale russa, dedicata a tutte le vittime del Terrore rosso bolscevico e del Grande terrore staliniano. Contemporaneamente, si è liquidata con un espediente (bollette della luce non pagate) la fondazione Perm-36, sostenuta da Memorial, rimettendo il museo sotto il controllo comunale. Ricordo quando il nostro Memoriale di Hohenschönhausen a Berlino fu costretto a interrompere la collaborazione con quello che è l’unico campo Gulag conservato: la mostra era stata completamente stravolta per adeguarla alla narrazione ufficiale, secondo la quale gli internati erano “nemici dell’URSS” e criminali comuni, il lavoro forzato dei prigionieri-schiavi era comunque servito a modernizzare l’URSS, contribuendo al conseguimento della vittoria nella Grande guerra patriottica contro il nazismo. Ogni riferimento al valore della dignità della persona e dei diritti umani era stato cancellato, per far posto al racconto della vita quotidiana dei carcerieri.

Giacca di un deportato tedesco al campo Gulag di Vorkuta, esposta al museo del Memoriale Prigioni della Stasi di Berlino-Hohenschönhausen (Foto: Gianluca Falanga)

Le contraddizioni nella politica della memoria di Stato putiniana sono solo apparenti: l’ex colonnello del Kgb ha fatto mettere sotto controllo istituzionale la diffusione delle interpretazioni ufficiali della storia nazionale, ha promulgato nel 2014 e nel 2020 norme presidenziali che puniscono la cosiddetta “riabilitazione del nazismo”, vietando la divulgazione di «false informazioni sulle attività dell’Unione sovietica durante la Seconda guerra mondiale» – non si vuol tollerare qualsiasi cosa disturbi la narrazione della nazione vittoriosa nella Grande guerra patriottica, i crimini commessi dall’URSS nella prima fase della guerra, la brutale spartizione e occupazione della Polonia, le deportazioni di massa dai paesi baltici, la consegna di antifascisti tedeschi alla Gestapo – e ha intrapreso un’azione di repressione delle realtà associative più impegnate, con la volontà evidente di contendere alla società civile il predominio della memoria pubblica. In questo modo, Putin è riuscito a imporre in Russia una memoria ambivalente, una narrazione che presenta il popolo russo come vittima dei crimini comunisti. Il culto delle vittime tace i carnefici e offusca i meccanismi che resero possibili i massacri, in Russia si può condannare il terrore staliniano ed esaltare le doti di grande statista del tiranno georgiano, capace di modernizzare il paese e guidarlo alla vittoria sul nazismo. Legittimando la violenza staliniana come mezzo necessario a governare un impero, a rendere moderno un paese arretrato, farne una potenza capace di costruirsi la bomba atomica e di andare alla conquista dello spazio, si sono invertiti i paradigmi della stagione gorbačëviana, ispirati dalla lotta per i diritti civili e democratici e che si proponeva di raggiungere l’obiettivo di un superamento di una cultura della violenza di governo, che ha profonde radici nella storia della Russia.

La legge del 2012 che ha obbligato tutte le associazioni pubbliche che ricevono finanziamenti dall’estero (anche solo un premio in denaro o una donazione di privati) e possono esercitare un’influenza sull’opinione pubblica ad iscriversi al registro degli “agenti stranieri” e a riportare tale dicitura come contrassegno ogni volta che si rivolgono al pubblico (anche solo in un post su Facebook) ha segnato il cambio di marcia nella contrapposizione frontale all’Occidente come nell’evoluzione autoritaria e repressiva del regime putiniano sul fronte interno. Il ricorso al termine, palesemente staliniano, di “agente straniero” palesa la volontà di stigmatizzare qualsiasi organizzazione della società civile indipendente dal governo, costringendola a dichiarare di servire interessi stranieri e quindi di non essere vere ong indipendenti, ma corrotte e operanti contro gli interessi della Russia. Per Memorial un insopportabile calunnia, preludio alla sentenza della Corte suprema russa del dicembre 2021, che ne ha decretato la liquidazione “per aver diffuso un’immagine falsa dell’URSS come Stato terrorista”. Ciò in un paese nel quale, secondo i sondaggi del centro di rilevazioni statistiche indipendente Levada (anche questo bollato come “agente straniero”), la maggioranza dei russi giudica oggi il terrore staliniano necessario a conservare l’ordine e consolidare lo Stato sovietico per la lotta contro il nazismo e la sua modernizzazione.

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La liquidazione di Memorial, in combinazione con la decisione di muovere alla guerra, è un chiarissimo messaggio rivolto al nemico interno, ai “traditori della nazione”, coi quali Putin ha deciso di chiudere la partita, come ha annunciato nel suo spaventoso discorso del 16 marzo scorso, quello della «purificazione naturale e necessaria della società» che rafforzerà la Russia. Parole che non lasciano spazio a fraintendimenti su ciò che accade e ancora accadrà a chi osa contestare la guerra infrangendo il muro della propaganda e l’unità patriottica della nazione. La messa al bando di Memorial è però anche un messaggio all’indirizzo dell’Occidente, a chi ne ha a cuore il valore, per ciò che Memorial significa, il suo immenso contributo alla documentazione e alla conoscenza internazionale dei crimini di massa e delle persecuzioni sistematiche sotto il regime sovietico, ma anche il suo essere la coscienza soffocata di una Russia democratica e profondamente diversa da quella che vuole Putin. Il messaggio che ci giunge è questo: non ci interessano i vostri diritti umani, la società civile, non siamo più disposti ad avere cura delle vostre sensibilità, di Memorial facciamo ciò che vogliamo, anche liquidarla se ci aggrada, anche imprigionarne gli storici, gli attivisti, e non c’è nulla che potete fare per evitarlo.

Nella coscienza del passato c’è il futuro della Russia e dell’Europa

È finita per Memorial? Che ne sarà dei suoi archivi, dei centri studi, dei suoi progetti? Delle collezioni di documenti, testimonianze e materiali biografici uniche al mondo? Vari ministri europei si sono precipitati ad assicurare che faranno il possibile per salvare il patrimonio del lavoro di Memorial, la liquidazione riguarda il Centro diritti umani e la centrale moscovita, le strutture periferiche potrebbero essere risparmiate, probabilmente dovranno riorganizzarsi e il veleno della paura allontanerà una parte dei simpatizzanti e dei collaboratori, e poi ci sono le strutture fuori dalla Russia. Per prudenza si sta procedendo alla digitalizzazione degli archivi, con l’intento di mettere tutto quanto prima online. Gli attivisti più esperti sostengono che Memorial potrà sopravvivere anche a questa prova se riuscirà ad essere ciò che ha sempre voluto essere: non tanto un’organizzazione, ma un movimento sociale. Per questa prospettiva la situazione presente non appare incoraggiante.

Il destino di Memorial è indifferente alla maggioranza dei cittadini russi, molti dei quali manifestano addirittura ostilità e insofferenza in linea con la politica del governo, condividendo l’accusa che gli studi sullo stalinismo danneggino la reputazione della Russia. Questa profonda incomprensione del valore della memoria storica per il futuro non sorprende. Ciò che sconcerta, in queste difficili giornate, è piuttosto vederla fare il paio con l’ignoranza e l’insensibilità di una parte dell’opinione pubblica dell’Occidente europeo, la cui consistenza varia di paese in paese (in Italia sembra non essere marginale) che sfoggia una quasi totale mancanza di empatia, talvolta addirittura sprezzo, non solo verso la resistenza degli ucraini, ma anche verso le reazioni della Polonia, della Lettonia, della Romania e della Moldavia. Premesso che è più che legittimo criticare le mosse e scelte politiche di qualsiasi governo, specialmente in una situazione così delicata, come quella presente. Ma parliamo di territori e popolazioni, nella cui coscienza collettiva è ancora vivamente presente l’esperienza dell’occupazione sovietica, dei crimini di massa staliniani, delle deportazioni, degli stupri e dei saccheggi del dopoguerra, della lunga schiavitù sotto il giogo sovietico. Parliamo di traumi irrisolti, non ancora elaborati sino in fondo (e come potevano farlo sotto i regimi comunisti?) e che ancora condizionano i loro orientamenti, processi, decisioni. Davvero non riesce comprensibile perché la Polonia, le repubbliche baltiche e la Romania, abbiano voluto a tutti i costi entrare nell’Alleanza atlantica e reclamino oggi il dispiegamento di forze militari per blindare il fianco est? Davvero non si capisce perché siano disposti a rivolgersi direttamente agli americani di fronte ai tentennamenti degli alleati europei? Mai sentito parlare degli accordi nazi-sovietici del 1939? Mai sentito parlare di Katyń o delle politiche di russificazione del Baltico e dell’Ucraina sovietica? L’esperienza della repressione, della volontà altrui di negarti il diritto all’esistenza, non si dimentica velocemente, resta sedimentata nelle generazioni. E l’incomprensione degli altri è sale sulle ferite, alimenta la paura di restare soli e indifesi ancora una volta davanti al sempre possibile ripresentarsi della stessa minaccia.

In questi giorni, da europei, stretti in uno scontro di civiltà che non vogliamo, avvertiamo l'assenza politica dell’Europa, di cui conosciamo benissimo le debolezze. Una di queste è la divisione della nostra memoria storica, frutto della prolungata divisione del continente nei decenni della Guerra fredda e di percorsi ed esperienze storiche differenti che riguardano la complessa vicenda storica del comunismo e la sua ambivalente eredità storica. Questi percorsi e queste esperienze hanno generato immaginari e sensibilità che oggi ancora ci paiono inconciliabili, ma che ad occuparsene con la dovuta serenità, con equilibrio e onestà intellettuale, ci palesano l’urgenza di farli convivere, dialogare e accogliersi reciprocamente. Anche in questo il modello di Memorial è stato esemplare nel superare inutili gerarchie di memoria, nel non cadere nella trappola delle sciocche equiparazioni e nell'indicarci la strada di un’attenzione equivalente da dedicare alle vittime di tutti i regimi totalitari e repressivi. Sono sicuro che non saranno solo i russi ad avere bisogno di Memorial, quando anche l’inferno di questa guerra si sarà fatto storia e andrà a sommarsi agli altri del passato recente e più lontano e toccherà ai più giovani intraprendere la lotta per la verità, riscattare la storia dall’oblio, elaborare i traumi vecchi e nuovi. Anche noi, in Germania come in Italia, avremo bisogno di Memorial, per ritrovare valori, per ricucire ciò che oggi viene reciso e ricostruire cosa viene distrutto, per ripensare un nuovo ordine di mondo che consenta la convivenza civile e pacifica dei popoli nella multipolarità.

*Gianluca Falanga è studioso di storia contemporanea, collaboratore del Museo della Stasi e autore del volume Non si parla mai dei crimini del comunismo (Laterza 2022).

Immagine in anteprima via Corriere della Sera

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