Bardonecchia: occupazione del locale e test delle urine, tutti i punti della vicenda e la lettura critica dei giuristi di Asgi

[Tempo di lettura stimato: 11 minuti]

di Angelo Romano e Andrea Zitelli

(Articolo aggiornato al 13 aprile 2018)

Tutto è iniziato con una denuncia di Rainbow4africa, un’associazione senza scopo di lucro nata a Torino nel 2007, che opera nell’ambito dello sviluppo e della cooperazione internazionale. La sera del 30 marzo l'organizzazione non governativa ha comunicato sui propri account social che a Bardonecchia, in provincia di Torino, degli agenti di frontiera francesi erano entrati armati nell’ambulatorio “Freedom Mountain” (gestito insieme ai mediatori culturali, agli avvocati di Associazione Studi Giuridici Immigrazione (ASGI) e alle istituzioni locali) e costretto un ragazzo nigeriano a fare un test delle urine.

In poco tempo la vicenda ha creato una tensione diplomatica tra l'Italia e la Francia circa la legittimità dell’intervento degli agenti di frontiera francesi in territorio italiano e l’invasività della loro azione nei confronti del viaggiatore fermato. Era possibile farlo? 

Cosa è successo

Nel pomeriggio di venerdì scorso, 5 agenti di frontiera francesi hanno fermato un ragazzo nigeriano su un treno, lungo la tratta Parigi-Milano, perché sospettato di essere un corriere della droga. Il ragazzo, scrivono i media, che stava andando dalla Francia verso l’Italia, aveva con sé i documenti e un regolare biglietto di viaggio.

In serata, i doganieri si sono presentati insieme al ragazzo all’ambulatorio “Freedom Mountain”, situato nei pressi della stazione ferroviaria di Bardonecchia.
Come si leggeva in un articolo di Valsusa Oggi, l’ambulatorio, che rientra nel progetto “Mission freedom mountain” finanziato dalla Prefettura, nasce nel dicembre dello scorso anno in base a un accordo con i sindaci di Bardonecchia e Oulx, le forze dell’ordine, la prefettura di Torino e i volontari di associazioni locali, come Caritas e Croce Rossa, e ha lo scopo di assistere, tramite un ricovero notturno, i migranti che dall’Italia tentano di oltrepassare il confine ed entrare in Francia. Il sindaco di Bardonecchia, Francesco Avato, spiegava anche che «l’obiettivo è quello di informare i migranti che se vogliono provare a superare Bardonecchia rischiano la vita, e quindi si devono fermare prima (...)». «L’attività – aggiungeva ancora il Sindaco – non sarà svolta solo a Bardonecchia, ma anche sui treni della linea ferroviaria Torino-Bardonecchia e alla stazione di Torino Porta Nuova, proprio per fare in modo che i profughi non arrivino qui. Anche perché magari alcuni migranti non sanno che hanno il diritto al ricongiungimento con parenti all’estero, e quindi possono arrivare in Francia regolarmente, senza rischiare la vita scalando le montagne (...)». Si tratta di un progetto che dal suo avvio, secondo lo stesso sindaco e il prefetto di Torino, sta dando i suoi frutti, funzionando bene. Da diversi mesi, infatti, il Comune di Bardonecchia è diventato uno dei tragitti dei migranti per arrivare in Francia come alternativa a Ventimiglia (e proprio in questo ambulatorio, lo scorso 23 marzo, era stata riportata dai gendarmi francesi Beauty, al sesto mese di gravidanza e malata di cancro, dopo che si era rifiutata di entrare in Francia dall'Italia, perché suo marito era stato respinto all'ingresso. La donna è poi morta al Sant'Anna di Torino, i medici sono riusciti a salvare il bambino). 

Lo scopo degli agenti francesi era sottoporre il fermato a un esame delle urine (autorizzato dallo stesso ragazzo poco prima), perché sul treno non è possibile farlo. In base al racconto di una volontaria presente e intervistata da Repubblica, i doganieri hanno fatto irruzione nella sala della struttura. Alle richieste di chiarimento sui permessi necessari per fare ciò, i poliziotti d’oltralpe hanno risposto «che potevano accedere a questa sala per una concessione del 1963 delle ferrovie dello Stato». Un secondo testimone, intervistato da La Stampa, ha aggiunto che avevano chiesto che, insieme al ragazzo, entrasse uno solo dei 5 gendarmi non armato. La richiesta è stata però negata e sono entrati tutti e cinque armati. Il testimone ha poi specificato che gli è stato detto di rimanere in silenzio dopo che lui aveva chiesto al ragazzo come stava. Un terzo testimone, che lavora come mediatore culturale a Bardonecchia, sentito da Valsusa oggi, ha confermato la stessa dinamica dell’episodio, aggiungendo che i doganieri francesi erano in possesso della chiave della sala.  

Svolto il test dell’urina e visto che l’esito era negativo, il ragazzo nigeriano, che in base al racconto della testimone a Repubblica era traumatizzato e tremante, è stato lasciato andare dai doganieri francesi, proseguendo il suo viaggio su un treno. Nel rilasciarlo, avrebbero buttato i suoi averi (telefonino, ecc) per terra affermando «se vuoi te li rivieni a prendere in stazione». Ma i volontari si sarebbero opposti dicendo che il ragazzo poteva riprenderli lì sul posto. Nel frattempo, alcuni membri dell’associazione hanno chiamato il sindaco e poco dopo sono stati avvertiti il Prefetto, la Questura di Torino e la Polizia di Stato. Una volta arrivati sul posto, i poliziotti italiani hanno allontanato i doganieri francesi e ascoltato i testimoni.

Riguardo quanto successo, Rainbow4africa e ASGI hanno definito “inaccettabile la grave ingerenza all'operato delle ONG e delle istituzioni italiane”. “Un presidio sanitario – hanno affermato – è luogo neutro, rispettato anche nei luoghi di guerra”. Il sindaco di Bardonecchia ha definito un errore l’azione dei gendarmi e specificato che i poliziotti francesi potevano svolgere la loro attività di controllo in altri luoghi ed evitare «di farlo in una stanza dedicata a un lavoro estremamente delicato».

La procura di Torino ha intanto aperto un fascicolo, a carico di ignoti, sull’accaduto per abuso in atti di ufficio, violenza privata e violazione di domicilio, scrivono La Stampa e Repubblica Torino, aggiungendo che al vaglio degli inquirenti ci sarebbe anche “il reato di perquisizione illegale”.

Il procuratore di Torino, Armando Spataro, durante una conferenza stampa del 13 aprile, ha poi affermato, in base ai primi accertamenti, di essere giunto alla conclusione che «al di là degli accordi, alcuni dei quali erano scaduti, alcuni dei quali disapplicati, alcuni di quali superati dal trattato di Schengen, la autorità doganale francese , diversamente da quanto era stato detto, non aveva il diritto» di intervenire come ha fatto la sera del 30 marzo in territorio italiano. La procura ha così «emesso un ordine di investigazione europeo» con cui viene richiesto la comunicazione delle generalità dei cinque doganieri francesi, perché non sono ancora note ai magistrati italiani, per poi interrogarli come«indagati per concorso in violazione di domicilio commessa da pubblici ufficiali e per perquisizione illegale».

La versione della Francia

Di fronte all’accusa di violazione della sovranità territoriale dell'Italia da parte degli agenti di frontiera francesi, la Francia ha rivendicato la legittimità della propria azione. In un tweet, il ministro dei Conti Pubblici francese, Gérald Darmanin, al quale fa capo la polizia di dogana, spiegava che gli agenti avevano agito secondo quanto previsto dall’accordo di cooperazione franco-italiano e si metteva a disposizione delle autorità italiane per proseguire questa cooperazione nelle condizioni migliori.

Al tweet era allegata una comunicazione ufficiale del Ministero che raccontava la sua versione. Secondo quanto scritto nel comunicato, gli agenti della polizia di frontiera di Modane (il primo Comune francese oltre il confine con l'Italia) hanno fermato sul treno TGV diretto da Parigi a Milano "un viaggiatore, cittadino nigeriano e residente in Italia, perché sospettato di essere in possesso di narcotici". La persona fermata ha acconsentito alla richiesta dei gendarmi di fare un test delle urine per individuare la presenza di sostanze stupefacenti nel suo corpo, in base alle procedure previste dall’articolo 60a del codice doganale. A questo punto, prosegue il comunicato, per far sì che venissero garantite le migliori condizioni per il viaggiatore, gli agenti hanno atteso che il treno arrivasse a Bardonecchia in modo da utilizzare i locali adiacenti alla stazione, a disposizione della dogana francese in base agli accordi di controlli nazionali bilaterali (BCNJ) del 1990.

Dal momento che l’utilizzo di questi locali era stato affidato a un’associazione che si occupa di aiuti ai migranti, gli agenti hanno chiesto l’accesso al bagno per poter effettuare il test. Il risultato è stato negativo. Tuttavia, si legge ancora nel testo, i volontari dell’associazione sono rimasti scossi da questo controllo e hanno desiderato che la persona controllata rimanesse con loro.

La comunicazione del ministro terminava dicendo che “al fine di evitare futuri incidenti, le autorità francesi sono a disposizione delle autorità italiane per chiarire il quadro giuridico e operativo in cui gli agenti doganali francesi possono intervenire sul territorio italiano in base agli accordi del BCNJ del 1990 nel rispetto della legge e delle persone” e che le autorità francesi erano in stretto contatto con quelle italiane.

Il giorno successivo, invitato nella trasmissione "Le Grand Jury" di Rtl, Le Figaro e Lci, Darmanin ha spiegato che la Francia non avrebbe presentato scuse, ma spiegazioni e che nei giorni seguenti si sarebbe recato nei giorni immediatamente in Italia (definita una «nazione sorella») per chiarire l’incidente della stazione di Bardonecchia. Nel frattempo aveva chiesto agli agenti di frontiera di sospendere i controlli.

Due giorni fa il ministro ha ribadito che non c'è stata nessuna violazione della sovranità italiana da parte della Francia e ha annunciato di aver chiesto al direttore generale delle Dogane francesi, Rodolphe Gintz, di recarsi in Italia "per incontrare il suo omologo italiano e ripristinare l'accordo di cooperazione attualmente sospeso".

Le reazioni in Italia

Le parole del ministro francese Darmanin, stando alla ricostruzione di Fiorenza Sarzanini sul Corriere della Sera, hanno irritato le autorità italiane. Subito dopo l’accaduto, il ministro degli Interni, Marco Minniti ha chiamato il capo della polizia Franco Gabrielli per chiedere una relazione su quanto avvenuto «perché sono state utilizzate modalità inaccettabili e dunque bisogna prendere iniziative immediate». Il ministro, spiega la giornalista, sarebbe stato irritato dal fatto che gli agenti fossero armati e che la persona fermata fosse stata sottoposta a un controllo invasivo come il test delle urine.

Il ministero degli Esteri ha convocato d’urgenza l’ambasciatore francese a Roma, Christian Masset, per discutere di quanto avvenuto a Bardonecchia, giudicando le risposte ricevute, riporta Repubblica, “insoddisfacenti e inesatte”. Subito dopo l’incontro, la Farnesina ha pubblicato un duro comunicato in cui dichiarava che l'episodio di Bardonecchia “mette oggettivamente in discussione, con conseguenti e immediati effetti operativi, il concreto funzionamento della sinora eccellente collaborazione frontaliera”, spiegando che la convocazione di Masset si era resa necessaria perché le autorità francesi (“sia tramite l’Ambasciata di Francia a Roma sia tramite la nostra Ambasciata a Parigi”) non avevano dato alcuna giustificazione “per il grave atto (considerato del tutto al di fuori della cornice della collaborazione tra Stati frontalieri)”.

Durante i colloqui con l’ambasciatore francese a Roma, il Direttore Generale per l’Unione Europea, Giuseppe Buccino Grimaldi, ha mostrato uno scambio di comunicazioni avvenuto a marzo tra Ferrovie dello Stato italiane e Dogane francesi dal quale emergeva “come queste ultime fossero al corrente che i locali della stazione di Bardonecchia, precedentemente accessibili ai loro agenti, non lo siano più, essendo adesso occupati da una organizzazione non governativa a scopo umanitario”. In una prima comunicazione spedita lo scorso 13 marzo, scrive sempre Sarzanini sul Corriere, “la responsabile delle Dogane francesi, Sylvie Philippe, spiegava al responsabile delle Ferrovie dello Stato italiane che «i servizi della dogana francese controllano i viaggiatori sui treni e a questo scopo, salgono a Modane e si recano alla stazione di Bardonecchia», dove «c’è una stanza dedicata nella quale possono aspettare il treno per tornare in Francia». Siccome questa stanza non era più utilizzabile perché «occupata da altra gente», Philippe chiedeva di fissare un appuntamento per incontrarsi a Bardonecchia e affrontare l’argomento.

L’“altra gente”, di cui parla per email la responsabile delleDogane francesi, sono i mediatori culturali del gruppo «Recosol» (Rete dei Comuni Solidali). I locali sono stati assegnati lo scorso dicembre, scrive Fabio Tanzilli sul Corriere della Sera, al Comune di Bardonecchia “per allestire il ricovero per i migranti alla stazione, mentre anni fa ospitavano l'ex dogana dei francesi”. Nel verbale dell'accordo siglato il 19 dicembre 2017 con Ferrovie dello Stato per la cessione in comodato d'uso gratuito dei locali della stazione al Comune, non ci sarebbe traccia del BCNJ del 1990, rivendicato dal ministro dei Conti Pubblici francese: “Nelle prime righe viene ricordato che il Comune ha richiesto i locali per la prima volta nell'aprile dello scorso anno, proprio per allestire il ricovero per i migranti, mentre in precedenza erano affidati da Rfi (Reti Ferroviaria Italiana, ndr) in comodato gratuito al commissariato della polizia di Bardonecchia”, scrive Tanzilli. A fine luglio le Ferrovie avevano accettato la richiesta del Comune e il 4 dicembre era arrivata l'assegnazione.

Proprio per discutere della questione a livello tecnico, i due paesi avevano deciso di incontrarsi alla Prefettura di Torino il prossimo 16 aprile, come mostrato da email successive a quella del 13 marzo in cui le autorità francesi avevano sollecitato un incontro tra il prefetto di Torino e quello di Chambery. In altre parole, gli agenti di frontiera francesi sapevano che i locali della stazione di Bardonecchia non erano per loro più accessibili.

In un'intervista al Corriera della Sera il ministro francese Darmanin ha confermato l'esistenza dell'incontro del 16 aprile e degli scambi di email con Ferrovie dello Stato, ma a proposito della vicenda di Bardonecchia ha parlato di un equivoco tra autorità francesi e italiane: «I nostri accordi di cooperazione doganale sono assolutamente classici. Regolano un "diritto di seguito" per i controlli cominciati in una parte della frontiera e proseguiti dall’altra, e danno ai doganieri italiani le stesse facoltà sul suolo francese che hanno i nostri su quello italiano. Tengo a sottolineare questa reciprocità. In ottemperanza a questi accordi, è stato previsto che quei locali siano messi a disposizione dalle Ferrovie italiane ai doganieri francesi. Quel che mostra il controllo effettuato venerdì scorso è un malinteso sull’utilizzo dei locali messi a disposizione dal 1990 nella stazione di Bardonecchia. I nostri doganieri, che li utilizzano due o tre volte al mese, avevano capito che gli stessi locali erano usati occasionalmente, da qualche mese, per permettere a persone in situazione precaria di passarvi la notte. Una situazione non ideale, quindi i miei servizi hanno interrogato il loro contatto presso la stazione di Bardonecchia all’inizio di marzo per chiarire le cose, senza ricevere notifica ufficiale sul fatto che non potevano più accedere al locale. Proprio perché l’utilizzo di questo locale è una necessità operativa, hanno proposto di aggiungere la questione all’ordine del giorno della riunione del 16 aprile, dedicata a un altro tema, quello delle pattuglie congiunte tra la Polizia delle frontiere francese e i poliziotti italiani. Andremo quindi avanti per chiarire, e migliorare la cooperazione operativa dei nostri doganieri».

Nella serata del 31 marzo, era arrivata la decisione di Minniti di vincolare ogni sconfinamento di gendarmi e doganieri all’autorizzazione del ministero degli Interni. Saltano, così, spiega Sarzanini, gli accordi e le intese che finora avevano permesso l’attraversamento della frontiera “in casi di emergenza come l’inseguimento o il controllo urgente di un sospettato”.

Le questioni aperte

Le questioni aperte sembrano essere due: la legittimità dell’intervento degli agenti di frontiera francesi in territorio italiano e l’invasività della loro azione nei confronti del viaggiatore fermato. Era consentito fermarlo e sottoporlo al test delle urine nei locali della stazione di Bardonecchia in Piemonte? La possibile risposta, specifica Euronews, va ricercata "in un rebus giuridico, andatosi a intricare negli anni di pari passo con il moltiplicarsi degli accordi sul tema".

Secondo quanto scrive in un comunicato l’Asgi, l’operazione dei gendarmi francesi "ha palesemente violato quanto stabilito dalle norme europee e dagli accordi di cooperazione transfrontaliera tra Italia e Francia". In particolare, l’Accordo di Chambery del 1997, il Trattato di Prüm del 2005 e l’Accordo tra Italia e Francia in materia di cooperazione bilaterale per l'esecuzione di operazioni congiunte di polizia del 2012 (diventato esecutivo con legge n. 215 del 2015) prevedono in ogni caso un coordinamento tra le forze di polizia dei due paesi.

Secondo l’articolo 3 dell’Accordo del 2012, “gli agenti francesi che partecipano ai pattugliamenti e alle altre operazioni congiunte di polizia sul territorio italiano devono operare sotto il controllo e, generalmente, in presenza di agenti italiani”. Nell’operazione di Bardonecchia questo non è avvenuto: erano presenti solo agenti francesi senza coinvolgimento nemmeno a livello informativo delle autorità italiane.

Ci sono dei casi in cui, continua Asgi, gli agenti di uno dei due paesi possono attraversare la frontiera comune senza preavviso. Per un'emergenza, come previsto dall’articolo 25 del Trattato di Prüm, cioè quando "il mancato intervento immediato rischia di favorire l’insorgenza di ulteriori pericoli". Anche in questo caso le autorità dell’altro Stato vanno avvisate contestualmente. Se si verifica un inseguimento, come regolato dall’articolo 41 dell’Accordo di Schengen del 1985, nei casi in cui gli agenti stiano inseguendo una persona colta in flagranza di reato grave, tra cui il traffico di stupefacenti. In questo caso gli agenti francesi avrebbero potuto entrare nel territorio italiano per continuare l’inseguimento senza autorizzazione preventiva da parte dell'Italia. Anche in questa ipotesi, gli agenti impegnati nell’inseguimento sono tenuti ad avvertire le autorità competenti dell’altro Stato quando attraversano la frontiera. Ma, nel caso di Bardonecchia, non si trattava né di un'emergenza né di un inseguimento, perché la persona fermata non era stata colta in flagranza di reato, specificano i giuristi dell'associazione.

Inoltre, spiega ancora Asgi, “la Convenzione di Schengen vieta agli agenti dell’altro Stato impegnati nell’inseguimento transfrontaliero l'ingresso nei domicili e nei luoghi non accessibili al pubblico”. A Bardonecchia gli agenti francesi sono entrati in locali in cui non avevano l'accesso, deducono i giuristi dal comunicato del ministero degli Esteri italiano. 

Infine, conclude l’Associazione di Studi Giuridici sull'Immigrazione, gli agenti francesi erano tenuti a rispettare le norme di procedura penale italiane e "nell’ordinamento italiano alcun intervento volto a prelevare coattivamente materiale organico di un indagato (anche in materia di omicidio stradale) può avvenire senza l’autorizzazione dell’autorità giudiziaria".

Secondo l'esperto di diritto internazionale, Edoardo Greppi, si è trattato di «un piccolo episodio consistente in un'azione inopportuna da parte delle autorità francesi, perché questo tipo di atti di coercizione nel territorio di un altro Stato sovrano sono possibili soltanto a condizione che lo stato presti il suo consenso», ma «né il Sindaco, né il comandante della stazione dei Carabinieri, né il commissario di Polizia ne sapevano nulla e questo non va bene». 

Intervistato dal Corriere della Sera, il questore di Torino, Francesco Messina, ha ribadito che «le regole d'ingaggio al confine, i rapporti transfrontalieri tra Stati, sono determinati da precise normative europee. Prima di tutto è sempre necessario avvisare. Per avviso si può intendere un atto formale, scritto, in genere anche successivo ad una comunicazione verbale tra gli esponenti della gendarmerie e le forze dell'ordine italiane». Tuttavia, prosegue il questore, «nel caso di Bardonecchia ci troviamo di fronte ad una vicenda dai contorni peculiari, ovvero l'ingresso su territorio italiano da parte di agenti stranieri nella sede di un'associazione privata e a quanto pare, ma va appurato, anche armati». 

Foto in anteprima via Ansa

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