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Gli atti di autolesionismo fra giovanissimi e una copertura mediatica irresponsabile

26 Gennaio 2021 6 min lettura

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Gli atti di autolesionismo fra giovanissimi e una copertura mediatica irresponsabile

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Della storia della bambina di dieci anni morta per asfissia nel bagno di casa a Palermo si sa poco. I genitori hanno riferito che la figlia avrebbe partecipato a una “sfida” sul social network TikTok che prevede una prova di resistenza al soffocamento (si parla di “hanging challenge” o “blackout challenge”). Il loro racconto rappresenta una delle ipotesi investigative al momento in corso, e per questo è stata aperta un’indagine per istigazione al suicidio.

I punti fermi finiscono qui, alla tragica morte di una minore in circostanze non ancora chiarite e che si spera lo saranno una volta concluso il lavoro degli investigatori. Eppure sono giorni che sui giornali si parla estensivamente a proposito di questo caso di challenge estreme su TikTok che spopolerebbero tra i minori. Alcuni titoli li ha citati Fabio Chiusi in un suo articolo di qualche giorno fa su Valigia Blu - “Morire su TikTok” (Corriere della Sera), “Morire a 10 anni giocando sui social” (La Stampa), “Trappole social” (Avvenire) – ricordando come anche il Garante Privacy abbia disposto nei confronti di TikTok “il blocco immediato dell’uso dei dati degli utenti per i quali non sia stata accertata con sicurezza l’età anagrafica” sulla base dei “recenti articoli di stampa”.

Ci sono molte cose che evidentemente non vanno nella copertura mediatica della vicenda di Palermo, e sono purtroppo dei comportamenti che si ripetono ogni volta che ci si trova davanti a casi simili.

In primo luogo, c’è un problema che riguarda il metodo giornalistico: collegando senza dubbio la morte della bambina con l’uso di TikTok, si dà per scontato quello che ancora accertato non è. Ed è talmente dato per scontato che nel dare la notizia della morte di un bambino a Bari - per cui si indaga già per suicidio - viene scritto che "si cercherà di accertare se vi siano tracce che aiutino a ricostruire i minuti che hanno preceduto il gesto e se vi sia un eventuale collegamento con giochi on line, come avvenuto nei giorni scorsi a Palermo".

Ma se gli inquirenti non hanno attualmente le prove del collegamento del caso di cronaca con una sfida sui social, i giornalisti da dove prendono questa certezza? Al momento da nessuna parte, il che trasforma ogni articolo di questo tipo nient’altro che in una speculazione sensazionalistica su una vicenda drammatica.

Di “blackout game” e giochi pericolosi si parla ciclicamente da anni, ben prima dell’avvento dei social. Senza voler scendere nel dettaglio del caso specifico di Palermo, quello che è emerso finora è che di questa fantomatica “blackout challenge” o “hanging challenge” non esistono tutte queste tracce su TikTok. Sul social network gli hashtag corrispondenti non restituiscono risultati rilevanti o si riferiscono a tutt’altro. Se la bambina in questione era venuta in qualche modo in contatto con una challenge lo scopriremo solo alla fine delle indagini. Ma anche se una sfida esiste, non sembra essere così virale tra i minori come i giornali stanno facendo intendere.

Dietro i gesti di violenza e autolesionismo di giovani e giovanissimi possono celarsi moltissime e diverse ragioni, tutte estremamente delicate. È un aspetto che viene dimenticato e trascurato, in luogo di quelle che diventano delle campagne che vanno ben oltre le vicende di cronaca.

Il “panico morale” attorno alle tecnologie quando si verificano questi casi e la tendenza ad addossare le colpe ai mondi che i più giovani frequentano e da cui gli adulti sono spesso esclusi è infatti una dinamica che viene da lontano e che si ripete nel tempo. Negli anni ‘90 c’era un grande clamore attorno ai videogiochi violenti, se ne parlava ciclicamente. Addirittura nel 1999 furono i principali accusati di aver armato i due adolescenti autori del massacro della Columbine High School, probabilmente la più famosa sparatoria di massa degli Stati Uniti.

Nel 2000, riporta sul suo blog Loredana Lipperini, la morte di un bambino romano di quattro anni dopo una caduta dal balcone di casa diventa una campagna contro certi cartoni animati: secondo i giornali il gesto del piccolo era da attribuire all’emulazione dei Pokémon.

Poi sono arrivati i social network. Solo pochi mesi fa la stampa si è appassionata morbosamente al “gioco mortale” online di Jonathan Galindoe qualche anno fa al caso “Blue Whale”, la sfida dei suicidi.

Una copertura di questo tipo però non solo è superficiale, ma anche irresponsabile perché rischia di avere un effetto di profezia autoavverante: anche se le sfide di cui si parla non esistevano o non erano così diffuse, lo diventano grazie al martellamento mediatico. Questo è stato lampante ad esempio con la vicenda Blue Whale. Dall’analisi che avevamo fatto su Valigia Blu era emerso come dalla messa in onda del servizio dedicato da Le Iene si fosse verificato un picco di ricerche su Google su “Blue Whale”. Precedentemente la frequenza di ricerche era quasi nulla. Allo stesso modo, dopo la puntata erano iniziati a spuntare decine di account sui social con riferimento alla “sfida”.

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Un altro aspetto da considerare è che quando si verificano casi di autolesionismo, lemulazione non è un pericolo astratto. Esiste tutta una letteratura ad esempio che si occupa dell’effetto emulativo nei giovani del suicidio narrato dai mass media. Si parla in questi casi di effetto Werther”, termine coniato nel 1974 dal sociologo David Phillips ispirandosi al romanzo di Johann Wolfgan Goethe I dolori del giovane Werther, in cui il protagonista si toglie la vita perché innamorato di una donna che sposa un altro uomo. Dopo la pubblicazione del libro, ci sono stati diversi episodi di emulazione in Europa.

L'analisi di Phillips è stata la prima a mostrare la correlazione tra l'aumento dei suicidi e un precedente riportato dai media (un fenomeno definito anche Copycat suicide): più a lungo il suicidio iniziale rimane sulle prime pagine, più alto è il numero di quelli successivi. Il caso scuola è rappresentato, secondo il sociologo, dalla morte di Marilyn Monroe: il suicidio dell'attrice, che ha avuto una grossissima copertura mediatica al tempo, è stato messo in correlazione con oltre 300 atti emulativi, ben sopra la media attesa per gli anni tra il 1948 e il 1967.

Secondo una ricerca pubblicata su The Lancet Psychiatry Journal nel 2014, tra l’altro più la copertura di un suicidio di un giovane adulto è sensazionalistica, dettagliata e posizionata in prima pagina o in home page, più il caso sarà significativamente seguito da successive morti auto inflitte. Altri studi mostrano come la presenza di copycat suicide sia fino a quattro volte maggiore tra i giovani adulti rispetto a ogni altro gruppo di età.

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Anche per questo motivo l'Organizzazione Mondiale della Sanità (OMS) ha pubblicato uno studio in cui si richiama il mondo dell'informazione a un “giornalismo responsabile” quando si affrontano questi argomenti. In Italia alcune regole si trovano nella Carta di Treviso, che impegna i giornalisti italiani a seguire norme deontologiche nei confronti dei minori. Nel documento è previsto esplicitamente che “nel caso di comportamenti lesivi o autolesivi, suicidi, gesti inconsulti, fughe da casa, microcriminalità, ecc., posti in essere da minorenni, fermo restando il diritto di cronaca e l'individuazione delle responsabilità, occorre non enfatizzare quei particolari che possano provocare effetti di suggestione o emulazione”.

Esattamente il contrario di ciò che è stato fatto dalla copertura mediatica mainstream del caso di Palermo. L’aspetto più sconcertante riguarda probabilmente proprio la sfera dell’etica e del rispetto davanti alla morte di una minore. Della bambina sono state divulgate non solo le foto, il nome, il cognome, ma persino il quartiere, la via dove abita la famiglia e numerosi dettagli su di questa. È stato anche descritto il modo in cui è stata ritrovata.

La Carta di Treviso viene costantemente violata. La notizia di qualche giorno fa del femminicidio di una ragazza di 17 anni è stata corredata in quasi tutti i giornali dalle foto di lei saccheggiate dai social. Sul Messaggero addirittura sono embeddate dal profilo, aperto, che quindi può essere raggiunto da qualsiasi lettore. In alcuni casi sono state usate immagini insieme al fidanzato presunto assassino, di poco più grande: il volto di lui pixelato, quello di lei no. Quasi mai il viso della bambina di Palermo è stato oscurato. Eppure c’è una famiglia da tutelare già preda della stampa, delle sorelline anch’esse minori della bambina siciliana da non rendere riconoscibili. In effetti la Carta di Treviso non parla del caso del decesso, ma non dà nemmeno il via libera a fare il contrario se il minore muore. Ma soprattutto: c’è davvero bisogno di una regola scritta per sapere come muoversi in questi casi?

Foto anteprima di CandyRetriever

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