Abolire o no i voucher? La storia, i dati e il dibattito

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di Angelo Romano e Andrea Zitelli

I buoni lavoro (o voucher) sono un sistema di pagamento – che comprende la copertura INAIL, cioè l’assicurazione contro gli infortuni sul lavoro e i contributi previdenziali alla gestione separata dell’INPS – utilizzato per retribuire lavori accessori, cioè quelle prestazioni svolte al di fuori di un normale rapporto di lavoro subordinato o autonomo. Questi buoni (dal valore nominale di 10 euro, di cui 7,50 vanno al lavoratore) possono essere utilizzati dai privati cittadini per pagare pulizie e altri piccoli lavori domestici, ripetizioni, ma anche dalle aziende (agricole, di servizi e industrie manifatturiere) o da enti pubblici.

In un rapporto pubblicato dall’Istituto Nazionale di Previdenza Sociale (INPS) a ottobre scorso, tre studiosi hanno analizzato il lavoro accessorio dal suo esordio fino al 2015, partendo dal processo legislativo che lo ha regolato.
I voucher sono stati introdotti in Italia nel 2003, sotto il secondo governo Berlusconi, tramite la legge Biagi/Maroni (attuata con il decreto legge n. 276 del 2003).
In base a questa legge, le persone pagate con i buoni lavoro “erano quelle a rischio di esclusione sociale o impiegate in attività sommerse o comunque non ancora entrate nel mercato del lavoro oppure in procinto di uscirne: disoccupati da oltre un anno, casalinghe, studenti, disabili in comunità di recupero, eccetera”.

Questo schema, però, si legge nel rapporto, resta inapplicato fino al 2008, quando il sistema dei buoni diventa operativo tramite il decreto legislativo del 12 marzo del governo Prodi, con la sperimentazione nel settore delle vendemmie.
Pochi mesi dopo, un decreto legge del terzo governo Berlusconi, convertito poi in legge ad agosto, amplia la platea sia di chi ne può usufruire che dei settori coinvolti:

Con riferimento al commercio, al turismo e ai servizi, il sistema dei buoni lavoro può trovare ampia applicazione, da parte di tutte le tipologie di datori di lavoro e imprese, anche con riferimento ai giovani con meno di 25 anni di età (regolarmente iscritti a un ciclo di studi universitari o a un istituto scolastico di ogni ordine e grado, limitatamente a periodi di vacanza e per qualunque tipologia di attività lavorativa), nonché con riferimento a manifestazioni sportive, culturali, fieristiche o caritatevoli o a lavori di emergenza o di solidarietà, ai lavori di giardinaggio, pulizia e manutenzione di edifici, strade, parchi, monumenti, alla consegna porta a porta e alla vendita ambulante di stampa quotidiana e periodica. L’utilizzo delle prestazioni di tipo accessorio è consentito anche nell’ambito di lavori domestici, resi a favore delle famiglie, solamente per quelle attività che per la loro natura occasionale e accessoria non sono assistite da alcuna tutela previdenziale e assicurativa.

Secondo i dati INPS, inoltre, da agosto a dicembre del 2008 sono stati venduti circa mezzo milione di voucher. L’anno successivo la tipologia di lavoratori che può essere pagata con i buoni lavoro si allarga ancora, con gli enti locali che rientrano “tra i soggetti che possono utilizzare” i voucher “per attività di giardinaggio, pulizia e manutenzione di edifici, strade, parchi e monumenti”. Dal 2010 al 2012 crescono anche i soggetti che possono vendere i buoni lavoro: tabacchi (divenuto negli anni il canale preferito per l’acquisto dei voucher), banche popolari e uffici postali.

Due anni dopo, con il governo Monti c’è un importante cambiamento delle norme che regolano il lavoro accessorio. Si assiste, infatti, con l’approvazione della “riforma Fornero” e della legge n. 134 del 2012, a una liberalizzazione, con un ampliamento del “raggio d'azione dei ‘buoni lavoro’ che vengono estesi, di fatto, a tutti i settori produttivi”, scrive Claudio Tucci su Il Sole 24 ore.

Il governo Letta, poi, nel 2013, con la conversione in legge del decreto legge del 28 giugno, n. 76, cambia la definizione legislativa del “lavoro accessorio” eliminando l’accezione “di natura meramente occasionale”. Quindi a definirlo rimane solo il rispetto dei limiti economici imposti cambiati più volte nel corso degli anni. La “legge Fornero” fissa il compenso massimo che in un anno un lavoratore può ottenere in voucher a 5000 euro e stabilisce che da un singolo committente (cioè il datore di lavoro) – nello stesso periodo di tempo – se ne possano prendere solo 2000. L’anno successivo, inoltre, “diventa obbligatoria l’attivazione telematica preventiva dei voucher”, spiegano ancora i tre studiosi nel rapporto Inps.

Intanto i buoni lavoro venduti crescono di anno in anno, passando da poco più mezzo milione del 2008 ai 69 milioni del 2014, certifica l’Istituto. Un dato questo che non è passato inosservato e che ha sollevato diverse considerazioni, tra interrogativi, pareri positivi e critiche. Giulia DeStefanis, su Repubblica, scriveva che Giuseppe Baldino, direttore generale dell’Inps Liguria, durante la presentazione del bilancio sociale 2013 dell’istituto, riguardo l’aumento nella propria Regione, aveva detto:

Quella della crescita del lavoro accessorio, e in particolare dei voucher, è una delle caratteristiche più evidenti del bilancio. È nata come forma di regolarizzazione del lavoro nero in agricoltura, ma poi è stata estesa a tanti ambiti, dal commercio al turismo: ora ci chiediamo se non sia il caso di ripensare il sistema, vista l'entità che il fenomeno ha raggiunto, e il rischio che i voucher si utilizzino anche in maniera impropria, al posto di forme di lavoro più strutturate.

Francesco Sgherza, invece, presidente Confartigianato Imprese Puglia, aveva accolto favorevolmente la notizia dell’aumento della vendita dei voucher nel territorio pugliese: «i buoni lavoro rappresentano uno strumento di regolarizzazione di nicchie di lavoro (...) esposto al rischio del sommerso. Il ricorso a questo sistema di pagamento assicura invece la genuinità del rapporto e il rispetto degli obblighi di legge». Dati che, al contrario, presentavano aspetti preoccupanti per l’assessore al lavoro della Regione Puglia, Leo Caroli: «Non ne sono entusiasta, anzi, penso che sia uno degli aspetti più deleteri della svalorizzazione del lavoro. Io collego l'idea del voucher a quella di un grattino per il parcheggio. Ci sono situazioni in cui effettivamente ha contribuito a risolvere dei problemi. Sono i casi delle assunzioni di un giorno, improvvisate, rispondenti a urgenza, come nel settore agricolo quando c'è da fare una vendemmia su terreni familiari. Ma se il fenomeno è così diffuso vuol dire che è in corso un abuso».

L’anno successivo, nel maggio del 2015, lo stesso presidente dell’Inps, Tito Boeri, aveva avvertito del «rischio che i voucher diventino la nuova frontiera del precariato. L'incremento può segnalare problemi futuri, bisogna guardarlo con estrema attenzione. Rischiano di essere per molti l'unica forma di lavoro».

Nel giugno 2015, poi, il governo Renzi, con il decreto legislativo n. 81, che fa parte della riforma del lavoro chiamata Jobs Act, ha poi confermato il venire meno della caratteristica dell’”occasionalità” e la possibilità che il lavoro accessorio possa essere usato per qualsiasi tipo di attività (escluso l'ambito dell'esecuzione di appalti di opere o servizi), si legge sul portale del Ministero del Lavoro, clicklavoro. Il provvedimento, inoltre, alza da 5000 euro a 7000 euro il limite massimo del compenso che un lavoratore può guadagnare nell’anno (il tetto per ciascun committente/datore di lavoro resta comunque di 2000 euro) e stabilisce che i committenti imprenditori possano acquistare i buoni lavoro esclusivamente attraverso la procedura telematica. Infine, gli imprenditori e i professionisti (escluse le famiglie) che ricorrono al lavoro accessorio “sono tenuti, prima dell'inizio della prestazione, a comunicare alla direzione territoriale del lavoro competente, attraverso modalità telematiche (compresi sms o posta elettronica), i dati anagrafici e il codice fiscale del lavoratore”, indicando, anche il luogo della prestazione con riferimento a un arco temporale non superiore ai 30 giorni successivi rispetto a quello in cui è stato effettuata la comunicazione.

Nei mesi successivi, continuano le preoccupazioni per la crescita dei voucher venduti e dei lavoratori coinvolti perché dietro a questi numeri secondo alcuni, come la CGIL, ci sarebbero dei risvolti anomali: “Anziché combattere il nero, lo creano”. Qui Piero Bosio su Radio Popolare aveva raccolto alcune storie di persone pagate in maniera non corretta con i buoni lavoro:

"Due ore con il voucher, il resto me lo davano in una busta, in contanti, a nero, erano 45 euro”. Marco, 47 anni, fa il carpentiere in un cantiere nel vicentino. “Da quando è arrivata la crisi – dice Marco – molti nel mio giro usano questo sistema”. (...)
Marta, 31 anni, lavora occasionalmente in un albergo di Rimini, vicino al più noto Grand Hotel: “Nell’ultima stagione estiva con me e un’altra mia collega hanno usato in parte i voucher, ma metà della giornata me la pagavano in nero”. (...)
Il trucco appare semplice: si retribuisce un’ora di lavoro con il voucher e poi si continua la giornata con il nero. Una manna per gli imprenditori disonesti, un danno per le aziende che rispettano le regole e che subiscono questo dumping, in un contesto in cui gli anni della recessione hanno incentivato l’uso dei voucher per nascondere lavoro irregolare.

Per provare ad arginare questi tipi di abusi, a settembre del 2016, il governo Renzi con il decreto legislativo n.185 prevede per i committenti una nuova e più stringente comunicazione obbligatoria da inviare almeno 60 minuti prima dell'utilizzo dei buoni lavoro, indicando i dati anagrifici del lavoratore, il luogo e l’ora di inizio e di fine della prestazione, con una sanzione (da 400 euro a 2400 euro) per ogni volta che un nuovo rapporto di lavoro non viene comunicato. «È un intervento importante, che il governo ha voluto con forza per riaffermare l'importanza della legalità nel lavoro, e di cui monitoreremo gli effetti: qualora non si ottenessero i risultati voluti interverremo ancora», aveva detto Giuliano Poletti, ministro del Lavoro, commentando l’approvazione del provvedimento.

Il 19 dicembre scorso i nuovi dati INPS hanno mostrato un ulteriore aumento pari al 32,3% della vendita dei buoni lavoro rispetto ai primi dieci mesi del 2015. Poletti, commentando questi ulteriori numeri, ha detto che il governo Gentiloni è pronto a rideterminare dal punto di vista normativo il confine dell'uso dei voucher: «Abbiamo introdotto la tracciabilità, e dal prossimo mese vedremo l'effetto. Se è quello di una riduzione della dinamica di aumento e di una messa sotto controllo di questo strumento, bene. Se invece i dati ci diranno che anche questo strumento non è sufficiente a riposizionare correttamente i voucher la cosa che faremo è rimetterci le mani».

Intanto, il prossimo 11 gennaio la Corte Costituzionale dovrà decidere sull’ammissibilità dei tre referendum abrogativi proposti dalla CGIL, di cui uno prevede l’abolizione degli articoli 48, 49, 50 del decreto legge 81 del 2015 che regolano il lavoro accessorio (aggiornamento 12 gennaio 2016: La Consulta ha ammesso il referendum sui voucher e quello sugli appalti, bocciando invece il quesito sull'articolo 18).

Lo studio dell'INPS sull'utilizzo dei voucher dal 2008 al 2015

A fine dicembre è stata pubblicata la prima “Nota trimestrale congiunta sulle tendenze dell’occupazione” tra il Ministero del lavoro e delle politiche sociali, l’Istat, l’Inps e l’Inail. Nel documento sono stati presentati anche i dati relativi alla vendita e alla riscossione dei voucher fino a settembre scorso. Nei primi 9 mesi del 2016 sono stati venduti 109,5 milioni di buoni, il 34,6% in più rispetto allo stesso periodo dell’anno precedente. I voucher riscossi per attività svolte nel 2015 sono quasi 88 milioni, corrispondenti al monte ore lavorativo di circa 47mila lavoratori annui full-time ma pari solamente allo 0,23% del totale del costo del lavoro in Italia. Il numero mediano di voucher riscossi dal singolo lavoratore (cioè, la metà di chi ha usufruito di buoni lavoro) nel 2015 è 29, pari a un guadagno di 217,50 euro netti.

Aumentano, dunque, i lavoratori pagati tramite voucher ma il numero dei buoni lavoro riscossi da ciascuno di loro resta basso. Una tendenza già riscontrata dal workinINPS paper sul lavoro accessorio dal 2008 al 2015 presentato dall’Inps lo scorso 3 ottobre.

L’analisi, si legge nell’articolato rapporto, non arriva a una conclusione univoca che spieghi le ragioni del “successo” dei voucher e le funzioni che stanno svolgendo nel mercato del lavoro. Tuttavia, lo studio evidenzia alcuni punti rilevanti, che consentono di farsi un’idea su come questo strumento è stato utilizzato dalla sua introduzione fino al 2015:

1) Non sono le famiglie a ricorrere ai voucher ma le imprese, soprattutto di piccole dimensioni e con dipendenti, nel settore alberghiero e della ristorazione.

2) I voucher non sono un lavoretto che consente un’integrazione del reddito a chi ha già un lavoro full-time o a giovani che non sono ancora nel mercato del lavoro: “si tratta di una popolazione che per circa il 50% è attivamente presente sul mercato del lavoro muovendosi tra diversi contratti a termine o cercando di integrare rapporti di lavoro a part time o indennità di disoccupazione; per l’altra metà risulta formata soprattutto da giovani cui si aggiungono donne in età centrale (non interessate o scoraggiate nella ricerca di altre collocazioni di lavoro) e pensionati”. In alcuni casi, i voucher sembrano essere stati individuati come lo strumento più semplice per pagare prestazioni di elevato contenuto professionale.

3) In molti casi, i buoni lavoro diventano una modalità per pagare tirocini presso aziende che poi si trasformano in forme contrattuali più strutturate: “circa un quarto dei prestatori, nel corso del medesimo anno, ha avuto rapporti di lavoro dipendente (quasi sempre a termine) o parasubordinato con lo stesso committente della prestazione occasionale”.

4) Per i dati a disposizione, i voucher non riescono a garantire compensi tali da poter consentire di maturare contributi ai fini della pensione.

5) Più che favorire l’emersione del lavoro nero, i voucher sembrano essere il segnale (tipo iceberg) di attività sommerse anche di dimensioni maggiori di quelle emerse. In altre parole, i buoni lavoro segnalano il nero che però rimane in gran parte sott’acqua. “L’intreccio tra voucher e lavoro nero – si legge nel rapporto – si può sviluppare con due diverse modalità: a) ogni giornata di lavoro accessorio è “coperta” da almeno un voucher ma il compenso “ufficiale” – quello appunto regolato con voucher – è di molto inferiore a quello reale, poi integrato a nero; b) solo alcune giornate di lavoro sono “coperte” dai voucher (integralmente o parzialmente)”.

I dati sui voucher venduti e riscossi

Tra il 2008 e il 2015 sono stati venduti 277,2 milioni di voucher per un importo complessivo di 2,8 miliardi di euro. Il maggior incremento si è avuto nel triennio 2013-2015, con un aumento delle vendite, ogni anno, del 70% superiore a quello precedente. Solo nel 2015 sono stati venduti 115 milioni di buoni lavoro, pari a un valore di 1,15 miliardi di euro.

Numero di voucher venduti per anno di vendita e modalità di distribuzione. Valore del singolo voucher: 10 euro, via Inps.
Numero di voucher venduti per anno di vendita e modalità di distribuzione. Valore del singolo voucher: 10 euro, via Inps.

Di 277,2 milioni di voucher venduti ne risultano riscossi 242,8 milioni.

I datori di lavoro

Nel 2015 circa 473mila datori di lavoro hanno fatto ricorso ai voucher. Di questi, il 49% è costituito da esordienti, cioè coloro che li hanno utilizzati per la prima volta. Dal 2008 al 2015, i committenti, che hanno pagato i lavoratori con i buoni, sono stati 815.979: il 40% per un solo anno, il 25-30% ininterrottamente sin dalla loro introduzione.

Dal 2013 al 2015 la vendita dei voucher è pressoché raddoppiata, così come è aumentata la media dei buoni utilizzati da ciascun committente, salita da 154 a 186 per ciascuno.

Dall’analisi dei dati emerge che i voucher non sono utilizzati per pagare quelle attività di cui necessitano le famiglie, come l’aiuto domestico, i lavori di giardinaggio, piccola muratura, manutenzione o le ripetizioni scolastiche. La domanda di “lavoretti” proviene da imprese di tutti i tipi, da quelle senza dipendenti fino alle società di capitali, alcune anche con numerosi dipendenti. Generalmente si tratta di una domanda molto frammentata, da parte soprattutto di imprese di piccole dimensioni.

Distribuzione percentuale dei committenti per anno di attività e tipologia, via Inps.
Distribuzione percentuale dei committenti per anno di attività e tipologia, via Inps.

Per il 2015 gran parte dei committenti che hanno fatto ricorso ai voucher (circa 246 mila) è nel settore dell’industria e del terziario. Oltre la metà nella ristorazione, nelle strutture ricettive e nel commercio. In questi casi, i voucher sembrano sposare una domanda di lavoro per poche ore, in orari flessibili (spesso semi-notturni e festivi) e scarsamente prevedibili, storicamente risolta ricorrendo all’ambito familiare o con il lavoro nero. Il rischio, spiegano gli autori del rapporto, è che una richiesta episodica di prestazioni lavorative aggiuntive si trasformi in una domanda di lavoro esclusivamente di tipo accessorio.

Nell’edilizia e costruzioni, i datori di lavoro sono stati 14mila, nel comparto agricolo 16mila, tra gli artigiani e i commercianti senza dipendenti 65mila.

Decisamente più nutrito (165mila) il gruppo costituito dalle persone fisiche e giuridiche che hanno retribuito i prestatori d’opera tramite i voucher: tra le persone fisiche, oltre il 10% è costituito da committenti di lavoro domestico o professionisti con cassa previdenziale (in particolar modo, avvocati, medici e ingegneri).

Tra i datori di lavoro, lo studio evidenzia l’esistenza dei “grandi” committenti, che utilizzano un elevato numero di voucher (più di 5mila l’anno) e/o di lavoratori (oltre 50). Essi impiegano il 5,3% del totale dei lavoratori di lavoro accessorio, che a loro volta riscuotono il 9% dei voucher. In media i 719 grandi committenti utilizzano 127 prestatori di lavoro accessorio, ognuno dei quali ha riscosso 87 voucher.

Più in generale, lo studio mostra che:

  • Quasi il 65% dei committenti utilizza il lavoro accessorio in modo marginale, vale a dire pochi lavoratori (fino a 5) pagati poco (al massimo 70 voucher).
  • Il 21% dei committenti fa un uso intensivo e selettivo del lavoro accessorio, cioè ricorre a pochi prestatori d’opera (fino a 5) pagati relativamente più della media (oltre 70 voucher a testa).
  • L’11% dei committenti fa un uso estensivo del lavoro accessorio: molti lavoratori (più di 5) pagati poco (al massimo 70 voucher).
  • Il restante 3% fa un uso rilevante del lavoro accessorio: molti lavoratori (più di 5) pagati molto (più di 70 voucher). Tre su quattro tra i grandi committenti appartengono a quest’ultima categoria.
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    I lavoratori

    Negli ultimi 8 anni anni ci sono stati tanti lavoratori ma con pochi voucher a testa ogni anno (in media 60).

    Poco più di 2,5 milioni di persone hanno svolto per uno (o più anni) attività di lavoro accessorio tra il 2008 e il 2015, passando dai 25mila del 2008 ai quasi 1,4 milioni del 2015. Si tratta di lavoratori che hanno fatto ricorso ai voucher per archi di tempo di breve durata.

    Nella maggioranza dei casi si tratta di prestazioni una tantum (il 70% tra il 2010 e il 2014, il 60% nel 2015) che non vengono ripetute di anno in anno dallo stesso lavoratore. Le statistiche fanno capire che maggiore è il numero di voucher percepiti (e dunque meno casuale/episodica è l’attività svolta) maggiore è la probabilità per un lavoratore di essere re-impegnato con la medesima tipologia anche nell’anno successivo.

    Col passare degli anni è scesa l’età media dei lavoratori (il 43,1% ha tra i 19 e i 29 anni, il 20,6% rientra nella fascia dei 30 anni, il 17,4% dei quaranta) ed è aumentata la percentuale di donne coinvolte in questa tipologia lavorativa, salita dall’20% del 2008 al 50% del 2015. Inoltre, per quanto siano aumentati i cittadini extracomunitari retribuiti attraverso i buoni lavoro, questo strumento non è utilizzato in maniera specifica per pagare i lavoratori stranieri, come testimoniato dal numero esiguo di quanti hanno fatto ricorso ai voucher (il 6,2% nel 2010, l’8,6% nel 2015).

    I buoni lavoro non riescono a garantire, prosegue il rapporto, compensi tali da poter raggiungere la cifra di 168,44 euro di contributi utile per aprire una posizione pensionistica. Per arrivare a tale soglia occorrerebbe percepire 130 voucher, condizione che non risulta soddisfatta dall’84,4% dei lavoratori pagati con i buoni. Solamente il 2,2% dei prestatori (circa 30mila) ha riscosso nel 2015 più di 300 voucher, con un guadagno netto nei dodici mesi superiore a 2.250 euro. La prestazione retribuita con i buoni lavoro, dunque, non ha alcun rilievo ai fini della maturazione del diritto alla pensione.

    La funzione dei voucher

    Secondo lo studio i voucher sono stati un’integrazione del reddito o della pensione, hanno costituito un’attività marginale, hanno sostituito altre tipologie di rapporti di lavoro.

    I dati mostrano che aumenta l’utilizzo dei buoni per le persone già inserite nel mondo del lavoro. Oltre il 50% dei voucher riscossi riguarda, infatti, i lavoratori attivi (750mila persone in valori assoluti), vale a dire coloro che hanno una posizione pensionistica attiva. Rientrano in questa categoria gli occupati part-time (il 45%), i lavoratori full-time a tempo indeterminato (20%), quelli a tempo determinato o stagionale (30%) e chi percepisce una sostegno di disoccupazione (5%). Per i lavoratori part-time e a tempo determinato, i voucher si sono aggiunti ad altri rapporti di lavoro dipendente.

    È aumentato anche il ricorso ai buoni lavoro da parte di chi ha perso il lavoro: si tratta di 300mila persone che, nel 60% dei casi, non versano contributi da 1 o 2 anni, e nel 18% da cinque anni. Scendono invece le percentuali dei pensionati e degli esordienti nel mercato del lavoro.

    Nel 30% dei casi, i lavoratori hanno avuto con le stesse aziende sia un rapporto di lavoro dipendente sia accessorio. In grandissima parte, i voucher sono stati utilizzati per retribuire, ad esempio, un periodo iniziale di tirocinio che poi si è trasformato in un rapporto di lavoro più strutturato. Per il 6% delle persone l’utilizzo dei buoni ha rappresentato un peggioramento delle condizioni contrattuali, cioè il passaggio da un lavoro dipendente a una retribuzione tramite voucher. Un ulteriore 20% di soggetti è transitato da una prestazione di lavoro accessorio a uno dipendente con altre aziende, mentre il 10% ha fatto ricorso ai voucher dopo la cessazione di un precedente contratto senza trovare una collocazione di lavoro dipendente.

    Il dibattito

    Originariamente lo scopo dei voucher, secondo Francesco Seghezzi, ricercatore del centro studi Adapt intervistato da RadioRai1, era quello di tentare di far emergere parte del lavoro nero legato ai “lavoretti” svolti sia dai pensionati che dai giovani. In questo senso però, spiega il ricercatore, “gli studi fatti anche dall’Inps dicono che non c’è una connessione sicura tra i lavoratori a voucher e i lavoratori che prima svolgevano prestazioni di lavoro in nero. Da questo punto di vista si può dire quindi che i voucher non hanno funzionato”.
    L’aumento della diffusione dei buoni lavoro poi, continua Seghezzi, coinciderebbe con la cancellazione, da parte del Jobs Act, dei contratti Co.co.pro e con l’aver reso molto difficile fare i Co.co.co, ossia quelle forme di lavoro più flessibili che le imprese avevano a disposizione. “Dovendo quindi scegliere tra il lavoro nero e quello subordinato classico, a mio parere sono andati a utilizzare i voucher. Le imprese infatti non avevano altri strumenti se non questi per gestire e governare la flessibilità che in tante necessitano”.
    Per il ricercatore di Adapt, comunque, bisogna superare l’idea che questo strumento sia per forza negativo, visto che “ha avuto un ruolo positivo legato al lavoro nero e all’aver fatto lavorare persone che prima erano inattive”. E a una domanda su quali strumenti servirebbero per migliorare l’attuale situazione del mercato del lavoro italiano, Seghezzi ha risposto: “Penso a una riedizione del contratto a progetto con modalità che ne evitino l’abuso”.

    Limitare e regolamentare di più i voucher è certamente necessario. La pensa così Ferruccio De Bortoli, ex direttore del Corriere della Sera, che in un suo editoriale ricorda però come questo strumento, «seppur abusato», abbia rappresentato un modo per “far emergere il lavoro nero, strappandolo allo sfruttamento e, non di rado, alla criminalità” e quindi “se si limita l’istituto giuridico, non si argina automaticamente il fenomeno, forse addirittura lo si amplia”.

    Sull’utilizzo dei voucher “gli abusi ci sono stati e ci sono ancora. Sarebbe sbagliato negarlo, per questo bisogna affrontare il tema. Ma più che un dibattito ideologico serve un lavoro di analisi, settore per settore. Ad esempio circoscrivendo meglio i cosiddetti requisiti soggettivi”. Sono queste le parole con cui il ministro dell’Agricoltura, Maurizio Martina, spiega in un’intervista al Corriere della Sera la sua visione sull’utilizzo dei voucher e propone una soluzione: partire dall’esperienza del settore agricolo, dove una stretta a questo strumento c’è già stata. In quest’ambito infatti, spiega Martina, “adesso i voucher possono essere utilizzati solo per studenti, pensionati e persone in cassa integrazione. Credo sia una buona scelta, studiando i numeri potrebbe essere estesa ad altri comparti”.
    Alla cancellazione totale dei buoni lavoro il ministro dell’Agricoltura è contrario, ma c’è un settore in cui secondo lui si può fare di più, ed è quello dell’edilizia. In questo caso, infatti, “si può pensare a un superamento complessivo dei voucher, forse è il settore a maggior rischio di abusi”, conclude il ministro dell’Agricoltura. D’accordo con lui è anche Gabriele Buia, presidente dell’Ance, l’associazione dei costruttori, che sempre al Corriere dice “nel nostro settore i voucher non servono, anzi rischiano di essere controproducenti. Sono d’accordo, vanno eliminati”.

    Il voucher “non si modifica, si abolisce”, afferma Marta Fana, dottoranda di ricerca in economia presso l'Istituto di studi politici di Parigi, in un suo pezzo sul Fatto Quotidiano. La studiosa spiega che la soluzione c’è già, visto che il lavoro occasionale “può essere regolato da contratti a termine di brevissima durata, già esistenti e praticati”, in questo modo quindi “sarebbero riconosciuti diritti minimi senza scorciatoie per imprenditori che devono investire o privati che scaricano il proprio impoverimento su chi si trova in una condizione economica peggiore”.
    La soluzione proposta dal ministro Martina poi ("riserviamoli a studenti, pensionati e lavoratori cassintegrati") “non aiuterebbe a contrastare le attività antisindacali di cui parlano le cronache recenti, come i lavoratori in sciopero delle grandi catene sostituiti da ‘voucherizzati’ (sempre nel modenese) o le aperture straordinarie pagate a voucher dei centri commerciali come il Carrefour di Marcon”, conclude Fana.

    I voucher non sono il male assoluto, ma uno strumento “e di per sé ogni strumento è neutro”. Così, in un suo pezzo su Linkiesta, Eleonora Voltolina, fondatrice della Repubblica degli stagisti, spiega come la minore o maggiore efficacia di questo strumento e la probabilità che se ne faccia un uso distorto, dipenda “dal quadro normativo costruito per il suo utilizzo”. Voltolina poi paragona la crescita e l'abuso dei voucher avvenuto in Italia negli ultimi anni con la crescita e l'abuso degli stage e, sulla necessità di introdurre dei correttivi alla disciplina dei buoni lavoro, avverte di fare attenzione. “Molto più che ridurre l'ammontare massimo percepibile attraverso voucher, bisogna assicurarsi che questo strumento torni nel suo alveo naturale. Essere usato da privati cittadini per pagare prestazioni occasionali – le ripetizioni di matematica, la babysitter, il giardiniere. Mentre adesso i lavori domestici rappresentano solamente il 4,2% del volume dei voucher”.
    Ecco quindi che la soluzione migliore per lei resta questa: “chiudere completamente la strada all'utilizzo dei voucher da parte delle imprese – che già hanno il contratto di lavoro stagionale, il contratto a chiamata… – mi pare l'unica strada per riportare questo strumento sui binari giusti, senza dovervi rinunciare in toto”.

    Il sostanziale appiattimento del mercato del lavoro attuale non si può addebitare al “lavoro accessorio”, quello appunto retribuito con i voucher e privo di un contratto di lavoro. Ne è convinto Luigi Olivieri che in un post sul blog Phastidio.net spiega come lo strumento giuridico, di per sé, “non è né buono né cattivo (a meno che non rechi la conseguenza di una spesa pubblica sproporzionata rispetto ai risultati, come nel caso degli incentivi alle imprese collegati al Jobs Act)”. Il problema, infatti, secondo lui spesso sta semplicemente «nelle modalità di utilizzo degli strumenti e, dunque, nel mantenimento entro i binari di un percorso virtuoso».
    Per Olivieri è difficile impedire che un datore di lavoro “retribuisca una prestazione lavorativa in parte con il lavoro accessorio e in parte in nero”. Quello che servirebbe è un “rafforzamento molto ampio dei poteri dei servizi ispettivi del lavoro che richiederebbe, però, un ampliamento smisurato di organici, invece, asfittici, tali da rendere i controlli eccessivamente rari, lasciando, a chi vuole compiere abusi, ampi margini di confidenza sul fatto che non sarà mai colto in fallo da nessuno”, conclude.

    Il sistema del voucher è in astratto utile? Se lo chiede su Repubblica Alessandro De Nicola, avvocato e presidente dell'Adam Smith Society. “Assolutamente sì”, è la risposta che si dà lo stesso professionista, spiegando come questo strumento permetta agli imprenditori di saltare “pleonastici intoppi burocratici per assumere persone utili in situazioni temporanee, che si tratti di coloro i quali fanno i pacchetti a Natale o curano le spiagge nel mese di agosto. E, ricordiamocelo, se gli imprenditori possono operare al massimo della capacità produttiva, generano più ricchezza, creano opportunità, pagano più tasse a beneficio dell'erario”.

    Una modifica, anche solo parziale, della disciplina del lavoro accessorio e dei voucher non riuscirebbe a bloccare il referendum che si terrebbe in ogni caso. Ne è convinto Carmelo Palma, direttore di libertiamo.it. Inoltre, qualunque correttivo, che l’autore interpreta come «cedimento alla propaganda della CGIL», suonerebbe secondo lui come «un’implicita ammissione della natura tossica dei voucher e dell’effetto precarizzante del lavoro accessorio».
    Quello che il governo e la maggioranza dovrebbero invece fare, secondo Palma, è partire dal fatto che il lavoro accessorio “non sia un’alternativa al lavoro standard, ma al lavoro nero, che gli abusi riguardano una minoranza di casi e sono concentrati a danno di soggetti particolarmente deboli, privi non solo di redditi dichiarati, ma anche di sussidi sociali”. Per aiutare questi ultimi, Palma suggerisce che abolire i voucher non serve, “ma occorre prevedere misure di sostegno socio-occupazionale per le persone adulte a rischio di povertà e di esclusione sociale”.

    Alessandro Gilioli, giornalista de L’Espresso, analizza quelle che lui definisce “le argomentazioni difensive” quando si parla di voucher, smontandole dal suo punto di vista. Così, ad esempio, a chi dice che i buoni lavoro "riguardano una fetta minima di lavoratori", Gilioli risponde che “certo, i voucher sono la punta di un iceberg, quello dei lavoretti sottopagati e precari, senza diritti” ma “aggiungere un mattone alla costruzione del male - e sostenere che tanto è un mattone piccolo - non mi sembra una buona argomentazione difensiva”. Ancora, a chi sostiene che “quello che conta è punire gli abusi", Gilioli obietta che “ci mancherebbe che non viene punito chi inganna la legge. Qui stiamo parlando invece proprio della legge e dei suoi effetti sociali (...) quando è usata nel pieno della legalità. Ed è la direzione sbagliata, quella che sta facendo crollare tutto” a livello politico.
    Così, per il giornalista non si tratta di capire se “possono essere migliorati” o meno, ma di comprendere se “complessivamente sono cosa buona o cattiva, se hanno migliorato o peggiorato la società, se la direzione verso cui portano (precariato estremo, reddito saltuario, nessun diritto di base) è quella giusta o quella sbagliata”.

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