Università e lavoro: Stefano Feltri insiste e sbaglia ancora

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di Antonio Scalari e Angelo Romano

Stefano Feltri, vicedirettore del Fatto Quotidiano, torna per la terza volta sul tema "Università e lavoro", rivolgendosi di nuovo ai «paladini del principio “bisogna studiare quello che ci piace e non quello che è utile a trovare lavoro” che commettono «grossolani errori nel leggere i dati» (come vedremo, non sono questi a commettere errori) e contro chi «rivendica il diritto di studiare come (e quanto) si crede». Feltri non spiega nemmeno questa volta perché pensa che gli studi che piacciono siano sempre e necessariamente inutili a trovare un lavoro. Come se i corsi di laurea ritenuti "utili" fossero frequentati solo da studenti che li detestano. Sì, è un nonsenso. Ma è un nonsenso, infatti, fondare un intero ragionamento sulla critica al "quello che ci piace" come metro di giudizio. Come abbiamo stabilito, inoltre, che chi sceglie cosa studiare in base alla propria vocazione non consideri mai le prospettive?

«In Italia studiamo le cose sbagliate»

Come giustifica Feltri la sua tesi e il suo metro di giudizio sull' "utile" e l' "inutile"? Con i numeri, afferma. Feltri riporta, di nuovo, le cifre fornite dal consorzio Almalaurea sul tasso di disoccupazione a cinque anni dalla laurea. Tuttavia Feltri continua a ignorare le implicazioni di queste cifre per la sua tesi "lauree inutili = lauree umanistiche". Come abbiamo già sottolineato, infatti, Almalaurea rileva che il gruppo "geo-biologico" (che Feltri cita ancora come "geo-biologia", come fosse un corso, in realtà è un gruppo di lauree scientifiche: scienze geologiche, scienze biologiche, scienze naturali..) mostra una certo distacco, come tasso di disoccupazione (13,6%), rispetto alle lauree che si trovano ai primi posti (come medicina e ingegneria). Per i laureati in materie letterarie il tasso è del 17,6%. Ma la stessa Almalaurea rileva che, a cinque anni dalla laurea, è occupato il 67,8% dei laureati in materie letterarie, contro il 59,8% di quelli del gruppo geo-biologico.

Almalaurea, per ogni gruppo disciplinare, misura anche l'indice di efficacia, che sintetizza due caratteristiche: la richiesta del titolo per il lavoro svolto e l'uso delle competenze acquisite nel conseguimento di quel titolo. Potremmo intendere questo indice come una misura dell'"utile" un po' meno arbitraria e indefinita di quella adottata da Feltri. Al primo posto figurano le lauree del gruppo giuridico: l'81,8% dei laureati, cinque anni dopo la fine degli studi, dichiara che il proprio titolo è molto efficace o efficace.  Questa percentuale scende al 62,1% per i laureati del gruppo geo-biologico e al 40,2% per quelli del gruppo letterario, per citare solo alcuni gruppi. Per fare un confronto, la percentuale nel gruppo economico-statistico è del 52,6% e in quello delle lauree di ingegneria del 57,9%. Va detto che se si aggiunge anche la percentuale di coloro che dichiarano che il proprio titolo è "abbastanza efficace" (secondo la definizione di Almalaurea: la laurea è necessaria o utile, ma utilizzano le competenze in modo ridotto), l'indice complessivo aumenta in tutti i gruppi. Nel gruppo letterario l'insieme di coloro che dichiarano che il loro titolo è molto efficace, efficace o abbastanza efficace raggiunge circa il 65%.

Sì, le differenze ci sono. Nell'insieme i laureati nelle materie letterarie hanno un tasso di disoccupazione maggiore e un indice di efficacia inferiore rispetto a quelli di altri gruppi ma la condizione occupazionale mostra che il lavoro c'è anche per loro e non è raro che sia un lavoro per cui servano le competenze e le conoscenze acquisite. E anche quando queste non servono, lauree come quelle umanistiche o quelle del gruppo politico-sociale, per il tipo di formazione che forniscono, possono essere comunque richieste e interessanti. Come afferma il direttore di Almalaurea Andrea Cammelli, «oggigiorno, ad esempio, un laureato in filosofia può tranquillamente ricoprire un ruolo efficace ed efficiente nell'area del personale di un'azienda».

Forse la realtà è un po' più complessa di come la si vuole dipingere. Magari anche contraddittoria. Forse il rapporto tra Universita e lavoro è fatto di un intreccio di opportunità e difficoltà, per diversi gruppi di lauree, non solo per quelle umanistiche. Ma questa complessità è ignorata proprio da chi non ha remore nel liquidare interi gruppi di discipline come per nulla interessanti per il mondo del lavoro. Ma cosa risponde Feltri all'osservazione secondo cui anche i laureati in diversi gruppi di lauree scientifiche faticano spesso a trovare degli sbocchi?

Beh, no. I geologi non sono sempre disoccupati. Pero sì, sembra che insieme ad altri laureati scientifici, come i biologi, fatichino molto più dei laureati in altre discipline, scientifiche e non scientifiche. «Io ho solo detto: scegliete considerando gli sbocchi». Se si dovesse scegliere considerando solo gli sbocchi, indipendentemente da obiettivi personali, interessi e vocazioni, quale sarebbe la scelta "giusta"? Dati Almalaurea alla mano, cosa dovremmo consigliare a chi oggi vorrebbe studiare non lettere o storia, ma geologia o biologia? Per fare, magari, il ricercatore in una di quelle discipline? Tra tagli alle risorse e precariato diffuso nell'università e negli enti di ricerca, di fronte al quale i governi che si succedono non offrono ancora nessuna soluzione, la prospettiva potrebbe essere rischiosa (perlomeno in questo paese). Dovremmo metterci per questo a scoraggiare gli interessi e le vocazioni dei futuri ricercatori, per produrre così ancora meno ricercatori rispetto ai pochi che l'Italia già ha? È solo un esempio, utile però per rompere il frame nel quale Feltri insiste nel volerci far stare, cioè quello della dicotomia "utilità/inutilità" applicata solo alle materie letterarie e (sembra anche) socio-politiche. Purtroppo non è solo chi vuole studiare filologia classica che rischia di non aver un futuro in questo paese. Perciò quali lauree dovremmo salvare e consigliare, stando ai dati sull'occupazione? Dove si ferma l'asticella? Ammettiamo pure di poterci permettere di perdere qualche futuro studioso di Dante (vogliamo crogiolarci nella retorica del paese di Dante, dice Feltri). Meno, forse, qualche futuro sismologo. Chi rimane?

Ma non c'è niente da fare. Per Feltri se «nella competizione internazionale siamo messi molto male» è perché gli studenti italiani insistono nello studiare «le cose sbagliate» (lettere, storia. Dante). Stando ai dati di questo grafico, riportato sul sito dell'Associazione Roars, studiamo «le cose sbagliate» né più né meno che in altri paesi (anzi, a volte meno). Qualcosa non torna.

E qualcosa non torna anche nell'interpretazione dei dati del paper del centro studi CEPS da cui è partito il dibattito. Gli autori dello studio calcolano il "valore medio attualizzato" dei diversi gruppi di lauree, calcolato in diversi paesi europei tra cui l'Italia, sulla base del rapporto tra costi e investimento di tempo nello studio e benefici dopo la laurea. La conclusione è che l'iscrizione alle discipline STEM ( Scienze, Tecnologia, Ingegneria e Matematica) spesso non è l'investimento migliore per gli studenti, dati i costi necessari a conseguire quei titoli. Feltri, sulla base dei valori che indicano il ritorno immediato di ogni gruppo di lauree, afferma che gli studi che non pagano, quelli con valori negativi, sarebbero da scartare. Ma, come annota l'articolo del Sole 24 Ore che riporta i risultati del paper, in Italia «per le studentesse, una laurea in ingegneria o scienze produce i ritorni più bassi in assoluto (-32, il doppio del -15 dell'area umanistica)». Da questi numeri si dovrebbe dedurre che in Italia, per una studentessa, paga molto di più una laurea umanistica che una laurea STEM, al contrario di quanto suggerisce Feltri. Questo perché al vicedirettore del Fatto preme più puntare il dito contro le lauree umanistiche che riflettere sul problema oggetto dello studio, cioè quali incentivi trovare se si vogliono rendere più convenienti e attraenti le lauree STEM.

Nonostante non li interpreti correttamente, Feltri è convinto che i numeri dello studio del CEPS dimostrino la sua tesi. Ma Ilaria Maselli, una delle autrici del paper, intervistata dal Sole 24 Ore, dichiara:

Qui stiamo parlando di un calcolo puramente economico. La prospettiva dei 'returns of education', i ritorni dell'istruzione, è molto più ampia. Non sono d'accordo con chi dice che 'studiare lettere è inutile' perché il suo valore non può essere limitato al calcolo che svolgiamo in questa determinata indagine».

«L’università fa schifo perché gli italiani sono tra i peggiori in Europa a leggere e far di conto».

Secondo punto: il sistema universitario italiano fa un po’ schifo, scusate l’eccesso di sintesi. Almeno sulla base delle competenze che vengono riscontrate tra gli studenti italiani e tra gli adulti. Qui ci sono i punteggi Pisa in lettura, matematica e scienze del 2012, rilevati dall’Ocse, raccolti tra gli studenti delle superiori. E a fianco i risultati tra gli adulti: non si vedono grandi miglioramenti. Queste non sono mie opinioni, sono dati. Ovviamente contestati dai tanti, in Italia, che ritengono che la cultura non si possa misurare. Negli altri Paesi, però, magari si misura male uguale ma i ragazzi ottengono punteggi migliori.”

Feltri scrive che l’università italiana è mediocre perché non migliora i livelli di comprensione dell’italiano, di capacità di calcolo e di soluzione dei problemi nel tempo. Una simile affermazione meriterebbe un’argomentazione accurata, invece Feltri si limita a mostrare due tabelle una accanto all’altra come prova di quanto sostenuto. Che nesso c’è tra le due indagini? E come dal loro accostamento si può dedurre che l’università italiana sia di bassa qualità?

Le statistiche sono importanti, ci aiutano a interpretare quello che sta accadendo, ma vanno utilizzate con cognizione. Ammettendo che i risultati citati siano rilevanti ai fini della valutazione della salute del sistema universitario italiano, qui Feltri sta accostando dati non omogenei tra di loro e decontestualizzati, provenienti da due rilevamenti differenti promossi entrambi dall’OCSE: l’indagine PISA 2012, volta a valutare le capacità di ragazzi di 15 anni di 65 paesi diversi nella lettura, matematica e scienze, e il programma internazionale PIAAC (Programme for the International Assessment of Adult Competencies) per la valutazione delle competenze degli adulti (16-65 anni), realizzata in 24 paesi di Europa, America e Asia (in Italia dall’ISFOL su incarico e sotto la responsabilità del Ministero del Lavoro e delle Politiche Sociali).

Questi dati, infatti, valutano più i processi di qualità della scolarizzazione (PISA 2012), di de-alfabetizzazione e di problem-solving (PIAAC) che di formazione universitaria e, nel secondo caso, sono questione più di lifelong learning che di formazione universitaria. Su questo tema più volte si è battuto Tullio De Mauro, che - alla vigilia della riforma della scuola - individuava tra i silenzi del governo sulla scuola proprio quello sulla lotta alla dealfabetizzazione. Tra le righe dell’indagine Isfol si legge, infatti, che a giocare un ruolo diretto sulla dealfabetizzazione degli adulti italiani intervengono due fattori importanti che poco hanno a che vedere con l’università: il livello di istruzione e scolarità nel nostro paese che, resta al di sotto di quello di altri paesi comparabili (il 54% dei rispondenti ha un titolo sotto il diploma, il 34% è in possesso del diploma ed il 12% ha la laurea, contro rispettivamente il 27%, il 43% e il 29% nella media OCSE); l’obsolescenza con l’avanzare dell’età, che porta ad un abbassamento dei risultati in capacità di calcolo e comprensione dei testi. Se si analizza la percentuale di popolazione che si colloca ai più alti livelli di competenza (in generale, dai 35 anni in su), il livello raggiunto decade progressivamente. E allora più che la qualità dell’università, fattore determinante nel progressivo decadimento delle capacità di comprensione dei testi e di risoluzione dei problemi, sono gli stili di vita: meno ci si informa - si legge nell’indagine - meno si è stimolati a ragionare, meno si partecipa in modo attivo alla vita sociale, più le capacità acquisite negli anni in cui si andava a scuola o all’università si indeboliscono.

È vero, l’indagine PIIAC dice anche che il deficit del nostro paese è più accentuato per i livelli di istruzione più avanzati. Anche in questo caso, tuttavia, i dati non sono omogenei e non consentono di capire a quali classi d’età appartengano i laureati (pari al 12% dell’intero campione) che hanno risposto all’inchiesta. La comparazione avrebbe avuto senso se fosse stata monitorata in diversi momenti la medesima classe d’età: a 15 anni, magari al termine del percorso di studi scolastico, al termine degli studi universitari, periodicamente in età adulta fino ai 55-65 anni.

Feltri tace, infine, che, per quanto preoccupanti, i dati indicano un trend in miglioramento negli anni. Infatti, nella prefazione dell’indagine si legge che: “si riduce la forbice tra giovani e anziani, con un miglioramento delle fasce di età più mature; si riduce lo scarto con la media OCSE relativamente alle competenze alfabetiche e si riscontra un miglioramento complessivo del ranking dell’Italia rispetto alle altre indagini svolte negli ultimi anni, mentre gran parte degli altri Paesi rimane stabile.”

Infine, visto che nelle università non si produce solo formazione ma anche ricerca, dire che l'università italiana fa un «po' schifo» significa di fatto affermare che fa schifo anche la ricerca prodotta al suo interno e negli enti di ricerca dove lavora chi ha studiato nelle università italiane, anche all'estero. Ma la qualità della ricerca italiana, a fronte peraltro delle scarse risorse, è ottima.

«Studiare ciò che piace è un diritto costoso per la collettività»

L'anno scorso, sul Corriere della Sera, il presidente della Conferenza dei Rettori Stefano Paleari affermava che per l'Università «i finanziamenti pubblici ammontano a 6 miliardi di euro l’anno, 100 euro per abitante, uno dei contributi più bassi d’Europa, un terzo di quanto erogato da Francia e Germania».

Alla diminuzione degli investimenti pubblici nell'università è seguito un aumento delle tasse universitarie che devono versare gli studenti. Mentre, come ricorda l'articolo del Corriere:

In Francia, Spagna, Belgio e Austria le tasse sono in media più basse delle nostre. Ma il vero paradiso universitario è nei Paesi scandinavi, dove gli studenti non pagano nulla (ad eccezione di quelli extra Ue che da due anni sono tenuti a versare delle quote)»

Come ricorda l'Associazione Roars:

In Europa, l’università italiana è lontana dall’essere “quasi gratuita”. Infatti, su 15 nazioni europee esaminate dall’OCSE solo Regno Unito e Paesi Bassi hanno tasse universitarie più alte. Inoltre, siamo agli ultimi posti (16-esimi su 19 nazioni in ambito mondiale) per percentuali di studenti che beneficiano di sostegni economici sotto forma di prestiti o borse di studio (fonte: Education at a Glance 2013).»

In uno scenario di questo tipo chi pensa che ci siano atenei o corsi "sussidiati pesantemente" (per riprendere l'espressione usata da Stefano Feltri) ignora la triste realtà del nostro paese, dove si è infierito semmai pesantemente, non certo "sussidiato" pesantemente. Quindi in Italia nessuno studia "ciò che piace" gratis, tutt'altro. Nessuno è costretto a pagare uno stipendio «se quello che piace a noi a lui non interessa», scrive Feltri. Potremmo sbagliarci, ma non ci risulta che in Italia ci siano migliaia di datori di lavoro "costretti" da qualcuno a pagare dipendenti che non vogliono. Piuttosto, i «costi per la collettività», di cui parla Feltri nel suo secondo articolo, derivano dall'incapacità di un paese di beneficiare delle conoscenze e delle competenze di coloro che ha formato, e che si lascia sfuggire anche chi ha alle spalle curricula ed esperienze di alto profilo.

Nel dibattito seguito al primo articolo di Feltri, c'è stato chi ha voluto impartirci lezioni di realismo, rimproverandoci di non conoscere le "dinamiche del mercato" e le sue necessità. Dinamiche che, per qualche ragione, dovrebbero essere le uniche a orientare le scelte individuali sul proprio futuro. La scelta di cosa studiare dovrebbe essere solo un riflesso dei bisogni del mercato e delle imprese. Un dato naturale e ineluttabile di fronte al quale, apparentemente, sembrerebbe insensato non solo chiamare in causa il ruolo dello stato nel fornire sbocchi e opportunità (l'aggettivo "pubblico" è scomparso dal vocabolario), ma perfino interrogarsi sullo stesso mercato del lavoro, sulle sue prospettive future e su quale società costruire. In cosa vogliamo investire? Quali opportunità vogliamo creare? A cosa diamo valore e importanza? Chi stabilisce cosa è "utile"? Ma è difficile che una visione limitata al "il mercato oggi vuole questo" possa trovare sensate queste domande.

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