“Nulla sarà com’era prima del 15 luglio”. La Turchia un anno dopo il fallito colpo di Stato

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A cura di Angelo Romano e Andrea Zitelli

«D'ora in avanti nulla sarà come era prima del 15 luglio. Stati e nazioni hanno punti di svolta critici nelle loro storie che modellano il loro futuro. Il 15 luglio è una data importante per la Repubblica turca», ha dichiarato Recep Erdoğan in un discorso pubblico alcuni giorni fa. Il presidente turco ha paragonato la sconfitta del colpo di Stato alla battaglia di Gallipoli, durante la Prima Guerra Mondiale nel 1915, dove le truppe ottomane hanno resistito all'assalto di quelle alleate in quella che è diventata una delle narrazioni fondanti dello Stato moderno turco.

Via Afp

Alle 2:34 di questa mattina, a un anno dal fallito colpo di Stato, Erdoğan ha parlato ad Ankara, capitale della Turchia. L’orario non è stato scelto a caso, corrisponde infatti al minuto esatto in cui il Parlamento turco è stato attaccato da quella parte dell'esercito turco che voleva rovesciare il governo. Nei giorni successivi è subito partita la repressione nei confronti di tutti coloro considerati in qualche modo legati a Fethullah Gulen (religioso musulmano negli Usa dal 1999), ritenuto dal governo turco la mente dietro il tentato colpo di Stato. Ad oggi, sono circa 50mila le persone arrestate in attesa di un processo, 150mila quelle sospese dal lavoro, in alcuni casi perché impiegati nelle scuole fondate dai sostenitori di Gulen, in altri per avere conti in banche a lui legate, scrivono Yesim Dikmen e Daren Butler su Reuters. L'effetto sulla vita delle persone è stato sconvolgente. Ibrahim Kaboglu, 67enne professore di Diritto Costituzionale, racconta la sua esperienza ai due giornalisti: «Per un giurista che ha raggiunto l'ultima fase della sua carriera professionale, essere incluso in un decreto preparato in maniera anti-costituzionale, è peggio della morte, se hai passato tutta la tua vita a lottare per il rispetto della legge».

Eppure i giorni successivi il fallito golpe le aspettative erano altre, commenta Kareem Shaheen sul Guardian: “Molti speravano che (...) il paese si sarebbe unito sotto la bandiera della democrazia e del rispetto reciproco dopo mesi di instabilità, attacchi terroristici, elezioni e rilancio del conflitto tra lo Stato e i separatisti curdi”. Una settimana dopo quel 16 luglio, il Partito Popolare Repubblicano (CHP), il principale partito d’opposizione, organizzò una manifestazione alla quale parteciparono diverse migliaia di cittadini turchi, sostenitori di Erdoğan e dell’opposizione, che colorarono piazza Taksim di bandiere nazionali, per sostenere la democrazia. In quell'occasione, Kemal Kılıçdaroğlu, leader del CHP disse che il Parlamento, i legislatori, tutta la Turchia aveva resistito con orgoglio al colpo di Stato e fatto vincere la democrazia, specificando che «lo Stato non dovrebbe essere governato con la rabbia e la vendetta e chi ha ordito il golpe deve essere processato legalmente». Ma questo, come i fatti hanno poi dimostrato, non è accaduto. La Turchia, infatti, è ora un paese più diviso che mai.

Foto via CHP

Domenica 10 luglio c’è stata a Istanbul la "marcia per la giustizia", una delle più grandi manifestazioni guidata dall’opposizione contro il governo di Erdoğan. Centinaia di migliaia di persone il 15 giugno scorso sono partite da Ankara e per 425 km hanno marciato per protestare contro la condanna a 25 anni di carcere nei confronti di Enis Berberoglu, deputato del CHP, e la reazione politica repressiva del presidente Erdoğan al tentato colpo di Stato. Per Kılıçdaroğlu, tra i promotori della manifestazione, si è trattato «dell’atto politico più pacifico della storia»: «Abbiamo marciato in nome di una giustizia inesistente. Abbiamo marciato per i diritti delle vittime, dei parlamentari e dei giornalisti rinchiusi in prigione. Abbiamo marciato per i docenti licenziati dalle università. È assolutamente vergognoso che in una democrazia i professori universitari siano cacciati con decreti di emergenza», riferendosi alle leggi emesse dal governo turco.

Limitazioni dei diritti e delle libertà, controllo governativo degli organi di informazione, estensione dello stato d’emergenza, arresti di massa, classificazione del dissenso come tradimento, leggi e decreti per rendere legale le direttive del governo, paura e terrore. I cittadini turchi hanno sperimentato tutto questo nell’ultimo anno, scrivono Özgür Öğret e Nina Ognianova su Committee to Protect Journalism (CPJ).

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Tra le categorie più colpite, quelle dei giornalisti. Dopo aver vinto il referendum costituzionale, che ha dato più poteri al presidente del governo, Erdoğan non ha allentato la repressione sui media. Anzi ha giustificato le azioni contro la stampa dicendo che avevano come obiettivo non giornalisti ma criminali e terroristi.

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Raccontano ancora Öğret e Ognianova che dal 1990 in Turchia sono stati incarcerati più giornalisti che in qualsiasi altro paese del mondo. Più di 100 organi di informazione sono stati chiusi, perché accusati di essere affiliati al movimento "gulenista", mentre i media pro-curdi sono stati decimati. Erdoğan durante un’intervista alla BBC ha contestato questa ricostruzione, affermando che «nessuno qui è tenuto in prigione a causa del giornalismo. Attualmente in carcere ci sono solo due giornalisti». Ma da quando è iniziata la repressione da parte del governo, i giornali si trovano in una situazione di “autocensura permanente”, denuncia a CPJ Ceren Sözeri, professoressa della Facoltà di Comunicazione dell'Università di Galatasaray. Il risultato più evidente è stata la drastica riduzione di articoli sulla corruzione in Turchia. «In Turchia non ci sono più media liberi», racconta una redattrice di un quotidiano nazionale, che ha perso il lavoro per la chiusura del suo giornale e ora impegnata come copywriter aziendale. «Non ho più cercato lavoro nel giornalismo perché non c’è modo di fare un’informazione vera quando c’è una sola voce dominante. Gran parte del giornalismo turco coincide con il “racconto nazionalista”».

Foto in anteprima via AFP

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