Trump: genesi dell’autoritarismo nell’era iperconnessa

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“Il fascismo non è il nostro futuro”, scrive il New Yorker, commentando l’incredibile elezione di Donald Trump a presidente degli Stati Uniti. “Non può esserlo. Non possiamo permettere lo sia. Ma, di certo, è in questo modo che il fascismo comincia”. Su Twitter i meme, i bot, il trolling e l’ironia lasciano poco alla volta spazio al sospetto, poi alla paura, infine al panico. Decine e decine di sondaggi si polverizzano. L’asticella delle previsioni in tempo reale del New York Times oscilla impazzita da un estremo all’altro, passando da settimane di percentuali bulgare per Hillary  a un testa a testa e, da ultimo, una valanga senza via di scampo per l’avversario. Trump ha davvero vinto le elezioni.

Il nuovo fascismo, quello che l’America rischia in quest’era iperconnessa, si insinua mentre l’urlo di centinaia di fact-checker ammutolisce nel caos, mentre la realtà frana in quella creata ad arte da Trump, nelle sue incalcolabili bugie. Jay Rosen, docente di giornalismo alla NYU, in uno splendido e dolente saggio che ha anticipato di 24 ore il mea culpa di massa dell’intera categoria giornalistica, descrive quel meccanismo di sostituzione del vero col falso che ha portato alla vittoria del totalitario: prendere un mondo, quello dei fatti, e smontarlo, pezzo a pezzo, comizio dopo comizio, fino a che i desideri del maschio bianco statunitense — il vero responsabile del disastro — diventano quelli di tutti, e la parola di Trump — qualunque parola — ciò che li realizza.

Il risultato sta lì a dimostrare che è proprio così. Quello che tutti chiamavano falso è vero, l’impossibile possibile, l’indicibile detto. E allora ecco il nuovo fascismo: se i sondaggi erano sbagliati come diceva Trump, se i giornali, i siti e le televisioni hanno descritto una realtà inesistente e ne hanno dottamente disquisito per mesi—sempre come diceva lui—su quante altre questioni è lecito, addirittura doveroso, affidare alla bocca di Trump l’immane compito di distinguere il vero dal falso? A morte la democrazia, che peraltro oltre due terzi dei giovani statunitensi non reputa indispensabile; a morte l’establishment; a morte chi lo racconta.

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Tra le litanie funebri del sistema si insinua così il pensiero che ora il Times, per convincere un elettore di Trump della verità di una qualunque notizia, dovrebbe camuffarsi da Breitbart; che il luogo tradizionale del vero debba imitare il luogo tradizionale del falso, per poter dire una qualunque verità in modo credibile.

Il nuovo fascismo è il giornalismo che assume i modi e le forme del complottismo per sopravvivere, pensi ancora, mentre il terrore porta qualcuno a chiedersi, con l’avanzare della notte, di scrutinio in scrutinio, che sarà delle opinioni passate, se non sia il caso di rimuovere da Internet tutte quelle che il futuro presidente potrebbe usare contro di loro.

Trump non ha nemmeno vinto, ed ecco già le prime avvisaglie del clima di autocensura  che si respira in Russia, in Cina, nei paesi da cui gli Stati Uniti tentano disperatamente di distinguersi da un pezzo.

Gli algoritmi che ci chiamano “estremisti” per un nulla ci sono già, anche in democrazia. Sono le punizioni a cambiare. E la vaghezza con cui Trump da sempre affronta il tema della sicurezza nazionale in ambito informatico non aiuta.

Sappiamo che vorrebbe un bottone per spegnere Internet in caso di necessità; che Apple e Amazon se la passeranno male, tra minacce di boicottaggio e minacce e basta; che su tutte queste materie il nuovo presidente è un completo ignorante — tanto da sostenere, per capirci, che l’FBI non sia in grado di analizzare 650 mila mail in una settimana.

Sappiamo soprattutto che quell’ignorante oggi dispone della più sofisticata, pervasiva e rodata infrastruttura di sorveglianza e controllo delle opinioni e dei comportamenti mai esistita: lo ha rivelato Edward Snowden, lo hanno confermato giornalisti, esperti, studiosi, commissioni di inchiesta, parlamenti, perfino le Nazioni Unite. Ma a nulla è servito il monito degli attivisti per i diritti civili, a nulla è servito ripetere decine e centinaia e migliaia di volte che un sistema di controllo totale non è giustificabile con le buone intenzioni di chi l’ha costruito, perché poi a usarlo può essere un erede molto meno bene intenzionato. Ora che quell’erede è Trump, si annunciano i tempi più bui di sempre.

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I media liberal hanno immediatamente trovato in Internet la causa di tutti i mali, la struttura di manipolazione del consenso e disintermediazione del potere che ha reso, essa sola, possibile la disfatta. Colpa di Twitter se la nostra attenzione dura 140 caratteri e, di conseguenza, i candidati parlano in tweet; di Facebook se le bufale diventano “virali” mentre i relativi debunking no; dei meccanismi della pubblicità in rete se la politica è polarizzata come mai prima d’ora, la democrazia vilipesa come mai prima d’ora, e ciascuno non parla che al proprio confirmation bias.

Dopo il 2008 e il 2012, dopo l’utopia “social” di riscrivere le leggi del politico dal basso, dopo la speranza di Obama, ecco il 2016 con il suo pieno di disperazione, xenofobia, sessismo, insulti, raggiri, propaganda annunciare il nuovo fascismo, eccolo avanzare fino alla luce dopo avere prosperato nel lato oscuro di Internet. Questa la narrazione liberal della sconfitta: abbiamo sottostimato il carico di distopia che la rete trascina con sé, un peso finora rimasto in qualche modo ben celato alla vista ma che ora improvvisamente è schiacciante, annienta.

E allora ecco la paura, tweet dopo tweet; ecco i tanti che dicono, in distopica fotocopia: “non è un episodio di Black Mirror”. Continuiamo ossessivamente a scivolare tra apocalittici e integrati, pur sapendo non sarà la rete a portare, di per sé, né l’apocalisse né il paradiso multiculturale in cui molti confidavano proprio per non dover più ragionare di fascismi.

E fa paura. Non solo per l’enorme sottovalutazione dei fattori umani, sociali, economici che si accompagna alla riduzione del consenso a una volizione istantanea, o partigiana, su Internet — come se Trump avesse vinto per via di un algoritmo difettoso e non di un’avversaria, se non di una intera democrazia, difettosa.

Fa paura perché, oltre a questa micidiale miopia, c’è l’effetto che quello strabismo avrà proprio su Internet. Conosciamo la risposta dei “progressisti”: “alfabetizzare” le masse a un “buon uso”, un uso “cosciente” del digitale; e scrivere nuove regole per domare la bestia imbizzarrita che corre tra le fibre ottiche sottomarine, da un continente all’altro, rendendo tutto istantaneo. Ma, in un simile contesto, è difficile i diritti ne possano uscire vincitori.

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Sarà piuttosto una gara al ribasso, tra un autoritarismo che potrebbe avvalersi , sabotandola, dell’ossatura di democrazia digitale impostata dall’amministrazione Obama — “Che significa costruire strumenti che rendono più efficiente un governo autoritario?”, si chiede l’ex direttrice di Code For America, Catherine Bracy, sul Guardian — e un altro, in sedicesimi, mascherato da difesa della tolleranza, della parola. E noi faticheremo a capirlo, come abbiamo faticato a capire ogni cosa di Trump, e prima di così tanti altri macro-fenomeni dirompenti, rivoluzionari da costringere alla domanda su quale “abbondanza” sia, esattamente, quella dell’era dell’abbondanza.

Non è solo information overload: è proprio che abbiamo disimparato a guardare la storia. Persi in ogni più insignificante frammento di un presente che sempre comanda la nostra attenzione, abbiamo dimenticato cosa prende i pezzi e li muta in intero. Senza il passato è tutto nuovo, sconosciuto e affascinante. Così quando Matt Blaze scrive che ora sarà difficile parlare di politica, online, la mente non corre ai regimi di ieri ma alla possibilità, esaltante, che la rete diventi luogo di puro svago, domani, e che la libera espressione vaghi altrove, come un fantasma a caccia di una casa da infestare.

Ma è anche un’abbondanza sciocca, che confonde. Non è, ti chiedi scorrendo le mappe del voto di bianchi, in maggioranza pro-Trump, e neri, quasi interamente con Hillary, che il tutto si riduce all’astio di ritorno di chi, per anni, si è sentito spodestato nella propria essenza di cittadino americano per il solo e semplice fatto di un nero presidente per due mandati? Non è, insomma, come ha suggerito anche Van Jones della CNN, puro e semplice razzismo? E non vi si aggiunge forse l’odio per l’idea di una donna al comando? Difficile spiegare altrimenti come Trump abbia potuto varcare indenne le soglie del prenderne così tante by the pussy.

Forse, ti rispondi, ribattere a tutto questo con le armi del normale confronto democratico non è stato abbastanza perché non poteva esserlo. Ma se Trump è da considerare a tutti gli effetti un propagandista totalitario — Rosen concorda — come mai non lo abbiamo trattato come tale? Perché invece Hillary, nei confronti diretti, si è limitata a reagire così spesso con una risata, robotica e tiratissima? Che avrà mai avuto da ridere? Si prendano i dibattiti presidenziali. Lui minaccia di metterla in galera appena eletto, lei ride. Lui le dice che deve vergognarsi, è una corrotta, una incapace: lei ride. Lui minaccia di non accettare un esito elettorale avverso, e lei ancora ride.

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In molti hanno riso, in passato, di fronte alle sparate di futuri dittatori: un po’ perché il totalitarismo è idiota per definizione, chiede idiozia per esistere e vuole idiozia per prosperare; un po’ perché i leader totalitari sono tutti più o meno l’incarnazione di quella idiozia: goffi, sbagliati, grotteschi, caricaturali, finti fin nella fisiologia. Ma ridere non serve a farli sparire dai libri di storia: serve a inciderne il nome a caratteri cubitali, come “Donald J. Trump” in quella statunitense. Don’t feed the troll, insomma, non funziona quando il troll è candidato alla presidenza della prima potenza mondiale.

Il problema è capire cosa serve. La democrazia ha pensato di rinnovarsi vestendosi di dati: di Big Data, per l’esattezza. Non ha funzionato. “La corsa allo sfruttamento dei dati”, scrive il New York Times ora che Trump ha vinto, “potrebbe averci privato della capacità di riconoscerne i limiti”. Ma fino a ieri, quello stesso giornale forniva previsioni in tempo reale sull’esito della contesa accusate da svariati commentatori — giustamente — di confondere le idee, e poco altro. Oggi discutiamo di metodologie, imprecisioni, scetticismo: ieri era tutto oggetto di fede.

Trump aveva un motto più semplice: “dire le cose come stanno”. Secondo il senso comune, non la statistica. Il motto di ogni populista. E un motto che le metriche, le infografiche, i sondaggi paiono non riuscire proprio a decodificare, e prevedere. È come se la rivolta di quel senso comune — altro nome dell’ignoranza e di ogni sorta di pregiudizio — fosse invisibile alle macchine, un intero popolo che si muove oltre i margini non solo del politically correct ma anche della logica, della ragione, di ogni possibile argomentare; un abbandono incerto, inconoscibile, alle emozioni. Perfettamente solleticate dall’imbonitore di turno, sono loro a chiedere un cambiamento che Hillary non ha potuto incarnare.

E allora viene da chiedersi certo, con Dan McQuillan, “come sviluppare un approccio antifascista agli algoritmi”, per contenere lo strapotere manipolatorio di oggetti considerati invisibili, neutrali, oggettivi e al di là dell’errore del giudizio umano. O ancora, come metterci al riparo da psyop di livello militare basate sui comportamenti reali dei singoli elettori da influenzare. Ma, soprattutto, la domanda è come si sia potuto dimenticare anche solo un istante che “la politica non è solo numeri”, perché — scrive ancora il Times, prodigo di saggezza ex post — “i dati non sempre colgono la condizione umana”.

Se era Hillary la candidata dei Big Data, la sua sconfitta può renderci un utile lascito: spingerci verso un data realism di cui, finora, non c’è stata avvisaglia. A un antiriduzionismo, cioè, in cui il cittadino non diventa la somma di ciò che dicono di lui sistemi di rating, contatti nel proprio grafo sociale e tracce-metadati dei propri comportamenti e abitudini. Perché il fascismo è anche questo: riduzione dell’umano ad altro, numeri o cosa poco importa. Riduzione arbitraria, ovviamente. E sordidamente manipolata. Pensavamo di averla scongiurata con le evidenze, l’approccio “scientifico” — ma cos’ha di scientifico la scienza dei dati, oggi? — alla governance democratica.

Chiedo: davvero? E a che servono i dati se gli elettori li ignorano quando vanno al voto? Hillary è stata sconfitta più severamente dove i tassi di disoccupazione sono migliorati di più rispetto al 2010. I dati sono importanti, dunque, ma anche più importante è la ragione umana che deve darvi senso. Capire l’ascesa di Trump, in questo caso, significa spiegarsi le cause di questi fenomeni, non correlarli incessantemente con qualunque variabile si abbia a disposizione — solo perché si può fare.

C’è uno splendido tweet, di Ross Douthat del Times: “Il Mulo”, dice. Il riferimento è perfetto, all’universo della Fondazione di Asimov e a una distopia tutta basata sulla capacità algoritmica di predire il futuro, la scienza immaginaria chiamata “psicostoria” che oggi in molti, nei centri di ricerca più prestigiosi, cercano di sottrarre alla fantasia.

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Verrà un dittatore di tutti e tutto, predicono i dati, e si tratta di capire come fermarlo prima che ascenda al potere. Il problema è che lui, il Mulo, è in grado di influenzare i sentimenti, e confondere dunque senza sosta la base su cui si fondano le predizioni psicostoriche. Una manipolazione emotiva rende i dati insignificanti, le predizioni fasulle e la propaganda realtà: non serve la galassia di Hari Seldon, per capire l’effetto che fa.

Nella nostra, tuttavia, l’incertezza è tale da non capire nemmeno se Trump sia davvero un Mulo o un asino, un dittatore in nuce o la versione politica del conduttore di The Apprentice. Sappiamo che finge: ma quanto? È sincero quando mostra toni, propositi e comportamenti da caudillo o ne ha semplicemente fatto carne da macello elettorale, marketing per cavalcare, come poi avvenuto, l’indignazione, l’ignoranza e la rabbia popolare fino a portarla dentro la Casa Bianca e da lì ammansire, farsi docile nelle mani di funzionari, consiglieri e — soprattutto — in quelle della Costituzione?

L’avvocato di Snowden e direttore dell’ACLU, Ben Wizner, dice che “gli americani stanno solo ora realizzando di avere creato una presidenza troppo forte”: sicuri quelle mani la possono contenere? È una domanda difficile. Come quella che implica: siamo al punto in cui perfino la minaccia di un nuovo fascismo sembra finzione?

Sappiamo dei tre milioni di deportati, del "muro" confermato per la prima volta da president-elect. Ma per rispondere davvero servirebbe un’analisi storica, di fenomeni e cause, di comparazione con i tratti totalitari — l’uomo atomizzato ma massa, l’identificazione tra leader e paese, la mutazione di chiunque dissenta in nemico della nazione intera, l’essere nemico oggettivo di alcune determinate categorie sociali, e così via — e con lo stato socio-economico in atto. Un’analisi che spieghi se le forze messe in moto da Trump, i fascisti, razzisti, sessisti e bigotti che ha sedotto e legittimato per tutta la campagna elettorale, si possono fermare con una improvvisa virata al moderato, al normale, una volta in carica, o se invece tornare alle regole del gioco dopo averle rotte — e dopo aver vinto proprio per averle rotte — sia piuttosto una ulteriore, decisiva spinta a essere fascisti, razzisti, sessisti e bigotti davvero, di più, fino a realizzare uno Stato che lo sia altrettanto.

Servirebbe questo tipo di analisi, ma l’attenzione sfuma e si confonde sfogliando sullo smartphone pagine e pagine di contenuti, in buona parte ottimi; pensandoci un attimo e poi no, sei già altrove; temendo, ma per il tempo che scorre tra un meme e l’altro. È un appiattimento barbaro ma vitale, in cui un siriano morto sfila accanto al cane o gatto bizzarro del giorno, ed è dolore e abitudine al dolore, consapevolezza e immemoria, attenzione e distrazione insieme.

Così la notte finisce, comincia il mattino, e tu non sai esattamente se ciò che hai testimoniato è un crollo gigantesco, quello che segna una vita, o un altro show della tv pomeridiana: se la rivoluzione è innocua o, invece, pugnala solo alle spalle — automatica come un bot, determinata come un algoritmo, seducente come un social network. Ma antica come la prevaricazione dell’uomo sull’uomo, cinica quanto quella di un’azienda sui concorrenti, potente come lo è un predicatore di fronte non a una, ma a milioni di anime in cerca di una fede, una qualunque, pur di zittire la voce della morte che assorda, dentro.

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