“Trump sarebbe Presidente anche in un mondo senza fake news”

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Quando contro ogni previsione, lo scorso novembre Donald Trump è diventato presidente degli Stati Uniti, smentendo sondaggi e analisi di esperti, diversi commentatori avevano individuato la ragione del suo successo nella diffusione delle fake news. Il magnate americano era riuscito a sconfiggere Hillary Clinton perché Facebook aveva favorito la diffusione massiccia di false notizie e contribuito alla disinformazione, i media mainstream avevano fallito e il fact-checking era nulla più che un esercizio inutile e irrilevante.

A tal proposito, alcune riflessioni subito dopo le elezioni invitavano a valutare vari fattori:

  • Una ricerca del Pew Research Centre, aveva mostrato che il 62% degli adulti americani si informava tramite i social media.
  • Le notizie false più popolari avevano una diffusione su Facebook nettamente superiore rispetto agli articoli dei media mainstream (erano queste le conclusioni di uno studio di Buzzfeed, rivelatosi, però, come dimostrato e detto anche in altri nostri post, poco attendibile perché il campione utilizzato era troppo piccolo per poter essere generalizzato, come ammesso dallo stesso autore della ricerca).
  • Molte persone che leggono informazioni non verificate finiscono per crederci.
  • Le fake news più discusse tendevano a favorire Donald Trump su Hillary Clinton.

In altre parole, seguendo questo ragionamento, Trump non sarebbe mai diventato presidente degli Usa senza l’aiuto decisivo delle fake news.

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Ma Social Media and Fake News in 2016 Election – uno studio a cura di due economisti, Matthew Gentzkow, dell’Università di Stanford, e Hunt Allcott, della New York University, pubblicato a gennaio – ha mostrato che, nelle elezioni presidenziali del 2016, i social media hanno avuto un impatto molto più piccolo di quanto si possa immaginare. Le notizie false a favore di Trump sono state condivise 30 milioni di volte, quasi il quadruplo di quelle pro-Clinton, ma sono state lette da una parte troppo esigua della popolazione americana per poter affermare con certezza che hanno influito sul risultato finale. Come ha detto Gentzkow in un'intervista a Report:

Abbiamo fatto una serie di interviste, da cui è emerso che gli elettori americani al momento del voto si ricordavano in media soltanto una delle bufale circolate durante la campagna. E abbiamo scoperto che questa bufala, per influenzare concretamente il voto, sarebbe dovuta essere 36 volte più persuasiva di uno spot elettorale tradizionale. Quindi, in soldoni, Trump sarebbe presidente anche in un mondo senza fake news.

Per quanto ci sia stata un’esposizione alle fake news, in un contesto in cui la televisione e la radio continuano a essere le principali fonti di informazione, le notizie false non hanno avuto una capacità di persuasione tale da poter capovolgere l’esito di un’elezione, scrivono gli autori della ricerca. «La maggioranza delle fake news proviene da piccoli siti web che non hanno una presenza significativa se non per storie politiche che vengono condivise su Facebook e altri social media», ha spiegato Gentzkow in un’altra intervista a Vox.

«Non è possibile misurare con certezza quanto le notizie false influenzino il modo di votare dei cittadini», prosegue il ricercatore. Dire che c’è una maggiore esposizione alle fake news non dimostra che siano convincenti e in grado di orientare il modo di votare.

Non è la prima volta che le tecnologie vengono percepite come una minaccia per la democrazia, scrivono i due ricercatori nello studio. Nel diciannovesimo secolo, quando l’abbassamento dei costi di stampa favorì la diffusione di quotidiani di partito, molti lamentarono che il ruolo di controllo del potere da parte dei giornali era stato definitivamente compromesso. Quando la radio e la televisione divennero dominanti, si disse che il potere sarebbe stato concentrato nelle mani di pochi e che a essere favoriti sarebbero stati i candidati più carismatici e telegenici. Negli anni 2000, l’avvento delle notizie online ha generato una nuova serie di timori, “tra cui l’eccessiva diversità di punti di vista, che avrebbe reso più facile per persone che la pensano alla stessa maniera creare ‘camere dell’eco’ o ‘bolle di filtraggio’, dove escludere le prospettive contrarie”. In un articolo scritto nel 2011 con Jesse Shapiro, Gentzkow aveva sostenuto che il fenomeno delle camere dell’eco era stato sovradimensionato. Oggi, spiega il ricercatore, “la questione è ancora aperta, probabilmente si tratta di un fenomeno ancora sopravvalutato, di certo non c’è uno sguardo veramente definitivo sui dati raccolti finora”.

La ricerca

Nella ricerca sono stati utilizzati tre approcci diversi per poter analizzare l’impatto delle fake news sulla campagna elettorale statunitense: 1) l’analisi di un database di 156 notizie false raccolte da tre siti che si occupano anche di fact-checking e fake news come Snopes, Politico.com e Buzzfeed per misurare l’esposizione media dei cittadini americani alle fake news; 2) la valutazione del traffico sui siti web proveniente dai social media; 3) un’indagine statistica online su un campione di 1200 elettori subito dopo le elezioni.

Tutti gli approcci seguiti suggeriscono che:

  • Ogni elettore americano è stato esposto a poco più di una notizia falsa durante la campagna elettorale, con una maggiore esposizione agli articoli pro-Trump rispetto a quelli pro-Clinton.
  • Gli indecisi sono stati i cittadini meno propensi a credere alle notizie ideologicamente o politicamente polarizzate.
  • Le fake news potrebbero aver inciso spostando centesimi di punti percentuali, una dimensione molto più piccola del margine di voti ottenuto da Donald Trump su Hillary Clinton negli Stati decisivi per la sua vittoria finale e, dunque, troppo esigua per decidere i risultati di un’elezione.

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Nell’individuare le notizie false, i due ricercatori hanno fatto riferimento a diverse tipologie di disinformazione, dai contenuti falsi al 100% a quelli fuorvianti o manipolati. Sono stati presi in considerazione tutti gli articoli pubblicati su Snopes con tag a Trump e Hillary Clinton, su Politico con riferimento alle elezioni presidenziali in generale e, infine, 21 post, segnalati da Buzzfeed, che hanno avuto grande forza di coinvolgimento su Facebook. Delle 156 storie raccolte, 115 erano a favore di Trump e sono state condivise su Facebook 30 milioni di volte, 41 erano notizie false pro-Clinton per un totale di 7,6 milioni di condivisioni. Considerato che ogni condivisione su Facebook genera in media 20 visite sulla pagina del sito che ha pubblicato l’articolo, i 38 milioni di condivisioni di notizie false raccolte dagli autori della ricerca si traducono in 760 milioni di visite di pagine. Questo significa, scrivono i due ricercatori, che ogni notizia falsa pubblicata è stata visitata in media 3 volte da ogni cittadino adulto americano.

Contestualmente, è stato analizzato il traffico sui siti che hanno pubblicato notizie false proveniente direttamente dai social media nel mese in cui si sono svolte le elezioni (cioè tra la fine di ottobre e la fine di novembre 2016). Sono stati presi in considerazione i dati di 690 siti di informazione e 65 pagine che hanno diffuso fake news raccolti dal sito Alexa.com. I primi, con oltre 3 miliardi di impression, hanno nettamente sovrastato i siti di fake news, che hanno raggiunto 159 milioni di impression, 0,64 per ogni cittadino adulto americano. Inoltre, solo il 55% degli articoli pubblicati da questi siti erano notizie false.

Infine c’è stata l’indagine statistica che ha coinvolto un campione di 1200 persone rappresentativo di tutta la nazione. Le persone sono state contattate durante e dopo le elezioni. Nel mese immediatamente precedente al voto, è stato chiesto loro di indicare quale era la loro dieta mediatica. È emerso che ognuno di loro dedicava in media poco più di un'ora al giorno per informarsi sulle notizie elettorali e che i social media erano la quinta fonte per utilizzo dopo la televisione, la radio e i giornali di carta e online. Solo il 14% degli intervistati ha indicato i social media come fonte primaria delle loro notizie sulla campagna elettorale. In sintesi, l’impatto dei social media è stato sopravvalutato.

Considerati insieme, spiegano Gentzkow e Allcott, “questi risultati suggeriscono che i social media sono diventati sempre più utilizzati, ma la televisione continua a essere la fonte principale per le notizie politiche”.

Dopo le elezioni, allo stesso campione sono mostrati alcuni titoli di notizie vere, false e inventate ed è stato chiesto a ognuno di indicare quali storie ricordavano di aver letto e a quali avevano creduto. L’indagine ha mostrato che gli articoli più letti e ritenuti credibili sono stati quelli che diffondevano contenuti verificati. Circa il 15% degli intervistati ha dichiarato di aver letto una notizia falsa e l’8% ha detto di averci creduto. Solo l’1,2% degli americani ha ricordato di aver visualizzato un articolo falso durante la campagna elettorale: lo 0,92% a favore di Trump, lo 0,23% a favore di Clinton.

Tutti e tre gli approcci convergono, dunque, verso lo stesso risultato: è impossibile dimostrare che le fake news hanno avuto un ruolo decisivo nell’elezione del Presidente Trump. Questo non significa, però, spiegano gli autori della ricerca, che non esista una questione riguardante la diffusione di notizie non accurate o non verificate, che va oltre il tema delle fake news e coinvolge il mercato e il sistema dell’informazione e le modalità attraverso le quali i lettori si informano, alla ricerca di un “compromesso tra l’esigenza di un’informazione precisa e imparziale e l’utilità psicologica di trovare notizie che confermino la propria visione”.

Immagine in anteprima via truepundit.com

*Aggiornamento 10 giugno, ore 9:10 > Abbiamo inserito i riferimenti del virgolettato di Matthew Gentzkow, intervistato da Report nella puntata del 22 maggio 2017.

*Aggiornamento 11 giugno, ore 11:55 > Erroneamente nella descrizione di un grafico era stato scritto che i social media erano la quinta fonte più utilizzata dopo radio e giornali di carta. Invece sono la quinta fonte dopo Tv via cavo, Network Tv, siti web e tv locali.

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