Usa, le dimissioni di Flynn e la forza dei leak e del giornalismo investigativo

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di Angelo Romano e Andrea Zitelli

Le dimissioni di Michael Flynn da Consigliere per la Sicurezza Nazionale americana della Casa Bianca, mostrano l'importanza dei leak e del giornalismo investigativo. Alcuni funzionari del governo degli Stati Uniti hanno fornito, sotto anonimato, alla stampa rivelazioni sui contatti di Flynn con la Russia e hanno spinto i giornalisti a scavare e a cercare sempre più più dettagli riguardo le telefonate tra l’ex consigliere e l’ambasciatore russo in America, Sergey Kislyak.

Una storia che ha aperto la strada ad altre 10 storie e queste 10 ad altre 100 che hanno creato le condizioni per le dimissioni del consigliere per la sicurezza americana, scrive Brian Stelle su CNN. Nella sua lettera di dimissioni, Flynn ha ammesso così di aver «inavvertitamente dato informazioni imprecise» al vicepresidente Mike Pence e alla stampa sulle sue conversazioni con Kislyak.

Ora, l’ex consigliere per la sicurezza americana è accusato di aver parlato con l’ambasciatore russo delle sanzioni contro Mosca approvate dall’amministrazione Obama prima che Donald Trump entrasse in carica come Presidente degli Stati Uniti e lui fosse nominato consigliere. Infatti, secondo il Logan Act, una legge del 1799, è illegale che un privato cittadino conduca attività diplomatiche. Inoltre, nel caso in cui avesse mentito anche all’FBI sul contenuto delle telefonate, sulle quali la polizia federale sta indagando, Flynn potrebbe aver commesso un secondo reato.

Come nasce il caso Flynn, dall’articolo del Washington Post alle dimissioni

Lo scorso 12 gennaio, il Washington Post pubblica un editoriale di David Ignatius in cui si legge:

Secondo un funzionario del governo, Flynn avrebbe telefonato più volte all’ambasciatore russo Sergey Kislyak il 29 dicembre, giorno in cui l’amministrazione Obama aveva annunciato l’espulsione di 35 funzionari russi per interferenze nella campagna elettorale 2016.

Il giornalista chiedeva poi a Flynn cosa avesse detto all’ambasciatore russo e se gli avesse promesso di cancellare le sanzioni approvate da Obama. Come risposta, l’entourage di Trump affermò che le telefonate tra Flynn e Kislyak c’erano state, ma precedenti alle sanzioni. Dopo queste smentite, il portavoce della Casa Bianca, Sean Spicer, durante una conferenza stampa del 13 gennaio, disse che i due si erano sentiti per farsi gli auguri di Natale e che nelle loro conversazioni non si era parlato della sanzioni. Il 15 gennaio, poi, il vicepresidente americano Mike Pence, intervistato da Fox e CBS, prese le difese di Flynn, ripetendo quanto sostenuto dal portavoce della Casa Bianca.

Alcuni giorni dopo, il 23 gennaio, il Washington Post riportava che gli agenti del controspionaggio dell’FBI avevano indagato sulle telefonate fatte da Flynn a fine dicembre, ma non avevano trovato alcuna prova di contatti illegali con la Russia, dopo una prima scansione delle chiamate.

Quando il caso sembrava destinato a essere chiuso, il 9 febbraio sempre il Washington Post pubblicava un ulteriore articolo sulla vicenda firmato da tre giornalisti, Greg Miller, Adam Entous and Ellen Nakashima, dal titolo: “Il Consigliere nazionale per la sicurezza, Flynn, ha discusso delle sanzioni con l’ambasciatore russo, nonostante le smentite, affermano funzionari del governo”.

Nel testo si legge che secondo nove funzionari (tra vecchi e nuovi) dell’amministrazione americana, che hanno chiesto di restare anonimi, Flynn aveva parlato privatamente delle sanzioni degli Usa contro la Russia con l’ambasciatore russo, prima che Trump si insediasse, contrariamente a quanto sostenuto dall’entourage del neo presidente. I nove funzionari, prosegue il Wapo, avevano avuto accesso ai rapporti di intelligence e delle forze dell’ordine statunitensi, che controllano le comunicazioni dei diplomatici russi. Due di loro hanno affermato che Flynn avrebbe esortato la Russia a non reagire in modo eccessivo alle sanzioni approvate da Obama, dando l’impressione a Kislyak che “sarebbero state riviste in un secondo momento”. Un terzo funzionario ha aggiunto, poi, che il vicepresidente Pence sarebbe stato ingannato da Flynn.

Lo stesso giorno, Mattew Rosenberg e Matt Apuzzo sul New York Times scrivevano che i funzionari federali “che avevano letto le trascrizioni delle telefonate erano rimasti sorpresi dalle smentite di Flynn in quanto egli avrebbe dovuto sapere che questo tipo di telefonate sono sotto controllo. Inoltre, i funzionari erano ancora più sorpresi dal fatto che l’entourage di Trump avesse negato pubblicamente che tra i contenuti della conversazioni ci fossero le sanzioni contro la Russia”.

Il giorno successivo, Donald Trump affermava di essere all’oscuro delle notizie riportate dal Washington Post e di voler approfondire la questione. Una reazione che il New York Times aveva definito “curiosa”, aggiungendo che “tutto quello che abbiamo saputo non proviene da Flynn e dall’amministrazione ma da testimonianze dirette di prima mano fornite al Washington Post da 9 funzionari (attuali ed ex) del governo che hanno avuto accesso ai rapporti di agenzie di intelligence e dalle forze dell’ordine americane che controllano regolarmente le comunicazioni dei diplomatici russi”.

La giornalista della CNN, Elizabeth Landers, scriveva su Twitter che tre fonti dell’amministrazione statunitense le avevano detto che Flynn non aveva informato Pence dei suoi colloqui riguardo le sanzioni alla Russia quando il vicepresidente era apparso in Tv per difenderlo. “Questo è un problema”, aveva detto una delle fonti alla giornalista.

Fino alla serata di lunedì 13 febbraio, riepiloga Vox, non era ancora chiaro quale sarebbe stato il destino di Flynn: “lunedì pomeriggio Kellyanne Conwai, consigliera di Donald Trump, ha detto a MSNBC che Flynn godeva della piena fiducia del Presidente, mentre Jim Acosta della CNN riportava che Pence e Flynn si erano riavvicinati. Poco dopo il portavoce della Casa Bianca, Sean Spicer, ha diffuso una nota scritta in cui diceva che il presidente stava valutando la situazione”.

In serata, poi, il Washington Post rivelava, in base a quanto raccontato loro dai funzionari dell’amministrazione (attuali e vecchi), che a fine gennaio la procuratrice generale Sally Yates (poi rimossa da Trump per essersi rifiutata di difendere l’ordine esecutivo anti-immigrati da 7 paesi a maggioranza musulmana) aveva informato la Casa Bianca di ritenere che Michael Flynn avesse ingannato alti funzionari dell’amministrazione sulla natura delle sue comunicazioni con l’ambasciatore Kislyak, segnalando inoltre che il consigliere per la sicurezza nazionale era potenzialmente vulnerabile al ricatto russo.

Poco dopo sono arrivate le dimissioni di Flynn, sostituito temporaneamente dal generale in pensione Keith Kellogg.

Il portavoce del Cremlino Dmitry Peskov ha dichiarato il giorno successivo che “si tratta di una questione interna degli americani e dell'amministrazione Trump, non nostra" e per questo “non commenteranno in alcun modo” la vicenda. Nella serata del 14 febbraio, la Casa Bianca ha comunicato che il presidente Trump era stato informato da 17 giorni che il suo consigliere per la sicurezza americana non era stato sincero quando disse al vice presidente Pence di non aver parlato con l’ambascitore russo della sanzioni. Il portavoce della Casa Bianca ha aggiunto, inoltre, che da parte di Flynn non c’è stata una “violazione di legge”, ma di fiducia.

Il contenuto preciso non è stato ancora reso pubblico. Wikileaks ha chiesto in un tweet che le trascrizioni delle telefonate tra Flynn e Kislyak dovrebbero essere pubblicate in modo che ognuno possa farsi un’idea completa di cosa è avvenuto.

Il ruolo dei leak

In un tweet Trump ha dichiarato che “la vera storia” non sono le bugie raccontate da Michael Flynn, ma il fatto che ci sia qualcuno all’interno dell’amministrazione che abbia fatto trapelare delle informazioni segrete.

L’attenzione dei Repubblicani si è rivolta, dunque, più alle notizie fuoriuscite che alle falsità dette dall’ex consigliere per la sicurezza nazionale. «Voglio sapere dall’FBI come sia stato possibile tutto questo», ha dichiarato il Repubblicano californiano, Devin Nunes, che presiede il Comitato di Intelligence. Trump ha dichiarato di voler aprire una commissione d’inchiesta sulla fuga di notizie.

Al riguardo, in un articolo pubblicato su The Intercept, Glenn Greenwald riflette sul ruolo dei leak nel portare alla luce le menzogne di Flynn e sulla natura di questo tipo di rivelazioni. Secondo la legge, scrive il giornalista, diffondere informazioni sensibili è uno dei crimini più gravi. La divulgazione dei contenuti provenienti da comunicazioni intercettate è così definita dal “Titolo 18 § 798 dello U.S. Code”:

Chiunque consapevolmente e volontariamente comunica… o diversamente mette a disposizione di una persona non autorizzata, o pubblica... qualsiasi informazione riservata... (4) ottenuta attraverso i processi di comunicazione di intelligence dalle comunicazioni di un qualsiasi governo straniero… deve essere multato ai sensi del presente titolo o condannato a non più di dieci anni di carcere, o entrambe le cose.

Ma questo reato, continua Greenwald, consente di portare a galla delle informazioni che altrimenti sarebbero rimaste segrete. Se non ci fossero stati “i nove funzionari dell’amministrazione statunitense (attuali ed ex)”, che hanno deciso di violare la legge, l’editorialista del Washington Post, David Ignatius, non avrebbe potuto pubblicare il 12 gennaio l’articolo che ha dato il via a tutto.

L’intera vicenda, che ha portato alle dimissioni di Flynn, porta alla luce due punti critici. Innanzitutto, il fatto che un atto sia illegale non significa che sia ingiusto o meriti di essere punito. Questo è particolarmente vero per i whistleblower (gli informatori), cioè coloro che rivelano informazioni che la legge rende un crimine rivelare, e le cui azioni sono l’unico modo per dimostrare al pubblico che funzionari potenti agiscono in modo illegale o ingannevole. In secondo luogo, gli obiettivi dei “leakers” sono irrilevanti. Probabilmente, chi ha informato i giornalisti non ha agito con motivazioni benevole, il loro scopo era più vendicativo che nobile. Qualsiasi sia la verità, scrive ancora Greenwald, questo è un caso in cui l’intelligence, attraverso fughe di notizie strategiche (e illegali), ha distrutto uno dei suoi avversari principali nella Casa Bianca guidata da Trump. Ma tutto questo non importa. Quel che interessa non sono le finalità dei leakers ma gli effetti dei leak.

Qualsiasi fuga di notizie che ha l’effetto di portare alla luce illeciti di alto livello – come in questo caso – dovrebbe essere lodata, non disprezzata e punita.

I leak sono illegali e sono odiati da chi detiene il potere, conclude Greenwald, proprio perché i funzionari politici vogliono nascondere le prove delle loro malefatte e vogliono essere in grado di mentire all’opinione pubblica impunemente e senza possibilità di essere scoperti. È proprio questo il motivo per cui bisognerebbe proteggere chi fa trapelare informazioni segrete, spesso mettendo a repentaglio le proprie esistenze, in modo da poter essere informati sui comportamenti di chi esercita il potere più grande, come può essere quello del partito che controlla la Casa Bianca.

Foto anteprima via abcnews.

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