Trattati commerciali tra Stati: quali sono, a che punto siamo, le proteste in Europa

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Reyna Hernandez è accasciata su una sedia. Con gli occhi fissa un piccolo santuario dinanzi a lei. Vi sono fiori, statue della Vergine Maria e crocifissi, che contornano una foto di suo figlio Cesar, in giacca e cravatta.
Cesar era cresciuto stanco, così dice Reyna, ma in 16 anni non ha avuto alcun problema fisico, fino a quando un bel giorno è crollato al suolo. Le prime analisi hanno immediatamente evidenziato un'altissima concentrazione di piombo nel sangue. Cesar è morto per avvelenamento da piombo.

Dall'altra parte della strada, Fany Carolina mostra la radiografia del figlio di 13 anni, con evidenti punti scuri nelle ossa. A poca distanza René Colocho parla di sua figlia Angela, morta con una quantità di piombo in corpo tre volte superiore ai limiti ritenuti ammissibili.
A Rosa Rodríguez de Morales il suo medico le ha consigliato di non avere altri figli, perché è troppo pericoloso in quella zona, almeno fin quando non chiuderà la "fabbrica".

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I documenti dimostrano che l’avvelenamento da piombo a Sitio del Nino, 20 miglia dalla capitale El Salvador, è iniziato subito dopo l’apertura di una fabbrica di batterie. Le nubi di cenere si sollevano dalla fabbrica e si posano sulle case e sul campo di calcio dove giocano i bambini.
La cenere brucia le gole, porta tosse, poi, col tempo: mal di testa, vertigini, stanchezza, dolori alle ossa.

A seguito di una protesta, nel 2006 sono iniziati i test che hanno mostrato altissimi livelli di piombo nel sangue dei bambini. Un tribunale accerta la responsabilità della fabbrica, i cui dirigenti promettono di installare nuovi sistemi per impedire la contaminazione da piombo dell’ambiente e delle acque. Ma alle promesse non seguono i fatti, e nel 2007 il Ministero della Salute impone la chiusura alla fabbrica. Partono anche i processi penali contro i dirigenti dell’azienda, che però fuggono dal paese rifugiandosi negli Usa. La richiesta di estradizione viene rigettata poiché i reati ambientali non sono coperti dal trattato di estradizione Usa-El Salvador.

Il presidente della società, dal suo rifugio sicuro in Florida, nega con veemenza le accuse, sostenendo invece che la sua azienda è stata illegittimamente confiscata dal governo salvadoregno. Nel 2009, infatti, minaccia di avviare una causa legale contro il governo di El Salvador, con l’accusa di aver violato il Trattato di Libero Commercio dell’America Centrale, espropriando la fabbrica e imponendo sanzioni illegali e discriminatorie. Minaccia di citare il governo dinanzi ad un tribunale ISDS, e chiede 70 milioni di dollari di risarcimento danni.

A questo punto la situazione cambia velocemente, nonostante la fabbrica fosse stata accertata come la causa dell’avvelenamento da piombo, il tribunale penale assolve i dirigenti, la società e il governo giungono ad un accordo: il governo rinuncia a procedere, la società accetta di pagare le spese per la decontaminazione del solo sito della fabbrica e per costruire un ambulatorio medico nel villaggio, rinunciando alla causa ISDS. Non pagherà alcun risarcimento per le vittime della contaminazione da piombo.

Secondo l’associazione Sin Plomo, flora e fauna risultano altamente contaminate, e almeno 500 famiglie sono in pericolo di vita. Il governo ha stimato che il costo totale della decontaminazione è di circa 4 miliardi. Ma non hanno i soldi. Nel frattempo gli abitanti di Sitio del Nino hanno ricevuto il consiglio di non mangiare prodotti locali, molti di loro, però, non hanno alcuna alternativa.

Sitio del Nino vuol dire “luogo del bambino”. Agli occhi degli abitanti apparirà davvero uno scherzo crudele, perché lì i bambini continuano a morire.

Le critiche ai trattati commerciali

La terribile vicenda è raccontata in un’inchiesta di Buzzfeed News, insieme ad altre che hanno in comune il ricorso o la minaccia di ricorso ai tribunali ISDS (investor to state dispute settlement). Si tratta di tribunali introdotti da clausole che una volta avevano un senso per impedire che un paese “canaglia” potesse espropriare illegittimamente gli investimenti di un’azienda. Oggi molte nazioni hanno sistemi giudiziari avanzati e indipendenti dal governo, quindi perfettamente in grado di garantire un trattamento equo anche ad aziende straniere. Nonostante ciò, il ricorso ai tribunali internazionali arbitrali è cresciuto, stranamente, in maniera esponenziale.

Crescita procedure ISDS
Crescita procedure ISDS

È lo stesso settore legale nato ai margini che alimenta nuove ipotesi di applicazione delle clausole ISDS. Nel linguaggio tecnico-legale si parla di pianificazione nazionale, strutturazione aziendale e così via. Per i critici la definizione più corretta è: trattato commerciale.

Un trattato commerciale è il mezzo per la realizzazione di un’area di libero scambio, dove le tariffe commerciali sono ridotte al minimo e le merci possono fluire liberamente. In quanto “commerciale”, un trattato non regolamenta altro che il commercio e in tal senso può essere negoziato direttamente dall’Unione europea senza la necessità di una ratifica da parte dei singoli Stati. Ma i trattati moderni (ACTA, TPP, CETA, TTIP) influiscono indirettamente su altri settori, quali la salute, la sicurezza, l’ambiente, la tutela dei dati personali e in genere sui diritti fondamentali che, in quanto “barriere commerciali”, impediscono il libero fluire delle merci.

Un trattato commerciale è, quindi, lo strumento più semplice per alimentare le ipotesi di applicazione delle ISDS. Infatti, uno dei pilastri di questi trattati, quasi tutti sponsorizzati dagli Usa, è l’introduzione, tramite le clausole ISDS, di tribunali arbitrali privati ai quali viene assegnato un potere allarmante. Le aziende straniere, che investono in un paese, grazie a queste clausole si sottraggono alla giurisdizione dello Stato, mentre le aziende nazionali ne sono soggette, così determinando un’inammissibile disparità.

Un collegio ISDS non è, ovviamente, in grado di modificare la politica di un paese dichiarando illegittima una legge, ma le sue decisioni influiscono direttamente sulle scelte politiche, in quanto le sanzioni che esso può imporre ad uno Stato sovrano sono talmente elevate che un piccolo Stato non può correre il rischio di subirle. In tal modo un collegio ISDS può costringere un paese a riconsiderare le sue politiche e annullare i suoi atti autoritativi.

Fino ad oggi si è discusso del potenziale uso delle ISDS al fine di bloccare l’approvazione di leggi in materia ambientale, di sicurezza del lavoro, di interesse pubblico (come l’aumento salariale e il divieto di uso di sostanze chimiche pericolose), ma non era ancora emerso che il sistema potesse essere sfruttato anche come scudo per i criminali e i corrotti. BuzzFeed News ha documentato 35 casi nei quali una società o un dirigente è accusato di attività criminali, tra cui il riciclaggio di denaro, l’appropriazione indebita, l’aggiotaggio, la corruzione o la frode e in almeno 8 casi la proposizione di un reclamo ISDS ha ottenuto risultati positivi per gli accusati.

I supporters delle clausole di arbitrato sostengono che servono a portare certezza del diritto in paesi dove non esiste, e che in genere vincono più spesso gli Stati (36%) che le aziende (26%). In realtà, nelle statistiche sono menzionati solo i casi noti, sfociati in una pronuncia dei tribunali arbitrali. Ma, come visto sopra, esistono casi nei quali la sola minaccia di rivolgersi ad un collegio ISDS porta un governo di un paese povero ad accordarsi. In alcuni casi le aziende, pur non avendo ricevuto una compensazione monetaria sono comunque riuscite a bloccare una sanzione penale, cosa che certamente si può considerare una vittoria per l’azienda.

Per questi motivi l’opposizione alle clausole ISDS si sta diffondendo in tutto il mondo, ma mano che vengono fuori notizie sul contenuto dei trattati. Appare sempre più evidente che quello che una volta era un sistema di giustizia, oggi è divenuto, grazie all’inventiva dei legali, un mezzo per intimidire una nazione, per maggiorare il profitto, e sottrarsi alle conseguenze delle proprie azioni.

Quel che resta del trattato ACTA

Il 4 luglio del 2012, dopo un intenso dibattito con la società civile e le aziende, con 478 voti contro 39, il trattato ACTA (Anti-Counterfeiting Trade Agreement) viene rigettato dal Parlamento europeo. Afferma il Presidente Martin Schulz:

Il dibattito su ACTA ha dimostrato l'esistenza in Europa di una pubblica opinione che va oltre i confini nazionali. In tutta l'Europa la gente è stata coinvolta in proteste e dibattiti. La mobilizzazione della pubblica opinione è stata senza precedenti. Come Presidente del Parlamento europeo, mi sono impegnato a dialogare coi cittadini e a rendere l'Europa più democratica e comprensibile.

Negoziare un unico trattato con tutti gli Stati, tranne gli appartenenti ai BRIC (principalmente Cina) appare un evidente errore strategico ai negoziatori americani. Dopo la bocciatura di ACTA, l’USTR americano (rappresentante per il commercio degli USA) ha preferito, quindi, negoziare più trattati separatamente con Stati diversi, in modo da poter gestire più facilmente le critiche: il TPP per l’area del Pacifico e il TTIP con l’Unione europea (Transatlantic Trade and Investment Partnership).

In Europa, i graduali trapelamenti delle norme negoziate dall’USTR americano e dalla Commissione europea portano, però, ad una forte crescita delle proteste dell’opinione pubblica.
Nel marzo del 2014 è proprio il governo tedesco a denunciare forti dubbi sulla necessità di introdurre le clausole ISDS, in considerazione del fatto che gli investitori americani sono sufficientemente tutelati dai tribunali europei.

Le proteste sono tali che la Commissione deve correre ai ripari avviando una strategia di contenimento e distrazione. Sospende, quindi, i negoziati sulle clausole ISDS (ma non sul trattato TTIP) ed avvia una avvia una consultazione pubblica sulle clausole arbitrali, sulle quali si concentrano la maggior parte delle critiche, non solo dei cittadini, ma anche dei politici timorosi della perdita di sovranità nazionale. La consultazione si dimostra una mera distrazione, visto che è una consultazione sulla modalità di introduzione di dette clausole, e non sull'opportunità o meno di introdurle in Europa.

La consultazione, però, si rivela un vero e proprio boomerang, ottenendo circa 150mila interventi dei quali la gran parte (97%) esprimono contrarietà alle ISDS. Il Commissario al Commercio De Gucht, uomo chiave dei principali trattati commerciali negoziati dell’UE, come il CETA, in maniera sprezzante definisce questa massiccia partecipazione della società civile «un attacco coordinato!». Oggi De Gucht è membro del consiglio direttivo di varie aziende, tra le quali la ArcelorMittal, la più grande società siderurgica e mineraria al mondo nonché lobbista UE particolarmente impegnata nel contrasto delle norme europee regolatorie delle emissioni ambientali.

La sonora bocciatura delle ISDS in sede di consultazione non può essere ignorata dalla Commissione che apporta delle modifiche al sistema dei tribunali arbitrali, le quali, però, si rivelano esclusivamente di facciata (qualcosa di simile si è visto col Privacy Shield in rapporto al Safe Harbor). Secondo la nuova proposta i giudici non saranno più arbitri, bensì veri e propri giudici ripartiti egualmente tra Usa, Ue e paesi terzi, probabilmente giudici in pensione o accademici di alto livello.

Rimane comunque il problema principale, si instaura un sistema giudiziario parallelo, al quale si possono rivolgere le aziende straniere (e non quelle nazionale e nemmeno i governi) che ritengono di non aver ricevuto un “trattamento giusto ed equo”. Una definizione talmente generica che in alcuni casi si è ritenuto “ingiusto” anche regolamentare il prezzo dell’acqua. Un qualsiasi comportamento che riduce i profitti attesi può essere ritenuto “ingiusto”.
Le pressanti critiche hanno portato all’eliminazione di tale clausola dalla regolamentazione del TTIP, ma permane in esso un’altra clausola estremamente controversa, che prevede la possibilità per un’azienda straniera di invocare la protezione prevista da ogni altro trattato firmato dall’Unione europea, se all’azienda più favorevole.

Se non sei al tavolo allora sei nel menu

Nel marzo del 2015 il Corporate Europe Observatory (CEO), un'organizzazione no-profit che documenta l'effetto delle lobby aziendali sui processi decisionali dell'Unione europea, invia una richiesta FOI (freedom of information request) alla Direzione DG Trade (Direzione Generale per il Commercio) della Commissione Europea. Chiede la lista degli incontri ufficiali con i rappresentanti dell’industria del tabacco e la corrispondenza tra la Direzione e tali rappresentanti. Nonostante il Regolamento 1049/2001 preveda l’accesso ai documenti ufficiali dell’Unione europea entro 15 giorni, la risposta ritarda. Dopo 3 mesi la Direzione rifiuta l’accesso ad alcuni documenti e censura gli altri.
Lo stesso risultato lo ottenne in precedenza il parlamentare europeo Sophie in't Veld quando chiese alla Commissione Europea, impegnata in negoziati internazionali con gli Usa, l'accesso ad alcuni documenti. Il rifiuto, in base ad una sentenza della Corte di Giustizia europea, riguarda la tutela dell’interesse pubblico nelle relazioni internazionali.

La segretezza tocca addirittura i membri del Parlamento e del Consiglio, che possono accedere ai documenti in negoziazione in speciali “camere di lettura”, con il divieto di portare dispositivi elettronici e condividere le informazioni all’esterno.
Nel caso di divulgazione non autorizzata delle informazioni, gli Stati Uniti possono ritirare il proprio consenso all’accesso ai documenti da parte del Parlamento europeo.

In conclusione, i negoziatori americani (USTR) e europei (Commissione), hanno ovviamente pieno accesso ai documenti, ma anche le aziende, molte delle quali sono spesso invitate agli incontri dei negoziati. Secondo il Corporate Europe Observatory la Commissione DG Trade nel 4% dei casi ha avuto incontri con gruppi di interesse pubblico, nel 92% dei casi erano incontri, a porte chiuse, con aziende.

Le multinazionali hanno accesso ai testi negoziali e spesso l'attività di lobbying delle aziende riesce a condizionare opportunamente tali negoziati, specialmente nel momento in cui non vi è un controllo democratico dell'opinione pubblica. Il Parlamento europeo e il Consiglio possono accedere ai testi con notevoli restrizioni, i cittadini non possono accedervi fino alla fase di ratifica. Considerato che parliamo di trattati con migliaia di pagine, estremamente complessi, a quel momento sembra un po’ troppo tardi.

Tali restrizioni sono richieste generalmente dagli Usa. La segretezza, infatti, è il normale approccio degli americani.
Negli Usa, ad esempio, l’USTR ha rifiutato di condividere il testo del trattato TPP con i membri del Senato americano, anche se nel contempo, però, ha concesso l’accesso completo alla MPAA (Motion Picture Association of America, associazione formata per promuovere gli interessi degli studi cinematografici).

Ma la Commissione avrebbe potuto (dovuto?) bloccare i negoziati fino alla verifica di conformità di tali obblighi con il Trattato di Funzionamento dell'Unione europea. Invece si trincera dietro la scusa che la segretezza riguarda la fiducia intercorrente tra i negoziatori. Secondo la Commissione, la pubblicazione degli atti potrebbe portare un pregiudizio ai negoziati e in genere ai rapporti internazionali. Se le parti hanno motivo di credere che le posizioni espresse durante i negoziati sono portate a conoscenza del pubblico, viene meno la reciproca fiducia. Cosa si diranno mai, aziende e governi, dietro quelle porte chiuse, che non può essere conosciuto dai cittadini?

Non dimentichiamo che il TTIP non è una normativa nata da un processo democratico, bensì un accordo contrattuale scritto da funzionari non eletti e non rappresentativi. Ma se l’Europa lo voterà diverrà legge per tutti noi.

Il TTIP è morto, viva il TTIP

Nel corso del 2016 la situazione comincia a diventare preoccupante a causa della crescente contrarietà dell’opinione pubblica al trattato. Washington e Bruxelles spingono per una veloce approvazione, l’amministrazione Obama vorrebbe concludere prima della fine del mandato, ma ad agosto il ministro dell’Economia tedesco, valutando che in 14 round di colloqui Usa e UE non si sono accordati su un singolo punto dei 27 capitoli in discussione, dichiara che i negoziati hanno fallito, anche se nessuno lo vuole ammettere, scaricando le responsabilità del fallimento sulle eccessive pretese degli Stati Uniti per le sue multinazionali.

La Merkel a luglio aveva, però, sostenuto che il TTIP è “assolutamente nell'interesse dell'Europa”, ma poi a fine agosto fa eco il ministro francese, che esige la cessazione dei negoziati. Hollande dichiara che i negoziati sono impantanati, le posizioni non sono state rispettate, e il trattato è chiaramente sbilanciato a favore degli Usa e delle aziende americane.
Il 31 agosto è la volta del Primo ministro austriaco di attaccare il TTIP. Ai primi di settembre è il Primo ministro belga a rincarare la dose: il TTIP non è equilibrato.

Ovviamente le dichiarazioni dei ministri di Francia e Germania si possono considerare da campagna elettorale, considerato che entrambi i paesi andranno alle urne l’anno prossimo e sanno bene che il tema coagula una forte opposizione popolare. Dirsi a favore del trattato potrebbe risultare un vero e proprio suicidio politico per alcuni leader.
Ma con l’addio di Londra, l’Europa perde il principale sostenitore del trattato di libero scambio. Il Premier Cameron aveva commissionato alla London School of Economics uno studio sugli effetti del TTIP, con la speranza di trovare argomenti utili alla propaganda. Invece, dopo averlo letto è stato costretto a segretarlo, anche se poi Global Justice Now, un gruppo di attivisti, lo ha ottenuto in base al Freedom Of Information Act, e divulgato. Dopo la Brexit i negoziati non sono mai nemmeno davvero ripartiti.

L’Italia, invece, continua a sostenere con forza l’approvazione del trattato transatlantico, favorevole addirittura ad una procedura EU only esautorando gli Stati nazionali. Questo è ammissibile per i trattati economici ma il TTIP, incidendo pesantemente sui diritti fondamentali è da considerarsi un trattato misto. In realtà proprio l’Italia ha posizioni incompatibili con le clausole negoziate dagli americani, difendendo 42 eccellenze del Made in Italy dall’assalto dei prodotti americani.

CETA e TISA, gli altri trattati in gioco

Contemporaneamente al TTIP la Commissione europea sta giocando anche un’altra partita su un campo meno conosciuto. Si tratta di CETA (Comprehensive Economic and Trade Agreement), il trattato di libero scambio tra Unione europea e Canada, i cui negoziati sono già terminati e si attende solo l’approvazione delle istituzioni europee e dei Parlamenti nazionali.

CETA non è proprio ben visto dagli Usa, visto che l’Europa, dato il suo maggior peso nei confronti del Canada, ha potuto ottenere alcuni vantaggi. Ma comunque la sua importanza è strategica. Le massicce critiche verso la clausole ISDS portano a pensare che sarà necessario stralciarle per poter proseguire i negoziati sul TTIP. Però tali clausole sono presenti in CETA, per cui alle aziende americane sarà sufficiente la sua approvazione per poter agire contro i governi europei attraverso le controllate canadesi.

Come TTIP, anche CETA utilizza definizioni ampie di investimenti e esproprio, consentendo alle aziende di portare in giudizio uno Stato se minaccia i loro futuri profitti attesi. Come TTIP, anche CETA imbriglia le politiche degli Stati nel nome del pubblico interesse e limita pesantemente l’intervento di un governo anche nei servizi pubblici. Uno Stato che mettesse in piedi un servizio sanitario di base per cittadini non abbienti potrebbe essere citato dinanzi ad un tribunale ISDS per aver ridotto i profitti attesi alle aziende private del settore.
Essendo il CETA una versione in piccolo di TTIP, le critiche si sono scagliate anche contro di esso, anche se in misura minore essendo meno conosciuto.

Ma se anche CETA non dovesse essere approvato, rimarrebbe sempre un altro trattato: TISA (Trade in Services Agreement).
La segretezza che circonda il TISA è elevatissima, si conoscono solo alcuni documenti pubblicati su Wikileaks. TISA punta a deregolamentare il settore finanziario e dei servizi in generale (compreso quindi i servizi pubblici essenziali, sanitari, idrici, ecc..., che costituiscono l’80% del PIL Usa e il 75% del PIL europeo) in base alle teorie ultraliberiste, imponendo alle parti contraenti (gli Stati) ferrei vincoli alla potestà regolamentare.

Col TISA anche i servizi sanitari diverrebbero campo d’azione delle multinazionali, minando quei sistemi che forniscono tutela sanitaria universale di base. Una apertura totale al mercato dei servizi di interesse pubblico porterebbe ad un aumento delle discriminazioni nell’accesso ai servizi (ottieni quello che paghi) e distoglierebbe le risorse dall’erogazione dei servizi di base per interventi costosi quali la telemedicina. Si avrebbe in tutti i paesi un’erogazione dei servizi a due velocità, favorendo il turismo sanitario.

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Una battaglia continua

Un nuovo round di negoziati per il TTIP si svolgerà da oggi al 7 ottobre. Obama vorrebbe concludere i negoziati entro il suo mandato, ma a questo punto appare difficile. Trump e Clinton sono genericamente contrari, concentrandosi però principalmente su una possibile perdita di posti di lavoro americani.
Per il TTIP la strada è tutta in salita e a Bratislava di fatto il trattato è stato messo in stand by. L'obiettivo del prossimo incontro è fissare i punti concordi per poi congelare il trattato al fine di riprenderlo quando i tempi saranno più maturi e le critiche saranno scemate. L’idea è di farlo ripartire dopo le elezioni di novembre negli Usa, ma più realisticamente dopo le elezioni in Germania e Francia, casomai con un nuovo nome e una nuova strategia di comunicazione.

Ma, proprio il fallimento dei negoziati sul TTIP comporta una forte pressione per l’approvazione di CETA, che potrebbe avvenire il 18 ottobre. Anche TISA potrebbe essere approvato entro la fine dell’anno, considerato che molte controversie sul flusso dei dati sono state risolte dal Privacy Shield. In ogni caso i trattati, se approvati, dovranno essere ratificati dal Parlamento europeo e poi dai singoli Stati.

Nel frattempo i cittadini europei sono scesi per le strade a protestare contro TTIP e CETA sia in Germania che in Belgio e in Austria. È evidente, però, che l’opinione pubblica dovrà contrastare strenuamente ogni singolo trattato, perché se ne passasse anche solo uno, sarebbe difficile recuperare i diritti perduti.

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