“Il video che smonta in due minuti i media tradizionali sulla Siria”. Fact-checking

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Nei giorni scorsi è stato molto condiviso il video di uno scambio tra due giornalisti, la freelance canadese, Eva Bartlett, e il giornalista del quotidiano norvegese Aftenposten, Kristoffer Rønneberg, al termine di una conferenza stampa organizzata lo scorso 9 dicembre dalla missione siriana alle Nazioni Unite. Rispondendo a una domanda del giornalista norvegese, che le chiedeva di spiegare perché secondo lei i media occidentali e le organizzazioni internazionali mentono su Aleppo e il conflitto in Siria, nonostante «tutti questi fatti assolutamente documentabili che vediamo sul campo: quegli ospedali sotto bombardamento, quei civili di cui lei parla, le atrocità che stanno vivendo» e di giustificare le sue affermazioni, Bartlett ha detto che:

  • Ad Aleppo est non ci sono organizzazioni internazionali per registrare cosa realmente stia avvenendo.
  • Le fonti dei giornalisti occidentali non sono credibili: in particolare, l'Osservatorio Siriano per i Diritti Umani (Sohr), che ha la sua base nel Regno Unito e fa capo a una sola persona, e i Caschi Bianchi, che si dichiarano neutrali ma hanno armi e usano sempre gli stessi bambini nei loro video per diffondere informazioni false.
  • Gli organi di informazione internazionali militano per un cambio di regime in Siria.
  • Il governo di Assad è stato democraticamente eletto nel 2014 e non è vero che l’esercito siriano attacchi i civili. Anzi, le persone che riescono a fuggire da Aleppo est dicono che l’esercito li aiuta a mettersi in salvo.
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    Il 10 dicembre, il giorno successivo alla conferenza, inizia a girare on line il video dello scambio tra Bartlett e Rønneberg, intitolato: “Una giornalista indipendente smonta in due minuti la retorica dei media tradizionali sulla Siria”. Una clip di quasi 4 minuti, pubblicata sulla pagina Facebook di In The Now, è stata vista più di 3 milioni di volte. Il video è stato diffuso anche in versione tedesca e spagnola sui canali locali di RT.

    Il video si inserisce in un contesto già molto complicato come il conflitto siriano, segnato da bombardamenti ed evacuazioni, stretto tra diversi interessi geopolitici, che rende difficile l’accesso all’area di guerra ai giornalisti e trovare informazioni attendibili e fonti credibili.

    Il contesto del video e chi è Eva Bartlett

    La cornice in cui si è svolta la conferenza stampa ha dato una parvenza di neutralità all’evento: si trattava di un incontro organizzato dalla missione siriana alle Nazioni Unite al quale hanno partecipato rappresentanti della Hands Off Syria Coalition (che coinvolge più di 250 organizzazioni aggregatesi – si legge sul sito – tra di loro “dopo una discussione sulla necessità di resistere alla intensa propaganda di guerra che giustifica l'intervento degli Stati Uniti e della NATO in Siria”), dello US Peace Council ed Eva Bartlett, presentata come “giornalista indipendente canadese”. Era previsto l’intervento dell’ambasciatore siriano all’Onu, Bashar Ja'afari, che però non ha più partecipato all’incontro.

    Proprio la presenza di Ja’afari aveva spinto Kristoffer Rønneberg a seguire l’evento. «Volevo ascoltare la sua prospettiva», ha detto il giornalista norvegese a BuzzFeed. «Per quanto posso dire o ricordare, non è stato spiegato il motivo per cui non si è presentato. Invece c'erano quattro persone, attivisti, che a mio avviso rappresentavano il messaggio che ti aspetteresti di ascoltare dal governo siriano o russo». A Libération, Rønneberg ha dichiarato di aver avuto l’impressione di essersi sentito, durante la conferenza, a sua insaputa, «un piccolo tassello in una grande guerra di propaganda».

    Inoltre, Eva Bartlett, che sulla pagina della conferenza era stata presentata come giornalista indipendente, sul suo sito non nasconde il sostegno al governo siriano di Bashar al-Assad, come mostrano, infatti, diversi suoi articoli, che parlano di “bugie occidentali” o di “decostruzione della narrazione occidentale”, e una dichiarazione in home page: “Io sostengo la Siria contro una guerra “civile” finanziata, armata e pianificata dalle potenze occidentali e i loro alleati regionali, allo scopo di spazzare via ogni resistenza all'imperialismo in Medio Oriente". La giornalista canadese cura poi un blog su Russia Today, sito di informazione finanziato dallo Stato russo.

    A Russia Today è collegato il canale che ha pubblicato il video dello scambio tra Bartlett e Rønneberg. Come ricostruisce su BuzzFeed Ishmael N. Daro, si tratta di In The Now, sito che mescola intrattenimento a notizie più serie per creare contenuti facilmente condivisibili sui social media. Quello che non è immediatamente visibile ai lettori, prosegue Daro, è che In The Now fa parte della galassia RT (in precedenza noto come Russia Today), anche se, fatta eccezione per una pagina sul sito di RT, sui canali Facebook, Twitter, Youtube, non c’è alcuna indicazione che faccia pensare a un collegamento.

    Nato come programma su RT, nella primavera del 2016 In The Now è diventato un progetto autonomo. In una dichiarazione via e-mail in risposta a BuzzFeed, un portavoce di RT ha spiegato che In The Now è un progetto editoriale indipendente: «il progetto, anche se nato come parte della piattaforma televisiva di RT, alla fine si è scorporato come marchio separato perché il suo creatore, Anissa Naouasi, ha voluto esplorare un formato digitale meno formale».

    In un post su Facebook, Eva Bartlett ha poi risposto ad alcune perplessità di Daro su BuzzFeed rispetto ai rapporti della giornalista con il governo siriano e alle sue affermazioni sul ruolo dei media mainstream occidentali. Bartlett ha rivendicato la sua indipendenza, dicendo di aver partecipato alla conferenza stampa su sua richiesta personale per presentare i risultati delle sue inchieste giornalistiche sul campo e grazie all’organizzazione della Hands Off Syria Coalition. Il governo, prosegue la giornalista, ha accettato le sue richieste di poter andare in specifiche aree di Aleppo e della Siria (come Homs e Palmira, ad esempio), dove ha incontrato faccia a faccia diversi siriani, senza rappresentanti del governo, al massimo con un interprete indipendente. Per questo Bartlett ritiene che la “narrazione” che ha presentato sia quella del popolo siriano (e non del governo).

    Analisi e verifiche delle affermazioni di Eva Bartlett

    Diversi siti hanno tentato di verificare le affermazioni di Eva Bartlett, nonostante la giornalista canadese non abbia dato molti elementi di supporto. A molte richieste di informazioni o chiarimento, non ha ancora risposto.

  • “Le loro riprese video contengono bambini che sono stati 'riciclati' in diversi rapporti”
  • Il 20 dicembre Channel 4 ha pubblicato un articolo in cui ha cercato di smontare una frase in particolare pronunciata da Eva Bartlett durante la conferenza stampa:

    «Le loro riprese video [ndr cioè, dei Caschi Bianchi] contengono bambini che sono stati “riciclati” in diversi rapporti. Potete trovare una ragazza di nome Aya, che compare in un report un mese, diciamo agosto, e compare il mese dopo, in due posti diversi»

    L’ipotesi avanzata dalla giornalista canadese è che i Caschi Bianchi (la Protezione Civile Siriana) abbiano filmato più volte la stessa bambina durante i salvataggi, presumibilmente per ingigantire gli effetti dei bombardamenti o addirittura far girare immagini di attacchi del tutto finte. Bartlett non esplicita a quali video, immagini e attacchi si riferisca. Contattata dalla redazione di Channel 4 per chiarimenti, non ha risposto. Così, gli autori dell’articolo, hanno provato a verificare quanto da lei sostenuto, selezionando uno tra i tanti montaggi di immagini che più hanno girato on line, intitolato Al-Qaeda/i Caschi Bianchi hanno salvato sempre la stessa bambina in tre luoghi diversi, e individuando alcuni episodi di soccorso ai minori nel periodo (da agosto in poi) indicato dalla freelance durante la conferenza stampa.

    via Channel 4
    via Channel 4

    I giornalisti di Channel 4 hanno confrontato le fotografie che ritraggono le tre bambine, individuato i video dai quali sono state estrapolate quelle immagini, verificato la loro attendibilità e associato a quale attacco si riferiscono, facendo un controllo incrociato con gli articoli pubblicati su diversi organi di informazione per ciascuno di loro.

    via Channel 4
    via Channel 4

    Sono tre le conclusioni a cui sono giunti:

    1) Confrontando le immagini fisse tra di loro, nei video sono ritratte tre bambine diverse. La somiglianza più evidente è negli abiti indossati (top turchese e jeans), che presentano leggere differenze tra di loro. In ogni caso, ci si chiede nell'articolo, anche se si stesse “riciclando” sempre la stessa bambina e si trattasse di tre messe in scena, perché vestirla con abiti simili?

    2) Nessuno dei filmati di questi salvataggi è stato pubblicato dai Caschi Bianchi nei loro canali abituali. In un caso si tratta di immagini fatte circolare dalle principali emittenti televisive internazionali, in un altro di filmati caricati su Youtube da attivisti anti-Assad.

    3) Dal controllo incrociato con altre fonti è possibile appurare che le immagini fanno riferimento ad attacchi aerei realmente accaduti e, a giudicare dal momento in cui i video sono stati caricati sui diversi canali, si può dire con certezza che sono stati registrati poco dopo i bombardamenti.

    La prima immagine risale al 27 agosto e si riferisce a un salvataggio fatto dopo due attacchi aerei sul quartiere di Aleppo, Bab al-Nairab, mentre si stava svolgendo un funerale. La foto è stata scattata da Abdalrhman Ismail, fotografo della Reuters, da 3 anni sul campo in Siria. Alcuni, nei commenti alle immagini, si sono dette perplesse del fatto che la bambina sia stata fotografata tra le braccia di tre diverse persone, ma, spiegano i giornalisti di Channel 4, come mostrano diversi filmati al riguardo, i soccorritori lavorano in catena tra di loro, passandosi di mano in mano i bambini.

    Il viso della seconda bimba è difficile da identificare nel collage virale postato sopra. Tramite ulteriori analisi incrociate, i giornalisti hanno dedotto che si tratta di una bambina di 5 anni, identificata col nome di Rawan Alowsh, estratta dalle macerie di un edificio dopo un attacco aereo che ha colpito Aleppo il 23 settembre scorso (come è possibile vedere in un video trasmesso dalle principali emittenti internazionali). La lunga sequenza, in cui i soccorritori rimuovono le macerie intorno alla bambina, fa pensare che si tratti di un filmato difficilmente falsificabile. Qualcuno avrebbe dovuto seppellire una bambina, che urla, fino al petto e ammassare intorno e su di lei grandi quantità di macerie. “Una sfida logistica e un atto collettivo di abuso di minori fuori dall'ordinario”, si legge nell’articolo.

    Successivamente, in un altro video, Rawan Alowsh è stata filmata distesa su un lettino di ospedale.

    Le principali perplessità sono state due: alcuni hanno messo in dubbio la possibilità che un minore possa essere estratto vivo, senza lesioni gravi, dalle macerie di un edificio crollato; altri si sono chiesti se la bambina ritratta nei due filmati (sotto le macerie e all’ospedale) fosse la stessa. Riguardo la prima critica, scrive Channel 4, non sono rari i casi di persone estratte incolumi dopo crolli e terremoti (la stessa Eva Bartlett, in un articolo del 2009, raccontava la storia di un uomo palestinese, Abu Qusay, che si era salvato dopo l’esplosione di una bomba israeliana a Gaza). Sull’identità di Rawan, gli abiti e i braccialetti visibili sul polso sinistro nei fotogrammi dei due video tolgono ogni dubbio, dimostrando che è la stessa persona.

    La terza bambina, infine, è stata ripresa in un video caricato su Youtube da attivisti anti-Assad di Talbiseh, un centro a nord di Homs, in mano a forze ribelli. Il filmato ritrae una bimba che perde sangue dal naso, dopo un attacco aereo proprio a Talbiseh, l’11 ottobre 2016. La piccola, che si rivolge a suo padre in arabo, dice di chiamarsi Aya. Anche in questo caso, alcuni commenti hanno suggerito che possa trattarsi di una messa in scena. Al di là di quello che il video mostra (o non mostra), affiancando l’immagine di Aya alle altre, “è evidente che ci si trova di fronte a persone con caratteristiche del viso differenti”.

    Tutto questo, conclude l’articolo, fa pensare che “le bambine non siano sempre la stessa persona”, ma tre “orfane, rimaste ferite o in difficoltà, ingiustamente accusate di coinvolgimento in un complotto piuttosto sofisticato”.

  • “Potete trovare una ragazza di nome Aya, che compare in un report un mese, diciamo agosto, e compare il mese dopo, in due posti diversi”
  • Sul nome Aya si concentra un pezzo del 14 dicembre scorso di Bethania Palma su Snopes. Questo nome ricorre in altri due articoli che raccontano episodi di salvataggio di bambini: in una storia, pubblicata dall’Unhcr il 27 giugno 2016, che parla di una bimba siriana di 4 anni, rifugiata in Libano, dove vive con la sua famiglia in condizioni molto difficili, e in un’altra testimonianza, raccolta dall’Unicef nel 2013. L’esistenza di più bambini con lo stesso nome non significa, scrive Palma, che ci sia una sorta di “riciclaggio” delle vittime né può provare che le notizie di violenze contro i civili siriani siano inventate. Al massimo testimonia la popolarità di un nome.

    Secondo Palma, il modo di argomentare di Eva Bartlett è molto simile a quello dei cospirazionisti. La giornalista di Snopes utilizza come esempio un passaggio della conferenza stampa (minuto 18:59), in cui Bartlett mette in dubbio il bombardamento dell’ospedale “Al Quds”, come prova che «i media, che mentono, non sono coerenti nemmeno nelle loro menzogne»:

    Nel mese di aprile di quest'anno c'era un ospedale chiamato “Al Quds” che, in uno sforzo concertato, tutti i media hanno detto che è stato attaccato, colpito e gravemente danneggiato dai siriani o i russi. In realtà, i russi hanno a disposizione un’immagine satellitare che dimostra come questo ospedale sia rimasto intatto, tale e quale a come era nel mese di ottobre 2015. Nessuna differenza. Quindi, non è stato attaccato. Mesi dopo, il Guardian, giornale britannico di primo piano, ha detto che l'ospedale “Al Quds”, che si presumeva essere stato attaccato e distrutto, stava curando le vittime di attacchi con le cosiddette armi chimiche. [Eva Bartlett]

    L’ospedale “Al Quds” è stato gravemente danneggiato il 27 aprile 2016 da un bombardamento, come testimoniato due giorni dopo da una dichiarazione di Medici Senza Frontiere, che supportano la struttura sanitaria sin dal 2012. L’attacco portò alla morte di tre medici, tra cui uno dei pochi pediatri rimasti in città. Il 4 maggio MSF comunicava che la struttura era pronta a riprendere le attività due settimane dopo l’attacco aereo. Il 10 agosto il Guardian pubblicava un articolo (citato da Bartlett nella conferenza stampa) in cui riferiva che alcune persone erano state curate per avvelenamento da gas chimici all’ospedale “Al Quds”. Questi articoli, spiega Palma, non provano che l’ospedale non è mai stato bombardato, come sostiene Bartlett, ma solo che ha ripreso le attività dopo l’attacco.

    In un commento su Facebook, la giornalista canadese ha dichiarato di stare lavorando a una replica all’articolo di Snopes, secondo lei pieno di inesattezze.

  • “I caschi bianchi sono stati istituiti nel 2013 da ex ufficiale militare britannico e finanziati con 100 milioni di dollari da Stati Uniti, Regno Unito, Europa e altri Stati”
  • Nelle sue affermazioni Bartlett ripropone un leit motiv piuttosto diffuso secondo il quale i Caschi Bianchi (la Protezione Civile Siriana) non sono neutrali perché istituiti da un militare britannico e finanziati da diversi paesi occidentali. Per i sostenitori del governo di Assad, i Caschi Bianchi – scriveva Roberta Aiello su Valigia Blu – sarebbero al centro di un “disegno occidentale che mira a ottenere un cambio di regime”. RT pubblica spesso articoli che mettono in dubbio le reali motivazioni che si celerebbero dietro il gruppo, ma scrive Bethania Palma su Snopes, non è stata ancora trovata nessuna prova credibile che dimostri la connessione tra Caschi Bianchi e organizzazioni terroristiche. Le accuse rivolte sembrano basate più su motivazioni politiche che su evidenze.

    In un’intervista a The Intercept, Rahed al-Saleh, 33 anni, ex commerciante di componenti elettronici, ora a capo dei 3mila membri del gruppo, si era detto stanco di tutte queste affermazioni che lui considerava lontane dai fatti.

    È vero, spiegano Cecilia Dalla Negra e Fouad Rouheia su Q Code Mag, i Caschi Bianchi sono stati fondati da un ex membro dell’intelligence britannica, James Le Mesurier, i finanziamenti arrivano da Gran Bretagna, Giappone, Olanda, Danimarca e Germania e negli ultimi 2 anni il loro bilancio ha oscillato intorno ai 20 milioni di dollari all’anno, ma tutto questo non prova che dietro la loro azione ci sia l’obiettivo di un sovvertimento di potere in Siria.

    La protezione civile siriana, racconta loro il responsabile comunicazione del gruppo, Abdulrahman Al-Hassan, segue l’articolo 63 della prima Convenzione di Ginevra: «Seguiamo rigidamente gli standard internazionali che definiscono i nostri compiti, le nostre competenze e le regole con cui dobbiamo lavorare, anzi facciamo di più: secondo il diritto internazionale in un’area di conflitto anche i civili e gli operatori umanitari possono avere un’arma per l’autodifesa, noi non lo permettiamo ai nostri uomini né quando sono in divisa, né quando sono fuori servizio».

  • “Nel 2014 il popolo siriano ha votato. Il popolo siriano in grande maggioranza supporta il presidente Assad”
  • Come posso quantificare il supporto del popolo siriano? Le elezioni. Nel 2014 il popolo siriano ha votato. Il punto è che il popolo siriano in grande maggioranza supporta il presidente Assad. (...) Tutti vogliono un cambiamento. Ma in termini di supporto al governo, il punto è che non vedono il presidente Assad come un problema. Vedono che il problema è il terrorismo

    Secondo Bartlett, la prova del gradimento dei civili siriani nei confronti del governo e che la vera minaccia sia costituita dal terrorismo sarebbe il risultato delle elezioni del 2014, quando 11 milioni di persone andarono a votare e premiarono il presidente Assad con l’88,7% dei consensi. Si trattava delle prime elezioni che vedevano la presenza di altri candidati (Maher Hajjar e Hassan al-Nouri, scriveva Al Jazeera all’epoca che si trattava di due sconosciuti, molto blandi nel loro opporsi al regime) dopo 40 anni di successione ininterrotta al potere della famiglia Assad. Nel racconto di Eva Bartlett, però, scrivono Cecilia Dalla Negra e Fouad Rouheia, mancano dei pezzi.

    Non viene detto che le elezioni si sono “svolte quando la guerra era in corso da 3 anni, in un paese parzialmente distrutto e per le quali gli unici dati reperibili sono quelli governativi”. Gli alleati occidentali e regionali dell’opposizione (come Stati Uniti, Francia, Gran Bretagna, Arabia Saudita) definirono le elezioni una farsa, mentre “tra gli osservatori internazionali ammessi, che accolsero con favore il regolare svolgimento del voto, c’erano la Russia, l’Iran, la Corea del Nord e lo Zimbabwe”.

    Non vengono menzionati i 2 milioni e mezzo di siriani che, proseguono gli autori dell’articolo, “già nel 2014 erano rifugiati fuori dal paese e gli sfollati in patria, che insieme compongono 1/4 della popolazione”. Non si parla dei siriani nelle aree allora controllate dall’opposizione araba e da quella curda, che boicottarono il voto rendendo irreperibili le urne in cui votare. Non si fa riferimento alle “regole per candidarsi alle elezioni che praticamente escludevano qualunque oppositore storico perché tutti hanno vissuto l’esilio e molti si sono sposati con cittadini stranieri”.

    Nella risposta a BuzzFeed, Bartlett ha detto che molte persone andarono a votare liberamente attraversando la città e sfidando gli attacchi da parte dei terroristi, decidendo di tornare a Damasco perché le ambasciate nei diversi paesi erano state chiuse dai relativi governi oppure recandosi all’ambasciata siriana in Libano, come ha potuto osservare direttamente.

  • “Le sue fonti sul campo… non le ha”
  • Rispondendo a Kristoffer Rønneberg, Eva Bartlett dice che ad Aleppo non ci sono media né organizzazioni internazionali e per questo i giornalisti dei «molto compromessi media dell'establishment» devono affidarsi a fonti di seconda mano, acquisite a distanza e, per questo motivo, secondo la giornalista canadese, poco credibili.

    Tutta la sua argomentazione si fonda sull’opposizione tra valore delle testimonianze raccolte sul campo e inaccuratezza delle fonti indirette. Questa contrapposizione, però, scrivono Samuel Laurent e Adrien Sénécat il 15 dicembre su Le Monde, è ambigua e discutibile, perché, da un lato, le fonti dirette non garantiscono l’obiettività assoluta, dall’altro, non è detto che chi sta a distanza utilizzi solo fonti ufficiali o di seconda mano. Ad esempio, giornalisti di Le Monde, con base a Beirut in Libano, sono in contatto con persone fuggite da Aleppo, che hanno confermato l’esistenza di vittime civili. Ci sono poi fotoreporter sul campo, come Karam al-Masri corrispondente di France Presse (AFP) ad Aleppo est, che a settembre ha raccontato il “dietro le quinte” del suo reportage per AFP, smontando la retorica della totale assenza di informazioni dalla zona da parte dei media stranieri.

    Una barricata costruita con tre vecchi autobus per proteggere i civili dai cecchini delle forze governative ad Aleppo, in Siria (Foto di Karam al Masri, Afp) – via Internazionale
    Una barricata costruita con tre vecchi autobus per proteggere i civili dai cecchini delle forze governative ad Aleppo, in Siria (Foto di Karam al Masri, Afp) – via Internazionale

    Tra le fonti indirette, la giornalista cita solamente l'Osservatorio siriano per i diritti umani (SOHR), omettendo, però, le tante altre organizzazioni che, come scrivono Cecilia Dalla Negra e Fouad Rouheia, cercano di monitorare il numero di vittime, feriti e attacchi in Siria.

    Ci sono i dati raccolti dal Centro di documentazione delle violazioni in Siria, che, spiegavamo in un altro pezzo su Aleppo, basandosi sul lavoro di una trentina di attivisti sparsi in diverse città, ha messo a disposizione on line un database dove sono registrate le vittime, con il loro nome, l’età, il sesso, la data e la causa di morte (bombardamenti, torture, esecuzioni, ecc.) e l’affiliazione al momento della loro identificazione (civili, militari, Stato Islamico…). Sulle loro statistiche si è basato il documento diffuso da Human Rights Watch lo scorso 1 dicembre, per denunciare i “crimini di guerra della coalizione russo-siriana”. Altra fonte ritenuta attendibile dalle principali organizzazioni governative e non governative é la Rete siriana per i diritti dell’uomo, per quanto sia difficile riuscire fornire cifre definitive sul conflitto.

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