Siamo tutti Sallusti. Ma anche no

[Tempo di lettura stimato: 4 minuti]

«Non si può andare in galera per un'opinione anzi per il mancato controllo su un'opinione altrui. È una decisione che deve suscitare scandalo» Ezio Mauro.«È davvero molto grave che si arrivi ad ipotizzare il carcere per un collega su un cosiddetto reato d'opinione» Ferruccio De Bortoli. «Questo mestiere non si può più fare. Se i giornalisti devono pagare con la propria libertà le opnioni che esprimono, non si può più fare» Maurizio Belpietro. Il segretario della Federazione Nazionale della Stampa, Franco Siddi «È sconvolgente. In questo momento siamo tutti Sallusti».

Queste alcune tra le più importanti reazioni riportate da Repubblica.it del mondo della stampa italiana alla condanna di 14 mesi di carcere per diffamazione inflitta al direttore de Il Giornale, Alessandro Sallusti. La vicenda, come ormai si è letto da più parti, riguarda fatti avvenuti nel 2007. L'ex direttore de Il Giornale, a quel tempo, a capo di Libero, aveva pubblicato un articolo firmato da un anonimo Dreyfus in cui veniva raccontata la storia di una ragazzina costretta ad abortire da un giudice in combutta con i genitori. Come poi ha appurato ieri la Cassazione, confermando la condanna in Appello del giugno 2011, quell'articolo non rispecchiava la verità della vicenda, stravolgeva i fatti e diffamava il giudice in questione.

Proprio per questi motivi non si capisce perché i direttori dei più importanti giornali italiani parlino di «reato d'opinione» quando invece con la diffamazione a mezzo stampa non c'entra nulla. Nessuna libertà di parola è stata negata in questo caso, infatti. Si è ribadito che in uno Stato di diritto non vi è la libertà di commettere reati, cioè, in questo caso, di diffamare.

D'altronde lo stesso giudice querelante, Giuseppe Cocilovo, oggi, in un'intervista su La Stampa chiarisce che per fa decadere la querela e quindi la relativa condanna «sarebbe bastata una lettera di scuse ai lettori per una notizia errata pubblicata (...)». Una rettifica che però in 6 anni non è mai arrivata. Rettifica che tra l'altro, secondo la carta dei doveri del giornalista, dovrebbe essere pubblicata «con tempestività e appropriato rilievo, anche in assenza di specifica richiesta” quando le informazioni diffuse “si siano rivelate inesatte o errate, soprattutto quando l'errore possa ledere o danneggiare singole persone, enti, categorie, associazioni o comunità (...)».

Sallusti al contrario non si è scusato, non ha rispettato un suo dovere professionale (anche nei confronti dei suoi lettori), ma da quando il caso della sua possibile condanna ha raggiunto le prime pagine dei giornali, ha indirizzato la sua penna non contro il reato di diffamazione che lui definisce essere un «reato intellettuale», né contro il carcere per i giornalisti, ma l'inchiostro dell'indignazione l'ha utilizzato contro i giudici rei di voler negare la sua libertà, bollando la sentenza come «politica» e richiamandosi con ciò a quella stessa battaglia che ha visto per vent'anni Silvio Berlusconi capostipite. A conferma ecco come Sallusti, durante il suo ultimo discorso in redazione, ha commentato la notizia della sua condanna:

Non ho nessuna intenzione di chiedere la grazia al Presidente Napolitano perché penso che se la giustizia italiana è arrivata a fare questo Napolitano abbia delle grosse responsabilità, in questo settennato, per aver permesso ai magistrati di scegliere ministri, primi ministri, governi, governatori, adesso anche direttori di giornali. (…).

Ecco perché inquadrata la posizione di Sallusti nel suo reale contesto politico risulta alquanto complicato sostenere, come vorrebbe il segretario della Federazione Nazionale della Stampa, con tranquillità di coscienza, lo slogan «Siamo tutti Sallusti». Questa vicenda, infatti, che poteva essere un'occasione per chiedere una riforma seria della norma riguardo il carcere per i giornalisti in caso di diffamazione si è tramutata, per volontà del diretto interessato, in un ennesimo attacco alla magistratura. Non a caso oggi il giornale pubblica un articolo d'invettiva contro i giudici che hanno osato condannare Sallusti.

La conclusione è che il carcere per un giornalista condannato per il reato di diffamazione è una pena eccessiva e inaccettabile, secondo il nostro punto di vista, e che in Italia un dibattito attento andrebbe sviluppato vista anche la situazione di minacce, querele e pressioni subite dai giornalisti in questi anni, ma al contempo non ci si può neanche permettere di scrivere articoli falsi e gravemente diffamatori – come giustamente denuncia in un post Federica Sgaggio - poiché il rischio di rovinare la vita delle persone, distruggendone la rispettabilità e l'onore, in questi casi, è sempre altissimo.


A margine di tutto questo vi è anche un'altra considerazione da fare. Quest'oggi alla Camera dei deputati, Renato Farina, il giornalista radiato dall'ordine perché collaboratore dei servizi segreti italiani, ha ammesso che dietro lo pseudonimo di Dreyfus si celava la sua penna, chiedendo per questo una revisione del processo e specificando che

L’ordine dei giornalisti nel gennaio 2006 svolse un’indagine per scoprire chi si celasse dietro la firma Dreyfus. Sospettava fossi io. Se avesse accertato questa identità, mi avrebbe impedito di esprimere la mia opinione e avrebbe sanzionato il direttore che me lo consentiva. Sallusti sostenne che Dreyfus era un nome collettivo, come Elefantino per il quotidiano Il Foglio. Egli fece questo per amore della mia libertà e della mia persona, tutto per consentirmi libertà di opinione, di pensiero e di scrittura in cui vedeva coincidere la mia passione per la vita.

C'è da ringraziare Farina, perché ammette in modo chiaro e inequivocabile di aver agito, insieme a Sallusti, per aggirare una sentenza, e dunque in palese violazione della legge. Una sentenza che riguarda un fatto gravissimo, in cui un giornalista abusa della propria professione a danno della categoria, dell'opinione pubblica e delle istituzione. A meno che non si voglia considerare l'attività di spionaggio un esercizio della propria opinione. Ma in tal caso bisognerebbe considerare un qualunque depistaggio come esercizio del diritto a difendersi nei processi.

 

Segnala un errore
LINEE GUIDA AI COMMENTI