Se Al Qaeda ti chiede l’amicizia online

Commissione europea, sicurezza, copyright e controllo della rete. Cosa bolle in pentola.



Da Acta a Ceta
Le ultime fasi della discussione su Acta all’interno dell’Unione Europea, conclusa con il rigetto del trattato anticontraffazione, hanno evidenziato il ruolo della Commissione Europea quale supporter di peso di Acta e dell’approccio non legislativo alla risoluzione dei problemi della rete internet.

È apparso subito ovvio che la Commissione non ci stava a recedere dall’attuazione di uno specifico progetto che prevedeva, tra i suoi punti principali, proprio l’approvazione di Acta. Per questo, non ha nemmeno assorbito la sconfitta che subito si è gettata su una serie di altri accordi o negoziati in materia di protezione della proprietà intellettuale. Uno di questi è Ceta, un accordo tra Usa e Canada che presenta molte disposizioni analoghe a quelle di Acta, in particolare un obbligo di cooperazione tra aziende al fine di reprimere le violazioni della proprietà intellettuale.

La direzione è tracciata da tempo, e del resto l’appiattimento di alcune delle istituzioni europee, ma anche di alcuni governi europei, su regolamentazioni ispirate alle norme statunitensi è evidente. Il fine ultimo è di realizzare un mercato comune digitale (Eu Single Market) che sia autoregolato da accordi di cooperazione tra le parti in causa, cioè le aziende titolari di diritti e gli intermediari della comunicazione. Il privato cittadino che immette un contenuto online, invece, è un semplice accidente all’interno dell’ingranaggio della tutela a prescindere dei diritti delle multinazionali.

Le tre gambe sulle quali si regge il disegno di realizzazione di una tutela rafforzata dei diritti delle aziende (qualcuno parla più apertamente di tre gambe della censura online) sono: la pedopornografia, il copyright e il terrorismo. Sono questi i cavalli di Troia branditi per scardinare le libertà fondamentali dei cittadini in rete, con il malcelato intento di creare un quadro non legislativo all’interno del quale la tutela dei diritti delle aziende è principalmente, se non esclusivamente, delegata ai privati, talvolta utilizzando enti statali come mero strumento per compiere indagini o eseguire sanzioni extragiudiziali.

Consultazione pubblica sulla responsabilità dei provider
Una delle ultime novità è la consultazione pubblica della Commissione europea conclusasi da poco, il cui titolo è A clean and open Internet: Public consultation on procedures for notifying and acting on illegal content hosted by online intermediaries, cioè «Internet pulito e aperto: Consultazione pubblica sulle procedure per la notifica e l’azione contro i contenuti illegali ospitati dagli intermediari online». Dal titolo, e leggendo il questionario, dietro a un linguaggio generico si intravede l’intento della Commissione europea di riformare la responsabilità degli intermediari della comunicazione, ma senza toccare le norme. È agevole apprendere della procedura di notice and action da applicare in caso di immissione di contenuti illegali online. Già dal nome, comunque meno aggressivo rispetto a notice and takedown, si comprende come la procedura sia ispirata a quella americana prevista nel Dmca.

La Commissione europea con tale consultazione mira palesemente a costruire una legittimazione alla procedura di notice and action a partire dall’art. 14 della direttiva ecommerce, laddove una procedura del genere, pur menzionata nell’articolo 21 della direttiva e fortemente voluta dall’industria, non fu invece mai regolamentata lasciando spazio libero alla regolamentazione volontariadelle aziende.Adesso, invece, pare che la Commissione abbia imboccato decisamente la strada dell’obbligo, non più volontarietà quindi, per gli intermediari di pervenire ad accordi con le aziende, pena una responsabilità, anche penale, concorrente o sussidiaria per i contenuti illegali immessi dagli utenti degli stessi provider. Si tratta del medesimo approccio di ACTA, il trattato fortemente voluto dalla stessa Commissione europea.

CleanIt, ovvero combattere il terrorismo online
Il titolo della consultazione, A clean and open internet, appare richiamare un altro progetto finanziato dalla Commissione europea, e condotto dalla polizia olandese. Stiamo parlando di CleanItche mira a produrre un accordo multilaterale per combattere il terrorismo online senza alcuna necessità di riforme legislative. Il tutto avverrebbe a mezzo del solito dialogo pubblico-privato che dovrebbe portare ad una cooperazione tra aziende al fine di eliminare contenuti illegali dal web.
CleanIt riguarda principalmente la sicurezza in rete e le metodologie per combattere l’uso terroristico di internet. L’ultima bozza di propostaprodotta nell’ambito di CleanIt è da poco online. Dopo due anni di lavoro e 400.000 euro di finanziamento, ci informa che da un punto di vista tecnico l’uso terroristico di internet non è sostanzialmente diverso dall’uso normale e legale della rete, e che in genere i terroristi usano la rete inizialmente secondo modalità del tutto legali. Da ciò nasce la difficoltà nel trattare tali casi.Comunque, data la gravità del problema, al modico costo di 120 euro a parola la bozza è prodiga di efficacissimi consigli e soluzioni. Ad esempio, inserire all’interno dei termini di servizio degli intermediari online il divieto di immettere contenuti terroristici. Perché è noto che i terroristi leggono attentamente i Tos!
Ma per i terroristi svogliati, si sa che vanno sempre di fretta, vi sono altre soluzioni molto più efficaci, cioè la collaborazione tra aziende al fine di eliminare i contenuti immessi online. È chiaro che data la difficoltà nel distinguere contenuti terroristici da contenuti legali, occorreranno delle lezioni da impartire alle aziende ad opera delle autorità competenti al fine di realizzare un efficace monitoraggio dei contenuti ed eliminare solo quelli terroristici. Ecco quindi una cooperazione con enti statali, così le società che operano in rete potranno svolgere efficacemente il loro ruolo di poliziotti del web decidendo cosa è legale e cosa no.

Il punto è che un governo democratico non può permettersi di eliminare contenuti che per definizione sono difficilmente riconducibili con certezza nell’ambito dell’illegalità, ma una società privata, basandosi sui termini di servizio, cioè un contratto tra sé e il suo cliente, può farlo senza alcun problema rifugiandosi dietro a una generica «violazione dei termini di servizio».

In realtà è abbastanza evidente che il progetto in sé non ha grande utilità in relazione agli scopi che si prefigge, perché è difficile credere che un vero terrorista si lasci scoraggiare se gli eliminano un contenuto online o lo bannano da Facebook. Di contro eliminare il contenuto non risolve affatto il problema, quello che realmente occorrerebbe è un controllo della polizia, non certo nascondere quei contenuti sotto il tappeto della censura online.
Allora la soluzione appare la solita paternalistica presa di posizione che mira non a colpire il terrorismo, difficile già da definire (del resto il terrorismo è un reato, e per definizione un reato è tale solo se valutato in tal senso da un giudice), quanto piuttosto ad impedire che la gente comune si lasci tentare dalla presenza di contenuti online: impedire che la casalinga scarichi l’mp3 senza pagare, impedire che il ragioniere si fabbrichi la bombetta in casa per punire il vicino troppo chiassoso, ecc….

Nel resto della bozza si leggono ulteriori soluzioni, come un pulsante di segnalazione da inserire nei siti web e nei social: avremo oltre a «mi piace» e «condividi», un bel pulsante «contenuto terroristico»?!

Cooperazione tra aziende
Il progetto mira apertamente ad attuare una collaborazione a lungo termine tra pubblico e privato, e quindi ad imporre un obbligo di collaborazione tra aziende al fine di delegare la valutazione degli illeciti e l’applicazione di sanzioni stragiudiziali alle stesse aziende, che possono fare ciò che a un governo democratico non è concesso. Il vantaggio principale è che la cancellazione di contenuti da parte delle stesse aziende avverrà senza tanti clamori, senza processi pubblici, e quindi per lo più in assenza di un controllo democratico.
Insomma, il comune denominatore dei progetti supportati dalla Commissione europea è sempre lo stesso, l’imposizione di accordi di collaborazione tra aziende e intermediari della comunicazione, costringendo questi ultimi a sobbarcarsi i controlli per tutelare i diritti delle prime, diventando quindi gli sceriffi della rete.

L’approccio non legislativo è essenziale, in quanto una riforma normativa non ha ricevuto l’assenso del Parlamento europea. Parliamo di Acta che spingeva sulla collaborazione tra aziende, ed uno dei cavalli di battaglia dei supporter del trattato, in particolare membri della Commissione europea, era proprio il fatto che Acta non determinasse cambiamenti nelle leggi dell’Unione. Questo è parzialmente vero perché in fin dei conti Acta prevedeva che la tutela dei diritti delle aziende avvenisse per lo più nel chiuso degli accordi privati tra aziende e provider, sulla base dei termini di servizio.
Tutti questi accordi utilizzano lo spauracchio della responsabilità concorrente o sussidiaria del provider in relazione ai contenuti illeciti immessi dagli utenti dei loro servizi, costringendoli quindi a rimuoverli per non doverne rispondere, anche in sede penale.
Ma è evidente che delegare ai privati la valutazione degli illeciti può comportare abusi od errori. Figuriamoci cosa potrebbe accadere nel lasciare tali difficili problematiche nelle mani dei privati se anche i Carabinieri si sbagliano e intervengono sull’errore di digitazione di una mamma apprensiva che invece di «sverminare», chiede: «avete mai provato a sterminare i vostri bambini?».

Autore
Avvocato e blogger. Mi interesso di diritto applicato ad internet e alle nuove tecnologie di comunicazione. @brunosaetta



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