Meno posti, condizioni migliori, più formazione. Il dibattito su robot e lavoro

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di Francesco Seghezzi

Uomo o robot? Non è certo nuovo il dilemma di cui si legge con sempre più frequenza sui giornali e che non attira solo l'attenzione di dibattiti colti e documentati. Dal luddismo in poi, e forse anche prima, l'equazione nuova macchina=meno lavoro umano si è sempre affacciata con prepotenza.

Negli ultimi anni, soprattutto dopo il citatissimo studio di Frey e Osborne del 2013 e poi del fortunato volume di Brynjolfsson e McAfee The Second Machine Age, si assiste a un rinnovato interesse per il tema dell'impatto della digitalizzazione dei processi produttivi sul lavoro.

Il dibattito sembra però polarizzato non tanto sui più interessanti aspetti qualitativi, quanto su quelli puramente occupazionali: in poche parole, quanti posti di lavoro perderemo? Sembra questa la domanda principale e, anche quando si vuole guardare oltre ad essa, il massimo orizzonte è relativo a quanti nuovi posti si creeranno. La transizione tra due ere e la trasformazione degli attuali modi di lavorare sembrano lontane dai riflettori.

Due approcci differenti in un dibattito ancora aperto

Lo studio di Frey e Osborne giunge a sostenere che il 47% delle professioni statunitensi è ad elevato rischio di automazione nei prossimi due decenni. I ricercatori di Oxford, nel costruire la loro analisi valutano gli effetti dell’automazione e della computerizzazione su di una serie di professioni, oltre novecento, individuate. Tale approccio, basato sull'analisi delle professioni (occupation-based), è stato criticato da più voci che, a loro volta, hanno tentato un approccio a partire dai singoli compiti e mansioni (task-based), arrivando alla conclusione che, anche all’interno di professioni con diversi compiti automatizzabili, permangono in ogni modo altre attività che non sono sostituibili digitalmente. Ragion per cui non sarebbe corretto immaginare la perdita di intere categorie professionali.

Un focus sui task specifici infatti ha portato un gruppo di ricercatori OCSE a conclusioni differenti arrivando a mostrare come utilizzando questo approccio la media dei lavoratori sostituibili dall’automazione è del 9% in 21 paesi OCSE. Daron Acemoglu e Pascual Restrepo poi hanno sviluppato in un paper del 2016 una prima cornice concettuale per comprendere le ricadute in termini occupazionali del processo di sostituzione uomo-macchina il cui elemento di novità consiste nel considerare insieme che “i compiti precedentemente svolti dal lavoro umano sono automatizzati, mentre allo stesso tempo si creano versioni più complesse di compiti già esistenti per le quali il lavoro umano ha un vantaggio competitivo".

Gli autori riportano esempi dalla Seconda Rivoluzione industriale nella quale vi fu sì la sostituzione di lavoro con tecnologia, nel caso dei guidatori di carri a causa dell’introduzione del sistema ferroviario, ma allo stesso tempo questo portò alla nascita di nuovi impieghi, caratterizzati da un maggior livello di complessità dei compiti, come gli ingegneri o i macchinisti. Il lavoro quindi sembra avere un vantaggio competitivo all’interno di questi nuovi complex tasks poiché mentre più i task vengono allocati nel capitale la componente lavoro diminuisce, più essi vengono allocati nel lavoro, attraverso appunto la creazione di attività più complesse, più si ottiene l’effetto opposto. Si giunge quindi a un modello in cui all’aumento dell’automazione consegue una diminuzione di occupazione ma all’aumento di nuovi task consegue un aumento occupazionale.

A sua volta l’automazione si auto-limiterebbe, come conseguenza della diminuzione dei costi del lavoro di alcune mansioni e non potrà che scoraggiare ulteriore automazione generando un rallentamento della sostituzione di posti di lavoro tendendo verso un equilibrio tra lavoro umano e lavoro delle macchine.

Non solo quantità, anche qualità

Sembrerebbe quindi che da un lato siamo di fronte alla scomparsa di diversi lavori a causa dello sviluppo tecnologico, ma questo non significa una tendenza alla sostituzione completa dei compiti oggi affidati agli uomini e, inoltre, sembra che si possa ipotizzare un cambiamento della qualità dei lavori e dei compiti assegnati ai lavoratori. Si tratterebbe di una spinta verso l’alto, con i vecchi compiti arricchiti oggi da elementi di complessità dati proprio dall'ingresso di tecnologie che necessitano di competenze più elevate per essere gestite e governate. Ciò sembra sposarsi con quanto sostiene David Autor, ossia che la complessità generata dall’introduzione di nuova automazione richiede a sua volta l’introduzione di nuove figure professionali adatte a governarle.

L’incertezza che caratterizza il momento storico attuale non sembrerebbe quindi data dal timore che la tecnologia possa cancellare il lavoro, ma da quanta nuova occupazione potrà sopraggiungere grazie alla tecnologia e se essa sarà in grado di compensare le perdite. Tale interrogativo, che resta insolubile, apre una domanda che necessita di essere affrontata per giustificare la nostra indagine. Se è vero che il lavoro in quanto tale non sembra destinato ad estinguersi, quali saranno i lavori che meglio si sposano con la trasformazione tecnologica in atto? O meglio, per inquadrarla relativamente al tema in questione, che tipo di lavori l’evoluzione tecnologica di Industria 4.0 riassegnerà all’automazione e quali all’opera umana?

Possiamo individuare due chiavi di lettura complementari per rispondere a questo quesito. In primo luogo evidenze mostrano uno skill-biased technological change, ossia una tendenza a favorire, sia in termini occupazionali che in termini salariali, i lavoratori che hanno maggiori competenze legate alle tecnologie che governano i processi produttivi. A questo dato però si affianca la crescente polarizzazione dei mercati del lavoro che, a partire dagli anni '90, vedono un calo delle occupazioni di livello intermedio a vantaggio quelle basse ed alte.

Sì è spiegato questo fenomeno utilizzando un modello che distingue i diversi compiti assegnati ai lavoratori in attività cognitive e non-cognitive e tra di essere tra quelle routinarie e non routinarie. La digitalizzazione, attraverso la diffusione dei computer, andrebbe a sostituire principalmente le attività routinarie mentre svolgerebbe un ruolo di complementarietà nei confronti di quelle non routinarie più complesse. L’aumento dei lavori che richiedono elevate competenze, e quindi un salario corrispondente, sarebbe la spiegazione per l’aumento anche dei lavoratori di fascia bassa, la cui domanda aumenterà parallelamente all’aumento della domanda di servizi, spesso non automatizzabili.

Il lavoro non è quindi per forza destinato a finire, quanto piuttosto a cambiare. L'impatto dell'intelligenza artificiale (la tecnologia che più sembra spaventare oggi) sarà di certo importante, ma non vi sono evidenze che portano a dire che essa ridurrà il numero complessivo di lavori, tenendo presente quelli che si potrebbero generare.

Un esempio 4.0 per la complementarietà possibile

Per chiarire meglio questa ricostruzione fin troppo teorica possiamo aiutarci con alcuni esempi su come l'utilizzo dei robot possa essere complementare e non alternativo al lavoro umano. Una recente ricerca sull'"Operatore 4.0" individua almeno otto nuove tipologie di lavoratore rese possibili da tecnologie introdotte negli ultimi anni o ancora da introdurre. Si va dall'Augmented Operator, l'operatore supportato dalla realtà aumentata che gli consente un arricchimento nelle potenzialità e nella interazione con l'ambiente circostante, all'Healty Operator ossia l'operatore i cui sforzi vengono monitorati in tempo reale, e che potrebbe rivoluzionare il lavoro degli over 60 in uno scenario di sempre maggior invecchiamento della popolazione. Pensiamo anche all'utilizzo di esoscheletri che consentono ai lavoratori di ridurre gli sforzi di mansioni faticose oltre ai rischi di malattie croniche causate dagli stessi, con notevoli conseguenze sui cosiddetti lavori usuranti. Si tratta solo di alcuni esempi di come il dilemma lavoro-robot non sia una legge universale e di come anzi vi sia la concreta opportunità di un miglioramento delle condizioni di lavoro.

Non mancano certo i rischi ma occorre ricordare quanto scritto in un recente report americano ossia che "technology is not a destiny". Difficile quindi da un lato issarla a panacea di ogni male e dall'altro imputarle l'origine degli stessi, così facendo ridurremmo a nulla il ruolo di governance che sia il mondo politico che il mondo economico, ma anche tutta la società civile, hanno nell'utilizzare la tecnologia come uno strumento e non come un fine.

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