Il referendum della Catalogna e la crisi senza precedenti della Spagna delle autonomie

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di Ettore Siniscalchi, giornalista, esperto di Cose Iberiche

Col conteggio dei voti, arrivato dopo la mezzanotte, si è conclusa la giornata convulsa e drammatica del primo ottobre in Catalogna.

Un risultato scontato, in quella che in nessun modo può essere definita una consultazione popolare democratica e garantita, ma che certamente si è risolta in un atto politico dirompente. Uno scontro in cui c’è, forse, un vincitore, Carles Puigdemont, il presidente della Generalitat, cioè il Govern catalano, ma che certamente vede un perdente, il presidente del Gobierno spagnolo, Mariano Rajoy.

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Dalla prova di forza, tenacemente ricercata dai due esecutivi oltre ogni ragionevole dovere di responsabilità, il Gobierno esce infatti pesantemente sconfitto. Aveva affermato, forte della deliberazione del Tribunale costituzionale – che aveva invalidato la "Legge di Transitorietà" che lo istituiva – che il voto illegale non si sarebbe tenuto. E il voto invece c’è stato. Massiccio, partecipato, pacifico. Ma non basta. Le immagini delle brutalità della polizia, riprese da telecamere e telefoni cellulari, hanno fatto il giro del mondo, facendo guadagnare all’esecutivo spagnolo e alla sua azione la definizione di "vergogna d’Europa", come ha titolato il sito della rete televisiva statunitense Cnn, citando le parole del presidente della Generalitat, Puigdemont.

Ma anche se la brutalità è stata innegabile (il conto dei feriti, secondo i servizi sanitari della Generalitat ha superato le ottocento persone), dobbiamo salutare con un sospiro di sollievo il fatto che, alla fine, non sia successo nulla di irreparabile. Non era scontato. Anzi, a chi ha partecipato al voto, all’imponente apparato di pubblica sicurezza, soprattutto alla responsabilità dei “singoli comandanti in campo” (più che al ministero degli Interni che li comanda), va riconosciuto di essere riusciti a gestire la difficile giornata senza che le cose degenerassero. Senza che la continua e irresponsabile evocazione della guerra civile da parte di media e politici dei due fronti trovasse una drammatica messa in scena nelle strade.

Da una "questione indipendentista" a una "questione democratica"

La Generalitat canta giustamente vittoria e afferma di aver ricevuto un mandato popolare netto per l’indipendenza della Catalogna. Ma, al di là della propaganda, non è possibile affermare che sia veramente così, non solo per la mancanza di garanzie della consultazione ma anche perché sarebbe sbagliato pensare che tutti i votanti vogliano veramente l’indipendenza. Chi ha votato, lo ha fatto per diversi motivi. Chi per affermare la democrazia, chi perché vuole una Catalogna indipendente e sovrana, chi per reazione prima alla chiusura e poi alla repressione del Gobierno. L’atteggiamento di Madrid ha aiutato molto i referendari, creando uno stato di tensione e allarme democratico che ha ricompattato sul voto posizioni molto diverse tra loro.

I nuovi partiti di sinistra, per esempio, seppur favorevoli a una consultazione, erano contrari a questo "referendum senza garanzie". La sindaca di Barcellona, Ada Colau – espressione della lista catalana Barcelona En Comú alleata sul piano nazionale a Podemos – si era messa alla testa di un gruppo di una settantina di sindaci catalani che non avrebbero messo a disposizione gli spazi municipali per la celebrazione della consultazione. E questa era la posizione anche di Podemos. La contrarietà era di ordine politico e democratico. Politicamente, perché l’escalation indipendentista era un processo dall’alto, la risposta tattica di un sistema di potere catalano in grande difficoltà. Le inchieste della magistratura stanno disvelando infatti un sistema trentennale di corruzione.

Il "Catalanismo moderato" – espressione delle élite economiche catalane, prima con la coalizione liberal-cattolica di Convergencia i Uniò, disgregatasi proprio sull’accelerazione indipendentista della prima, diventata poi Partit Demòcrata Europeu Català (PDECat) – non ha mai voluto l’indipendenza ma, stretto dall’assedio di Esquerra republicana de Catalunya (Erc), pronto a sostituirlo nel ruolo di partito-sistema catalano, ha spinto sulla secessione per oscurare la corruzione e darsi un nuovo ruolo. Una questione di sopravvivenza politica più che di afflato sovranista.

Le elezioni catalane del 2015, già allora presentate come un surrettizio referendum indipendentista, hanno dato la maggioranza relativa alla coalizione fra Junts pel Sì, la lista unitaria tra gli avversari/alleati Erc e PDECat, e la lista anti-capitalista nazionalista della Candidatura d'Unitat Popular (Cup), dando vita a un governo eterogeneo unito solo dalla prospettiva indipendentista.

Il carattere unilaterale della consultazione e la progressiva perdita delle minime garanzie democratiche costituivano l’altro motivo di contrarietà al referendum da parte delle sinistre. Anche gli anarchici, storicamente insediati in Catalogna e in particolare a Barcellona, e i partiti e gruppi di estrazione marxista e comunista, erano contrari alla consultazione, alla quale non avrebbero partecipato. La progressiva crescita del carattere reazionario proprio dei sistemi di pensiero nazionalisti non aveva fatto che accrescere questa ostilità.

Tutte queste differenze sono state ridotte dal comportamento del governo Rajoy. Davanti all’autoritarismo dell’esecutivo il voto è diventato un’altra cosa, non più un’affermazione indipendentista-scissionista ma «una questione di democrazia», come ha detto il leader di Podemos, Pablo Iglesias.

Cosa succederà ora

Ora tutti si chiedono cosa possa accadere. Proseguirà questo scontro tra nazionalismi o sarà possibile intraprendere un cammino diverso, riportando la politica al dialogo e al senso di responsabilità? È difficile dirlo. La Generalitat lancia segnali contrastanti: da un lato, evoca il proseguimento del cammino scissionista, dall’altro, si lascia aperte strade diverse. I messaggi sono fondamentalmente due: continuare sulla strada intrapresa e, forti del «chiaro mandato popolare», arrivare a proclamare l’indipendenza; passare la palla a Madrid, consegnando il risultato referendario al governo perché lo applichi. Questo vorrebbe dire aprire una trattativa.

La posizione di Puigdemont, per quanto rafforzata dalla vittoria nel braccio di ferro, non è così semplice. Ma chi è Carles Puigdemont? Personaggio da noi sconosciuto, in uno dei più autorevoli show informativi della nostra tv è stato definito la «figura cardine» che hanno gli indipendentisti e che invece mancherebbe ai catalani non scissionisti che nell’assenza di leader non si farebbero sentire.

Puigdemont è un rappresentante perfetto della terza generazione di politici della Spagna delle autonomie. Una figura abile nella costruzione di vertiginose retoriche, senza esprimere mai un concetto netto. Capacità sviluppata, probabilmente, durante la sua carriera da giornalista in testate catalane filogovernative dipendenti dai finanziamenti del Govern.

Nel 2006 viene eletto nel Parlamento catalano e nel 2011 diventa sindaco di Gerona, bastione socialista fin dalle prime elezioni democratiche. Nel 2015 sale alla presidenza della Asociación de Municipios Independentistas e viene rieletto al Parlament. L’anno dopo, a sorpresa, viene scelto come successore da Artur Mas, costretto ad abbandonare la presidenza catalana per l’interdizione conseguente alla condanna per l’organizzazione del referendum indipendentista del 2014 (perché quello di domenica non era la prima consultazione promossa dal Govern). Puigdemont è in realtà una figura priva di carisma, che fugge il contraddittorio e le interviste non protette. Ma a volte non può esimersi. Come il 25 settembre quando, per parlare agli elettori di sinistra scettici verso il referendum, si è sottoposto alle domande del giornalista Jordi Evole de La Sexta che lo ha subito colto in fallo in merito all’indipendenza curda, del quale si era dichiarato sostenitore omettendo - dimenticando - di aver votato contro una risoluzione di appoggio presentata al Parlament.

Puigdemont, come dicevamo, benché vincitore ha i suoi problemi. I soci di Erc e Cup spingono per la dichiarazione unilaterale ma grande imprenditoria e finanza catalane frenano. Lunedì, in una conferenza stampa dalla Generalitat si è rivolto al mondo. «Chiedo una mediazione con Madrid, che deve essere internazionale per essere efficace», ha detto dopo aver chiesto il ritiro degli agenti ancora presenti nella regione (continuando a tenere alta la tensione). Ha poi aggiunto che «Il Govern non ha deciso di dichiarare l’indipendenza, ma ha ritenuto che sia giunto il momento di richiedere una mediazione». Si è quindi rivolto direttamente all’Europa. «Si tratta di una questione europea, non interna. L’Ue non può girarsi dall’altra parte». Ma il portavoce della Commissione europea, Margaritis Schinas, ha ribadito che «è una questione interna per la Spagna» che «deve essere affrontata in linea con l'ordinamento costituzionale». Aggiungendo che «La violenza non può mai essere uno strumento in politica» ma che Juncker e l'esecutivo comunitario hanno «fiducia nella leadership di Mariano Rajoy per gestire questa situazione». Il cerchio e la botte, diciamo.

Si è fatto invece sentire l’Onu, non per proporsi come mediatore ma per chiedere che il governo spagnolo apra «un'inchiesta ampia, indipendente e imparziale su tutti gli atti di violenza» commessi durante il voto.

Altro problema per Puigdemont sono le entità civiche che hanno dato militanti e organizzazione al referendum, l'Assemblea Nacional Catalana (ANC) e Òmnium. La prima, nata nel 2011, è stata l’organizzatrice delle Diadas che hanno convertito l’11 settembre, la festa nazionale catalana, in enormi manifestazioni indipendentiste. La seconda, nata nel 1961, è un’associazione culturale per la promozione della lingua e della cultura catalane. Sono entità non governative ma fortemente finanziate dalla Generalitat. Come nella maggioranza del Govern, i rapporti rispondono a dinamiche molto complesse e alcuni vedono la recente crescita del ruolo di Òmnium come un contraltare di Erc al potere della Anc, vicina al PDECat - anche se i rapporti tra questi ultimi sono contrastanti, l’indipendentismo mal si sposa con le esigenze dell’apparato imprenditoriale e finanziario di cui il catalanismo moderato è sempre stato espressione. E col «Processismo» del PDECat.

El Procés è stato l’invenzione del catalanismo per cavalcare l’ondata indipendentista senza arrivare mai all’indipendenza. Nelle intenzioni doveva servire a riformulare in termini nuovi, sotto il ricatto della secessione, la continua trattativa tra Madrid e Barcellona, conservando la propria centralità al potere. È stato Artur Mas, ex presidente della Generalitat e successore designato dal vecchio leader del catalanismo, Jordi Pujol, a inventarlo. Un calcolo probabilmente errato, visto che la discesa nei sondaggi pare inarrestabile e il sorpasso da parte di Esquerra republicana de Catalunya (Erc) sembra ormai cosa fatta. Un genio fatto uscire dalla lampada di cui si è perso il controllo.

Il 6 ottobre è l’anniversario della proclamazione dello Stato catalano, nell’ambito dello Stato federale della seconda Repubblica spagnola, fatta da Lluís Companys, leader di Erc nel 1934. Una data simbolica, nella quale alcuni vorrebbero venisse dichiarata l’indipendenza unilaterale della Catalogna. Ma che, a rigore storico, può rappresentare anche una strada diversa e l’affermazione di un percorso di dialogo nazionale per aprire un processo riformatore complessivo.

L’altro protagonista è Madrid. Mariano Rajoy esce ancor più debole dal primo ottobre. Alle difficoltà di un governo di minoranza, che resiste grazie all’appoggio, provvedimento per provvedimento, di Ciudadanos (partito nato proprio in Catalogna con il nome di Ciutatans e abbreviato con la sigla C’s) e del Partido nacionalista vasco (Pnv) – e anche del Psoe in alcuni casi – si aggiunge il discredito internazionale caduto sul Gobierno per la pessima gestione del voto. La crisi del Partido popular (Pp) – anche esso travolto da inchieste che disvelano un trentennio di tangenti, fondi neri e corruzione che sta coinvolgendo anche i più alti vertici e costretto a misurarsi con la concorrenza di Ciudadanos – è esplosa in questi mesi che hanno portato al voto. La scelta di delegare a tribunali e polizia la crisi territoriale (e quindi di non ottemperare alla responsabilità politica del perseguimento dell’interesse nazionale propria di un esecutivo) evidenzia la sua incapacità di affrontare le sfide del presente. Rispondere alle istanze catalane con un muro è stato lo specchio della scelta strumentale del Govern di attizzare lo scontro tra nazionalismi per sopravvivere a una fase politica difficile (e forse terminale), nel corso della quale si stanno compiendo le rese dei conti tra alleati-avversari.

Una crisi di sistema

È vero, il referendum era illegale e senza garanzie democratiche, e l’azione del governo spagnolo era coperta dalle deliberazioni del Tribunale costituzionale (istituzione il cui ruolo è stato però stravolto in solitudine dal Pp durante il primo governo Rajoy, forte della sua maggioranza assoluta). Il primo ottobre, però, non abbiamo assistito a uno scontro tra legalità ed eversione ma a un sintomo della crisi che il sistema spagnolo sta attraversando. Una crisi comune a molti (quella che stanno affrontando le democrazie parlamentari uscite dal dopoguerra, le istituzioni e i partiti che le rappresentano) e, allo stesso tempo, specifica della Spagna.

La Spagna delle autonomie – il sistema con cui la nascente democrazia spagnola rispose, negli anni difficili della Transizione dalla dittatura franchista alla democrazia, alla realtà plurinazionale dello Stato spagnolo – sta conoscendo una crisi senza precedenti, non più capace di rappresentare un progetto comune per la Spagna contemporanea. I partiti, la Corona, la magistratura, gli elementi unificanti del paese hanno perso autorevolezza e la fiducia della cittadinanza, che salva solo il sistema del welfare, l’istruzione e la sanità pubbliche, ritenuti la più importante conquista della democrazia.

È a questa "crisi di senso" del patto fondativo dello Stato che la politica dovrebbe dedicare impegno ed energie. Il contrario di quanto fatto finora. Il garante di tutti gli spagnoli, il re Felipe VI, tace. Un silenzio che denuncia certamente la debolezza della Corona ma suggerisce, al tempo stesso, l’intenzione di provare a conservare un suo ruolo di garanzia: intervenendo pubblicamente, il re non avrebbe potuto evitare di appoggiare il governo e avallare la Corte costituzionale; restare in silenzio può significare il tentativo di restare fuori, di lasciare aperte altre strade. Ma tutto dipende dalle idee e dal coraggio che si ha e da quali interlocutori può trovare nella politica.

Il Psoe è attraversato anch’esso da una crisi profonda. È stato veramente il "partito che più rappresenta la Spagna" e di quel paese in trasformazione vive tutte le lacerazioni, oltre alla crisi di ruolo e progetto politico comune a molte socialdemocrazie europee. Il segretario Pedro Sánchez prova a marcare le differenze col Pp e a non essere schiacciato dalla tenaglia degli opposti nazionalismi. Ma il recupero della vocazione federalista del partito, che il segretario suggerisce senza abbastanza nettezza, si scontra con le divisioni interne e l’adesione di una sua forte componente a una cultura centralista e castigliano-andalusa che limita a quell’ambito storico-culturale l’espressione nazionale, non accogliendone davvero le differenze.

La debolezza di Rajoy potrebbe accelerare il processo. Una mozione di sfiducia potrebbe portare a immediate elezioni o alla formazione di un governo alternativo, per il meccanismo della sfiducia costruttiva che limita le crisi parlamentari. Gli interlocutori possibili sono i nazionalisti baschi e galiziani, le liste di Confluencia, in Catalogna, Galizia e Paese valenziano, alleate a Podemos sul piano nazionale, Podemos stessa, i nazionalisti moderati catalani, in cerca di una via d’uscita e del recupero della centralità perduta, sottoposti inoltre alla pressione dell’establishment economico-finanziario catalano spaventato dalla deriva secessionista. Ma la debolezza dello scontro fra governi potrebbe avere come conseguenza un’ennesima radicalizzazione. Se il Govern catalano scegliesse la dichiarazione unilaterale d’indipendenza e il Gobierno spagnolo chiedesse (in risposta o come iniziativa preventiva) l’applicazione dell’articolo 155 della Costituzione, che esautora le istituzioni autonomiche dandole allo Stato, le cose si metterebbero malissimo.

Il sospiro di sollievo di un primo ottobre passato senza disastri irreparabili lascia così subito il posto a nuove incognite. Al timore di un nuovo scontro istituzionale e nazionalista. Il governo, mai come ora, è debole e col futuro apparentemente segnato. Se la politica non troverà la strada nell’ambito parlamentare, sarà obbligatorio, e forse auspicabile, che il paese torni al voto. Un voto che sarà forse una riproposizione dei nazionalismi contrapposti ma che potrebbe anche dare le ali al tentativo, ormai sempre più sentito, di rompere la tenaglia per avviare la costruzione di un nuovo patto che unisca le nazionalità e la cittadinanza che compongono la nazione spagnola.

Foto in anteprima via Matthias Oesterle / ZUMA Wire

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