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Proteste e social media: un’analisi da #jan25 a #geziparki

di  Zeynep Tufekci - traduzione di Roberta Aiello

Quando racconto che mi occupo di social media, politica e movimenti sociali spesso, in varie versioni, mi viene rivolta un'unica domanda: "Ma le proteste non c'erano anche prima di Facebook?". Certo, rispondo, ma quante persone riuscivano a saperlo? Il passaparola è certamente una possibilità ma non ha quasi mai dimostrato di essere sufficientemente veloce. Bisogna considerare che una protesta politica è come un gioco di ruolo con molteplici attori, tra cui uno Stato che spesso vuole mettere a tacere tutti gli altri partecipanti. Se la diffusione della notizia è troppo lenta, le persone saranno arrestate prima che inizino a manifestare. La storia delle rivoluzioni moderne da sempre si intreccia con quella delle infrastrutture comunicative della tecnologia e la loro struttura.

Per questo motivo la velocità della risposta iniziale è cruciale per determinare se una protesta sopravviverà o meno. In Egitto, gli attivisti hanno protestato anche molti anni prima del 25 gennaio 2011. Ma erano pochi (100-150 circa) per riuscire a reggere la repressione. A Tahrir, il primo giorno delle proteste del 2011, in piazza c'erano tra le 5.000 e le 10.000 persone. Erano tante e non i soliti sospetti ("Non hanno partecipato soltanto i soliti amici attivisti, ma gli amici di Facebook", mi ha raccontato un attivista spiegandomi come avesse capito che quella volta sarebbe stato diverso).

La Turchia, mio paese natale, è conosciuta per le sue grandi manifestazioni. Dopo la primavera araba, sono state organizzate a Diyarbakir (una città di una regione abitata prevalentemente da curdi) manifestazioni che hanno visto la partecipazione di circa un milione di persone e la gente mi chiedeva se si trattasse della primavera turca. Sono scoppiata a ridere. Diyarbakir potrebbe organizzare la festa dello starnuto collettivo con la partecipazione di un milione di persone. L'opposizione curda è molto ben organizzata ed è sempre stata capace di portare grandi numeri nelle piazze. La popolazione turca è mitica in occasione delle celebrazioni per il 1 maggio a Taksim (alternando iniziative che possono essere fatali o gioiose ma che sono spesso piuttosto partecipate). Ma sempre organizzate da sindacati e da partiti.

La Turchia ha visto una serie di grandi manifestazioni nel corso degli anni. Ciononostante nessuna si è diffusa spontaneamente.

Le ultime che ricordi, in qualche maniera organiche ed estese, si sono svolte nel 1980, dopo il periodo del colpo di stato: la "primavera del 1989", gli scioperi dei lavoratori e le azioni di protesta che sono culminate con lo sciopero dei minatori di Zonguldak. E anche quelle sono state, in qualche modo, organizzate da sindacati.

Praticamente, che io sappia, ogni altro grande raduno, di impatto politico in Turchia è stato organizzato da una delle istituzioni tradizionali.

E così le manifestazioni turche sono organizzate sul modello di quelle della NAACP negli USA, non certamente su Tahrir.

Questo fino a ieri.

Proviamo a paragonare Tahrir e Taksim. Il governo turco, sempre più o meno autoritario, è stato regolarmente eletto ed è abbastanza popolare. Ha riscosso discreti successi in vari ambiti. È stato eletto per la terza volta, democraticamente, nel 2011. L'economia è andata relativamente bene considerando la recessione globale e, sebbene sia rallentata un po', non si avvertono segnali preoccupanti. Così, la Turchia non è governata da un Mubarak.

Ma non è neanche la Svezia. Il governo si è mostrato sempre meno in sintonia, assumendo una tendenza maggioritaria-autoritaria con la quale sta proponendo progetti molto dibattuti. (E qui dovrei anche aggiungere che i partiti di opposizione sono spettacolarmente incompetenti e che dovrebbero condividere tutte le responsabilità).

Il governo ha anche rivoluzionato i propri servizi di amministrazione digitale attraverso una diffusione impressionante, che ha assai semplificato la vita di molte persone, poiché la burocrazia è un problema di grande rilevanza per la qualità della vita in paesi come la Turchia. Ciò, a sua volta, ha modificato i rapporti di forza tra gli impiegati statali (che costituiscono la maggioranza della secolare classe borghese che non vota per l'AKP - Partito per la Giustizia e lo Sviluppo) e la massa dei cittadini (molti dei quali votano per l'AKP).

Tuttavia, la diffusione dei servizi di amministrazione digitale ha reso possibile,  andando di pari passo, la sorveglianza da parte dello Stato. [Così, per molti aspetti, la Turchia è più libera ma anche meno libera].

C'è stata, inoltre, una forte pressione sui media verso l'autocensura (ad essere sinceri, molti media tradizionali turchi non sembrerebbero essere in lizza per ricevere premi per il coraggio mostrato nel proprio lavoro, tant'è che la maggior parte si è dimostrata compiacente e vile al punto tale che la CNN turca trasmetteva programmi di cucina, quando CNN International mostrava, tra le notizie di apertura, le proteste avvenute in Turchia). In più, il governo si sta muovendo per imporre legislativamente ai propri cittadini scelte di vita riguardo l'alcol, Internet, e così via per creare comportamenti obbligatori, piuttosto che ammettere che vi siano vaste aree del paese in disaccordo con le opinioni espresse dalle autorità governative rispetto a ciò che si dovrebbe bere o guardare (ironia della sorte, c'è disappunto anche tra gli stessi elettori del governo).

Quindi, dove si fonda la struttura subalterna delle proteste? Su una maggioranza di governo sempre più in dissonanza, per quanto relativamente popolare, che sta portando avanti progetti impopolari e controversi; su un'opposizione incapace; su un utilizzo dei media codardo e accondiscendente e su un uso comune e diffuso dei social media.

In Turchia, soprattutto nelle grandi città, quasi tutti hanno almeno un cellulare, e molti hanno Internet. (Per averlo è necessario fornire il proprio numero identificativo che determina una capacità di sorveglianza ampia sebbene, a causa della notevole quantità di dati, il controllo sia probabilmente mirato piuttosto che generalizzato e casuale).

Facebook è molto comune, con oltre 30 milioni di utenti. (È nella top ten dei siti visitati di tutto il mondo). Circa il 16% della popolazione internet utilizza anche Twitter che è molto importante proprio per chi fa parte di quel 16%. (Importante perché non lo posseggono tutti creando uno spazio in qualche maniera esclusivo che, però, sta diminuendo).

Una questione sulla quale si è incrementata la tensione tra il governo turco e molti cittadini di Istanbul riguarda i progetti di riqualificazione urbana intrapresi dall'AKP. Alcuni sono certamente popolari come il "metrobus" che sfreccia tra i due continenti in una corsia dedicata, evitando gli ingorghi tortuosi del traffico. Altri, come la "riqualificazione" della meravigliosa, unica, Tarlabaşı, vicino Taksim, in cui risiedono rom, transessuali, poveri e disadattati - e dove si sta radendo al suolo la zona vomitando strutture senz'anima, di cemento e vetro, costruite e vendute dal genero del primo ministro - sono largamente impopolari, sia tra le persone che vivono in quelle zone, sia tra coloro che abitano le belle, vivaci aree intorno a Taksim, Beyoglu, Cihangir.

Quindi, non è un caso che l'ultimo incidente sia scaturito dal tentativo di resistenza alla riqualificazione dell'area del "parco Gezi", dove c'è l'ultimo, minuscolo pezzo di verde in una zona di Istanbul, nella storica Taksim, in cui regna il calcestruzzo e si è costruito eccessivamente. C'è stato un lungo complicato tira e molla sulla questione che si è concluso con l'annuncio del governo che il parco avrebbe potuto essere sostituito in tutto o in parte da un ... centro commerciale.

(Personalmente considero la maggior parte dei centri commerciali come l'11° cerchio segreto  degli inferi, come descritto nella copia perduta dell'Inferno di Dante che sarà rivelata nel prossimo bestseller di Dan Brown!)

Così, quando un piccolo - ripeto, molto piccolo, soprattutto per la Turchia -  gruppo di persone ha cercato di resistere alle ruspe che sradicavano gli alberi a Gezi per iniziare la costruzione, non ci ho pensato più di tanto.

Ecco quanto piccola era la protesta, da un tweet stream di Aaron Stein.

Quello che è successo dopo è stata l'orrenda, sproporzionata risposta da parte della polizia con il lancio di tanti gas lacrimogeni e percosse inflitte sui manifestanti. Devo sottolineare, però, che ciò che è accaduto ha dei precedenti. Questa immagine della Reuters, che ha fatto il giro del mondo, rende la situazione piuttosto chiara.

La copertura dei media, poi, incompetente e vigliacca, ha iniziato ad essere quella di sempre, il che si traduce con un blackout generale di notizie cruciali. Anche questo non senza precedenti. Recentemente, molte notizie importanti sono state diffuse su Twitter. Tra esse il bombardamento accidentale dei contrabbandieri curdi a Roboski (Uludere in turco), che ha ucciso 34 civili, tra cui molti minorenni. Questa storia è stata negata e ignorata dai canali televisivi tradizionali, nonostante i giornalisti sapessero che qualcosa stesse accadendo. Uno di loro, Serdar Akinan, non è stato capace di frenare il proprio istinto di giornalista, ha acquistato un biglietto aereo e si è recato di corsa sul posto. Le foto struggenti della lunga fila di bare, pubblicate su Twitter, hanno raccontato la storia, provocando la più grande crisi politica del governo. Purtroppo Serdar è stato licenziato.

Di seguito la foto di Serdar pubblicata su Twitter che ha raccontato il più grande scandalo politico della Turchia negli ultimi anni, di fronte al silenzio dei media. (Qui il tweet di Serdar che annuncia la partenza verso Roboski, mentre il silenzio dei media sulle bombe proseguiva)

È stato dopo che i manifestanti di Gezi sono stati accolti dalla consueta combinazione di gas lacrimogeni e silenzio dei media che qualcosa di interessante è accaduto. La notizia delle proteste ha iniziato a circolare sui social media, in particolare su Twitter e Facebook. Su Twitter seguo un numero considerevole di persone che si trovano in Turchia e tra loro ci sono sostenitori dell'AKP, nonché media e personaggi del mondo accademico. Tutti atterriti di fronte all'idea che un piccolo numero di giovani che cercavano di proteggere degli alberi, venisse trattato così brutalmente. Inoltre, il governo, che di solito tende a guadagnare tempo di fronte a eventi simili con il primo ministro che riferisce sugli incidenti, sembrava che in quest'occasione avesse deciso di ignorare l'accaduto. Probabilmente riteneva fosse roba da poco, troppo ambientale, troppo marginale.

Su questo, a quanto pare, si sbagliava. Poco dopo, ho iniziato a vedere hashtag che comparivano su Twitter e account - che andavano da star dei media a politici - che cominciavano a condividere informazioni su raduni di solidarietà che si sarebbero tenuti in altre città e in altri quartieri di Istanbul. Intorno alle 3:00, sono arrivate le immagini dai più grandi quartieri della Turchia - Kadıköy, Bakırköy, Beşiktaş, Avcılar, e così via - che mostravano migliaia di persone per le strade, che non sapevano realmente cosa fare, ma che volevano fare qualcosa, tra rumori di pentole, bandiere e slogan. Si sono tenute proteste di solidarietà a Izmit, Adana, Izmir, Ankara, Konya, Afyon, Edirne, Mersin, Trabzon, Antalya, Eskişehir, Aydın e in altri luoghi ancora.

Quindi, per quanto possa ricordare, queste sono le prime proteste in Turchia dal colpo di stato degli anni '80, e somigliano poco a quelle organizzate dal NAACP per la difesa dei diritti civili negli USA, e più a quelle dei social media che hanno alimentato le proteste di Tahrir.

E quindi, esiste uno stile di protesta da social media? Penso che attualmente vi siano abbastanza esempi per affermare che sembra esserci, e di seguito ci sono alcuni degli elementi in comune. (Esempi che considerano l'Egitto e la Tunisia, M15 in Spagna, Occupy, Gezi in Turchia, Grecia, e così via).

1 - Mancanza di una leadership organizzata e istituzionale. Ciò rende anche più difficile per chiunque "vendere" il movimento, perché nessuno potrà negoziare per suo conto. (Per le versioni esilaranti, da leggere è quella di Wael Ghonim su come i funzionari di Mubarak abbiano cercato di convincerlo ad annullare le proteste in cambio di concessioni e come Ghoim abbia cercato di spiegare di non avere un potere così grande per poter intervenire!)

D'altro canto, ciò significa che il movimento non può negoziare guadagni anche perché... Beh, perché non può negoziare.

2 - Sensazione di mancanza di sbocco istituzionale. Nel caso dell'Egitto, è accaduto perché le elezioni sono state truccate e la politica vietata. In Turchia, perché hanno fatto tremare i media e per l'incompetenza dei partiti di opposizione. Nel caso di Occupy, negli USA, vi fu la sensazione che il governo e i media fossero nelle mani di interessi danarosi e corrotti.

3 - Partecipazione dei non-attivisti. Credo che questo punto sia fondamentale. La maggior parte delle grandi manifestazioni svoltesi precedentemente in Turchia ha visto la partecipazione di persone che avevano già manifestato. Le proteste del 2011 a Tahrir, quelle in Tunisia nel dicembre del 2010, a Gezi nel 2013 hanno coinvolto un gran numero di non-attivisti.

4 - Rottura dell'ignoranza pluralistica. Mi sono soffermata su questo ragionamento in precedenza. Le rivoluzioni, gli sconvolgimenti politici e i grandi movimenti sono spesso il risultato della rottura dell' "ignoranza pluralistica", ad esempio dell'idea che tu sia l'unico, o uno dei pochi, ad avere una determinata opinione. A tal proposito, le manifestazioni di piazza sono una forma di social media che consente alle persone di indicare una pluralità ai propri concittadini, e di contribuire a rompere l'ignoranza pluralistica. (Quindi, il punto non è se il meccanismo di segnalazione sia o meno digitale, ma se e quanto sia visibile e sociale).

5 - Organizzazione della protesta intorno a un "no" e non a un "faccio". Le strutture di social media esistenti permettono di organizzare una migliore azione collettiva intorno a rimostranze condivise con l'obiettivo di *fermare* o *contrastare* qualcosa (la caduta di Mubarak, un governo intemperante, e così via) piuttosto che un'azione strategica orientata al raggiungimento del potere politico. Si tratta probabilmente della più grande debolezza di questi movimenti e del motivo principale per cui non hanno l'impatto storico che la loro dimensione e potenza suggerirebbero. Alla fine, la politica si fa dove c'è politica e rimanerne fuori o non essere in grado di partecipare ai risultati, lamentandosi, ha come effetto il dissolversi lento del movimento che manca di mosse tattiche e obiettivi.

6 - Attenzione esterna. I social media permettono di superare la censura interna e di raggiungere un'attenzione globale. Ciò si è rivelato fondamentale per la primavera araba (sappiamo che molte persone hanno twittato non trovandosi in zona). Questo rende Twitter più potente, e non meno, nei suoi effetti.

Ecco che CNN International mostra le proteste in Turchia mentre CNN Turchia trasmette un programma di cucina. (Immagine ampiamente diffusa sui social media).

Attraverso i social media, i manifestanti hanno imparato che tutto il mondo, o almeno parte di esso, li stava effettivamente guardando. Dal momento che le proteste si fondano più sulle segnalazioni che sulla forza (i manifestanti non sono quasi mai più potenti delle forze di sicurezza dello Stato), questa rappresenta una dinamica cruciale.

7 - Uso dei social media per strutturare la narrazione. Qui e in altre proteste, abbiamo visto che i social media permettono di strutturare una metanarrazione di ciò che sta accadendo, collettiva, partecipativa, ma anche spesso guidata da un attivista in gamba dei social media, delineando la forma che le rimostranze collettive dovrebbero assumere. Le storie che raccontiamo sulla politica sono incredibilmente importanti nella formazione della politica stessa e i social media hanno aperto un nuovo e complicato percorso nel racconto in cui le metanarrazioni sulle azioni politiche emergono e si uniscono.

8 - Non facilmente manovrabile verso un'azione politica strategica. L'abbiamo visto più e più volte e si lega al punto numero 5. L'azione collettiva alimentata dai social media manca di quell'intuizione politica che un'istituzione - partito, ONG, e così via - è in grado di fornire.

Dove porta tutto questo? Non posso offrire previsioni ma voglio sottolineare che ciò che è accaduto non sta per rovesciare il governo turco. Non è Tahrir 2011, ma è un punto di inflessione interessante tra segmenti frustrati ma potenti della società turca che credono che l'attuale governo abbia deciso di correre calpestandoli e che non riescono a trovare sbocchi efficaci per la loro opposizione.

Ecco un esempio lampante della vigliaccheria dei media e dell'autocensura. Il New York Times ha coperto le proteste della Turchia pubblicandole sulla prima pagina del sito online. Sabah, uno dei giornali turchi più importanti, in prima pagina non ha pubblicato niente.

Quello che accadrà dipenderà da molti fattori tra cui la risposta del governo e lo spessore del sentimento tra i manifestanti di Gezi. Dubito, tuttavia, che questa sia l'ultima protesta alimentata dai social media.

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