Saint Denis

Strage di Parigi: le indagini, i giornalisti e le fonti ufficiali

di Filippo Ortona

18 novembre 2015, Saint-Denis, banlieue nord di Parigi. Un nutrito gruppo di agenti del RAID, le forze speciali della polizia francese, si sta avvicinando a un palazzo nel centro della cittadina. Sono le quattro di notte. Hanno ricevuto l’informazione che dentro vi si nascondono alcuni dei presunti organizzatori degli attentati di cinque giorni prima. Pare che siano in procinto di realizzarne un altro alla Défense, il quartiere finanziario un po’ più a Ovest, e che siano armati fino ai denti.

L'appartamento a 8 rue du Corbillon, una piccola strada a Saint Denis. Immagine via the Guardian
L'appartamento dell'assalto a 8 rue du Corbillon, una piccola strada a Saint Denis. Immagine via the Guardian

Parigi è in quel momento al centro dell’attenzione dei media di tutto il mondo; su Place de la République sono parcheggiati i camion delle televisioni straniere, tra cui CNN, NBC, Al-Jazeera, ci sono anche la RAI e Mediaset.

Il commando di polizia si avvicina alla porta dell’appartamento. L’artificiere piazza l’esplosivo pensato per un portone blindato, lo innesca: il boato sconvolge la notte ma la porta, che non è blindata, non si apre. Inizia una battaglia che dura fino alle sette del mattino, quando cominciano ad arrivare i giornalisti come me.

In serata, il procuratore capo di Parigi, François Molins, dichiara che c’è stato uno scambio a fuoco “praticamente ininterrotto” per “quasi un’ora”, poi aggiunge: «posso dirvi che la polizia ha sparato più di 5000 munizioni». Nel frattempo, Le Figaro e Le Parisien pubblicano una lunga intervista con il capo del RAID, Jean-Michel Fauvergue, che afferma: «lo scambio di colpi d’arma da fuoco è durato per circa mezz’ora, tre quarti d’ora, centinaia di colpi sono sparati da una parte e dall’altra. I terroristi hanno anche lanciato delle granate». Una volta tornata una certa calma, «abbiamo deciso d’inviare un cane poliziotto… sfortunatamente, Diesel è stata uccisa a colpi di Brenneke (nda, un tipo di munizioni per i fucili a pompa)». Dopo qualche scambio di colpi, un’esplosione: era una «donna che si è fatta saltare dentro l’appartamento, […] sono circa le 9, […] cinque dei nostri uomini sono stati feriti».

Il giorno dopo, 19 novembre, Fauvergue ribadisce il concetto su Europe 1, una delle radio più popolari del paese. «I terroristi hanno sparato moltissime munizioni… avevano molti caricatori, delle granate, dei gilet esplosivi, ...minimo due o tre kalachnikov», afferma. Quasi niente di quello che dice, però, si rivelerà essere vero.

La notizia della donna kamikaze viene smentita abbastanza prontamente nel corso della giornata, nonostante l’intervista di Fauvergue. Sei giorni dopo il blitz, il 24 novembre, il procuratore Molins dice in conferenza stampa che «ad oggi, sono state trovate nell’appartamento una pistola Browning 9mm e il suo caricatore; delle schegge di granata; due gilet esplosivi». Niente kalachnikov, né altre armi d’assalto.

Infine, a qualche mese di distanza, i giornalisti di Le Monde e Mediapart riescono a venire in possesso di alcuni rapporti di polizia che mettono seriamente in discussione il quadro fornito dalle autorità e dai media (di cui faccio parte). Si scopre per esempio che il 24 novembre la DGSI (i “servizi” interni) e la SDAT (sous-direction anti-terroriste) recensiscono in totale 9 cartucce effettivamente attribuibili ai terroristi, compresa quella dentro la Browning di cui sopra. Inoltre, il 21 novembre, i funzionari della SDAT analizzano i materiali usati dai poliziotti per difendersi durante il blitz a Saint-Denis. «Se 17 segni di proiettile sono presenti sulla parte esteriore del materiale – scrive Mediapart – e quindi imputabili a priori ai terroristi, almeno altri 40 sono all’interno delle protezioni».

E il cane? Se, come aveva inizialmente affermato il capo del RAID, era stato vittima di un colpo di “Brenneke,” non si spiega chi l’abbia ucciso, poiché i terroristi non avevano armi a parte una Browning e qualche esplosivo, mentre «il fucile a pompa è un’arma in dotazione al RAID», specifica Mediapart.

L’autopsia sui tre corpi di Chakib Akrouh, Abdelhamid Abaaoud e Hasna Aït Boulahcen, trovati nell’appartamento, riserva anch’essa delle sorprese. I primi due sono morti in seguito all’esplosione di uno dei gilet kamikaze, mentre la giovane donna per asfissia. Il rapporto del medico legale esclude ferite d’arma da fuoco, secondo i due giornali francesi.

In un documento di sintesi giudiziaria sul blitz, datato 14 dicembre e pubblicato da Le Monde, si legge che «ci sono stati dei violenti scambi di colpi per quasi due ore». Il documento precisa l’utilizzo di granate offensive e “arme à feu”, arma da fuoco. Al singolare. Non si spiega come una arma da fuoco abbia potuto costituire la fonte del “fuoco sostenuto” di ore e ore di cui sarebbero stati vittima gli agenti, come inizialmente era stato detto ai e dai media.

«Nessuno dei tre terroristi è stato ferito da una sola delle 1500 pallottole sparate dai poliziotti. [...] Se sono morti a causa dell’esplosione, come si spiegano i colpi di kalachnikov evocati dal capo del RAID? E se le esplosioni si sono verificate, come sembra dalle testimonianze, tra le 4.20 e le 5 del mattino, su cosa hanno sparato le forze dell’ordine fino alle 7?», si chiede Mediapart. Forse gli agenti hanno sparato a sé stessi, compreso il cane?

Come la caccia ai fratelli Kouachi, autori della sparatoria a Charlie Hebdo poco più di un anno fa, e il raid all’Hyper Cacher con la conseguente morte di Amedy Coulibaly, la battaglia di Saint-Denis aveva una funzione catartica, doveva fare chiarezza in un momento di paura generalizzata.

Tuttavia, al contrario di quanto successo con i Kouachi e Coulibaly, quella “battaglia” non c’è mai stata. O meglio, non si è svolta come le fonti ufficiali hanno lasciato credere in un primo momento. Lungi da me ogni complottismo: io stesso, nel giorno del blitz di Saint-Denis e nei successivi, ho avvallato più o meno involontariamente il quadro che era in quel momento preponderante nei media. Lavoravo come freelance per un gruppo di radio italiane, fornendo collegamenti in diretta, pezzi e aggiornamenti continui. Come – credo – quasi tutti i miei colleghi italiani e stranieri, seguivo le uniche fonti in quel momento disponibili: quelle ufficiali. Quasi l’80% di quello che ho detto nei due-tre giorni dopo il blitz era di fatto sbagliato.

Si è fatto giustamente un gran parlare degli errori dei media nei giorni successivi agli attacchi terroristici del 13 novembre scorso, della diffusione di bufale e informazioni non verificate (per esempio qui). Gli errori tragicomici dei giornalisti nascondono un problema molto più rilevante: il fatto che ci si affidi spesso e volentieri a occhi chiusi alle fonti ufficiali e che queste ultime abbiano ormai imparato benissimo a servirsi delle redazioni.

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