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Net Neutrality a rischio. Cos’è e perché ci riguarda tutti

È ora di abolire l’espressione “neutralità della Rete” e sostituirla con una più chiara, immediata, che restituisca più prontamente l’idea dell’importanza del principio racchiuso in quella espressione: che tutti i dati sono uguali, e che a decidere come usare il nostro traffico Internet dovremmo essere solo noi utenti - non chi ci fornisce la connessione alla Rete.

E invece siamo impiccati a questa espressione coniata da Tim Wu nel 2003, che genera sbadigli non appena la si pronunci - anche se dietro all’apparenza di tecnicismo cela il corpo stesso della Rete così come concepita in origine: libera, aperta, democratica, realmente concorrenziale e innovativa. Un toccasana per chi vuole invece diventi tutto l’opposto: nel geniale riassunto di John Oliver, la strategia è “se vuoi fare qualcosa di male, nascondilo dentro qualcosa di noioso”.

Non è un caso, dunque, che sul tema si moltiplichino gli allarmi: qui la noia scorre a fiumi. In parte non può essere altrimenti, perché la questione è complessa, delicata, e tecnica. Ma in parte no, e sarebbe ora di porvi rimedio. Perché la confusione è una strategia, e sta pagando. E perché poi, dopotutto, stabilire almeno il principio di fondo è semplice.

Un buon modo per illustrarlo è pensare al funzionamento del servizio postale: quando inviate una lettera, infatti, il postino la recapiterà al destinatario indipendentemente dal mittente, da cosa c’è scritto nella lettera e da quale gestore di posta viene utilizzato. Quella delle poste, in altre parole, è una situazione “neutrale”: tutte le lettere sono uguali.

Che accadrebbe invece se così non fosse? Il rischio è che si produca una situazione in cui usando un certo gestore la posta viene consegnata, mentre con un altro no - oppure solo a chi usa quello stesso gestore. Nel caso di una Rete senza neutralità, significa per esempio che per usare un servizio di instant messaging sarete costretti a fare ricorso a quelli con cui il vostro provider ha un accordo (Whatsapp), ma non gli altri (Telegram). Lo stesso potrebbe accadere con i servizi VoIP, con i provider titolati a bloccarne uno che abbia un accordo con la concorrenza (per esempio, Skype) ai danni del proprio (Viber).

In questo caso i bit veicolati non sarebbero tutti uguali: la neutralità della Rete impone invece che chi fornisce accesso a Internet non possa discriminare a seconda dell’utente o dei contenuti, dando per esempio la priorità a una mail di x rispetto a una di y.

Se fosse altrimenti, la Rete Internet non sarebbe più libera e aperta, ma una summa di strati: una rete di serie A, veloce e affidabile, per chi se la può permettere (e per i servizi che pagano l’obolo ai provider), e una di serie B, lenta e inaffidabile, per tutti gli altri.

Senza la noiosissima, impronunciabile “neutralità della Rete”, Internet non somiglierebbe più al servizio postale, ma alla tv via cavo, in cui l’utente paga a seconda di quali contenuti vuole fruire.

Perché non sia un risultato auspicabile è presto detto. Prima di tutto, la Rete - da fattore abilitante - diventerebbe una ennesima fonte di disuguaglianze. E sta già accadendo, se la World Wide Web Foundation scriveva, nel suo Web Index 2014-15, che

Siamo al bivio tra un web ‘per tutti’, che rafforza la democrazia e crea uguali opportunità per tutti, e un web ‘winner takes all’ (chi vince piglia tutto) che concentra ulteriormente il potere economico e politico nelle mani di pochi.

Senza neutralità della Rete, i provider - un mercato in cui la reale concorrenza è già una parolaccia - finirebbero per disporre di un potere discrezionale sulle vite dei loro utenti ancora maggiore: sarebbero loro, infatti, a decidere quali servizi devono essere gratuiti e quali a pagamento (in paesi emergenti o poveri, è cruciale), e quali devono avere la precedenza e quali invece possono aspettare tempi di caricamento insostenibili. Un potere che si estenderebbe anche alla possibilità di bloccare o rallentare l’accesso ad alcuni siti al punto di renderli inutilizzabili, con evidenti conseguenze per la libertà di espressione online.

Ancora, i fornitori di connettività disporrebbero di una indebita capacità di indirizzare l’innovazione: difficilmente, infatti, startup e nuovi entranti potrebbero permettersi di competere con i colossi già esistenti nei vari settori dell’economia digitale, perché non avrebbero i mezzi per garantirsi le stesse condizioni di utilizzo dei concorrenti già affermati. Banalmente, non avrebbero il potere economico indispensabile a stabilire che anche il traffico generato dai loro servizi finisca nelle corsie ad alta velocità, invece di rimanere incastrato tra i rallentamenti.

Il tema non è certo nuovo, ma è oggi che lo scontro tra sostenitori e oppositori della “neutralità della Rete” (meglio: tra reali sostenitori e sostenitori a parole, dato che nessuno o quasi vi si oppone, sulla carta) è giunto al punto di rottura in tutto il mondo.

Negli Stati Uniti, per esempio, è stato l’attivismo di milioni di cittadini - non a caso, anche grazie alla semplicità delle spiegazioni sul tema di un presentatore satirico come Oliver - a suscitare l’intervento a sua difesa del presidente Barack Obama, e quindi dell’autorità per le telecomunicazioni. Anche in India è stata una mobilitazione coordinata in Rete a opporsi al tentativo di Facebook di fornire accesso a una visione ridotta e non neutrale di Internet a chi non ce l’ha tramite il suo programma internet.org (rinominato, dopo le polemiche, ‘Free Basics’).

Quanto all’Europa, la scorsa settimana sono state approvate delle norme che, al netto della propaganda, non mettono al riparo da diverse scappatoie legislative che consentirebbero ai provider di violare la neutralità della Rete in molti modi. E a votarle sono stati anche quei partiti italiani che, solo pochi giorni dopo, si sono invece espressi all'unanimità in favore di una neutralità della Rete senza compromessi approvando, alla Camera dei deputati, i principi della 'Dichiarazione dei diritti in Internet' della Commissione Boldrini. Il diavolo, al solito, sta nei dettagli.

Uno, per esempio, ha un altro nome apparentemente innocuo: “zero rating”. Significa che il pacchetto di servizi offerto dal provider di turno è gratuito, mentre per accedere a tutti gli altri si paga. Se due terzi dell’umanità ancora non dispone di connessione a Internet, molto spesso per le condizioni di povertà in cui versa, è semplice comprendere come dietro al principio apparentemente inoppugnabile di dare universale accesso alla Rete si nasconda uno stratagemma di pochi - da Facebook in giù - per indirizzare lo sviluppo di Internet nel modo desiderato dagli improvvisati filantropi che cerchino di realizzarlo. Del resto, se - come nel caso di “Free Basics” - Facebook è gratis e Twitter no, è chiaro che il secondo finisce per rimetterci.

Ogni volta che parliamo di “neutralità della Rete”, insomma, parliamo di investimenti miliardari, di potere, e di democrazia online. Per questo sarebbe ora di trovare una espressione che, nell’era della comunicazione istantanea, ce lo renda immediatamente chiaro. “Uguaglianza dei bit” potrebbe andare? O è meglio parlare di “Rete uguale per tutti”? O ancora, di “libera scelta dell’utente nell’uso di Internet”? Discutiamone. Ne va della possibilità stessa di restare i sovrani delle nostre vite in Rete, senza che sia un colosso delle telecomunicazioni o una piattaforma (che diventa provider) a decidere al posto nostro quali siti dovremmo visitare, da quali device e per quanto. Perché se tutti i bit sono nati uguali, a volerli far crescere diversi sono soggetti potenti e senza scrupoli. E, senza una piena consapevolezza dei termini del problema, finiranno per vincere, sconfiggendoci tutti.

NETNEUTRALITY

(foto: via arstechnica.com)

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