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Nessuno tocchi Sallusti. E i giornalisti precari chi li difende?

Un coro unanime ha gridato in questi giorni «nessuno tocchi Sallusti».

Sallusti, come riassunto da Il Post, è stato condannato in appello per omesso controllo e diffamazione a mezzo stampa, a causa di un commento a nome «Dreyfus» (un chiaro pseudonimo) comparso su Libero nel febbraio 2007, ai tempi diretto proprio da Sallusti. Il commento chiamava direttamente in causa un giudice e l'ipotesi di una sua condanna a morte, e per questo motivo  il giudice ha sporto querela penale.

Ne hanno parlato, tra gli altri, Giovanni ValentiniFilippo Facci, Marco Travaglio, Fabio Chiusi, Fnsi e Odg. Ne ha parlato anche Mantellini che ha sottolineato un aspetto forse sgradevole, ma doveroso:

 [...] stiamo parlando di un articolo di fatto anonimo, firmato con uno pseudonimo. Non stiamo parlando di una pagina web aggiornata dall’IP di un proxy russo ma di un pezzo composto in redazione. Forse esiste una “impossibilità fisica o materiale di controllarne il contenuto” (anche questo è molto discutibile visto che stiamo parlando di diffamazione) ma certo non quella di risalire all’autore. Il direttore de Il Giornale sa benissimo chi sia (lo sospettano in molti e i probabili trucchetti di Libero per far scrivere persone sospese dall’Ordine meriterebbe forse qualche accenno) se non intende rivelarlo è piuttosto evidente che la responsabilità debba ricadere su di lui. Su chi altri se no?

Le parole di Mantellini portano a scindere la questione giuridica da quella culturale. Giuridicamente è inaccettabile che sul mestiere del giornalista la detenzione incomba come una spada di Damocle. L'Italia su questo aspetto non fa una bella figura, anzi (vedi infografica in fondo all'articolo per un confronto con altri paesi). Il caso Sallusti non è certo il primo, e se non cambieranno le leggi in materia non sarà l'ultimo. Si può vedere a riguardo questo appello di Article 19 al Parlamento Italiano, dove si cita la condanna al carcere dei giornalisti Donatini e Marson.

Culturalmente vanno invece evidenziati due aspetti.

Primo: l'articolo di Libero. In un paese in cui giornalisti e giudici spesso sono vittime di attentati, associare l'idea di una condanna a morte, per di più in modo anonimo, fa pensare a un movimento extraparlamentare degli anni Settanta, più che a un quotidiano nazionale. Il fatto che l'articolo incriminato sia comparso sotto pseudonimo, è ancora più increscioso.

Muovere questa critica significa affrontare la domanda «che cos'è il giornalismo?» fuori da un'aula di tribunale (e rispondere con «Sallusti merita la galera» è culturalmente incivile, e va fuori tema). Penso che il commento a nome «Dreyfus» non sia giornalismo: è qualcosa che sconfina nell'aizzamento del lettore al grido di «dagli al giudice cattivo»; che sconfina nell'opinione vile in quanto anonima; nell'idea che sia più importante schierarsi sempre e comunque, piuttosto che tenere la strada delineata dai fatti.

Secondo (ed è un aspetto in parte giuridico). Nella disgrazia, Sallusti, ha una fortuna. Quella di essere un direttore di quotidiano, e dunque una grande firma del giornalismo. Ciò gli permette, oltre a tutele legali ed economiche, di attirare attenzione sul problema. Ma questo non accade per molti giornalisti precari o sconosciuti, a prescindere dal merito della causa. Qualcuno si ricordava di Donati e Marson, citati poc'anzi? Ecco. Senza contare che, al di là del rischio detenzione, una richiesta di risarcimento può mettere in ginocchio un precario a prescindere, anche se innocente. La querela è così un'arma da puntare alla tempia del giornalista. Me ne sono occupato quando furono querelati gli autori e l'editore del libro Il Casalese. E me occupo anche oggi parlando di Stefano Santachiara, collaboratore de Il Fatto Quotidiano menzionato nell'articolo.

Stefano Santachiara è un giornalista querelato perché davanti a una telecamera della trasmissione Report ha citato una visura camerale e ha confermato l'esistenza di un procedimento penale. La vicenda, in apparenza folle, è tanto reale quanto spietata nella logica che vi traspare. Lascio che a raccontare sia Stefano stesso, grazie alla breve intervista che mi ha gentilmente concesso.

Puoi spiegare a chi legge la querela che hai ricevuto?
Si tratta di una causa civile intentata dalla cooperativa Cooprocon, dal suo legale rappresentante ingegner Adriano Vandelli e da un’immobiliare citata nel servizio di Report del dicembre 2011 sulla situazione del Comune appenninico di Serramazzoni. Ritenendo alcuni passaggi diffamatori, chiedono un risarcimento danni non quantificato ma comunque non inferiore ad un milione di euro nei confronti miei, della Rai, della conduttrice Milena Gabanelli, dell’autore del servizio Giuliano Marrucci e dei due cittadini intervenuti, il geometra Oliver Zaccanti e Francesca Ragusa, cittadina coraggiosa che è tornata dalla Francia per denunciare quanto stava accadendo nel suo borgo. Noi abbiamo rifiutato la proposta di mediazione pre-processuale prevista dalla legge perché riteniamo di aver esposto in modo continente fatti documentati e di rilievo pubblico: dall’indagine sul presunto abuso edilizio che coinvolgerebbe Coprocon all’inchiesta sul project financing da un milione di euro per il restyling dello stadio che invece vede indagati per corruzione e turbata libertà di scelta del contraente l’allora sindaco del Pd Luigi Ralenti e l’ex soggiornante obbligato di Gioia Tauro Rocco Baglio. Il mio breve intervento specificatamente ha riguardato la lettura di visure camerali e la conferma dell’esistenza di un procedimento penale.

Hai ricevuto un qualche tipo di tutela legale, o hai dovuto fare affidamento solo sulle tue risorse?
Si, ho ricevuto qualche tipo di tutela legale. Ad avviso del mio avvocato Fausto Gianelli (del Forum Giuristi democratici e legale dei ragazzi pestati alla Caserma Diaz durante il G8 di Genova) si tratta di una causa «intimidatoria» che mira a «imbavagliare la stampa scomoda» (per tua info il riassunto del mio lavoro prima della maxi-causa). Parlando in generale, i potentati economico-politici oggi in Italia usano sempre più spesso questo strumento delle cause civili, che a differenza delle penali non devono accertare un reato e presentano poche controindicazioni. Con una spesa magari preventivata nel budget annuale per il pool di avvocati, potranno creare disagio al giornalista in questione e fornire l’esempio molto educativo ai suoi colleghi che eventualmente volessero trattare la questione senza sconti. In Italia, visti i tempi biblici della giustizia civile e la condizione peculiare necessaria di manifesta infondatezza, quasi nessun giornalista fa contro-causa per lite temeraria.

Di querele penali in questi anni ne ho ricevute tante ma sono state archiviate. Due sono arrivate ultimamente per pezzi scritti sull’Informazione di Modena, quotidiano per il quale ho lavorato come cronista di giudiziaria dal 2007 fino alla chiusura del febbraio 2012. Le due cause, una civile da mezzo milione di euro intentata da una dipendente comunale di Carpi, e un’altra penale depositata dopo la morte dell’Informazione da un avvocato modenese condannato per appropriazione indebita, peseranno economicamente: data la messa in liquidazione de L’Informazione molto probabilmente, in quei casi, dovrò pagarmi da solo le parcelle dell’avvocato del giornale. Senza uno stipendio fisso sarà dura.

A che punto è la querela?
Il processo civile per la puntata di Report inizia il 16 ottobre.

Hai ricevuto sostegno o solidarietà dai tuoi colleghi?
In privato tanta solidarietà, in pubblico un po’ meno. Il problema è che dopo lo scoop sul Fatto Quotidiano e persino dopo la puntata di Report la stampa locale ha minimizzato, mentre quella regionale e nazionale non si è mai occupata di un caso raro in Emilia come quello di Serramazzoni, Comune oggi commissariato. Per la cronaca, infatti, il sindaco eletto in maggio Sabina Fornari, già assessore all’Urbanistica nella giunta Ralenti, si è dimessa due mesi fa per l’incedere di nuove indagini sui vertici dell’amministrazione comunale con ipotesi di reato di associazione a delinquere finalizzata ad abuso d’ufficio, abuso edilizio e concussione. Il sostegno è arrivato da Ossigeno di Alberto Spampinato, Articolo 21, Ordine dei giornalisti ed Fnsi che hanno denunciato il caso come un’intimidazione alla libertà di stampa.

La difesa del diritto all'informazione non può essere subordinata allo scalpore provocato dal caso di turno, o allo status del giornalista coinvolto. Non deve diventare, implicitamente, una questione di classe riguardante i giornalisti di serie A. Spesso è proprio il giornalista che lavora nella piccola redazione locale  a subire le pressioni più forti, a essere più esposto a ogni tipo di censura, anche solo antropologica. Perché quando esce dalla redazione, e va in piazza o al bar, si trova gomito a gomito con quei personaggi di cui ha indagato e denunciato le malefatte. Lì trova il sindaco, l'assessore, l'amministratore delegato. Lì vede in faccia chi potrebbe, il giorno dopo, rivolgersi a un avvocato per zittirlo a suon di milioni, una volta letta la cronaca locale. In questi casi il rischio di querela è come avere una parte del cervello chiusa in un carcere le cui pareti sono fatte di paura, ansia, frustrazione e incertezza. Diventa dunque vitale, per poter svolgere al meglio la professione, essere tutelati.


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