Francia, come è nato e cresciuto il movimento contro la riforma del lavoro #NuitDebout

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di Filippo Ortona

Sei delle otto raffinerie nazionali fermate dai lavoratori, porti bloccati, i dipendenti delle 19 centrali nucleari francesi in sciopero, code chilometriche ai pochi distributori di benzina ancora aperti nella regione parigina, manifestazioni in tutta la Francia con violenti scontri nella capitale: il conflitto sulla legge che punta a riformare il lavoro in Francia, tra il governo da un lato e i sindacati e i movimenti dall’altro, sta toccando il suo apice proprio in questi giorni.

Le origini della protesta

Ci sono voluti più di tre mesi affinché si arrivasse a questo punto. Le prime stesure della legge “El Khomri”, dal nome del ministro del Lavoro francese, Myriam El Khomri, avevano iniziato a circolare a inizio anno, generando un’indignazione senza molti precedenti e dando il via a un’inedita campagna comunicativa su internet, riassunta dall’hashtag #onvautmieuxqueça, cioè, “valiamo più di quello [che ci viene proposto nella legge]”.

Agli inizi di marzo, un imprevedibile fermento nelle scuole e nelle università di tutto il paese comincia a dare i primi segnali di agitazione. Il 9 marzo, tra lo stupore dei mass-media e delle formazioni politiche di ogni provenienza, comprese quelle più radicali, centinaia di migliaia di persone, in particolar modo gli studenti, scendono in piazza scoprendo di essere un movimento d’opposizione dotato di una forza non indifferente. La discussione sulla loi travail (legge sul lavoro) s’impone così all’agenda mediatica e politica, dando inizio a un movimento che dura tuttora, senza che se ne scorga una fine.

Da allora in poi, il conflitto non fa che inasprirsi, tanto in piazza quanto nelle sedi istituzionali. Durante tutto il mese di marzo si moltiplicano le iniziative degli studenti nelle scuole e nelle università, tra occupazioni a ripetizione e assemblee di coordinamento. Una situazione effervescente a cui si oppone una dura repressione. Lo sgombero dell’assemblea universitaria di Tolbiac, alla Sorbona, e le violenze subite da un giovane studente del liceo Bergson a Parigi generano una diffusa indignazione per l’atteggiamento violento delle forze dell’ordine, contribuendo così alla costruzione di ulteriore consenso attorno al nascente movimento.

Nuit Debout, il movimento che "non torna a casa"

Nello stesso periodo il film Merci Patron!, realizzato dal giornalista-militante François Ruffin, direttore della rivista Fakir, conosce un incredibile successo di pubblico, divenendo anch’esso in una certa misura catalizzatore dello scontento generale. Il fenomeno non sfugge a Ruffin:

Giovedì 31 marzo parteciperemo alla manifestazione nazionale a Parigi. Dopo la sfilata, non torniamo a casa. Occupiamo una piazza, un luogo, vedremo dove. Facciamo una proiezione gigante di Merci patron!, per ridere tutti assieme. [...] Cerchiamo di inventare qualcosa, punto di riferimento delle speranze e delle lotte. Portatevi il sacco a pelo!

Detto fatto: il 31 marzo, dopo un gigantesco corteo a Parigi e in altre città, nasce su place de la République la convergence des luttes (“convergenza delle lotte”) o più comunemente, Nuit Debout: notte in piedi, giacché “non torniamo a casa”, come recita il motto dell’iniziativa.

Dire che gli stessi organizzatori siano stati sorpresi dalla partecipazione massiccia e spontanea di migliaia di persone alla fase iniziale di Nuit Debout è dire poco. Un’assemblea generale è convocata ogni giorno alle 18, nella quale ognuno è libero di esprimersi, avanzare proposte, organizzare proteste, dire la sua. All’interno ci si riunisce in commissioni tematiche o logistiche. Ad oggi, se ne contano almeno una trentina solo a Parigi, su tutti i temi possibili e immaginabili: dall’organizzazione più spicciola sino alla commissione grève, incaricata di stringere rapporti con i lavoratori in sciopero, passando per la Françafrique, dedicata alle politiche francesi nelle ex-colonie.

Il fenomeno si estende in diverse città del paese – Marsiglia, Nizza, Nantes, Tolosa solo per citarne alcune – e diventa molto rapidamente il luogo fisico in cui ci si organizza per il prosieguo della mobilitazione. Lo stile di Nuit Debout, radicale, molto aperto e tendenzialmente pacifico, partecipato da artisti e creativi di ogni tipo, viene accolto con una certa simpatia dai media: è «una chance storica per reinventare le aspirazioni democratiche di un paese che rifiuta di rassegnarsi al declino», scrive Libération.

Nuit Debout si dota di un proprio apparato per comunicare con l’esterno e, quasi subito, nasce il “media center” di place de la République. Composto da una web-radio e da una web-tv, presente su Twitter, Periscope, Facebook, Snapchat e altri social-network, alimentato da attivisti più o meno professionisti del campo, il media center è allo stesso tempo rivelatore di alcune profonde divisioni all’interno del movimento.

Il 14 maggio, alcuni membri di varie commissioni di Nuit Debout prendono parola in assemblea denunciando il fatto che «certe persone si sono accaparrate della comunicazione online. Le loro motivazioni sono inquietanti, dicono, interessi commerciali e obiettivi politici personali vi si confondono».

Secondo i critici, queste persone, già note negli ambienti dei movimenti parigini, starebbero organizzando una piattaforma politica in vista delle elezioni presidenziali del 2017, grazie a una gestione privatistica del media center.

Inoltre, accusano i responsabili di diffondere sui profili social di Nuit Debout dei «messaggi apolitici, inoffensivi, se non addirittura smobilitanti. La rivoluzione dei like non avrà mai luogo». Una polemica quanto mai attuale, in tempi di media partecipati e “dal basso”. Nonostante le critiche siano state rispedite al mittente e giudicate “infondate” e “disoneste”, il media center è stato riorganizzato completamente, le password degli account ridistribuite e gli stessi stand di “radio debout” e “tv debout” sono momentaneamente scomparsi dalla piazza.

Al di là delle polemiche, sino alla fine di aprile, Nuit Debout è stato senza dubbio il vero fulcro del movimento parigino. Per settimane, ogni giorno, da place de la République sono partiti i cortei più vari, diretti verso gli obiettivi più disparati – siano essi la liberazione di manifestanti arrestati in precedenza, la demolizione di barriere la chiusura di un accampamento di rifiugiati, o polemici “aperitivi sotto casa di Manuel Valls”. Una fase molto intensa, che ha conosciuto una prima flessione dopo lo sgombero di République da parte della polizia nella notte del 28 aprile.

"Cortège de tête": si infiamma il conflitto sociale e sindacale

Indipendentemente dalle flessioni di Nuit Debout, quasi tutte le settimane sono stati organizzati cortei, a Parigi e altrove, principalmente dai sindacati.
Ogni volta, si sono verificati violenti scontri tra manifestanti e polizia, in particolare nell’ambito di quello che viene ormai chiamato cortège de tête (spezzone di testa). Al contrario di quanto succede in Italia, infatti, lo spezzone indipendente si trova sempre alla testa dei cortei.

È senza dubbio uno dei capitoli più interessanti del sommovimento sociale che sta scuotendo la Francia. Senza sigle sindacali né partitiche, partecipato dagli studenti, dalle varie associazioni e/o collettivi di precari, dai militanti impegnati sui fronti più svariati così come da lavoratori e sindacalisti di ogni tipo, il cortège de tête rappresenta un mondo radicale che è tornato, dopo anni di esilio ai margini, al centro della vita politica francese. La sua esistenza e il suo incessante ingrossamento, manifestazione dopo manifestazione, hanno indubbiamente contribuito all’acuirsi del conflitto sociale e sindacale.

Frettolosamente etichettato come “black bloc” dai mass-media, è in realtà quanto di più lontano da un “blocco” ci si possa immaginare. Dentro, come detto, ci sono persone dai percorsi più diversi, accomunati da un modo di manifestare altamente conflittuale. Per ora, vige una grande tolleranza tra le varie anime “movimentiste” rispetto alla violenza di piazza, nonostante non siano mancate tensioni nelle settimane passate, in particolare con il servizio d’ordine della CGT.

Il 26 maggio, durante l’ennesima manifestazione nazionale, lo spezzone ha toccato forse il suo apice in termini di presenze numeriche. Non è assolutamente nell’ordine normale delle cose che diverse migliaia di persone partecipino a una manifestazione assumendo modalità di protesta così radicali, a testimonianza dell’eccezionalità del momento. Se da un lato ciò si spiega con una pressione delle forze dell'ordine molto forte – solo nella giornata di ieri sono state arrestate 77 persone in tutta la Francia, senza contare le assegnazioni a dimora e le altre misure amministrative – da un altro punto di vista c’è un’evidente propensione a scontrarsi con la polizia.

L’operato di quest’ultima è giudicato dai manifestanti eccessivamente repressivo. Alcune persone hanno perso l’utilizzo di un occhio in seguito al ricorso alle famigerate flashballs da parte delle forze dell’ordine.
Spesso e volentieri ragazzi e ragazze finiscono all’ospedale per l’utilizzo disinvolto delle armi in dotazione alla polizia. Secondo uno street medic (il gruppo di “infermieri” che assiste le persone durante i cortei) presente alla manifestazione del primo maggio, «è un bagno di sangue. I nostri interventi somigliano sempre di più alla medicina di guerra».

Bisogna dire che il governo non ha fatto molto per allentare la tensione, anzi. Alla fine del primo passaggio dell’iter parlamentare, il 10 maggio, la legge in questione è stata approvata grazie all’utilizzo del cosiddetto “49.3”, una disposizione che permette di “bypassare” l’esame della Camera a patto che quest’ultima non sfiduci il governo. Un gesto giudicato violento da molti degli oppositori al progetto di riforma, tanto da dar vita a un sito apposito e a duri scontri proprio all’ingresso dell’Assemblée Nationale.

Cosa prevede la legge “El Khomri”

La legge “El Khomri” è una riforma del Codice del lavoro francese e, allo stesso tempo, una sorta di “legge delega” che prefigura una più ampia riscrittura dello stesso Codice, stabilendo alcune linee guida e principi ispiratori. Una delle misure principali e, non a caso, più controverse, è la subordinazione degli accordi nazionali alle trattative contrattuali nelle singole aziende, contenuta nell’articolo 2.

Nelle schede di presentazione che hanno preceduto il passaggio alla Camera, si legge che “il primato dell’accordo d’impresa in materia di durata del lavoro diviene il principio di diritto comune, [...] la priorità è data all’accordo d’impresa, non più all’accordo di categoria.” Una formulazione poi ripresa nel testo attualmente in esame al Senato.

In pratica, se fino a oggi gli accordi sindacali all’interno delle singole aziende non potevano essere più sfavorevoli ai dipendenti degli accordi di categoria (e a cascata di quelli nazionali e infine della legge dello Stato), da “domani”, il principio sarebbe invertito: conta di più il singolo accordo in azienda e, solo qualora ci fossero lacune, verrà preso in esame l’accordo di categoria o nazionale e così via fino alla legge dello Stato.

Il sindacato CGT ha denunciato “un’inversione della gerarchia delle norme”, temendo che il ribaltamento legislativo venga poi esteso a tutti gli ambiti di contrattazione collettiva, e non limitato ai tempi di lavoro. Secondo i sindacati, il fatto che gli accordi nelle singole aziende possano primeggiare sugli accordi nazionali, porterebbe a un forte indebolimento delle organizzazioni dei lavoratori.

Come spiegato da Le Monde, «delle deroghe alla ‘gerarchia delle norme’ erano già state introdotte dai governi di destra tra il 2004 e il 2008, [...] con una differenza importante: gli accordi di categoria possono impedire l’adozione di un accordo in azienda», qualora quest’ultimo sia giudicato sfavorevole per i lavoratori.

Un’altra misura impopolare riguarda la possibile approvazione di un accordo sindacale in azienda contro il parere dei sindacati maggiormente rappresentativi. Nell’ultima versione della legge, qualora i sindacati rappresentanti almeno il 50% dei lavoratori di uno stabilimento non firmino un accordo con la dirigenza, una o più organizzazioni sindacali (rappresentanti almeno il 30% dei lavoratori) potrebbero convocare un referendum interno per approvare l’accordo in questione. Per gli oppositori al progetto di legge, ciò si potrebbe verificare «anche se i sindacati rappresentanti del 70% dei lavoratori vi si oppongono».

Queste sono solo alcune delle innumerevoli misure previste dalla norma, assieme all’aumento generale della flessibilità del monte ore totale (in Francia vige la legge delle 35 ore settimanali) e all’ammontare dei congedi per malattia, o all’inasprimento delle circostanze che rendono un licenziamento ingiustificato, a fronte di un addolcimento delle sanzioni.

Le aspettative deluse dal governo socialista

La riforma del codice del lavoro voluta da Manuel Valls è stata la proverbiale goccia d’acqua che ha fatto traboccare il vaso. La sinistra al potere, dopo l’approvazione delle nozze gay, ha deluso le grandi aspettative che aveva suscitato all’indomani delle elezioni del 2012. Sono ormai lontanissimi i tempi in cui il neo-eletto François Hollande infiammava la place de la Bastille.
Dal “patto di responsabilità” – un mega-finanziamento pubblico di 50 miliardi alle grandi aziende – in cambio di investimenti e assunzioni non pervenuti – al “credito d’imposta per la ricerca” – uno sgravio fiscale volto, in teoria, a incentivare l’innovazione nelle grandi aziende – la politica economica del governo socialista si è allineata all’austerity europea condannata dagli stessi socialisti in campagna elettorale.

Per di più, l’implementazione dello stato di emergenza (che dura ancora oggi) in seguito agli attentati di terroristi islamici del 13 novembre a Parigi, così come la postura decisamente belligerante assunta dal governo (“siamo in guerra”, non si sono stancati di ripetere Manuel Valls e François Hollande) hanno contribuito a esacerbare gli animi, aumentando la tensione di un contesto già estremamente difficile.

A questa linea politica, si sono accompagnate proposte legislative altamente controverse. Tra tutte, spicca la riforma della Costituzione, voluta da Manuel Valls e dal Presidente della Repubblica, con l’obiettivo di inserire una clausola che prevedesse il ritiro della nazionalità francese ai condannati per terrorismo. Con quell’iniziativa, poi clamorosamente naufragata, il governo socialista aveva fatto propria una rivendicazione storicamente appannaggio del Front National, partito di estrema destra.

Altrettanto criticato, inoltre, è stato il modo in cui il governo ha affrontato il problema dei rifugiati, riassumibile nello sgombero manu militari della giungla di Calais e degli altri numerosi accampamenti improvvisati a Parigi e in altre città.

Il vaso era dunque più che pieno.

La scontro tra media, governo e il sindacato CGT

È in questo contesto che arriviamo all'ultima manifestazione, quella del 26 maggio. Dall’inizio della settimana, in seguito all’appello dei sindacati, principalmente la CGT, Force Ouvrière e Sud-Solidaires, le raffinerie, i porti, le centrali nucleari e i treni sono bloccati, o i relativi dipendenti in sciopero, o in procinto di dichiararlo (cito qui i soli settori strategici). La CGT ha chiesto a tutti i quotidiani di poter pubblicare una pagina-comunicato con le proprie ragioni, in cui denuncia la mancanza di una qualsivoglia apertura al dialogo da parte del governo e chiede il ritiro della riforma.

Di fronte al rifiuto di numerosi giornali, la sezione tipografi della CGT ha bloccato l’uscita di quasi tutte le pubblicazioni del 26 maggio, a parte l’Humanité, il giornale del Partito Comunista. Un fatto giudicato “scandaloso” da Le Figaro , “un ricatto velato” secondo Denis Bouchez, presidente del sindacato dei quotidiani francesi.

Si tratta in realtà dell’ennesima mossa da parte dei sindacati per innalzare la posta in gioco, una strategia che ha provocato sin dall’inizio della settimana un’alzata di scudi senza precedenti. Il premier Manuel Valls ha dichiarato che «la CGT troverà una risposta estremamente severa del governo, continueremo a sgomberare i siti [bloccati]», mentre François Hollande ha denunciato un disagio provocato ai cittadini da “una minoranza”. Ma sono soprattutto i media a farsi voce di questa linea anti-scioperi. Laurent Joffrin, direttore di Libération, si chiede se «per questo affare valga veramente la pena di bloccare un intero paese, come vuole la CGT?», per prontamente rispondersi, «Difficile da credere». Le Figaro dedica un ritratto al segretario della CGT, Philippe Martinez, definendolo «l’uomo che vuole mettere in ginocchio la Francia» con annessa impressionante foto in prima pagina. Eloquente da questo punto di vista l’immagine postata su Facebook da Le Monde Diplomatique.

via Le Monde Diplomatique.
via Le Monde Diplomatique.

Anche le televisioni sembrano seguire lo stesso trend. L’associazione Acrimed, “osservatorio critico dei media”, afferma che «dal 20 al 24 maggio, le tre principali reti nazionali ci hanno offerto una vera e propria orgia di 106 reportage dedicati alla “penuria di benzina”, […] un’indigestione, giacché questi reportage non sono mai l’occasione per presentare le ragioni dei lavoratori mobilitati contro la loi travail».
Quando non ci si concentra sui disagi ai cittadino, il tema è la “radicalizzazione” della CGT, accusata di “fuga in avanti” (Le Point), di “giocare col fuoco” (Sud Ouest France) o di estremismo “pur di uscire dalla propria crisi” (Le Monde).

Nonostante ciò, secondo un sondaggio reso pubblico dalla popolare radio RTL il 26 maggio, “i francesi sostengono ancora gli oppositori alla loi travail”. Il 62% degli intervistati giudicano “giustificate” le azioni intraprese sinora, i blocchi della logistica e della distribuzione della benzina. Un risultato che mostra quanto il movimento sia ancora ben lontano dall’estinguersi.

Foto anteprima: via Jean-Francois Monier/AFP

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