Migranti: l’umanità schiacciata nell’accordo Europa-Turchia

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di Marco Nurra, Angelo Romano, Andrea Zitelli

Aggiornamento 17 giugno 2016: Resta alta la tensione politica intorno l’accordo Ue-Turchia dello scorso 20 marzo per la gestione dei flussi migratori verso l’Europa. Lunedì 14 giugno si è dimesso l'ambasciatore dell'Unione europea ad Ankara, Hansjoerg Haber, perché, come racconta Eunews, ci sarebbero state tensioni dopo che lo scorso 19 maggio parlando ad un gruppo di giornalisti, Haber aveva criticato con una battuta ironica «la scarsa efficienza mostrata da Ankara nel rispettare i 72 criteri necessari al raggiungimento della liberalizzazione dei visti. Uscita che non era piaciuta al ministro degli Esteri turco».

Martedì 15 giugno, intanto, la Commissione europea ha presentato il secondo rapporto sullo stato dell’accordo. Rispetto alla prima valutazione, sarebbero stati fatti dei progressi, ma i passi in avanti restano fragili.

Il numero dei migranti che tentano di passare illegalmente dalla Turchia alla Grecia è drasticamente diminuito (si è passati da una media di 1700 a settimana a 47). Questo fa pensare, spiega la Commissione, che il modello di business dei trafficanti possa essere smantellato e che le persone bisognose di protezione possano beneficiare di canali di reinsediamento legali. Da marzo, 462 migranti (tra cui 31 siriani), cui era stata respinta la richiesta d’asilo, sono stati rispediti in Turchia, come previsto dall’accordo. Per quanto riguarda i canali umanitari (per ogni siriano rimpatriato in Turchia, un altro siriano viene reinsediato dalla Turchia nei paesi dell’Unione europea), sono 511 i siriani partiti per l’Europa, un numero, si legge nel rapporto, superiore a quello dei migranti giunti nello Stato turco.

Ma, spiega la Commissione, molto lavoro c’è ancora da fare e il successo dell’accordo dipenderà dalla determinazione politica di tutte le parti coinvolte: l’Ue e i paesi membri devono aiutare la Grecia nello smaltimento delle domande d’asilo e nel reinsediamento dei rifugiati e venire incontro alla Turchia per accelerare la pratica di liberalizzazione dei visti per i cittadini turchi in Europa.

Inoltre, se dalla parte dei reinsediamenti dalla Turchia ci sono stati buoni progressi, i tempi dei ricollocamenti dei migranti dalla Grecia e dall’Italia sono ancora molto lenti: “entro il 14 giugno sono stati trasferiti solo 2.280 persone (1.503 dalla Grecia e 777 dall’Italia)” sulla 160mila concordate (entro il 2017) nel settembre dell’anno scorso.

Amnesty International ha commentato che se «la Commissione europea ha affermato che l'attuazione dell'accordo Ue-Turchia sta dando dei risultati. I risultati sono questi: migliaia di persone bloccate in condizioni disastrose in Grecia, rifugiati rispediti a forza in Siria dal confine della Turchia, siriani a rischio di essere rimandati dalla Grecia in Turchia. Risultati, certo, ma nessuno di cui essere orgogliosi». «L'accordo Ue-Turchia – ha concluso Iverna McGowan, direttrice dell'ufficio di Amnesty International presso le istituzioni europee – è un duro colpo alla reputazione mondiale dell'Ue come attore globale dei diritti umani, difficilmente un modello da seguire per la politica estera dell'Ue».

Medici senza frontiere ha inoltre annunciato che non prenderà più fondi dall'Ue in disaccordo con le politiche europee sulla gestione dei flussi migratori in Europa: «Per mesi MSF ha parlato di una risposta europea vergognosa – ha detto Jerome Oberreit, segretario generale internazionale di Medici Senza Frontiere –, concentrata più sulla deterrenza che a garantire assistenza e protezione a queste persone. (...) Ancora una volta l'obiettivo dell'Europa non è su come proteggere le persone, ma su come tenerle lontano efficacemente».

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We want freedom”. È il grido di un migrante raccolto in un reportage del Tg2 sulle condizioni di vita all’interno dei centri di raccolta ed espulsione in Turchia.

Su dove verranno poi portate queste persone, Angelo Figorilli e Fabrizio Silani, autori del servizio, non riescono a ottenere notizie chiare. «In realtà non sappiamo più nulla», dice Begum Basdas, coordinatrice di Amnesty International in Turchia, a Figorilli. L’accordo firmato circa due mesi fa fra Unione europea e Turchia prevede che i migranti ritenuti irregolari dalla Grecia vengano riportati ad Ankara. Questo mentre la polizia turca blocca il flusso di persone in fuga dalle spiagge turche alle vicine isole greche.

«Il più grande problema è la trasparenza. Cercare di capire che cosa succede a chi è stato ripreso è impossibile», continua Basdas denunciando la totale opacità su quanto accade nei centri. Il vero errore compiuto dall’Europa «è stato considerare la Turchia un paese sicuro».

Provvedimenti che non funzionano, previsioni mancate, richieste non rispettate e tensioni politiche caratterizzano finora i risultati dell’accordo tra Bruxelles e Ankara.

E mentre ci si concentra sugli aspetti legali, pochi si interrogano sulle condizioni dei migranti, scrive Defne Gonenc su Open Democracy.

Turchia: soprusi e diritti negati
“La Grecia è diventata una grande prigione”
Un accordo che non convince
Il primo rapporto della Commissione Ue sui risultati finora raggiunti
I contrasti tra Unione europea e Turchia
Cosa non funziona nell’accordo
Le questioni politiche ancora aperte

Turchia: soprusi e diritti negati

Il funzionamento dei campi turchi per i migranti ha sollevato diversi interrogativi e preoccupazioni sul rispetto dei diritti umani. È di pochi giorni fa la notizia che nel centro di Gaziantep, mostrato alla cancelliera tedesca Angela Merkel come esempio di accoglienza, un addetto alle pulizie ha abusato sessualmente per tre mesi di 30 minori siriani. Varie sono state inoltre le testimonianze di coloro che, una volta rispediti in Turchia e arrestati, non hanno potuto usufruire di avvocati e cure mediche.

Testimonianze di soprusi e diritti negati che si sommano ad altre notizie: l’uccisione di migranti che cercano di oltrepassare il confine siriano, come racconta Human Rights Watch. «Secondo l’Ong tra marzo e aprile almeno 5 persone tra le quali un bambino sono state uccise mentre tentavano di raggiungere la Turchia – spiega su Radio Bullets, Giulia Sabella –. Altre 14 persone sono state ferite».

Un contesto reso ancora più complicato dalle manifestazioni di protesta contro i rifugiati siriani, come recentemente avvenuto a Izmir.

Sebbene la Turchia abbia ratificato nel 1951 la Convenzione di Ginevra sui rifugiati e il protocollo del 1967, ci sono limitazioni sostanziali: lo status di rifugiato è concesso solo agli europei e, dal 2014, viene riconosciuta una protezione temporanea ai siriani. Questo significa che i migranti di altre nazionalità non vedono riconosciute neanche quelle poche tutele offerte ai siriani.

“La Grecia è diventata una grande prigione”

Strutture sovraffollate, servizi igienici e di base carenti, cibo scadente, gestione inaccurata e superficiale. È questa la situazione che Human Rights Watch ha potuto constatare personalmente nei tre hotspot di Lesbo, Samo e Chio in un sopralluogo tra il 9 e 15 maggio. Il 13 maggio nel centro di Samo c’è stata una rissa che ha coinvolto almeno 200 persone.

Una protesta dei profughi a Moria, il 26 aprile 2016. (Petros Tsakmakis, InTime News/Ap/Ansa). via Internazionale
Una protesta dei profughi a Moria, il 26 aprile 2016. (Petros Tsakmakis, InTime News/Ap/Ansa). via Internazionale

«La Grecia è diventata una grande prigione, dove sono rinchiuse 50mila persone come in un deposito. E le autorità non si stanno preoccupando della loro condizione di vulnerabilità, né della loro protezione», racconta a Internazionale  Eleni Velivasaki, un’avvocata che lavora per Pro Asyl e segue la situazione nel carcere di Moria e nelle altre isole greche.

Le donne e i bambini sono costretti a vivere in aree contigue con gli uomini e frequenti sono stati i casi di violenza sessuale in tutti e tre gli hotspot. «Gli uomini si ubriacano e provano a entrare nelle nostre tende ogni sera», dice a Human Rights Watch una giovane eritrea di 19 anni che vive nel centro di Moria.

«Abbiamo chiesto alla polizia di essere portate in un’area del campo separata da dove sono gli uomini che cercano di abusare di noi, ma hanno rifiutato di aiutarci. Abbiamo lasciato il nostro paese esattamente per le stesse ragioni, e ora nel campo abbiamo paura di lasciare la nostra tenda».

I bambini vivono reclusi e per loro è un’esperienza traumatica e incomprensibile, scrive Annalisa Camilli su Internazionale. Delle 3500 persone rinchiuse nel centro di detenzione di Moria, almeno 150 sono bambini oppure adolescenti che viaggiavano da soli: «dovrebbero essere ospitati da campi per minori, ma non ci sono abbastanza posti disponibili in Grecia e così rimangono chiusi per settimane nei centri di detenzione».

La detenzione in strutture chiuse è ingiustificata, scrive ancora Human Rights Watch. I leader europei e greci dovrebbero prendere misure immediate per garantire la sicurezza e la protezione di bambini e donne dando loro letti e servizi igienici distinti da quelli riservati agli uomini. Inoltre, l'Ue dovrebbero accelerare le procedure di trasferimento temporaneo, individuare nuove strutture con più posti a disposizione per ospitare i migranti e facilitare la ricollocazione dei richiedenti asilo (con particolare attenzione ai casi di ricongiungimento familiare), le cui richieste sono state considerate ricevibili dai centri delle isole greche.

Anche le forze dell’ordine greche descrivono una situazione al limite del collasso: «Perché funzioni, abbiamo bisogno che tutto il sistema sia efficiente».

Dormitorio all'hotspot dell'isola di Samo, in Grecia. via Human Rights Watch
Dormitorio all'hotspot dell'isola di Samo, in Grecia. via Human Rights Watch

Da quando è stato siglato l’accordo, tutti i richiedenti asilo e i migranti sono stati fermati dalle autorità. Il 2 aprile, il Parlamento greco ha frettolosamente approvato una legge che permette una “restrizione di movimento” per le nuove persone che arrivano negli hotspot situati nei punti d’ingresso della Grecia, come le isole, ad esempio. In questi posti, i migranti possono rimanere per un massimo di 25 giorni, durante i quali vengono identificati. L’UNHCR e diverse agenzie umanitarie hanno sospeso le loro attività da quando i campi profughi si sono trasformati in "veri e propri carceri", come hanno documentato anche le telecamera di Presa diretta, programma rai condotto da Riccardo Iacona.

Tutti questi aspetti – le deficienze del sistema d'asilo greco, la detenzione dei richiedenti asilo negli hotspot delle isole, i rinvii dei rifugiati in Turchia – hanno portato l'assemblea parlamentare del Consiglio d'Europa (Apce) a esprimere critiche sul rispetto dei diritti umani.

Un accordo che non convince

L’accordo raggiunto il 18 marzo scorso ha ricevuto da subito moltissime critiche: il Consiglio italiano per i rifugiati (Cir) ha parlato di un negoziato sulla pelle dei rifugiati; per Medici Senza Frontiere (MSF) si tratta di un “accordo della vergogna”; una delusione, per Save The Children, “un ulteriore passo verso l’abisso della disumanità”, secondo l’Oxfam.

Il piano prevede di ostacolare la migrazione irregolare tramite l’applicazione di vari “punti d’azione”:

1) Rimpatri: A partire dal 20 marzo tutti i nuovi migranti irregolari che hanno compiuto la traversata dalla Turchia alle isole greche saranno rimpatriati in territorio turco. Procedimento che deve rispettare il diritto dell'Ue e internazionale, quindi senza qualsiasi forma di espulsione collettiva. Un misura temporanea e straordinaria che prevede che i migranti che giungeranno sulle isole greche saranno registrati e qualsiasi domanda d'asilo sarà trattata individualmente dalle autorità greche, in cooperazione con l'UNHCR. Chi non farà domanda d'asilo o chi sarà ritenuto irregolare verrà rimpatriato in Turchia. I costi di queste operazioni di rimpatrio saranno a carico dell'Ue.

2) Canali umanitari: Per ogni siriano rimpatriato in Turchia, un altro siriano sarà reinsediato dalla Turchia all'Unione europea. L’Ue ha destinato al reinsediamento 18mila posti. Il limite massimo è previsto per ulteriori 54mila persone. Nel caso in cui il numero dei rimpatri si avvicini a questo numero, l’accordo sarà riesaminato. Mentre se il numero dei rimpatri sarà maggiore, il meccanismo verrà bloccato.

3) Liberalizzazione dei visti per i cittadini turchi: Verrà accelerata la procedura dell’abolizione dell’obbligo dei visti per i cittadini turchi in Europa – per periodi di 90 giorni nell’arco di 6 mesi, per scopi commerciali, turistici e familiari – ed entro la fine di giugno 2016 sarà operativa, a condizione però che tutte e 72 le richieste per far avanzare lo stato di diritto in Turchia (suddivise in cinque gruppi: sicurezza dei documenti; gestione della migrazione; ordine pubblico e sicurezza; diritti fondamentali e riammissione dei migranti irregolari) vengano soddisfatte.

4) Aiuti per 3 miliardi di euro alla Turchia: L'Unione europea accelererà l'erogazione dei 3 miliardi di euro assegnati inizialmente nel vertice di novembre per la gestione dei campi profughi. Una volta che queste risorse saranno state quasi completamente utilizzate e a condizione che gli impegni presi dal governo turco vengano soddisfatti, l'Ue entro la fine del 2018 mobiliterà ulteriori finanziamenti per altri 3 miliardi di euro.

5) Collaborazione Ue-Turchia per aiuti in Siria: L'Unione Europea collaborerà con la Turchia per migliorare la situazione umanitaria in Siria, in particolare in alcune zone al confine con Ankara, in modo da consentire alla popolazione locale e ai rifugiati di vivere in zone più sicure.

Il primo rapporto della Commissione Ue sui risultati finora raggiunti

Lo scorso 20 aprile, la Commissione europea ha pubblicato un rapporto sui primi risultati ottenuti a un mese dall’accordo raggiunto (il secondo verrà pubblicato nei primi giorni di giugno).

A partire dal 20 marzo i migranti arrivati sulle coste greche sono stati circa 6000, in calo rispetto ai circa 27mila arrivati nelle tre settimane precedenti l'avvio dell'accordo. “I trafficanti stanno trovando sempre maggiori difficoltà per indurre i migranti ad attraversare la Turchia per andare in Grecia”, si legge nel rapporto.

Inoltre, per quanto riguarda il rimpatrio dei migranti ritenuti irregolari (iniziato il 4 aprile) verso la Turchia, la Commissione scrive che fino a quel momento sono state 325 le persone non ritenute di avere protezioni internazionale e respinte verso Ankara. Ci sono stati anche dei cambiamenti dal punto di vista legale intrapresi da Grecia e Turchia per assicurare un pieno rispetto del diritto comunitario e internazionale. Mentre sono stati 103 i migranti siriani che sono stati reinsediati dalla Turchia nei paesi dell’Unione Europea nell’ambito dello schema 1:1 tramite i canali umanitari.

Primi risultati definiti positivi dalla Commissione perché “sono stati fatti buoni progressi” vista la “decisa riduzione del numero delle persone irregolari che hanno attraversato il mar Egeo dalla Turchia alla Grecia”. Frans Timmermans, primo vice-presidente della Commissione, aveva commentato così:

«Anche se abbiamo osservato dei buoni progressi nelle prime fasi dell'attuazione, la Commissione continuerà a impegnarsi per garantire la piena e tempestiva esecuzione di tutti gli elementi della dichiarazione Ue -Turchia, compresi i progetti per i rifugiati siriani in Turchia, il processo di liberalizzazione dei visti e il rispetto del diritto dell'UE e del diritto internazionale».

I contrasti tra Unione europea e Turchia

Il percorso intrapreso non è, però, del tutto scontato. Proprio sul processo di liberalizzazione dei visti, infatti, il giorno prima della pubblicazione del documento della Commissione europea, l’ex premier turco Ahmet Davutoglu (dimessosi dopo dissidi interni e tensioni con il presidente Erdogan) aveva dichiarato che, se non arriverà entro giugno, «nessuno potrà aspettarsi che la Turchia mantenga i suoi impegni" previsti nell’accordo». Parole decise a cui il presidente della Commissione Ue Jean-Claude Juncker aveva risposto con altrettanta durezza: «Ankara deve soddisfare tutti i requisiti per i viaggi visa-free con l'Unione europea, i criteri non saranno annacquati».

Altro motivo di tensione arriva da una delle richieste dell’Unione Europa presenti nel rapporto, che prevede la modifica della legge anti-terrorismo turca – attualmente tanto ampia, precisa Eunews, da includere anche interventi contro i media – per far in modo che rientri nei parametri europei. Una condizione fondamentale per sbloccare la liberalizzazione dei visti dei cittadini turchi. Ankara ha confermato più volte, però, di essere contraria a modificare questa norma.

Aggiornamento 24 maggio 2016: La cancelliera Angela Merkel ha affermato che è inverosimile che l'esenzione dei visti per i cittadini turchi che viaggiano nei Paesi dell'Unione europea venga risolta entro giugno, visto la problematicità da parte turca nell'attuazione di alcune delle 72 richieste, come appunto la modifica della legge antiterrorismo. Ankara ha risposto però di non voler modificare la norma e che senza l'accordo sulla facilitazione dei visti non si riterrà obbligata a rispettare quello sui migranti.

Cosa non funziona nell’accordo

In attesa del secondo rapporto, gli ultimi numeri dei migranti irregolari rispediti in Turchia dalla Grecia, a due mesi dell’accordo, dimostrano però che le aspettative dell’Unione europea non sono state rispettate, scrive il Financial Times. «Meno di 400 persone delle 8500 arrivate (ndr con altrettante che arriveranno nel periodo estivo) sulle isole greche dopo il 20 marzo, giorno dell’accordo Ue-Turchia – racconta Kerin Hope sul quotidiano economico –, in base ai dati delle autorità greche, sono state rimandate in Turchia».

Una lentezza nel procedimento di accettazione delle richieste di asilo politico da parte di Atene che sta innervosendo Bruxelles, mentre il governo ellenico spiega che si tratta della propria politica in materia protezione internazionale e insiste sul fatto che la legge greca sui migranti non riconosca la Turchia come un paese terzo sicuro per i rifugiati. Maria Stavropoulou, un ex funzionario delle Nazioni Unite, che ora dirige il servizio di asilo in Grecia, ha detto al Financial Times: «Comprendiamo pienamente le preoccupazioni [dell'Unione], ma se la si guarda dal punto di vista dello stato di diritto, sta andando esattamente come dovrebbe».

I ritardi sono anche per i siriani che, secondo l’accordo, devono essere reinseriti dalla Turchia in Europa. Finora, scrive il Guardian basandosi sui dati della Commissione europea, sono stati meno di 200, suddivisi in Svezia, Germania, Paesi Bassi (52-55 ciascuno), Francia (11) e Lituania (5). Altri 723 sono in attesa di essere trasferiti in altri sette Stati.

Altro potenziale problema, continua il quotidiano britannico, è il disaccordo tra le aspettative di Turchia e Unione europea su quanti siriani saranno ricollocati in Europa: «i paesi europei hanno detto di aspettarsi 12.000 rifugiati trasferiti dalla Turchia, ben al di sotto dei 72.000 posti disponibili secondo il diritto europeo e molto al di sotto le aspettative della Turchia, che dà rifugio a più di 3,1 milioni di persona».

Riguardo invece il flusso migratorio verso la Grecia si è registrato un calo del 90%. Ma resta la preoccupazione che il problema si sia semplicemente spostato. Frontex (l’agenzia europea per la gestione della cooperazione internazionale alle frontiere esterne dell’Unione europea) ha registrato infatti che per la prima volta dal giugno del 2015, nel mese di aprile il numero di migranti che ha raggiunto l'Italia ha superato quello delle persone arrivate in Grecia. Circa 8.300 migranti hanno percorso la rotta del Mediterraneo centrale, rispetto ai 2.700 di quella orientale.

Infine, ulteriore questione che potrebbe minare le basi giuridiche dell'accordo, scrive il Guardian, è la decisione in Grecia di uno dei comitati per i ricorsi (si tratta di autorità indipendenti dal governo) dei migranti contro le espulsioni di accogliere il ricorso di un richiedente asilo siriano che era stato uno dei primi giudicati irregolari e quindi da rispedire in Turchia. "Il comitato – si legge nelle conclusioni – ha giudicato che la protezione temporanea che potrebbe essere offerta dalla Turchia non offre al richiedente i diritti corrispondenti a quelli richiesti dalla Convenzione di Ginevra".
Un fatto che potrebbe fare da precedente per migliaia di altri casi simili.

Le questioni politiche ancora aperte

Rispetto a quando è stato stretto l’accordo molte condizioni sono cambiate, scrive Gavin Hewitt sulla BBC, le sorti dell’accordo sembrano essere legate fondamentalmente a due questioni, l’una il contrappeso dell’altra: da un lato, la sollecitazione da parte dell’Unione europea affinché la Turchia modifichi la legge anti-terrorismo, avvicinandola agli standard europei e non utilizzandola per limitare la libertà d’espressione, dall’altro, la richiesta del governo di Ankara che i cittadini turchi possano entrare liberamente in Europa e restarvi 90 giorni senza che venga loro chiesto il visto all’ingresso.

In questo momento, per quanto sia più la Turchia ad aver bisogno d’aiuto dall’Europa nella tutela dei diritti che il contrario, la bilancia sembra pendere di più dal lato turco. Il primo ministro Ahmet Davutoglu, che aveva negoziato il patto personalmente con la cancelliera Angela Merkel, si è dovuto dimettere in disaccordo con le riforme sempre più autocratiche proposte dal presidente Erdogan. Le dimissioni di Davutoglu sono state un duro colpo perché hanno indebolito le posizioni delle compagini politiche più europeiste in Turchia e messo in difficoltà l’Europa, chiamata a dare un’impressione di solidità e stabilità anche in vista del prossimo referendum nel Regno Unito.

Anche Angela Merkel è ora in difficoltà: da un lato, ha perso la sua sponda nelle relazioni con la Turchia, dall’altra, messa sottopressione dalla crescita dei partiti anti-islamici, deve dimostrare di saper gestire il flusso dei migranti e non può far saltare l’accordo con Erdogan. D’altro canto, in Germania ci sono forti preoccupazioni che l’apertura delle frontiere ai cittadini turchi provochi un arrivo di molti curdi, che potrebbero fare immediata richiesta di asilo o entrare nelle maglie del lavoro nero.

Nelle prossime settimane, conclude il giornalista britannico, capiremo quanto è salato il prezzo dell’accordo con la Turchia, se l’Ue sia sotto ricatto e se i leader europei mercanteggeranno i loro valori in cambio della riduzione del numero di migranti nei propri paesi. L’Europa dovrà scegliere se far finta di non vedere il deterioramento dei diritti civili, recedere su alcune sue posizioni e trovare un accordo con un leader sempre più autoritario o rischiare una nuova emergenza migranti sulle coste greche, che porti a innalzare nuovi muri e metta in bilico gli accordi di Schengen e la libera circolazione dei cittadini in Europa. Ma l’Europa ha confermato di non avere un piano alternativo.

(foto anteprima via Reuters/Marko Djurica)

Riportiamo qui integralmente il post pubblicato dal giornalista del TG2 Angelo Figorilli su Facebook "We want freedom: profughi in Turchia >

"Bisognerebbe affrontare il problema in modo diverso. Prima di tutto migliorare le condizioni abitative dei rifugiati, fare delle case, anzi quello che dovremmo fare é aiutarli a costruirsi un futuro, non dargli case ma aiutarli a costruirle con le loro mani, così le scuole, gli ospedali, facendoli lavorare pagandoli, non dargli pesce ma insegnarli a pescare, sono persone laboriose.”

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