L’Aquila: è stato un processo a scienziati che hanno ‘staccato’ il cervello e obbedito agli ordini

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Aggiornamento 18/1/2013: Qui le motivazioni della sentenza 

Gravi profili di colpa si ravvisano nell'adesione, colpevole e acritica, alla volontà del capo del Dipartimento della Protezione Civile di fare una 'operazione mediatica' che si è concretizzata nell'eliminazione dei filtri normativamente imposti tra la Commissione Grandi Rischi e la popolazione aquilana. Tale comunicazione diretta, favorita dall'autorevolezza della fonte, ha amplificato l'efficacia rassicurante del messaggio trasmesso, producendo effetti devastanti sulle abitudini cautelari tradizionalmente seguite dalle vittime e incidendo profondamente sui processi motivazionali delle stesse

In tutta questa storia quello che mi ha sorpreso è stato l'atteggiamento di giornalisti e testate importanti che hanno sistematicamente disinformato. Confondendo i lettori e diffondendo anche all'estero una versione distorta della vicenda.

Non entro nel merito delle sentenza, tra l'altro ancora non sono state depositate le motivazioni. Voglio solo ristabilire i fatti. Poi su quei fatti ognuno si farà un'opinione, che può essere anche di aspra critica della decisione della magistratura, ma non a prescindere dai fatti. Un giornalista che per avallare la propria opinione distorce i fatti è un cattivo giornalista.

La sentenza de L'Aquila (condanna a 6 anni di reclusione per omicidio colposo plumiro per i 7 componenti della Commissione Grandi Rischi, 5 scienziati e 2 funzionari della Protezione civile), come spiega molto bene il post di Emanuele Menietti, non ha niente a che vedere con la mancata previsione del terremoto, come in molti hanno sostenuto tra indignazione e sberleffi nei confronti della magistratura.

In uno splendido commento dal titolo Processo alla previsione ieri su la Repubblica Stefano Rodotà ha, in modo esemplare, separato i fatti dalle opinioni.

La condanna è stata pronunciata per omicidio colposo, disastro colposo e lesioni personali, con riferimento al fatto che la Commissione avrebbe dato informazioni inesatte, incomplete e contraddittorie sulla pericolosità della situazione dopo le scosse che si erano registrate nei mesi precedenti al terremoto del 6 aprile 2009. Il punto chiave, allora, diventa quello delle modalità delle informazioni fornite e del modo in cui queste erano state elaborate.

Un processo alla scienza, la porta aperta a qualsiasi ciarlatano che lancia allarmi senza un adeguato fondamento? La risposta è affidata alle motivazioni della sentenza, anche se gli elementi disponibili, messi in evidenza dalla requisitoria del pubblico ministero, orienterebbero le valutazioni piuttosto verso la frettolosità del lavoro della Commissione, le modalità del comunicato diramato alla fine della veloce riunione, la dichiarata volontà dell’allora responsabile della Protezione civile di utilizzare la Commissione per rassicurare la popolazione di fronte a un allarme ritenuto ingiustificato.

Così delimitata la materia del giudizio, non sarebbe la scienza ad essere sotto accusa, ma i comportamenti specifici delle persone riunite d’urgenza in quella mattinata, di chi ha scritto il comunicato, di chi guidava la Protezione civile.

La vera storia della riunione farsa della Commissione Grandi Rischi è raccontata direttamente da Guido Bertolaso, allora a capo della Protezione civile, in questa intercettazione:

Sia un'operazione mediatica

Per questa telefonata, spiega in una ricostruzione puntuale dei fatti Giornalettismo, l’avvocato Antonio Valentini, che nell’ambito del processo sui sette membri della Commissione grandi rischi assiste numerose parti civili, ha presentato una denuncia contro l’ex numero uno della Protezione civile. Un filone d’indagine che rimane ancora aperto.

Se è vero che un terremoto non si può prevedere, non si può nemmeno tranquillizzare la popolazione sostenendo, come è successo, l'improbabilità di una forte scossa sismica. E in questa intervista Bernardo De Bernardinis, vicecapo del settore tecnico-operativo del Dipartimento Protezione Civile Nazionale, una settimana prima della scossa fatale, si esprime così:

Cito Luca Sofri dal suo post di ieri, L'aria che tirava a L'Aquila:

Come si vede, si spinge ben oltre il dire “non possiamo sapere cosa succederà”; è invece molto rassicurante, usa espressioni precise come “non c’è un pericolo” (lasciamo perdere la cosa del vino, imbeccata dal giornalista, ma a cui si poteva rispondere più sobriamente), è attivamente tranquillizzante e insomma rende assolutamente credibile che molti cittadini dell’Aquila poi abbiano detto di essere stati spinti a dormire nelle loro case da comunicazioni come questa (mentre altri dormivano in macchina o andavano sulla costa).

L'accusa del Pubblico Ministero è esattamente questa:

Non era però questo il tipo di risposta che gli imputati erano chiamati a dare nella loro veste di componenti della Commissione [...] e non perché non fosse una risposta scientificamente corretta o scientificamente accettabile (i terremoti non si possono prevedere, e questo lo si è già dato per acquisito), ma perché non era una risposta pertinente all’argomento in discussione; non era questo il terreno di confronto; non era questo il motivo per il quale la Commissione era stata chiamata a riunirsi a L’Aquila il 31.03.2009. Ciò che agli imputati era richiesto, per legge, era l’analisi del rischio e una corretta informazione. La Commissione è organo consultivo e propositivo per la previsione e prevenzione delle varie ipotesi di rischio […] per prevenzione l’insieme delle attività volte ad evitare o ridurre al minimo la possibilità che si verifichino danni conseguenti agli eventi calamitosi.

Scrive Giustino Parisse, giornalista de Il Centro, che nel terremoto ha perso i suoi due figli:

Eppure anche di fronte a una condanna tanto dura non riesco a immaginare quegli uomini, che ora potrebbero rischiare il carcere, come gli assassini dei miei figli. Nei mesi scorsi, anche durante il processo, ho stretto la mano ad alcuni di loro e non le ho trovate sporche di sangue. Ho visto uomini fragili forse consapevoli di aver sbagliato e per questo caduti nel vortice di una tragedia che ha finito per travolgere anche loro. No. Non me la sento di gridargli contro la mia rabbia. Quella continuo a gridarla a me stesso. Sono io la causa prima della morte di Domenico e Maria Paola e non me lo perdonerò mai. Certo fra le tante colpe che ho c'è anche quella di essermi fidato della Commissione Grandi Rischi credendo a una scienza che in quella riunione del 31 marzo del 2009 rinunciò a essere scienza.

Questo processo è stata una sconfitta per tutti. È lo Stato che ha condannato se stesso. Uno Stato che in quel 31 marzo 2009 aveva rinunciato al suo ruolo: quello di proteggere i cittadini per piegarsi alla volontà della politica che doveva mettere a tacere i disturbatori. È per questo che quello che si è svolto nel tribunale dell'Aquila non è stato un processo alla scienza. È stato piuttosto un processo a scienziati che di fronte al volere dei potenti dell'epoca hanno "staccato" il cervello e obbedito agli ordini. Oggi condannarli al rogo non serve.

Vale la pena segnalare l'articolo The L’Aquila Verdict: A Judgment Not against Science, but against a Failure of Science Communication pubblicato sul blog Scientific American a firma di David Ropeik, esperto di valutazione del rischio:

...contrary to the majority of the news coverage this decision is getting and the gnashing of teeth in the scientific community, the trial was not about science, not about seismology, not about the ability or inability of scientists to predict earthquakes. These convictions were about poor risk communication, and more broadly, about the responsibility scientists have as citizens to share their expertise in order to help people make informed and healthy choices.

It is ludicrous and naïve for the American Association for the Advancement of Science to condemn the verdict, as they did the charges when they were filed, as a misunderstanding about the science behind earthquake probabilities. That this was never about the ability of seismologists to predict earthquakes is clear from the very indictment itself; the defendants were accused of giving “inexact, incomplete and contradictory information” about whether small tremors prior to the April 6 quake should have constituted grounds for a warning.

Questa mattina ho letto su la Repubblica una lettera di Roberto Franceschini, un cittadino aquilano:

Come aquilano non sono così cretino da cercare i mandanti del terremoto avallando una condanna di persone che non hanno saputo prevedere l'imprevedibile. Ritengo giusta la condanna perché illustri scienziati, sotto la pressione politica, hanno previsto che non ci sarebbe stata la catastrofe, rassicurando colpevolmente una popolazione.

Ecco, di fronte a una cattiva informazione e una palese distorsione dei fatti, è bene farlo sapere: noi cittadini/lettori non siamo così cretini da credere che i componenti della Commissione Grandi rRischi sono stati condannati per non aver previsto il terremoto.

Ma cosa avrebbe potuto dire la Commissione Grandi Rischi? Peter Sandman, esperto di comunicazione del rischio ha così risposto ad Anna Meldolesi del Corriere della Sera:

Non ci sono basi scientifiche per concludere che la probabilità che avvenga un forte terremoto sia più alta dopo queste scosse piuttosto che in altri momenti. Ma allo stesso tempo non ci sono nemmeno prove scientifiche che dimostrano che il forte terremoto non ci sarà. Probabilmente prima o poi qui ci sarà un altro forte terremoto, ma noi, semplicemente, non possiamo predire quando avverrà (o quando non avverrà). Ci dispiace poter offrire alla gente così poca assistenza ma la verità è che non siamo in grado di stabilire se lo sciame sismico debba essere motivo di preoccupazione oppure no. Normalmente, gli sciami sismici non sono seguiti da terremoti violenti. Ma “normalmente” non vuol dire “sempre”. Possiamo sicuramente capire perché molte persone di questa comunità si sentano più sicure a lasciare le loro case quando cominciano le scosse e non abbiamo prove scientifiche che dicano che farlo sia una sciocchezza.

Per una critica della sentenza basata sui fatti consiglio il post di Nicola Nosengo I tanti errori sul terremoto dell'Aquila.

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