La ricerca inesistente su social network e solitudine

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Ha collaborato Angelo Romano

Cent'anni di solitudine. È il titolo del più famoso romanzo di Gabriel Garcia Marquez. Ma è anche una malattia della nostra era, forse "la" malattia del ventunesimo secolo: il secolo della rivoluzione digitale, degli smartphone, dei social network, delle chat, dei messaggini, di Instagram, dei videogames giocati in collettivo online, cioè di tutto quello che ci dà la sensazione di essere in contatto con il prossimo ma che di fatto contribuisce a isolarci nel chiuso delle nostre case, delle nostre vite.

Così si apre l'articolo, apparso su La Repubblica di sabato 14 marzo, intitolato Cent'anni di solitudine, nell'era dei social network non abbiamo più amici. L'autore, Enrico Franceschini, commenta le conclusioni di uno studio pubblicato su Perspectives on Psychological Science, una pubblicazione peer-reviewed della Association for Psychological Science, che nell'ultimo numero presenta una sezione speciale dedicata al tema della solitudine. Lo studio consiste in una serie di articoli in cui gli autori illustrano una sintesi delle conoscenze scientifiche sull'argomento. Dall'isolamento come comportamento adattativo, non solo nell'evoluzione dell'uomo ma anche di altre specie, alle sue possibili basi genetiche, fino alle conseguenze della vita solitaria sulla salute. Nelle conclusioni della review intitolata Solitudine e isolamento sociale come fattori di rischio per la mortalità, gli autori scrivono che «Il rischio associato con l'isolamento sociale e la solitudine è comparabile con consolidati fattori di rischio per la mortalità», tra cui l'obesità, l'abuso di sostanze stupefacenti, la salute mentale, la qualità ambientale, l'accesso all'assistenza sanitaria. E aggiungono che «le evidenze attuali indicano che l'aumentato rischio per la mortalità derivante da una mancanza di relazioni sociali è maggiore di quello dato dall'obesità».

Ed è ciò che riporta anche l'articolo di Repubblica. «La solitudine rappresenta una minaccia alla salute simile all'obesità», si legge nel pezzo. Ma già dal titolo e dall'attacco appare chiaro come Repubblica voglia spostare l'attenzione su qualcosa di completamente diverso, ovvero i social media:

Cioè di tutto quello che ci dà la sensazione di essere in contatto con il prossimo ma che di fatto contribuisce a isolarci nel chiuso delle nostre case, delle nostre vite. Passiamo sempre più tempo in compagnia di presunti amici o di perfetti sconosciuti nella realtà virtuale e di fatto sempre più tempo da soli nella nostra esistenza reale. Questo era un fatto noto. Sapevamo o perlomeno sospettavamo che fosse un malessere sociale. Adesso sappiamo che è una vera e propria malattia.

Ma da quale elemento Enrico Franceschini ritiene di poter dedurre, già in apertura del suo articolo, che l'isolamento di cui parla lo studio sia provocato da Facebook, Twitter e Instagram e che siamo di fronte, addirittura, a «una vera e propria malattia»? Non certo da una lettura della review Solitudine e isolamento sociale come fattori di rischio per la mortalità, dato che questa, così come le altre, non contiene un solo accenno ai social media o al loro utilizzo, come causa di solitudine o isolamento sociale volontario. Le uniche social networks citate sono le reti sociali delle conoscenze e dei contatti umani, misura, appunto, della condizione di solitudine o isolamento di un individuo.

L'unico riferimento ai social media è contenuto nell'introduzione della sezione speciale del numero di Perspectives on Psychological Science :

Queste tendenze si inseriscono in uno zeitgeist culturale che venera i social media, ma la scienza non ha ancora sviluppato un chiaro consenso sugli effetti della nostra iperconnessa esistenza elettronica sulle nostre relazioni sociali nella vita reale e, peraltro, se questi cambiamenti abbiano una rilevanza diretta sul benessere psicologico e/o la salute fisica.

Un'affermazione che da sola smonta titolo, introduzione e tesi dell'articolo di Repubblica.

Franceschini cita «il Times e altri giornali britannici» ed è da queste uniche fonti che trae le sue informazioni. Tuttavia nemmeno il Times parla di social media. Dall'articolo pubblicato dal quotidiano britannico Franceschini cita le parole di uno degli autori dello studio, Tim Smith:

«Stiamo vivendo al più alto tasso di solitudine della storia umana ed è un dato che si riscontra in tutto il pianeta».

Per la precisione, l'affermazione attribuita a Tim Smith, così come riportata dal Times è:

Non solo siamo al più alto tasso registrato di vita solitaria in tutto il secolo, ma siamo ai massimi tassi registrati sul pianeta . Con la solitudine in aumento, prevediamo una possibile epidemia in futuro.

Ma Franceschini scrive:

Il mondo dell’era digitale, precisa [Tim Smith] è di fronte a una vera propria “epidemia” di solitudine.

Eppure, come si può leggere dalla citazione sopra riportata, nell'articolo del Times Tim Smith non «precisa» nulla sul «mondo dell’era digitale» e non pronuncia queste parole.

Franceschini parla di elettronica e digitale anche in un passaggio sull'obesità, uno dei fattori di rischio per la salute che, come abbiamo visto, gli autori dello studio mettono a confronto con i rischi correlati alla solitudine e all'isolamento. «Per certi versi, le due malattie vanno a braccetto: mangiamo troppo e stiamo troppo soli», scrive il giornalista di Repubblica. E perché stiamo troppo soli?

Difficile non immaginare un adolescente che ingurgita fast food chiuso nella sua stanza collegato a un computer o a un tablet o a uno smartphone o a tutti e tre gli strumenti contemporaneamente.

Ora, non sapremmo dire quanto sia più o meno difficile immaginare questo scenario, quel che è certo è che gli autori della review su solitudine, isolamento e mortalità non parlano di correlazioni statistiche tra hamburger e adolescenti connessi a uno o più dispositivi elettronici.

Tutto l'articolo di Repubblica, dunque, si fonda su una argomentazione fallace per cui, poiché stiamo vivendo in un momento in cui si registra un elevato tasso di solitudine e isolamento e questo momento storico coincide con l'era digitale, dunque la responsabilità va attribuita ai social media.

E in questo contesto l'identificazione del XXI secolo come «il secolo della rivoluzione digitale, degli smartphone, dei social network» (addirittura dei «messaggini», benché fossero ormai di uso comune già alla fine degli anni '90) e il continuo e insistente riferimento ai social media e all'«era digitale», a partire dal titolo, risultano scorretti e ingannevoli perché inducono il lettore a pensare che gli autori dello studio abbiano individuato una correlazione o, addirittura, un rapporto di causa-effetto tra un aumentato rischio per la mortalità e l'utilizzo dei social media, invece che la solitudine e l'isolamento sociale, qualsiasi siano le loro motivazioni.

Nel tentativo di dare sostegno a quanto argomentato al suo interno, l'articolo è accompagnato da una infografica che mostra i dati relativi alle attività svolte da 3 milioni di statunitensi nel tempo libero, quasi a voler costruire un’associazione tra isolamento sociale e cambiamento degli stili di vita: su 5 ore medie giornaliere dedicate al tempo libero, più della metà viene trascorsa guardando la tv, il 4% davanti a un computer. Quest’ultimo dato viene evidenziato in rosso: rispetto al 2009 si trascorrono in media 3 minuti in più davanti a un computer (13 minuti invece di 10).

Ma se nella ricerca citata si fa riferimento all’aumento dei tassi di mortalità associati a obesità e solitudine, non v’è traccia, invece, dei dati sul tempo libero. Da dove saltano fuori? Sono stati estrapolati da un saggio di Scott Wallsten intitolato Cosa non stiamo facendo quando siamo on line?, ospitato sul sito del National Bureau of Economics, citato su Repubblica come fonte dell’infografica. Ma questo documento non ha a che vedere né con i rischi dell’isolamento sociale né con la solitudine dell’era digitale. Non intende dimostrare che più tempo trascorriamo davanti a un computer, più siamo soli. Al limite, cerca di capire cosa non facciamo quando siamo on line. I dati utilizzati, inoltre, non sono stati elaborati dal National Bureau of Economics e non sono nemmeno i più recenti. La loro fonte è la ricerca American Time Use Survey, che lo United States Department of Labor svolge da diversi anni.

Ci si chiede come dei dati sull’attività svolta da 3 milioni di statunitensi possano essere generalizzati per parlare di solitudine in tutto il «mondo dell'era digitale». I comportamenti di una piccolissima parte di abitanti di una sola nazione, gli Stati Uniti, svolti in una particolare fascia giornaliera (5 ore su 24), diventano la misura del comportamento di tutti, almeno in Occidente.

Nella articolo di spalla sulla stessa pagina di Repubblica, a firma di Elena Stancanelli, la minaccia di una epidemia di solitudine da social media diventa incombente:

La prossima epidemia mortale che dovremmo affrontare sarà la solitudine. Gli uomini e le donne che verrano avranno il cuore spaccato da quel sentimento notissimo, che finora curavamo con l'amore, l'amicizia, il sesso, il cibo, i libri. Non basteranno più, sembra. [...] Abbiamo inventato social in cui accumulare amici, o chat nelle quali incontrare più gente possibile.

In uno scambio su Twitter con Antonio Casilli, professore associato presso la Télécom ParisTech, Franceschini ha risposto così:

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