Isis, regimi autoritari, guerre: l’industria degli ostaggi e i giornalisti dietro le sbarre

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Nell'agosto 2013, Abdullah Al Fakhrani è un giovane reporter che sta documentando una manifestazione per il deposto presidente Morsi, in Egitto: viene arrestato, detenuto per quasi due anni senza processo e infine condannato al carcere a vita. A giugno 2014 ISIS prende Mosul, e a raccontarlo c'è il giornalista del locale 'Al-Mizan', Zakir Khalil: questo febbraio i seguaci del sedicente Califfo Al-Baghdadi lo accusano di "tradimento e spionaggio" proprio per quel racconto, e da allora non se ne sa più nulla.

A maggio il quotidiano turco Cumhuriyet ipotizza un traffico di armi dall'intelligence di Erdogan alla Siria; ora il suo direttore rischia il carcere a vita, accusato di essere parte di una organizzazione terroristica, di spionaggio e divulgazione di segreti di Stato.

L'elenco proseguirebbe per pagine, perché le incarcerazioni, sparizioni, rapimenti e ricatti subiti da giornalisti si contano, anche nel 2015, a tre cifre. Lo scrivono con metriche e numeri diversi ma congruenti due delle massime autorità del settore, Reporters Without Borders e il Committee to Protect Journalists, nei loro bilanci di fine 2015. Quello appena trascorso, dicono entrambe le analisi, è stato un anno con numeri in calo, ma lieve: del 14% per RWB, del 12,7% secondo CPJ.

Un'"industria degli ostaggi"

Il punto è che dietro ai numeri ci sono persone. Le centinaia dietro le sbarre (199, dice il CPJ; 153 professionisti e 163 citizen-journalist, per RWB) che subiscono le conseguenze di accuse peraltro spesso nemmeno formulate o circostanziate. Ma anche le decine in ostaggio, perlopiù nelle mani dei terroristi di ISIS, Al Nusra, Al Qaeda e degli Houthi – che, da quando sono al potere a Sanaa, hanno portato i sequestri l'anno da 2 nel 2014 a 33 oggi. In aggregato, è il dato in più forte crescita: da 40 a 54, +35% negli ultimi 12 mesi.
I giornalisti del resto, scrive RSF, sono una “facile preda”, servono per ottenere denaro tramite i riscatti o come merce di scambio, «ma anche e soprattutto (...) per imporre un regno del terrore e ridurre i critici al silenzio».

Il risultato è che intere aree geografiche – come i territori controllati del Califfato – diventano prive di copertura giornalistica. Meglio: “buchi neri dell’informazione”. Ma anche che «in alcune zone di conflitto», dichiara il segretario generale dell'organizzazione, Cristophe Deloire, «si è sviluppata una vera e propria industria degli ostaggi».

Chi ha preso più giornalisti in ostaggio nel 2015 (Fonte: Reporters Without Borders)
Chi ha preso più giornalisti in ostaggio nel 2015 (Fonte: Reporters Without Borders)

Cina, Egitto, Turchia: l'incubo dei giornalisti

I due rapporti concordano anche maggiormente quando si tratti di identificare i paesi che imprigionano più giornalisti. Al primo posto c'è la Cina, responsabile di una incarcerazione su quattro a livello globale e dove è oramai tristemente comune la prassi delle confessioni estorte – e mandate in onda, con tanto di pentimento, sulla tv di Stato.

Ma la situazione è anche più preoccupante in Egitto, ora al secondo: «forse in nessun paese il clima per la stampa è deteriorato rapidamente come in Egitto», si legge nel rapporto CPJ, dove il presidente Sisi «continua a reprimere il dissenso usando il pretesto della sicurezza nazionale».

Una spirale intrapresa anche dalla Turchia, nuovamente tra le prime cinque posizioni – insieme a Eritrea e Iran – anche per casi come quello del giornalista iracheno Mohammed Rasool, arrestato il 27 agosto mentre contribuiva alla realizzazione di un documentario di Vice News sulla situazione dei curdi al confine turco con la Siria.

Ragioni di Stato o inesistenti

In sostanziale accordo anche l'analisi delle due organizzazioni per quanto riguarda le ragioni di quelle incarcerazioni. La "sicurezza nazionale", buona per ogni occasione di repressione, è solo parte delle accuse di spionaggio, terrorismo, eversione che CPJ ha più genericamente raccolto sotto il cappello delle condotte "contrarie allo Stato". E che costituisce la più comune ratio per giustificare la criminalizzazione dei giornalisti, il 55% del totale.

Il trend maggiormente crescente è tuttavia quello che vede la repressione fare seguito alla fabbricazione di prove e capi d'accusa (per esempio, sul possesso di droga o armi), a rappresaglie o accuse arbitrarie: accade ormai in un caso su quattro.

Internet il mezzo più colpito

Per quanto riguarda invece il mezzo di comunicazione usato dai giornalisti finiti dietro le sbarre, Internet e carta stampata sono stati nell'ultimo anno molto più comuni di tv e radio.

Un aiuto per giornalisti a rischio

I rischi, come visto, sono molteplici. Per questo è più che benvenuto l'aggiornamento, appena pubblicato da RWB, della sua guida per giornalisti in zone ad alto rischio - come quelle che giustificano gran parte dei numeri appena elencati. Dalle sue pagine si apprende quello più doloroso: nell'ultimo decennio sono stati oltre 750 i giornalisti uccisi durante lo svolgimento del proprio lavoro.

Ma anche una precisazione molto utile per il dibattito, (ri)sorto dopo gli attacchi terroristici di Parigi, sull'uso di strumenti di protezione crittografica delle proprie comunicazioni online. Se per governi e forze dell'ordine di tutto il mondo sono un nemico da indebolire e sconfiggere, per RWB è invece un preziosissimo alleato per l'incolumità dei giornalisti che vi facciano ricorso.

Il che fa comprendere – si spera, una buona volta, anche alla classe politica – che la crittografia serve non solo ai terroristi, ma anche a mettersi al riparo dai terroristi. L'ennesimo motivo per ripetere che va difesa in ogni caso.

(Foto: Amr Nabil/AP – via Guardian)

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