Catalogna e l’indipendenza: cosa sta succedendo

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[Ultimo aggiornamento: 20 ottobre, ore 11:00]

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Aggiornamento 20 ottobre, ore 11:00 - Il Partido Popular di Mariano Rajoy e il PSOE di Pedro Sánchez hanno raggiunto un accordo sull'applicazione dell'articolo 155 della Costituzione per convocare le elezioni in Catalogna a gennaio. Secondo il diario.es, l'obiettivo dei due partiti è intervenire il meno possibile sull'autonomia catalana per garantire il processo elettorale e "recuperare la normalità democratica".

Aggiornamento 19 ottobre, ore 11:30 - Questa mattina il President catalano Carles Puigdemont ha risposto alla sollecitazione del capo del Governo spagnolo Mariano Rajoy riconoscendo che il Parlament non ha votato l'indipendenza, per tanto non c'è stata nessuna dichiarazione unilaterale di indipendenza formale.

Puigdemont ha anche ribadito la sua volontà di dialogo e ha rimproverato allo Stato spagnolo il fatto di aver risposto alla sua proposta di negoziazione con la minaccia di applicare l'articolo 155 e con l'arresto dei due leader indipendentisti Jordi Sánchez, presidente dell'Assemblea Nacional Catalana (ANC), e Jordi Cuixart, presidente di Òmnium Cultural, due associazioni politico-culturali che hanno come obiettivo promuovere e raggiungere l’indipendenza in Catalogna. Ha concluso la sua lettera minacciando Rajoy di dichiarare ufficialmente l'indipendenza «se dovesse continuare la repressione».

Il Governo spagnolo ha ritenuto insoddisfacente la risposta del President catalano e ha confermato la volontà di applicare l'articolo 155 della Costituzione, con l'obiettivo di convocare elezioni anticipate in Catalogna. Sabato il Consiglio dei Ministri si riunirà con urgenza per votare nel dettaglio quali misure che verranno adottate attraverso l'articolo 155.

Aggiornamento 11 ottobre, ore 14:00 - Il segretario del PSOE, Pedro Sánchez, ha confermato il suo sostegno al Governo spagnolo e si è unito alla richiesta formulata dal Presidente Rajoy al Presidente Puigdemont di chiarire se ha dichiarato o no l'indipendenza catalana. Ha anche assicurato che se Puigdemont non dovesse tornare alla legalità, il PSOE offrirà il suo sostegno al Governo nell'applicazione delle dovute misure costituzionali (il riferimento implicito è all'applicazione dell'articolo 155). Sánchez ha anche annunciato di aver stretto un accordo con il Governo per iniziare un processo di riforma costituzionale con l'obiettivo di modernizzare il sistema delle autonomie spagnole. «Dobbiamo aggiornare il nostro modello di convivenza», ha dichiarato.

Albert Rivera, segretario di Ciudadanos, ha confermato il suo sostegno al all'applicazione dell'articolo 155 e si è detto d'accordo a una riforma costituzionale.

Aggiornamento 11 ottobre, ore 12:30 - Il Presidente del Governo spagnolo, Mariano Rajoy, ha risposto a Carles Puigdemont in una conferenza stampa senza domande: «Il Consiglio dei Ministri ha preso la decisione di richiedere formalmente al Governo della Generalitat (catalana) se ha dichiarato l'indipendenza in Catalogna. Questa richiesta è precedente a qualsiasi delle misure che il Governo decida adottare ai sensi dell'articolo 155 della Costituzione. Il Governo vuol offrire certezze agli spagnoli e ai catalani».

Con questo messaggio, Rajoy dà inizio alla procedura stabilita per l'applicazione dell'articolo 155, che permetterebbe al Governo di revocare l'autonomia in Catalogna, sciogliere il Parlament catalano, costituire un Govern provvisorio e convocare nuove elezioni regionali. «La risposta del signor Puigdemont segnerà il futuro degli avvenimenti dei prossimi giorni. Se rispetta la legalità si porrà fine a un periodo di illegalità e rottura della convivenza».

In altre parole, se Puigdemont non rinuncia definitivamente all'indipendenza, il Governo sottoporrà la decisione di applicare dell'articolo 155 al Senato, che dovrà essere presa a maggioranza assoluta. Il Partido Popular di Mariano Rajoy ha la maggioranza assoluta nel Senato e può contare sul sostegno di Ciudadanos.

Il segretario socialista del PSOE, Pedro Sánchez, farà una dichiarazione ufficiale alle 13:00.

Aggiornamento 10 ottobre, ore 22:30 - Una volta conclusi tutti gli interventi nel Parlament, i deputati indipendentisti della coalizione del Govern catalano hanno firmato un documento intitolato "Dichiarazione dei rappresentanti della Catalogna", con il fine di dimostrare ai propri elettori che la dichiarazione di indipendenza, seppur sospesa, ha una base formale. In realtà non è una vera e propria "dichiarazione unilaterale di indipendenza", perché la Legge di Transitorietà stabilisce che questa debba essere discussa e votata in aula, mentre in questo caso si tratta un documento privato firmato dai deputati. Nel testo però si legge "Costituiamo la repubblica catalana, come Stato indipendente e sovrano, di diritto, democratico e sociale". Una dichiarazione simbolica, ma che non è piaciuta al Governo spagnolo. E non è piaciuta neanche all'alleato CUP, a quanto pare.

Il Presidente Mariano Rajoy si riunirà questa notte con i leader degli altri schieramenti e ha convocato un Consiglio dei Ministri straordinario mercoledì mattina alle 9:00.

Aggiornamento 10 ottobre, ore 20:00 - Il Presidente catalano è intervenuto nel Parlament per commentare la situazione politica dopo il referendum dell'1 ottobre. «Il mandato dei cittadini catalani è che la Catalogna diventi uno Stato indipendente in forma di Repubblica». Dopo aver spiegato con questa frase il risultato del referendum, Carles Puigdemont ha chiesto al Parlament catalano di sospendere la dichiarazione di indipendenza per aprire un periodo dedicato alle negoziazioni e alla ricerca di una mediazione internazionale.

In questo modo, Puigdemont aggira le possibili conseguenze di una dichiarazione unilaterale di indipendenza e sceglie la via del dialogo, posticipando tale dichiarazione in maniera indefinita e capitalizzando il risultato referendario in vista di una possibile negoziazione con il Governo spagnolo. Le Legge di Transitorietà che regola il referendum indipendentista permette di posticipare fino a un anno la dichiarazione unilaterale di indipendenza.

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Aspettando la dichiarazione di indipendenza unilaterale

Oggi alle 18 il Presidente della Catalogna Carles Puigdemont pronuncerà un discorso nel Parlament catalano. Anche se non c'è stata nessuna conferma ufficiale, molti pensano che sfrutterà questa occasione per formulare la dichiarazione di indipendenza unilaterale (che in Spagna è abbreviata con l’acronimo “DUI”) della “Repubblica catalana” in seguito al risultato del referendum celebrato l’1 ottobre, considerato illegale dal Tribunale costituzionale e segnato dalla violenza delle forze di polizia nazionali che hanno cercato di impedire la sua celebrazione.

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Non è ancora chiaro quale sarà la natura della dichiarazione di indipendenza. Come riporta eldiario.es, esiste una divergenza di opinioni nella coalizione di governo catalana: il partito di Puigdemont, il Partit Demòcrata Europeu Català (PDeCAT), teme che dichiarare l’indipendenza adesso, senza l’appoggio di nessuna istituzione internazionale, possa risultare un puro esercizio retorico. Ecco perché, assieme al partito di sinistra Esquerra Republicana de Catalunya (ERC), si valuta l’ipotesi di posticipare la dichiarazione unilaterale con l’obiettivo di guadagnare tempo e, chissà, forzare una negoziazione con lo Stato spagnolo. Nella coalizione di governo, però, c’è anche il partito di sinistra radicale Candidatura d'Unitat Popular (CUP), che spinge per l’indipendenza immediata, senza procrastinare ulteriormente una decisione che secondo i suoi deputati rappresenta "la chiusura di un ciclo storico".

La questione è quindi più complicata di quanto possa apparire dall’esterno. Puigdemont si limiterà a formulare una dichiarazione simbolica? Il Govern vuole forzare la trattativa con lo Stato o è davvero disposto ad andare fino in fondo? Come reagirà il Governo di Madrid? E, soprattutto, come reagirà la Procura dello Stato? Puigdemont è davvero imputabile per i reati di sedizione, ribellione, disobbedienza, prevaricazione, malversazione, usurpazione di funzioni? (Non è chiaro). Il tempo per il dialogo è davvero finito (se mai c’è stato)?

Per rispondere a queste domande non ci resta che aspettare. Dopo il discorso del Presidente Carles Puigdemont nel Parlament, è previsto un intervento del Presidente Mariano Rajoy nel Parlamento spagnolo, con data ancora da definire. Rajoy e il suo esecutivo hanno già messo in guardia il Govern diverse volte da quando si è celebrato il referendum e c’è da aspettarsi che di fronte a una dichiarazione unilaterale di indipendenza siano pronti a reagire con decisione. Uno dei provvedimenti più aggressivi potrebbe essere l’applicazione dell’articolo 155 della Costituzione, ovvero la revoca dell’autonomia in Catalogna.

Ieri sera il sindaco di Barcellona, Ada Colau, ha letto un discorso istituzionale, rivolto al presidente Rajoy e al presidente Puigdemont, che invocava il dialogo, e condannava sia la dichiarazione d’indipendenza unilaterale che l’applicazione dell’articolo 155: «Bisogna agire con sangue freddo e con responsabilità. Senza prendere decisioni affrettate, non possiamo mettere in pericolo la coesione sociale né le istituzioni catalane».

Questo pomeriggio il Presidente del Consiglio europeo, Donald Tusk, ha chiesto a Puigdemont di non prendere "una decisione che renda impossibile il dialogo".

L'opportunismo di Rajoy e la lotta tra nazionalismi

Mariano Rajoy durante un discorso istituzionale (Agencia EFE)

Forse dall'Italia non sembrerebbe, ma Mariano Rajoy non è mai stato così forte. È innegabile che la questione indipendentista abbia rafforzato il Partido Popular (PP) nel suo ruolo di “difensore della patria”.

Il PP è travolto da processi per corruzione che non riguardano solamente i suoi politici, ma, per la prima volta nella storia democratica, il partito stesso. Proprio ieri l’autorità spagnola anticorruzione ha chiesto la condanna del PP per corruzione in relazione al “Caso Gurtel”, il processo di una rete criminale nazionale che vede imputati diversi impresari e politici del partito. Ma questo non è l’unico caso giudiziario che preoccupa Rajoy: si calcola che tra processi conclusi (con sentenza di colpevolezza) e in corso, siano in totale 60 i casi di corruzione nel quale è invischiato il PP, come ha ricordato a giugno in Parlamento la deputata di Podemos Irene Montero. In quell’occasione Podemos aveva presentato una “mozione di censura” (strumento per chiedere al Parlamento di sfiduciare il Governo), che però nessuno dei partiti dell’opposizione ha accolto. Era la terza volta nella storia della Spagna democratica che l’opposizione presentava una mozione di questo tipo, e per la terza volta il Parlamento ha rifiutato.

Non dobbiamo dimenticare, poi, che la chiusura (storica) del PP a qualsiasi dialogo sulla questione catalana è una delle cause di questa crisi istituzionale, la più grave di tutta l'epoca democratica.

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Oggi, però, i riflettori nazionali non sono più puntati sulla corruzione del PP, né sulle sue responsabilità politiche e Rajoy può interpretare il ruolo di garante della Costituzione e difensore dell’unità di Spagna, con il sostegno del Re, di Ciudadanos (partito politico nato in Catalogna proprio con lo scopo di frenare l’indipendentismo), del Partido Socialista Obrero Español (PSOE) e di una grandissima fetta della popolazione, non solo di destra. La corruzione del partito di Governo è un lontano ricordo e lo scontro indipendentista, che il Governo spagnolo ha contribuito a esasperare, non ha fatto altro che rafforzare i due estremi dello spettro politico: il nazionalismo catalano e quello spagnolo.

E sebbene anche l’Unione europea abbia chiesto a Rajoy e Puigdemont di negoziare, per il momento nessuno dei due ha fatto un vero passo indietro.

Le tre piazze: nazionalismo catalano, nazionalismo spagnolo e chi chiede il dialogo

Lo scorso fine settimana il dibattito politico si è spostato un’altra volta nelle piazze, dove gli unionisti spagnoli hanno potuto dare una dimostrazione di forza, a Madrid e a Barcellona, dove decine di migliaia di persone hanno manifestato per l’unità di Spagna, cantando slogan che andavano da “Viva la Spagna” a “Puigdemont in galera”, “Con i golpisti non si dialoga”, “No al dialogo”, “Non ve ne andrete”, fino alla ‘excusatio non petita’: “Non siamo fascisti, siamo spagnoli”.

Ci sono state anche manifestazioni in favore del dialogo. Barcellona, Madrid, Valencia, Saragozza, Siviglia, sono alcune delle città nelle quali si è manifestato per chiedere al presidente del ‘Govern’ catalano Carles Puigdemont e al presidente del Governo spagnolo Mariano Rajoy di favorire il dialogo tra i due fronti, quello indipendentista catalano e quello unionista spagnolo. Migliaia di persone sono scese in piazza vestite di bianco, senza bandiere o simboli politici, ma sventolando fogli di carta bianchi e una parola d’ordine tradotta in entrambe le lingue: “Parlem/Hablemos” (parliamo).

E oggi, durante il discorso di Carles Puigdemont, la associazione indipendentista Assemblea Nacional Catalana (ANC) ha convocato una manifestazione di sostegno davanti al Parlament: «Il popolo ha detto all’indipendenza», rivendica il comunicato dell’associazione.

Le imprese che abbandonano la Catalogna e la solitudine di Puigdemont

Carles Puigdemont durante un discorso istituzionale (Agencia EFE)

Sebbene gli indipendentisti facciano leva sul risultato del referendum per rivendicare il proprio mandato popolare, il problema è che il referendum del 1 ottobre non è solo illegale, ma non rispetta neanche le garanzie di democraticità che uno strumento di questo tipo deve offrire ai cittadini, in quanto celebratosi in un contesto di clandestinità, senza le opportune garanzie per l’elettorato e infrangendo una serie di norme che vanno oltre il divieto del Tribunale costituzionale. E nessuna istituzione internazionale è disposta a riconoscere l’indipendenza di un paese nato da una convocazione popolare non democratica.

Come se non bastasse, l’ultima doccia fredda per gli indipendentisti arriva dal settore imprenditoriale: le principali banche e imprese catalane stanno spostando la propria sede legale fuori dalla regione come risposta a una possibile dichiarazione d’indipendenza. Stiamo parlando di alcune delle imprese più importanti del paese, come Caixa Bank, Banco Sabadell, Gas Natural Fenosa, Abertis, Cellnex, Colonial, ma non solo.

Questa risposta da parte del mercato, seppur prevedibile, avrà preso in contropiede quei cittadini catalani che negli ultimi anni hanno creduto alle rassicurazioni degli indipendentisti: «Le banche non se ne andranno dalla Catalogna», diceva nel 2015 l’allora Presidente della regione Arthur Mas. Ieri il consigliere regionale degli esteri catalano, Raül Romeva, ha assicurato che si tratta solamente di «alcuni annunci» e che «il settore produttivo non sarà spostato», ma la realtà è che molte di queste imprese hanno già cambiato la sede legale e trasferito la propria sede amministrativa.

Non sorprenderebbe quindi se Puigdemont decidesse di guadagnare tempo, formulando una dichiarazione "simbolica" e posticipando l'indipendenza formale. Il Presidente catalano è sempre più solo e le voci contrarie a una dichiarazione di indipendenza unilaterale si fanno largo anche dentro il suo stesso partito. Un passo indietro, però, potrebbe significare la caduta del Govern (per mano della CUP, probabilmente) ed elezioni anticipate che ERC sarebbe pronto a capitalizzare, rubando al PDeCAT la bandiera dell'indipendentismo. Dichiarare l’indipendenza in questi termini, d’altro canto, vuol dire andare incontro a conseguenze durissime: come la perdita dell’autonomia per Catalogna o una possibile imputazione per sedizione. Sarà disposto Puigdemont a sacrificarsi per la sua patria immaginaria?

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Foto in anteprima: due ragazze si tengono per mano durante la manifestazione della settimana scorsa contro la violenza a Barcellona, una indossa la bandiera estelada, simbolo dell'indipendentismo, e l'altra quella spagnola. Credit: AP/Emilio Morenatti

Correzione 10 ottobre 2017, ore 15:01

Nella precedente versione dell'articolo c'era scritto referendum "antidemocratico". Dopo un confronto con alcuni lettori che ci hanno fanno notare che può avere un'accezione diversa da quella intesa dall'autore, abbiamo sostituito quel termine con l'attuale affermazione: "non rispetta neanche le garanzie di democraticità che uno strumento di questo tipo deve offrire ai cittadini".

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