Il punto sulle stragi di Parigi

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Dopo dieci giorni dalle stragi del 13 novembre scorso a Parigi, cosa sappiamo della vita dei 9 giovani jihadisti (8 morti e uno in fuga): dove, come vivevano e in che modo comunicavano tra loro?

Chi erano i terroristi e dove hanno colpito

Ai locali in centro

Salah Abdeslam: 26 anni, nazionalità francese, residente a Mòlenbeek, quartiere di Bruxelles (Belgio), ricercato. Su di lui pende un mandato di cattura internazionale. Non è ancora chiaro il suo ruolo negli attentati. Il 14 novembre, il giorno dopo le stragi, è riuscito a eludere un controllo a Cambrai, al confine con il Belgio.

Brahim Abdeslam: 31 anni, nazionalità francese, residente a Mòlenbeek, quartiere di Bruxelles. Si è fatto esplodere. Fratello di Salah Abdeslam. Gli investigatori hanno scoperto che è stato lui a noleggiare la Seat che trasportava gli autori delle tre sparatorie. In base a fonti, confermate dalla polizia belga, ha avuto precedenti ed è stato processato per un crimine minore con un altro dei terroristi coinvolto nelle stragi, Abdelhamid Abaaoud. Secondo il quotidiano La libre belgique ha soggiornato in Siria.

Si presume che ci fosse un terzo attentatore, Abdelhamid Abaaoud: delle sue impronte sono state trovate su un kalashnikov scoperto in una Seat nera, una delle tre auto utilizzate dai terroristi la sera delle stragi.
Inoltre, alle 22 del 13 novembre è stato filmato da una telecamera fissa mentre transitava alla fermata metro di Montreuil, vicino ai luoghi degli attentati.

Mercoledì 18 novembre è stato ucciso (aveva 28 anni) durante il blitz delle forze dell’ordine a Saint-Denis, un comune a nord di Parigi (insieme a lui sono morti la cugina Hasna Ait Boulahcen, di cui nei giorni scorsi era girata la notizia che si fosse fatta esplodere, per questo motivo era stata definita dai media "la prima donna kamikaze in Europa". Fatto poi smentito. Mentre delle 8 persone arrestate al termine dell'operazione, sette sono state rilasciate) e un kamikaze di cui ancora, però, non sono state rese note le generalità.

Abaaoud, di nazionalità belga e famiglia benestante, viveva anche lui nel quartiere di Mòlenbeek. È considerato la mente delle stragi a Parigi. Nel 2010 era stato in carcere in Belgio per rapina assieme a Salah Abdeslam.
«Il nome di Abdelhamid Abaaoud – si legge su il Sole 24 ore – si incrocia con tutti i più recenti complotti terroristici contro la Francia e il Belgio». Schedato per reati minori, dopo la fuga in Siria nel 2013, Abaaoud è stato condannato a venti anni di prigione in un processo per il reclutamento di jihadisti belgi.

Aveva un ruolo fondamentale all’interno dell’Is, quello dell’”emiro della guerra”. Intervistato sulla rivista dell’Is, Dabiq, si era vantato di aver organizzato degli attentati contro l’occidente sotto il naso dei servizi segreti belgi: «Il mio nome e la mia foto erano su tutti i mezzi d’informazione eppure sono riuscito a rimanere nella loro patria, organizzare delle operazioni contro di loro e andarmene sano e salvo quando è stato necessario».

Al Bataclan

Omar Ismaïl Mostefaï: 29 anni, nazionalità francese. Morto.
Dal 2004 al 2010 è stato condannato più volte (otto in totale) per reati comuni. Ma non è mai stato incarcerato. Per la sua radicalizzazione, avvenuta 10 anni fa, era stato schedato dalla polizia. Nel 2012, però, si erano perse la sue tracce. Nel 2013 partì per la Turchia per raggiungere la Siria. Nell’aprile 2014 torna in Francia. Per due volte (dicembre 2014 e giugno 2015) la Francia era stata messa in guardia della sua presenza in Turchia dalle stesse autorità turche. Non c'è stata però alcuna risposta francese.
Solo dopo gli attacchi del 13 novembre scorso le autorità francesi hanno chiesto informazioni alla Turchia.

Samy Amimour: 28 anni, nazionalità francese. Si è fatto esplodere.
Secondo quanto emerso dalle indagini in corso, Amimour era già noto al tribunale anti-terrorismo per essere stato incriminato il 19 ottobre 2012 per associazione terroristica e a delinquere. Era stato posto sotto controllo giudiziario. Ha però violato gli arresti domiciliari nell'autunno 2013 e in seguito è stato spiccato un mandato d'arresto internazionale. Sarebbe partito per la Siria nel giugno del 2013 per entrare nei ranghi dello Stato Islamico.

Non è stato ancora identificato il terzo kamikaze.

Allo Stade de France

Bilal Hadfi: 20 anni, nazionalità francese, residente in Belgio, a pochi chilometri dal quartiere di Mòlenbeek. Si è fatto esplodere fuori dallo stadio.

Sconosciuto ai servizi segreti francesi, ma noto all’OCAM (Centro nazionale di crisi belga), l'organismo di coordinamento per l'analisi della minaccia sul terrorismo e l'estremismo. Lo scorso marzo era stato radiato dal municipio dove era residente e pertanto non era presente più nei registri della municipalità. Questo non ha impedito che riuscisse a sfuggire all’interdizione e continuasse a risedervi in clandestinità.

Si era radicalizzato nella primavera del 2014, a seguito di un soggiorno in Siria. Nello scorso giugno, scrive il New York Times, ha postato su Facebook un appello contro l'Occidente: “Quei cani attaccano i nostri civili in tutto il mondo. Colpirli nella loro comunità di suini in modo che non possano sentirsi al sicuro nei propri sogni".

“Ahmad Al Mohammad”: Si è fatto esplodere nei pressi dello Stade de France. Le sue generalità sono da verificare. Vicino al suo corpo è stato trovato un passaporto siriano a nome di Ahmad Al Mohammad, soldato morto di Bashar al Assad. È stato controllato all’isola greca di Leros, insieme ad altri migranti, lo scorso 3 ottobre.

Il terzo kamikaze è morto. Vicino al suo corpo è stato trovato il passaporto di un uomo siriano, nato il 10 settembre 1990 a Idlib (Siria): Mohammad Al-Ahmad, sconosciuto ai servizi segreti francesi. Christiane Taubira, ministro della Giustizia francese, ha però detto che si tratta di un falso documento. Ma il detentore del passaporto siriano è giunto a Leros il 3 ottobre scorso, dopo aver attraversato la Turchia e 5 giorni dopo è stato registrato a Presevo, nel Sud della Serbia, dove ha fatto domanda d'asilo prima di entrare nel campo croato Opatovac per poi partire per l'Ungheria.

Fonti:
Le Figaro:
Le Monde
The New York Times

Molenbeek, perché si parla tanto di questo quartiere di Bruxelles

«Gli attentati sono stati pianificati in Siria, organizzati in Belgio ed eseguiti in Francia». Per capire il perché Hollande, durante il discorso di “guerra” in Parlamento, abbia messo così in risalto il “ruolo” del Belgio negli attentati di dieci giorni fa, bisogna parlare di un quartiere, poco distante dal centro di Bruxelles: Mòlenbeek.

Comune di circa 97 mila abitanti, si tratta di una zona a nord-ovest di Bruxelles ritenuta, racconta Jean–Pierre Stroobants su Le Monde, «una delle basi europee del terrorismo islamico»:

«L’attentato al Museo ebraico di Bruxelles (maggio 2014), la cellula di Verviers smantellata in occasione di un sanguinoso assalto della polizia (gennaio 2005), l’attacco fallito sul treno Bruxelles-Parigi (agosto 2015), sono tutti casi che avevano un legame con questo quartiere popolare»

Nell’articolo, inoltre, viene riportata la dichiarazione di un giovane
del luogo in cui, “al riparo da occhi indiscreti”, descrive la mancanza di politiche mirate sul territorio per evitare il radicamento di esclusione sociale e radicalizzazione religiosa: «Per favore cercate di capire che se molti ragazzi di questo quartiere sono partiti per la Siria è soprattutto perché nessuno si è mai veramente occupato di loro fino a quando dei fanatici hanno dato loro l’impressione di esistere».

All’interno di questa zona di Bruxelles, dove c'è una grande quota di immigrati provenienti da Nord-Africa e paesi arabi (circa il 30% della popolazione), il tasso di disoccupazione è superiore al 25%, mentre quello giovanile va oltre il 40%.

via Bbc.
via Bbc. Confronto con le altre zone della città. Dati del 2012.

Kristof Clerik, giornalista belga spiega sul Guardian come queste situazioni di emarginazione e radicalizzazione abbiano radici anche nelle problematiche del Belgio: poca coordinazione tra forze dell’ordine, un intelligence non all’altezza della situazione e una politica che si rinfaccia le colpe a vicenda.

Secondo l’International center for the study of radicalization and political violences (Icrs), il paese in cui ha sede la Commissione europea, con le sue 450 partenze, è lo Stato con la maggiore densità di foreign fighters per abitante.

via Sole 24 ore.
via il Sole 24 ore.

Una situazione, scrive Tim King su Politico, causata dai fallimenti incrociati nella gestione dei vari poteri, nessuno escluso (a livello politico, legislativo e giudiziario), che coinvolge tutto il Belgio e che ha creato quel «vuoto che viene sfruttato dai terroristi jihadisti».

Come comunicavano i terroristi

Dopo gli attentati a Parigi, si è molto discusso di come i terroristi comunicassero tra loro. Il sospetto è che tra loro la comunicazione avvenisse online in maniera cifrata. Sui media, ad esempio, nei giorni scorsi, si era parlato di una Playstation 4 trovata nell’appartamento di uno dei terrosti, che sarebbe servita a scambiare messaggi non intercettabili dalle forze di polizia. Situazione che poi si è dimostrata essere non vera.

Su The Intercept si racconta come, da quanto emerso finora, «la rete terroristica coinvolta abbia comunicato in chiaro e che i dati sui loro smartphone non erano crittografati». Nel dirlo vengono portati vari esempi. Tra di essi, quanto scritto in un articolo su Le Monde «in cui riferisce che gli investigatori sono stati in grado di accedere ai dati sul telefono, tra cui una mappa dettagliata della sala da concerto (ndr del Bataclan) e un sms che dice "Ci siamo. Si parte”. La polizia è riuscita anche a tracciare i movimenti del telefono».

Ancora, spiega Fabio Chiusi

«sempre un'analisi dei dati telefonici avrebbe consentito di rivelare la posizione di Abdelhamid Abaaoud (ndr considerata la mente delle stragi di Parigi), che del resto sarebbe stato intercettato e spiato – nonostante gli sforzi del terrorista di rendersi invisibile – già mesi prima, quando era stato sventato un altro piano a quanto pare analogo, per ambizioni, a quello messo in atto a Parigi».

Il Wall Street Journal oltre a scrivere che per ora «non ci sono prove» che dimostrino che i terroristi abbiano comunicato attraverso modi criptati («Alcuni hanno utilizzato messaggi di testo run-of-the-mill – specifica il giornale americano – che possono essere facilmente monitorati in casi sospetti»), riporta anche la risposta della Apple alle richieste riguardo l’ipotesi di una legge che permetta ai governi di cifrare le comunicazioni criptate in nome della sicurezza, in cui viene spiegato che questa possibilità creerebbe una vulnerabilità del sistema, sfruttabile non solo dai “buoni” ma anche da criminali o dai governi repressivi.

A questa considerazione, il New York Times aggiunge anche quanto sostenuto da alcuni esperti di sicurezza secondo cui anche i messaggi crittografati lasciano comunque «una scia di metadati che possono essere utilizzati per analizzare chi sta parlando con chi, quando e dove».

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