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I dati sull’occupazione spiegati meglio


di Marta Fana

In sordina rispetto al dibattito politico di questi giorni, tutto incentrato sull’elezione del Presidente della Repubblica, l’Istat pubblica i dati provvisori su occupazione e disoccupazione in Italia.

A prima vista c’è un dato positivo, il numero di occupati sale a dicembre 2014 sia rispetto al mese precedente sia sullo stesso periodo del 2013. La variazione in termini assoluti sull’intero anno però non mostra nessun boom (+109 mila occupati, il che corrisponde a un aumento del tasso di occupazione dello 0.3%). Ma in nessun caso è possibile dire che esiste un’inversione di tendenza, dal momento che un dato, cioè un punto nel tempo, non è rappresentativo di un trend, ovvero di una dinamica che si rafforza. Il numero medio di occupati nel 2014, infatti, rimane inferiore a quello del 2013.

È utile ribadire che il dato sull’occupazione non ci dice nulla riguardo la qualità del lavoro e il numero di ore lavorate. Come già spiegato altrove, “gli occupati infatti, secondo la definizione Istat, sono coloro che nella settimana della rilevazione hanno svolto almeno un’ora di lavoro - (come incartare i regali di natale fuori da un centro commerciale per un’ora o due) - a fronte di un corrispettivo monetario o in natura (cioè sei occupato anche se ti offrono un panino per il pranzo come compenso) o coloro che hanno svolto almeno un’ora di lavoro anche non retribuito nell’azienda familiare”.

Ci vorranno molti segni “+” prima di poter parlare dell’inversione di tendenza non solo quantitativa ma anche qualitativa della sottoccupazione della forza lavoro, a meno di non cedere alla facile propaganda.

Di fatto rimane allarmante la continua riduzione dell’occupazione giovanile tra i 15 e i 24 anni (34 mila occupati in meno in un anno), che questa volta si esprime in un trend che va avanti ormai da troppi trimestri. Al contrario, l’arresto puntuale della crescita del tasso di disoccupazione giovanile resta una rondine statistica che niente ha a che vedere con la primavera. Potremmo qui rispedire al mittente, il Governo, la propaganda sul numero di inattivi, i quali aumentando fanno diminuire il numero di individui in cerca di lavoro.

A proposito di coloro che il lavoro non lo cercano nemmeno c'è un altro dato interessante per un dibattito coerente sul mercato del lavoro e il welfare all'italiana. Il tasso di inattività annuale diminuisce dello 0.7% per l’intera popolazione tra i 15 e i 64 anni, ma aumenta dello 0.4% per i giovani tra i 15-24 anni. Chi sono quindi coloro che escono dall’inattività? Guardando ai dati disponibili sul portale Istat, dove è possibile fare una verifica fino al terzo trimestre 2014, di certo non sono i giovani tra i 25 e i 34 anni, né i loro fratelli maggiori tra i 35 e i 44 anni per i quali il tasso di inattività aumenta tra il 2013 e il 2014. La riduzione del tasso di inattività è dovuto principalmente alla popolazione in età tra i 55 e 64 anni.

Aspettando i dati definitivi per l’intero 2014, sarebbe utile iniziare a interrogarsi senza cori da stadio sull’effettiva condizione del mercato del lavoro ma anche del welfare del nostro paese e in che modo la politica si sta occupando di far fronte da un lato alla sempre maggiore assenza di lavoro e dall’altro all’esplodere di disuguaglianze e povertà.

 

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