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#Grecia2015: le elezioni che possono cambiare l’Europa

In partnership con i giornali locali del gruppo Espresso

Nel giugno del 2012, al termine delle elezioni greche che avevano visto vincere di un soffio Antonis Samaras e i conservatori di Nea Dimokratia, un membro di Syriza disse: «Grazie a Dio abbiamo perso. Per noi è ottimo». Pur avendo raggiungo il 26%, tre anni fa il partito di Alexis Tsipras non era assolutamente nelle condizioni di governare.

In questo inizio del 2015 – mentre mancano pochi giorni alle elezioni anticipate del 25 gennaio, indette dopo la mancata elezione del presidente della repubblica – l’ambizione e l’aspirazione di Syriza sono completamente diverse.

Questa volta, infatti, Tsipras e i suoi sono pronti a vincere le elezioni e governare il paese più colpito dalla crisi dell’Eurozona – e i greci sembrano voler dare fiducia a un partito che solo qualche anno fa era bollato come un covo di sovversivi. Tutti i sondaggi delle ultime settimane danno Syriza in testa, avanti di qualche punto percentuale ai diretti rivali di Nea Dimokratia.

La prospettiva di una vittoria di Syriza è stata accompagnata dal panico generalizzato. Mentre all’estero ci si è concentrati sui timori di una “Grexit” e sulle proposte del partito di rinegoziare una parte del debito greco, il premier uscente Samaras e i suoi compagni di partito hanno agitato lo spettro di un ritorno al comunismo o, peggio ancora, della trasformazione della Grecia nella Corea del Nord.


L'apocalittico spot di Nea Dimokratia in caso di vittoria di Syriza.

In questa tornata elettorale, tuttavia, Syriza si presenta come una formazione politica matura, che in questi ultimi tre anni ha lavorato moltissimo sulla propria struttura e sulle sue posizioni – specialmente su quelle economiche (che presentano ancora diversi punti deboli) e su quelle relative a euro e Unione Europea.

Syriza, inoltre, è riuscita a capitalizzare l’esperienza dei movimenti sociali sorti nelle proteste del 2011-2012 e a porsi come l'unico interlocutore credibile delle generazioni più giovani, le cui prospettive sono state fatte a pezzi dalla crisi economica. E la questione generazionale – in un paese in cui i partiti tradizionali sono delle specie di gerontocrazie che si rivolgono solo agli ultracinquantenni – giocherà un ruolo fondamentale in queste elezioni.

Più in generale, comunque, la Grecia che arriva a questo decisivo appuntamento elettorale è un paese radicalmente diverso da quello dell'ottobre del 2009, quando l’ex premier socialista George Papandreou comunicò al mondo intero la voragine nei conti pubblici e chiese il sostegno economico a Unione Europea e Fondo Monetario Internazionale per evitare la bancarotta.

Da allora è successo praticamente di tutto: le persone si sono riversate in piazza a più riprese per protestare contro le misure d’austerità, la polizia è diventata più violenta e non si è fatta troppi problemi a ricorrere alla tortura, partiti storici come il Pasok sono alle soglie dell'estinzione, dal caos e dalla povertà sono spuntati i neonazisti di Alba Dorata (che dopo gli arresti del settembre 2013 ora appaiono in difficoltà) e la Grecia è crollata in ogni tipo di classifica e stastistica.

Per fare qualche esempio: la libertà di stampa è precipitata al 99esimo posto, la corruzione non è affatto diminuita, la percentuale della popolazione a rischio di povertà o di esclusione sociale è salita dal 28.1% del 2008 al 35.7% del 2013 e quella della mancanza di accesso ai beni di prima necessità è aumentata dall'11.2% del 2008 al 20.3% nel 2013.

Anche i dati macroeconomici e sul mercato del lavoro – nonostante per un certo periodo dell'anno scorso la Grecia sia stata definita come una success story di ripresa economica – sono piuttosto eloquenti, e fotografano un paese che ha perso il 25% del Pil in meno di dieci anni e che ha il tasso di disoccupazione più alto d’Europa.

La Grecia, insomma, continua a rimanere l’epicentro della crisi politica e sociale europea nonché un punto d’osservazione privilegiato per cogliere in anticipo i cambiamenti del continente – nel bene e nel male.

Come ha scritto Paul Mason, uno dei più acuti osservatori della realtà greca, queste elezioni riguardano più piani e pongono diverse questioni. Il primo, naturalmente, è quello interno: un sistema politico dominato da logiche oligarchiche e clientelari riuscirà a tollerare un governo di “rottura”, oppure lo rigetterà come un trapianto d’organi che finisce male?

Il secondo è che il voto del 25 gennaio potrebbe segnare il cambio di passo delle nuove sinistre europee e la nascita di un nuovo soggetto politico. Il giornalista Joe Weisenthal l’ha definito “Tsiglesias” (gioco di parole tra Tsipras e il leader di Podemos Pablo Iglesias), scrivendo che questa unione potrebbe essere per l’eurozona qualcosa di simile a quello che è stato il “Merkozy” (Merkel-Sarkozy) di qualche anno fa.

Valigia Blu (in partnership con i giornali locali del gruppo Espresso) sarà ad Atene dal 22 al 28 gennaio per raccontare la trasformazione del paese in questi anni d’austerità, raccogliere le storie dei giovani greci e seguire sul campo le elezioni che possono cambiare il volto dell’Europa.

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