Glifosato e cancro: il dibattito scientifico sull’erbicida più usato al mondo

[Tempo di lettura stimato: 9 minuti]

Il glifosato è senz'altro l'erbicida più discusso del momento e da tempo è al centro dell'attenzione per i suoi possibili effetti sulla salute e sull'ambiente. Un dibattito molto acceso, che vede coinvolti enti regolatori, scienziati, agricoltori, aziende e ambientalisti. Il 15 marzo l’Agenzia europea per le sostanze chimiche (ECHA) ha concluso che il glifosato non è cancerogeno per l'uomo. Secondo la ECHA le attuali evidenze scientifiche non permettono di classificare questo composto tra quelli cancerogeni, mutageni o tossici per la riproduzione. L’8 febbraio scorso, invece, ha preso il via una raccolta di firme per chiedere alle istituzioni europee e agli Stati membri dell’Unione la sua messa al bando. L’iniziativa è promossa da una rete di associazioni in quindici paesi. In Italia, a sostegno della petizione, è stata fondata la coalizione StopGlifosato, che riunisce 45 sigle dell’area ambientalista, ma non solo.

L’obiettivo è raggiungere un milione di adesioni entro l’estate, prima che la Commissione Europea decida quali provvedimenti adottare sulla produzione e commercializzazione di questo composto. Il governo italiano, tramite i ministri Martina, Lorenzin e Galletti, ha già annunciato  la propria contrarietà a rinnovare l'autorizzazione all'uso del glifosato.

Come nasce il glifosato e il suo utilizzo

Il glifosato è oggi l’erbicida più utilizzato nel mondo. Si stima che nel 2014 ne siano state utilizzate quasi 826mila tonnellate a livello globale. È stato sintetizzato per la prima volta nel 1950, ma è nel 1970, vent’anni dopo, che un chimico della multinazionale dell’agrochimica Monsanto scopre la sua attività erbicida ad ampio spettro, che lo rende capace di eliminare decine di specie di piante infestanti che minacciano le colture agricole.

La Monsanto lo brevetta per questo impiego e nel 1974 inizia a venderlo con il nome commerciale di Roundup, con cui verrà poi conosciuto sul mercato per molto tempo. Nel 1996 la multinazionale introduce sul mercato le prime colture geneticamente modificate resistenti al glifosato, come la soia (note con il nome commerciale di Roundup Ready).

Da allora l’impiego del glifosato nel settore agricolo è aumentato di quasi 15 volte in tutto il mondo. La sua associazione al nome della Monsanto, e con la controversia che si è trascinata per molti anni sugli OGM, ha contribuito a creare una percezione negativa nei confronti di questo composto. Anche se è ormai dal 2000 che il brevetto della Monsanto è scaduto, e oggi il glifosato viene prodotto e commercializzato da decine di aziende in tutto il mondo. Viene usato per la lotta alle infestanti anche in colture non geneticamente modificate. Inoltre è da tempo impiegato non solo in agricoltura, ma anche per uso domestico. È infatti il principio attivo contenuto in diversi prodotti per giardinaggio.

È cancerogeno per l’uomo? Il dibattito scientifico al riguardo

Come per molti altri composti, anche il glifosato è stato chiamato in causa come responsabile dell’insorgenza di diverse malattie (non è mancato anche in questo caso l'autismo, anche se si tratta di tesi senza fondamento). Il parere dell'ECHA arriva dopo un confronto - quasi uno scontro - che ha coinvolto da una parte l’Agenzia Internazionale per la Ricerca sul Cancro (IARC) - un organismo che fa parte dell’Organizzazione Mondiale della Sanità (OMS) - e dall'altra l’Autorità Europea per la Sicurezza Alimentare (EFSA).

Nel 2015 la IARC ha deciso di classificare il glifosato tra gli agenti probabilmente cancerogeni per l’uomo.  È stato proprio in seguito all’intervento della IARC che, anche in Italia, è partita la campagna StopGlifosato. A novembre dello stesso anno l’EFSA ha pubblicato una nuova valutazione del glifosato nella quale, in contrasto con la conclusione della IARC, affermava che «è improbabile che il glifosato sia genotossico (cioè che danneggi il DNA) o che rappresenti una minaccia di cancro per l'uomo». A complicare il quadro dei pareri dei diversi organismi internazionali a maggio del 2016 è arrivato anche quello di un gruppo congiunto di esperti della FAO e dell’OMS, che, come l’EFSA, hanno stabilito che «è improbabile che il glifosato ponga un rischio cancerogeno per l’uomo».

Dal 1971 a oggi la IARC ha classificato più di 400 tra composti, miscele, agenti biologici, fisici. L’agenzia ha inserito il glifosato tra i probabilmente cancerogeni, perché gli studi hanno riscontrato, secondo questi esperti, una limitata evidenza di cancerogenicità nell’uomo e una evidenza sufficiente negli animali. Il dibattito sulla cancerogenicità del glifosato riguarda un tumore in particolare: il linfoma non-Hodgkin.

La IARC ha esaminato diversi tipi di studi: le ricerche epidemiologiche sull'esposizione umana al glifosato, gli studi sugli animali sperimentali e quelli sulle cellule coltivate in laboratorio. L’evidenza sufficiente di cancerogenicità negli animali (secondo l’agenzia, in particolare, per tumori al rene e un tumore chiamato emangiosarcoma), insieme alla evidenza limitata per l'uomo, giustificherebbe la definizione di probabile cancerogeno. Inoltre il glifosato, negli esperimenti di laboratorio, mostra di essere capace di modificare il DNA.

Secondo la definizione accettata sia dall’EFSA che dalla IARC si può parlare di evidenza limitata quando:

È stata osservata tra l’esposizione all’agente e il cancro una associazione positiva per la quale è considerata credibile una interpretazione causale, ma non si possono escludere con una ragionevole confidenza il caso, distorsioni o fattori confondenti»

E di evidenza sufficiente quando invece possono essere esclusi il caso, distorsioni e altri fattori confondenti. Le evidenze che emergono dagli studi seguono questi criteri? È proprio quello su cui la IARC e l’EFSA non concordano.

L’EFSA ritiene che dagli studi epidemiologici non emerga una chiara associazione tra il glifosato e il linfoma non-Hodgkin. Secondo l’organismo europeo una relazione statisticamente significativa è stata osservata solo in un piccolo numero di casi, che non permettono di stabilire se c’è davvero un rapporto causale. Per questo motivo si può parlare, per l’uomo, di una evidenza al massimo “molto limitata”. Inoltre secondo l’EFSA  - ed è questa una delle critiche principali rivolte alla IARC - se è vero che «alcuni studi indicano che determinati formulati a base di glifosato potrebbero essere genotossici [cioè capace di modificare il DNA ], altri studi che considerano solo il principio attivo glifosato non evidenziano tale effetto».

Potrebbero perciò esserci fattori confondenti, cioè sostanze diverse dal glifosato, ma contenute nelle formulazioni commerciali con cui il principio attivo viene usato. Peraltro, afferma l'ente europeo, fattori confondenti e distorsioni non possono essere esclusi nemmeno negli studi sull’uomo. Gli effetti cancerogeni osservati negli studi su animali potrebbero non essere reali anche perché sarebbero da mettere in relazione  non con un’azione specifica del glifosato, ma con le alte dosi di composto impiegate in questo tipo di esperimenti. La IARC perciò non avrebbe valutato correttamente la rilevanza biologica di ogni studio. Da qui, per l’EFSA, l’impossibilità di considerare anche solo “limitata” l’evidenza di cancerogenicità negli animali.

A queste osservazioni la IARC risponde che il rischio di insorgenza di tumori negli animali aumenta con la dose anche con il glifosato puro e a concentrazioni non tossiche. Ci sarebbe quindi un effetto biologico documentato. Questo permetterebbe di inserire il glifosato tra i cancerogeni probabili. In una lettera all’EFSA, firmata da circa un centinaio di scienziati di diversi paesi e che contiene numerose osservazioni critiche al lavoro svolto dall’ente europeo, gli autori scrivono che «quando la causalità è credibile, cioè quando c’è una evidenza limitata, emergono legittime preoccupazioni per la salute pubblica».

I due enti non concordano anche sul peso da assegnare ad alcune delle ricerche prese in esame. L’Agricultural Health Study, una ricerca svolta in Iowa e in North Carolina, uno dei principali studi prospettici sull’impatto dell’uso dei pesticidi tra gli agricoltori, non ha trovato una correlazione tra il glifosato e il linfoma non-Hodgkin. Gli esperti della IARC, tuttavia, nonostante lo considerino uno studio ampio e ben condotto, pensano che abbia alcuni limiti e che quindi non gli si debba assegnare un peso maggiore rispetto ad altre ricerche.

Il disaccordo, inoltre, ha riguardato anche la selezione dei dati. La IARC ha rivendicato la scelta di aver utilizzato, per l’analisi degli studi in laboratorio, soltanto ricerche pubblicate, quindi consultabili da tutti. Mentre l’EFSA ha fatto riferimento anche ad alcuni dati riservati, che erano contenuti in studi svolti dalle aziende produttrici. Di fronte alle richieste di alcuni scienziati e parlamentari europei, lo scorso dicembre L’EFSA ha reso pubbliche queste in informazioni (anche se alcuni pensano che non lo abbia fatto con la necessaria trasparenza).

Anche la IARC ha ricevuto alcune critiche. Paolo Boffetta, uno scienziato che ha collaborato con l'agenzia per 19 anni, ha affermato che il suo approccio qualche volta manca di rigore scientifico, perché i pareri che esprime possono basarsi sull’opinione di esperti che valutano le proprie stesse ricerche o quelle svolte da colleghi.

La differenza tra "pericolosità" e "rischio"

La disputa sui dati spiega però solo in parte perché i due organismi siano giunti a conclusioni diverse. La divergenza si deve anche al fatto che la IARC e l’EFSA non hanno cercato la risposta alla stessa domanda. Come nota Science, la IARC esamina la potenziale pericolosità di un composto, cioè in questo caso la sua capacità di per sé di causare il cancro, senza valutare però il rischio effettivo che questo accada. Enti regolatori come l’EFSA, invece, sono interessati anche a definire il rischio, cioè la probabilità che un composto possa effettivamente danneggiare la salute di chi è esposto.

Questa probabilità dipende dal tipo di esposizione (professionale o nella popolazione generale) e dalla sua intensità. Il rischio di sviluppare il linfoma non-Hodgkin riguarderebbe infatti gli agricoltori, la categoria più esposta ai pesticidi. Molti però esprimono timori anche per i consumatori, soprattutto per i possibili residui di glifosato (e in generale di pesticidi) sui prodotti agricoli e derivati.

Gli enti regolatori da tempo fissano la dose giornaliera ammissibile, un parametro che esprime la quantità di una sostanza che i consumatori possono assumere quotidianamente, per tutta la vita, senza causare un danno alla salute (per il glifosato questa è di 0,5 milligrammi per chilogrammo di peso corporeo).

Questo parametro costituisce un limite legale, non un limite di danno biologico. Cioè vengono stabiliti valori più bassi di quelli che comporterebbero un rischio per la salute, così da fissare una soglia di sicurezza. Un rapporto dell’EFSA afferma che il 97,4% dei campioni di alimenti (tra cui frutta, vegetali, carne, vino e latte) esaminati in Europa nel 2013, per tutti i pesticidi, presentava residui al di sotto dei valori di legge, e più del 54% non aveva tracce rilevabili.

Il Ministero della Salute, nel rapporto sui residui di prodotti fitosanitari negli alimenti, scrive che nel 2014 è risultato irregolare lo 0,5% della frutta e della verdura analizzata, in un campione di 5700 prodotti (più della metà è risultata priva di residui). Sottolinea anche che in Italia la percentuale di prodotti alimentari con limiti superiori alla legge è diminuita nel corso degli anni (era il 5,6% nel 1993) e che è inferiore a quella rilevata a livello europeo.

La percentuale di prodotti ortofrutticoli risultati irregolari in Italia e nell'Unione Europea dal 1993 al 2014 (Fonte: Ministero della Salute)

Per comprendere meglio la differenza tra pericolosità e rischio si può esaminare la classificazione dei cancerogeni della IARC, basata su un sistema che prevede cinque gruppi:

Nel gruppo 1 troviamo il fumo e l’alcol, cioè agenti per i quali la cancerogenicità nell’uomo è sufficientemente dimostrata. L’appartenenza a uno stesso gruppo indica quanto sia forte l’evidenza scientifica che una sostanza sia, di per sé, potenzialmente cancerogena, ma non quantifica il rischio che nella vita di tutti i giorni comporta il contatto con ciascuna di queste sostanze.

Nel 2015 aveva fatto scalpore la decisione della IARC di classificare le carni lavorate nel gruppo 1 e la carne rossa nel gruppo 2A (lo stesso dove oggi si trova il glifosato, e che comprende anche le sostanze prodotte durante la frittura ad alte temperature o l’esposizione professionale a certi prodotti usati dai parrucchieri). La stessa agenzia, in seguito, aveva chiarito come si dovesse intendere questa classificazione.

Tuttavia, a causa dell'allarme mediatico attorno alla carne rossa, c’è chi ha messo in evidenza sia la possibile ambiguità di questo tipo di classificazione sia, soprattutto, la difficoltà nel comunicare al pubblico come interpretarla correttamente. Come osserva il giornalista scientifico Ed Yong:

Due fattori di rischio potrebbero essere inseriti nella stessa categoria se uno triplica il rischio di cancro e l'altro lo aumenta di una piccola frazione. Potrebbero anche essere classificati in modo simile anche se uno provoca molti più  tipi di tumori dell’altro, se colpisce una fetta della popolazione maggiore, e se in realtà provoca più tumori

I due approcci però – valutazione del pericolo e del rischio – non sono contraddittori, ma complementari. Lo afferma il gruppo congiunto sui pesticidi della FAO e dell’OMS, che sul glifosato ha espresso un parere simile a quello dell’EFSA (attirando, da parte di alcuni, sospetti di conflitti di interesse). In sostanza, gli enti regolatori devono tenere conto di entrambi. Identificato un potenziale pericolo per la salute pubblica, in un secondo momento si deve valutare il livello di rischio associato.

L’impatto ambientale

La discussione sul glifosato ha riguardato anche il suo possibile impatto ambientale, soprattutto per la sua diffusione nelle acque. L'erbicida una volta nel suolo aderisce alle particelle del terreno (dove viene degradato dalle comunità microbiche) più fortemente di altri pesticidi. Perciò si ritiene che abbia una scarsa tendenza a migrare nelle acque sotteranee, dove si trovano le falde acquifere (sebbene il suo comportamento possa variare a seconda del tipo di suolo). Anche per questo motivo alcuni ritengono che il glifosato nel complesso abbia un profilo di tossicità ambientale inferiore rispetto ad altri pesticidi. Gli studi, in ogni caso, non sembrano fornire ancora evidenze conclusive, anche rispetto all'impatto sulla fauna del suolo. L'ECHA tuttavia, nel parere appena pubblicato, afferma anche che il glifosato ha effetti tossici a lungo termine sugli organismi acquatici.

L’ISPRA, nel rapporto sui pesticidi nelle acque , scrive che in Italia nel 2014 sono stati trovati pesticidi nel 63,9% dei punti monitorati nelle acque superficiali e nel 31,7% di quelli delle acque sotterranee. Nelle prime il 21,3% dei punti aveva concentrazioni superiori ai limiti di qualità ambientali, mentre nelle seconde questa percentuale era il 6,9. Nelle acque superficiali uno dei composti più presenti è risultato essere proprio il glifosato. In quelle sotterranee tra i pesticidi più diffusi c’era l’atrazina, un composto che in Italia è stato vietato già dal 1992, dopo diversi anni di controversie sul suo utilizzo. Il rapporto dell'Ispra delinea un quadro di contaminazione diffusa da pesticidi, che dimostra l'impatto ambientale del settore agricolo.

La “popolarità” che il glifosato ha guadagnato tra gli agricoltori si deve anche alla sua efficacia, che nella lotta alle infestanti ha permesso di ridurre l'uso di pratiche di lavorazione del terreno che causano la degradazione della sua sostanza organica e l’erosione del suolo. D’altra parte il suo ampio utilizzo ha portato alla selezione di piante infestanti resistenti (un problema che però non riguarda solo il glifosato, ma anche altri pesticidi).

Perché non è un tema solo scientifico

In ogni caso, è evidente che il disaccordo tra esperti ed enti, la mole di studi (non sempre riportati correttamente dai media) e di evidenze contrastanti non possa che provocare disorientamento. In questa situazione si rischia di dare un peso eccessivo alle conclusioni di singoli studi, anche poco credibili. Il manifesto della Coalizione StopGlifosato, per esempio, parla di una «forte correlazione con l’insorgenza della celiachia», riferendosi probabilmente a una pubblicazione del 2013 molto controversa, sia per le competenze dei suoi autori (tra cui una informatica) che per la rivista dove è stata riportata. Ad oggi non c'è alcuna prova che il glifosato abbia una qualche relazione con la celiachia.

La discussione però non riguarda solo un tema scientifico, ma ha a che vedere anche con la richiesta, da parte di cittadini e associazioni, di una maggiore trasparenza da parte degli organismi di controllo - che non sembrano sempre sufficientemente neutrali - e con gli interessi delle associazioni di categoria. L'EPA, l'agenzia americana per la protezione dell'ambiente, è finita sotto accusa dopo la divulgazione di uno scambio di mail tra alcuni suoi dipendenti e la Monsanto. Secondo quanto è emerso l'EPA, sulla vicenda del glifosato, non sarebbe stata abbastanza indipendente ma avrebbe anzi favorito gli interessi della multinazionale.

Ma qual è la “verità scientifica” sul glifosato? Come abbiamo visto si tratta di valutare, come per ogni sostanza, il pericolo e il rischio associati. Anche rispetto a possibili alternative. La risposta è complessa e si basa su concetti come probabilità e rischio, che per i non esperti sono tra i più difficili da interpretare. E questo rappresenta senz'altro anche una sfida per chi deve comunicare la scienza.

Segnala un errore
LINEE GUIDA AI COMMENTI