C-Star, la nave che vuole fermare i migranti e la strategia mediatica di Generazione Identitaria

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Nelle ultime settimane si è parlato della campagna Defend Europe di Generazione Identitaria, movimento nato in Francia inizialmente come organizzazione giovanile del gruppo di estrema destra Bloc identitaire e con ramificazioni in altri paesi europei. La missione consiste nel noleggio di una nave con la quale i militanti avevano dichiarato di voler partire dal porto di Catania alla volta del Mediterraneo con l’obiettivo di "fermare l'immigrazione massiva e il lavoro che le ONG stanno svolgendo".

Le modalità con cui dovrebbe essere messo in atto questo scopo non sono chiarissime, anche perché sul punto Generazione Identitaria ha fornito più versioni. La preoccupazione di alcuni gruppi e associazioni è che, al di là delle possibili violazioni di legge, la presenza di una nave dichiaratamente “anti migranti” possa intralciare le operazioni di salvataggio. La deputata del Partito democratico, Gea Schirò, ha presentato un'interrogazione parlamentare parlando di «derive politiche pericolose».

La campagna ha avuto una grossa risonanza sui media, specialmente internazionali. Una delle ragioni di questa copertura dipende dal fatto che Defend Europe si inserisce nel dibattito sulle accuse al lavoro delle ONG che prosegue da alcuni mesi. Dall’altro lato, l’organizzazione, attraverso la creazione di “proteste pensate per attirare l’attenzione dei media” e un uso sapiente dei social riesce a ritagliarsi uno spazio nei media mainstream.

Cos’è e da dove viene “Generazione Identitaria”

Generazione Identitaria è la branca italiana di Génération Identitaire, nata in Francia come organizzazione giovanile del gruppo di estrema destra Bloc identitaire (fondato nel 2003 in seguito allo scioglimento della formazione Unité Radicale dopo che uno dei suoi membri aveva tentato di assassinare il presidente Jacques Chirac) e poi divenuta autonoma nel 2012.

Guido Caldiron, giornalista e studioso delle destre, spiega in una recente intervista che il fenomeno degli identitari nasce in Francia «come evoluzione dei gruppi che cercano di raccogliere le aree giovanili della nuova ed estrema destra», con l’idea «di costruire sotto l’emblema di una presunta cultura identitaria» un movimento a valenza europea. Le direttrici, aggiunge, «sono il ‘no’ all’immigrazione e la denuncia di questo fenomeno come una sorta di complotto: è in questi ambienti che riecheggiano i temi non solo dell’invasione, ma anche della ‘sostituzione di popolo’, cioè l’idea che dietro i migranti ci sia in realtà un progetto di trasformazione etnica del vecchio continente».

Una delle teorie cui si ispira il movimento – che affonda le sue radici ideologiche nella nouvelle droite – è infatti quella della “sostituzione etnica” (o “grand remplacement”) dell'intellettuale francese di estrema destra Renaud Camus, secondo cui popolazioni originarie del Maghreb o dell’Africa starebbero soppiantando i francesi “di ceppo” (de souche).

Oltre a questo, spiega Caldiron, c’è la volontà di «rifarsi alle tradizioni identitarie dei popoli europei», compresa «l’attenzione alle piccole patrie, ai regionalismi, ai dialetti». Secondo Matteo Luca Andriola, autore del libro La Nuova destra in Europa, i militanti identitari possono infatti sentirsi “orgogliosamente nazionalisti e, allo stesso tempo, difendere la propria identità locale – regionale, provinciale e comunale – e l’identità continentale europea da ogni contaminazione, come l’americanismo e l’immigrazione extraeuropea”.

Nel video pubblicato su Youtube nel 2012 per il lancio del movimento, Génération Identitaire si definisce “la generazione della frattura etnica, del totale fallimento della coesistenza e del mescolamento forzato delle razze”. Il gruppo, conclude Andriola, “usa il web per indire manifestazioni, sit-in e picchetti contro l’immigrazione extraeuropea e islamica, a tutela dell’identità continentale (il ‘razzismo antibianco’) o contro gli omosessuali, grazie a Facebook, YouTube, […] Twitter e ai numerosi blog sparsi in tutta Europa”.

Secondo quanto riportato in un lungo reportage pubblicato su Libération, la strategia complessiva di Génération Identitaire è quella di conquistarsi spazi mascherandosi “dietro pretese culturali”, mentre il reale obiettivo sarebbe quello di “diffondere la paura dell’Islam e degli immigrati”. Lo stesso quotidiano francese scrive che sin in dalla sua nascita, prima come fronda giovanile del Bloc e poi come organizzazione autonoma, GI “si è fatta conoscere per le sue azioni dal forte impatto visivo”. Nel 2010 ha lanciato attraverso Facebook un aperitivo “salame e vino” contro “l’islamizzazione” del quartiere multietnico Goutte-d’Or di Parigi. Qualche anno prima ha organizzato la distribuzione di una “zuppa identitaria”, sempre a base di maiale, alle mense dei poveri. L’iniziativa ha scatenato diverse proteste perché definita “deliberatamente discriminatoria”.

Nel 2012 Génération Identitaire ha condotto la sua prima azione come movimento autonomo, occupando il cantiere di una moschea a Poitiers. Sul tetto dell’edificio è stato issato uno striscione recante il nome della formazione e la richiesta di un referendum riguardante “immigrazione e la costruzione di moschee in Francia”. Il riferimento simbolico dell’azione era alla battaglia di Poitiers nell’VIII secolo durante la quale l’esercito dei Franchi di Carlo Martello aveva sconfitto le truppe arabe. In un comunicato pubblicato sul suo sito, GI ha poi spiegato che, a causa dell’immigrazione, i francesi starebbero “scomparendo nell’indifferenza”, e che le persone possono riprendersi “da una crisi economica o da una guerra, ma non dalla sostituzione della propria popolazione nativa”.

A Lille, invece, nel 2014 sono state organizzate delle ronde “anti feccia” nella metropolitana. L’operazione è stata fortemente criticata da organizzazioni dei diritti umani, che hanno accusato Génération Identitaire di voler fare “esclusivamente propaganda” gettando un forte stigma su “stranieri, giovani e categorie socialmente svantaggiate”.

Per il giornalista di Libération Dominique Albertini, Génération ID ottiene “un certo successo” nel portare avanti “operazioni agit-prop e di lotta culturale”, che possono “spianare la strada” ai partiti di destra ed estrema destra. Ad esempio inserendo nel dibattito pubblico termini come “remigrazione” – sostanzialmente il ritorno di stranieri extraeuropei (e persino di europei di seconda o terza generazione) nel loro paese d’origine – come soluzione al fenomeno migratorio.

Dalla Francia il movimento si è poi allargato in Austria, Germania, Belgio e Italia. Per Caldiron «non è un fenomeno che ha grandi numeri; è però all’origine di una serie di campagne su questi temi che sembrano un po’ il pendant giovanile del circuito delle nuove destre parlamentari europee». Anche in questi paesi, così come in Francia, il tenore delle azioni portate avanti è stato il medesimo. In Austria Identitäre Bewegung Österreichs ha coperto con un burqa la statua dell’imperatrice Maria Teresa d’Asburgo, mentre in Germania ha srotolato uno striscione dalla porta di Brandeburgo, chiedendo la chiusura delle frontiere e distribuito volantini che avvertivano della crescente “islamizzazione” e di come i tedeschi stessero “diventando una minoranza” a causa dell’immigrazione.

In Italia il movimento è nato alla fine del 2012, da un gruppo di cinque ragazzi sui vent’anni. In un’intervista un attivista ha definito Generazione Identitaria «un movimento di resistenza etnica» che rappresenta «l’interesse e l’integrità degli italiani e degli europei in quanto popoli ovunque essi siano messi in pericolo da un’invasione straniera o da una minaccia interna». Lo scorso dicembre alcuni membri di GI hanno messo il burqa a una statua a Bergamo per “dimostrare cosa succederà alle nostre figlie e mogli, e alla nostra cultura, qualora si continui a perseverare nel non vedere come l’Islam agisce ed opera oggi nella nostra Europa e nelle nostre città”. A gennaio, invece, un gruppo di attivisti ha interrotto la conferenza “L’Italia sono anch’io” promossa dall’associazione culturale islamica di Borgosesia (in provincia di Vercelli), srotolando striscioni inneggianti alla “remigrazione”.

La campagna "Defend Europe" tra propaganda e contrattempi

Lo scorso 12 maggio una piccola imbarcazione con a bordo attivisti di Generazione Identitaria ha cercato di bloccare la partenza della nave Aquarius della ONG tedesca SOS Méditerranée dal porto di Catania, srotolando uno striscione rosso con la scritta “No way for human trafficking”.

L’azione, che è stata interrotta dopo pochi minuti dall’intervento della Guardia Costiera, è stata effettuata da tre militanti (un italiano e due austriaci) e Lauren Southern, una “giornalista-attivista” canadese con un grosso seguito online e riconducibile all’universo dell’Alt-Right statunitense.

Quest’ultima – in un successivo video realizzato insieme al responsabile di GI Austria, Martin Sellner – ha spiegato che l’azione al porto di Catania era parte di una campagna più grande chiamata Defend Europe. “Molte persone competenti denunciano la collaborazione tra ONG e i trafficanti di uomini, che attirano persone in mare, verso l’Europa. Eppure nessuno fa nulla”, si legge sul sito. Per questo motivo la missione “consiste nel noleggiare una nave e bloccare gli scafisti. Abbiamo già bloccato una nave con poco e dimostrato che è possibile farlo, basta volerlo”. A tal fine è stato organizzato un crowdfunding su PayPal per l’affitto dell’imbarcazione e dell’equipaggio, che in poco tempo ha raccolto diverse decine di migliaia di euro.

In un’intervista all’Ansa Lorenzo Fiato, portavoce di GI Italia, ha precisato di non voler «causare problemi alle persone quando vengono portate nei porti» ma «rallentare, seguire, disturbare, bloccare le navi delle ONG alla partenza». Alle accuse di voler ostacolare i soccorsi in mare, ha replicato che «sarebbe vero se bloccassimo le navi al rientro dei porti, mentre noi impediamo alle navi di salpare»; se non ci fossero quelle organizzazioni «ad occuparsi dei flussi sarebbero le autorità libiche».

Lauren Southern ha invece dichiarato a BuzzFeed News che il gruppo avrebbe comprato «imbarcazioni più grandi» in grado di «fermare i motori di barche più piccole che partono verso la Libia». «Nei prossimi mesi – ha aggiunto – manderemo sempre più equipaggi [nel Mediterraneo] e credo che saremo in grado di fermare queste navi dall’uscire dai porti, queste ONG».

Dopo le proteste e le polemiche scoppiate sui social soprattutto in Francia, a giugno PayPal ha tolto a Generazione Identitaria la possibilità di utilizzare il servizio di crowdfunding. Clément Galant, responsabile del gruppo di Lione, ha spiegato che parte dei fondi è stata recuperata prima del blocco – senza specificare l’importo esatto – e il resto è stato «restituito ai donatori». Dall’altro lato anche la banca francese Crédit Mutuel ha chiuso il loro conto corrente. Generazione Identitaria ha commentato dicendo che evidentemente la missione aveva «toccato un nervo scoperto» e ha lanciato un nuovo crowdfunding sulla piattaforma WeSearchr grazie al quale sono stati raggiunti finora circa 165 mila euro da oltre 2000 donatori (anonimi). La campagna di raccolta fondi, comunque, ha ricevuto sostegno da un variegato universo di destra ed estrema destra. David Duke, ex del Ku Klux Klan, ad esempio ha rilanciato su Twitter il crowdfunding.

Il 26 giugno Defend Europe ha dichiarato di aver affittato una nave con i soldi raccolti e di essere pronta a partire. La nave è un’imbarcazione di 40 metri che si chiama C-Star e batte bandiera di Gibuti, noleggiata «a un prezzo di favore» e «offerta» da un «privato cittadino britannico di cui non posso dare informazioni», ha spiegato Lorenzo Fiato in un’intervista al Fatto Quotidiano. L’armatore sarebbe una società con sede a Cardiff, rappresentata dallo svedese Sven Tomas Egerstrom. Quest’ultimo avrebbe dichiarato di essere a conoscenza degli scopi per cui è stata noleggiata la nave.

«ll nostro obiettivo sarà quello di contattare la Guardia Costiera libica e il governo libico in modo da sviluppare una collaborazione e lavorare con loro al fine di fermare l’immigrazione massiva e il lavoro che le ONG stanno svolgendo in maniera criminale nel Mar Mediterraneo», ha spiegato in un video il portavoce di GI, specificando rispetto alle dichiarazioni precedenti – che facevano riferimento a un blocco delle ONG in uscita dai porti – in cosa consisterebbe la loro operazione. «Quello che faremo – ha aggiunto – sarà tracciare il percorso delle ONG, seguirle e intervenire nel momento in cui loro commetteranno atti criminali. Il nostro lavoro renderà il Mar Mediterraneo un posto più sicuro. Noi faremo in modo di salvare delle vite ogni qualvolta che riceveremo un segnale di SOS e dopo di che le riporteremo in Libia anche grazie al lavoro che svolgeremo con la Guardia Costiera Libica». Intervistato da Quartz, Fiato ha però affermato che a bordo non ci saranno medici.

Il 16 luglio Defend Europe ha annunciato che la C-Star è partita da Gibuti. Avrebbe dovuto attraversare il Mediterraneo, passando per il Canale di Suez, e arrivare a Catania intorno al 21 luglio per far salire a bordo l'equipaggio (sono previsti dodici attivisti provenienti da Italia, Francia, Austria e Germania e un equipaggio di professionisti stipendiati) e poi ripartire verso la Libia. L’operazione, però, ha subito diversi e ripetuti ritardi e ad oggi non è ancora arrivata nel porto della città siciliana.

Nel frattempo i primi esponenti di Generazione sono arrivati nella città etnea assieme a Lauren Southern e Brittany Pettibone, una vlogger vicina agli ambienti dell’Alt-Right americana; entrambe hanno prodotto una grossa quantità di materiale social e video attorno alla campagna. In città è spuntata anche una giornalista del Mail Online, Katie Hopkins, la cui presenza ha provocato polemiche da parte di associazioni antirazziste inglesi a causa delle posizioni decisamente estreme sull’immigrazione. Durante la permanenza a Catania gli attivisti di Defend Europe sono stati intervistati da diverse testate internazionali. In un video della BBC girato a Catania i primi di luglio Fiato ha dichiarato che i migranti «si riproducono come conigli» e «stanno sostituendo la popolazione».

Il 20 luglio, poco prima del programmato arrivo in Sicilia, la C-Star è stata fermata dalle autorità egiziane nel Canale di Suez – dove, in effetti, risultava immobile da diversi giorni consultando il sito Marine Traffic. Secondoquanto riferito a Hope Not Hate da un dipendente dell’autorità del Canale, il fermo sarebbe stato operato per «questioni di sicurezza dovute a mancanza di documenti». Effettivamente, al 18 luglio, alla Capitaneria di Porto di Catania non era arrivata «ancora nessuna richiesta di approdo della C-Star».

Generazione Identitaria ha emesso un comunicato per contrastare questa ricostruzione, parlando di «fake news» messe in giro da «ONG e piccoli gruppi specializzati nell’immigrazione clandestina»: secondo gli attivisti, infatti, si sarebbe trattato esclusivamente di “normali formalità” di controllo all’imbocco del Canale. «A causa di questa pressione enorme, abbiamo ulteriori costi rispetto a quelli che ci aspettavamo e facciamo affidamento sul vostro supporto ora più che mai», hanno detto alcuni esponenti in un video, nel quale hanno annunciato l’arrivo della nave per la settimana del 24 luglio.

Gruppi antirazzisti catanesi hanno scritto una lettera aperta alle autorità nazionali e locali per chiedere di impedire alla nave di attraccare al porto e organizzato una manifestazione di protesta contro «un'operazione razzista alimentata da una propaganda falsa e tendenziosa, che non possiamo avallare con alcun tipo di supporto logistico o silenzio istituzionale». Anche il sindaco di Catania, Enzo Bianco, si è poi espresso sulla missione che «sembra avere l’unico scopo di alimentare conflitti da parte di chi ha interesse a spargere benzina sul fuoco. Su quel natante ci sono persone non gradite e non mancherò di chiedere alle Autorità di pubblica sicurezza di impedire per ragioni di ordine pubblico l’attracco nel nostro porto. Lo considero molto pericoloso».

La C-Star si è poi fermata di nuovo, stavolta a Cipro – con una deviazione rispetto alla rotta per Catania. Nel frattempo Lauren Southern ha dichiarato a BuzzFeed che gli attivisti di Defend Europe temono per la loro sicurezza, un rischio «creato dai media» che «potrebbero davvero far ammazzare un gruppo di ventenni».

Nel pomeriggio di mercoledì 26 luglio un’agenzia di stampa di Cipro ha riportato che la C-Star è stata fermata dalle autorità: l’equipaggio è stato evacuato al porto di Famagosta, nella zona turca dell’isola, e capitano e vice sono stati arrestati.

Secondo quanto riportato dal Fatto Quotidiano, “Faika Deniz Pasha, avvocato della Refugees Rights Association, unica organizzazione che si occupa dei migranti a Cipro Nord, i nove componenti europei dell’equipaggio sono stati arrestati in mattinata con l’accusa di aver contraffatto i documenti di venti cittadini cingalesi che erano a bordo con loro; cinque di questi, una volta a terra, avrebbero richiesto tutela internazionale e riferito alle autorità turco-cipriote di aver pagato per salire sulla nave”. I venti uomini dello Sri Lanka erano stati presentati ufficialmente come marinai in addestramento. I documenti forniti dall’equipaggio, però, secondo quanto scritto anche dal Guardian, si sarebbero rivelati essere falsi.

Defend Europe ha respinto anche questa ricostruzione dei fatti. Martin Sellner ha detto a BuzzFeed News che è la stessa cosa successa al Canale di Suez, dichiarando – senza spiegare ulteriormente – che si tratta di «false accuse che portano a repressione nei nostri confronti. La compagnia andrà in tribunale contro questo». Un comunicato della campagna spiega, inoltre, che lo stop sarebbe stato causato da una precisa manovra delle ONG, «pronte a qualsiasi cosa al fine di non permetterci di far luce sulla situazione nel Mediterraneo».

Nel pomeriggio di giovedì 27 luglio, la C-Star però ha ripreso a muoversi, ed è ripartita da Cipro. Secondo quanto riportato da Repubblica, il comandante, il proprietario e gli altri sette membri europei dell'equipaggio sono stati "rilasciati per insufficienza di prove".

Il 29 luglio movimenti e attivisti anti-razzisti catanesi hanno organizzato una manifestazione in mare contro l'approdo della C-Star. Il giorno dopo, con un video, i militanti di Generazione Identitaria hanno comunicato che la nave se n'era già andata e non sarebbe più approdata nel porto etneo. Lorenzo Fiato ha dichiarato che la missione avrebbe ricevuto «pressioni politiche» anche dal governo italiano che avrebbe «fatto di tutto per fermarli». Dall'altro lato, gli attivisti sarebbero stati «seguiti dalla polizia» per tutto il tempo. Per questo motivo, ha aggiunto Fiato, «abbiamo deciso che Catania non era più un porto sicuro». In un altro video caricato su Youtube, Lauren Southern e Brittany Pettibone hanno spiegato che i militanti di Generazione Identitaria hanno lasciato la Sicilia e raggiunto Cipro in aereo per imbarcarsi sulla C-Star.

Cosa può davvero fare l’operazione Defend Europe?

Nel caso riuscisse ad arrivare al largo delle acque territoriali libiche, l’intento concreto di Generazione Identitaria una volta in mare non è chiarissimo. Come fa notare Joe Mulhall, senior researcher del sito dell’organizzazione antirazzista Hope Not Hate, nei mesi scorsi gli attivisti di Generazione Identitaria hanno ripetuto più volte «che avrebbero bloccato le navi delle ONG. Sono stati piuttosto chiari su questo punto». Successivamente hanno cambiato versione «man mano che la stampa si è interessata a loro, e adesso dicono che monitoreranno le ONG» al largo delle coste libiche. Sul sito della missione e in dichiarazioni più recenti di attivisti di Defend Europe, inoltre, viene precisato che nel caso incontrassero barconi in difficoltà i migranti saranno tratti salvo.

L’avvocato Francesco Del Freo, esperto di Diritto del mare, ha spiegato a Valigia Blu che «effettuare o meno un soccorso non è una cosa discrezionale. Lo sancisce come obbligo sia il codice della navigazione, che le Convenzioni internazionali, partendo dalla più importante, la Convenzione ONU di Montego Bay del 1982 (conosciuta anche come UNCLOS), o la Convenzione internazionale per la salvaguardia della vita umana in mare, nota come SOLAS». Quest’ultima, aggiunge il legale, «fornisce degli obblighi anche di carattere consuetudinario per il quale il comandante della nave deve soccorrere il naufrago e mettere in piedi tutte le operazioni di Search and Rescue (SAR -  ricerca e salvataggio)».

Gianmarco Concas, ex ufficiale di marina e responsabile tecnico di Defend Europe, ha spiegato in un’intervista a Libero del 16 luglio che il diritto del mare sarà rispettato, per questo motivo effettueranno salvataggi di barche in pericolo, «ma chi viene soccorso deve essere portato nel porto più vicino, quindi in Libia o in Tunisia». Più volte, infatti, i militanti hanno ribadito di non voler sbarcare nessun migrante in Italia. Martin Sellner di Generazione Identitaria Austria aveva detto a BuzzFeed News che il piano sarebbe stato prendere le persone salvate a bordo e portarle nel porto tunisino di Sfax: «Se sono davvero in pericolo, perché dovrebbero protestare se li portiamo nel porto sicuro più vicino?».

L’avvocato Del Freo ha precisato che il concetto di porto sicuro «è regolato da un articolo della Convenzione SAR, e poi specificato ulteriormente da una circolare dell’International Maritime Organization (IMO, agenzia dell'ONU per la cooperazione marittima tra i paesi membri e la sicurezza della navigazione) che dice che il porto sicuro è dove vengono garantite le primarie necessità umane. Se la nave C-Star si trova in acque internazionali, intercetta un naufrago e lo salva, poi lo deve sbarcare per legge nel porto più vicino e sicuro».

Lo scorso 3 maggio – durante un’audizione al Comitato Schengen della Camera dei deputati – il contrammiraglio Nicola Carlone, del Corpo delle Capitanerie di Porto-Guardia Costiera italiana, aveva spiegato che la Libia ha ratificato la Convenzione SAR del 1979, ma fino ad oggi non ha dichiarato una propria area SAR di responsabilità, «né ha costituito una propria organizzazione SAR secondo i criteri fissati dalle norme internazionali». Anche la Tunisia ha ratificato la Convenzione, ma non ha provveduto «a dichiarare formalmente quale sia la loro specifica area di responsabilità SAR, per la quale si impegnano ad assicurare un'organizzazione in grado di garantire efficienti servizi». Carlone aveva a tal proposito ricordato che poco tempo fa per due volte Tunisi aveva rifiutato lo sbarco di migranti sul proprio territorio, dopo che l’MRCC (Italian Maritime Rescue Coordination Centre) di Roma ne aveva chiesto l’autorizzazione. A differenza dell’Italia, che ha una centrale operativa, «la Libia non ce l’ha. E non avendo né la Libia, né Malta un vero MRCC, non rimane che portarli nel porto più sicuro, che è l’Italia e nello specifico Catania o quello indicato dal Ministero degli Interni italiano», ha aggiunto Del Freo.

Quanto al riportarli indietro di concerto con la Guardia Costiera libica (punto su cui GI insiste molto) per l’avvocato sarebbe un’eventualità praticabile nel momento in cui ci fosse un accordo specifico – anche se attualmente esistono almeno due Guardie costiere nel paese nordafricano. In ogni caso, vanno valutate anche le circostanze concrete: «Se un naufragio avviene alle nove di mattina è un conto, alle tre di notte con mare forza sette non so chi possono trovare. Di solito si dice che ‘chi sta in mare naviga, chi è a terra giudica’. Si possono fare tutti i ragionamenti che vuoi, ma poi quando sei lì è diverso». «Al momento – continua l’avvocato – il porto sicuro non è quello libico. Quindi se vengono riportati lì potrebbe esserci una sanzione, che però potrà dire solo l’IMO». Del Freo ha poi precisato che «riportarli indietro, comunque, non è una cosa che si può fare in maniera spontanea. Anzi, di spontaneo non si può fare granché vicino le coste. La C-Star non può andare nelle acque libiche a meno che non ci sia un naufragio. A parte quell’ipotesi, il passaggio deve essere per legge inoffensivo, cioè continuo e rapido».

Secondo quanto spiegato a Valigia Blu da Fabio Caffio, ex ufficiale della Marina militare ed esperto di diritto internazionale marittimo, le attività che vuole svolgere Defend Europe «non sono chiarissime. Certo è che se la C-Star opererà in acque libiche, sarà sottoposta alla sovranità di Tripoli nel senso che dovrà conformarsi – in applicazione dei principi del Diritto del Mare – alle prescrizioni delle autorità locali. Se viceversa intenderà operare in acque internazionali dovrà applicare la regolamentazione del soccorso in mare operando sotto il coordinamento della competente autorità SAR». In sostanza, quindi, seguire le indicazioni dell’MRCC di Roma. Nel caso non lo facesse, potrebbe incorrere in sanzioni dell’IMO, «ma comunque deve portare i naufraghi da qualche altra parte, altrimenti diventa un reato più grosso, come il sequestro», ha precisato Del Freo.

Secondo l’avvocato quella della C-Star «alla fine sarà più un’operazione simbolica di osservazione. In concreto, a parte essere chiamati a salvare vite, possono fare poco al di là dell’osservare». Altri esperti, come l’avvocato specializzato in diritti dei migranti Fulvio Vassallo Paleologo, invece, sono preoccupati che la presenza in mare della nave C-Star possa comunque costituire un intralcio per operazioni delicate come i salvataggi.

“Generazione Identitaria” e la risonanza sui media

Nelle ultime settimane si sono occupati della campagna Defend Europe diverse testate internazionali tra cui Guardian,BBC,Al Jazeera,Vice News US,Quartz,New York Times, facendo guadagnare a Generazione Identitaria una grossa risonanza sui media – risonanza che, del resto, è cercata dallo stesso gruppo.

Come si legge in un articolo pubblicato nel 2013 su Mediapart, dal momento che i numeri dei militanti identitari non sono molto alti, “la comunicazione è molto elaborata. Per farsi conoscere, vengono privilegiate azioni […] con un forte potenziale mediatico. «Ci ispiriamo ai metodi di Greenpeace. Funziona abbastanza bene. Cominciamo a farci conoscere», si compiace il leader de Génération identitaire della Piccardia”. La strategia di comunicazione, prosegue Mediapart, “è basata sull’happening”, l’azione estemporanea.

Defend Europe – già dal lancio a maggio al porto di Catania –, gli striscioni rotolati dalla porta di Brandeburgo o dal tetto della moschea di Poitiers, si inseriscono perfettamente nel “metodo Greenpeace”. Le azioni, peraltro, sono sempre accompagnate da video molto curati che documentano gli sforzi, i pericoli superati e celebrano i risultati ottenuti.

Come ha ricostruito Vox, la maggior parte delle proteste “sono condotte in un modo tale da essere immediatamente e facilmente disseminate online” e per questo “i social media giocano un ruolo cruciale nel movimento Identitario”. La presenza di Lauren Southern risponde esattamente a questo scopo. “Tutto questo uso dei social media – prosegue l’articolo – ha un impatto: la sua portata ingrandisce quello che in realtà è un gruppo molto piccolo”. Allo stesso modo, “anche i media mainstream sono visti come un’opportunità per far circolare il loro messaggio. Questo fa sì che scrivere su di loro diventi molto complicato”. Caterina Froio, ricercatrice dell’Università di Oxford, ha detto al sito americano che «gli Identitari hanno da tempo creato delle proteste pensate per attirare l’attenzione dei media». A questo proposito, secondo Bernhard Weidinger, ricercatore al Documentation Center for Austrian Resistance, «i media mainstream hanno gonfiato questo fenomeno oltre le sue reali proporzioni». Una delle novità dei movimenti come GI è che «hanno una media policy che è “Parleremo con chiunque, in qualunque momento. E mostreremo le nostre facce e daremo i nostri nomi”», ha aggiunto lo studioso.

Il sito francese antifascista LaHorde ritiene che il successo mediatico delle operazioni di Génération Identitaire sia il frutto di “un sapiente mix tra provocazione e manipolazione dei fatti, con un solo obiettivo: far parlare di loro”. Questa strategia è stata messa a punto negli anni 2000, con la distribuzione della “zuppa identitaria” a base di maiale alle mense dei poveri. In un articolo di Liberation dedicato a una di queste iniziative, Guillaume Luyt, vicepresidente del Bloc Identitaire, spiegava che i militanti stavano «facendo questo per aiutare le persone. Ma siamo attivisti politici e lo scopo è anche quello di far parlare di noi».  In quelle occasioni, si legge su LaHorde, “qualche dozzina di pasti sono stati sicuramente serviti, e non per aiutare le persone in difficoltà: ma per permettere agli identitari parigini di ‘fare scena’ e di attirare i media in cerca di scandali”.

Una delle azioni più rappresentative di questo modo di agire è stata condotta nel 2010, anno in cui si era diffusa in Francia la moda di organizzare “aperitivi giganti” all’aperto via Facebook. A causa dell’elevato numero dei partecipanti, però, l’amministrazione aveva deciso di vietare questi eventi. Cercando di inserirsi in questo fenomeno, gli identitari avevano creato il profilo di una presunta abitante del 18esimo arrondissement (quartiere) di Parigi, una tale Sylvie François. A dire di quest’ultima, la zona di Goutte d’or sarebbe stata preda di una «islamizzazione sempre più ostentata». Per contrastarla era stato dunque creata una pagina su Facebook (che in poco tempo ha raggiunto 3500 iscritti) e lanciato un aperitivo a base di salame e vino per il 18 giugno 2010. Tuttavia, nessuno nel quartiere aveva mai visto questa Sylvie e infatti l’iniziativa era un’idea del Bloc Identitaire, che aveva anche chiesto le autorizzazioni alla prefettura. Come spiega LaHorde, il fine non era tanto quello di fare effettivamente l’aperitivo, quanto di farselo annullare e quindi “beneficiare della copertura mediatica”. Alla fine, la prefettura aveva vietato il raduno per ragioni di ordine pubblico e il Bloc Identitaire aveva revocato l’aperitivo e contestualmente organizzato un altro evento nei pressi degli Champs-Elysées, sfruttando la visibilità ottenuta. Ad avviso del sito francese, lo schema – su scala maggiore – potrebbe essere ripetuto con Defend Europe.

Anche i ricercatori di Hope Not Hate si sono espressi sul rischio che i media mainstream fungano sostanzialmente da megafono per il gruppo: “È certamente positivo che emittenti di primo piano come la BBC o ITV si stiano occupando di questo argomento importante, ma è fondamentale che non consegnino a Defend Europe un lasciapassare per dipingersi come mainstream e rispettabili quando sono tutt’altro”. Il pericolo, prosegue il post, è che “se non combattuta, Defend Europe possa rivelarsi un ‘colpo propagandistico’ per il movimento Identitario di estrema destra, che potrebbe usare questa missione per raccogliere fondi ed espandersi”.

In un reportage del New York Times, Lorenzo Fiato si è lamentato di dover avere a che fare ogni giorno con «orde di giornalisti» e di ricevere continue richieste da parte della stampa. Alla frustrazione del portavoce di Generazione Identitaria, Lara Montaperto, un’altra attivista, ha però risposto: «Abbiamo capito che i media ci sono utili, ci danno visibilità».

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