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Freelance, un modello di business possibile

di ChinaFiles

Grazie ad una domenica piovosa in Asia, su Twitter abbiamo vissuto una giornata di intensi scambi riguardo l'articolo di Francesca Borri, di cui si discute e si è discusso molto in questi giorni. All'interno di China Files, nella nostra mailing list e a voce, ci siamo confrontati parecchio sull'uscita della Borri e abbiamo per lo più condiviso il ventaglio di sensazioni che si sono sviluppate sul web. Chi empaticamente ha solidarizzato, chi ha notato alcune incongruenze, ecc. Tutti e tutte però ci siamo bene o male ritrovati su alcuni punti: la precarietà dei free lance e – occupandoci noi di esteri – la scarsa rilevanza che viene data a quanto accade nel mondo dalle redazioni dei media.

Ora, con questo intervento gentilmente ospitato da Valigia Blu, vogliamo provare ad andare oltre le critiche a chi ha “scoperchiato il vaso di Pandora”, ovvero Francesca Borri (di cui apprezzeremmo qualche risposta e la disponibilità a discutere sul web), tentando di focalizzarci su alcune problematiche e, nel nostro piccolo, offrire una soluzione, che chiaramente dipende da alcuni fattori imprescindibili. Avevamo già detto qualcosa qui, dopo l'uscita del libro di Alessandro Gazoia.

Partiamo, con ottimismo, dalla soluzione; poi in fondo avremo tempo di porre alcuni quesiti e considerazioni che per noi sono fondamentali.

A China Files produciamo materiale giornalistico dall'Asia, principalmente da Cina, India e Giappone. Siamo nati nel 2009, fondando l'agenzia China Files e abbiamo registrato una ltd ad Hong Kong. All'inizio sapevamo soltanto che non ci piaceva come la Cina veniva raccontata sui media italiani: storielle, stereotipi, superficialità spesso condite da errori grossolani (nomi, luoghi, eventi, storia), scopiazzature da giornali in lingua inglese, attribuzione indebita di presunti scoop. Abbiamo cominciato a produrre contenuti per alcuni media e piano piano abbiamo conquistato altro spazio, cercando di offrire una copertura il più possibile di qualità trovando un equilibrio tra esigenze giornalistiche ed onestà, ci viene da dire, accademica: quasi tutti, a China Files, arrivano infatti da un background orientalista, una preparazione culturale e linguistica che permette di interpretare e capire i posti che raccontiamo e viviamo con una cognizione di causa che a stento riconosciamo negli inviati speciali dei grandi giornali (con lodevoli eccezioni).

Chiaramente questo equilibrio è stato trovato, faticosamente, in anni di sperimentazione e lavoro sfiancante, critiche ed autocritiche (essendo in Cina...), ma subito ponendoci sul mercato, offrendo sia la “notizia”, sia – soprattutto – l'approfondimento, cercando di fare rendere al massimo la nostra presenza – da tempo - nei posti.

Ad un certo punto le richieste sono diventate tante e si è trattato di allargare la squadra da quei tre o quattro che eravamo. Solo che c'era un problema: come pagare le persone se un articolo sul web viene pagato 40, quando non 30 euro o quando per un reportage dal Giappone post Fukushima ti pagano 150 euro? Non si può, specie avendo un'azienda il cui capitale sociale è minimo, abbastanza giusto per aprirla (via skype da Pechino, peraltro, così abbiamo anche risparmiato il viaggio).

Le cose accadono anche per caso: una sera durante la festa della Comunità Europea a Pechino, ci siamo messi a chiacchierare con un ragazzo irlandese. Gli abbiamo spiegato cosa facevamo, quali erano i nostri obiettivi e ci siamo scambiati i biglietti da visita, un classico in Cina. Qualche giorno dopo quel ragazzo ci ha mandato una mail. Era il responsabile della comunicazione dell'Unione Europea. Ci mandò il bando per gestire la newsletter dell'Unione Europea in Cina, lo vincemmo e conquistammo il nostro primo margine, con cui prendemmo altre due persone a tempo pieno a scrivere articoli. Dopo sono arrivati i contratti per la gestione della comunicazione all'Expo di Shanghai nel 2010, l'ufficio stampa per la Beijing Design Week, alcune rassegne stampa per enti e istituzioni (dal cinese), servizi di clipping. Ben presto abbiamo diviso China Files in due: da un lato una redazione composta oggi da undici persone tra latino americani, italiani e cinesi, dall'altro una struttura di comunicazione e press office, che di fatto aiuta a finanziare la parte giornalistica.

Riassumendo: abbiamo in media una trentina d'anni, parliamo quasi tutti la lingua del posto dove viviamo – Cina, India, Giappone – e siamo versatili, conosciamo i social network e spaziamo dalle analisi economiche al pop, dalla cronaca alla copertura politica. Tutti pensiamo che l'Ordine dei Giornalisti vada abolito.

Ci siamo inventati un modello di business, che ad ora funziona. Non guadagniamo molto, abbiamo tutti uno stipendio che ci permette di vivere dignitosamente ma, sicuramente, non è sinonimo di stabilità, non è abbastanza “per mettere su famiglia”. Condividiamo i contatti (abbiamo dei ruoli naturalmente, ci sono dei soci dell'azienda, c'è un direttore, c'è la nostra caporedattrice che organizza il lavoro e le proposte ai media ad es) e piano piano ci siamo allargati. Non solo Cina, ma Asia, non solo articoli, ma anche audio e video reportage (per la Rai e la televisione nazionale colombiana). E ultimamente stiamo producendo in collaborazione con Il Manifesto una rivista per iPad – gratis – sull'Asia. La prima nel suo genere.

Ovviamente non si tratta solo di fare il giornalista. Chi scrive ha giornate in cui ogni ora cambia frame: ricerca per un articolo, telefonate per interviste, visionare un contratto, un'offerta, incontrare un potenziale cliente, mandare o rispondere una mail ecc. ma è l'unica soluzione che abbiamo trovato. Questo naturalmente, dal nostro punto di vista, è possibile perché siamo e ci occupiamo di un'area su cui c'è interesse economico (meno mediatico) e perché riteniamo che la qualità alla fine paghi, che il lettore preferisca leggere un articolo ben fatto ed interessante che gli spieghi cose che non sapeva, lo aiuti a capire dove sta andando il mondo, lo arricchisca e lo rispetti.

Questa è la nostra storia e, fino ad oggi, è stato un esperimento che funziona e ci sentiamo di proporre.

Ma nel mercato all'interno del quale ci muoviamo rimangono delle problematiche serie che il pezzo di Borri ha avuto il merito di far emergere con forza, grazie ad una scrittura – opinabile ma efficace – in grado di coinvolgere e riconsegnare ai lettori una questione “pop”, nel senso stretto del termine, più che un pippone da addetti ai lavori.

Discutendo online qualcuno diceva che il problema è la crisi, non ci sono soldi e bisogna tagliare. Non siamo d'accordo: i soldi sono pochi, è vero, ma è critica la scelta che si fa a priori quando si investono quei soldi, quando si decide di tagliare sui compensi ai freelance – individui evidentemente sprovvisti di apparato digerente, che possono permettersi di non mangiare in attesa che i miseri pagamenti, quando ci sono, vengano processati non prima di tre o sei mesi – ma non rivedendo politiche di sprechi imbarazzanti, pagando migliaia di euro al mese corrispondenti scadenti responsabili di un'immaginario collettivo dell'Asia, in Italia, largamente stereotipato, in controtendenza col resto dell'Europa.

Sia ben chiaro: non è un discorso di grilliniana memoria da “leviamo le auto blu”. Ben vengano stipendi consistenti, ma a fronte di un controllo qualità stringente, dove vengano premiate le competenze e non le anzianità e dove gli scopiazzatori, una volta denunciati, vengano messi alla porta.

Quindi il problema, anzi le domande che poniamo sono queste: come vengono prese le decisioni nei giornali? Si pensa al lettore o ad altro? Perché c'è così poco interesse – dal nostro punto di vista – nei confronti degli esteri? Perché non si osa, provando anche ad affidarsi a un pool di giornalisti che anziché l'unico corrispondente – se non si ha la forza di mandarne una quindicina come il NYT, il Guardian, Bloomberg, FT e udite udite i media danesi...– sono in grado di coprire intere aree, una volta constata la competenza? Questo favorirebbe anche la nascita di aziende, associazioni, collettivi di freelance che potrebbero mettersi insieme, non fare dumping individuale, perché ci sarebbe una responsabilità collettiva e produrre soprattutto molto di più, (anche con la caotica e insulsa linea di mettere 850 articoli al giorno sul sito?).

Aggiungiamo un ulteriore elemento: si dice sempre che i lettori non siano interessati a ciò che succede fuori dall'Italia. Ma gli "altri mondi" sono importanti, e sempre di più. Sono importanti per trovare nuovi modelli per una politica ormai incapace di fare piani a lungo termine. Sono importanti ancora di più in questo momento storico in cui gli equilibri mondiali scricchiolano e le egemonie e le alleanze non torneranno ad essere quelle a cui siamo abituati. Sono importanti per le aziende grandi e ancora di più per quelle piccole che cercano nuovi mercati a cui vendere i loro prodotti. Sono importanti per studenti e professori che possono allargare il loro sguardo oltre confine e capire se ci sono università più interessate alle loro ricerche. Informarsi è anche una maniera per spendere meglio i propri soldi e per ottimizzare le proprie energie. E se il modello di business dell'informazione è in crisi, bisogna trovarne un altro. La questione non si risolve concentrandosi sui fatti di casa propria, anche se coprirli costa di meno.

Gli “esteri” sono ormai la base per capire i mercati e la società in cui viviamo. Dall'apertura di un hub finanziario a Shanghai alle proteste che infiammano Brasile, Egitto e Tunisia. Dalle guerre in Medio Oriente alla diplomazia dell'Artico e allo spionaggio informatico. Tutto ci fa pensare che il mondo sta cambiando. Noi continuiamo a guardarci l'ombelico, ma se ci perdiamo il racconto di un mondo che cambia, sarà difficile trovare uno spazio dignitoso quando i giochi si fermeranno nuovamente. È più difficile e faticoso, bisogna essere attenti ai dettagli e poi mettere insieme i pezzi del puzzle. Una dichiarazione di Li Keqiang (chi è?) non dà la stessa soddisfazione dell'ultima uscita di Beppe Grillo. Ma è infinitamente più importante. Se i lettori non sono interessati a leggere le pagine degli esteri significa che in quelle pagine tutto questo non è spiegato (e di chi è la colpa?). E questo è un'ulteriore crepa che si apre sul futuro dell'Italia.

C'è un problema che è giusto definire sistemico: l'informazione sta cambiando, i lettori stanno cambiando, e chi tiene le redini del mercato – a nostro avviso – non è ancora riuscito a reinventarsi, a rimodellarsi basandosi su tempi e modi di fare giornalismo completamente rivoluzionati dalla tecnologia. I tempi del freelance che vive del suo lavoro sono finiti, schiacciati dalla bulimia dell'informazione in Italia e dalla gara al ribasso nel mercato delle notizie. L'ha spiegato splendidamente Valentina Avon, in un intervento ospitato dal blog di Massimo Mantellini, dove si legge: “Al di là di motivazioni e argomenti, sicuramente discutibili, della freelance Borri, che gli editori, anche e soprattutto di rango, paghino un piatto di ceci resta un fatto. Che tu sia a Aleppo o a Trebaseleghe conta poco, come conta poco molto altro (quanto hai speso per fare il pezzo interessa a nessuno). Non è un reato, ma neanche una cosa bella. Quando il discorso si sposta su questa china, parte il ritornello del libero mercato. E va bene. Ma libero mercato non vuol dire che tu paghi dei Cartier come fossero Swatch. Vuol dire che in giro ci saranno solo Swatch.”

È questione di scelte: decidere di far fare un copia e incolla a uno stagista interno –  gratis -  piuttosto che pagare il giusto e affidarsi a un freelance competente; rifiutare proposte di pezzi di freelance perché “alla gente non interessa”, pezzi che poi diventano virali pubblicati – gratis – su blog indipendenti (macroscopico l'esempio del caso due marò, pubblicato sul blog dei Wu Ming, Giap o, recentemente, le pubblicità in tv di WeChat Italia, dove Messi promuove un client per social network cinese che da China Files proponemmo ai media italiani mesi e mesi fa, sentendoci rispondere “è troppo cinese”; come se Twitter, all'epoca, fosse stato bollato come “troppo americano”); affidarsi quasi completamente alla riformulazione di articoli pubblicati su testate anglosassoni, in Italia – erroneamente, specialmente sull'Asia – sinonimo di infallibilità, al posto che dare fiducia a un freelance italiano che non solo sta sul campo, ma conosce anche i lettori italiani ai quali si rivolge.

A China Files ci siamo messi insieme sviluppando un modello ibrido, producendo a prezzi da orologi di plastica dei fustini Dash una serie di contenuti Swatch e, sempre più spesso, anche qualche Cartier. Questa la nostra soluzione sul medio termine, in attesa che – tutti insieme – ripensiamo e cambiamo il mercato che alimentiamo ogni giorno: l'informazione italiana.

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