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Freelance e guerra: una conversazione (un po’ animata) fra amici

  • Marco: Arianna tu l'avevi vista 'sta storia "twisted reality of an Italian freelancer in Syria"? Che dici?
  • Arianna: L'ho letto, non mi è piaciuto. Ci ho trovato molto vittimismo e molto esibizionismo. Un pezzo pieno di retorica insopportabile. Condivido uno dei commenti:
    "Cara Francesca, Inizialmente il tuo pezzo mi è piaciuto, ma riflettendoci con più attenzione, ho visto in esso molto egocentrismo e voglia di creare del sensazionalismo mischiato a del vittimismo.È molto duro il tuo lavoro, e questo senza ombra di dubbio. Tuttavia, come conferma anche un altro freelance, non penso fosse la tua unica possibilità di lavoro. Anche perché in un altra intervista dichiari di 'seguire le storie che ti incuriosiscono'... È ammirevole che tu abbia scelto questa strada per cercare giustizia e dare voce a chi non ce l'ha. E per questo ti stimo molto. Tuttavia mi pongo una domanda sull'etica. Tu, come Alessio Romenzi, che menzioni, in un certo senso 'usate' la sofferenza estrema di altre persone come opportunità di carriera. Perché è poi a voi che va la notorietà. Esempio Romenzi: che ha pubblicato tante fotografie sul Time e vinto il World Press Photo con le fotografie sulla Siria; e tu: che stai partecipando al 2013 Kurt Schork Award, grazie anche alla notorietà di Stanley Greene. Non so, nelle tue parole mi sembra ci sia un'ostentazione di una purezza e di un vittimismo opinabili. Nel senso che il tuo lavoro è una scelta, di una donna occidentale istruita, che ha avuto la possibilità di studiare e ha scelto un lavoro piuttosto che altro. Con condizioni difficili, certamente. E poi l'ultima frase: 'voi che avete tutto, vivete la vita senza paura'- un pò banale. La sofferenza la prova anche chi 'ha tutto'; come te ad esempio, che hai tutto e scegli di stare in Siria".
    E anche questo:
    "This is pathetic journalism. Journalism is INFORMATION, NOT glamorising your narratives to show off about your bravery. It is exactly for people that want to pass for heroes like you with their way of writing - and as though they were gifted with humanitarianism unlike the others that do not leave for hell and simply lead a normal life - that wars turn into cash producers and market machine. Greetings from Gaza, where you would have so much to show off to your western companions".
  • Marco: Grazie per l'opinione. Anche a me la posizione di lei aveva lasciato perplesso, per motivi simili a quelli dei commenti che hai segnalato. Sull'altra parte del "problema" invece, cioè su un quotidiano nazionale e tutto sommato di "prima fascia", non la gazzetta di Gualdo Tadino, che paga 70 $ un pezzo da una zona di guerra, che dici?
  • Arianna: Mi piacerebbe capire perché non dice il nome del giornale. Poi sul fatto che i freelance sono sottopagati si sa. Se la cosa non ti sta bene, non accetti. Tra l'altro alcuni nei commenti si lamentano del fatto che proprio perché ci sono persone che accettano questo che il mercato dei freelance si sta distruggendo.
  • Marco: Non lo so neanch'io perché non lo dice, forse perché è facilissimo scoprirlo. Quanto ai "cani sciolti senza contratto fisso che distruggono il mercato" quello è proprio un fatto storico. Però vederlo anche in quel particolare lavoro... boh.
  • Arianna: Non regge manco come denuncia precariato o sfruttamento del freelance. Leggi quest'altro commento:
    "Dear Francesca, did you ever thought that if editors and colleagues do not respect you is because you are accepting to pay your trips, lodging, 250 US$ a day for a car and to publish almost for free? This is not a job for you and this is not fair competition as it is obvious that who has to make his/her living from journalism cannot compete with you. You are complaining about people like Beatriz who are not fair competitors but are you a fair competitor to them? To accept to travel to Syria on your own expenses and to be paid for a piece 5 times less that what you are spending a day it's not fair competion! If for you can stay in Syria spending more money than for a luxury vacation and working almost for free, lucky you, but it will be more fair to write for a personal blog (so you can also write what you really want to) ... do you understand that if professinal journalism is almost dead it's because of people like you?"
  • Fabio Mangiafico: io un po' di dubbi e quesiti sull'articolo ce li ho, li ho pubblicati qui: Lo strano caso di Francesca, Italian freelancer in Syria.
  • Anna Masera: Cara Arianna, come sai io invece ho scelto di pubblicare su Voci Globali il blog su La Stampa il pezzo di Francesca Borri tradotto (chiedendo permesso a Columbia Journalism Review visto che l'hanno pagata loro, prima che lei si decidesse a darci la sua versione originale in italiano)... Francesca Borri, 33 anni e ha già fatto un sacco di cose, mi sembra... Non la conoscevo ma da quel che so si è tenuta fuori dall'Italietta e ha voluto scrivere storie scomodandosi e andando nei posti... Sarà anche cresciuta nella bambagia, ma ha fatto scelte difficili, scomode, coraggiose, andando sui fronti di guerra per raccontare cosa succede lì, per cui ho massimo rispetto e ammirazione e non capisco questi processi al messaggero (vedi anche Snowden): mi sembra più importante il messaggio!
  • Vincenzo Marino: A un certo punto qualcuno farà un post così bello e strappalacrime e intimo e tenero per sbugiardare la Borri e parlare dei VERI problemi di giornalismo e donne e giovani e precari che tutti metteranno sul trono questo nuovo ipotetico autore al posto della Borri e riparte la parata. E poi ne arriva un altro. Eccetera (beato il popolo che non ha bisogno di Borri).
  • Anna: Ma "sbugiardare" perchè? che bisogno c'è? Non hai di meglio da fare?
  • Fabio: Beh, per carità, certo. Io per esempio sto preparando un bel polpettone di tonno. Come dire, c'è sempre di meglio di fare che leggere un post. Detto questo, chi lo pubblica accetta che venga letto e, nel caso, sbugiardato. O no? Poi, chiedo scusa, ma Snowden mi sembra una figura un filo diversa, ecco.
  • Vincenzo: Il bisogno di 'sbugiardare' si crea nel momento in cui in questa continua competizione fra straccioni chiunque può farsi sedurre dalla possibilità di mettersi in vetrina e godersi la sua settimana di gloria (la maggior parte delle volte senza alcun beneficio di tipo economico).
  • Arianna: Eccomi, allora Anna ti rispondo un po' in realtà riassumendo quello che ho già detto, e sottolineando nuovamente che avrei preferito tacere su questo post ma se mi si chiede parere sento di dover rispondere:
    1. Quando ho visto per la prima volta su zite segnalato questo articolo di CJR devo dire sono rimasta abbastanza perplessa, l'ho trovato un pezzo mediocre, confuso, non si capiva bene il punto e c'era un ego grande come una casa che soffocava eventuali spunti interessanti (la mail sulla spa, la parte finale 'avete tutto'... mah). Così ho deciso di non condividerlo a partire dagli account di International Journalism Festival.
    2. Vogliamo parlare della questione freelance? Bene. È più importante il messaggio? Benissimo. Allora l'articolo è tutto sbagliato, è impostato malissimo. E ci si impegna più a seguire lei che il contenuto.
    3. Molti aspetti del racconto non li ho trovati credibili (qui in dettaglio un articolo approfondito di Cristiano Tinazzi). Tra l'altro in territori di guerra dove ormai i giornalisti sono bersagli, i più avveduti cercano di mimetizzarsi non indossano elmetti e giubbottini con la scritta press... Ci sono poi diverse incongruenze. A parte la Bosnia che non s'è capito cosa è successo nel 2003, ma quando è stata ferita possibile che nessuno qui in Italia ne abbia parlato? Una giornalista freelance italiana viene ferita in un territorio di guerra, in Siria, e nessuno lo sa?
    4. Vogliamo parlare di freelance e reporter di guerra in maniera seria? Evitando io ipertrofici, retoriche insopportabili e fuffissimi vittimismi? Preferisco (e consiglio) questo articolo pubblicato su GQ Shooting the messenger: Ed Caesar on the end of war reporters & journalism .
    5. Infine la penso un po' come Matteo Bordone : tu sei freelance, vai sul campo a tue spese e cerchi di proporre e piazzare sul mercato editoriale i tuoi reportage. E purtroppo non riesci ad ottenere più di 70 euro. Quindi? Di chi sarebbe la colpa o la responsabilità? Non ti vogliono pagare di più. Si chiama mercato, abuserei della formula e ti direi: è il mercato, bellezza. Perché un giornale deve sentirsi obbligato a pagare di più i suoi reportage? Non capisco. E la penso un po' come Daniele Ranieri che a chi chiedeva un suo parere sulla vicenda ha risposto su twitter:

  • Andrea Iannuzzi: Ecco, non entro nel merito della polemica, ma in effetti la "gambizzazione" ("I was shot in the knee" leggo testualmente) avrebbe dovuto fare un minimo di notizia. A meno che la notizia non mi sia sfuggita, nel qual caso chiedo scusa preventivamente.
  • Anna: Bravo Andrea nel dubbio meglio non mettersi in cattedra, e lo farei senza faccine ironiche, non mi sembra che tra di noi ci sia chi può permettersi di alzare ditini: riflessioni si, quelle benvengano sempre. Poi nel merito (il giubbotto Press l'ho visto in una foto addosso anche alla nostra Francesca Paci a Gaza, non so Arianna perchè dici che non vada messo...) adesso non entro ma lo farò appena possibile perchè a questo punto voglio approfondire, grazie...
  • Arianna: Ecco uno dei motivi per cui non sono intervenuta sulla vicenda, la prima cosa che viene in mente è ditino alzato. Ma dio santissimo si può avere un parere critico e non allineato senza dover passare per quella col ditino alzato? Poi sulla questione giubbotto l'ho spiegato e lo spiega anche l'articolo che ho postato, purtroppo le cose sono cambiate e ora i giornalisti sono veri e propri bersagli... Non dico che non vada messo in generale, ma ci sono situazioni come in Siria in cui corri paradossalmente in quel modo più pericoli.
  • Andrea: Hai ragione Anna. Purtroppo altre vicende (e la nostra deontologia) ci obbligano a sollevare dubbi, specie in presenza di denunce pubbliche che chiedono di essere diffuse e ascoltate per la gravità di ciò che denunciano. Se questa giovane collega è stata ferita sul campo e non ci siamo occupati di lei (ripeto, se) la questione è ancora più grave.
  • Anna: Scusa Arianna sul ditino alzato ultimamente sono fissata perchè lo vedo ovunque spesso senza senso non mi riferivo a te nello specifico. grazie per avermi risposto e ne voglio tenere conto per approfondire. Volevo solo dirti che la mia prima reazione al pezzo di una giovane donna freelance in Siria non è di critica, ma di rispetto, tutto qui.
  • Fabio: Una delle cose sgradevoli di quell'articolo è che per il modo emotivo/ricattatorio con cui è costruito, diventa difficile criticarlo senza passare per cattivoni. Ma, ripeto, è un problema di chi lo ha scritto, non di chi lo critica. E, come volevasi dimostrare, si finisce per parlare della persona e non della storia che racconta.
  • Arianna: Ma la storia sarebbe? I 70 euro ad articolo? E quindi?
  • Raffaella Menichini Bentson: Molto d'accordo con Fabio Mangiafico, trovo il pezzo costruito in modo ricattatorio e poco trasparente. Mi ha lasciato un'impressione di scarsa credibilità e supponenza. Non conosco la borri se non per quello che lei racconta - a ogni pie sospinto - di se stessa. Probabilmente sarà bravissima, davvero per lei e chi la fa scrivere lo spero. Certo però l'auto celebrazione unita alla denigrazione degli altri - tutti gli altri - non mi ispira fiducia. Ho pero letto due pezzi per il fatto (a proposito di che giornale parla? accuse cosi pesanti se anonime per me sono nulle, se insinuano senza lasciar possibilita di difesa sono calunniose), ho avuto l'impressione che lo stile bang bang e splatter sia nelle sue corde forse più che in quelle del suo odiato editor. Essendo io stata reporter di guerra in Bosnia (e la borri aveva 13 anni, dubito le schizzassero pezzi di cervello in faccia, a proposito di splatter) - per un giornale che non solo non poteva permettersi un'assicurazione ma che mi fece comprare il giubbotto antiproiettile di seconda mano, che ovviamente era di cartone e io non lo misi mai, anche perché mi vergognavo di indossarlo in mezzo alla gente a Sarajevo - ed essendo passata ora dalla parte dei famigerati editor, posso dire che non commissionerei mai pezzi da luoghi così delicati a freelance che non conoscessi già per altre vie, e in generale in situazioni a rischio non prenderei mai questa responsabilità (e no, non è vero che in Siria ci sono solo i freelance). Comunque ci sono degli standard sotto cui per pezzi di un certo peso non si puo scendere. Bottom line, ci deve essere un accordo chiaro tra le parti, nessuno può costringerti a lavorare per 70 dollari in quelle condizioni. Se lo fai, secondo me, a parte danneggiare gli altri, indichi di essere spinto da motivazioni che hanno poco a che fare con il giornalismo di servizio e più con l'esibizionismo e la ricerca di adrenalina. Insomma quando in un pezzo comincio a vedere la prima persona ovunque e corse sotto il tiro dei cecchini per me ha già perso interesse. Il resto - i colleghi stronzi, le cene dove sei l'invitato più figo, la mamma che cerca il figlio arruolato in al qaeda (che mi ricorda tanto la storia del giovane genovese morto in Siria, sua mamma lo cercava davvero), i Radiohead, mi sembra letteratura un po' scarsa.
  • Giuseppe Smorto: E comunque, in questo caso, il ditino alzato non c'entra. È un pezzo che mi ha fatto venire un centinaio di dubbi, e spero con tutto il cuore di sbagliarmi.
  • Alex: Ho letto l'articolo qualche giorno fa e ammetto di non avergli dato tutta l'importanza che invece gli hanno dato altri colleghi. Quando l'ho visto ho pensato: "vabbeh sta scrivendo di aver scoperto l'acqua calda". Tutti sanno che noi freelance in aree di crisi veniamo pagati poco (sì, più o meno 70$ ad articolo, dipende dalla lunghezza e dal tipo di articolo), quindi dal mio punto di vista le possibilità sono tre:
    a. lo ha scoperto solo adesso, ma non mi pare... Visto che scrive di essere stata in numerose aree di crisi oltre alla Siria;
    b. si è sentita sola e abbandonata e quindi ha scritto il post seguendo il flusso delle proprie emozioni in un momento di particolare tristezza o depressione o pericolo;
    c. voleva mettersi in evidenza, e allora in questo caso non sarebbe diversa da tutti quelli che sfruttano i disgraziati che vivono la guerra per raccontare se stessi o vincere premi e notorietà e non per raccontare "chi non ha voce". Quindi la sua denuncia mi pare assai debole.
    Anche lo stile di scrittura mi ha spiazzato. Non trovo il punto centrale del discorso. È come se mettesse tutto sullo stesso livello: la guerra, la disperazione di chi non ha voce, la musica del gruppo rock, i freelance pagati poco, il cinismo dei capiservizio dei giornali, l'amica e la tessera per la sauna...
    Fa bene a denunciare ancora una volta il fatto che i giornalisti in aree di crisi sono sottopagati rispetto al rischio che corrono, ma è anche vero che è stata lei a voler partire per la Siria mettendo a repentaglio la propria vita e accettando i 70$ ad articolo. Quindi credo che lei stessa sia parte del fenomeno che ha tentato di denunciare.
    Alla fine sono scelte personali e lei ha deciso di rischiare e farsi sottopagare per "dare voce a chi non ha voce". Potrò sembrare cinico e codardo ma non me la sento di andare in Siria e mettere a repentaglio la mia vita per 70$ a pezzo. Quando sono stato al confine siriano per visitare i campi profughi e ad Antiochia ho incontrato Susan, Elio e Andrea (Ricucci ancora doveva arrivare) due giorni prima del loro rapimento, beh ho avuto una voglia ENORME di attraversare quel confine, ma alla fine ho fatto la mia scelta, evitando accuratamente di rischiare la pelle per 70$ - anche per via dei timbri israeliani sul mio passaporto, assai pericolosi in caso di rapimento. Quando avevo 18-19 anni e facevo il cameriere in un ristorante di Sydney, i 70$ di Francesca li guadagnavo in poche ore e mi divertivo pure. Da 3 anni sono a Gerusalemme e accetto quei 70$ perché non rischio la vita/il rapimento e perché scrivo quando l'altro lavoro e l'università me lo permettono. Quindi ci sta. Tuttavia, se rischio una pallottola in fronte NON POSSO/NON DEVO permettermi di accettare gli stessi soldi di quando scrivo da Gerusalemme o di quando da adolescente giocavo a fare il cameriere.
    Mettendo la filosofia da parte, dal punto di vista economico Francesca per me è un piccolo ingranaggio di quel meccanismo che mantiene stipendi da fame. Sul resto non posso giudicarla perché non la conosco, ignoro la sua storia e i motivi che l'hanno spinta a fare quella scelta.
  • Luca Sofri: Per quel che vale ho scritto qui alcune impressioni sull'articolo. Ho riportato una parte delle mail che ho scambiato con l'autrice Francesca Borri, eccola:
    È un discorso lungo, ma da quando improvvisamente da freelance privilegiato e domestico sono diventato direttore, imprenditore, esperto di informazione online e wannabe cambiatore del mondo, le cose che ho imparato mi dicono che è tutto molto complicato e sta in un sistema di cambiamenti e accadimenti che non possiamo modificare: al massimo trovare un posto dove metterci e dove mettere le nostre ambizioni e desideri apparentemente controcorrente.
    Questo, del tuo pezzo, mi piace: che c’è una buona dose di fatalismo disincantato che non pretende di indicare buoni e cattivi ma descrive un contesto, in Siria, e un altro contesto, in Italia.
    Ma non c’è sempre, nel pezzo, e resta una vaghezza su quale sia l’alternativa o la possibile correzione a questo stato di cose che tu hai in testa: e questa vaghezza rischia di inclinare verso un demagogico “colpa dei media” (che di colpe ne hanno parecchie) che assolve i lettori a cui non gliene frega niente della Siria o della complessità, e che sono protagonisti di un mercato povero che rende inevitabile che tu sia pagata 70 euro. Quei 70 euro, non ci sono: e dobbiamo decidere chi li deve tirare fuori, se riteniamo sia bene che tu li riceva.
    Io stesso non potrei pagarti neanche 70 euro, anche per il tuo pezzo più bello (forse uno sì, una tantum, per capriccio antimprenditoriale): perché quei soldi non mi rientrano mai.
    Insomma, no, non ho critiche (se no non ti avrei chiesto un pezzo che non mi piacesse): ma sarei più neutro nell’analisi e nella descrizione dei fenomeni (professionali e umani), perché tutto non suoni come uno sfogo che di nuovo raccolga soprattutto dei “poverina”.
    Sì lo so, tu volevi parlare della Siria, e io sono più attento al cambiamento del sistema dei media: ma non mi avventuro in giudizi sulla vita e il ruolo degli inviati di guerra, facendo questo lavoro da una poltrona, 16 ore al giorno, e con un’idea di giornale basata sull’uso e selezione dell’esistente più che sulla produzione di contenuti propri. Il tuo pezzo (un altro, sulla Siria, che Borri mi aveva mandato, ndb) racconta molte cose, anche se per noi è scritto in una maniera suggestivo-letteraria che è il contrario di quello che cerchiamo di fare al Post: è un tema interessante perché tutto il giornalismo italiano ha da tempo preso una deriva di quel genere (che non è necessariamente criticabile, lo si può fare bene o male, il giornalismo romanzesco), e non trovi quasi mai qualcuno che metta in fila fatti e informazioni non facendo percepire se stesso e il suo autocompiacimento al lettore. Ripeto, lo si può fare bene o male: tu lo fai a tratti bene, a tratti più banalmente (“la paura è un cancro che ci sta consumando dentro”). Ma non è tanto il nostro genere, il giornalismo emozionato.
  • Arianna: Luca, forse il punto - per niente secondario -  è come si pongono certe questioni almeno per me.
  • Raffaella: Beh non direi che "non pretende di indicare buoni e cattivi" è tutto costruito su questo.
  • Amedeo Ricucci: Sul tema vorrei segnalare un mio intervento. Ne riporto la parte iniziale e quella finale: Sono stato anch’io ad Aleppo e so cosa vuol dire vivere e lavorare sotto le bombe, giorno e notte. Ti cedono i nervi, in quell’inferno, e vai in corto circuito senza nemmeno accorgertene. Se poi ti pagano 70 euro a pezzo e ti fanno scrivere col contagocce, solo quando non possono fare a meno di te, immagino sia un calvario che alla lunga può diventare insopportabile. E che urla vendetta. Eppure… Eppure nessuno ha il diritto di piangersi addosso. Perché non ce l’ha ordinato il medico di fare gli inviati di guerra e perché nessuno ci obbliga a farlo per una paga da fame, di quelle che non accetterebbe nemmeno un muratore rumeno senza permesso di soggiorno. E’ una libera scelta, la nostra, la vostra, che va soppesata attentamente, valutando i pro e i contro di ogni partenza, senza poi lamentarsi se il gioco non è valso la candela. Capisco perciò lo sfogo di Francesca Borri. Così come capisco quello dei tanti che, a cadenza ormai ciclica, squarciano il muro del silenzio sulla difficile condizione dei giornalisti precari, in Italia e non solo. Quello che non sopporto è il non voler guardare in faccia la realtà, che è quella di un mercato editoriale in crisi, in cui fra l’altro l’offerta (giornalistica) supera di gran lunga la domanda...

    Per prendere in mano il proprio futuro non serve romanzare la propria vita professionale, pur di guadagnarsi qualche “grado” in più sulla spallina. Se c’è una cosa che rende insopportabilmente noiosi i ritrovi fra giornalisti (in particolare quelli fra inviati di guerra) sono i ricordi esibiti e sciorinati come un mantra, che diventano inevitabilmente delle pietose auto-celebrazioni.  Se poi ad esibirsi in questo rito sono giovani colleghi dalla biografia acerba, che le guerre le hanno viste solo dai vetri sporchi di fango ma (abbastanza) ben protette dei blindati Lince dei nostri soldati all’estero, si sfiora il ridicolo...
    Chiudo ricordando a me e a tutti che gli inviati di guerra della vecchia guarda, gli Ettore Mo, i Lucio Lami, i Valerio Pellizzari, i Mimmo Candito, il pronome personale “io” non l’hanno mai  pronunciato, nemmeno in privato. Chapeau per tutti loro. Erano altri tempi, ma è il modo di lavorare a cui continuo ad ispirarmi. 

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