#Fertilityday2016: procreazione di Stato? No, grazie

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La campagna #fertilityday2016 rientra nel Piano Nazionale per la Fertilità promosso dal Ministero della Salute. Nel documento il Fertility Day è descritto come «Giornata Nazionale di informazione e formazione sulla Fertilità, dove la parola d’ordine sarà scoprire il Prestigio della Maternità». La giornata era inizialmente prevista per il 7 maggio, data poi slittata al 22 settembre.

La campagna è indicativa di come uno scollamento dalla realtà produca risultati che volteggiano tra l'imbarazzante, il ridicolo, l'offensivo e l'ideologicamente aberrante, a partire dalla concezione della donna e della famiglia da Ventennio, con il bonus della gamification: scegli se giocare nel ruolo di spermatozoo o di ovulo, e poi schiva nell'utero siringhe con liquido verde, panini, drink e persino divani, simboli di tutto ciò che danneggia la fertilità.

Potrebbe far ridere, se non si accompagnasse a slogan come «La fertilità è un bene comune»; davvero non si sentiva il bisogno di ribadire come invece sia un fatto personale e privato, per nulla assimilabile all'acqua.

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Poi accade che quella realtà, ossia parte del pubblico cui si è pensato di rivolgere il messaggio, reagisca tra l'indignato, il dileggiante e l'offeso, che recepisca in pieno la parte vessatoria della campagna; che recepisca soprattutto la parte che quel paternalismo rimuove, la realtà di conflitti e problemi che una classe politica dovrebbe mettere in agenda e affrontare seriamente.

Accade ciò e nel giro di una giornata del sito resta l'homepage, fino all'arrivo delle spiegazioni della Ministra Lorenzin:

Lo slogan del Fertility Day è "conoscere per essere libere di scegliere", non è nostra intenzione fare una campagna per la natalità ma fare prevenzione perché l'infertilità è una questione di Salute Pubblica. [...] È un problema in crescita che riguarda sia gli uomini che le donne. Abbiamo istituito un ampio tavolo di lavoro dove erano presenti esperti medici di molte specialità, dai ginecologi agli andrologi, endocrinologi e pediatri, psicologi e ancora sociologi ed economisti. È stata individuata la necessità di informare le persone perché è emerso che spesso manca la consapevolezza dei tempi della fertilità, che varia a seconda delle età.

Ma le immagini e gli slogan della campagna non fanno altro che evidenziare ciò che si agita sotto la superficie del linguaggio freddo e clinico del Piano Nazionale per la Fertilità. Ovvero l'idea che essere fertili e procreare sia sano, e che quindi, all'opposto, non essere fertili o essere fertili e non procreare (o farlo dopo i 35) sia insano, dunque sbagliato, addirittura agli occhi dell'opinione pubblica. Perché, altrimenti, la maternità va considerata un «Prestigio» e non un diritto, come se conferisse un innalzamento di status? E la paternità, invece, resta diritto o è prestigio anch'essa? Perché l'informazione di tipo medico deve essere finalizzata alla procreazione, e in che senso la procreazione deve diventare un valore pubblico? Se si è informati ma non si vuole procreare si ha meno diritto a essere informati, o si sciupano i fondi magari stanziati per informare? Se si è informati ma single si è in difetto? Se si usa il preservativo si danneggia la cosa pubblica? Sono domande paradossali, di per sé, ma che sorgono già in apertura di documento, quando tra gli scopi si legge quello di:

Operare un capovolgimento della mentalità corrente volto a rileggere la Fertilità [maiuscolo nel testo] come bisogno essenziale non solo della coppia ma dell’intera società, promuovendo un rinnovamento culturale in tema di procreazione.

E le domande continuano: perché, sempre negli scopi, si dice che la «Fertilità» (sempre maiuscola) «va difesa»? Da chi, da cosa? E perché si dice che bisogna sviluppare nelle persone «la conoscenza delle caratteristiche funzionali della loro fertilità per poterla usare scegliendo di avere un figlio consapevolmente ed autonomamente»? Che vuol dire qui «consapevolmente ed autonomamente», che chi ricorre alla Procreazione Medicalmente Assistita ha un difetto di consapevolezza? Non è per caso l'ennesimo modo di insinuare che la famiglia sana è solo quella che prevede un padre e una madre - sì, insomma, un fecondatore e una fecondata secondo natura, possibilmente giovani?

C'è poi un'altra scelta ideologica a monte, quella di togliere dal tavolo del problema denatalità le questioni legate alle tutele e al lavoro, questioni che pesano sulla possibilità di progettare una famiglia che preveda figli. Nel Piano ciò è liquidato in poche righe:

Va evidenziato che la contrazione della fecondità riguarda tutti gli Stati UE. Anche i Paesi anglosassoni, la Francia e i Paesi del nord Europa, che hanno attuato importanti politiche a sostegno della natalità, restano comunque al di sotto della soglia di sostituzione [...] con differenze di pochi decimi di punto rispetto alla media UE, pure se registrano più alti tassi di natalità rispetto all’Italia o alla Germania.  Il nostro Paese si pone quindi all'interno di una tendenza comune nel continente, dovuta  non solo a fattori sanitari ed economici ma anche e soprattutto culturali e sociali, la cui analisi dettagliata esula dal presente Piano della Fertilità; fattori che comunque meriterebbero di essere approfonditi con attenzione.

In attesa che qualcuno approfondisca con attenzione, però, perché se si è giovani ci si deve sentir trattati come ignoranti che bevono o fumano troppo, o poltriscono sul divano, invece di darci sotto e far figli? Ha dunque più peso, nell'impostazione del Piano, il questionario menzionato dal contributo del Tavolo Tecnico, secondo cui un gruppo di studenti ha creduto un po' troppo al mito che «mettere un cuscino sotto le natiche dopo un rapporto sessuale aumenti la possibilità di concepire»? Per caso nel modello patriarcale con la donna a casa a badare ai figli simili leggende metropolitane non esistevano?

E quanto si deve credere a questo «meriterebbero di essere approfonditi con attenzione», se poi si legge:

Non si può lasciare credere a donne (e uomini) che con l’aiuto di queste tecniche [quelle di Procreazione Medica Assistita] si possa procreare per tutta la vita, né si può considerare il fattore economico l’unico elemento determinante nel rinvio di una gravidanza.

In ogni caso, «il messaggio da divulgare non deve generare ansia per l’orologio biologico che corre»: donne, se avete 34 anni e 11 mesi non andate in panico!

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Battute a parte, passando proprio al contributo del Tavolo Tecnico, si ha l'impressione di uno scarso raccordo tra dati, differenza di indirizzi di analisi, interpretazione dei dati, analisi di contesto, direttrici del Piano e cornice ideologica. Scarso raccordo che poi, nel passaggio alla fase comunicativa, è stato amplificato nella sintesi di slogan e immagini.

Nel capitolo «CULLE VUOTE: ASPETTI SOCIALI, PROFESSIONALI, ECONOMICI ED ETICI», per esempio, si dice che «La forte diminuzione della natalità è confermata dalle oltre 42 mila nascite in meno in quattro anni». È citato poi il rapporto Ocse 2014, Society at glance, la parte che evidenzia la difficoltà dei giovani italiani nel guadagnare indipendenza dalle famiglie, e come tale difficoltà incida sulla formazione di nuovi nuclei familiari; si sottolinea inoltre come la disoccupazione giovanile in Italia «sia tra le più alte d'Europa [...] e questo ha reso ancora più difficile per i giovani ideare progetti di vita autonoma rispetto alla famiglia d’origine».

Per cui da una parte l'analisi tecnica dà conto degli aspetti socio-economici, e dell'influenza di questi fattori sulla denatalità, dall'altra però si ritene «plausibile avanzare la tesi che» (notare il lessico ipotetico e distanziante):

quanto più gli uomini e le donne crescendo raggiungono obiettivi di sicurezza e si concentrano in una dimensione individualistica ed egoistica, tanto più diminuisce la loro disponibilità ad accollarsi sacrifici e responsabilità del lavoro di cura genitoriale.

È abbastanza indicativa, circa l'educazione alla sessualità di bambini e adolescenti, la menzione del rapporto Policies for Sexuality Education in the European Union (2013) per ribadire l'importanza di dare messaggi positivi. Perché in quel documento, parlando dell'Italia, si dice che «In Italy, sexuality education has always had to face opposition from the Catholic Church and some political groups». E quali sono i capisaldi ideologici che animano questa opposizione? Sessualità finalizzata alla procreazione, famiglia eterosessuale monogama e contrarietà alla fecondazione assistita (sul tema dell'educazione sessuale, sempre su Valigia Blu, hanno scritto Angelo Romano e Andrea Zitelli).

È una coincidenza che questi capisaldi siano presenti nel Piano nazionale per la fertilità, è una coincidenza che, parlando di educazione sessuale, nel Piano nazionale per la fertilità il concetto di «discriminazione di genere» sia un grande assente, mentre il valore positivo presente è la procreazione? E che vuol dire, sempre nella parte tecnica, «La maternità non è più un destino biologico, pure se recentemente viene desiderata e conquistata oltre i limiti della natura»? La natura com'è definita, sul piano tecnico? E quali sarebbero i ruoli e i comportamenti maschili citati di seguito, per i quali la società ha scortato la donna fuori di casa  (e lontano dalle culle dove andrebbero destinate, par di capire), complice anche la crescita del livello di istruzione che ha «avuto come effetto sia il ritardo nella formazione di nuovi nuclei familiari, sia un vero e proprio minore investimento psicologico»?

Cosa fare, dunque, di fronte ad una società che ha scortato le donne fuori di casa, aprendo loro le porte nel mondo del lavoro sospingendole, però, verso ruoli maschili, che hanno comportato anche un allontanamento dal desiderio stesso di maternità?
La collettività, le istituzioni, il competitivo mondo del lavoro, apprezzano infatti le competenze femminili, ma pretendono comportamenti maschili.

Risulta infine difficile inquadrare l'educazione sessuale «olistica», accanto a frasi come:

È utile ricordare che la "sessualità" non è un accessorio del nostro comportamento avulso ed enucleabile dalla funzione riproduttiva, a cui biologicamente è destinata. Anche quando non esiste un’esplicita
volontà di procreare, la sessualità è una elevatissima forma di comunicazione umana che coinvolge l’interezza dell’essere. Spesso, inconsapevolmente, è tesa proprio alla trasmissione della vita.

Leggendo, ci si muove dunque in una regione di senso dove un'autorità, in questo caso ministeriale, ha deciso che lo scopo dell'informare non sta nel mettere il singolo nella condizione di scegliere consapevolmente. Lo scopo è invece mettere il singolo nella condizione di compiere quella scelta che la stessa autorità reputa sana e giusta. Le persone sono così viste in base alla funzione che devono svolgere.
Riguardando le immagini della campagna, è ancora più evidente: stavolta politica e comunicazione si sono capite fin troppo bene. Per cui no, Ministra Lorenzin, la sola pretesa di considerare l'educazione qualcosa di neutro è errata in partenza, se poi lo si fa parlando di valori in un documento ministeriale dove, in sostanza, «educazione sessuale» è sostituito con «educazione alla Fertilità», allora dubitare e protestare è un atto dovuto, squisitamente politico.

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