L’allarme fake news sui risultati delle elezioni e il racconto falsato dei media

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No, non abbiamo ragione di credere che le “fake news” sui social media abbiano determinato l’esito del primo turno delle presidenziali francesi. Non sappiamo nemmeno come cominciare a misurarne l’impatto sui reali comportamenti di voto, a dire il vero. Ma la retorica imposta dai media mainstream a partire dalla vittoria di Donald Trump negli Stati Uniti prosegue: siamo in presenza di una situazione allarmante, emergenziale, da combattere subito e in ogni modo.

Poco importa che l’espressione “fake news” non significhi, dopo sei mesi di dibattito asfissiante su non si capisce bene cosa, più nulla. A furia di mescolare odio, bugie, propaganda, minacce, estremismo e qualunque contenuto politico ricada nell’altro universale semantico del nostro tempo, il “populismo”, siamo giunti a leggere il capogruppo PD alla Camera, Ettore Rosato, usarla come sinonimo di “contraddizione” in una critica, su Repubblica, all’operato del Movimento 5 Stelle.

Ciò che conta, nella retorica mediatica dominante, è alimentare la polemica. E allora ecco Facebook rimuovere, dopo infinite ramanzine, 30 mila profili produttori di “false news” – il social network ha smesso, saggiamente, di chiamarle “fake” – senza suscitare una domanda invece sana e fondamentale: con quali criteri l’ha fatto? Siamo sicuri non ci fossero profili e contenuti perfettamente leciti, lì in mezzo? E soprattutto: a che serve? Contro l’emergenza, o supposta tale, vale tutto, anche un danno collaterale repressivo.

Ma non c’è modo migliore di comprendere l'approccio dei media – e la profondità del pregiudizio che li affligge – vedendo come è stato accolto e descritto un recente studio condotto da Philip Howard, docente a Oxford e impegnato da tempo nella comprensione della propaganda tramite bot, che lui definisce “computazionale”.

A leggere i titoli, infatti, il paper sembrerebbe suonare l’allarme: i francesi “bombardati” da fake news, scrive The Next Web; è un flood, qualcosa cioè che straripa, esonda e allaga le menti degli elettori, aggiungono Fortune e il Washington Times.

Insomma, la situazione è – di nuovo – seria, serissima, al punto che la NBC si chiede: “Le fake news potrebbero avere alterato l’esito delle elezioni francesi?”. Nessuna risposta, naturalmente: ma è il click a contare per le fonti di informazione “affidabili” e “professionali”, giusto?

Durante la lettura del resoconto del paper di Howard e colleghi, tuttavia (e fin a partire dall’anticipazione fornita da Reuters), viene un dubbio: “I votanti francesi stanno venendo sommersi da storie false sui social media”, si legge nell’attacco dell’agenzia, “nonostante” - ecco il punto - “la carica delle notizie spazzatura (junk news) non sia grave quanto durante le presidenziali statunitensi dello scorso autunno”.

Non sarà altrettanto grave, viene da pensare, ma sempre di diluvio si tratta. E invece no, dalla lettura del paper di Howard si evince tutt’altro.

Prima di tutto, è bene precisare le proporzioni dell’oggetto studiato. Non ci sono le “fake news” su Facebook, e dunque manca uno dei principali oggetti del contendere; e non ci sono quelle che circolano su ogni altro social network, a partire da Reddit; o quelle prodotte dagli attivissimi propagandisti russi, già pro-Trump, e ora pro-Le Pen.

C’è in compenso un campione di circa 8900 tweet con hashtag collegati alle elezioni francesi e contenenti indirizzi web: una selezione ottenuta dopo estrazioni casuale da uno dieci volte più ampio, a sua volta derivato da un totale di poco meno di 900 mila tweet composti tra il 13 e il 19 marzo. Un arco temporale ristretto, per un campione che a sua volta potrebbe non rappresentare alla perfezione le credenze degli utenti di Twitter – per non parlare dell’intera popolazione dei votanti.

Di nuovo, la domanda è banale ma taciuta: sicuri che Twitter serva a capire i comportamenti dell’elettorato, come per esempio il suo reale grado di comprensione della distinzione tra vero e falso? E, nel caso in esame, sicuri che descrivere Twitter sia un buon modo di raccontare ciò che accade su tutti i social network? Molti giornali non si sono posti il problema, trattando il social network e “i social” come sinonimo. Ma anche qui l’assunto è traballante, se si considera quanto Twitter è marginale in tutte le rilevazioni sulla demografia dell’utenza delle reti sociali.

Ma prendiamo per buono il metodo di Howard e convinciamoci che serva non solo a studiare il comportamento dei bot di propaganda politica su un preciso social network – che, per inciso, è l’obiettivo (solo apparentemente modesto) che si pongono i ricercatori – ma anche tendenze dell’intero elettorato.

Cosa dice lo studio? Per prima cosa, non – come invece scrive Reuters – che "la disinformazione, a volte, ha costituito un quarto dei link politici condivisi su Twitter in Francia". Come spiega lo stesso Howard, rispondendo sul social network, quello è "l'insieme delle fonti non professionali", cioè blog, altre fonti di informazione non tradizionali e sì, anche "spazzatura".

Il principale claim allarmistico sulle fake news è, insomma, una fake news. Entrando più nello specifico, la ricerca mostra che ad automatizzare la propaganda sui social non sono solo i “populisti”, come gran parte della stampa “liberal” tende a far credere, ma tutti gli schieramenti politici, ideologici e post-ideologici, espressione di partiti tradizionali o (presunte) novità post-partitiche. Howard l’aveva già affermato in un’intervista all’Espresso, e lo ripete per il caso francese: anzi, “buona parte dei candidati sembra avere all’incirca lo stesso numero di profili fortemente automatizzati che genera traffico su di loro”.

Non solo: la percentuale di contenuti politici generati dai bot si scopre essere una parte molto ristretta del campione, già ristretto, oggetto di esame. “In media, i bot che siamo in grado di tracciare” – di nuovo, si noti la sana cautela – genera il 7,2% del traffico sulla politica francese”, scrivono i ricercatori, prima di precisare che a febbraio era il 6,8% e che dunque l’approssimarsi delle elezioni ha visto un lieve aumento dei tweet automatizzati. Possibile così pochi tweet rappresentino un’emergenza, un problema da affrontare subito e a ogni costo? Di nuovo, una domanda semplice che tuttavia non si pone.

Forse perché la risposta comporterebbe eliminare il battage mediatico di questi mesi e ridurlo a ordinaria amministrazione. I media sono infatti abili nel riportare che “gli elettori francesi stanno condividendo informazioni di qualità maggiore rispetto a quelli statunitensi, e a livelli quasi identici rispetto a quelli tedeschi”. Ma senza dare i numeri esatti non si coglie quanto sia marginale il fenomeno.

La ricerca, invece, è piuttosto chiara al riguardo. Se BuzzFeed per gli Stati Uniti aveva potuto sostenere – pur attraverso un metodo di cui perfino l'autore ha finito per riconoscere la fallacia – che le fake news circolavano, in molti casi, addirittura più delle notizie vere e proprie, Howard e colleghi per la Francia scrivono tutt’altro: solo il 19,6% delle informazioni di politica francese condivise su Twitter riguarda fonti diverse da quelle tradizionali, che invece sono incluse in quasi un tweet su due (46,7%).

Non solo: appena il 21,3% di quel tweet su cinque (forse è questo il dato equivocato da Reuters, non considerando il “su cinque”) viene catalogato come “junk news”. La maggioranza dei tweet appartenenti alla categoria è infatti il risultato di “contenuti generati dai cittadini”. Citizen journalism, in altre parole, non produzione seriale di bufale.

Che le proporzioni siano molto più ridotte di quanto vorrebbero i media allarmistici è confermato anche da un ulteriore studio citato in questi giorni, senza tuttavia fornirne i dettagli. Si tratta di The Role and Impact of Non-Traditional Publishers in the French Election 2017, convenientemente riassunto, nel comunicato stampa di Bakamo, in: “I siti di notizie alternative potrebbero alterare l’esito elettorale”.

“Uno su quattro dei link condivisi in Francia sulle presidenziali vengono da fonti che contribuiscono a promuovere fake news”, si legge nell’attacco del comunicato. E sì, ci sono di mezzo fonti russe. Allarme! I russi, dopo la Casa Bianca, stanno hackerando l’Eliseo!

Peccato che andando al rapporto, si legge anche quanto segue: “Le fonti tradizionali di notizie politiche guidano ancora il dibattito pubblico”. Perché certo, c’è un 25% di fonti “alternative” e dunque a rischio – altro assunto che si può facilmente mettere in questione: sicuri la distinzione tra vero e falso, o tra spazzatura e qualità, coincida con quella tra media tradizionali e media alternativi? – ma anche e soprattutto che “la stragrande maggioranza dei contenuti condivisi proviene ancora da fonti che accettano la legittimità dei media tradizionali”.

Ci sarebbe poi un’ultima, banalissima (e sottovalutata) domanda: non è che il problema, come suggerisce Lawrence Lessig, è l’ossessione dei media per la misurazione, per l’audience? Prima di responsabilizzare gli intermediari e trasformarli in sceriffi algoritmici del vero – come vorrebbero ormai Guardian e New York Times, oltre alla presidente della Camera, Laura Boldrini – forse è il caso di fermarsi a pensare al motivo per cui vengono prodotte fake news, e soprattutto al perché siano così lette, condivise, e ritenute news e basta.

La risposta potrebbe di nuovo essere scomoda: non solo questione, come pure è, di alfabetizzazione, ma anche - e forse soprattutto - di qualità dell’ecosistema dei media in cui ciascuno di noi è immerso.

Foto anteprima via The Next Web

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