Le notizie false, Facebook e i media

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di Arianna Ciccone e Fabio Chiusi

Si discute molto, troppo e male, delle “bufale” sui social network e di come avrebbero influito sull’elezione di Donald Trump, o potrebbero addirittura averla decisa. Ciò di cui invece non si discute è che le fake news, in tutte le loro gradazioni e modalità, sono ovunque: sul web e i social, ma anche in TV, in radio, sui giornali. E ancora, sulle pagine dei partiti e dei movimenti, sugli account personali dei loro sostenitori. Altrimenti bisognerebbe spiegare perché la propaganda politica non è fake news, e finora nessuno l’ha fatto.

Che vogliamo fare, quindi? Da dove vogliamo partire? Vogliamo discutere di come dare strumenti alle persone per gestire una questione così complessa, chiederci perché le persone si fidano sempre meno dei media (quel collasso è parte del problema) o vogliamo invece pensare che il "problema" si risolve semplicemente costringendo Mark Zuckerberg a dire che Facebook è una media company, un editore come gli altri e affidandogli dunque anche le chiavi per decidere cosa è vero e cosa è falso?

Non è così semplice. Dire che Facebook non è solo una compagnia tecnologica non significa farne a tutti gli effetti un editore ma pretendere più trasparenza sull'uso dei nostri dati, su come ci vengono presentate le notizie, su cosa sappiamo dei criteri di selezione algoritmica dei contenuti a cui siamo esposti.

Stiamo attenti quindi a ciò che chiediamo. Attenti a fare della propaganda un reato, confondere propaganda organizzata e diffamazione, chiedere che sia un colosso privato come Facebook o Google a decidere – come, poi, con un algoritmo? – la differenza tra opinione lecita e illecita, dirimere (al solito, senza appello) pensieri che hanno diritto di cittadinanza in rete e pensieri che non ce l’hanno.

Non vogliamo la censura diventi improvvisamente presentabile col nome di "prevenzione della menzogna" o contrasto delle fake news. Altro che “post-verità”: ciò che sappiamo per certo è che viviamo nell’era post-Snowden, in un’epoca cioè il cui tratto distintivo sono sorveglianza di massa e controllo individuale in proporzioni senza precedenti nella storia umana. Vogliamo lasciare correre ogni ulteriore pericolo per la libera espressione nel nome di un legame – mai scientificamente dimostrato, forse mai dimostrabile e in ogni caso semplicistico – tra notizie false sui social e populismo?

Perché sì, l’equazione "web = propaganda = populismo = polarizzazione = estremismo” è elegante, comoda, perfino utile (specie allo status quo). Ma ciò non la rende meno falsa. Elegante, dunque, è anche il paradosso: il principale risultato del dibattito sulle fake news è, a sua volta, una fake news.

Mentre ci focalizziamo sulle bufale a uso politico in rete, insomma, rischiamo di perdere di vista il quadro generale, che è molto più complesso e richiede il nostro impegno, la nostra lucidità e le nostre energie più profonde . Sono in arrivo tempi difficili da decifrare e serve tanta umiltà, tanto studio, tanto spirito critico per capirli senza farci manipolare, magari proprio da quelli che dicono di voler demolire propaganda, manipolazioni, falsità in rete.

Un punto di partenza? Seguire quanto scrive Ben Thompson nel suo post dedicato al tema Fake News

...La soluzione non è reintrodurre i gatekeeper (chi filtra le notizie e decide cosa farci sapere, cosa no) “spazzati via” da Internet; la soluzione di questo problema deve scaturire dalla potenza di Internet, e dal fatto che ognuno di noi, se vuole, ha accesso a maggiori informazioni e fonti di verità rispetto al passato, e più modi per raggiungere e comprendere e convincere le persone con cui è in disaccordo. Sì, questo richiede più impegno che chiedere a Zuckerberg di cambiare ciò che la gente vede, ma rinunciare alla libertà per pigrizia non ha mai funzionato bene.

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