Censurare l’odio e le notizie false non salverà la democrazia

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Nessun difensore della democrazia penserebbe di salvarla proponendo una legge per vietare la pubblicazione di notizie false, sui giornali o in televisione. La censura, specie quando elevata a soluzione del problema delicatissimo di distinguere vero e falso, mal si accompagna al dibattere democratico.

Quando c’è bad speech, insegnano piuttosto gli anglosassoni, si combatte con more speech. Manipolazione, propaganda, bugie, falsità costruite ad arte si contrastano con logica e spirito critico, argomenti e dati, o ancora – quando proprio si sia in presenza di una intera narrazione fasulla del mondo, come per i deliri fondamentalisti di ISIS o quelli neonazisti dell’Alt-Right – con strategie di contro-propaganda. A vietare il falso, a criminalizzarlo, sono i regimi autoritari: la democrazia invece l’accetta come parte del gioco, costruendo un delicato equilibrio di pesi, contrappesi e cultura per fare in modo non ne intacchi il tessuto, la costituzione. I reati restano reati, e si puniscono per legge; ma, in democrazia, le bugie non sono reati: sono, più semplicemente, bugie.

Eppure per la rete tutto questo non vale. Anzi, sono proprio i “democratici”, i liberal che dall’elezione di Trump in poi hanno condotto una vera e propria crociata contro le fake news e la presunta era della “post-verità”, a chiedere norme non per contrastare la diffusione di notizie false sui social network, ma per impedirne del tutto la pubblicazione. Solo per Internet, considerata ancora evidentemente un “far west” privo di regole, vale il principio per cui si salva la democrazia adottando i modi degli autoritarismi. Solo in rete le bugie, l’odio e ogni forma espressiva – direbbero i censori cinesi – che si ponga in contrasto con “l’armonia sociale” non devono avere diritto di cittadinanza.

Lo ha detto, tra le righe, la presidente della Camera, Laura Boldrini, inspiegabilmente attiva in materia: «Il messaggio violento», ha dichiarato a La Stampa, «anche se lo cancello circola comunque. Non può essere questo il modo di affrontare un tema così profondo e grave». Rimuovere non basta, dice Boldrini: il contenuto non deve proprio poter vedere la luce, online.

È quanto ha ribadito anche più chiaramente il ministro della Giustizia, Andrea Orlando, in una intervista al Foglio: «Facebook non può essere più considerato un semplice veicolo di contenuti», ha detto a Claudio Cerasa. «Se su una bacheca vengono condivisi messaggi d’odio, o propaganda xenofoba, è necessario che se ne assuma le responsabilità non solo chi ha pubblicato il messaggio ma anche chi ha permesso a quel messaggio di essere letto potenzialmente in tutto il mondo». Di nuovo, è la diffusione stessa il problema. E la responsabilità è di chi l’ha permessa. Del “veicolo”, oltre che del conducente; della carrozza del treno, oltre che di chi l’ha imbrattata.

E allora che si fa? Orlando è vago, ma determinato: «Al momento non esiste una legge che renda Facebook responsabile ma di questo discuteremo in sede europea prima del G7, per mettere a tema il problema senza ipocrisie».

E allora squarciamo il velo degli ipocriti: l’unico modo efficace per impedire per legge che alcuni contenuti – violenti, di odio, di propaganda terroristica, del tutto fasulli – siano pubblicati e diffusi in rete è imporre filtri a chi gestisce le piattaforme sociali. Fare una black list di parole proibite, metterla in mano a Facebook, Google, Twitter o chi per loro, e stabilire che qualunque piattaforma non la metta in atto vagliando ogni contenuto dei propri utenti sia colpevole di una violazione normativa.

È questo che vuole il ministro? Questa la posizione del governo sull’argomento? Il ministro mi ha risposto su Twitter che no, lui non ha mai pensato a filtri preventivi.

Ma allora non si capisce a cosa stia invece pensando, a come ritenga di spezzare il legame tra responsabilizzazione degli intermediari e censura, chiaro a tutte le organizzazioni e gli studiosi di dinamiche comunicative online, a partire dal prestigioso Center for Internet and Society di Stanford:

Orlando dice, sempre via Twitter, che «c’è un confronto aperto da mesi tra Commissione Ue e gestori dei social». Vero. Ma è altrettanto vero che si ignora cosa abbia prodotto finora. A parte, appunto, vaghi e pericolosi propositi di depurare la rete dal male, che sia sotto la forma di una bufala o di un vangelo terroristico.

Come sempre per questi temi, insomma, la politica – specie quella che vorrebbe rivendicare il proprio essere politica – diventa antipolitica. Si priva di contenuti, e riempie di proclami a mezzo intervista. Sposa ogni sorta di sensazionalismo, e reagisce altrettanto di pancia. Farfuglia qualche proposito, mai dettagliato, e si guarda bene dal tentare soluzioni concrete. Getta il sasso nello stagno: per guardare le onde che fa, come viene percepito il tutto dall’opinione pubblica, quanto in là può spingersi prima che qualcuno alzi la mano.

Nel caso dell’isteria fake news, ha potuto spingersi fino a ipotizzare – dicendo e non dicendo, come da tradizione – che debba essere una legge, e non l’intelligenza di ciascuno, a stabilire quali contenuti possano e quali non possano essere pubblicati online. Senza spiegare perché il falso sia un problema solo per la rete, e non per ogni mezzo di comunicazione; perché “virale” debba significare soltanto quanto condiviso da una pagina Facebook di “bufale” e non un granchio preso da un giornale o da una televisione, come se i media tradizionali non parlassero a loro volta a milioni di persone, e non sbagliassero mai; perché dovremmo essere nella “post-verità” proprio ora e non almeno da quando, con i totalitarismi, abbiamo scoperto che vero e falso sono costruzioni politiche, se la politica è abbastanza forte e astuta da colonizzare il linguaggio, privarlo del suo comune significato e rimpiazzarlo con la semantica del potere.

Soprattutto, senza mai chiedersi il reale peso del problema delle bugie online, e delle misure ipotizzate per minimizzarlo, all’interno dell’ecosistema di Internet a fine 2016. Un ecosistema in cui censura e sorveglianza crescono senza sosta, come certifica ogni anno da sei anni Freedom House, in cui perfino dopo Snowden, Gran Bretagna e USA continuano ad approvare norme che indeboliscono la crittografia, mettono le nostre navigazioni online in mano al governo, ci costringono a consegnare i nostri profili social alle autorità che valutano se consentirci o meno l’ingresso nel paese.

In cui, soprattutto, le democrazie sembrano imparare dai regimi il piacere sottile di imporre filtri e divieti di natura sempre più politica, trattando la propaganda terroristica allo stesso modo di contenuti pedopornografici: senza chiedersi il valore di comprendere quella propaganda, una volta sia contestualizzata e spiegata; senza provare nemmeno a trattare i propri cittadini come individui adulti e responsabili, e non come ignoranti esposti a ogni sorta di manipolazione, e dunque sempre bisognosi della benevola mano – anche censoria, se serve – dello Stato per discernere il bene dal male.

Forse sarebbe il caso di ricordare a Orlando e a chiunque la pensi come lui che la responsabilizzazione degli intermediari e i filtri che inevitabilmente si accompagnano – lo insegnano anni di dibattiti sulla tutela del copyright in rete – sono tuttavia indicatori di mancanza di democrazia, non di un suo salvataggio. Che il loro utilizzo è direttamente proporzionale all’assenza di democrazia. Che a usarli più efficacemente sono stati storicamente e sono ancora i regimi non democratici, per mantenersi non democratici.

E che la censura è una china scivolosa, in cui si sa dove si parte ma non dove si arriva. Che accadrà, per esempio, quando il legislatore capirà che non c’è legge che tenga, quando si tratti di impedire le bugie? Come si vieta, norme alla mano, l’ignoranza? Basta imporre, come sta pensando la Germania, una multa a Facebook fino a 500 mila euro a notizia falsa? No, naturalmente. Ma intanto sarà passato il concetto per cui Internet è un ostacolo al progresso e al deliberare democratico. E allora cosa vieterà di trarne la conseguenza logica, cioè che durante i periodi elettorali si potrebbe oscurarne o rallentarne il traffico?

Sta già accadendo, ovunque. Il 2016 è stato infatti l’anno in cui spegnere o rallentare Internet è diventato abitudine: dalle 15 volte nel 2015, quest’anno il numero è salito a 53, dicono i ricercatori di Access Now.

Donald Trump, l’uomo che minaccia di mettere fine alla neutralità della rete e a ogni minuscola conquista degli attivisti pro-privacy degli ultimi anni, ha già detto che in caso di emergenza o necessità vorrebbe un bottone per spegnere Internet. E le circostanze si possono presentare sempre: basta fare come in Francia, dove lo stato d’eccezione, a forza di essere rinnovato, è diventato la norma.

Dovrebbe essere l’anno della fake freedom, dunque, più che delle fake news. Ma evidentemente la vulgata liberal del disastro, da Brexit a Trump e perfino al “no” al referendum costituzionale, mal si concilia con l’idea che la rete debba rimanere un luogo dove valgono i diritti, oltre che i doveri, comunemente in vigore offline.

Se il luogo di libertà ha prodotto il trionfo del populismo, questo dice quella narrazione, ecco allora che la libertà diventa sacrificabile. È come pensare di far smettere di fumare un convivente togliendo i portacenere da casa, invece che affrontando una dipendenza; ma è una soluzione, o almeno ci somiglia quanto basta per distribuire colpe e redenzioni, ai produttori di portacenere, ai fumatori.

Soprattutto, è una soluzione che consente margini ampi abbastanza da dire tutto e il contrario di tutto, sempre piegando la realtà ai propri scopi: Trump ha vinto per via delle cyber-infiltrazioni russe, non dell’inconsistenza dell’alternativa politica offerta dai Democratici! Non possiamo dimostrarlo, non ci sono prove, non sappiamo misurarne l’effetto: ma è così, lo dicono svariate fonti anonime dell’intelligence e dunque dobbiamo crederci! Che poi siano le stesse che mentivano disperatamente da anni, anche sotto giuramento di fronte al Congresso, sugli abusi NSA – quali abusi, nessun abuso! – o che vengano pubblicate dalle stesse testate che oggi combattono le fake news e ieri sostenevano la bugia delle armi di distruzione di massa in mano a Saddam, beh, meglio tacerlo.

Capiamoci: non che la diffusione scientifica di bufale non sia un problema. Gli apparati di troll e manipolatori di Stato esistono: lo sappiamo da tempo e ora, grazie a questo improvviso interesse dei media liberal, ne conosciamo meglio i contorni. Anche il fatto che Facebook non sia una semplice azienda tecnologica è evidente a chiunque non si chiami Mark Zuckerberg e forse, in parte, anche a lui. Ma attenti a chiedere che le piattaforme come la sua vengano considerate per legge editori a tutti gli effetti.

Fino a oggi il principio, nelle democrazie, è stato separare la responsabilità degli intermediari da quella degli utenti. Dire cioè che i social network per esempio non abbiano un obbligo di controllo generalizzato sui contenuti pubblicati dai loro utenti e che se questi ultimi pubblicano oscenità e orrori, ne sono loro i responsabili. La piattaforma può essere chiamata a vigilare, certo, e rimuovere in certe circostanze specifiche, diventando responsabile se non lo fa. Ma non si può chiedere che oscenità e orrore semplicemente non esistano, o che debba esserci una qualche forma di verifica continua, istantanea di ogni contenuto si voglia pubblicare. Si incapperebbe in una doppia tagliola: la prima, algoritmica, la seconda, politica.

Sarebbe infatti un algoritmo, necessariamente, a vagliare ogni post. E già oggi proprio l’esperienza di Facebook con i contenuti segnalati dagli utenti dimostra quanto sia difficile per un algoritmo gestire i pensieri, le immagini e i video di quasi due miliardi di persone. Già oggi, in altre parole, anche senza la previsione di alcun filtro, c’è un problema di censura arbitraria sulle piattaforme sociali, e non sappiamo come affrontarlo. Ma, di fronte a sollecitazioni come quelle proposte da Orlando, una piattaforma come Facebook potrebbe legittimamente reagire dicendo: mi è impossibile vagliare tutti i contenuti sempre e subito, evitando costose azioni legali - e la minaccia di chiusura - per un qualunque sfogo di un utente; dunque mi doto di filtri, previsti dalla legge o meno, per consentire che solo certi contenuti, quelli leciti, finiscano sulle bacheche.

Resterebbe il problema di impedire tutte le possibili combinazioni creative che un essere umano è in grado di inventarsi per ovviare a un problema di censura automatica delle parole. In Cina, per esempio, è indispensabile per fronteggiare la rimozione dalla rete di quasi 1200 termini, con il risultato che solo 15 studenti universitari di Pechino su 100 riconoscono l’immagine del ‘Tank Man’ che identifica, nell’immaginario globale, la repressione di Tienanmen. La censura, in ultima analisi, è sempre stupida, sempre aggirabile e, proprio come la sorveglianza indiscriminata, come il totem della sicurezza a ogni costo dei conservatori, non serve a nulla.

Questo non significa che non si possa o debba fare niente, e accettare l’esistente così com’è. Significa però che si deve essere consapevoli delle conseguenze di ciò che si chiede, di quanto si accetta. Non è un problema di appartenenza politica, di stare con o contro caste o populismi: è un problema di regole del gioco, di come deve funzionare il sostrato della democrazia, in rete come fuori dalla rete. Regolare le notizie false – come peraltro sostiene lo stesso Zuckerberg, pur se tramite strumenti di autoregolamentazione – può avere un senso, ma ha anche dei costi: in termini di libertà di espressione, ma anche di esercizio dello spirito critico.

Se le democrazie più avanzate al mondo hanno scoperto solo in questi mesi, improvvisamente e solo per colpa di Internet, che i suoi cittadini sono sudditi in balia del conformismo, dell’indignazione, della propaganda, di ogni sorta di manipolazione – anche la più sfacciata – hanno sì un problema, ma molto più grave. Significa che hanno cresciuto sudditi, e non cittadini. Che hanno premiato la mancanza di critica, invece del suo contrario; che hanno insegnato e diffuso, loro sì, credenze fasulle nocive al punto di intaccare le capacità di ragionamento necessarie a comprendere il reale, a fare i pochi passi che servono per distinguere una bufala clamorosa da una notizia o uno scoop. Che hanno fatto talmente tanto il proprio interesse nel nome di quello di tutti – è questo, dice il filosofo Jason Stanley, il nocciolo del concetto di propaganda – da essersi alienate la fiducia di percentuali sempre crescenti di cittadini.

Se un qualche ministro o capo di Stato o solerte alfiere del “vero” è in grado di trovare una norma che vieti tutto questo, una magica sequenza in codice di una qualche tecnologia in grado di risolvere il bug che affligge le democrazie contemporanee, lo dimostri. Oppure, se non è in grado, smetta di fare a pezzi anni e anni di dibattiti sui diritti online, e li recuperi. La rete è un ambiente complesso, con intricate strutture di regolamentazione frutto di decenni di discussioni, non un territorio di scorribande anarchiche e impunibili. È incredibile doverlo ripetere, ma va fatto. Sperando il legislatore ne faccia tesoro, una buona volta.

Foto anteprima via REUTERS/Dado Ruvic.

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